Pink Magazine Italia – Autunno Inverno 2018-19

 

 

Carissimi lettori, questa stagione porta con sé tantissime novità, prima fra tutte la cadenza semestrale di Pink Magazine Italia. Il nostro periodico online uscirà, infatti, ogni sei mesi (salvo numeri speciali). La decisione è stata presa per potenziare l’edizione web e il sito, per essere più presenti sui canali social e per preparare un programma radiofonico di cui vi sveleremo in seguito.  In questo numero troverete tanti  servizi fotografici di moda che dalle strade di Roma arriveranno nelle suggestive lande della Camargue della stilista Marion Mestre. I volti di Pink Magazine Italia di questo nu­mero sono: il nostro testimonial, l’attore Luca Mannocci (seconda cover),che posa per un servizio sullo stile italiano; Letizia Asciano e Maria José Piccardo (in cover), due ragazze di cui sentirete parlare molto presto. Ma troverete tanto altro ancora tra le pagine del nostro numero invernale. Abbiamo intervistato il giornalista Roberto Parodi, l’attrice Giulia Sofia Paolucci, lo scrittore Domenico Notari, l’artista Giacomo Rizzo e non mancano recensioni, interviste, focus sull’arte, la musica, il cinema e i viaggi.

Buona lettura!

Cinzia Giorgio

Scarica gratuitamente la tua copia ciccando sul link: Pink Magazine Italia Autunno Inverno

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Borse e pochette come libri

Un libro, di qualsiasi genere tratti, è un piccolo mondo che contiene tante vite, tante emozioni, conoscenza, carattere. In un certo senso lo paragonerei alla borsa di una donna, poco importa che sia capiente o meno, al suo interno troverete sempre il suo mondo, il suo modo di essere, tutto ciò che la rappresenta… Non a caso un noto brand spagnolo, P.S. Besitos, ha ideato e proposto originali e bellissime borse e pochette a forma di libro e per tutti i gusti letterari. Le appassionate lettrici come me, possono sceglierle non solo per la forma e la capienza che più si addice alle proprie necessità, ma anche in base all’autore preferito, o al genere letterario che più emoziona.

Oltre a essere molto belle all’esterno, anche l’interno è molto ben curato e rifinito: rivestite con tessuti francesi dalle stampe raffinate, possono contenere il nostro piccolo mondo, proprio come i nostri amati libri.

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Libero di essere me stesso. Intervista a Francesco Baccini

Il musicista genovese, in un’intervista esclusiva a Pink Magazine Italia, svela alcuni segreti della sua carriera.

Cantautore di successo e grande artista, Francesco Baccini, genovese classe 1960, si riconosce immediatamente per la sua voce unica e per l’ironia che contraddistingue i testi delle sue canzoni. Un artista a tutto tondo, eclettico e dissacrante che ha saputo coniugare le sue eccezionali doti interpretative con quelle canore. Il suo repertorio variegato lo rende uno dei cantautori più interessanti del panorama musicale non solo italiano: negli anni ha alternato canzoni dalle tematiche sociali ad altre romantiche o irriverenti, pur rimanendo sempre coerente a se stesso. Ha collaborato con altri artisti come Enzo Jannacci, Fabrizio De André, Paolo Belli e Sergio Caputo, per citarne alcuni. Quest’anno il suo album d’esordio, Cartoons (vincitore del Premio Tenco), compie trent’anni. Lo abbiamo incontrato per intervistarlo e per farci svelare qualche piccola anticipazione sui progetti a cui sta lavorando ora.

Partiamo dai tuoi progetti di lavoro. A che cosa stai lavorando?

Quest’anno sono trent’anni anni dal mio primo album Cartoons, anche se a me sembra l’altro giorno. Ho diversi progetti legati al trentennale: forse un album con canzoni prese qua e là dal mio repertorio e qualche inedito. E poi c’è un’operazione cinematografia su di me, sulla mia storia, sulle mie collaborazioni e sulla mia carriera. Devo ringraziare Vincenzo Mollica, il mio primo vero talent scout, che ha fin dall’inizio creduto nella mia musica: un pezzo come Le donne di Modena, che cambia tre tempi, non è radiofonico né commerciale e invece ha fatto il disco di platino. Vincenzo mi ha sempre sostenuto.

L’ironia e la sagacia ti contraddistinguono fin dagli esordi.

I miei stessi discografici erano stupiti che vendessi così tanto. E mi portavano come esempio Iannacci che per loro non vedeva perché era ironico. Io sono stato il primo ad avere successo grazie all’ironia. Dopo di me tutti hanno venduto “ironia”. Dicevano che ero genovese e quindi dovevo essere triste. All’inizio molti credevano che fossi emiliano perché ero ironico. Assurdo, se pensi che Genova ha sfornato una scuola di comici straordinari. Nel documentario che gireremo ci saranno poi diversi contributi: da Vincenzo Mollica a Giorgio Conte, che è stato il mio primo produttore, fino a Andrea Braido che è uno dei più grandi chitarristi italiani…

Hai grandi doti interpretative oltre che canore…

Essendo eclettico riesco a passare da un registro all’altro. Durante i miei concerti si capisce bene chi sono. Sono anni che le persone vengono a sentirmi dal vivo e mi dicono che non si aspettavano fossi così multiforme e camaleontico. Il mio fil-rouge è la mia voce. È talmente mia che nemmeno gli imitatori riescono a imitarmi! È il massimo per un artista, anche se al livello di marketing è una fregatura perché sono meno “cantabile”. Io le canzoni le costruisco sulla mia voce, fatta di picchi e di sali scendi continui.

