5 ottimi motivi per visitare la Biennale di Venezia 2019.

L’11 maggio è stata inaugurata la 58^ Biennale di Venezia, uno degli eventi più importanti nel mondo dell’arte. Un’organizzazione colossale che coinvolge l’intera città lagunare e attira centinaia di migliaia di turisti. Se per molti è un immancabile appuntamento con l’arte, per alcuni non rientra fra le cose da vedere durante il periodo nel quale sarà aperta, dall’11 maggio al 24 novembre 2019. Continua a leggere

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Matera. Capitale Europea della Cultura 2019

Matera, la Città dei Sassi: da “vergogna d’Italia” a Capitale Europea della Cultura 2019

Nei prossimi giorni ci sarà l’inaugurazione ufficiale del calendario di eventi per celebrare Matera come Capitale Europea della Cultura 2019 con importanti ospiti internazionali e poi, in tre date, sarà la volta di un docufilm per la serie L’arte al Cinema, “Mathera. L’ascolto dei sassi”, un omaggio a questa città dal fascino antico ma che guarda con positività al futuro, riuscendo a capovolgere i pregiudizi e i luoghi comuni riferiti a molte città dell’Italia meridionale.

Una passeggiata per Matera significa percorrere i rioni Civita, Sasso Barisano e Sasso Caveoso, perdersi in un groviglio di case, di grotte, di scalinate, di vicoli tortuosi, di vicinati per scoprire angoli suggestivi di un insediamento rupestre tra i più antichi ed estesi al mondo. La Civita è l’area occupata dal castelvecchio longobardo e dalla cattedrale romanica di Santa Maria della Bruna, la parte più alta dell’insediamento, mentre a i due lati sono scavati in due valli profonde i rioni Sassi che si distinguono in Sasso Caveoso e Sasso Barisano, un groviglio di case e di grotte che si affacciano sulla gravina in armonia con un paesaggio unico al mondo. Il piano sopra i sassi, quello che guarda la Cattedrale per raggiungerla,  è considerato il centro storico della città ed è semplicemente chiamato Il Piano.

Per i buoni camminatori poi l’esperienza del trekking per le Gravine e il Parco delle Murge è una viaggio di scoperta, lento e silenzioso, nel seguire l’andamento sinuoso delle gravine, ammirare le cavità carsiche naturali frequentate dall’uomo nel Paleolitico, villaggi trincerati neolitici, casali rupestri, nuclei di grotte scavate a partire dalla preistoria, chiese rupestre affrescate, iazzi, masserie fortificate, conoscere le piante tipiche dell’ecosistema murgiano e l’uso che ne facevano un tempo i pastori.

Le abitazioni dei Sassi si presentano scavate e costruite allo stesso tempo, con i vicoli e le scalinate che sono il tetto della parte della in grotta delle abitazioni che si sviluppano nei livelli sottostanti. Nelle case e nei vicinati vi sono numerose cisterne per la raccolta d’acqua piovana che veniva convogliata soprattutto dal tetto delle abitazioni utilizzando delle grondaie di terracotta. Un’architettura che parla di secoli di storia custodita e trasferita ai posteri attraverso un piano di riqualifica urbanistica e di restauro conservativo, che ne ha consentito la sopravvivenza nella concreta visibilità. I Sassi, un tempo  additati come un esempio di “trogloditismo” , oggi rappresentano  uno dei più fulgidi esempi di civiltà e cultura rupestre in armonia con l’ecosistema che non trova confronti culturalmente omogenei nel mondo, poiché non è possibile documentare in altri luoghi la continuità della vita in grotta, come nella Gravina di Matera, dalla Preistoria fino ai giorni nostri.

