Non ignorate gli indizi degli inizi!

Non sono una love coach (lascio questo lavoro a chi è “del mestiere”), né mi ritengo una super esperta in tattiche di conquista, ma ho studiato psicologia e a volte cerco di trarne qualche frutto.
Quando un rapporto dura alcuni anni, e poi inizia prima a vacillare e successivamente a lesionarsi, per poi rompersi definitivamente, succede che la realtà potrebbe essere edulcorata, che i primi giorni li ricordiamo alla luce degli ultimi  e tutto sommato sembrano belli, ma non siamo obiettivi nel giudicare.
Cosa potrebbe avvenire se, dopo un po’ di tempo, vi trovate a confrontarvi con una persona nuova e all’ improvviso avvertite un brivido che corre lungo la schiena e termina in un dolore che arriva fino allo stomaco? Fino a provocare nausea.
Il passato ritorna come un déjà vu, e le immagini prendono corpo nella vostra mente, immagini accompagnate da sensazioni fisiche, le stesse che le hanno accompagnate anni addietro.
È allora che potreste intuire cosa sta accadendo.
La persona che avete davanti, la stessa che sta cercando di mostrarvi solo il meglio di sé, forse non è altro che la copia fatta male del vostro precedente uomo durante gli inizi del rapporto, proprio agli esordi, quegli esordi che avete analizzato e rianalizzato per anni, domandando a voi stesse perché non siete riuscite a capire il grande bluff.
Ma ora siete più forti, siete più preparate e avete due possibilità: una è chiudere immediatamente qualcosa che sta gridando a gran voce : “È tutto sbagliato“. Senza il timore di perdere l’ultimo treno disponibile (sappiate che di treni sbagliati ne potrete avere ancora tanti a disposizione), oppure restare e rimpiangere ancora anni persi a combattere per far funzionare qualcosa che era difettoso sin dall’ inizio, per la semplice paura di restare SOLE!
Non ignorate gli indizi degli inizi! Non temete di restare sole! Siate donne che scelgono e non donne che si fanno scegliere dalla paura.
Siate Donne forti.
Spesso capita di ricadere negli stessi “errori” semplicemente perché il vostro inconscio li riconosce come “qualcosa di già conosciuto”, qualcosa di familiare. E sempre in maniera inconscia potreste finire per cadere di nuovo nelle stesse situazioni. Non è vero che non esiste nessuno di adatto a voi, non è vero che incontrate solamente persone “difettose” solo perché siete sfortunate.
Create voi la vostra fortuna! Scegliete di farvi meritare.
Non ritenetevi in “ritardo sulla tabella di marcia”.
Perché poi chi l’avrebbe decisa questa tabella? Le donne sposate con figli che vi gravitano intorno?
Siete voi che dovete stabilire la tabella di marcia della vostra vita.
A volte rimanere SOLE per un po’, o anche a tempo indeterminato, ritenetelo un premio per voi stesse.

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8 curiosità sulle sorelle Brontë

Oggi vi svelo otto curiosità sulle mie scrittrici vittoriane predilette: le sorelle Brontë.
Ma iniziamo subito…

  L’origine del cognome Brontë deriva dalla cittadina siciliana di 

Bronte.
Il padre delle sorelle Brontë, l’irlandese Patrick Prunty (o forse Brunty oppure O’ Prantee), era un grande ammiratore dell’ammiraglio Horatio Nelson, insignito del titolo di Duca di Bronte da re Ferdinando IV delle Due Sicilie. Per questo motivo Patrick modificò il suo cognome in Brontë, specificando la dieresi sopra la ‘ë’ affinché gli inglesi non ne sbagliassero la pronuncia eliminando la “e” finale.
Secondo Patrick, il nome Brontë appariva più aristocratico, e risentiva meno dell’origine irlandese della famiglia, oltre a ricordare l’ammiraglio Nelson.

