Il favoloso mondo di Heidi_Lab

Heidi_Lab è un progetto creativo, artigianale di abbigliamento per donna e bambina. Il logo è un piccolo fumetto con la sua iniziale,  perché Heidi è davvero il suo nome! La passione per le stoffe, gli abbinamenti e i colori nasce nel 1994 quando Heidi aveva sedici anni e cuciva minigonne per sé e per le sue amiche, di nascosto dalle mamme! Costumista, sarta, designer, vetrinista con laurea in belle arti, ha frequentato numerosi corsi di formazione. Ogni capo è realizzato interamente nel suo laboratorio romano; i tessuti che usa sono in prevalenza naturali, e molti sono in fibre eco-sostenibili certificati “Gots”.

Spesso disegna le grafiche che verranno stampate sulle sue stoffe preferite. Per completare ogni capo Heidi pensa al suo accessorio più adatto, spesso firmato dalla designer di gioielli Valentina Mancini, con cui si è instaurata una collaborazione che dura ormai da anni. Indossare un capo proveniente dal Lab di Heidi vuol dire unicità, attenzione per i dettagli e per le materie prime di pregio.

Tre domande a Heidi

Come si svolge la giornata lavorativa?

Sveglia presto 6:30 del mattino, rapide coccole nel lettone con i bimbi, ci tuffiamo in tazzoni di latte&cioccalto (caffè per manna&papà), e di corsa ci si prepara per la giornata! Dalle 10:00 pronta nel Lab con le mie compagne di viaggio: la musica (rock anni ’70 in primis) e soprattutto le due macchine da cucire (Janome e Singer) una ha circa vent’anni, l’altra è una modernissima taglia e cuci: senza di loro non esisterebbero le mie creazioni!

Quali sono le tue fonti d’ispirazione?

Devo dire in verità, che non seguo realmente la moda… le uniche sfilate che non perdo mai sono quelle della famiglia Missoni, ma per pura gioia personale, non per ispirarmi, semplicemente mi riempiono il cuore! Le mie vere ispirazioni vengono dai materiali: quando immagino un qualsiasi oggetto da indossare provo a capire la tipologia di materiale più adatto per realizzarlo, il momento della giornata in cui si potrebbe usare e soprattutto a quali fisici potrebbe star bene, perché ci tengo a poter vestire tutte le età e tutte le taglie! Per questo le mie creazioni spaziano da oggetti particolarissimi, ma comunque indossabili, ad abiti per la tutti i giorni.

Progetti futuri?

Il mio sogno è un laboratorio, aperto al pubblico, nel cuore di Roma! Sto lavorando con immensa passione per raggiungere questo obbiettivo. Gli altri progetti che porto avanti sono le collaborazioni (che spero non finiscano mai) con designer emergenti e con i professionisti dell’immagine, così da proporre sempre un total look, ma non per forza tutto coordinato… mi piace inserire sempre un particolare che “stona”, perché adoro la perfetta casualità!

Dove trovare Heidi:

Su Facebook Heidi_Art

Su Instagram @Heidi_Lab

Questo slideshow richiede JavaScript.

Annunci

Pietro Giannuzzi: lo stile italiano in Africa

Il 5 ottobre scorso all’African Fashion International – Johannesburg Fashion Week 2018 il pubblico ha vissuto una progressione di emozioni grazie alla collezione realizzata da Pietro Giannuzzi, responsabile creativo del marchio Presidential. Quando nel 1994, all’inaugurazione del primo parlamento eletto a suffragio universale in Sud Africa, Nelson Mandela indossò la camicia regalatagli da Desrè Buirski, nacque la Presidential e “The Madiba Shirt”, perché Madiba continuò ad indossare quelle camicie per il resto della sua vita anche nelle occasioni ufficiali, facendone un simbolo della nuova nazione, un simbolo di libertà e democrazia che si diffuse rapidamente fuori dai confini del Sud Africa.

Ora la Presidential vuole andare oltre e si è affidata a un creativo italiano, Pietro Giannuzzi, che vive da oltre vent’anni in Sud Africa, dove arrivò per le imperscrutabili strade della vita. Ha già dato prova delle sue capacità nella sua lunga attività sartoriale. Con la collezione primavera/estate presentata il 5 ottobre scorso per Presidential (visitabile alla pagina http://gallery.africanfashioninternational.com/envira/presidential-afijfw-2018/), ha preso per mano il marchio e la shirt e li ha accompagnati nell’affollato creativo mondo del fashion ma con una chiara propria cifra distintiva. Perciò s’intuisce che l’avventura è solo cominciata.

