Pink Magazine Italia – St. Valentine’s Issue

Febbraio 2018

The Pink Side of… St. Valentine

C’era una volta una bellissima e rockeggiante canzone di Michelle Branch (Everywhere, 2001) il sui testo diceva:

‘Cause you’re everywhere to me

And when I close my eyes it’s you I see

You’re everything I know

That makes me believe

I’m not alone.

L’amore è dunque solo una nostra invenzione o esiste davvero? È sempre l’amore quel motore immobile attorno al quale ci si affanna per non sentirsi da soli? Rispondendo con il ritornello di un’altra canzone, stavolta di Sheryl Crow: If it makes you happy, it can’t be that bad… Secoli e secoli di letteratura sembrano dar ragione a questa teoria. Qualche settimana fa è uscito l’illuminante saggio della studiosa Carol Dyhouse, Heartthrobs: A History of Women and Desire (Oxford University Press, 2018) in cui è sostenuta la tesi secondo la quale l’uomo ideale è in realtà un’invenzione delle scrittici. Si veda a tal proposito il perfetto Mr. Darcy in Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, per avere un’idea. Insomma, con chi festeggiare San Valentino? Un buon libro può essere la risposta alla nostra voglia di romanticismo. Ma anche indossare magari un raffinato capo di Haute Couture può essere d’aiuto. È un numero davvero speciale questo di Pink Magazine Italia dedicato principalmente alla moda e ai libri. Siamo stati per voi alla sfilata dello stilista Anton Giulio Grande e abbiamo visto le sue intense creazioni. Abbiamo poi scelto anche accessori particolari, libri a tema e ci abbiamo messo tutto l’amore possibile. Questo sì, reale. Per voi.

Cinzia Giorgio

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Pink Magazine Italia – Febbraio 2018

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Amii Stewart, il succo di melagrana e la felicità

Drinking with L. A.

Un drink con Alessandra Lumachelli

di Alessandra Lumachelli

Probabilmente fra poco mi sveglierò, con la sensazione di aver fatto un gran bel sogno. Tutto qua. Aver visto i manifesti in giro per la città che riportano il sorriso di un mito vivente della musica pop, lei, Amii Stewart, sicuramente mi ha condizionata. Così, ora io non ho davvero appena finito di parlare con la sua manager al telefono. No, io non sto davvero cercando un abito per immortalare il momento in cui mi farò scattare delle foto con lei. Io non sto davvero correndo in superstrada, perché lei sta per andare a cena. Io non sto per incontrarla davvero. È solo un sogno, Amici. Per forza. Ma voi ascoltatemi lo stesso, perché è un bel sogno.

Se tu fossi una supereroina, che supereroina saresti e che superpoteri avresti?

Ah, supereroina…

Può essere il personaggio di una favola, di un cartone animato…

Fammi pensare. È difficile: una supereroina! Mi piacerebbe essere Alice nel paese delle meraviglie.

E quale potere vorresti avere?

Il potere di rendere tutti felici (ride).

Una cosa da niente! Se tu avessi la macchina del tempo, dove vorresti andare: nel passato, nel futuro o rimarresti nel presente?

Wow! Io vorrei andare nel passato. Nel periodo della Belle Epoque francese, a Parigi, dove c’erano artisti meravigliosi, e una musica incredibile. Mi sembra un’epoca proficua di tante emozioni, emozioni forti. Avrei voluto dire la stessa epoca ma in America. Ma allora in America c’era molto razzismo, ed era molto difficile per noi. Invece a Parigi sarebbe stato un po’ diverso!

Tu e la felicità… che cos’è la felicità?

La felicità è una cosa che cerco di coltivare tutti i giorni. Perché non ci si rende conto di quanto sia importante, fino a che non la hai. Dato che io di natura sono una persona molto felice, cerco di coltivare questa sensazione, perché in questo modo chi sta con me prova la stessa sensazione che provo io.

È proprio la sensazione che sei riuscita sempre a trasmettere, anche dalla televisione! Qual è il tuo drink preferito?

Il succo di melagrana.

Che cosa puoi fare tu per salvare o per migliorare il mondo?

Secondo me, io non sono una persona che possa fare grandi cose. Allora, nel mio piccolo, cerco di cambiare la vita delle persone, una a una. Così, alla fine dei miei giorni, forse, messe tutte insieme, saranno molte, avrò migliorato la vita di molte persone! (Ridiamo).

Amici, in alto i tumbler! Io ancora non ci credo, però brindiamo. La foto (del sogno) è riuscita bene. Allora, ricordiamoci che i sogni vanno rincorsi e desiderati con forza. E che la felicità non va data per scontata, mai. Grazie ancora, Amii, grazie!