In molti negli ultimi anni hanno scoperto la Città dei Sassi. I visitatori arrivano da tutto il mondo, non solo dalle altre aree dello stivale, diventando un orgoglio nazionale e ribaltando così quell’etichetta d’infamia con la quale era stata marchiata negli anni Cinquanta, quando sulla prima pagina della “Gazzetta del Mezzogiorno” fu definita “Vergogna Nazionale” da Palmiro Togliatti e in seguito Alcide De Gasperi impone lo sfollamento completo dell’abitato rupestre per ragioni igenico sanitarie, per poi pianificare e realizzare nuovi quartieri residenziali ai margini della città su iniziativa dell’imprenditore Adriano Olivetti e del sociologo Frederick Friedman.
Il valore dei Sassi, in special modo in virtù della conservazione del sito che mantiene ancora intatta la sua originalità, è stato riconosciuto dall’UNESCO nel 1993 con la seguente valutazione. “Il quartiere dei Sassi di Matera è, sul lungo periodo, il migliore e più completo esempio di popolamento in armonia con l’ecosistema, in una regione del bacino del Mediterraneo”. Matera è stata così tra le primissime città italiane e la prima del Mezzogiorno a essere inserita nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Matera è diventata luogo d’attrazione di grandi maestri della fotografia quali Henry Cartier-Bresson, Mario Cresci, Franco Pinna, ma anche di scrittori del calibro di Carlo Levi, il quale descrisse Matera nel “Cristo si è fermato a Eboli”. Fu proprio quest’ultimo ad attirare una nuova attenzione sulla Città dei Sassi, poiché le operazioni di trasferimento degli abitanti dalle case-grotte, ritenute inabitabili, verso i nuovi quartieri, aveva condotto al completo isolamento dei Sassi destinati così a essere abbandonati non solo dalla presenza umana, ma perfino dalla memoria storica. Carlo Levi invece sostenne la necessità di non lasciare nella decadenza e nella rovina questi rioni, ma di provvedere alla tutela e alla valorizzazione dei Sassi.

Matera è considerata un palcoscenico naturale con le sue meravigliose location , i Sassi hanno ispirato e incantato numerosi cineasti italiani e internazionali, dagli anni Cinquanta fino a oggi sono stati oltre quaranta i film girati: Piera Paolo Pasolini che nella Città dei Sassi ambientò “Il Vangelo secondo Matteo” o più recentemente per “The Passion” di Mel Gibson e “Wonder Woman” (solo per menzionarne alcuni).

Provate a spingervi al tramonto, nella Contrada Murgia Timone, nel parco regionale della Murgia, e dal belvedere ammirate in un solo colpo d’occhio il fascino senza tempo di questa città, vi lascerà senza fiato. I Sassi scavati nella tenera e  bianca calcarenite, che si affacciano sulla gravina e l’omonimo torrente, si tingono delle sfumature del crepuscolo e, man mano che le ombre della sera scendono sulla città, si accendono le piccole luci tra le costruzioni rievocando le atmosfere di un presepe perenne, e sempre emozionante, in qualunque stagione.

Sara Foti Sciavaliere

 

La suggestiva Croazia: tra le stradine di Fiume e Abbazia

Solitamente, fino a che un luogo di cui sentiamo parlare non lo visitiamo di persona, ci facciamo un’idea tutta nostra. Ed è stato così per la Croazia: ho sicuramente sempre immaginato un luogo suggestivo e incantevole, anche grazie alle immagini che si possono trovare sul web, ma ho anche sempre pensato che i suoi abitanti fossero un pochino schivi e indifferenti… Niente di più sbagliato, e ora vi racconterò il perché.

Per prima cosa tengo molto a dare alcuni consigli pratici se decidete di visitare alcune cittadine caratteristiche della Croazia: se vi è possibile portate con voi un po’ di soldi in contanti, questo perché, non facendo parte dell’Europa, non tutti i ristoranti o alberghi accettano i pagamenti in Euro. Lì le monete ufficiali sono le Cune. Ma non preoccupatevi nel caso come noi partiste senza dar troppo peso alla cosa: troverete diversi botteghini per il cambio monete, non avrete difficoltà, una volta arrivati, nel cambiare i soldi.

Come dicevo all’inizio, essere lì, per l’esattezza visitare la città di Fiume e la cittadina di Abbazia, ha cambiato in me l’idea che mi ero fatta: entrare nei ristoranti dove servono dell’ottimo pesce (risotti ai gamberetti e pasta fresca ai frutti di mare da non crederci e a prezzi davvero speciali), essere accompagnati al tavolo con gentilezza e attenzione, il chiacchiericcio intorno dei commensali a voce bassa, i gesti, i modi gentili, saranno certamente cose scontate, ma vi assicuro che l’educazione riscontrata e la classe negli atteggiamenti, nel gesticolare delle donne, mi ha conquistata completamente.

Per le strade c’è attenzione, rigore, nonostante il croato sia una lingua difficile da parlare e capire, vi assicuro che anche chiedere una comune informazione, diventa semplice e per nulla complicato. Il modo di parlare così cortese, rende possibile una comunicazione con il tuo interlocutore. Non avrei mai pensato di sentirmi così a mio agio in una “terra sconosciuta”, io come poi i miei familiari, per tutti noi è stato così.