 Jane Eyre, capolavoro principale della produzione letteraria di Charlotte, uscì nel 1847 sotto lo pseudonimo di Currer Bell.
Tutte e tre le sorelle Brontë, infatti, pubblicarono i loro romanzi d’esordio sotto lo pseudonimo dei fratelli Bell.
Charlotte scelse Currer Bell, Emily firmava Ellis Bell ed Anne optò per Acton Bell, ognuna rispettando le iniziali del proprio nome.
Il motivo di questa scelta, fu che ai tempi le opere letterarie di scrittrici donne venivano nettamente  discriminate rispetto a quelle dei colleghi uomini.
A causa degli pseudonimi, però, nacquero dei problemi nell’ attribuzione successiva dei romanzi alle rispettive autrici. Alcuni studiosi, infatti, attribuirono erroneamente a Charlotte Brontë  anche Cime tempestose, romanzo scritto da Emily negli anni immediatamente precedenti alla sua morte.

 Charlotte Brontë scrisse un romanzo che mai terminò, dal titolo originario “Emma”. Il romanzo, di cui Charlotte scrisse solo i primi due capitoli, fu completato in seguito da un’ altra scrittrice e pubblicato successivamente con il titolo “Emma Brown”.

 Charlotte Brontë dedicò la prima edizione di Jane Eyre al suo scrittore preferito, William Makepeace Thackeray, autore del romanzo “La fiera delle vanità”.
L’autrice ignorava però che la moglie di Thackeray, fosse pazza e che, proprio come Rochester, il marito la tenesse confinata in una stanza della loro casa. Questo inconveniente, fece diffondere a Londra la voce che lo scrittore Currer Bell (Charlotte), si fosse ispirato a Thackeray  per raccontare la storia di uno dei protagonisti del suo romanzo.

– Molte vicende narrate in Jane Eyre, sono autobiografiche.
Il racconto del soggiorno di Jane Eyre alla Lowood è basato sull’ esperienza di Charlotte Brontë, che, a soli  cinque anni, dopo la morte della mamma, fu mandata dal padre, il reverendo Brontë, insieme alle sorelle, alla Clergy Daughter’s School di Cowan Bridge nel Lancashire, collegio per figlie di ecclesiastici. Per le sorelle Brontë fu un esperienza terribile. L’istituto scolastico riservava alle studentesse un trattamento durissimo: la scuola non era ben riscaldata, le condizioni igieniche erano pessime, ed il cibo sempre molto poco. Il personaggio del preside della Lowood, è ispirato al Reverendo William Carus-Wilson, preside del collegio.

– Nel 1839, mentre prestava servizio come istitutrice, presso una ricca famiglia, Charlotte visitò la villa Norton Conyers nel North Yorkshire. Scoprì in quel frangente la storia di Mary, donna che, ritenuta pazza, fu rinchiusa in una soffitta per anni.
La stanza segreta fu scoperta nel 2004 dai proprietari della casa, tenuta fino a quel momento ben nascosta da pannelli, e chiamata quindi “Mad Mary’s Room”, la soffitta successivamente fu resa visitabile.

– La storia di Mary, ha ispirato Charlotte per il personaggio di Bertha Mason in Jane Eyre.

– La pazza Bertha Mason è in Jane Eyre una sorta di doppelgänger della protagonista, ne rappresenta infatti le passioni e il lato istintivo, che nella società vittoriana dovevano essere sempre controllate e celate per bene, soprattutto per quello che riguardava le donne.

COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti

Titolo: COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti

Autrice: Carla Sanguineti

Casa editrice: Kappa Vu

Genere: Biografico

Formato: Rilegato

Pagine: 240

Mary Shelley è un personaggio di cui  ho voluto approfondire la storia personale, prima di leggere le sue opere.