Who’s Who Per chi non lo sapesse… Amii Stewart, all’anagrafe Amii Paulette Stewart, nata negli Stati Uniti, è una cantante pop e disco, diventata famosa negli anni ’70 per la sua rivisitazione del brano di Eddie Floyd, “Knock on wood”. Dopo essersi stabilita in Italia, ha duettato con Gianni Morandi, Dee Dee Bridgewater, Eros Ramazzotti e Mike Francis, col famoso brano “Friends”, presente nelle classifiche mondiali. Volto noto anche della televisione: si ricordano le trasmissioni “Il tastomatto” (Rai2, di cui era la vedette), “Il concerto di Natale del Vaticano” (Rai1, 1993, 1994), “Fantastico” (Rai1, 1997), “Gianni Morandi – Live in Arena” (Canale 5, 2013). La sua partecipazione nel 1983 al festival di Sanremo col brano “Working late tonight” la vede piazzarsi al nono posto. Partecipa col brano “It’s fantasy” alla colonna sonora del film “Il segreto del Sahara”, composta da Ennio Morricone, nel 1987. Nel musical “Jesus Christ Superstar” interpreta il ruolo di Maria Maddalena (2000). Insieme al dj Gabry Ponte nel 2013 pubblica “Sunshine girl”.

Cimitero Acattolico di Roma, dove riposano artisti e poeti

Una volta visitati i monumenti e i luoghi più noti di Roma, si scopre che la Città Eterna non è solo il Colosseo e San Pietro, i Fori imperiali, Piazza di Spagna e il Laterano, esiste una città sotterranea semisconosciuta e altre mete sottovalutate, perché forse troppo inconsuete. E se vi proponessero di andare a visitare un cimitero, probabilmente guardereste il vostro interlocutore con un misto di perplessità e incredulità. Per i più superstiziosi poi posso già immaginare gli scongiuri bisbigliati ed espressi con i gesti. Eppure una passeggiata nel Cimitero Acattolico di Roma merita di mettere da parte i pregiudizi.

Per visitarlo bisogna recarsi nello storico quartiere di Testaccio, vicino alla Porta Ostiense e alla Piramide di Caio Cestio, che domina la parte più antica dell’area cimiteriale. La stessa Piramide è uno spettacolare edificio sepolcrale che supera i 36 metri e interamente rivestito da lastre marmoree, la cui caratteristica forma è espressione di quella “moda egizia” che si diffonde a Roma all’indomani della conquista dell’Egitto nel 30 a.C. Incorporata poi nelle mura aureliane, essa fu edificata in 330 giorni in memoria del pretore e tribuno Caio Cestio Epulo, il cui nome è ricordato nell’iscrizione posta sul lato orientale del monumento.

Nei pressi della Piramidi, in quello che sembrerebbe un piccolo giardino pubblico si notano, sparse nel prato e tra la vegetazione curata, cippi e lapidi funerarie. È questa l’area più antica del cimitero, affianco alla quale la parte “nuova” si sviluppa su per un dolce declino, a breve terrazzamenti. Stretti vialetti di cipressi, oleandri, siepi di pitosforo e gelsomini, aiuole fiorite, fanno da sfondo ai monumenti in pietra e marmo.

Secondo le normative ecclesiastiche della Chiesa Cattolica, ai Protestanti è sempre stata preclusa la sepoltura in chiese cattoliche o in terre consacrate. Tuttavia, nelle località portuali, abbastanza presto si cominciarono a destinare spazi di sepoltura per persone di fede non cattolica e , prima che nel 1837 fosse istituito il Campo Verano, numerosi piccoli cimiteri costellavano le aree disabitate entro la cerchia delle Mura Aureliane: di essi, il Cimitero Acattolico è il solo ad aver conservato il sito e la funzione, dal 1716, a quando risalerebbe stando a documenti che riporta il permesso concesso da Papa Clemente XI, per membri della Corte Stuart in esilio dall’Inghilterra, ad essere sepolti di fronte alla Piramide. Il permesso fu esteso ad altre persone non cattoliche, molte di loro giovani nel compimento del Grand Tour, il lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo con lo scopo di perfezionare il loro sapere.

Il cimitero è noto per la presenza numerosa di artisti, scrittori, studiosi e diplomatici straneri che vi sono sepolti. Molti avevano scelto di vivere in Italia, altri invece morirono a causa di una malattia o di un incidente mentre erano in visita nella città. Sono quasi 4mila i defunti che riposano nel Cimitero: per la maggior parte inglesi e tedeschi, ma anche americani, scandinavi, russi e greci, di religione protestante ed ortodossa, ma anche islamica o buddista. Le iscrizioni sono in più di 15 lingue diverse, spesso incise con i caratteri della scrittura di appartenenza. Le tombe più amate dai visitatori, senza dubbio, sono quelle dei poeti inglesi John Keats e Percy Bysshe Shelley, il figlio di Goethe, il pittore russo Karl Brullov, ma anche il filosofo e politico italiano Antonio Gramsci. Di sepolture degne di nota ve ne sono davvero tante, sia per chi vi ha trovato luogo per il proprio riposo eterno che, in altri casi, per il valore artistico delle tombe stesse.