Ma ora parliamo dei luoghi: Fiume è una città che si avvicina molto, nell’aspetto, a una metropoli. Questo perché, seppur piccola, è davvero comoda e funzionale. Caratterizzata poi dal suggestivo porto sul quale si affaccia che, di sera, ci permette di ammirare luci artificiali che lo rendono ancora più affascinante.

Nella cittadina vi sono molti locali che mi hanno colpita in quanto quasi tutti sono accomunati da una stessa peculiarità: all’interno di essi le luci sono lievi e soffuse, creano un’atmosfera davvero romantica e per questo consigliati alle coppie di ogni età.

Abbazia, invece, a differenza di Fiume, ricorda già un piccolo borgo sul mare con i suoi banchetti e negozi caratteristici, piccole boutique, botteghe di souvenir.

Si affacciano sulla scogliera bellissimi locali, tra questi il bar Hemingway, molto grande, con tavolini all’aperto e davvero suggestivo.

Una piscina naturale creata sul mare, alberghi caratteristici e locali a picco sul mare. Per non parlare del curato giardino creato ad arte come un labirinto al di là della chiesa e del piccolo Santuario all’aperto con lumi, portati dai passanti, posizionati tutti intorno alla Madonnina.

Il tempo non è stato a nostro favore, ma vi dirò: ha creato ancor di più atmosfera su luoghi che, una volta visti, difficilmente vengono dimenticati.

 

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria

Gli affreschi della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria
e il racconto pittorico della Regina Marina d’Enghien

Nel cuore del Salento, terra del Barocco ricamato nel tenero calcare locale, è possibile ammirare uno straordinario esempio di arte romanico-gotica, la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, a poche decine di chilometri da Lecce. Mirabile sintesi di arte e di spiritualità, con oltre sei secoli di storia, è la seconda chiesa in Italia, dopo la Chiesa di San Francesco ad Assisi per l’estensione di affreschi quattrocenteschi al suo interno, attribuibili a maestranze di scuola giottesca. Un monumento che celebra le famiglie del Balzo Orsini e d’Enghien che si sono prodigate nella realizzazione di questo gioiello d’arte nelal Terra d’Otranto.

Le vicende del complesso cateriniano hanno inizio sul finire del XIV secolo, da un viaggio in Terrasanta di Raimondello Orsini del Balzo, un cavaliere di nobile famiglia recatosi in Oriente per combattere contro gli infedeli in difesa del Santo Sepolcro. Significativo per l’eroico combattente fu la visita al Santuario del Monte Sinai, dove si racconta che egli rimase a contemplare le sacre spoglie di Santa Caterina d’Alessandria e, prima di partire, nel baciarle la mano, ne staccò, con i denti, un dito con anello che portò via con sé (oggi custodito nel Museo della Basilica). Forse un’immagine che ci fa arricciare un po’ il naso, ma una volta tornato in Salento, Raimondello volle erigere, in San Pietro in Galatina (come era chiamata un tempo questa località), una basilica, un convento e un ospedale in onore della santa di Alessandra, a testimonianza della sua profondità devozione.
La morte improvvisa di Raimondello nel 1406, durante l’assedio di Taranto Del re Ladislao Durazzo, non segnò fortunatamente la fine del percorso artistico-religioso del complesso di Santa Caterina, poiché la moglie e i figli lo continuarono con lo stesso spirito di intensa liberalità. In particolare, Maria d’Enghien – donna fiera e ambiziosa –, che l’anno successivo sposò Ladislao di Durazzo, divenendo regina di Napoli, una volta rimasta vedova una seconda volta nel 1414 e affrancatasi dalle persecuzione della cognata Giovanna, poté dedicarsi al governo della contea di Lecce e dei beni cateriniani, proseguendo l’opera di Raimondello.

Se la facciata è stata realizzata nell’osservanza dei canoni dell’arte tardo-romanica, sia nell’impostazione, con il protiro centrale e il coronamento tricuspidale contrassegnato da archetti pensili, sia nell’ornamentazione, specie in quella a intaglio finissimo del rosone e del portale principali, l’interno ripropone le linee ogivali della Basilica Superiore di Assisi, in conformità al gusto gotico-francescano.
E se alla volontà di Raimondello si devo la costruzione del tempio, tra il 1383 e il 1391, come inciso in numeri romani sull’ingresso laterale di sinistra, è invece alla generosa iniziativa della regina Maria che vengono attribuiti i meravigliosi affreschi che della Basilica rivestono le volte e gli archi, le colonne e le pareti. Più maestranze, di diversa estrazione, vi hanno lavorato, secondo un preciso programma iconografico quasi certamente dettato dai frati francescani, d’intesa con la committente.