Il libro COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti, della scrittrice Carla Sanguineti, edito Kappa Vu, non si può propriamente definire un romanzo, o una biografia nel senso classico del termine. L’autrice alterna , durante la narrazione, brani tratti dalle opere di Mary e Percy Shelley, a brani in cui racconta, in forma romanzata, la vita dei due ragazzi fuggiti da una Londra troppo conformista per loro idee liberali.
Mary, figlia di due illustri nomi della letteratura, Mary Wallstonecraft William Godwin, cresce in una famiglia anticonformista e dalle idee rivoluzionarie, soprattutto riguardo la figura della donna e il matrimonio. I genitori di Mary si sono sposati, infatti, unicamente per legittimare la sua nascita in una società conservatrice che lo pretendeva.
Quando però William Godwin si trova a dover gestire la situazione di una figlia sedicenne che si innamora del suo protetto Percy Shelley, un uomo sposato, non riesce a mettere in pratica le sue idee liberali e allontana i due ragazzi.
E’ così che Mary  e Percy iniziano a girare l’Europa, in parte per sfuggire ai creditori che perseguitano Shelley ed in parte per assecondare l’ispirazione artistica e creativa del poeta, stabilendosi per molti anni in Italia. Anni segnati da dolorosi lutti. Mary deve affrontare la morte dei suoi primi tre figli, ancora molto piccoli e il suicidio di sua sorella Fanny, rimasta a Londra e caduta in depressione proprio come sua madre.
Insieme a Mary e Percy parte anche Claire, la sorella acquisita di Mary, figlia della seconda moglie di Godwin, che fin dall’inizio pare sia stata una delle amanti di Shelley.
Intorno alla coppia gravitano figure di intellettuali, poeti e scrittori tra cui Lord Byron e John Polidori.
Proprio durante una notte a villa Diodati, una delle residenze di Lord Byron, che Mary concepisce e scrive Frankestein, la sua prima e più grande opera.
Uno degli aspetti che ho apprezzato molto in questo libro è che la Sanguineti oltre alle vicende della coppia, racconta anche alcuni episodi della vita di Mary Wallstonecraft, scrittrice rivoluzionaria, che difende i diritti e l’uguaglianza delle donne. Mary Shelley per tutta la vita subisce l’influenza della madre, e delle sue opere.

COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti è un libro allucinante e allucinato, nel senso che racconta tramite i diari e le lettere di Mary una realtà quasi surreale vissuta dai due giovani e le allucinazioni di Percy quasi sempre sotto effetto di laudano.
Mary nonostante sia una donna dalle idee molto liberali, non riesce mai ad ottenere l’indipendenza emotiva e psicologica da Percy, nemmeno dopo la morte di lui, ancora giovanissimo nei mari italiani durante una traversata. Lei sopravvive al suo amore, ma vive solo in funzione di suo figlio, unico filo che la lega alla vita, e del ricordo del marito, sempre in bilico sul baratro della depressione.
Consiglio sicuramente la lettura di COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti a chi ha il desiderio di approfondire la conoscenza di un personaggio complesso come Mary Shelley e soprattutto di conoscere le sue paturnie.
E’ un libro molto particolare, non posso affermare che sia di facile e scorrevole lettura, ma questo lo rende ancora più interessante.

Personaggi femminili forti: Ritratto di donna in cremisi di Simona Ahrnstedt

Titolo: Ritratto di donna in cremisi

Autrice: Simona Ahrnstedt

Casa editrice: Sperling&Kupfer

Genere: Narrativa

Pagine: 430

Formato: Rilegato/eBook

Ritratto di donna in cremisi, romanzo di Simona Ahrnstedt, edito Sperling & Kupfer, ci porta nelle atmosfere della Svezia di fine Ottocento più precisamente a Stoccolma nel 1880 e ci racconta una storia d’amore, la storia di una donna molto forte.
Questo libro è un romanzo di formazione e resilienza, racconta infatti di una giovane donna, Beatrice, che, rimasta orfana  cresce a casa dello  zio paterno, ma purtroppo Beatrice riesce a stabilire un legame affettivo unicamente con la cugina Sofia, unico suo punto di riferimento in famiglia.
Bea a diciotto anni non sa ancora di non essere padrona della sua vita e del suo destino, infatti lo zio e il cugino decidono di vendere la ragazza al migliore offerente  e di imporle  così, sotto minaccia, il matrimonio con il viscido e anziano Conte Rosenschiold, un uomo senza scrupoli, misogino e violento. Beatrice cerca di opporsi  a questo matrimonio, ma per salvare la cugina Sofia, unico affetto che le è rimasto, che rischierebbe altrimenti di prendere il suo posto, decide di cedere al ricatto del crudele zio.
La ragazza però nel frattempo si innamora di Seth, un giovane imprenditore norvegese dal carattere cupo ma dall’animo generoso. Seth, un’uomo che, al contrario del misogino conte, rispetta le donne, tenterà di sottrarre Beatrice al suo destino e si batterà per lei per tutta la durata della storia.
Bea passerà in pochi anni dall’essere una giovane adolescente a diventare una donna forte e risoluta.
Ciò che mi ha colpito negativamente è stata la mentalità ristretta e gretta della Svezia di fine Ottocento nei confronti delle donne, totalmente sottomesse al volere dei padri e dei mariti, in contrasto, con quella più aperta di altri paesi europei, come Francia o Inghilterra, dove la situazione si stava un po’ evolvendo.
La donna era considerata un oggetto dell’uomo, una bambola senza personalità gestita prima dal padre e poi dal marito, costretta a dedicarsi ad attività domestiche Il mondo della donna si limitava a al salotto e alla camera da letto.
È sconvolgente leggere di donne ritenute “affette da isteria”, a cui veniva praticata l’isterectomia per renderle più “docili”.