Giannuzzi con la sua collezione ha realizzato un’accattivante armonia. Ha portato nel suo lavoro la creatività innata insieme al know-how e alla tradizione sartoriale assorbiti nella sua terra d’origine; ha tenuto ben saldo il brand della Presidential Shirt con i tessuti e i colori; su questo ha innestato le sue felici intuizioni. Utilizzando l’arte della mescolanza di colori appresa nei paesi asiatici in cui ha viaggiato, ha preso tutta la tavolozza dei colori forti e decisi dell’Africa e li ha trasfusi in capi realizzati con la cura sartoriale propria dell’antica tradizione italiana. E’ evidente perciò che Pietro Giannuzzi possiede la capacità di sintesi armonica propria di chi, con l’anima leggera, è aperto alle culture diverse da cui si lascia contaminare consapevole dell’inevitabile arricchimento.

Il contrasto armonico è il filo conduttore della collezione. Giannuzzi ha innestato il suo design innovativo su capi che appartengono alle tradizioni europea, africana e asiatica, con l’esaltante risultato di conferire loro nuova e lunga vita. Nelle stoffe, mai dimenticando quelle della Madiba Shirt, ha mescolato con armonia tutta la tavolozza di colori che l’Africa offre, anche quelli delle albe e dei tramonti introvabili altrove; ha inserito motivi tribali che assumono eleganza classica grazie al design e alla cura sartoriale dei capi.

Ma strano a dirsi, in questa collezione tutta al maschile, il capolavoro è un abito femminile creato per essere lo showstopper. In quest’abito Giannuzzi rivela tutto l’amore per l’Africa che l’ha accolto e che ritiene terra meravigliosa. Gli ho domandato, infatti, spiegazioni per questa scelta e la risposta mi ha lasciato senza parole.

“Una notte – mi ha detto – che è per me il momento più creativo, stavo lavorando alla collezione; l’avevo già disegnata ed ero alla ricerca del capo simbolo. Per la stanchezza sono crollato, mi sono addormentato e ho fatto un sogno. Devi sapere che il mio paese, Minervino Murge in Puglia, è noto come il Balcone delle Puglie, perché si stende interamente, a lunghe terrazze sovrapposte, su un pendio roccioso che si affaccia verso sud e domina la valle del fiume Ofanto. Quella notte sognai Minervino come un enorme balcone da cui mi sporgevo pensando all’Africa. Ad un tratto tutto cambiò davanti a me come solo nei sogni può accadere. La Valle dell’Ofanto svanì e mi apparve prima il Mediterraneo e poi l’Africa. Così dal bacone dove sono nato vedevo davanti a me l’Africa in tutta la sua interezza da nord a sud, con i suoi colori e la sua natura forte, selvaggia, splendida e mi sentivo assai leggero e felice. Al risveglio, ricordando la visione del sogno e col senso di leggerezza che ancora sentivo, disegnai il vestito: nella parte bassa e nello strascico ho immaginato i paesi che affacciano sul Mediterraneo e poi su fino al Sud Africa. Decisi che sulla passerella avrei fatto camminare l’Africa, la mia visione dell’Africa tradotta con l’arte che amo e che continuamente scopro e conosco. Ecco perché un abito femminile è lo showstopper della collezione.”

Ma l’omaggio all’Africa non si ferma qui. Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Madiba e in suo omaggio Giannuzzi ha utilizzato in ogni capo dei tessuti in cui fosse presente il color oro: o come filo all’interno del tessuto o come colore manualmente applicato successivamente alla tessitura; esattamente come anche per le camicie della speciale Presidential Golden Collection.

Con i colori e il design è evidente che Giannuzzi punta dritto alla sfera emozionale; con l’oro, il metallo dei re, invece punta dritto alla sfera spirituale. La sintesi che ottiene suscita vibrazioni come le musiche di Vivaldi o Wagner. Se di tutto questo lui sia consapevole o meno non importa: lui lo fa e ciò basta. La ricerca estetica, cioè la ricerca della sintesi armonica tra le due sfere, ha fatto affermare a Fëdor Dostoevskij che la bellezza salverà il mondo. Io credo che anche l’arte di Pietro Giannuzzi sia in grado di donarci quella bellezza salvifica.

