Pink Party

Venerdì 22 febbraio 2019 alle ore 18.30 tutti invitati al Riot Laundry Bar di Napoli per il nostro #PinkParty!

#SaveTheDate

Evento organizzato grazie all’infaticabile e splendida Marilena Cracolici che ringrazio pubblicamente. Senza di lei non sarebbe stato possibile creare questa magia.

Interverranno tanti amici di Pink Magazine, tra cui la love coach Madeleine H., l’artista Pietro Ciliento Art che esporrà le sue opere.

Vi aspettiamo numerosi

Cinzia Giorgio

(grazie a WebstudioDesign e che ha curato la parte grafica)

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Pink Magazine Italia – Autunno Inverno 2018-19

 

 

Carissimi lettori, questa stagione porta con sé tantissime novità, prima fra tutte la cadenza semestrale di Pink Magazine Italia. Il nostro periodico online uscirà, infatti, ogni sei mesi (salvo numeri speciali). La decisione è stata presa per potenziare l’edizione web e il sito, per essere più presenti sui canali social e per preparare un programma radiofonico di cui vi sveleremo in seguito.  In questo numero troverete tanti  servizi fotografici di moda che dalle strade di Roma arriveranno nelle suggestive lande della Camargue della stilista Marion Mestre. I volti di Pink Magazine Italia di questo nu­mero sono: il nostro testimonial, l’attore Luca Mannocci (seconda cover),che posa per un servizio sullo stile italiano; Letizia Asciano e Maria José Piccardo (in cover), due ragazze di cui sentirete parlare molto presto. Ma troverete tanto altro ancora tra le pagine del nostro numero invernale. Abbiamo intervistato il giornalista Roberto Parodi, l’attrice Giulia Sofia Paolucci, lo scrittore Domenico Notari, l’artista Giacomo Rizzo e non mancano recensioni, interviste, focus sull’arte, la musica, il cinema e i viaggi.

Buona lettura!

Cinzia Giorgio

Scarica gratuitamente la tua copia ciccando sul link: Pink Magazine Italia Autunno Inverno

L’amore finché resta di Giulio Perrone

L’amore finché resta di Giulio Perrone

“Il vero rischio dell’amore è che duri” Oscar Wilde.

Signori e Signore, vi ricordate di Tommaso Leoni? Be’, forse il nome non vi fa tornare in mente un viso conosciuto, ma leggendo questo libro di Giulio Perrone (edito da Harper Collins) non potrete dire di non averlo mai incontrato. Perchè di Tommaso Leoni ne è pieno il mondo. Uomini attaccati al vile denaro, che si sposano per soldi e non per amore. Uomini che egoisticamente provano a dividersi tra moglie e amante, vivendo alle spalle della famiglia benestante della consorte , facendo finta di amare la loro figlia e di lavorare.

Tommaso, ad esempio, è uno psicoterapeuta part-time, che si prodiga solo per pochissimi pazienti. Un lavoro d’apparenza, che non serve di certo al sostentamento della famiglia. Tommaso ha programmato tutto sposando l’altezzosa Lucrezia Altomonti, fin nei minimi dettagli. Quest’unione lo porterà lontano dalla periferia nella quale è cresciuto e dove lascia la sua famiglia, elevandolo all’apparente tranquillità di chi vive pensando a come spendere i soldi, invece di come farli avanzare per far quadrare i conti. Tutto rientra nel suo decalogo da uomo alpha, per esempio: Regola #1 Non fidarsi mai delle donne; Regola #24 Attenzione! Le donne percepiscono soprattutto quello che non dici.

Ma non ha fatto i conti con una sola possibilità: il divorzio che a un certo punto gli chiede la moglie. E non perché ha scoperto i suoi tradimenti, ma perché è lei stessa a essersi innamorata di un altro. La richiesta di separazione di Lucrezia e la scoperta che Anna, sua storica amante, sia speculare a lui – pertanto non incline ad aiutarlo, anzi – portano Tommaso in un vicolo che sembra cieco. Tornare a casa dalla madre, ritrovarsi in quella periferia dal quale da sempre voleva allontanarsi, perdere il suo status sociale, ricominciare da zero senza che le sue regole possano offrirgli davvero una soluzione, per capire che l’universo femminile spesso non è nemico di quello maschile, è semplicemente diverso. E va capito e accettato.

Tommaso non s’arrende e ricomincia a guardarsi intorno con occhi nuovi. Non decide di mettere i remi in barca, ma ricomincia a lottare per se stesso e per suo figlio Pietro, che scopre di amare proprio dopo la separazione, perché Tommaso Leoni per troppo tempo ha dato priorità alle cose sbagliate. La mia iniziale antipatia per questo personaggio, sapientemente descritto dall’autore, le dinamiche a cui lo sottopone, mi hanno permesso di arrivare a tifare letteralmente per questo uomo over 40, che riscopre se stesso e non ha paura di abbattere i suoi personalissimi pregiudizi sulle donne e sulla vita in generale. Sono rimasta incantata dall’evoluzione caratteriale e umana, dal sapiente rimescolamento di personaggi e situazioni nel quale Tommaso si ritrova. Dall’odio all’amore, nel giro di molte pagine e altrettante risate che sono apparse sul mio viso durante la lettura di questo romanzo. Graffiante e ironico al punto giusto, è un piacere poter leggere questo libro, perché è troppo interessante scoprire che anche la mentalità maschile ha mille e più sfaccettature, quasi quanto quella delle donne! E sicuramente la regola ci accomuna è: l’amore è una cosa straordinaria. Almeno finché resta.