Cos’è un musicista per te?

Un artista che è tale in quanto unico. Rimane nel tempo chi ha apportato delle novità. La musica è un’arte prima di essere un prodotto, si deve partire sempre dall’arte e dallo studio. La musica non è una moda. Qualche mese fa ho incontrato dei ragazzi del liceo che ovviamente non sapevano chi fossi. Alla fine si sono venuti a fare i selfie perché erano contenti di avermi scoperto. La colpa non è loro, il problema è che non conoscono perché tendono a standardizzarli. Frank Zappa, in un’intervista, disse che una volta i discografici fumavano il sigaro, ci mettevano i soldi e non ci capivano nulla di musica ma ci lasciavano fare. Ora è diverso, non ti fanno rischiare, resti immobile se non trovi il produttore illuminato.

Come arrivi a scrivere un testo e quali sono le tue maggiori fonti di ispirazione?

Quando scrivo una canzone non penso di arrivare a questo o a quel fruitore, la scrivo per tutti. Io all’inizio della mia carriera riuscivo a prendere il Premio Tenco e a vincere il Festivalbar con lo stesso disco. Le mie canzoni non sono destinate agli intellettuali, sono comprensibili e fruibili da tutti. Hanno sempre più livelli di lettura. Di solito chi è stato ai miei concerti torna a vedermi. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto partendo da mie idee. E sono felice di essere libero di sbagliare. L’arte è libertà. Sono un outsider totale e in trent’anni di carriera ho seminato tantissimo… lo scorso anno ho fatto settantanove concerti, per dire.

 

Semplicemente Donne

Sono giorni che giro intorno alle parole: arrivano e poi sfuggono in modo quasi fulmineo. Ora mi siedo, ho tempo per me, per noi. “Mamma, vieni un attimo!?”. Certo cucciolo della mamma, arrivo subito. Ok, ho salvato il pianeta da un’invasione zombie con una pistola giocattolo, creato una navicella fatta di sedie e lenzuoli; badate bene si entra digitando un codice segreto “Cetriolino 002″… ops, l’ho svelata, ma almeno potrete salvarvi anche voi! Dopotutto la navicella è grande.

Comunque ora riesco a concentrarmi, dopo il meeting con la Direttrice editoriale, mi è balenata un’idea e vorrei concretizzarla . Ora sono pronta a scriverlo, perché -“Mammaaaa!! Che mi aiuti a ripetere la lezione di Geografia?”. Certo cuore mio, mamma arriva subito! Ok, lezione ripassata, fiumi e laghi del Lazio ancora con gli stessi nomi di quando li studiavo io; adesso ho il diritto di dedicarmi al pezzo in Santa Pace.

Allora, sarò ripetitiva ma è davvero importante che tu, possa capire che il messaggio che voglio inviarti è unico e semplice.. “Amore di mamma, come stai? Hai preso l’appuntamento col dentista?”. Mamma, buonasera che tempismo, stavo per chiamarti! Scusate, Giuro che ho finito con i figli e i parenti di sangue più prossimi.

Torniamo a noi, mi è balenato nella mente un pensiero quasi fisso: le persone multitasking: nello specifico, noi donne. Noi mamme, noi lavoratrici, noi amiche, noi figlie, noi cognate o cugine insomma, noi! Noi che corriamo, lavoriamo, ridiamo e ci sediamo. Noi attente ai figli, ai compagni, ai genitori, al lavoro… Noi che leggiamo e ci stupiamo ancora, noi che osserviamo il cielo e immaginiamo mondi migliori. Noi che non abbiamo troppa paura perché non abbiamo tanto tempo per averla, noi: sole, in compagnia, noi lottatrici e cuoche. Noi che chattiamo mentre seguiamo il tg e riordiniamo la tavola.

“Amoreee, dove hai messo i jeans nuovi?”. Ecco, appunto. Noi Donne multitasking, o più semplicemente, noi Donne.

Mirtilla Amelia Malcontenta

I love Londra

I LOVE LONDRA di Lindsey Kelk (Newton Compton)

«Angela». Alex fu il primo a spezzare il silenzio. «Li vuoi dei figli, vero?» «Non per cena». Mi chiamo Angela Clark, e quando sono agitata faccio battute. Brutte. Freddure, se possibile.

Questo romanzo è frizzante e brioso, l’autrice Lindsey Kelk ci accompagna tra le pagine di questa commedia con una scrittura fluida e unica, permettendo al lettore di conoscere a fondo le dinamiche che s’intrecciano tra i vari personaggi. Fulcro della storia è la dolcissima quanto goffa Angela Clark, giovane giornalista freelance inglese che dopo una cocente delusione d’amore fugge dalla sua amata Londra, a New York. Senza pensarci troppo, senza chiudere davvero il passato alle spalle: lascia i suoi genitori, il fidanzato fedifrago, la sua quotidianità scandita dai ritmi di questa metropoli per fuggire nella grande mela. New York l’accoglie a braccia aperte, regalandole il vero amore in Alex giovane musicista in ascesa, nuove amiche e il sogno lavorativo di sempre, fondare e dirigere una rivista. Ma il passato torna prepotentemente a bussare alla sua porta, quando deve tornare a Londra. Si riaffacciano i fantasmi del passato, il rapporto conflittuale con la madre e Mark, l’ex che le ha spezzato il cuore. Attraverso questo ritorno in patria, Angela metterà di nuovo alla prova se stessa, ora è una donna diversa e più forte, la vita l’ha temprata, New York l’ha cresciuta.