Il nucleo originario del Cimitero – oggi conosciuto come “parte antica” e prossimo alla Piramide Cestia – corrisponde, come scrivevo sopra, a un’ampia distesa erbosa con i monumenti funebri per lo più disposti in ordine sparso e con gli alberi radi, perché proibiti nel 1821 dal Segretario di Stato Pontificio con il pretesto che avrebbero ostacolato la vista della Piramide. In quest’area del Cimitero Acattolico si trovano le due tombe più conosciute e amate dai visitatori, due stele gemelle appartenenti l’una, quella con la lira e senza nome, al poeta inglese John Keats, l’altra, con la tavolozza dei colori, all’amico pittore Joseph Severn. Keats giunse a Roma nel 1820, dimorando presso la Casina Rossa di piazza di Spagna, e morì il 24 febbraio 1821 all’età di 25 anni. Fu desiderio dello stesso Keats che sulla sua tomba non venisse scritto alcun nome o data, soltanto la frase “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua” (come ricorda l’epitaffio sulla stele), mentre la lira greca con quattro delle otto corde spezzate voleva significare, come spiegò in seguito Severn, “il suo Genio Classico spezzato dalla morte prematura”. A sinistra della stele, su un muro, si può notare una lapide con un medaglione in cui è scolpito il profilo di Keats e accompagnato da un acrostico: «K-eats! if thy cherished name be “writ in water” – E-ach drop has fallen from some mourner’s cheek; – A-sacred tribute; such as heroes seek, – T-hough oft in vain – for dazzling deeds of slaughter – S-leep on! Not honoured less for Epitaph so meek! » ( «Keats! se il tuo caro nome è “scritto sull’acqua”, Ogni goccia è caduta dal volto di chi ti piange; Un sacro tributo; così come gli eroi cercano di fare, Sebbene spesso invano – azioni straordinarie di carnefice, Riposa! Non meno onorato per un epitaffio così mite!».
Il nome di Keats appare ancora anche sulla seconda stele, quella di Joseph Severn, morto in tarda età nel 1879 e sepolto accanto all’amico soltanto nel 1882, in seguito a una sottoscrizione pubblica: la sua lapide fu realizzata con dimensione e forma simile a quella dell’amico, sulla quale l’epitaffio così recita:

TO THE MEMORY OF JOSEPH SEVERN DEVOTED FRIEND AND DEATHBED COMPANION OF JOHN KEATS WHOM HE LIVED TO SEE NUMBERED AMONG THE IMMORTAL POETS OF ENGLAND

ovvero “Alla memoria di Joseph Severn, amico devoto e compagno di morte di John Keats, che sopravvisse per vederlo annoverato fra i poeti immortali d’Inghilterra”.

Dopo il 1822 iniziarono le sepolture nella “zona vecchia”, subito adiacente alla “parte antica” e nella quale troviamo numerose tombe dal fascino altrettanto antico e romantico, come quella di un altro grande poeta inglese, Percy Bysshe Shelley, morto in un naufragio nel golfo di La Spezia, nell’estate del 1822, durante una gita con la sua barca a vela: dieci giorni dopo il corpo senza vita di Shelley fu ritrovato sulla costa nei pressi di Viareggio. Gli amici lo cremarono sul posto e le sue ceneri riposano nel Cimitero del Testaccio, mentre il cuore, estratto dalla pira, venne custodito dalla moglie Mary Shelley. E a breve dostanza, sempre nei pressi delle mure aureliane che incorniciano il cimitero, non si può non soffermarsi davanti alla tomba di William Wetmore Story e di sua moglie Emelyn, una tomba che, per il suo fascino e la storia che racconta, è quasi il simbolo dello stesso Cimitero Acattolico. William – che dopo la sua morte fu seppellito nella stessa tomba della moglie – era uno scultore americano che nel 1894 realizzò la bellissima scultura che orna il sepolcro, “L’Angelo del Dolore”, un angelo dalle fattezze femminili che, riverso sulla tomba, in una posa plastica di abbandono, rende molto bene la disperazione per la perdita della persona amata, la moglie Emelyn.

La “zona nuova”, divisa a sua volta in tre zone, custodisce, tra le altre, le tombe del deputato e teorico marxista Antonio Labriola, di Antonio Gramsci, del romanziere Carlo Emilio Gadda , e ancora del figlio dello scrittore Johann Wolfgang von Goethe, August, vicina a questa quella di Malwida von Meysenbug (1816-1903), autrice tedesca, pensatrice femminista e rivoluzionaria, ma anche quelle della poetessa italiana Amelia Rosselli, di Irene Galitzine, stilista nota per la sua creazione, negli anni ’60, dei pigiama palazzo, indossati da alcune delle donne più belle del mondo, e Sarah Parker Remond, dottoressa afro-americana, attivista anti-schiavista. Sono solo alcuni tra i tanti nomi, anche poco noti ai più, che si possono leggere sulle lapidi del Cimitero Acattolico. Una passeggiata rilassata laddove riposano nel loro sonno eterno protagonisti della storia e della letteratura.

Sara Foti Sciavaliere

I fiori non hanno paura del temporale, Bianca Rita Cataldi.

I fiori non ha paura del temporale è una storia di ricerca e (ri)scoperta.

Corinna e Serena sono due sorelle, un legame fatto di nomignoli affettuosi e di segreti, di cui Serena si ritroverà complice.

Corinna è una ragazza che ama la letteratura e ascolta musica con gli occhi chiusi, e ha difficoltà ad amare veramente qualcuno.

Serena è la sorella minore – narratrice della storie, infatti è chiamata la Cantastorie – che si dimostra fin da piccola sensibile alle storie incompiute, coraggiosa quando si tratta di aiutare la sorella, dolce come la cioccolata calda.