Mirtilla Amelia Malcontenta

Sulla soglia dell’eternità

img_8203Il film si colloca senz’altro nel genere biopic, ma con una cifra che lo distingue. La storia è pensata e il film girato e montato dal punto di vista di Van Gogh, con l’evidente e realizzato intento di mettere lo spettatore nella condizione d’immedesimarsi nel protagonista. Julian Schnabel prima che regista e sceneggiatore, è un pittore “espressionista d’oggi”, come lo definisce il critico Philippe Daverio. Di sé Schnabel ha detto: “Mi nutro di dissidi e contraddizioni. E’ dalla tensione dicotomica tra opposti che nasce l’equilibrio. Quando creo, mi abbandono all’intuito, mi lascio trascinare dalla forza di ciò che non posso comprendere. È una sottomissione, volontaria e prolifica, a forze invincibili e imperscrutabili. Allo stesso tempo, rincorro con esasperazione la novità e raccolgo, in modo inesausto, oggetti e materiali. Non posso rinunciare alla figurazione. Né all’astrazione. Se aderissi a un unico linguaggio mi sentirei imprigionato in una dimensione asfittica e stagnante.”(https://www.stilearte.it/julius-schabel-le-tele-immense-del-pittore-regista/). Sembra di sentire Van Gogh! “Perché devi dipingere sempre la natura?” domanda Gauguin nel film e lui: “Mi sento perso se non ho qualcosa da osservare!” Quanto questa sia risposta di Van Gogh o piuttosto del pittore-regista Schnabel poco importa. E’ chiara l’empatica immedesimazione tra regista e protagonista della storia. Un transfert che il regista fa di tutto per consentirlo anche allo spettatore, perciò gira molte scene usando la macchina da presa come fosse l’occhio del protagonista e, siccome è lui a girare, è anche l’occhio del regista.

Tutte le scene girate con questa prospettiva sono restituite sullo schermo sfocate nella parte bassa (eccellente la fotografia): l’immagine complessiva diventa così l’esplicitazione della lotta interiore sempre in atto nell’artistatra ciò che vede e ciò che sente nel guardare, tra l’immagine che la mente gli costruisce e la figurazione verso cui emozioni e spirito lo spingono. All’inizio del film mi sono sentito infastidito da quelle immagini e mi sono ritrovato a tentare di mettere a fuoco. Per fortuna ho preso presto consapevolezza del mio fastidio e me ne sono domandato, concludendoappunto che Schnabel ha cercato di rivivere e far rivivere anche allo spettatore quella lotta interiore, lo sforzo titanico che bisogna compiere per mettere a fuoco la realtà materiale col proprio sentire. E all’inizio sempre tutto appare nebuloso, come nelle immagini, perché la mente… mente. Van Gogh e Schnabel non si accontentano di ciò che la mente gli propone, cercando e sforzandosi fino allo spasimo d’andare oltre e, col loro sentire, dentro le cose. Le loro opere divengono il magnifico risultato di questa ricerca. Una ricerca che fece passare per folle Van Gogh, non più ovviamente Schnabel grazie a Van Gogh! Ma, in realtà, questi era folle (e Schnabel sarebbe folle) esattamente quanto era acerba l’uva della volpe di Esopo. Infatti non lo era, ma tutti (la volpe) ritenevano che lo fosse. Il motivo è semplice, ce lo dice Van Gogh all’inizio del film con la sua voce fuori campo e a schermo nero: “Ciò che voglio è essere uno di loro!”, più o meno queste sono le sue parole. Ed è quello che ciascuno di noi nella sua vita vuole e cerca: essere accettato. Perciò poi ci sembra folle chi percorre a piedi e in solitudine, quasi perso, chilometri nella campagna con sulle spalle il peso degli strumenti per dipingere, alla ricerca di non sapeva neppure lui cosa, ma che ogni volta trovava e ne era felice. Cosi com’era felice di tradurre sulla tela la sua figurazione e offrirla al mondo. Una felicità che avrebbe potuto condividere con ibambini se solo la maestra fosse stata in grado di sciogliere le reciproche paure invece di aizzarglieli contro, con la prevedibile conseguenza di aizzargli contro poi l’intero villaggio. Quel pittore è un folle! Così tutto va a posto: la comunità è salva, l’accettazione reciproca conservata, salvo il costante venticello del pettegolezzo che tutto tiene sotto controllo, immobile, frenato, ripetitivo, senza evoluzione. Il dramma del diverso non importa a nessuno, anzi è quasi sempre socialmente e individualmente affrancante.img_8204