“Per quanto mi riguarda sono molto esigente quando si tratta della mente che deve decidere per me”. Poi sollevò il bicchiere.”Non credete che dovrei meritare una mente tutta mia, anche se sono soltanto una donna?”

A Beatrice viene infatti negata la possibilità di leggere libri e quotidiani, ma la ragazza ribelle per natura, decide di non sottostare a tutto questo. Inizia a leggere di nascosto ed esprime le proprie idee in pubblico a dispetto delle regole imposte dalla società in cui vive, provocando le ire degli uomini della sua famiglia e di suo marito. Questo atteggiamento le costa spesso punizioni corporali e psicologiche, prima da parte di suo zio che la lascia chiusa nella sua stanza senza acqua né cibo, per giorni a deperire e disidratarsi, per farle “abbassare la testa” e decidere di sottomettersi al suo volere, poi da suo marito che la violenta nel modo peggiore, creandole ferite fisiche e psicologiche difficili da rimarginare.
Nella prima parte del romanzo sono descritte alcune scene piuttosto cruente, necessarie alla veridicità della storia, che successivamente nella seconda parte , lasceranno spazio a più leggerezza spensieratezza.
Il carattere ribelle di Beatrice e il suo grande amore per Seth, le costeranno quasi la vita.

Lo stile di scrittura di Simona Ahrnstedt è scorrevole e chiaro e le descrizioni degli ambienti e dei personaggi, estremamente minuziose, permettono al lettore di figurarsi visivamente ogni scena del romanzo come una sequenza cinematografica.
Consiglio il romanzo Ritratto di donna in cremisi a chi ha voglia di leggere uno spaccato della Svezia di fine Ottocento, di conoscere la posizione della donna nella società dell’epoca e leggere una bellissima e travolgente storia d’amore, passionale e travagliata.

25 novembre – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne approvata dall’ONU nel 1993 all’art.1, descrive la VIOLENZA CONTRO LE DONNE come:
«Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata.»

La violenza contro le donne è ormai strutturale. Fa parte cioè della struttura della nostra società.
Una violenza endemica, che deve essere guarita dall’interno.
La soluzione non è guardare le vittime al telegiornale e parlarne a tavola all’ora di cena, sconvolgendosi per le atrocità che qualche uomo crudele è stato capace di infliggere alla moglie, alla fidanzata, o a sua figlia, perché è proprio tra le mura domestiche che spesso si consuma la peggiore violenza fisica e psicologica nei confronti delle donne.
La prima e indispensabile soluzione deve essere la denuncia. Non si deve aver paura di parlare, sia nel ruolo di vittima che in quello di spettatore.
Il ruolo dei centri antiviolenza in questi casi è fondamentale, perché prende in carico il caso della donna sia sotto l’aspetto psicologico, sia sotto l’aspetto giuridico, sostenendo la vittima a 360 gradi.