Sarà lei a tenerci la mano nei ricordi di sua sorella, in un viaggio emotivo e commovente.
Ogni capitolo è un passo verso la verità, in una Bologna dove le VHS erano la moda del momento, dove ogni luogo ci sono segreti di famiglia, come quello di Corinna che si ritroverà a indossare una verità troppo grande per lei, che cambierà il suo destino.
Mi fermo, dovete scoprire pagina dopo pagina l’avventura della piccola Poochie – che da grande diventerà la Cantastorie – , e di Corinna con i suoi occhi troppo truccati e un vita da reinventare.

Lo stile di Bianca è poetico e delicato, con un linguaggio ricercato, con bellissimi riferimenti letterali e musicali, e personaggi curati al punto giusto. Nulla di più. Nella di meno.

Una storia romantica come poche: l’amore e il bene in una Bologna che col passare degli anni è diventata una scatola di ricordi.

Maria Capasso

La Tunica

Ci siamo meravigliati, ma non troppo, quando in redazione sono arrivate moltissime richieste di rispolverare e riparlare del romanzo storico The Robe (La Tunica) scritto dal pastore luterano statunitense Lloyd C. Douglas. La genesi editoriale di questo libro è di per sé una storia da raccontare. Dato alle stampe nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, il romanzo ottenne fin da subito un notevole successo.

Lloyd C. Douglas aveva cominciato la sua carriera letteraria dopo i cinquant’anni, quando aveva lasciato il suo ministero per dedicarsi alle lettere. Tuttavia le tematiche che affrontò nei suoi saggi e nei suoi romanzi ebbero tutte a che vedere con il suo passato di ministro di Dio. All’apice della sua popolarità, Douglas ricevette una lettera da parte di una sua ammiratrice, Hazel McCann, che faceva la commessa di un grande magazzino nell’Ohio. Hazel scrisse a  Douglas chiedendogli che fine avessero fatto gli abiti di Gesù dopo la crocifissione. Era la scintilla creativa che Douglas aspettava per scrivere The Robe. Douglas mandò anche a Hazel il manoscritto, capitolo per capitolo, per avere un parere dalla sua musa ispiratrice.  Quando finalmente i due si conobbero, nel 1941, Douglas decise di dedicarle il libro.

Il romanzo narra le vicende del tribuno Marcello Gallio, che ha un alterco con  Gaio, figliastro del vecchio imperatore Tiberio. Il giovane tribuno, dotato di un forte spirito critico e un alto senso della giustizia, viene “promosso” e  inviato in Palestina, nella sudicia cittadina di mare di Minoa, dove si trova la guarnigione romana più tremenda di tutte quelle presenti in Palestina. A questi legionari, giunti a Gerusalemme per dare man forte alle altre guarnigioni durante la Pasqua,  viene dato l’incarico di crocifiggere un ribelle sognatore, tale Gesù di Nazareth.

Ubriachi fradici, Marcello e il suo sottoposto Paolo si giocano la tunica del Galileo che dalla croce li perdona. Marcello rimane colpito da quell’uomo, e si sente sempre più a disagio. Dopo un lungo periodo di depressione che lo porta sull’orlo del suicidio Marcello tocca, sono trascorsi ormai molti mesi, la Tunica di Gesù e sente di avere una missione da compiere: redimersi dal peccato di aver crocifisso un innocente. Comincia a indagare sulla vita del Galileo, con l’aiuto del suo fedelissimo schiavo greco Demetrio. Incontrerà lungo il suo cammino Pietro, Stefano, Giovanni e molti di coloro che avevano conosciuto Gesù. La sua indagine su quel giusto a cui Marcello si sente sempre più vicino, lo porterà alla conversione.

the-robe-movie-poster-1953-1020510685Dal romanzo è stato tratto il Colossal hollywoodiano The Robe, del 1953, vincitore di ben due premi Oscar,  con un cast stellare: Richard Burton nel ruolo di Marcello, Jean Simmons in quello di Diana, Victor Mature nel ruolo di Demetrio e infine Richard Boone, che interpreta Ponzio Pilato.

Perché non se ne parla più? In Italia il romanzo  La Tunica è stato ripubblicato di recente dall’editore Castelvecchi, che però non gli ha fatto un favore. La traduzione è antiquata e l’edizione è piena di refusi, alcuni dei quali insopportabili. Un vero peccato, perché il romanzo vale appieno il successo che aveva avuto negli anni Quaranta. Douglas era stato osannato come un novello Walter Scott e rammarica molto che se ne siano poi perse le tracce.

 ”Tu sei già molto avanti con la fede!” disse Pietro con veemenza “Qualsiasi colpa tu abbia commesso non potrà mai reggere al confronto con il mio peccato. Per alleviare il tuo peso, ti rivelerò il mio: io l’ho rinnegato tre volte.” Pietro si coprì il volto e poi alzò lo sguardo: “E ora dimmi cosa sai di Gesù”. Marcello non ripose subito e quando aprì la bocca sentì se stesso dire: “Io l’ho crocifisso…”.