Le immagini, destinate ad attirare l’attenzione del federe sui temi fondamentali del sacro, scorrono, lungo la navata centrale, dalla controfacciata alle pareti e alle volte, per raccontare in sequenza – nelle campate della navata centrale – le storie dell’Apocalisse, al Genesi, la Chiesa e i Sacramenti, la vita di Cristo, sotto i cori angelici e le storie di Santa Caterina, sotto i ritratti degli Evangelisti e dei Dottori della Chiesa. La storia della vita di Maria e dell’infanzia di Gesù sono narrate dagli affreschi della navata destra, mentre tanti altri pannelli votivi si distendono qua e là, all’interno della basilica, lungo gli ambulacri, a testimonianza della fede e delle richieste di grazia. Uno di questi, presente nell’ambulacro destro, raffigurante Sant’Antonio Abate, reca, in basso, l’unica data certa, quel 1432 apposto dal suo autore, tal “Franciscus de Arecio”, unica mano che è stata così identificare tra le molte che avranno operato in questa mirabile opera pittorica.
La sobrietà degli esterni non prepara allo spettacolo della narrazione pittorica dell’interno. Il visitatore fatto ingresso nella chiesa rimane senza fiato e, invaso dalla meraviglia, non riesce a distogliere lo sguardo dalle immagini dipinte. Nella maestà dei colori, talora impreziositi dall’impiego di materiali nobili, come l’oro e l’argento, gli affreschi della basilica, considerati nel loro insieme il più vasto patrimonio figurativo del primo Quattrocento meridionale, consegnano uno spettacolo incantevole di vivida rappresentazione pittorica della fede cristiana.

Nella definizione del programma iconografico, oltre agli aspetti teologici, sembra però si possa leggere un altro “racconto”, quello di Maria d’Enghien che narra le proprie traversìe e celebra se stessa e la sua famiglia: nei Re Magi, da cui gli Orsini del Balzo si vantavo di discendere, pare quasi riconoscere l’anziano Raimondello, il giovane primogenito Giovanni Antonio, mentre le lunghe chiome bionde e le fattezze delicate del terzo personaggio coronato si confanno di più a una figura femminile come quella di Maria. Così come nel leone che sembra ruggire mentre si aggira sulle rovine di Babilonia, alcuni critici hanno identificato la città di Napoli che tanti dispiacere diede alla regina Maria durante il suo soggiorno partenopeo, in seguito alle seconde nozze con il re Ladislao: nella raffigurazione della Meretrice qualcuno infatti ha visto la grande nemica di Maria, Giovanna II, che regna su Napoli, usurpandole il trono che le spettava come sovrana consorte alla morte di Ladislao; e pare che sia sempre la stesa Giovanna, quella testa di donna con la quale viene antropomorfizzata la figura del serpente che tentò Adamo ed Eva nell’Eden.

Maria non guardava la Basilica secondo la prospettiva del semplice fedele, ma in un’ottica tutta politica: ella identificava se stessa con Santa Caterina, ritratta con caratteristiche somatiche e perfino con abiti molto simili a quelli indossati da colei che viene considerata dai critici la raffigurazione di Maria stessa, nel “Sacramento del Matrimonio”, ma anche Santa che siede in trono tra gli angeli e reca sul capo una corona gigliata, santa che tiene testa con la sua intelligenza e forza di carattere ai sapienti e all’imperatore, santa che infine non esita a sacrificare la propria vita pur di non venir meno alle proprie convinzioni (in modo analogo risponde Maria a chi le dice che Ladislao, dopo averla sposata, la farà uccidere: «Non me ne curo, morirò regina»). Ed ecco che lei, la regina, sceglie nell’alleanza con la Chiesa, suggellata anche dal matrimonio del figlio Giovanni Antonio con Anna Colonna, nipote del Papa Martino V, lo strumento attraverso il quale trionfare sulla “Bestia” apocalittica (Napoli) e sulla “Meretrice” (Giovanna II).
«Io trionferò»: questo è il monito che Maria lancia, dal “suo” (di Santa Caterina, in realtà) trono sul presbiterio, sulla controfacciata della Basilica a chi si avvia a uscire dal tempio.

