Pink Magazine Italia – April Issue

The Pink Side of…Us!

Carissimi lettori, Pink cresce, si rinnova e diventa sempre più il punto di riferimento per chi ama i libri, il teatro, l’arte, la moda, il cinema e i viaggi. Ancora una volta mi trovo qui davanti a voi per fare un annuncio importante: a partire da questo numero, infatti, potrete leggerci ovunque e scaricare gratuitamente la versione digitale del nostro magazine sui vostri dispositivi elettronici per essere sempre a portata di mano e di click! Con l’occasione cambia un po’ anche la veste grafica e se siete abituati alle meraviglie del nostro team… aspettate e sfogliate, ne vedrete delle belle. Pensando a come presentare una rivista gratuita, io, Luigi e Isabella abbiamo raccolto tutto il meglio che ci offriva il panorama editoriale italiano. In questo numero troverete pertanto le nostre recensioni di libri appena usciti, un focus sulla letteratura russa, sulla traduzione letteraria, un primo resoconto della nostra Book Challenge, i migliori film del momento selezionati per voi mentre saremo da Tiffany a New York e assaporeremo la Grande Mela anche grazie alle bellissime illustrazioni di Megan Hess. Parleremo con Giammarco Sicuro, inviato del Tg2 e con il direttore delle collane da edicola Mondadori, Franco Forte (che ha in serbo per noi una bellissima sorpresa). Insomma, l’aria di primavera ci fa davvero bene!

Cinzia Giorgio

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Tempo di Libri – la nostra esperienza

Si è appena conclusa la prima edizione di Tempo di Libri, la fiera dell’editoria italiana che ha visto la partecipazione di editori, autori, agenti, lettori, e professionisti del settore. La manifestazione si è svolta presso i padiglioni della Fiera di Milano (a Rho), si è aperta il 19  aprile per terminare il 23 aprile 2017.

Pink Magazine Italia era lì, ecco un breve video pubblicato sul nostro canale YouTube che testimonia la nostra presenza al salone.

Leggere Rosa

Ciao pink readers,

ecco qui per voi i nostri consigli di letture da non perdere! #readaboutlove

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Jordan ha collezionato una serie di esperienze disastrose con gli uomini. Consapevole di avere una sola caratteristica positiva dalla sua parte, ovvero una bellezza appariscente e indiscutibile, è arrivata a New York intenzionata a darsi da fare per realizzare il suo geniale piano. Il primo vero progetto della sua vita, finora disorganizzata: sposare un medico di successo. Jordan ha studiato la questione in tutte le sue possibili sfaccettature e, preoccupata per le spese da sostenere per la madre malata, si è convinta di poter essere la perfetta terza moglie di un primario benestante piuttosto avanti con gli anni. Ma nel suo piano perfetto non era previsto di svenire, il primo giorno di lavoro nella caffetteria di fronte all’ospedale, ai piedi del dottor Rory Pittman. Ancora specializzando, per niente ricco, molto esigente e tutt’altro che adatto per raggiungere il suo obiettivo…

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Josephine ha grandi occhi verdi e un sorriso contagioso, nonostante la vita l’abbia presto messa alla prova costringendola a convivere con una malattia che le rende difficili anche le azioni più semplici, e che lei esorcizza tramite la fotografia, grazie a una vecchia polaroid appartenuta a sua madre. Anche se lei, in realtà, sua madre non l’ha mai conosciuta. Anzi, l’ha creduta morta per anni e, quando ha scoperto la verità, ormai era troppo tardi. In compenso però ha trovato una nuova famiglia: tre fratellastri di cui non ha mai sospettato l’esistenza. Carlotta, Emilia e Lorenzo. Arrivata a Roma per scoprire qualcosa di più del suo passato e del suo inaspettato presente, Josephine è subito stregata dal romanticismo della città eterna. Abituata a guardarne le immagini in televisione o al cinema o sui libri, vedere dal vivo tanta meraviglia le dà quasi alla testa. Così, mentre il suo cicerone d’eccezione, Lorenzo, la guida attraverso i luoghi preferiti dalla madre e alla scoperta di incantevoli angoli nascosti, Josephine deve ammettere a se stessa che è pressoché inevitabile innamorarsi di Roma, così come di quel ragazzo dagli occhi gentili…

Letture in redazione

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Nadia Turner ha diciassette anni, frequenta l’ultimo anno di liceo in un college di Oceanside, non lontano da San Diego, e porta nel cuore il peso insopportabile del suicidio della sua mamma, avvenuto pochi mesi prima. Nadia vive, o sopravvive, insieme al padre, uomo buono ma incapace di una relazione con lei. Nonostante tutto le ricordi il dolore e la colpa di sua madre, Nadia si ribella e guarda avanti, aspettando di sapere se è stata ammessa a una delle università cui ha fatto domanda e innamorandosi di Luke Sheppard, che proprio come lei ha qualcosa da dimenticare: figlio del pastore della chiesa che entrambi frequentano, era un campione nella squadra di football del college, ma una brutta frattura ha spezzato la sua gamba e la sua promettente carriera. La loro storia è emozionante e trasognata come tutti gli amori a quell’età, fino a che Nadia non rimane incinta, e le sembra che abortire sia la sola scelta giusta: è così facile, ogni ragazza oggi sa che è un diritto per il quale generazioni di donne hanno lottato. Nadia nasconde il suo segreto a tutti, compresa Aubrey, la nuova grande amica che condivide con lei il dolore di una madre perduta. Da giovani gli anni corrono veloci, senza quasi accorgersene Nadia, Luke e Aubrey diventano adulti: e quando Nadia torna a Oceanside per il matrimonio di Aubrey, l’ombra delle scelte compiute durante quella lontana estate in riva al mare cala improvvisamente su di loro come un debito da pagare, come una domanda che esige risposta. A narrarci la loro storia sono “le madri”, il cuore della comunità della Upper Room Chapel, che danno voce al coro senza tempo delle donne, a volte pettegole e spietate ma più spesso capaci di ascoltare le parole non pronunciate, di scrutare i segni dei tempi, di portare nel loro grande cuore il segno di un destino difficile.