 

Per fortuna ci sono stati e ci sono uomini e donne che hanno avuto e hanno il coraggio d’andare contro la corrente del farsi accettare a tutti i costi, fatta di senso comune, e di immergersi invece nella corrente dello spirito, indomito e sempre vivo. Tutti coloro che questo coraggio hanno avuto sono stati anche pienamente consapevoli della condizione umana. È ciò che il regista ci dice con l’accettazione e la proposizione dell’ipotesi dell’omicidio di Van Gogh invece del suicidio. Se solo per un attimo accettassimo l’ipotesi, potremmo anche comprenderne il senso e quanto il comportamento “omertoso” sia stato coerente ed in linea con la vita e le profonde convinzioni della vittima. Van Gogh aveva una profonda religiosità tutta rivolta al sociale. Sembrava quella all’inizio la sua vocazione; ma la strada gli fu preclusa dal suo modo di vivere sempre “eccessivo”. Non venne, infatti, confermato nell’incarico di predicatore nella regione mineraria belga del Borinage perché “aveva preso troppo alla lettera il modello evangelico”; ma nel frattempo aveva realizzato ‘I mangiatori di patate’ di cui andava molto fiero! Ebbene, come avrebbe potuto mai una persona tanto invisa a se stessa da annichilirsi e perciò essere allontanata da un incarico che pure aveva cercato, un artista che per tutta la sua vita è stato, in diverso modi, sempre alla costante ricerca di Dio, nelle persone prima e nella Natura poi, come avrebbe mai potuto denunciare dei ragazzi sapendo che avrebbe rovinato loro la vita? Certo nessuno gliel’avrebbe rimproverato, salvo poi vedere se gli avrebbero creduto; altrettanto certo è che non l’ha fatto. Il film narra solo gli ultimi due anni della tormentata vita di Van Gogh, ma chiarisce tutto il suo mondo interiore; spiega come la sua ricerca di Dio nella Natura lo abbia portato a cambiare l’uso dei colori fin lì conosciuto e adoperato e adutilizzare un modo di dipingere assolutamente nuovo. E sinceramente, dopo aver visto il film, non riuscirei adimmaginare altri che William Defoe come suo eccellente interprete. Di lui mi ha colpito un particolare. Paulus van Görlitz, coinquilino di Van Gogh a Dordrecht, scrisse che “Un giorno – ci conoscevamo da un mese – mi pregò, sempre col suo sorriso irresistibile…”. Ecco, il sorriso irresistibile, questo mi ha colpito: William Defoe evidentemente ce l’ha di suo, perché lo ha sfoggiato per tutto il film. Cruda, passionale, viscerale e poetica è, come il protagonista, la narrazione della storia di una lotta costante tra limiti umani e fuoco interiore, ch’è poi il dramma della condizione umana. Che quel genio fosse pienamente e lucidamente consapevole di questa lotta è evidente nel dialogo tra lui e il prete che gli fa visita per decidere se dovesse o meno rimanere in asilo psichiatrico. E lì Van Gogh sfoggia tutta la sua lucidità, la sua logica disarmante, la sua consapevolezza, quella consapevolezza che, se non tradita, colloca senz’altro “At Eternity’s Gate”. Film imperdibile. Ancora una volta Grazie! al Cinema Lovaglio di Venosa.

Francesco Topi

Non ignorate gli indizi degli inizi!

Non sono una love coach (lascio questo lavoro a chi è “del mestiere”), né mi ritengo una super esperta in tattiche di conquista, ma ho studiato psicologia e a volte cerco di trarne qualche frutto.
Quando un rapporto dura alcuni anni, e poi inizia prima a vacillare e successivamente a lesionarsi, per poi rompersi definitivamente, succede che la realtà potrebbe essere edulcorata, che i primi giorni li ricordiamo alla luce degli ultimi  e tutto sommato sembrano belli, ma non siamo obiettivi nel giudicare.
Cosa potrebbe avvenire se, dopo un po’ di tempo, vi trovate a confrontarvi con una persona nuova e all’ improvviso avvertite un brivido che corre lungo la schiena e termina in un dolore che arriva fino allo stomaco? Fino a provocare nausea.
Il passato ritorna come un déjà vu, e le immagini prendono corpo nella vostra mente, immagini accompagnate da sensazioni fisiche, le stesse che le hanno accompagnate anni addietro.
È allora che potreste intuire cosa sta accadendo.
La persona che avete davanti, la stessa che sta cercando di mostrarvi solo il meglio di sé, forse non è altro che la copia fatta male del vostro precedente uomo durante gli inizi del rapporto, proprio agli esordi, quegli esordi che avete analizzato e rianalizzato per anni, domandando a voi stesse perché non siete riuscite a capire il grande bluff.
Ma ora siete più forti, siete più preparate e avete due possibilità: una è chiudere immediatamente qualcosa che sta gridando a gran voce : “È tutto sbagliato“. Senza il timore di perdere l’ultimo treno disponibile (sappiate che di treni sbagliati ne potrete avere ancora tanti a disposizione), oppure restare e rimpiangere ancora anni persi a combattere per far funzionare qualcosa che era difettoso sin dall’ inizio, per la semplice paura di restare SOLE!
Non ignorate gli indizi degli inizi! Non temete di restare sole! Siate donne che scelgono e non donne che si fanno scegliere dalla paura.
Siate Donne forti.
Spesso capita di ricadere negli stessi “errori” semplicemente perché il vostro inconscio li riconosce come “qualcosa di già conosciuto”, qualcosa di familiare. E sempre in maniera inconscia potreste finire per cadere di nuovo nelle stesse situazioni. Non è vero che non esiste nessuno di adatto a voi, non è vero che incontrate solamente persone “difettose” solo perché siete sfortunate.
Create voi la vostra fortuna! Scegliete di farvi meritare.
Non ritenetevi in “ritardo sulla tabella di marcia”.
Perché poi chi l’avrebbe decisa questa tabella? Le donne sposate con figli che vi gravitano intorno?
Siete voi che dovete stabilire la tabella di marcia della vostra vita.
A volte rimanere SOLE per un po’, o anche a tempo indeterminato, ritenetelo un premio per voi stesse.