In molti paesi il 25 novembre si commemora la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
La commemorazione di questa data ha origine dal primo Incontro Internazionale Femminista, avvenuto in Colombia nel 1980, in cui la Repubblica Dominicana propose questa data in onore alle tre sorelle Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, uccise il 25 novembre 1960 dalla dittatura trujillista.
Progressivamente, molti paesi si unirono nella commemorazione di questo giorno, come simbolo di denuncia, contro il maltrattamento fisico e psicologico di donne e bambine.
Nel 1998 l’assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò all’unanimità la internazionalizzazione della commemorazione di questa data.
Il 17 dicembre 1999 l’assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 54/134, con cui scelse la data del 25 novembre per la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, in omaggio alle sorelle Mirabal.

Le sorelle Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal nacquero e vissero nella Repubblica Dominicana dominata dalla dittatura trujillista, una delle più dure dell’America Latina. Quando Trujillo salì al potere, la loro famiglia, come tutte le altre, furono private  quasi totalmente i propri beni, prima nazionalizzati, poi assorbiti dal dittatore nei suoi beni privati. Le sorelle Mirabal decisero negli anni cinquanta di opporsi e combattere la dittatura trujillista.
Patria Mirabal, era sposata con Pedro Gonzalez Cruz; Minerva Mirabal, forte combattente di grande cultura, militò nella resistenza antitrujillista sin dal ’49 e sposò con Manuel Aurelio Tavares Justo; Maria Teresa Mirabal, agronoma, condivise con le sorelle la lotta contro la dittatura trujillista e sposò l’ingegnere Leandro Guzman.
Nel 1960, le tre donne costituirono il “Movimento 14 di giugno”, sotto la direzione di Manolo Travares Justo, dove Minerva e María Teresa usarono come nome in codice Mariposas (Farfalle), contro le atrocità inflitte al popolo domenicano dalla dittatura trujillista.
Il Movimento politico clandestino si espanse in tutto il paese, strutturato in gruppi che combattevano la dittatura. Nel gennaio del 1960 il movimento venne scoperto dal SIM, la polizia segreta di Trujillo, i suoi membri vennero perseguiti e incarcerati al carcere di “La 40”, luogo di tortura e di morte.
Le sorelle Mirabal vennero liberate alcuni mesi dopo, ma i loro mariti restarono in carcere.
Il 25 novembre 1960 , accompagnate dall’autista Rufino de la Cruz, le tre sorelle  andarono a fare visita Manolo e Leandro, trasferiti nel carcere della città di Puerto Plata. L’auto sulla quale viaggiavano fu intercettata e i passeggeri vennero catturati e portati in un luogo nascosto, una piantagione di canna da zucchero, dove vennero crudelmente uccisi a bastonate.
I corpi furono rimessi nell’auto dove stavano viaggiando, che fu fatta precipitare da un dirupo per simulare un incidente.
Uccidendo le sorelle Mirabal, Trujillo credeva di eliminare un problema, ma invece quest’atrocità causò grandi ripercussioni nel popolo domenicano: molte coscienze si svegliarono e si ribellarono.
Il movimento culminò con l’assassinio di Trujillo nel 1961.

Dobbiamo ricordare le vittime della violenza sulle donne ogni giorno e dobbiamo ogni giorno e ogni giorno impegnarci perché questo strazio crudele sia finalmente fermato.
Facciamo sì che questo 25 novembre sia un nuovo inizio!
Stop all’indifferenza!

Protagoniste femminili forti – Il grande inverno di Kristin Hannah

Titolo: Il grande inverno

Autrice: Kristin Hannah

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Narrativa

Formato: Rilegato/ eBook

Pagine: 452

Ci troviamo nuovamente di fronte ad un grande romanzo della scrittrice Kristin Hannah, romanzo in cui la bravissima autrice con il suo stile sempre lineare che colpisce diritto al cuore, ci narra di due protagoniste femminili forti ( come anche nel suo precedente libro, L’Usignolo), questa volta madre e figlia, Cora e Leni.