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L’immagine di Elizabeth Jane Howard è associata a quella della femme fatale: l’incedere altero, l’eleganza aristocratica che le donne di ricca estrazione riescono a esibire in ogni circostanza senza risultare fuori luogo. La sua infanzia fu tormentata dalla depressione della madre e dalle molestie da parte del padre, e da giovane cercò la propria emancipazione attraverso la carriera di attrice, ma vide il suo sogno infrangersi con il matrimonio e l’arrivo della guerra. Si diede quindi alla narrativa. Nei suoi romanzi, Howard rappresenta con precisione etologica e con la disinvoltura conferita da una lunga esperienza le dinamiche matrimoniali, le sottigliezze dei rapporti sentimentali, le sfumature e le contraddizioni dell’amore che solitamente si impiega un’intera esistenza a cogliere nella loro interezza. Eppure, se si guarda alla sua vita privata, è difficile cogliere tracce sia della sicumera sfoggiata nel portamento, sia della perspicacia riversata negli scritti. Il suo contegno era un paravento dietro il quale celare la propria profonda insicurezza, il suo sentirsi fuori luogo in ogni situazione, specialmente nei ricevimenti della buona società. La sua vita sentimentale fu un’infilata di matrimoni catastrofici – l’ultimo dei quali, il terzo, con Kingsley Amis – intervallati da legami sentimentali e avventure rapsodiche, rosicchiate dalla frustrazione, spesso umilianti. Mentre era in vita il suo lavoro di scrittrice venne adombrato e ostacolato dall’ego e dalle insistenti richieste degli uomini che le stavano accanto; solo di recente è stata riscoperta come una delle autrici più importanti del Novecento inglese, e i cinque volumi della saga dei Cazalet (da cui il produttore di Downton Abbey trarrà una serie tv) sono la sua opera più imponente.
Artemis Cooper ci regala un ritratto strabiliante di una donna maledetta due volte, dalla sua bellezza e dalla sua acuta sensibilità, la cui innocenza fu innanzitutto un pericolo per se stessa.

 

Una dolce carezza

Ciao booklovers,

Un nuovo consiglio di lettura per voi dalla nostra Antonella Maffione.

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Amory Clay nasce il 7 marzo 1908 a Londra da Beverley e Wilfreda Clay. Nell’Inghilterra del tempo è usuale dare ai figli maschi nomi androgini, come appunto Beverley o Evelyn, Hilary, Vivian. Amory è un nome che appartiene alla medesima specie, solo che Amory Clay è una bambina, chiamata così, con disappunto della madre Wilfreda, da Beverley Clay, il padre, un eccentrico uomo di lettere, autore di racconti di argomento soprannaturale e romanziere fallito. Un uomo volubile ma brillante, prima che la Grande Guerra lo faccia uscire di senno.
Amory cresce, diligentemente intenta agli studi. È il sodalizio con un altro eccentrico di famiglia, lo zio Greville Reade-Hill, ex ricognitore nei Royal Flying Corps, diventato una leggenda per essere uscito indenne da ben quattro schianti aerei, a segnare il suo destino. Trasformatosi, dopo il quinto incidente aereo, in «fotografo del bel mondo», Greville le regala il giorno del suo settimo compleanno una Kodak Brownie No. 2. Catturare le immagini e immobilizzarle per l’eternità, grazie alle facoltà prodigiose della sua macchina fotografica, diviene da allora la passione di Amory. Una passione che la conduce, giovane donna, nella Berlino della fine degli anni Venti per restituire all’eternità dei suoi scatti la licenziosa atmosfera dei club popolati di lesbiche vestite da marinai e di pingui uomini brizzolati in compagnia di giovani marinaretti. Da quel momento in poi, la promettente fotografa si muta in una preziosa testimone per immagini delle svolte fondamentali del secolo. Diventa reporter di Global-Photo-Watch, la prestigiosa rivista americana diretta da Cleveland Finzi; è a Londra durante le manifestazioni delle camicie nere di Mosley; è nella Parigi del 1944, una città appena liberata dalle truppe naziste e, dunque, dall’atmosfera inebriante; in compagnia della Settima Armata americana dislocata sulla catena dei Vosgi, durante gli ultimi fuochi del conflitto mondiale; a Saigon alla fine degli anni Sessanta, tra reporter pazzoidi, eccentrici, amanti della guerra. Una vita avventurosa costellata di sogni, passioni e amori: da Cleve Finzi, l’editor dal corpo snello e muscoloso sotto abiti raffinati, a Jean-Baptiste Charbonneau, lo scrittore dall’aria scanzonata,  a Sholto Farr, il soldato dagli occhi celesti. Una vita in cui l’eternità dell’arte si scontrerà inevitabilmente con la caducità dell’esistenza.

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William Boyd in questo libro racconta la vita della  fotografa inglese Amory Clay, una donna che ha vissuto la sua vita come “una dolce carezza”, anche se ha ricevuto tanti “schiaffi”. Amory è di famiglia benestante, il padre è  uno scrittore di racconti soprannaturali e romanziere squattrinato; ma grazie al suo racconto “The Belladonna Benefaction“, che andò in scena in teatro per bene tre anni, diventò ricco.  Amory, si interessò alla fotografia grazie a suo zio Greville, che nel giorno del suo settimo compleanno le regalò una Kodak. La sua prima fotografia fu l’inizio di una “corsa destinata a durare tutta la vita“. Amory si appassionò talmente tanto, che imparò a sviluppare le sue foto, e prese l’abitudine di dare un titolo a ciascuna di esse, in tal modo le sarebbero rimaste impresse nella mente. Amory ha vissuto una vita travolgente, fuori dai cliché alla continua ricerca di momenti di vita reale lontana dai luoghi comuni, tanto da riuscire a catturare in ogni scatto l’anima delle persone.  La protagonista è vissuta nel periodo delle due guerre mondiali, del nazismo e dei continui cambiamenti sociali, e tutto ciò ha influito positivamente sulla sua personalità, rendendola una donna combattiva, ha rischiato la vita pur di documentare attraverso uno scatto la tragicità della guerra. Una lettura avvincente, che esalta la forza e il coraggio di Amory, che ha vissuto la sua vita con voracità e trasgressione pur di portare avanti la sua passione, il suo unico obiettivo era di trattenere in uno scatto le immagine di vita reale e di immobilizzarle per l’eternità.

Link di acquisto: Una dolce carezza

Pink Magazine Italia a Tempo di Libri – Il programma

Ci siamo! Tempo di Libri
apre le porte del suo mondo di storie

Milano, 18 aprile 2017. È arrivato il momento di prendere davvero in mano l’alfabeto, comporre con le sue lettere centinaia di avventure diverse e costruire altrettante vie verso mondi reali e fantastici: è tempo di Immaginazione, è finalmente Tempo di Libri. La nuova Fiera dell’editoria italiana apre infatti le porte domani, mercoledì 19 aprile, alle 10, e l’alfabeto di Tempo di Libri inizia alla M di Milano con la cerimonia di Inaugurazione. Alle ore 10 il taglio del nastro all’ingresso dei padiglioni 2 e 4, seguito dal giro inaugurale. Poi l’appuntamento è nella Sala Verdana (Pad. 2) con Roberto Rettani, Presidente Fiera Milano, Federico Motta, Presidente Associazione Italiana Editori, Renata Gorgani, Presidente La Fabbrica del Libro, Giuseppe Sala, Sindaco di Milano, Roberto Maroni, Presidente Regione Lombardia e Dario Franceschini, Ministro per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, che daranno ufficialmente al via alla prima edizione di Tempo di Libri, una grande avventura fatta di pagine, volti, letture, personaggi reali e immaginari, innovazioni digitali e valorizzazione delle eccellenze di ieri e di oggi.