In una centrifuga di rocambolesche situazioni esilaranti e dolcissime, Angela, la sua famiglia e i suoi amici saranno fonte di risate e riflessioni per chi leggerà questo suo nuovo romanzo pubblicato da Newton Compton Editori.

Mirtilla Amelia Malcontenta

Parigina per un giorno (o tutti i giorni)

Le mie letture m’influenzano e spesso, una volta chiuso un romanzo, trovo nuovi slanci e nuove ispirazioni.

Con La piccola bottega di Parigi, Cinzia Giorgio mi ha fatto viaggiare nello spazio e nel tempo, conducendomi per le strade che, nella Ville Lumière, hanno dato i natali alle grandi firme della moda francese.

E cosa è successo quando ho voltato l’ultima pagina? È presto detto: volevo approfondire cosa distinguesse lo stile delle donne francesi che le rende così charmant, perché anche io ho desiderato possedere un po’ di quel fascino parisienne.

Le parole chiave dello stile parigino sono tre: semplice, effortless, gender fluid.

La donna parigina non si agghinda troppo, less is more, quindi non eccediamo mai in accessori o con l’overdress.

Effortless, ovvero “senza sforzo”, perché l’impressione che ci dà la parigina è quella di non essersi impegnata troppo a vestirsi e truccarsi.

Gender fluid, invece, perché la parigina passa con disinvoltura da un capo iper-femminile a uno rubato dal guardaroba del fidanzato.

Ora veniamo ai fatti:

  1. Non esagerare con la spazzola: i capelli delle parigine non sono mai super-pettinati, anzi, a una chioma compatta, preferiscono lo stile bed head, come se si fossero alzate dal letto un minuto prima di scappare fuori di casa, con il magnifico effetto “irresistibile disastro”.
  2. Skincare: prima che al trucco, le francesi pensano alla pelle, perché la bellezza del make-up dipende dalla pelle che c’è sotto. Più bella è la nostra pelle, meno trucco ci servirà, ed ecco qua, il less is moreè servito. Dunque, via libera all’investimento in creme idratanti (notte e giorno devono avere due formulazioni diverse), siero all’acido ialuronico, contorno occhi a base di collagene, struccante non aggressivo, tonico, scrub una volta a settimana, maschere all’argilla, e acqua termale spray. E cercare di non toccarsi la faccia per non trasferire germi e impurità dalle mani al viso.
  3. No al fondotinta: se seguiamo il punto sopra in modo religioso, la nostra pelle non avrà bisogno di un fondotinta coprente, una BB cream leggera e illuminante basterà.
  4. No alla chirurgia plastica: la modella Caroline de Maigret fa di ogni sua ruga la forza dell’espressività del suo viso e c’è poco da dire… è magnetica.
  5. Farmacia: le francesi preferiscono acquistare in farmacia i prodotti per il beauty, che siano creme o che sia make-up. Gli shampoo, invece, … li comprano supermercato affidando la scelta unicamente alla gradevolezza del profumo.
  6. Bere: portiamo con noi una bottiglietta d’acqua e assicuriamoci di farne fuori quattro ogni giorno. L’idratazione avviene dall’interno.
  7. Il profumo è la tua firma: le francesi sono disposte a spendere centinaia di euro per un profumo che sia il più possibile personalizzato, di nicchia, perché sia un tratto riconoscibile del loro stile, un po’ come il nome e il cognome. Ci vogliono trent’anni a trovare il proprio profumo, e una volta trovato, non sia abbandona più. Al massimo lo si tradisce ogni tanto… ma solo sesso, niente amore.
  8. Qualità, non quantità: non ci servono dieci maglioni sintetici, ma uno solo in cachemere.
  9. Vedo/non vedo: le francesi flirtano sempre, e se non lo fanno loro, lo fanno i loro vestiti. Sotto la camicia bianca, ci vuole il reggiseno nero.
  10. Ridurre: prima di uscire di casa, guardiamoci allo specchio, e togliamo qualcosa.
  11. Chi fa da sé: tagliarsi i capelli da sole, o farlo fare da un’amica. L’imperfezione darà al nostro look qualcosa di unico e interessante da guardare.
  12. No logo: niente firme sbandierate alla grande, è la donna a fare la moda, non la moda a fare la donna.
  13. No al fast-fashion: le parigine puntano all’unicità, odiano indossare abiti che hanno anche altre donne, quindi meglio il piccolo negozio indipendente (possibilmente vintage) che la grande catena franchising. Se proprio devono comprare da H&M, vanno nel reparto uomo.
  14. Rosso o nude: non esistono altri smalti sulle unghie della parigina.
  15. Tacco 12 o flat: la parigina, con le scarpe, non ha mezze misure.
  16. Messy look: coda, treccia, chignon, le acconciature vanno bene tutte, purché non siano precise e tirate. Meglio non impegnarsi troppo e lasciar sfuggire qualche ciocca.
  17. Baguette, burro e vino: le francesi mangiano e non ingrassano, perché… si muovono un sacco. Tra un taxi e dieci minuti a piedi, si fanno una camminata, tra ascensore e scale, si fanno quattro piani con i tacchi. Se abbiamo due opzioni, scegliamo sempre la più scomoda.
  18. Bilanciare: se il sotto è largo, il sopra deve essere aderente; se il top è largo, il bottom deve essere aderente.
  19. No ai decori: bando totale agli indumenti con applicati strass, Swarovski, perline… La parigina brilla di luce propria.
  20. Piccoli segreti: la parigina non dice mai dove ha comprato un capo o quanto l’ha pagato. Tutto ciò che indossa è sempre “La prima cosa che capita”… anche se non è vero!