Siamo negli anni ’70.
Ernt Allbright, americano reduce dalla guerra in Vietnam, ritorna a casa prostrato da uno stato di profonda instabilità mentale. Dopo essere stato licenziato un’ennesima volta, decide improvvisamente di trasferirsi con la moglie Cora e la figlia tredicenne Leni, nella selvaggia Alaska.
Ernt e Cora litigano continuamente e violentemente, hanno tra loro un rapporto ossessivo di amore, se così si può definire un’ossessione, e odio. Questo porta Ernt ad essere violento nei confronti di sua moglie e picchiarla dopo ogni discussione, contraddizione o a causa dell’estrema e patologica gelosia che nutre nei confronti della donna. Cora continua a perdonarlo, aggrappandosi all’idea che la causa del comportamento di suo marito siano le grandi sofferenze subite durante la guerra.

In Alaska la famiglia si stabilisce in uno sperduto paesino, abitato da una piccola comunità di persone molto temprate e autosufficienti.
Ma purtroppo l’Alaska è un territorio molto ostile e d’inverno il buio regna sovrano per diciotto lunghe ore, peggiorando il fragile stato psicologico di Ernt e tutto ciò che accade al di fuori della casa, il ghiaccio, gli attacchi degli orsi, la mancanza di alimenti, sembrano nulla rispetto alla violenza che si consuma da parte dell’uomo contro la moglie all’interno delle mura domestiche.

Leni e Cora devono affrontare la realtà: sono sole.

Grazie alla comunità che si stringe inaspettatamente intorno alle due donne, riusciranno a sopravvivere superando pericoli estremi. Ernt, nonostante l’amore incondizionato che riceve dalla moglie, diventa ingestibile, portando il finale alle estreme conseguenze.

In questo romanzo l’amore si intreccia e si mescola con l’odio. I due sentimenti si rincorrono per prendere a tratti il sopravvento l’uno sull’altro.
La violenza usata nei confronti delle due protagoniste è sia fisica che psicologica.
Donne forti che affrontano anni difficili vessate da un uomo possessivo e fuori controllo, con grande coraggio e forza d’animo.

L’Alaska è un paese meraviglioso e terribile allo stesso tempo e la scrittrice descrive minuziosamente paesaggi al contempo affascinanti e spaventosi.

In questo romanzo c’è troppo di tutto: troppa violenza, troppa sofferenza, troppo amore, troppa desolazione, troppa crudeltà, troppa luce e troppo buio.
La storia è molto intensa e il ritmo della narrazione è molto serrato, per cui il lettore deve ogni tanto fermarsi per riprendere a respirare.
Libro consigliato, ma reggetevi forte prima di iniziarne la lettura: sarà come salire sulle montagne russe!

Protagoniste femminili forti – L’Usignolo di Kristin Hannah – Recensione

Titolo: L’Usignolo

Autrice: Kristin Hannah

Casa Editrice: Mondadori

Genere: Narrativa

Formato: Rilegato/eBook

Pagine: 466

Se si parla di libri che hanno come protagoniste donne forti, non si può non parlare del romanzo di Kristin Hannah, L’Usignolo.

Ambientato durante la seconda guerra mondiale nella Francia occupata dai nazisti, L’Usignolo vede protagoniste due sorelle, Isabelle e Vianne Rossignol che vivono, o sopravvivono alla guerra, ognuna a proprio modo, in un paese devastato e depredato dai tedeschi, a cui saranno proprio le donne coraggiose, rimaste a casa a doversi ribellare.

Isabelle, giovane ragazza intrepida e inizialmente dotata di una buona dose di incoscienza, inizia un percorso di opposizione al governo gestito dai nazisti, che la porterà a diventare la partigiana più ricercata della Francia, “l’Usignolo”, per l’appunto (ndr. la traduzione del cognome Rossignol è proprio Usignolo).

Vianne, la sorella maggiore, inizialmente più remissiva e sottomessa al regime, ma con un animo forte e generoso, si batterà anche lei per salvare molte vite umane.

Due sorelle che si troveranno a combattere senza saperlo, per gli stessi ideali sentendosi alla fine inverosimilmente più vicine che mai, proprio loro che erano state divise a lungo da scelte sbagliate prese nel corso della vita.

Non vi nascondo la mia predilezione per Isabelle che sin dalle prime pagine si dimostra una donna forte e impavida, tanto da preoccupare gli uomini che combattono al suo fianco che si ritrovano spesso a ricordarle “di dover aver paura”.