E proprio una riflessione sulla salute dell’editoria è quella al centro dell’incontro Al di là del confine. Come sono andati i principali mercati del libro e dell’e-book nel 2016 (ore 10.30, Sala Bodoni, Pad. 2), con Riccardo Cavallero, Monica Manzotti, Giovanni Peresson e Stefano Salis (N di Numeri, in collaborazione con Nielsen). Dopo questa diagnosi sul mondo dell’economia legata ai libri, si passa all’analisi della società e delle faglie di cambiamento e disagio che la attraversano: è l’Italia. L’altro racconto (ore 12.30, Sala Verdana, Pad. 2), in cui Roberto Saviano, Marco Damilano e Marino Sinibaldi si confrontano – alla D di Dissidente – sulle caratteristiche della gioventù odierna, fra tecnologia, politica e perdita di futuro. Tutt’altra prospettiva è quella che abbraccia l’arco temporale che separa le donne di Neanderthal dalle loro discendenti contemporanee: Claire Cameron con Michela Murgia e Alessandra Pigliaru discutono infatti di Donne preistoriche e donne di oggi (ore 12.30, Sala Courier, Pad. 2), naturalmente alla I di Immaginazione. Questa stessa lettera guida l’esplorazione dei Paesaggi di moda (ore 13.30, Sala Futura, Pad. 4) che Patrizia Calefato, Mario Verduci ed Eleonora Fiorani propongono al pubblico della Fiera, mentre per chi preferisce addentrarsi dietro le quinte dell’arte di tradurre è in programma L’occhio del traduttore #1. Impriaco di nobiltà (ore 12.30, Sala Calibri, Pad. 2), con Evelina Santangelo e Francesco Pacifico, insieme a Marcello Fois (V di Voce). Nel pomeriggio della prima giornata di Tempo di Libri sono protagoniste anche quelle manifestazioni culturali che in Fiera si presentano al pubblico: alle 14.30 al Caffè Garamond (Pad. 4), per la striscia È tempo di Festival: Gavoi, Eleonora Caruso, Luciano Funetta, Tommaso Giagni e Marcello Foisscavano (non a caso alla X di approfondimenti) negli abissi più oscuri e perturbanti della psicologia umana, del disagio privato e sociale, nel dibattito Padri fuori e serpenti in casa, mentre una diversa sfumatura d’ombra è quella dell’indagine presentata dall’Osservatorio sui nuovi confini della lettura e dei consumi culturali: Il lato oscuro del lettore che le tecnologie ci hanno nascosto (ore 14.30, Sala Courier, Pad. 2), con Paola Merulla, Cristina Mussinelli, Giovanni Peresson e Alessia Rastelli, alla @ del programma digitale.

Sopra eroi e storie (ore 16.30, Sala Gothic, Pad. 4) è invece un momento di riflessione sul senso della storia e sull’appartenenza: Javier Cercas, Bruno Arpaia e Marco Belpoliti si confrontano sulla natura poliedrica e misteriosa dell’eroe, sull’inevitabile ambiguità di ogni ricostruzione storica e sul fardello della propria storia, di cui farsi carico (U di Uomini). In contemporanea, per gli appassionati di calcio e non solo, per il ciclo di incontri È tempo de la Repubblica, alle 16.30 (Sala Gotham, Pad. 2) ecco La Repubblica delle parole. Papere e gollonzi: la lingua dello sport, con Domenico Proietti, Gianni Rivera, Michela Monferrini e Andrea Sorrentino (X di approfondimenti). Chi è alla ricerca di misteri e curiosità deve scoprire perché Strane cose succedono in città (ore 17.30, Sala Arial, Pad. 4), seguendo le suggestioni di David Almond alla A di Avventura (anche nel programma ragazzi), mentre per gli aspiranti scienziati l’Avventura prosegue con Giovanni Caprara, Giulio Giorello e Gianfranco Pacchioni, che si interrogano su Scienza, quo vadis? Tra passione intellettuale e mercato (ore 17.30, Sala Helvetica, Pad. 2). Il programma di Tempo di Libri offre occasioni di divertimento e riflessione anche ai giovanissimi follower dei YouTuber: alla Y simbolo del canale che ha rivoluzionato il racconto live, infatti, c’è infatti The Social Book Club. Il salotto letterario 2.0, mercoledì 19 con Zootropio e Jaser, in collaborazione con Show Reel (ore 17.30, Sala Verdana, Pad. 2). Sempre alle 17.30 ma in Sala Optima (Pad. 4), Marco Azzani, Cristina Mussinelli e Lorenzo Pavolini coinvolgono il pubblico con l’incontro Leggere ascoltando. Ad Alta Voce (Radio 3), alla V di Voce: la trasmissione di Radio 3 esplora la passione sempre più diffusa per l’ascolto dei romanzi. Insieme ai festival, anche giornali e riviste sono protagonisti in Fiera: ecco allora La rivoluzione di ogni giorno (ore 18.30, Sala Arial, Pad. 4), per la serie È tempo di Pagina99, con Elsa Punset, Leonardo Caffo e Marco Filoniche suggeriscono come cambiare per il meglio la propria quotidianità e darle valore (R di Rivoluzione); si resta nell’ambito psicologico-sociale con Umberto Galimberti, che alla U di Uomini riflette sulle caratteristiche e le contraddizioni de L’uomo nell’età della tecnica (ore 18.30, Sala Tahoma, Pad. 4). Il pomeriggio in Fiera si avvia alla conclusione con due appuntamenti dall’atmosfera leggera e spensierata, entrambi alle 18.30: in Sala Verdana (Pad. 2) arriva il vincitore di Sanremo Francesco Gabbani per Se questo è un karma, con Elena Stancanelli, Leonardo Colombati e David De Filippi (V di Voce).