Il sentiero del diavolo di Eugenia Rico

IL SENTIERO DEL DIAVOLO di Eugenia Rico, Elliot edizioni

“Da piccoli si racchiude la libertà dell’uomo dentro una bottiglia o in una lampada, aspettando le parole magiche che liberino il genio che tutti abbiamo dentro. E le parole magiche sono: non esistono i sessi ma solo le persone, gli unici demoni sono quelli che abitano dentro i nostri cuori, il sentiero del diavolo passa da casa tua, dal tuo salotto, si alimenta ovunque un uomo maltratta una donna, e ovunque una donna maltratti un bambino. Solo tu puoi fermare il cammino del diavolo, perché non esiste altro diavolo al di fuori di noi.”

Strega: in inglese Witch, deriva dalla parola Wicce che vuol dire mago, veggente o sciamano, ma può significare anche saggio. Una strega è una donna saggia. Chiarisco subito il concetto, perché di streghe questo libro narra. E le streghe, mai come in queste pagine si rendono visibili e sussurrano le loro vite, le loro verità.

La protagonista che racconta in prima persona la sua storia è una scrittrice spagnola che torna nei luoghi della sua infanzia per ritrovare se stessa, le proprie radici e la forza di raccontare le vite di alcune donne, passate alla storia come streghe. In un costante salto temporale tra passato e presente, tra buio e luce, il lettore si trova a vivere questi racconti così intensamente da rimanerne fortemente colpito.

Sinceramente ho paura che le mie parole non bastino a farvi capire la bellezza di questo libro che fa emozionare, riflettere e capire che la storia ha molte voci , tanti bisbigli e a volte, troppi silenzi che celano verità sconvolgenti. È un libro magico, perché riesce a riportare la storia nei vicoli più bui, a fare luce su molte realtà nascoste e quasi dimenticate. È un romanzo che riscatta la figura della Strega, perché riscatta e rende giustizia alla figura stessa della Donna. Non è un libro di condanna all’inquisizione, anzi, la scrittrice ci permette di conoscere Alonso De Salazar, inquisitore spagnolo che con un suo scritto, aiutò la luce a imporsi sulle tenebre, permettendo alla Spagna in primis e poi al resto d’Europa, d’interrompere la catena di processi per stregoneria.

L’autrice Eugenia Rico è riuscita a scrivere un libro intenso, che consiglio vivamente di leggere. Riuscirete a capire dove porta il sentiero del diavolo e non ne avrete paura, perché quel sentiero racconta e custodisce molte verità con cui dobbiamo imparare ancora a convivere, ma che sono necessarie per renderci persone migliori.

Per poter bruciare due milioni di donne innocenti in tre secoli, fu promulgata una Bolla Papale e fu pubblicato un libro. (….) Fu l’olocausto delle Donne”.

Mirtilla Amelia Malcontenta

Il Dress Code elegante al maschile

In questi giorni di Pitti Uomo qui a Firenze si vede di tutto, certo non sono l’originalità e lo stile a mancare, anzi, la città, se possibile, sembra ancora più bella. Proprio questa eleganza e originalità mi hanno fatto pensare a quanto siano capaci le donne, oggi, nel guidare i propri partner, amici, figli… a indossare il capo giusto per una determinata occasione.

Tendenzialmente si pensa che l’uomo abbia poche possibilità di scelta è che “tanto per il tipo di vita che si fa” tutto va bene.

Invece no! Se nella vita del vostro fidanzato o di vostro figlio arriva un invito con un dress code, ovvero, un invito dove è indicato il tipo di abbigliamento da indossare, sapete davvero aiutarlo a scegliere l’abbigliamento giusto?

Ogni occasione richiede un abbigliamento diverso, questo le nostre nonne e le nostre mamme lo sapevano bene. L’outfit per una serata di gala non può essere uguale a quello business per andare in ufficio, e men che meno per quello casual dedicato al tempo libero, ma è diverso anche dal dress code per un cocktail sia elegante sia informale.

Una serata di gala prevede sempre l’abito scuro e se raramente sarà White Tie, quasi sicuramente sarà Black Tie.

Con l’indicazione del colore della cravatta si identifica il tipo di abito richiesto, White Tie richiede il Frac, abito con la giacca a coda di rondine allungata sul retro, la camicia, il papillon e il panciotto, rigorosamente, bianchi.

Il Frac è l’abito in assoluto più formale, ma oggi è poco usato, lo indossano i direttori d’orchestra, i musicisti, gli ambasciatori e, più raramente, si indossa in occasione di qualche serata di gala al cospetto di sovrani. Quindi a meno che vostro figlio o il vostro partner, non debba ricevere il premio Nobel non è obbligatorio che possieda un Frac.