Il suo aspetto particolarmente affascinante l’aiuta e la penalizza allo stesso tempo, come spesso accade alle donne, purtroppo.

Isabelle vive un rapporto conflittuale con suo padre, quando in realtà, anche in questo caso, i due sono molto più affini di quanto credano.
Queste dinamiche familiari, hanno portato Isabelle a soffrire negli anni di sindrome dell’ abbandono e la condizionano nei rapporti umani. In parte saranno però anche la spinta per lei a lanciarsi nella sua “missione” senza aver nulla da perdere, o meglio, credendo di non aver nulla da perdere.

Isabelle ci farà soffrire, stupire del suo enorme coraggio e della sua perseverante caparbietà, ci dimostrerà che spesso una donna riesce ad essere forte e resistente quanto un uomo grazie alla volontà di non cedere.

Non vi nascondo che L’Usignolo può far versare più di una lacrima, personalmente ho letto le ultime dieci pagine con gli occhi velati e completamente offuscati dalla commozione.
Ma vale ogni emozione!

Se anche voi amate le protagoniste femminili forti, e immagino di si, se state leggendo la mia rubrica, allora “dovete” assolutamente leggere L’Usignolo di Kristin Hannah.

Dovremmo essere tutti femministi – Chiamamanda Ngozi Adichie

Dovremmo essere tutti femministi è un saggio della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, tratto dal suo discorso alla TEDxEuston Conference in cui cerca di chiarire il significato della parola femminista e l’idea del femminismo stesso, a suo parere troppo spesso travisate e limitate da stereotipi e schemi mentali.

“Femminista: una persona che crede nell’eguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi.”

Chimamanda ama definirsi una Femminista Felice Africana Che Non Odia Gli Uomini e che Ama Mettere il Rossetto e i Tacchi Alti, Per Sé e NON Per Gli Uomini, contro ogni stereotipo che vuole le femministe tutte donne infelici, arrabbiate con il mondo e sciatte.

La scrittrice esorta le donne a non abituarsi a un mondo ingiusto che vuole gli uomini sempre un passo avanti, sempre uno scalino più in alto ai posti di potere.
“Se facciamo di continuo una cosa, diventa normale. Se vediamo di continuo una cosa, diventa normale.”

Essere femministi non significa desiderare un mondo dove le donne siano considerate più degli uomini, significa desiderare l’uguaglianza di genere.
A oggi il genere conta in tutte le culture, e Chimamanda ci sprona a cambiare lo status quo, senza aver paura. Sognare e progettare un mondo diverso. Un mondo dove uomini e donne possano essere più felici e uguali.

In questo saggio, l’autrice analizza il problema dalle radici, che affondano nel tipo di educazione impartita oggi ai bambini da parte dei genitori. I maschi sono spinti a crescere come “duri”, rendendoli in questo modo tanto più fragili, e le femmine vengono educate a prendersi cura del fragile ego maschile.
Dalle donne ci si aspetta che trovino la loro massima realizzazione nel matrimonio , e se ciò non avviene è vissuto come un fallimento personale. Se invece è un uomo a non sposarsi, è perché non ha trovato la persona giusta.
Il matrimonio se vissuto nella perfetta uguaglianza è un’esperienza bellissima in cui ci si supporta a vicenda, ma spesso nonostante le apparenze, la situazione è diversa. Le donne crescono con l’idea di dover compiacere gli uomini, mentre è molto raro che agli uomini sia insegnato a rendere felice una donna.
Il mondo manca di equilibrio di genere.

Chiamamanda ci parla di condizionamento sociale: “Siamo tutti esseri sociali. Interiorizziamo idee che derivano dalla società in cui siamo inseriti.”

Per secoli il mondo è stato diviso in due categorie di genere: uomini e donne, opprimendo ed escludendo uno dei due gruppi.
Il “femminismo” è strettamente legato ai diritti umani  e negare il problema legato al genere, significa negare che le donne siano state escluse per anni.

Consiglio la lettura di questo breve e intenso saggio alla donne quanto agli uomini. Anche un uomo infatti può essere femminista, perché un uomo femminista non è altro che un uomo giusto!