Il programma per ragazzi e scuole, come quello generale, offre numerosi spunti di coinvolgimento, sulle tematiche più varie: fra gli appuntamenti in calendario, alle 10.30 al Caffè Garamond (Pad. 4) Una buona notizia al giorno con Geronimo Stilton (V di Voce) e alle 11.30 nella Sala Arial (Pad. 4) Leggere a modo mio con Fabio Stassi (Q di Quanto).  Il filo rosso delle storie prosegue anche dopo la chiusura della fiera e alla M di Milano è Fuori Tempo di Libri: alle 19.30 presso il Centro Svizzero, ecco I beati anni: ritratto di Fleur Jaeggy, con la scrittrice insieme a Chiara Valerio, in collaborazione con il Consolato generale di Svizzera a Milano, RSI Radiotelevisione svizzera, Tempo di Libri e Adelphi. Da non perdere anche il ciclo di eventi Milano ad alta voce, in collaborazione con, e presso, il Teatro Elfo Puccini e la trasmissione Ad alta voce di Radio3, dedicati a quattro romanzi “milanesi” d.o.c.: il primo appuntamento è dedicato a Il Ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori, con Giovanni Agosti e Ferdinando Bruni; conducono Anna Antonelli e Lorenzo Pavolini.

In Fiera le storie si raccontano anche attraverso la cultura dell’enogastronomia: nello spazio Tempo di Libri A Tavola, infatti, già da domani sono in programma due laboratori imperdibili, per tutte le età. Alla C di Cena, nel Laboratorio del Pad. 4, alle 14 Monica Bianchessi svela al pubblico Trucchi e segreti per realizzare a casa un piatto da chef, con gli strumenti Kenwood, e alle 17 Aldo Bongiovanni, autore dei libri Basta Grano e Tutto sul pane fatto in casa, mostra come ottenere Prodotti da forno con la fermentazione spontanea della frutta (per prenotare i laboratori scrivere a atavola@tempodilibri.it).

Domani apre le porte anche il Milan International Rights Center, che si tiene all’interno del Padiglione 1 dal 19 al 21 aprile, dalle ore 10 alle 19, e conta 443 partecipanti confermati, di cui 304 italiani (tra case editrici e agenzie letterarie) e 139 stranieri, da 34 Paesi.

Tempo di Libri è su Internet all’indirizzo www.tempodilibri.it, su Facebook (@TempodiLibriMilano), Twitter (@TempodiLibri) e Instagram (@tempodilibri), #TdL17. Per ricevere via e-mail tutti gli aggiornamenti, le novità, le informazioni e le iniziative speciali legate alla Fiera e al mondo dell’editoria, della lettura e dei libri è possibile iscriversi alla newsletter Tempo di Libri su www.tempodilibri.it.

Tempo di libri è una manifestazione di La Fabbrica del Libro; promossa da AIE – Associazione Italiana Editori e Fiera Milano; sotto gli auspici del Centro per il libro e la lettura; in collaborazione con Regione Lombardia, Comune di Milano, ALI – Associazione Librai Italiani e AIB – Associazione Italiana Biblioteche; con il patrocinio di MIBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, MIUR- Ministero Istruzione, Università e Ricerca, MiSE – Ministero dello Sviluppo Economico, Città metropolitana di Milano, Comune di Monza, Comune di Sesto San Giovanni e Comune di Rho; con il supporto di BookCity e RadioCity; main media partner RAI; media supporter Giornale della Libreria, Sale&Pepe e Radio Popolare; technical partner Rotolito Lombarda, LAGO, Scalo Milano, Acqua Sparea. Tempo di Libri partecipa ad Aldus, la rete europea delle fiere del libro cofinanziata dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Europa Creativa e coordinata da AIE. Con il sostegno di ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, SEA Aeroporti di Milano, Trenitalia, Trenord, Unicredit Pavillion, Gruppo De’Longhi, Braun, Kenwood, Myvisto.it, Librerie Mondadori, Librerie Feltrinelli, Giunti al punto, Librerie Paoline, Librerie San Paolo, Libraccio, LIM – Librerie Indipendenti Milano, Librerie Coop, Libreria dei ragazzi, IBS.it.

Tutto il programma è consultabile online qui

UFFICIO STAMPA
Daniela Poli – Ufficio Stampa Associazione Italiana Editori
Tel. 02 89280823 – cell. 335 1242614

Ex Libris Comunicazione
Tel. 02 45475230, Carmen Novella 335 6792295; Elisa Carlone 334 6533015; Marta Santopolo 331 3213168

ufficiostampa@tempodilibri.it

 

CAFèNOIR inaugura il suo primo negozio a Roma

 

CAFèNOIR INAUGURA IL PRIMO NEGOZIO MONOMARCA A ROMA CONSOLIDANDO LA SUA PRESENZA SUL TERRITORIO NAZIONALE

Roma, 14 Aprile 2017CafèNoir, brand italiano leader nelle calzature, negli accessori e da qualche stagione anche nell’abbigliamento, inaugura Venerdì 14 Aprile il suo primo negozio monomarca nel cuore di Roma, location ideale per consolidare la presenza sul territorio italiano. A pochi passi da Piazza Venezia e dai Fori Imperiali, la nuova Boutique di 100 mq si preannuncia come tappa obbligatoria per i clienti più fedeli del marchio toscano ma anche per chi sarà catturato dalle iconiche proposte ben visibili grazie alle quattro ampie vetrine affacciate su via IV Novembre, al civico 118. Un layout accattivante che unisce con sapienza elementi classici della storia della Capitale ai materiali più attuali in grado di valorizzare le ultime collezioni di accessori e abbigliamento donna e uomo. Il pavimento in travertino, la pietra regina di Roma, e l’ampio soffitto con volte a crociera accolgono l’esposizione su base white con inserti in colore nero, in un alternanza di mensole e plexiglas trasparente, per la massima valorizzazione dei prodotti.

L’intero sistema di illuminazione è di tipo Led di ultima generazione a risparmio energetico e per una maggiore efficienza illuminotecnica. Grazie a faretti a led direzionali posti sul soffitto e streep luminose inserite sapientemente nelle mensole, la Boutique CafèNoir risulta molto luminosa e i prodotti enfatizzati al massimo. Lo stile inconfondibile CafèNoir si inserisce strategicamente in uno spettacolare edificio storico in una delle aree più prestigiose della città e in una delle vie più commerciali della Capitale, proprio accanto al Palazzo della Provincia, per un connubio di eccellenze e di Italian Style. L’Opening di Roma, che va ad aggiungersi all’ultima apertura di Dusseldorf in Germania, è infatti solo il proseguimento di una strategia di sviluppo Nazionale ed Internazionale volta a consolidare un’espansione capillare dei monomarca del brand toscano

CAFèNOIR 

Il progetto CAFèNOIR nasce nel 1992 con un chiara ambizione: creare collezioni alla moda, dove la creatività e strategie di business marketing oriented si integrano dando vita a prodotti con un rapporto qualità prezzo ottimale. Questa filosofia ha portato a una crescita costante del marchio, sia in termini di brand awareness sia di brand reputation. Attualmente il marchio è presente in 2.500 punti vendita multimarca in Europa, 14 punti vendita monomarca CafèNoir in Italia e una previsione di apertura di 10 nuovi Monomarca nel 2017.