Speciale San Valentino

Noi San Valentino lo festeggiamo così…

Daniela Perelli – Tutti i colori del cuore

Alia è una studentessa universitaria che vive da molti anni a Genova con la sua famiglia: per lei la vita trascorre tranquilla nonostante quelle terribili cicatrici che porta sempre nel cuore. Ha conosciuto il dolore, quello vero, che con fatica cerca di lasciarsi alle spalle e nasconde dietro grandi occhi, intensi ed espressivi, e tra le pagine di un diario che porta sempre con sé.
Andrea è un archeologo: figlio di una famiglia conosciuta e importante, vive a Genova, lavora presso il museo di Storia Naturale e saltuariamente come insegnante. Affronta le sue giornate cercando, sempre più, di allontanarsi da quel benessere che troppo spesso lo ha fatto sentire arrogante e superficiale.
Complice una conferenza, incontra Alia. Così diversa dalla sua fidanzata storica. Quegli occhi grandi, messi in risalto ancor di più dal velo che le ricopre il capo, lo affascinano in un modo che mai avrebbe creduto possibile. La vuole conoscere, vuole parlarle, vuole sapere tutto di lei…
Questa è la storia di un’amicizia tra due culture differenti. È la storia di un amore che vuole sbocciare, puro e sincero. 

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Sara Foti Sciavaliere – Il profumo dei gelsomini

Contea di Tripoli,1229
Nel Krak des Gardiens, una delle roccaforti erette dai crociati in Oriente, l’assalto dei famigerati hasaschin porta lo scompiglio. Nonostante le terribili storie che si raccontano sulla setta di assassini di Alamut, uno di loro finisce nelle prigioni del Krak in fin di vita. Quell’uomo però non è chi tutti credono che sia. Nasconde un segreto, che solo la nobile Agnès, intollerante verso le imposizioni del suo rango ma dallo spirito caritatevole, scorge subito nel prigioniero. “Una folle incauta”, come le fa notare Bashir, il guerriero maronita ed esperto di medicamenti che le ha segnato l’uso delle erbe e dell’arte medica. Agnès saprà dimostrare che il suo cuore non si inganna e che il suo sguardo ha solo visto oltre le apparenze?

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Anne Went e Mari Thorn – Il tuo passo era troppo veloce

Avere una passione nella vita aiuta a raggiungere obiettivi ambiziosi e il successo. Lo sa bene Gregorio Pagliari che ha sempre sognato di cucinare e si è impegnato per anni per arrivare a essere uno degli chef più rinomati di Roma. 
Avere un sogno nella vita aiuta anche a superare i momenti difficili. Lo sa bene Valerie Stevenson, che ha sempre amato le parole scritte, quelle degli altri, come le proprie.
Greg e Valerie si erano incontrati quando la passione di lui e il sogno di lei erano ancora pieni di incertezze. Un amore intenso e travolgente, il loro, che aveva portato Valerie a mettere in secondo piano il suo sogno per aiutare Greg ad aprire il ristorante stellato Nebula.
Ma l’amore a volte può non bastare se uno dei due perde di vista le priorità della vita. Così per Greg e Valerie la fine del matrimonio era stata inevitabile.
Ora Valerie ha ritrovato la serenità grazie al lavoro come editor di una casa editrice, piccola ma di qualità, e accanto a Massimo. Greg invece si è lasciato trascinare dalla routine dei suoi ristoranti e da relazioni senza futuro.
Eppure il destino ha ancora in serbo qualcosa per loro. Sarà una piccola casa in riva al mare a farli incontrare di nuovo. La casa che Greg non ha mai venduto e che Valerie considera sua.
Torneranno le discussioni e i ricordi, le liti, ma anche i rimpianti.
Perché un amore come il loro non finisce, si nasconde solo in un angolo del cuore.
Valerie rinuncerà a Massimo e alle sue nuove sicurezze? Greg capirà finalmente cos’è davvero importante per lui?