Il Dress Code Black Tie richiede il più diffuso Smoking nero con camicia bianca che in estate può essere blu scuro,  mai con giacca bianca perché quella è riservata al personale addetto al servizio e ne contraddistingue il ruolo.

Per una serata di gala, un incontro ufficiale anche di tipo politico, un cocktail, feste pubbliche o private, per andare a teatro (soprattutto alle prime), si indossa lo Smoking, mai di giorno e quindi nemmeno per andare a un matrimonio a meno che non si celebri  nel tardo pomeriggio e prosegua di sera.

Per inciso, nei matrimoni tradizionali se lo sposo indossa il Tight è obbligo anche per tutti gli ospiti indossarlo. Se non si possiede uno smoking si deve indossare un abito scuro che può essere anche grigio, la camicia rigorosamente bianca e mai senza cravatta. Evitare camice colorate e cravatte eccentriche anche se si va a un matrimonio. Ricordate che il papillondeve sempre essere annodato a mano, l’uso di quelli preconfezionati è proibito!

Diversamente, se l’invito è per un cocktail formale, l’abito resta comunque scuro mentre con il colore e le fantasie della cravatta potete sbizzarrirvi, ma senza mai eccedere.

Ci sono situazioni più comuni, sia di lavoro sia nel tempo libero, in cui l’uso della cravatta è comunque consigliato, questo tipo di abbigliamento è definito business, e prevede che un libero professionista (avvocato, ingegnere, architetto) o un parlamentare, non andranno mai allo studio, in tribunale o in parlamento, senza indossare la cravatta, a proposito di incontri con politici, un altro inciso per ricordare che se in un incontro in parlamento, l’uomo comune (molto comune) è ammesso anche senza cravatta, nessuno può presentarsi a un incontro in senato, anche se informale, senza cravatta; l’accesso al senato senza cravatta è proibito e anche per le donne l’abito deve essere formale. Soltanto i medici in servizio in ospedale o in ambulatorio così come i veterinari possono non indossare giacca e cravatta durante lo svolgimento della loro professione, che prevede comunque l’uso di un camice o di un abbigliamento idoneo alla loro attività.

Le uniche occasioni che non prevedono l’uso della cravatta restano quelle informali anche di lavoro, se si è dipendenti, in questo caso si può indossare la giacca senza cravatta, un bel cardigan, oppure, un maglione sulla camicia. In fin dei conti, se ci pensate bene, anche il compianto Marchionne era un “dipendente” e fra le sue doti aveva anche  un bell’umorismo un po’ snob.

In alcuni casi è ammesso anche indossare il jeans con la giacca senza cravatta o con un maglione, ma questo tipo di abbigliamento, definito casual, non è elegante ne formale anche se a volte può essere piacevole anche sul luogo di lavoro, ma per un libero professionista è meglio limitarlo al tempo libero. Infine l’abbigliamento casual riservato al tempo libero, non prevede l’uso della cravatta, non impone colori ne accessori, e quindi potete sbizzarrirvi ma ricordate sempre che si può essere eleganti anche in abbigliamento casual, è questione di stile.

E adesso veniamo al punto più delicato del Dress Code elegante maschile: le scarpe!

Ho visto cose indicibili in fatto di cattivo gusto e ineleganza, tipo: le scarpe da ginnastica bianchissime, praticamente immacolate, indossate sotto lo Smoking o l’abito scuro in occasioni formali come matrimoni o prime teatrali. Orrore puro! Da Milano a Roma e persino sui Red Carpet senza soluzione di continuità… Queste scarpe dovrebbero sdrammatizzare l’abito elegante in realtà sono una cafonata che segue le proposte commerciali di aziende “modaiole” che con iniziative discutibili, spingono il povero maschio, fashion victim, o la propria compagna, moglie, fidanzata a fargli fare, letteralmente, la figura “cafone arricchito”.

Le scarpe sono fondamentali nel guardaroba di un uomo, e se guardandogli le mani o gli occhi, possiamo innamorarci di un uomo, guardandogli le scarpe possiamo capire se si tratta di un Signore, di un Signore elegante, o di un parvenu!

A volte le scarpe di un uomo possono sembrare tutte uguali o quasi, questa è solo apparenza, le differenze sono nel pellame e nella lavorazione della scarpa che può essere fatta a mano o essere di produzione industriale.

Sono tre le tipologie classiche della scarpa da uomo: Oxford, Derby e Mocassino.

Il modello Oxford, chiamato anche francesina, è la scarpa più classica ed elegante, allacciata, in pelle liscia può essere anche in vernice, è usata per le occasioni più formali, sotto allo smoking e all’abito scuro.

Il modello Derby è una scarpa allacciata con cuciture che la decorano, un po’ meno formale della precedente, più adatta per essere usata quotidianamente sotto l’abito classico e più informale.

Il Mocassino è privo di allacciature, decisamente adatto a un uso informale e nel periodo primaverile ed estivo, sta bene indossato con i jeans così come con un pantalone più tradizionale.

Esistono poi dei sottotipi di questi principali modelli e sono le scarpe con le fibbie al posto dei lacci da usare come le derby, oppure il polacchino allacciato, che è un derby con il collo alto, ed è decisamente adatto a un uso informale.