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Maria Messina, una scrittrice italiana troppo a lungo dimenticata

Intervista a Salvatore Asaro, curatore del progetto di rilancio della scrittrice Maria Messina per le Edizioni Croce.

Salvatore Asaro è laureato in Lettere alla Sapienza Università di Roma.
Successivamente ha perfezionato i suoi studi a Londra, approfondendo l’opera forsteriana. Di recente i suoi interessi si sono mossi verso i cultural studies e gli studi di genere, dedicando una particolare attenzione alle autrici italiane e in lingua inglese dell’Otto-Novecento, in particolare Elizabeth Gaskell, Charlotte Brontë e Goliarda Sapienza.

Come hai incontrato Maria Messina?

Il mio incontro con la scrittrice palermitana è piuttosto bizzarro. Cinque anni fa la redattrice di una casa editrice mi chiese di fare una ricerca su alcuni racconti – italiani e stranieri – che avevano per tema la migrazione, in prospettiva di una raccolta. Mi misi a fare una ricerca capillare, cominciai a spulciare i cataloghi delle biblioteche e portai alla luce fragilissimi libercoli che consultai con interesse e attenzione. Una mattina, per caso, mi imbattei in una recensione che rimandava a un’altra recensione che rimandava a sua volta a uno scritto di Leonardo Sciascia. Un gioco di scatole cinesi abbastanza aggrovigliato e polveroso che mi ha condotto fino a Maria Messina e alla sua singolare novella “La Mèrica”. Una scrittrice che non avevo mai sentito nominare ma che mi attrasse con forza magnetica che non potrei spiegare in alcun modo senza svilirne la misteriosa intensità. Di lì a breve scoprii che negli anni ’80 lo scrittore di Racalmuto era venuto a conoscenza della produzione narrativa di Maria Messina nel medesimo modo – solo che gli anni del ripescaggio messiniano ebbero vita effimera: morto Sciascia i libri della scrittrice palermitana caddero in un secondo oblio. La coincidenza – due uomini, tutti e due siciliani, che scoprono “la Mèrica” – mi ha suggestionato al punto da continuare la mia ricerca sulla scrittrice e quindi di non fermarmi a una semplice raccolta collettanea (per inciso, la redattrice non volle più inserire “La Mèrica” nell’antologia). La cercai all’interno delle università italiane, ma non trovai informazioni sufficienti, non quelle che cercavo almeno – le risposte delle docenti sono sempre state molto vaghe. Quindi ho recuperato i pochi libri riediti in Italia grazie al genio di Leonardo Sciascia, ho approfondito la conoscenza della scrittrice grazie alla lungimiranza di Giovanni Garra Agosta che, sempre negli anni ’80, aveva recuperato e pubblicato le lettere della scrittrice a Giovanni Verga in cui è possibile scoprire aspetti inediti e interessantissimi sulla donna.

Puoi raccontarci qualcosa di lei che ce la faccia conoscere meglio e imparare ad amare?

Inspiegabilmente dimenticata, Maria Messina è probabilmente una delle scrittrici del primo ’900 italiano più interessanti; ha una produzione letteraria sconfinata oltre che variegata: ha pubblicato una quantità vastissima di novelle, diversi romanzi e tante raccolte di racconti per bambini, riscuotendo un tale successo di critica e di pubblico, da costringere la nipote – Annie Messina – ad adottare un nome decisamente più esotico (Gamîla Ghâli) quando, più tardi, decise di intraprendere la stessa carriera della zia. Maria Messina esordisce nel 1909, con la raccolta Pettini-fini, dedicata al fratello Salvatore che l’aveva esortata allo studio delle lettere (A te, mio buon fratello – che mi sei stato affettuoso e generoso maestro – offro con gratitudine queste pagine che ti appartengono). Il fratello intuisce prima di chiunque altro il valore delle novelle della sorella e si impegna attivamente affinché possano essere lette e recensite in tutta Italia. Ne invia una copia a Giovanni Verga, che ne aveva ispirato lo stile e i contenuti. Lo scrittore etneo, sempre restio nei confronti degli esordienti, comprende immediatamente la potenza di quella raccolta e avvia un fittissimo scambio epistolare con la sua giovane “allieva”, la sprona a più riprese a continuare con l’arte della scrittura e la segnala ai suoi amici editori, affinché possano esaminare il materiale, e alle più prestigiose riviste letterarie dell’epoca, in particolare a «Nuova Antologia». L’invito di Verga è talmente sincero e partecipativo che Maria Messina decide di dedicare proprio a lui la sua seconda raccolta di novelle, Piccoli gorghi. È lei stessa a parlare dell’accoglienza che i critici dell’epoca le avevano riservato e dello stile che aveva deciso di adottare, sul numero di dicembre del 1919 de «Italia che scrive»:

«Pettini-fini e Piccoli gorghi sono gli inseparabili compagni del mio primo passo; mi fa piacere ricordare, dopo tanti anni, queste novelle rapide e secche, pensate laggiù a Mistretta. Pagine concise e senza aggettivi: come la parola di chi vive profondamente una sua vita interiore, come la mia prima giovinezza che si temprava in solitudine. La critica accolse Pettini-fini e, poi, Piccoli gorghi con espressioni così lusinghiere da far girare la testa ad una esordiente. La buona accoglienza non fu, per me, se non motivo di sgomento: la mia anima solitaria tremò e si chiese più volte: saprò io mantenere le mie promesse?».