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Ci sono amori che vanno al di là del tempo

Risultati immagini per la donna che alla stazione ascolta la voce del marito

Ci sono storie d’amore che spesso ci sembrano irreali, impossibili. Le troviamo nei libri che tanto amiamo, ci immedesimiamo, ci chiediamo se davvero nella realtà possano accadere situazioni magiche, colpi di fulmine. Poi ascoltiamo storie di vita vere e allora sì che ci rendiamo conto che, quelle che leggiamo nei libri, non sono storie d’amore semplici, in verità, o impossibili, comuni… Specialmente quando veniamo a sapere di amori che vanno oltre il tempo e la morte.

Mi ha tanto colpita una storia in particolare, una storia che racconta di Margaret McCollum. Margaret si reca ogni giorno, da dodici anni a seguito della morte del marito nel 2007, il celebre attore inglese Oswald Laurence, presso il capolinea della Northern Line, nella stazione di Embankment, a Londra, per poter ascoltare la voce di lui, registrata nel lontano 1950 e che dice: “Mind the gap”, per avvisare i passeggeri di fare attenzione allo spazio tra treno e banchina.

Lo ha fatto ogni giorno fino a che è stato introdotto un nuovo annuncio creato con il computer. Sconsolata, Margaret, ha subito inviato un reclamo alla TfL per richiedere una copia dell’annuncio inciso dal marito, per poterlo così ascoltare a casa. Nigel Holness, il direttore della compagnia, è rimasto così colpito dalla sua richiesta da aver deciso, insieme allo staff, di ripristinare il vecchio annuncio alla stazione di Embankment.

“Mi siedo sulla piattaforma e salto un paio di treni solo per poterlo sentire”, ha detto Margaret. “Sapere di potere andare lì e ascoltare ancora la sua voce mi è di grande conforto. Lui non è mai andato via dalla mia testa e dal mio cuore”.

“So che può sembrare ridicolo, ma non sentire più la voce di Oswald mi ha devastato. Ero sotto choc”, aveva raccontato Margaret McCollum alla Bbc. “Oswald sarebbe commosso da tutta questa grande attenzione nei suoi confronti e per me sarà il modo migliore per ricordarlo. Sapere di potere andare lì e ascoltare ancora la sua voce mi è di grande conforto. Lui non è mai andato via dalla mia testa e dal mio cuore”, ha detto ancora Margaret.

Abbiamo proprio bisogno di storie così, di continuare a credere e a sperare nella forza dell’amore.

20 cose che non sapevi su Anna Wintour

Dopo Il diavolo veste Prada, non esiste persona sulla faccia della terra che non conosca Anna Wintour, la terribile e temibile editor-in-chief di “Vogue America”, la regina della moda, colei che decreta la vita e la morte dei trend, creatrice di idoli e distruttrice di carriere, blindata dietro i suoi occhiali da sole e il suo caschetto.

Ammetto che anche io sono rimasta affascinata da questa autorevole donna di potere e ho scavato alla ricerca di quei dettagli che rendono Anna Wintour, l’Anna Wintour che conosciamo.

1. Fa la piega due volte al giorno. Il suo caschetto è perfetto perché lo fa phonare sia alla mattina che nel tardo pomeriggio/sera. Questo, da quando lo porta, ossia dall’età di 14 anni.

2. Manolo Blahnick produce apposta per lei da vent’anni il sandalo incrociato kitten-heel color nude. Il nude matcha alla perfezione con il colore della pelle di Anna, ça va sans dire.

3. Va a dormire alle 22.15 e si sveglia alle cinque ogni mattina, e scende in campo per il suo quotidiano allenamento di tennis. I suoi atleti preferiti? Roger Feder e Serena Williams.

4. Dirige “Vogue America”, ma è inglese, nativa di Hampstead, Londra.

5. È astemia. Frequenta after-show party ed eventi di ogni genere, ma la diavola dal caschetto cenere non tocca alcool. Per lei acqua frizzante o caffè.

6. Condè-Nast le riconosce un budget annuale di 200.000 dollari l’anno per il suo guardaroba. Se il tuo lavoro è la moda, i vestiti griffati sono la tua uniforme. Niente paura, Anna fa guadagnare a “Vogue” almeno 2 milioni all’anno.

7. Un altro elemento immancabile dei suoi outfit è la collana. Le piacciono le collane pesanti, fantasiose, colorate, con molta personalità.

8. Quando è a Parigi per le fashion-week alloggia nella suite Coco all’Hotel Ritz.

9. È aracnofobica. Si potrebbe pensare che lei, dura come un chiodo da bara, non si faccia spaventare da nulla, invece ha paura dei ragni.

10. Su le mani amiche del team Jane Austen, Anna è una nostra sorella! Infatti il suo libro preferito è Orgoglio e pregiudizio. Chissà se anche lei ha sospirato sognando di essere Mrs Darcy di Pemberley?