Le cosiddette scarpe da barca, in pelle morbida e con la suola di gomma vanno bene solo se si è al mare o, appunto, in barca.

Infine, ricordo le Velvet Slippers, che qualche anno fa erano tornate di moda, raffinate scarpette in velluto da usare con disinvoltura in occasioni eleganti ma informali.

Per quanto riguarda le cosiddette scarpe da ginnastica o da tennis facciamole indossare nelle occasioni adeguate al loro uso, o al massimo nel tempo libero. Infine, se siamo in città, i sandali genere frate, o peggio, quelli orribili che si vedono ai piedi dei turisti (e non solo), lasciamoli alle persone ineleganti e decisamente di cattivo gusto, così come lasciamo loro i pantaloni corti, tipo bermuda che scoprono spesso polpacci pelosi o peggio, depilati e lucidi di crema; a meno che non si sia in spiaggia o in barca, i bermuda sono concessi solo ai bambini fino all’età puberale, dopo, fanno decisamente orrore all’eleganza anche se sono indossati da un bellissimo ragazzo!

Angela Arcuri

Il mio nome è Bond, James Bond!

BOND AGES

007 SGUARDI SUL CINEMA DI JAMES BOND

Saggio di Marco Paracchini

Pubblicato da Undici Edizioni

Uscito il 18 dicembre 2018

(Illustrazioni interne di Pierfrancesco Stenti)

 

007 DOMANDE A MARCO PARACCHINI

 

James Bond è un mito senza tempo.

Nonostante diversi volti abbiano interpretato la spia più famosa (e longeva) del mondo e nonostante l’inventore dell’agente doppio zero sia passato a miglior vita da ormai diversi anni, la figura di 007 continua (e continuerà) a far parte della Storia e non solo di quella cinematografica.

E proprio da questo spunto parte il saggio dello storyteller novarese Marco Paracchini che propone, per la seconda volta, una diligente analisi sull’evoluzione di questo personaggio fictional che perdura da quasi sessant’anni. Il libro, pubblicato dalla giovane, ma brillante realtà editoriale che risponde al nome di Undici Edizioni (che fa parte delle realtà “No EAP”/nda) contiene un’analisi sociologica, nonché economica, di questo eroe che ha saputo influenzare stili e tendenze della Settima Arte (e non solo).

L’autore non si limita a trattare solo della spia britannica, ma parte da molto lontano, offrendo delucidazioni legate alla storia dello spionaggio. Grazie ad alcune domande, abbiamo potuto cogliere il valore aggiunto di questo testo.

Marco Paracchini

#001 – È stato necessario partire dalla realtà per affrontare l’agente segreto al servizio di Sua Maestà?

Ho pensato fosse imprescindibile. Credo sia indispensabile carpire anche alcuni dati storici al fine di avere così un quadro completo sullo spionaggio.

#002 – Dagli Antichi Egizi sino ai Ninja, ma il focus va principalmente su una figura delicata, ma ben definita che è quella di “M” dal 1995 sino al 2012, puoi spiegarci il perché?

Perché in un mondo scaltro, oscuro e un po’ maschilista come quello di 007, la figura di M, interpretata dalla meravigliosa Judy Dench, era un punto di svolta per la storia cinematografica di Bond. Tuttavia nello spionaggio inglese c’è stata veramente una donna che aveva rivoluzionato il sistema dell’intelligence e per lungo tempo aveva davvero ricoperto quel ruolo. Mi sembrava doveroso farlo presente.

#003 – Questo è il tuo secondo libro su 007 poiché nel 2012 sei stato l’unico autore italiano a dare spazio al 50° di James Bond. Cosa c’è di innovativo in questo testo rispetto al precedente?

“BOND AGES” è un libro decisamente più completo e ricco rispetto al predecente, ma alcuni aspetti di contenuto sono similari. Undici Edizioni ha poi impreziosito il testo con un’impaginazione molto curata e le illustrazioni di Pierfrancesco Stenti fanno il resto. È un volume ricco di notizie, curiosità e analisi. Nel 2012 il libro sarebbe dovuto uscire per una grande casa editrice, ma cambiarono i vertici della collana dedicata a questo personaggio e tre mesi prima dell’uscita di “Skyfall”, il chief editormi scrisse che non avrebbero pubblicato l’opera. Quindi, dopo otto mesi di missive virtuali assolutamente inutili, arrivò il momento di pubblicarlo. I tempi purtroppo erano risicati per cominciare una nuova ricerca quindi ripiegai sul book on demandin modo da far uscire il libro qualche giorno prima del “Cinquantesimo” di 007 (“James Bond 1962/2012 – Cinquant’anni di un fenomeno cinematografico”, Phasar Edizioni 2012) che è stato, manco a dirlo, il mio best seller.

#004 – Il sottotitolo “007 sguardi sul cinema di James Bond” parla chiaro: sette capitoli che analizzano lo spionaggio e le peculiarità di questo eroe. C’è un capitolo a cui ti senti particolarmente legato?

Pur essendo legato a tutti i capitoli del saggio, la parte 005 è forse quella a cui sono maggiormente affezionato: c’è un parallelismo con un’altra figura di spicco dell’entertainment “Made in Uk”, ma per scoprirlo dovrete sfogliare il libro!

#005 – Una domanda che credo ti ponga chiunque: qual è, secondo te, il miglior 007?