Maria Messina ha scritto, a mio avviso, alcune delle pagine più belle della nostra letteratura; i suoi personaggi, in particolar modo le figure femminili, hanno una forza paragonabile forse solo a quelli della letteratura vittoriana o del grande romanzo russo. La costruzione dei personaggi di Marcello e Simonetta de Alla deriva non ha eguali nella narrativa italiana moderna, nemmeno se prendiamo in esame testi e autori a noi più vicini; la potenza di Orsola de Primavera senza sole si può ritrovare soltanto in personaggi come Molly Gibson di Elizabeth Gaskell o Nasten’ka di Fëdor Dostoevskij, così come la modernità di Paola Mazzei de Le pause della vita, un personaggio attuale e descritto con una crudezza quasi spietata. L’autrice ha una capacità narrativa formidabile, elemento che la rende immediatamente riconoscibile; possiede uno stile asciutto, tagliente, un fraseggio quasi tolstojano, con periodi rapidi e ad effetto; riesce inoltre a condensare particolari fondamentali in porzioni circoscritte di testo, celando nel non-detto i punti nevralgici delle sue storie. Leggere Maria Messina significa immergersi totalmente nelle sue storie, alcune brevissime – alla maniera di Čechov – e imparare a dialogare con i suoi personaggi, in particolare con le molte donne che popolano le sue storie. È stata definita un’“attardata”, nel senso di epigona, perché aveva deciso di aderire alla corrente del Verismo, quando questo, effettivamente, era agli sgoccioli; lo stesso Borgese, nel 1928, l’aveva definita una «scolara di Verga». In realtà è un punto su cui bisognerà ritornare, infatti non sono molto d’accordo sulla definizione che la vuole una verista tout court. Amare Maria Messina è naturale, come naturale è stata la scrittura per lei.

Si tratta di una scrittrice che è rimasta pressoché sconosciuta fino a oggi, mai entrata nei libri di scuola per intenderci…

Questa è una nota dolente. Quando ho iniziato a occuparmi più concretamente del suo recupero, ho portato all’attenzione delle studiose la grande assenza della scrittrice palermitana dai programmi universitari, dai convegni, dai laboratori che si occupano di autrici donne, ma non ho ottenuto i risultati che speravo. Ripubblicare Maria Messina non è stato semplice. Curiosamente la produzione della scrittrice è sempre stata promossa da uomini: prima dal fratello, da Giovanni Verga, da Alessio Di Giovanni e da G.A. Borgese, che hanno agevolato la diffusione dei libri in tutta Italia; poi negli anni ’80 è stato il turno di Leonardo Sciascia e di Garra Agosta e ora sono io a raccogliere il testimone… In questi ultimi anni, fra gli altri, Salvatore Ferlita, Luca Ricci – così come anche Simona Lo Iacono – hanno portato all’attenzione degli studiosi l’assenza quasi paradossale di Maria Messina dal panorama culturale, pubblicando articoli sui maggiori quotidiani nazionali. In questi mesi mi sono occupato in maniera specifica di Primavera senza sole; a tal proposito ho consultato diversi manuali di letteratura, scoprendo che nella quasi totalità, anche in quelli redatti da studiose donne, anzi soprattutto nei loro, l’autrice non è neppure mai menzionata. A uno stupore iniziale è subentrato, lentamente, un sentimento di rabbia. Mi sono chiesto il perché. Eppure nel 1935 Alfredo Galletti – un altro uomo – scriveva nel suo manuale di letteratura italiana: «La produzione romanzesca femminile poi è oggi in Italia di una esuberanza incredibile e veramente strabocchevole […]. Lettori e critici tuttavia sembrano accordarsi nel lodare nella folla dei romanzi muliebri certi lavori di Maria Messina». E pensare che a quell’altezza cronologica la scrittrice si era allontanata dalla scena pubblica già da diverso tempo a causa di una tremenda malattia. Fortunatamente nella difficile operazione di recupero, mi sono potuto avvalere della collaborazione di diverse intellettuali e studiose: innanzitutto Elena Stancanelli, un’acuta scrittrice e giornalista, che ha contribuito alla prefazione de Alla deriva; ma poi c’è stata Barbara Dotti, scrittrice e traduttrice, che mi ha affiancato durante il mio complesso lavoro di ricerca di archivio; Flavia Rossi, che ha introdotto e curato con rigore scientifico Le pause della vita, cogliendo l’aspetto migliore non solo del singolo titolo ma dell’intera produzione messiniana, anche sotto un profilo strettamente biografico; Mara Barbuni che ha letto e accolto con vivo entusiasmo una novella della Messina, decidendo di inserirla all’interno di un’antologia da lei curata e Cristina Pausini, docente di Lingua e letteratura italiana a Tufts (Boston).

A lei è stato intitolato un premio letterario?

Sì, da diversi anni è stato dedicato un premio letterario a Maria Messina, a Mistretta, cittadina che ospitò la scrittrice negli anni dell’adolescenza. Di recente, su mio consiglio, due miei amici hanno dato vita a una pagina Facebook, “Leggere Maria Messina”, con lo scopo di sensibilizzare i lettori che oggi dedicano sempre più tempo ai social.

Sei stato chiamato a curare il progetto di rilancio di Maria Messina per le Edizioni Croce, con quali obiettivi?

Mi ci sono voluti anni prima di riuscire a riportare in libreria Maria Messina e, nonostante il rischio dell’operazione, la casa editrice Croce ha deciso comunque di impegnarsi nel progetto. Il mio obiettivo è essenzialmente quello di far riscoprire al pubblico questa scrittrice straordinaria. E anche sensibilizzare il mondo accademico affinché faccia rientrare la scrittrice nei programmi universitari e quindi renderla oggetto di studio e di dibattito.

Quali opere avete deciso di riportare alla luce e perché?

Il progetto è vasto. Ci sono diversi titoli in cantiere. È già uscito Alla deriva con la bella prefazione di Elena Stancanelli, la quale, come ho detto, si sta impegnando affinché questa grande scrittrice possa riemergere. Tra qualche settimana uscirà Le pause della vita a cura di Flavia Rossi e tra un paio di mesi Primavera senza sole. Il calendario non si chiude qua, ma la casa editrice non dà mai anticipazioni che superano i tre mesi.

Quale opera di Maria Messina consiglieresti di leggere a chi volesse accostarsi a questa autrice per la prima volta?

Tutte, è banale?

Che cosa intendeva secondo te Sciascia quando la definì la Katherine Mansfield italiana? Fu una provocazione per attirare l’interesse della critica o è un paragone calzante? Se sì, su quali basi?