De Amicis maestro dell’horror

Ogni volta che riprendo in mano il libro Cuore (1886) di Edmondo De Amicis mi stupisco di come possa essere stato considerato una lettura adeguata e istruttiva per gli allievi delle scuole elementari. A parte ogni considerazione sulle tirate guerrafondaie che esaltano l’esercito e il sangue versato per la patria, nel libro Cuore sono presenti con grande abbondanza descrizioni orripilanti, narrazioni agghiaccianti e anche un certo compiacimento nell’insistere su particolari macabri.

Già in data 21 ottobre, scrive il protagonista Enrico sul suo diario: “L’anno è cominciato con una disgrazia”. Si tratta del valoroso scolaro Robetti che, per salvare da un investimento un compagno più piccolo, è finito con un piede sotto una ruota dell’omnibus. Ma questo è niente rispetto alle ammonizioni che il padre rivolge a Enrico nella successiva giornata del 2 novembre, quando lo esorta così: “Sai quanti uomini si piantarono un coltello nel cuore per la disperazione di vedere i propri ragazzi nella miseria, e quante donne s’annegarono o moriron di dolore o impazzirono per aver perduto un bambino? Pensa a tutti quei morti”.

È lo stesso padre buontempone, si fa per dire, che all’apparire della prima neve, quando Enrico ne gioisce e gioca con gli amici, gli ricorda torvo: “Ci sono centinaia di scuole quasi sepolte fra la neve, nude e tetre come spelonche, dove i ragazzi soffocano dal fumo o battono i denti dal freddo, guardando con terrore i fiocchi bianchi che scendono senza fine. […] Voi festeggiate l’inverno, ragazzi. Pensate alle migliaia di creature a cui l’inverno porta la miseria e la morte”.

C’è poi il vecchio moribondo nel racconto mensile L’infermiere di tata, la cui agonia è descritta minuziosamente: “Il suo viso diventava color violaceo, il suo respiro ingrossava, gli cresceva l’agitazione, gli sfuggivan dalla bocca delle grida inarticolate, l’enfiagione si faceva mostruosa”. Per non parlare poi del passo sui bambini rachitici o di quello, addirittura grottesco, in cui il padre – ancora lui – ricorda a Enrico i suoi doveri morali verso i più deboli con una barocca elencazione di vecchi cadenti, accattoni, storpi, ciechi, rachitici, muti, orfani, famiglie in lutto, prigionieri incatenati, lettighe d’ospedale e funerali: come ha osservato il critico Tamburini, sembra che il quartiere dove vive Enrico a Torino sia un lazzaretto o una corte dei miracoli.

Ma l’apoteosi dell’orrido si raggiunge con il racconto mensile Sangue romagnolo: ricordo ancora il viso atterrito dei miei compagni delle elementari mentre la maestra ce lo leggeva ad alta voce. Il gesto eroico del piccolo Ferruccio, che fa scudo con il suo corpo per proteggere dal colpo mortale di un assassino l’amata nonna, ricevendo lui la fatale pugnalata, sarà probabilmente rimasto negli incubi di parecchie generazioni di scolari.

Senza condividere gli eccessi di Arbasino, che ha ravvisato nel libro Cuore una tendenza pedofila e sadica che raggiunge il suo acme solo con la morte (possibilmente violenta) di un bambino, non si può tuttavia trascurare la presenza di numerosi aspetti orrorifici nella narrazione del De Amicis. Il libro Cuore è ancora oggi una lettura per molti versi interessante, ma come Vangelo delle scuole elementari ci appare quanto meno inappropriato.

Arthur Lombardozzi

A tu per tu con l’editore – Le Mezzelane

Il nome Mezzelane, si legge sul sito della case editrice, è un omaggio al territorio che ha visto nascere questa azienda della cultura: Santa Maria Nuova, un paese collinare in provincia di Ancona in cui, nel ‘700, si realizzò una particolare produzione di tessuti, un misto di lana e tessuti più ruvidi, le cosiddette mezzelane appunto, che, in seguito ricevette anche il marchio di qualità del governo pontificio.

Rita Angelelli è la fondatrice e la direttrice editoriale di questa ambiziosa azienda ed è una donna creativa di cui apprezzo la dinamicità e il coraggio imprenditoriale, e non solo.

Ciao Rita, grazie per la tua disponibilità. Tu conosci il mercato dell’editoria in maniera completa giacché lo vivi nel duplice ruolo di autrice ed editrice, insomma, sei una professionista vera. Puoi svelarci quali sono gli obiettivi che ha raggiunto la tua casa editrice e qual è il sogno più ambizioso a cui stai lavorando insieme al tuo team?

Ciao Simona e grazie per l’opportunità. Siamo nati in giugno 2016 e abbiamo pubblicato il nostro primo libro nel mese di luglio: un manuale di scrittura molto divertente scritto da me e dalla nostra capo editor Maria Grazia Beltrami. Una sorta di prova generale di quello che sarebbe accaduto subito dopo, quando il sipario del palcoscenico si sarebbe aperto e rivelato a tutti come lo avevamo pensato: una Casa Editrice dinamica, moderna, motivata. Da allora abbiamo pubblicato 85 autori e siamo in procinto di partecipare alla nostra prima “vera” fiera dell’editoria: Tempo di libri di Milano. Saremo lì con uno stand e tre appuntamenti pubblici. Sul palcoscenico si avvicenderanno diversi nostri autori e l’otto marzo abbiamo un’importante presentazione sulla violenza di genere. Questo delle fiere è uno dei tanti obiettivi che volevo raggiungere e quasi non mi sembra vero. Tutta l’attività editoriale è un continuo sognare, desiderare, e realizzare, ma il sogno mio più grande sarebbe quello di vedere uno dei nostri autori vincere un premio letterario che conta. Nel frattempo… stiamo lavorando a una nuova collana, che presenteremo i primi di marzo, della quale siamo orgogliosissimi.