Francesco Topi

Kekko Silvestre dei Modà e il suo “Cash”

Non si nasce così, con un nome così. Ci si cresce dentro. Cash ce l’aveva un nome di battesimo, ma si è perduto nell’aria, come nell’aria si perde la sfera piumosa di un soffione. […] In Cash c’è suono puro, e c’è suono della sua terra: niente significa Cash, se non il rumore che fa.

Cash è un ragazzo di Cerignola. Un ragazzo giovane, con la voglia di lavorare e rendere felice la sua famiglia e la fidanzata storica, ma arrabbiato con il mondo. Una rabbia che lo divora e che spesso lo porta ad affrontare delle situazioni più grandi di lui.

Cash era senza filtri, fedele a se stesso, trasparente. Eppure, tanta trasparenza confondeva anche quelli che pure l’avevano saputa cogliere. Ormai, gli è restata soltanto la famiglia.

Perché Cash è impulsivo, sempre pronto a battersi per difendere i più deboli. È un ragazzo con la voglia perenne di urlare al mondo che lui può riuscire in tutto, che non serve avere un lavoro fisso per essere “qualcuno”, ma che basta esserci al momento giusto. Quando però tutto cambia improvvisamente, per Cash, è l’inizio di una grande avventura che lo porterà fino in America.

E allora Vecchio, te lo dico il mio motivo, visto che lo vuoi sapere: io voglio dimostrare a me stesso che posso portare a termine qualcosa. Che sia boxe, che sia amore, che sia lavoro, voglio riuscire a portare a termine una cosa per dirmi solo una volta, almeno una: bravo Cash.

Kekko Silvestre ci racconta, con la semplicità delle sue parole, e ci trascina nel mondo di Cash. Ci parla di un ragazzo che ha la voglia di dimostrare a se stesso che tutto è possibile e che la vita ci regala sempre mille emozioni. Un romanzo che si legge tutto d’un fiato. Per chi come me ama i testi dei Modà, ha rivisto pienamente in Kekko l’essenza del suo essere e del suo raccontare una storia come se fosse una lunga canzone.

Les Journées Particulières de Fendi #LVMH

Maestri calzaturieri o orologiai, stilisti, gioiellieri… tutti gli artigiani sono a disposizione del pubblico, per condividere la storia e i segreti della Maison Fendi dal 12 al 14 ottobre al Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur.

Les Journées Particulières sono l’espressione della generosità dei creatori, artigiani e talenti delle nostre Maison, mossi dal desiderio di condividere ciò che li unisce, nella diversità: l’amore per il proprio mestiere, la passione creativa e la ricerca della perfezione nell’elaborazione di prodotti ed esperienze eccezionali. Un invito a scoprire un patrimonio architettonico e culturale unico, così come i savoir-faire in cui si incontrano innovazione e tradizione”, dice Antoine Arnault, membro del Consiglio di Amministrazione del Gruppo LVMH.

È cominciata ieri nel palazzo della Civiltà Italiana all’Eur (sede della storica Maison romana) la rassegna Les Journées Particulières di Fendi dedicata alle maestranze della casa di moda. Un vero e proprio patrimonio storico e culturale che rende famosa la maison in tutto il mondo.

La scoperta del patrimonio e del savoir-faire  costituisce il filo conduttore delle Journées Particulières. Un laboratorio aperto al pubblico in cui si può parlare direttamente con chi rende vive e palpabili le visioni del genio di Karl Lagerfeld e non solo: sarte, artigiani del mobile (perché Fendi è anche arredamento), gioiellieri e pellettieri ci offrono l’opportunità di fare l’esperienza di una  visita in totale libertà o in compagnia di una guida della maison e di  partecipare a conferenze e dimostrazioni.

Ogni luogo riserva un percorso di visita unico e originale, immaginato dalla Maison ospite. L’obiettivo è offrire un’esperienza “immersiva” e interattiva, come quelle proposte durante i tanti workshop organizzati dagli artigiani o nelle esclusive master class con gli esperti e i designer del Gruppo LVMH. Il programma è inoltre arricchito da numerosi happening: performance, proiezioni, esplorazione di luoghi segreti, incontri inediti, workshop esclusivi.

È un’occasione unica, questa delle Journées, per poter parlare con le sarte che creano preziosi ricami e straordinari intrecci tra tessuti, pellicce e sete, farsi spiegare come nasce la pelliccia-non-pelliccia, uno dei punti di forza della collezione di Haute Couture che ha appena sfilato alla Parigi Fashion Week di settembre. O per vedere come nascono le famose scarpe e borse della Maison; la cura e la dedizione con cui i maestri pellettieri assemblano i pezzi.