Maria Messina e Katherine Mansfield sono coetanee e condividono la stessa biografia disgraziata. Chi conosce la vita della Mansfield non può non accostarla a quella di Maria Messina. Entrambe le donne hanno attinto a piene mani dalla fontana della vita e hanno regalato al mondo pagine meravigliose, piene di dolore – perché la vita fa male. Dubito che Maria Messina abbia avuto modo di leggere i racconti della scrittrice neozelandese; credo che Sciascia si riferisse piuttosto allo stile narrativo adottato da entrambe le donne. Lo stile mansfieldiano non si discosta affatto da quello della scrittrice palermitana; l’indescrivibile poesia dei loro scritti è contraddistinta da un’aspra ironia. Un altro dato le accomuna e forse le ha indirettamente influenzate: la passione per la letteratura russa. Čechov condizionò e plasmò il modo di scrivere di entrambe, non solo per quanto riguarda la tecnica del racconto breve e brevissimo, ma anche per i temi trattati. L’intera produzione messiniana è infatti intrisa di letteratura russa, esattamente come quella della neozelandese. Il parallelismo sciasciano non è dunque azzardato. Ma al contrario degli inglesi con la Mansfield, gli italiani hanno riservato alla Messina un destino decisamente più crudele.

Alcune situazioni mi fanno pensare al primo Pirandello: è un po’ azzardato questo riferimento?

La letteratura siciliana che in quegli anni, bisogna specificarlo, era la letteratura nazionale, è tangenziale a se stessa. Come la Mansfield, anche Luigi Pirandello era coetaneo di Maria Messina e dunque le letture, i modelli cui ispirarsi erano gli stessi: la grande stagione del romanzo russo, l’ironia disarmante di Colette, lo sperimentalismo narrativo di Virginia Woolf e l’ombra immensa del padre della letteratura moderna: Giovanni Verga. Luigi Pirandello, specie all’interno delle novelle, «analizza la piccola e infima borghesia siciliana e, dentro l’angustia e lo spento grigiore di una tal classe, la soffocata e angosciante condizione della donna». In pratica quello che fa pure Maria Messina, ma lei lo fa da donna. Nelle sue storie i personaggi maschili non parlano, sono quasi sempre parlati. E trovo grandioso tutto ciò, non ci sono casi analoghi in Italia, non prima di lei almeno. La sua letteratura è inedita, e sono sicuro che se non fosse stata stroncata dalla malattia nel pieno della sua attività letteraria, avrebbe dato vita a qualcosa di grandioso in Italia, qualcosa non troppo diverso da quello che hanno fatto Virginia Woolf in Inghilterra o Gertrude Stein in America.

Credi in un’affinità metatemporale che ci fa eleggere certi scrittori a nostri autori preferiti?

La letteratura è uno strano luogo. Sicuramente c’è qualcosa di metatemporale che ci porta ad amare certi autori a noi lontani, nel tempo e nello spazio. La letteratura è universale e parla agli uomini di ieri, di oggi e di domani. Può sembrare una frase scontata, ma non lo è.

Le Edizioni Croce hanno in programma l’uscita di un altro romanzo di Maria Messina, Le pause della vita: potresti introdurcelo?

Le pause della vita è un romanzo “anomalo” all’interno della produzione messiniana. Come soltanto in poche altre occasioni, l’ambientazione non è la Sicilia ma la Toscana e soprattutto non si parla della vita degli umili e della condizione dei contadini; si tratta di una storia quasi borghese. Uscito per i tipi della Treves nel 1926, ruota attorno alla figura di Paola Mazzei. Abbandonata dal padre, la giovane spende le sue giornate a San Gersolè, un piccolo paese toscano, con lo zio e la madre. Ottenuto temporaneamente un impiego alle poste, Paola non riesce a intrecciare nessun rapporto con le altre donne dell’ufficio. Si rifugia nei libri e inizia a tradurne uno. Nel frangente, si avvicina sempre più a un vecchio compagno di scuola, uno squattrinato che da lì a breve è costretto a lasciare il paese. Il dolore della solitudine, che nemmeno la traduzione riesce a lenire, spinge Paola a prendere delle decisioni infelici che comprometteranno inevitabilmente il suo futuro. Il romanzo, curato da Flavia Rossi, vanta anche un’introduzione in cui vengono analizzati tutti i meccanismi che muovono la macchina narrativa di Maria Messina. Come ci dice la Rossi all’interno della sua introduzione «“Tutto avviene bruscamente nella vita: il male e il bene. Ma il bene giunge troppo tardi, quando non siamo pronti a riceverlo”. È questa la cupa morale attorno a cui ruota Le pause della vita».

Maria Messina non è famosissima ma di lei hanno detto che dopo averla letta non è possibile dimenticarla e anzi sorge spontaneo il desiderio di leggere ancora e altro su di lei.

Maria Messina non è famosa in Italia, ma nel resto del mondo è tradotta, venduta e anche studiata all’interno delle università. Da quando ho iniziato a occuparmi in maniera più organica della scrittrice, ricevo numerose mail di studiosi e studenti da tutto il mondo, perfino dall’Australia, in cui mi chiedono informazioni; la domanda più frequente è: «Perché in Italia nessuno conosce Maria Messina?». È un quesito che mi lascia interdetto e mi imbarazza non poco. Una volta letto qualcosa di suo, anche solo una brevissima novella, non si può più smettere. È proprio così. In Alla deriva si avverte l’ironia tagliente, come è stato notato altrove, di Chéri di Colette, in Un fiore che non fiorì si legge la modernità di alcuni scritti della Ortese (che deve averla sicuramente letta e perfino suggestionata), in Primavera senza sole l’amarezza disadorna della condizione femminile rimanda inevitabilmente ad alcune delle migliori pagine di Virginia Woolf. Maria Messina è unica, e forse è proprio per questo che è stata volutamente dimenticata.

Grazie per questa interessante e affascinante presentazione e per il tuo lavoro. Non si può non raccogliere l’appassionato invito ad approfondire la conoscenza di Maria Messina da cui spero i nostri lettori si lascino conquistare.

Classici in inglese

Ciao booklovers,

siete amanti dei grandi classici della letteratura? Vi piacerebbe leggerli in inglese?

Ho scovato per voi su Amazon delle antologie illustrate da non perdere, anche perchè si possono scaricare gratuitamente.

Tutte le opere di Jane Austen, Virginia Woolf, William Shakespeare e tantissimi altri grandi classici direttamente sul vostro kindle.

Ecco a voi le cover ed i link per scaricarli. ( da questi potete accedere a tutti gli altri)

Buona lettura

Isabella

 

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Shake my colors

Ciao booklovers,

ecco a voi una novità in libreria firmata Sperling & Kupfer.