Le Mezzelane è una vera casa editrice non a pagamento: quali caratteristiche deve avere un manoscritto per essere scelto e pubblicato con voi?

La storia deve essere originale, di banalità ne è pieno anche il mondo reale. Il manoscritto deve essere abbastanza corretto nella forma, senza buchi narrativi, con personaggi ben delineati e ambientazioni ben descritte. Per la poesia cerchiamo raccolte che abbiano un filo conduttore, un argomento, o più di uno, ma che sia ben esposto; non è importante la metrica, ma il suono dei versi, che deve essere una sorta di melodia che accompagna il lettore pagina dopo pagina.

Quanto peso ha l’autore nella scelta del manoscritto?

Chiediamo sempre che il manoscritto sia accompagnato da una biografia e da una sinossi. La mail ci indica già la persona con la quale verremo in contatto, ed è importante che ci sia qualcosa che ci incuriosisca, qualcosa che ci indichi il vero interesse a pubblicare con noi, che ci sia un pizzico della personalità dell’autore. Senza queste cose sarebbe solo un contatto sterile: io ti mando – tu mi pubblichi. A noi serve altro. Vogliamo autori motivati, che credano nel loro lavoro e nel nostro, che siano attivi. Gente che sta bene in mezzo al pubblico, che ha voglia di farsi conoscere per quello che scrive e sente. Noi investiamo tutto su chi scegliamo, e lo facciamo perché ci piace il nostro lavoro e ci piace farlo al meglio.

Com’è nata l’idea della nuova collana Live & Love?

Mi piacciono le storie d’amore e sono cresciuta a “pane & Liala”. Leggo tutt’ora tantissimi romance/rosa e difendo a spada tratta il genere, troppo spesso commentato con leggerezza. Per me è letteratura. Leggere il romanzo rosa, quando è scritto bene, significa prendersi un momento di relax e fare ritorno a quel romanticismo che molte volte manca nella vita di tutti noi, troppo presi dalla frenesia degli impegni personali e dei figli, dalla famiglia, dal lavoro; a volte si ha bisogno di sognare, di evadere da una realtà che ci sta troppo stretta per poi farci ritorno con più leggerezza. Le autrici di di Live & Love ci hanno dato fiducia, hanno condiviso con noi le loro storie, e noi speriamo che l’intera collana abbia il successo che meriti ed entri nelle case degli italiani (e non solo).

Nell’augurare a Rita Angelelli la realizzazione di ogni suo meritato sogno, la ringrazio per la sua generosa disponibilità e la saluto a nome di tutta la redazione e di tutti i lettori di Pink Magazine Italia. Arrivederci a presto.

Il tratto dell’estensione: poesie di Adua Biagioli Spadi

Alcuni stati d’animo,  non sono che evoluzioni dell’apprendere.

 

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Il passaggio evolutivo e sequenziale di tre maglie di un unico percorso: uno sguardo acceso sulla recezione emozionale e umana delle vicende della vita, tra incanto e disincanto, gènesi-mondo e gènesi-io. Quindi siamo di fronte alla germinazione naturale del crescendo emozionale, un percorso che fluttua intorno alla realtà ricercando una possibile rinascita nel luogo interiore. La parola poetica si fa linea e traccia della verità, segno e constatazione, fino al candore e all’autenticità della visione. La voce poetante fa il suo ingresso nel destino in cui annoda ricordi, cammini e l’abisso segreto dell’amore.

 

 

 

 

***

Sempre la fragilità si dirige sommessa alla deriva

nello slaccio d’abbandono del sentire,

è la lacrima a cogliere la perfetta stanza

della noncuranza,

incauto nascondiglio della goccia                                       

il passaggio della scesa,

là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta

l’affidarsi estremo, disorientato abbraccio.      

 

***

Ci vogliamo esatti

se siamo un connubio di ortiche                                          

sfiorati negli angoli e punti                                                  

consapevoli del tedio

sulle mani nessuno ci coglie più.

Non siamo i fiori del gelsomino garbato

allungati per necessità ci rinnova l’acqua battesimale

eppure

siamo riflessi felici delle felci,

così fa il tempo con le nostre mancanze

offre ancora motivi per farci riconoscere.

 

Per maggiori informazioni http://www.aduabiagioli.it

             

 

Che cos’è un Chick lit?

Sono anni, ormai, che sentiamo parlare del genere chick lit e tutti, sentendo questo termine la prima volta, restano perplessi, insicuri su cosa sia, con idee che spaziano da una App per lo smartphone a un nuovo metodo per cucinare il pesce.

Ma se dico Anna Premoli e Felicia Kingsley? E se nominassi Sophie Kinsella? Ecco che la lampadina si accende subito e il nome chick lit non sembra più così strano.