Les Journées ci permettono di vivere nel cuore della moda, di entrare in uno dei palazzi dell’eccellenza italiana, che tutto il mondo ci invidia. Perché la moda non è solo ciò che vediamo in passerella, è l’insieme di arte, cultura, lavoro certosino e passione.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Chantal Pistelli McClelland e la bellezza delle unicità

La bellezza delle donne è nella loro forza. La loro forza è nel loro coraggio. E di coraggio, bellezza e fascino la modella Chantal Pistelli McClelland ne ha da vendere. Conosciamola insieme…

Mi chiamo Chantal, sono italoamericana e vivo a Pisa.
Da molto tempo sto percorrendo una battaglia personale, che spero possa invece aiutare molte altre persone.
Credo fermamente nella bellezza delle unicità, a tutto ciò che da valore alle caratteristiche di ognuno. Siamo purtroppo abituati dalla moda e televisione a una bellezza stereotipata, irreale e questo porta a non accettarsi, a vergognarsi delle proprie caratteristiche fisiche.
Per molti anni mi sono nascosta, vergognata della mia situazione, vittima di pregiudizi e discriminazioni fin quando ho deciso di alzare la testa e considerare la mia caratteristica un’unicità. Da quel momento la mia vita è cambiata radicalmente.
Sono nata con un’aplasia al piede e porto una protesi da tutta una vita.
Grazie allo sport ho messo alla prova me stessa superando molti limiti, sono arrivata terza alla prima regata al mondo di Windsurf per diversamente abili, ad oggi pratico surf e snowboard e continuo ad affrontare i limiti che ogni giorno mi si presentano con determinazione e ottimismo.

Nella vita sono una modella. Modella. Punto. Senza etichette! Non sono una modella disabile, sono semplicemente una modella, perché la mia battaglia sta proprio in questo, eliminare le etichette che siamo abituati ad affibbiare alle persone: disabili, normodotati, siamo tutti semplicemente persone e ognuna con la propria meravigliosa unicità.
Essendo la mia protesi il mio personale must have non potendone farne a meno, ho deciso di valorizzarla, di renderla ancora più mia, considerandola un accessorio moda. Grazie a un caro amico artista la mia protesi è stata vestita di foglie d’oro a tema Klimt rendendola un vero e proprio pezzo d’arte non da nascondere ma bensì da esaltare.

L’arte e la moda sono un perfetto veicolo comunicativo e il concetto di bellezza può essere espresso attraverso l’esaltazione delle proprie unicità.
Mi piacerebbe essere rappresentata da un’agenzia senza etichette di genere, al momento cosa molto difficile dato che l’Italia in questo ambiente è ancora molto indietro con il concetto dell’inclusione.
Mi sto battendo per annullare l’etichetta di modella disabile, mi sto battendo per tutte quelle persone che ancora si nascondono.
Non vergognatevi delle vostre unicità, non ascoltate le voci di chi in realtà ha poco da dire, vivete a testa alta e lasciate che siano gli altri a guardare in basso.

Chantal

Cinecittà e la moda romana

Dopo anni vissuti in secondo piano, oggi Cinecittà vive una nuova vita, tra mostre, eventi e glamour. Tra le tante manifestazioni, anche AltaRoma ha scelto la Hollywood sul Tevere come location della sua Fashion Week estiva.

Inaugurato nel 1937 il complesso di Cinecittà è un insieme di teatri di posa. Si trova in via Tuscolana 1055, all’angolo con via di Torre Spaccata, a pochi metri dalla fermata della Metro A. Ancora oggi gli spazi dell’imponente struttura vengono utilizzati per le produzioni televisive e cinematografiche. Definita la Hollywood sul Teveredurante la sua epoca d’oro, a Cinecittà hanno lavorato registi italiani come Federico Fellini (I Vitelloni, 1953), Vittorio De Sica, Luchino Visconti (Bellissima, 1951), Ettore Scola e Sergio Leone; ma anche registi stranieri, tra i quali spiccano William Wyler (Ben Hur, 1959), Marvyn LeRoy (Quo Vadis?,1951), Francis Ford Coppola, Joseph L. Mankiewicz (Cleopatra, 1963), Martin Scorsese (Gangs of New York, 2002) e molti altri ancora. Gli Studiossorgono su una superficie di quattrocentomila metri quadri esono di fatto il centro della produzione cinematografica nazionale.