11. Ama il floreale. Nel suo ufficio sono sempre presenti vasi di fiori freschi e anche sui vestiti ama le stampe e le fantasie a fiori. Non per nulla la stagione che preferisce è la primavera.

12. Colleziona vasi Clarice Cliff, coloratissimi. Uno dei mantra di Anna, infatti, è: COLORE! Osare con il colore.

13. Tra pelle e pizzo, preferisce il pizzo; tra velluto e pelliccia, vota pelliccia; e non si vestirebbe mai completamente di nero dalla testa ai piedi.

14. Ha lasciato la scuola a 15 anni. Si potrebbe pensare che chi siede sulla poltrona più importante di Vogue debba avere un chilo e mezzo di titoli accademici, invece non è così. Anna è sempre stata restia a rispettare le regole, in particolare quelle del suo collegio. Odiava l’uniforme e spesso accorciava l’orlo della gonna, infrangendo il regolamento. Regolamento che le stava stretto e dal quale si è liberata. Erano altri tempi e l’editore di ferro che conosciamo, anziché all’università, si è formata sul campo.

15. “AWOK” è l’acronimo in codice per “Anna Wintour’s O.K.”, e se ricevi una nota con quelle quattro lettere vuol dire che hai fatto bene il tuo lavoro. Se invece ti trovi un post-it con scritto “Dobbiamo vederci”, inizia a tremare.

16. Si concede con il contagocce: raramente rimane a una festa per più di 20 minuti.

17. È una fan di Game of Thrones. Chissà se è #teamCercei o #teamDaenerys?

18. Gli occhiali che ormai sono il suo marchio di fabbrica, sono più che una questione di stile, una questione visiva: ha la vista deteriorata e le sue sono lenti correttive. Ricordate Sandra Mondaini, che portava sempre gli occhiali da sole anche al chiuso? Ecco.

19. Nella sua carriera ha lavorato per un breve periodo anche come editor per una rivista erotica femminile, ora chiusa, di nome “Viva”, della famiglia “Penthouse”.

20. È stata licenziata. Sì, questa è la dimostrazione che anche i grandi falliscono. Quando lavorava per “Harper Bazaar” è stata licenziata dal suo ruolo di junior fashion editor. Il motivo? Le hanno detto che non capiva il mercato americano. Sembra che il tempo abbia dato ragione a lei.

 

Un valzer tra gli scaffali

Per San Valentino, arriva al cinema una storia delicata e indimenticabile, che rivela momenti di grande poesia nel raccontare la banalità della vita quotidiana, perché la vita può essere incredibile anche nelle piccole cose. In Un valzer fra gli scaffali di Thomas Stuber, protagonisti sono un amore nato tra gli scaffali di un supermercato e il microcosmo pieno di umanità rappresentato dalle persone che vi lavorano, che fra quegli stessi scaffali trovano amicizia, amore, orgoglio e dignità. Tratto da un racconto di Clemens Meyer e interpretato da Franz Rogowski (Premio Lola Miglior Attore del Cinema Tedesco) e Sandra Hüller (l’intensa protagonista di Toni Erdmann) il film è stato presentato con successo all’ultima edizione del Festival di Berlino, dove ha ricevuto il Premio della Giuria Ecumenica e Premio Guild delle Giurie indipendenti, e ha incantato la giuria dei giovani del Napoli Film Festival vincendo il Vesuvio Award come miglior film.

Un valzer tra gli scaffali sarà distribuito in Italia dal 14 febbraio da Satine film che, ancora una volta, dopo i recenti successi di Wajib – Invito al matrimonio e A Quiet Passion, porta nel nostro paese una pellicola che ha colpito il cuore del pubblico e della critica internazionale.

Le luci di un grande supermercato alla periferia di una cittadina della Germania Est si accendono e, sulle note di Sul Bel Danubio Blu, i carrelli per la movimentazioni delle merci volteggiano come abili danzatori in un valzer tra i corridoi. Un’ immagine onirica ed evocativa che sembra contrastare con la monotona quotidianità di questo luogo, popolato di gente, lavoratori o clienti, unicamente impegnata a riempire o a svuotare interi bancali di merci. Eppure, in questo microcosmo di vite scandite da una banale e impassibile regolarità, si cela una profonda umanità: storie di solitudini e malinconie, ma anche di emozioni e di complicità, anima- no la vita tra i corridoi creando l’illusione, tra i lavoratori, di essere parte di un’ unica, grande famiglia.

Il nuovo arrivato Christian, timido e riservato scaffalista notturno, non resta insensibile a questa atmosfera e presto finisce per considerare il supermercato come fosse la sua vera casa. Ma, soprattutto, Christian non resta insensibile a lei, la Marion ai dolciumi che lo ha folgorato al primo sguardo e che, tra un incontro e l’altro alla macchinetta del caffè, cerca teneramente di conquistare.