Il chick lit è un genere letterario che ha iniziato a farsi spazio, all’interno della letteratura contemporanea, negli anni Novanta, in quegli anni in cui le donne hanno iniziato a prendere coscienza del proprio valore e potenziale all’interno della società contemporanea. È a loro che si rivolge questo genere – non che sia vietato agli uomini, ci mancherebbe -, a quelle giovani, brillanti donne che iniziano a farsi spazio all’interno della società moderna, che vogliono tutto senza rinunciare a nulla, dal lavoro dei sogni all’amore del per sempre.

Nonostante sia impossibile non notare alcuni elementi in comune con il tradizionale romanzo rosa, i romanzi chick lit sono un di più rispetto alla dolce e tenera ragazza in attesa che il principe azzurro accorra a salvarla – dicendo addio al femminismo!

Sono romanzi umoristici e post-femministi nella loro rappresentazione della vita e dei rapporti sentimentali, dove non è più necessario sottolineare che sì, una donna non ha più bisogno di un uomo per sentirsi appagata nella vita, che un uomo non è altro che un ‘più’ a contorno di se stesse. Le protagoniste, come le loro lettrici, sono, di norma, donne di età compresa tra i venti e quarant’anni, profondamente dinamiche e alla moda, immerse in grandi città come Londra o New York e che lavorano in settori importanti come l’editoria, la finanza e la moda. Ma la particolarità del nuovo genere contemporaneo femminile è lo stile della narrazione, perfetto per l’argomento: profondamente irriverente e incalzante, come la vita delle stesse protagonista, sugli argomenti sentimentali e, soprattutto, sessuali, quasi come a sottolineare, alla massima potenza, la libertà della donna. Le ragazze vengono spogliate prima dagli stereotipi delle casalinghe dedite solo alla famiglia, il cui unico intento è la felicità del proprio partner e dei figli, e poi dall’ultimo, imperioso tabù, ancora troppo radicato nel buon costume: alle donne piace il sesso, fosse anche per una notte soltanto.

E così sono le protagoniste di Anna Premoli e di Felicia Kingsley, forti e indipendenti, donne che all’amore credono poco, che si dedicano alla loro vita, al loro successo professionale. Donne alle quali, per puro caso, un giorno l’amore bussa alla porta, cogliendole del tutto impreparate e diffidenti, incerte se rinunciare a quella sudata indipendenza, e comprendendo che l’amore e la realizzazione personale, nella nostra epoca, non devono essere per forza in contrapposizione, che l’avere l’uno non neghi, di conseguenza, l’altro.

In fondo, le protagoniste dei romanzi non sono così distanti da noi donne reali. Da noi, cresciute con la copia, ormai sgualcita e rovinata, di Orgoglio e Pregiudizio sempre in borsa. Da noi, cresciute seguendo Carrie in giro per New York insieme a Samantha, Miranda e Charlotte, tra le avventura di una notte, i successi professionali e i grandi amori di Sex and the City. Da noi, cresciute guardando Bridget Jones, l’eterna pasticciona in cui tutte, almeno una volta nella vita, ci siamo identificate.

Il genere letterario chick lit non si limita ad essere una raccolta di libri che, chi più chi meno, centrano l’argomento: il chick lit siamo noi, ragazze che ancora non sanno cosa vogliono dalla vita, donne che non vogliono più accettare compromessi maschili. Siamo noi, a volte troppo disilluse per sperare ancora, che ci lanciamo nella carriera e nel bello perché sì, la vita non si limita ad un uomo. Siamo noi, donne d’ogni età, che ancora non smettiamo di credere nell’amore, che un giorno arriverà l’uomo giusto, magari con qualche macchia e un paio di cicatrici, e che del Principe Azzurro non sappiamo più cosa farcene.

Nel paese degli amori maledetti

Un libro che si insinua piano piano nei recessi della mente e costringe ad aprire cassetti della memoria creduti chiusi per sempre.

Lungo un sentiero già tracciato dai titoli dei romanzi di Jane Austen, partendo dalle pagine di un diario dimenticato, una donna ormai adulta ritorna molto a fatica ai tempi del suo primo amore, nato sui banchi di scuola, coltivato nelle lettere rubate alle lezioni e incorniciato da una colonna sonora anni ottanta.

Come in una situazione molto simile a quella di Anne Elliot in Persuasione, la disparità di ceto (l’estrazione sociale, il grado di istruzione) tra due ragazzi che si innamorano fa ritenere i genitori di lei in diritto di convincerla dell’inopportunità di proseguire in una relazione del genere.

Evidentemente veniva da un ambiente familiare in cui gli avevano insegnato ad accontentarsi del suo stato o meglio della sopravvivenza (qualcuno ricorda che Ala era piuttosto pigro e non brillava per voglia di lavorare). Io invece ero stata educata, da mio padre e poi dai valori borghesi del liceo classico, ad aspirare ad essere, per quanto possibile, artefice del mio destino, e quindi a tenere sempre gli occhi sul domani.

La trama potrebbe essere ovvia se non fosse dipanata e sviscerata attraverso i mille anfratti dell’incertezza, della confusione, dell’inesperienza e dell’ingenuità giovanili, messe qui dolorosamente a nudo, come ferite che non vogliono rimarginare.