Sara Foti Sciavaliere

 

La Centrale Montemartini di Roma

Dove l’antico e il moderno si incontrano. Entrare in un centrale elettrica dismessa e trovarvi una porzione del patrimonio dell’Antica Roma rinvenuti nelle varie campagne di scavo che hanno interessato l’Urbe, ha un impatto non indifferente. Per i puristi dell’archeologia la scelta potrebbe fare storcere il naso, ma guardando all’idea di questo allestimento se ne possono scorgere chiaramente il potenziale: il recupero di un impianto che costituisce comunque un esemplare di archeologia industriale altrettanto interessante e la capacità di trasmissione che questo luogo – dinamico – può costituire, soprattutto nella didattica scolastica.

Nel panorama europeo delle realtà museali non sono pochi i casi di conversione di apparati industriali riusati come musei e l’azione di restauro e valorizzazione della Centrale termoelettrica di Giovanni Montemartini non fa eccezione. Ma, mentre le industrie abbandonate e stazioni ferroviarie in disuso, come quelle berlinesi e parigine (basta pensare ai famosi casi dell’Hamburger Bahnhof a Berlino e alla parigina Gare d’Orsay, trasformate in musei d’arte contemporanea, sulla scia di un fenomeno di aree e di stabilimenti abbandonati reimpiegati), vanno riempiendosi di opere d’arte contemporanea, la Centrale ostiense diviene l’inusuale contenitore per opere d’arte antica provenienti dalle raccolte capitoline: un vero unicum nel panorama dei musei europei.

La storia del polo espositivo dei Musei Capitolini nella Centrale Montemartini ha avuto inizio nel 1997 con il trasferimento di centinaia di sculture in occasione della ristrutturazione di ampi settori del complesso capitolino. Per conservare l’accessibili al pubblico delle opere fu infatti allestita in quell’anno, negli ambienti ristrutturati della prima centrale elettrica pubblica romana, una mostra dal titolo “Le macchine e gli dei”, accostando due mondi diametralmente opposti come l’archeologia classica e quella industriale.

In un suggestivo gioco di contrasti accanto ai vecchi macchinari produttivi della centrale sono stati esposti capolavori della scultura antica e preziosi manufatti rinvenuti negli scavi della fine del XIX secolo e degli anni Trenta del Novecento, con la ricostruzione di grandi complessi monumentali e l’illustrazione dello sviluppo della città antica dall’età repubblicana fino alla tarda età imperiale. Quello che doveva essere solo uno spazio museale temporaneo però, in occasione del rientro di una parte delle sculture in Campidoglio nel 2005, alla conclusione dei lavori di ristrutturazione, è stato confermato come sede permanente delle collezioni di più recente acquisizione dei Musei Capitolini.

Già all’ingresso il visitatore ha un assaggio della “filosofia” di questo museo, trovandoci subito di fronte a una Venere marmorea di età cesariana che nel suo pallore si stacca dallo sfondo di un’enorme pompa di estrazione del 1912, sullo scuro metallo risalta così il panneggio leggerissimo e il movimento lieve della divina figura impressa nel marmo.
Si passa quindi alla Sala Colonne , la prima vera sala del museo, che ospita i reperti più antichi e offre un panorama delle espressioni artistiche del periodo repubblicano, in un percorso semplice e lineare, non condizionato dalla presenza di macchinari. Nell’esposizione del piano terra di fatto non si percepisce davvero l’unione arte-industria, che si compie invece nelle sale superiori; di fatto qui ciò che rimane del vecchio impianto industriale è visibile solo sul soffitto, dove non interferiscono affatto con la visione di insieme le tramogge a imbuto, utilizzate un tempo per smaltire le ceneri del carbone combusto al piano superiore. Nel percorso un’interferenza storica però è data da uno degli spazi che ospitava le caldaie, oggi la sala del treno di Pio IX. Il treno papale è stato realizzato nel 1858 e tre delle sontuose vetture sono in questo museo: la loggia delle benedizioni, il vagone della sala del trono e quello della cappella.