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Laura ha diciassette anni e ama il pattinaggio più di ogni altra cosa. È solo lì, sul ghiaccio, che si sente davvero se stessa. Perché, fin da quando è nata, non può vedere i colori e il mondo è spesso una trappola in bianco e nero. Paolo, il suo migliore amico, è l’unico a capire cosa tutto ciò significhi per lei ed è la sua àncora di salvezza. Sono cresciuti insieme in un paesino affacciato sul lago di Como, conoscono tutto l’uno dell’altra e custodiscono i reciproci sogni. Ora che una gara importantissima l’attende, Laura sa di poter contare su di lui, e che quando sarà il momento lo vedrà sugli spalti a fare il tifo per lei. E poi, un giorno, Laura incontra Geo. Capelli lunghi, stretti in una coda da cui sfugge qualche ciuffo ribelle, gesti decisi di chi sa quello che vuole e uno sguardo che la fa vacillare. Non riesce a vedere il colore di quegli occhi, ma le basta poco per capire che da quell’incontro la sua vita non sarà più come prima. Qualcosa li spinge l’uno verso l’altra, un’attrazione a cui non ha senso resistere. La passione che nasce è così travolgente da lasciarli senza fiato. Eppure ci sono dei silenzi tra loro, perché entrambi stanno nascondendo qualcosa. Laura non ha ancora trovato il coraggio di parlargli del suo problema alla vista, e Geo… cosa nasconde Geo? Cosa significano quelle ombre sul suo viso? E le sue fughe improvvise? Persino sul ghiaccio Laura non è più la stessa, e rischia di mandare all’aria il lavoro di anni. Un sentimento unico come quello che li lega dovrebbe poter vincere su tutto. Ma quando l’amore è un salto nel buio, avere coraggio a volte non basta.

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Orior: il debutto discografico di Valentina Casesa

Se qualcuno pensa che io abbia deciso di realizzare un disco, si sbaglia. Tecnicamente ho solo iniziato ad unire dei punti, situati in varie parti del tempo e del globo terrestre, per cercarne come un’essenza comune. Non è facile viaggiare costantemente, prendere aerei, fare bagagli, magari hai anche lavoro, casa, famiglia, devi vivere in qualche modo. Ma nulla ti vieta di viaggiare resistendo, anche ad occhi aperti, sentire gli odori dei luoghi in cui sei, fotografarne i colori“.

Valentina Casesa - Orior_COVER

Nasce così un nuovo album pianistico di Almendra Music, ancora una volta da percorsi, da geografie umane e artistiche, da sensazioni tradotte in musica e offerte all’immaginazione e alla sensibilità dell’ascoltatore: è Orior, debutto discografico di Valentina Casesa. Dopo Ambienti di Giovanni Di Giandomenico, per pianoforte, pianoforte preparato ed elettronica, la indie-label siciliana sottolinea con un nuovo disco la propria idea di “Almendra piano album”, caratterizzati ciascuno dal protagonismo dello strumento e da un approccio compositivo di volta in volta diverso ma coerente, riconoscibile, e dai risultati pregnanti sia intellettualmente che emotivamente.

Compositrice e pianista, Valentina Casesa (1981) è autrice di musica strumentale e d’opera, musica per le immagini e per la danza. Le sue composizioni sono narrazioni in continua evoluzione, senza certezza di sviluppo e fine, moti continui che avvolgono in calmi paesaggi o sorprendono con scarti improvvisi, e coinvolgono ascoltatori da qualsiasi background sollecitando emozioni e immagini profonde, complice anche una ricerca del colore strumentale sempre ben ponderata e spesso sorprendente. Diplomata con lode in pianoforte, composizione e direzione di coro al Conservatorio Bellini di Palermo, è co-fondatrice e pianista del Trio Artè, e ha scritto opere di vario genere e di notevole impatto – da Perceptions in onore di Sofia Gubaidulina a Aspettando Violetta, realizzata in Piazza Maggiore a Bologna in memoria delle vittime della strage del 2 Agosto 1980 e trasmessa da Rai TV. Orior è il suo primo album e anticipa un nuovo lavoro, di più lunga durata, previsto per il 2017.

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Già dal titolo – “orior, orieris” in latino significa nascere, cominciare – si percepisce il senso di novità, quasi primaverile, del lavoro della Casesa. Non solo un lavoro di presentazione, non un semplice biglietto da visita, ma l’inizio di un cammino, il primo passo di un percorso, un itinerario tra ricordi e note, che raccoglie sollecitazioni tanto dal suo lavoro come pianista per la danza (come nella traccia d’apertura, Untitled #1) quanto dall’esperienza sedimentata in Sicilia di memorie wagneriane (come nelle due diverse interpretazioni di Saracina), speziata anche da echi di Sakamoto e Satie, e sedimentazioni dal grande repertorio tardoromantico. Immaginazione che muta in musica in presa diretta, prodotto live-in-studio senza tagli ed editing. Come dichiara l’autrice: “Ogni partitura rappresenta un viaggio, per me e per chi ascolta, e così anche ogni registrazione, perché durante il lavoro in studio non hai mai una percezione definitiva, se non solo dopo aver affrontato un percorso, un viaggio, attraverso lo strumento. Riesco a scrivere soltanto immaginando. Ricreare attraverso il pianoforte un luogo, un accadimento, un profumo, colore, emozione, è il modo in cui cerco di comunicare col mondo, sentendone profondamente, a volte anche violentemente, ogni più lieve inflessione e sfumatura. Per questo la mia ricerca si fonda sull’essenza del suono, il quale essendo mezzo di trasmissione di energia, percorre non solo gli spazi ma è capace di entrare dentro l’anima fisicamente, ponendosi in risonanza con l’uomo”.

Orior è composto da cinque brani: una sorta di piccolo scrigno ‘modern classical’ che Valentina ha sigillato prima di partire per questa avventura discografica che la vedrà tornare in studio per il suo album di lunga durata nel 2017. Ciononostante, Orior è un’opera di significativa meditazione sul suono e sul suo significato più profondo, prendendo per mano l’ascoltatore: “La ricerca di “essenza del suono” è stata la estrema concentrazione sulla vita del suono e sulle sue trasformazioni, per ogni brano, per ogni singola frase musicale, ogni nota, ogni singolo respiro, la trasformazione degli armonici in altri armonici, anche con l’uso del pedale come ulteriore e specifico strumento all’interno del pianoforte. Mi è piaciuta molto l’idea – prima con la registrazione in presa diretta e poi col missaggio – di sentire ogni suono vivo, presente, e di portare l’ascoltatore dentro il suono avvolto dallo stesso, come se il mio suono fosse una calda coperta in una fredda sera d’inverno”. L’album è uscito il 27 dicembre 2016 in download e streaming su BandCamp e a seguire su tutte le piattaforme digitali (distr. The Orchard). Presto sarà disponibile anche in formato fisico: una preziosa edizione limitata, un cofanetto di legno contenente fogli, rami, memorie e tracce di percorsi, con download-code e invito al viaggio stampati sul fondo.

 Per approfondimenti:  Orior