Leonardo da Vinci. Il Rinascimento dei morti di Albertini, Gualdoni e Staffa

«In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte fuggirà da loro», Apocalisse – Giovanni

Ho aspettato e quasi un po’ preteso di leggere in anteprima questo romanzo perché sono da sempre amante degli horror e degli zombie e non potevo farmelo sfuggire. L’ambientazione nel periodo rinascimentale, lo rende da subito intrigante e particolare. L’elemento fondamentale che mi ha costretto a rimanere incollata alle pagine sono i protagonisti che non ritroviamo più solo nei libri di storia, ma che ci fanno compagnia in un contesto totalmente diverso, e ci accompagnano nelle strade tortuose e spaventose di questo libro: Cristoforo Colombo, Michelangelo Buonarroti, Cesare Borgia, ma soprattutto il leader incontrastato che muoverà il suo più arguto intelletto e sarà il protagonista di questa lotta per salvare il mondo, Leonardo da Vinci. La lettura è avvincente e originale grazie al sapiente mix di ingredienti storici, e giusta dose di suspense.

Nel 1493 l’Europa è sull’orlo del collasso perché gli zombie sono comparsi, sono sempre di più e non si riescono a fermare. L’invasione porta morte certa, dolore e l’unica possibilità sembra quella di cercare una via di fuga sicura. Leonardo deve indagare e capire; sfruttare il suo viaggio che da Firenze lo trascinerà verso Roma per scoprire che dietro a tutto questo orrore, esiste una verità inconfessabile che deve essere portata alla luce.

L’inferno ha aperto le sue porte, il genio di Leonardo da Vinci riuscirà a riportare i morti nei gironi danteschi dai quali sembrano essere fuggiti per cibarsi degli essere umani e distruggere il mondo?? Tra i rochi respiri di queste creature, affamate e fameliche, Leonardo da Vinci v’aspetta.

“Nero come il mare di notte, come la fine di una grotta, come una tomba sigillata con il piombo colato. Nero come il fondo di un crogiolo d’alchimista dimenticato sul fuoco, come il cappuccio nuovo di un domenicano, come una gola divaricata nelle tenebre.”

Mirtilla Amelia Malcontenta

The Mule – Il corriere

The Mule e Clint Eastwood non tradiscono le aspettative. Il monumentale e inarrestabile Clint Eastwood chiama a sé un cast degno di nota: Bradley Cooper, Dianne Wiest, Laurence Fishburner, Andy García e Alison Eastwood (figlia di Clint).

L’attore e regista ci presenta un film amaro, riflessivo, per certi versi commovente e con un finale sorprendente, basato su una storia realmente accaduta.

Il protagonista è un uomo anziano che dalla vita ha preso senza dare; forse proprio a causa della sua età, inizia a riflettere sul ruolo che ha avuto nella famiglia, venendo alla conclusione che è stato un pessimo marito e marito. Quando gli viene pignorata la casa e la sua famiglia non lo vuole più vedere capisce che deve fare qualcosa per ripagare gli anni di mancanze verso i suoi cari. Se da prima non comprende appieno che quello che gli viene chiesto è fare il corriere per il cartello messicano, successivamente alla vista di tanti bei dollaroni ci prende gusto, ma non tanto per se stesso quanto per aiutare gli amici e parenti. Sulle sue tracce c’è la Dea con il bellissimo Bradley Cooper che ha un ruolo più marginale, ma riesce lo stesso a bucare lo schermo.

Il film si snoda tra i bellissimi panorami americani, le battute sarcastiche del protagonista, le riflessioni sulla vita, sulle occasioni mancate, i rimpianti e le corse per le consegne. Con i suoi inconfondibili modi spigolosi e burberi l’attore e il film provocano un’amara constatazione sul tempo che dedichiamo a chi amiamo, per meglio dire il poco tempo, e quale posto gli riserviamo nella nostra personale scala dei valori.

Sicuramente Clint Eastwood, nonostante la parte inusuale che ricopre in questa pellicola, è riuscito nell’intento di farsi amare ed elogiare. Un ruolo lontano dall’eroe a cui siamo abituati, ma che lo interpreta con la maestria ed eleganza che gli appartengono. L’età non ha scalfito la bravura dell’attore e nemmeno del regista, in un susseguirsi di stupendi film che da I ponti di Madison Country sono rimasti indelebili nei cuori degli spettatori.

Steve McCurry: ICONS

Il fotoreporter americano Steve McCurry ha legato la fotografia al viaggio (“Se dovessi smettere di fotografare, penso che continuerei a viaggiare. Viaggio e fotografia sono come intrecciati. E sono affascinato da entrambe le cose. Così, se non mi dedicassi alla fotografia, farei il nomade di professione.”)

Queste sono le parole che McCurry pronuncia per descrivere il suo lavoro e la sua vita. E’ per questo che consiglio a tutti coloro che ne hanno la possibilità di visitare “ICONS”, una mostra che raccoglie circa 130 fotografie esposte presso il Gil di Campobasso dal 26 gennaio al 28 aprile 2019. L’evento è stato organizzato dalla Fondazione Molise Cultura e curato da Biba Giacchetti che, in un susseguirsi di immagini, racconta lo straordinario viaggio trentennale di questo fotografo lungo le strade del mondo.