Salendo al piano superiore, si accede alla “sala macchine”: ci si ritrova in uno spazio ampio e luminoso, dai soffitti molto alti, in cui si impongono due ali di motori diesel, disposte a creare a un ambiente a tre “navate”, i cui disposte statue e buste di divinità del pantheon latino e personaggi della storia romana. Assai particolare è la sala successiva, il vano caldaie che ospita una “selva” di statue e reperti venuti alla luce dalle campagne di scavo a cavallo fra Ottocento e Novecento nella zona esquilina, si tratta delle decorazioni scultoree e dei cicli decorativi ormai smembrati degli Horti romani, una serie di ampi giardini che, annessi alla casa privata, portano la “campagna in città”. La sala a essi dedicata è un ampio spazio asettico a cui fa da sfondo un’enorme caldaia degli anni Trenta e un colonnato stilizzato, con statue poste negli intercolumni, fa da recinto al mosaico pavimentale di Santa Bibiana, intorno al quale gravita in resto dell’esposizione della sala e per raggiungere il quale non si può ignorare la meravigliosa statua di “Polymnia”. Il primo è un mosaico venatorio – di età tardo antico con scene di caccia –   degli Horti Liciani, ricostruito su un letto di ghiaia scura che lo mette in risalto; un pezzo piuttosto comune, in realtà, nell’antichità, ma quello di Montemartini è l’unico di questo genere di influsso africano ritrovato nell’Urbe. Riguardo alla statua marmorea di Polymnia, ritrovata nascosta insieme ad altri tesori presso gli Horti tardo-imperiali Ad Spem Veteres, a oggi è la versione artisticamente migliore della musa, una copia di età antonina di un’originale di epoca tardo ellenistica.

L’esposizione dei Musei Capitolini nella Centrale Montemartini è da considerarsi un compendio di storia dell’arte romana, e della storia di Roma stessa, in una location e in un’area cittadina fra i più lontani – in più sensi – dal centro dell’Urbe. È tuttavia indiscutibile che queste statue e le altre opere, rinvenute durante la modernizzazione urbanistica di Roma, abbiano finalmente trovato posto in uno dei luoghi simbolo di quella stessa modernizzazione. Quello della ex Centrale Montemartini è un museo che dialoga: il moderno dialoga con l’antico, l’arte con l’industria, la Grecia con il mondo romano, il visitatore dialoga con la storia che a questi si racconta nell’arte plastica e musiva dei Romani.

Sara Foti Sciavaliere

Io viaggio da sola

In una società aperta e libera come la nostra, sicuramente la donna trova mille opportunità e mille stimoli, ma siamo sicuro che siano egualitari a quelli degli uomini? Io direi proprio di no! Ci sono ancora molti tabù e limiti per noi donne, uno di questo è per esempio, viaggiare da sole. Se un uomo viaggia da solo per lavoro o per piacere nessuno si preoccupa, né corre grossi rischi, una donna che viaggia da sola, soprattutto per piacere è ancora vista con sospetto, corre molti più rischi di un uomo e deve limitarsi molto di più, si ha la stupida credenza che se sei in viaggio da sola sei in cerca di qualcosa, di avventure o esperienze estreme che possono in qualche modo metterti in pericolo, ecco perché vi do qualche regola per tutelare i vostri viaggi e viaggiare da sole in tranquillità, non rinunciando al vostro divertimento:

1 – innanzitutto cercare di arrivare nella città che si visita, con un volo aereo del mattino o al massimo del pomeriggio, in modo da avere tutto il tempo con la luce del sole e in orari molto frequentati, di trovare con comodo il vostro albergo.

2- prenotare sempre prima l’albergo, il bad and breakfast o l’airbn, in modo da essere tranquille ed avere dei punti di riferimento quando arrivate nella città sconosciuta.

3- la notte preferibilmente muoversi con il taxi, per chi ama guidare e ha un buon rapporto con il navigatore, si può facilmente affittare una macchina a noleggio, sarà sempre più sicuro di passaggi con sconosciuti o mezzi pubblici .

Queste sono le regole principali che io seguo quando viaggio da sola, e capita spesso, per tutto il resto, è divertente e appagante trovarsi sola in una grande città e godersela a pieno, sia per lavoro che per piacere, è bello perché ti misuri solo con te stessa e con i tuoi limiti per affrontare sorprese o imprevisti che sono sempre il sale della vita, per cui mi sento di dirvi, non rinunciate a viaggiare da sole, perché si possono vivere e incontrare emozioni e persone magiche che ti aiutano a diventare una donna migliore, si possono conoscere tante persone e vedere ed incontrare luoghi magici in cui perdersi per poi ritrovarsi. Per cui divertitevi e andate in giro per il mondo senza paura di sentirvi sole o indifese, perché ogni donna ha una forza e delle risorse molto più grandi di quelle di un uomo, basta solo ricordare la maternità, credo che dio quando abbia fatto l’esempio del cammello che passava nella cruna di un ago pensasse al parto, se sei riuscita nello stesso anno a partorire, accudire il bimbo, la casa, fare sport e tornare in forma, supportando e sopportando tuo marito, credo che non ti possa fermare niente e che ti sia giustamente meritata una vacanza solo per te!