Sì, è un quesito che mi fanno tutti coloro che scoprono di avere a che fare con “uno che ha scritto di James Bond” e la mia risposta è più o meno sempre uguale, anche se non appaga mai i fruitori: ogni epoca ha avuto il suo 007 e tutto, o quasi, è legato all’esperienza emozionale diretta del primo film che si vede. Difficilmente uno che è cresciuto a “pane e Connery” amerebbe Daniel Craig, viceversa chi ha scoperto Bond con “Casino Royale” (2006) faticosamente accetterebbe l’iconico Moore. Io ho imparato ad amarli tutti, nessuno escluso. Offrono aspetti ed emozioni diverse e sarà così anche per il prossimo attore che lo interpreterà.

#006 – A cosa credi sia dovuto il successo di un personaggio simile? Qual è, secondo te, il segreto della sua longevità?

Ottima domanda. Credo che gli ingredienti del successo di 007 siano molteplici. Innanzitutto è un personaggio che si è saputo rinnovare, a volte con difficoltà, ma ha saputo farlo mantenendo fede agli stilemi narrativi originali. Inoltre è un eroe che stimola uomini e donne per aspetti differenti, ma soprattutto perché incarna una figura tutta d’un pezzo, peculiarità che è senza dubbio estremamente affascinante da qualsiasi punto lo si guardi.

#007 – Il libro accenna anche cosa potrebbe raccontare il prossimo capitolo cinematografico. Quali sono le aspettative per il 25° film in arrivo nel 2020?

Il condizionale è d’obbligo perché mentre rispondo a queste domande, ancora non v’è alcuna certezza sul plot. Posso giusto dire che rivedremo Lea Seydoux – che di per sé è già una novità perché non c’è mai stata una Bond Girl proposta in due film -, che la colonna sonora potrebbe avere un altro compositore rispetto ai precedenti film e che il cast potrebbe annoverare il giovane talento Rami Malek (appena visto in “Bohemian Rapsody”) e due nuove figure femminili: una spia al fianco di Bond e un’acerrima antagonista. In verità sono più curioso di immaginare il dopo Craig. Noi del fandom bondiano dovremo andare al cinema spinti solo da una gioiosa curiosità, ma senza avere aspettative poiché questa futura pellicola potrebbe “chiudere col botto”, ma anche essere un flop allarmante.

Domeniche da Tiffany: dal libro al film

 

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Sinossi: Jane è una bambina solitaria e sensibile. Sua madre, la potente e cinica Vivienne Margaux è una produttrice teatrale di Broadway e non ha tempo per lei: giusto un bacino ogni tanto e qualche rimprovero per un gelato di troppo. Il padre è stato uno dei molti mariti di Vivienne e solo saltuariamente fa capolino nella vita della figlia, accompagnato dalla nuova – e giovane – compagna. Ma per fortuna c’è Michael: bello, comprensivo, affettuoso, sempre disponibile ad accompagnare Jane a scuola, a portarla a fare merenda al lussuoso Astor Court del St. Regis Hotel, a rimboccarle le coperte la sera. Solo che… Solo che Michael è un amico immaginario, e il compito degli amici immaginari è quello di accudire i bambini fino ai nove anni di età. Dopo dovranno cavarsela da soli. Per fortuna la loro scomparsa non lascia traccia nella memoria. Ma Jane è diversa da tutti gli altri e non ha dimenticato. A trent’anni ancora pensa con rimpianto a Michael. Lavora per la casa di produzione di Vivienne, è sempre lievemente sovrappeso, è sempre sensibile e solitaria, nonostante un bellissimo fidanzato che sta con lei solo per far carriera. E poi un giorno accade l’impensabile: Jane e Michael si incontrano casualmente a New York. Sono passati più di vent’anni, ma lui è identico, perfetto, non è invecchiato di un giorno. Jane pensa di essere impazzita: Michael esiste? È un uomo? Un angelo? In fondo ha importanza? Quel che conta è che Jane è innamorata e che Michael è l’uomo perfetto per lei… Una storia d’amore divertente e commovente, incredibile e meravigliosa. Come tutti noi sogniamo di avere.

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Quei gelati da Tiffany non possono essere dimenticati e, pagina dopo pagina, la storia ti porta con sé, ti emoziona, ti fa vivere sensazioni, momenti di felicità alternati a momenti di malinconia.

Ho letto questo romanzo diverse volte, una non era sufficiente per comprendere appieno il messaggio tra le righe che il bravissimo scrittore, James Patterson, insieme a una collaboratrice d’eccezione, Gabrielle Charbonnet, fa scoprire solo ad occhi attenti e a menti aperte, ricordandoci quando anche noi eravamo piccoli e avevamo un nostro amico immaginario.

Questo romanzo è diventato un bellissimo film, uscito nel 2010 e diretto da  Mark Piznarski e, e devo dire che, seppure un libro è solitamente notevolmente superiore alla sua trasposizione cinematografica, in questo caso non è così. Ogni situazione è stata presentata nella sua totalità, molto fedele al libro, e interpretata da due attori protagonisti davvero bravi: Alyssa Milano nel ruolo di Jane ed Eric Winter nel ruolo di Michael.

Un film dolcissimo che consiglio di vedere dopo aver letto il romanzo.

Cento capi, un armadio solo: le scarpe

Scarpe, quel magnifico accessorio che da solo fa un look.