Pochi come lui hanno saputo fare della voglia di muoversi, di conoscere il mondo e di osservarlo con occhi sempre nuovi, una professione riuscendo a cogliere le bellezze, la magia del mondo ma anche i suoi drammi, come le guerre o i disastri naturali.

Le fotografie esposte lungo le sale del Gil di Campobasso, rappresentano il suo operato, la sua incessante ricerca dei segreti della terra e degli uomini che la abitano. Osservando le immagini si ha la sensazione di fare un viaggio intorno al mondo, di salire sopra la vetta più alta per guardare la vastità della terra e del cielo, un viaggio attraverso le razze, il folklore, la cultura e quella spiritualità che divide l’Oriente dall’Occidente. Un cammino nelle emozioni nascoste nei dettagli, perché sono quelli che ama catturare McCurry nel suo lungo peregrinare da una parte all’altra, dall’America all’Asia, dall’Europa all’Africa con la speranza, nel cuore, di raccontare l’essere umano ed il contesto nel quale vive. Uzbekistan, Kashmir, Yemen, Mozambico, Birmania, India, Nepal, Tibet, Ecuador, Gambia, Cina ma anche un po’ d’Italia sono una parte della realtà fotografica che si svela ai nostri occhi una volta all’interno dell’ambiente espositivo.

Il lavoro di McCurry unisce varie ricerche, a partire da quella antropologica che rappresenta il primo nucleo fotografico, fatto di volti dove il fotografo coglie la grande capacità comunicativa di quei visi che sembrano parlare nel loro silenzio. Sguardi che ci trapassano, ci trafiggono nella loro spontaneità, occhi curiosi, spaventati, fieri o interrogativi che entrano in comunicazione con McCurry e con noi spettatori. Ecuador, Mongolia, Gambia, India, una sequenza di volti che spiegano la diversità della razza. È lo stesso McCurry a portare avanti quella che lui chiama una vera e propria ricerca antropologica (Sono sempre stato interessato a ritrarre le persone, mi affascinano le differenze somatiche della grande famiglia dell’uomo. I volti hanno proporzioni diverse, colori, misure diverse. Ma soprattutto hanno la capacità di raccontare un’esistenza, una condizione, una vita.). Non a caso la sua fama si deve allo scatto che, nel 1984, ha segnato la sua carriera di fotoreporter: La Ragazza afgana, con quegli occhi color smeraldo che lo osservano, rappresenta lo sguardo più famoso del XX secolo. Se gli antropologi hanno scritto dell’evoluzione umana e tutt’oggi continuano a studiare le culture e le tradizioni, McCurry ha trasformato questo viaggio in immagini dalla bellezza sfrontata e decisa.

Un trionfo di colori, dall’oro al rosso, dal verde al blu, tonalità cangianti e colori vivi che imprimono nella nostra mente immagini da tutto il mondo. La natura umana e le sue declinazioni sono fondamentali nella ricerca del fotografo, il quale rimane affascinato dalla capacità di reazione della natura umana davanti determinati contesti e situazioni e lo fa attraverso una ricerca paziente del momento esatto. Momento che, per l’occhio di chi osserva, diviene un andare oltre, come se si volesse dilatare lo spazio ed il tempo. I suoi meravigliosi scatti paesaggistici sono il frutto di una paziente attesa, lunghi appostamenti per lo scatto perfetto. Ma la fotografia è fatta anche di attimi fuggenti da cogliere istantaneamente. Se si ha la pazienza di osservare a lungo, prima o poi qualcosa di inaspettato accadrà davanti a noi.

Quello che però, mi ha maggiormente colpito e portato a riflettere, oltre la bellezza degli scatti e una carrellata di posti meravigliosi nel mondo, è la spiritualità che emerge dagli scatti asiatici. Un senso di pace, di meditazione e di serenità che pervade la mia persona. E ci accorgiamo di come noi occidentali stiamo perdendo quel tocco semplice, la frugale semplicità e un modo riflessivo di osservare la realtà circostante. Camminare tra questi scatti è un cammino attraverso il folklore, stili di vita e realtà che spesso abbiamo ignorato. La normalità di un gruppo di bambini, in uno scatto fatto in Libano nel 1982, che giocano con una macchina da guerra abbandonata, è una faccia del mondo che spesso ignoriamo. I bambini che giocano con la spontaneità che li contraddistingue e vivono quella che per loro è normalità. Perché se per noi convivere con una guerra o con i suoi effetti è impensabile, per loro è una cosa assolutamente naturale. Le grandi verità del mondo, dalle terre del Sol Levante fino ai ghiacciai dei Poli sono il meraviglioso scrigno che McCurry ha deciso di portare in Molise, preparando per l’occasione un paio di fotografie assolutamente inedite da mostrare per la prima volta a Campobasso.

La mostra sarà al Gil, sede della Fondazione Molise Cultura dal 26 gennaio al 28 aprile 2019, in via Gorizia, Campobasso

Telefono: 0874 437807

Orario di apertura: dal Martedì alla Domenica. Mattina ore 10/13; Pomeriggio ore 17/20