Si assiste al nascere, con i suoi primi palpiti, di un sentimento importante e nuovo nel cuore della giovane Bea e al dilemma in cui è combattuta tra l’amore per il suo Jek e i sogni fatti insieme, e l’amore per i propri genitori che non vuole far soffrire. L’unica scelta possibile si rivelerà quella di rimanere insensibile alle istanze del suo cuore, finendo però così per rimanere insensibile a tutto.

È difficile raccontare di un libro che non parla di una storia, bensì di un amore e lo fa quasi prestandogli la penna, lasciandolo fluire e sgorgare da solo con il risultato travolgente di una tenerezza struggente e poetica contagiosa, che non lascia semplici spettatori.

Un amore che apparentemente non conosce lieto fine, ma si conquista l’immortalità:

Non sempre le parole ingessano e uccidono le emozioni, talvolta riescono a coglierne l’anima o anche solo l’eco e lo riflettono nello spazio, sottraendolo al tempo, in tutta la sua potenza…

I dubbi, i tentennamenti, le dichiarazioni, i divieti pesanti come macigni, stringono un laccio attorno al cuore gonfio dell’io narrante che coincide e si confonde con l’io narrato. Quella ragazzina di sedici anni che si affacciava per la prima volta sul palcoscenico della vita, nel ritrovare il diario a cui confidava la storia del suo primo, vero antico amore, ritrova se stessa e le sue origini radicate nella sua terra, nella sua casa natale, per le vie del suo borgo e dei suoi boschetti a cui il destino, inesorabile, la riconduce da esule.

Uno sfogo che diventa rimpianto e riflessione sul senso della vita e sull’irrinunciabilità dell’amore, impossibile da sostituire con altri surrogati illusori.

Un’inedita Beatrice Battaglia, conosciuta e famosa in tutt’altra veste, si dimostra poetessa dell’amore, scrittrice di elegia pura:

E dopo ci fermiamo sul bordo del fosso a parlare, o meglio a cercare qualcosa da dire, a sorriderci con gli occhi, a desiderarci, senza poterci avvicinare troppo, perché qualcuno potrebbe spuntare dagli stradelli e vederci -e qui restiamo nell’odore dell’erbe fiorite mentre il sole va giù pian piano all’orizzonte, in attesa che il desiderio tracimi e superi la prudenza e lui, dando una rapida occhiata intorno, si avvicini e mi circondi con le braccia e mi baci.

Se questo non è amore!

Gli Armonica, Batman, Robin e l’acqua

Drinking with L. A.

Un drink con Alessandra Lumachelli

di Alessandra Lumachelli

Eccomi, Amici. Scopro un evento che definiscono “anti-clubbing” quindi, ovviamente mi incuriosisce! E vado ad intervistarne i creatori, Andrea Arcangeli ed Asal. Che uniti danno il duo degli Armonica.

Se foste supereroi, che supereroi sareste e che superpoteri avreste? Asal: Sarei Batman, perché vive la notte.

Andrea: Sarei Robin, a patto che Batman mi faccia guidare la Batmobile (…siamo partiti seri, insomma).

Se aveste la macchina del tempo, dove andreste? Nel passato? Restereste nel presente? Andreste nel futuro?

Andrea e Asal: Hic et nunc. Vivere l’ora ed adesso. È interessante viaggiare, ma non nel tempo.

Su cosa si basa la scelta del vostro nome?

Andrea: Nello studio dei fenomeni oscillatori, le frequenze armoniche sono le frequenze il cui valore è multiplo intero della frequenza base (frequenza fondamentale) di un’onda. Questa è la motivazione da nerd. In verità, pensavamo di formare un gruppo country, duettando con due armoniche. Il progetto non è andato a buon fine ed è rimasto il nome. (seri, insomma). Asal: A me piaceva più Albano e Romina… poi non ci siamo accordati su chi facesse Romina, ed è uscito armonica.

Il vostro drink preferito?

Andrea: Acqua, ghiaccio, limone.

Asal: Fino al weekend biologico vegano analcolico biodinamico … il sabato anche l’acqua del pozzo!

Cosa potete fare per salvare o per migliorare il mondo?

Andrea: ‘Senza la musica la vita sarebbe un errore’: questo è il nostro contributo e intento per migliorare il mondo.

Asal: ‘Senza la musica la vita sarebbe un errore’: questo è il nostro contributo e intento per migliorare il mondo!!

Andrea: Ho il partner numero uno al mondo! Comunque, Romina dovevi essere tu, sappilo!

Quindi, beviamo (anche!) acqua, che fa bene. Pensando a mantenere sempre alto il volume della musica, nostra inseparabile compagna di vita! Alla prossima!

Who’s Who Per chi non lo sapesse... Andrea Arcangeli e Asal compongono il duo degli Armonica, resident dj del Cocoricó. Sono gli ideatori del format “Goat Serious”, unione delle parole “Goat” (capra) e “get serious” (sii serio). Il loro debutto avvenne a Berlino con l’etichetta Bar 25 Music. Hanno suonato al Pacha Ibiza, Pacha Barcellona, Pyrex Arena, Chi by Decadence, Cocoricó, Babau Macerata, e in molti altri club.