Vediamo quali sono le 10 paia che nel nostro armadio non devono mancare mai. E procediamo dal basso verso l’alto, ossia dal tacco 0 al tacco 12

  1. Infradito

Sì, anche l’infradito dobbiamo averla tra le calzature must. Spiaggia? Piscina? Palestra? Spa? L’infradito ci vuole e che sia di buona qualità altrimenti ci si ritrova con il piede pieno di tagli e vesciche. Occhi a quelle con le fascette di plastica troppo rigida o con il fermino infradito troppo tagliente. Le classiche intramontabili sono le Hawaianas, tinta unita o fantasia, queste siamo sicure che andranno di moda anche tra vent’anni. Per un plantare più tecnico, anche Crocs ha disegnato una sua versione infradito della classica comma leggera che contraddistingue il marchio. Classiche o sportive, la regola è una: osare con i colori.

  1. Sneakers di tela

Che siano Converse o che siano Superga, queste sono le scarpe “sportive” più versatili della stagione primavera-estate. Si abbinano con il casual e con un abitino serale, donandoci tutta la comodità del rasoterra senza farci sentire goffe.

Hanno anche un enorme vantaggio: se si inzaccherano, impolverano o macchiano, un tuffo in acqua e sapone di Marsiglia et voilà… tornano come nuove.

  1. Sneaker di pelle bianca

Le passerelle degli ultimi anni le hanno ufficialmente sdoganate dalla loro etichetta sportiva e ora le possiamo sfoggiare con disinvoltura anche con un pantalone elegante, un abito o un cappotto di cachemere. A mio avviso sono perfette per sdrammatizzare un look formal, rendendolo più easy e levandoci anche qualche anno. Le mezze stagioni non saranno più un problema.

Il tocco in più: tenerle pulite con la gomma magica e lucidarle. La sneakers di pelle vuole bianco ottico o nulla, Victoria Beckham insegna.

  1. Ballerine

Gioia e dolore di ogni donna. Vogliamo tutte un tocco di eleganza abbinata alla comodità e, specie per chi è molto alta, la ballerina rappresenta la soluzione ottimale.

Per mia esperienza, però, quella giusta è difficile da trovare. Più volte ne ho comprate convinta che fossero “The one”, ma dopo dieci minuti di camminata, si rivelavano uno strumento di tortura del demonio, lasciandomi i talloni completamente sbucciati.

In questo caso, bisogna mettere mano al portafoglio e puntare su quei brand che hanno fatto della ballerina il loro prodotto di punta: Repetto e Tory Burch. Dopotutto, forse è meglio spendere duecento euro per un paio comodo, che buttare dieci paia da venti euro perché fanno male.

  1. Stivali da equitazione

Ovviamente non parlo di quelli sportivi da competizione, da comprare nei negozi dei sellai, ma solo del modello: il classico stivale in cuoio (o simil-cuoio) alto fin sotto al ginocchio, dal polpaccio sagomato, tacco piatto di un centimetro e fibbia alla caviglia.

Questo tipo di scarpa è un must intramontabile dell’autunno, che rende glamour ogni jeans, conferendogli quel look old England che fa sempre colpo. Con una lucidata sono sempre perfetti e se di buona fattura, durano anni senza sentire i capricci della moda.

Per non sbagliare, Pollini e Gucci.

  1. Sandali

In questo caso, questo punto vale doppio. È la scarpa estiva per antonomasia e vale la pena averne un paio a suola bassa e un paio con il tacco. Gioielli, bohemien, alla schiava, il sandalo è il compagno perfetto da abbinare a un maxi abito svolazzante, a un vestito da spiaggia o a un caftano di lino. Il tocco in più? Che siano color nude, per regalare alla gamba qualche centimetro di slancio in più!

  1. Tronchetti

Altro giro e altro regalo per quanto concerne il guardaroba autunno-inverno. Seppur si trovino tronchetti alti e tronchetti bassi in egual misura, per il particolare design della calzatura, io suggerisco sempre di comprarla con un po’ di tacco perché, ahinoi, il collo corto della scarpa sega la gamba. Però è un classico, specie per quegli outfit che devono coprire la fascia oraria “da mattina a sera”, in quei giorni o per quelle persone che non hanno modo di cambiarsi per ogni appuntamento. Con il tacco largo, portarle per 12 ore di fila non sarà un problema.

  1. Stivali alti

Ossia, quelli che arrivano a metà coscia. Lucidi o scamosciati, alti o bassi, la moda li ha rilanciati con prepotenza, dando un tocco un po’ più aggressivo anche all’outfit più romantico. Personalmente li amo molto, perché mi regalano quell’iniezione di grinta per affrontare la giornata più di un buon caffè.

Diciamocelo: abbiamo bisogno di quella scarpa che ci faccia sentire le regine del mondo!

  1. Zeppe

Non piacciono a tutte, ma Dio le benedica! Ne sono un esempio Kate Middleton e la regina Elisabetta. The Queen detesta la scarpa a zeppa, ma Kate non può farne a meno, perché sono comodissime. Vuoi mettere tutto il vantaggio di una scarpa con il tacco ma senza sentirne il fastidio.

D’estate salva molti dei miei outfit indecisi, perché, ne dubbio, tacco o flat, la zeppa s’inserisce come una comoda via di mezzo.

  1. Stiletto tacco 12

Serve un motivo?