È possibile visitare la Fabbrica dei Sogni romana. Cinecittà è, infatti, ancora oggi un polo d’attrazione turistico per gli amanti del cinema, ma anche un marchio vero e proprio, che include l’organizzazione di eventi mondani e culturali; nel 2016 è stata creata l’Area Eventi di Cinecittà World e di Civita che hanno dato vita a Cinecittà Events, un nuovissimo brand della società Cinecittà District Entertainment (CDE). Cinecittà Studios, nel suo segmento Movie,mette al servizio di agenzie e grandi marchi alcuni spazi esclusivi, tra i quali due teatri di posa: ovvero il Teatro 10e il Teatro 1, la cosiddetta Palazzina Fellini, ilset permanente Roma Antica e il nuovo caffè di Cinecittà. Per ogni evento, sono così sfruttate le suggestive ambientazioni scenografiche dei set cinematografici e si può persino chiedere l’utilizzo degli effetti speciali. Negli ultimi anni, sono stati ospitati eventi di marchi nazionali e internazionali come Chanel, Enel, Chopard, Ferrari, Bulgari, Fendi, Volkswagen, Fiat, Ungaro, Sky e tantissimi altri ancora.

AltaRoma quest’estate, con la collaborazione dell’Istituto Luce, ha come quartier generale proprio gli studi di Cinecittà. La manifestazione si concluderà domenica 1° luglio, con un programma diviso in tre sezioni di competenza: Fashion Hub, per i progetti di scouting; Atelier per le sfilate; In Town, per le iniziative della moda collocate in svariati e strategici punti nodali di Roma. L’organizzazione di AltaRoma, presieduta da Silvia Venturini Fendi, ha individuato Cinecittà come location della maggior parte degli eventi della Fashion Week dell’alta moda romana per coinvolgere più discipline dello spettacolo sullo sfondo della Hollywood italiana. Storici brand romani sono stati importantissimi per l’industria cinematografica italiana: le Sorelle Fontana, Fernanda Gattinoni e Roberto Capucci.

Giovedì 28 giugno 2018 è stato celebrato proprio il genio di Roberto Capucci con un documentario in anteprima mondiale: “La moda proibita. Roberto Capucci e il futuro dell’alta moda”, di Ottavio Rosati, prodotto da Plays s.r.l. in collaborazione con Jean Vigo Italia. Nel set dell’Antica Roma, AltaRoma ha invece omaggiato lo stilista Renato Balestra con “Tribute to Renato Balestra”, una sfilata che ripercorreva le tappe più importanti della carriera dello stilista.

Grazie ad AltaRoma, è possibile visitare i set della città del cinema. Perché Cinecittà è un luogo magico a prescindere dagli eventi glamour che vi si svolgono. Chi si addentra tra le sue vie non può che restarne affascinato. Se si vuol vivere un giorno passando da un set all’altro, l’offerta delle visite è ampia e sul sito degli Studios troverete orari, prezzi e possibili variazioni dei giorni. Grazie al successo di “Cinecittà si Mostra”, inaugurata il 29 aprile 2011 e che ha ospitato più di trecentocinquantamila visitatori, l’esposizione è diventata permanente. La mostra ripercorre idealmente ogni fase della realizzazione di un film: dalla sceneggiatura alla post produzione, presenta i vari mestieri legati al cinema e permette la visita dei “set residenti”, ovvero quelli che non sono mai stati smantellati: Broadway, Roma Antica e Firenze del Quattrocento.

Per approfondimenti e orari: http://cinecittasimostra.it

Il linguaggio del ventaglio

 

La nostra epoca è decisamente caratterizzata dalle grandi innovazioni tecnologiche e dalla comunicazione veloce, per metterci al riparo dal caldo ricorrere all’aria condizionata ormai è alla portata di tutti. Personalmente non la amo particolarmente e avendo la fortuna di vivere in una casa antica, di quelle con i muri spessi mezzo metro, ritengo di poterne fare a meno; ciononostante, qualche sera fa avevo amici a cena e uno di loro mi ha chiesto se avevo un ventaglio; ovvio che si! Ho tirato fuori dal cassetto la mia “collezione” di ventagli, offrendone uno per ciascuno ai miei ospiti. L’uso di questo strumento da parte dei maschi presenti ha suscitato qualche ilarità e qualche battuta che ci ha portato a parlare del linguaggio del ventaglio.

Il ventaglio fin dal XVIII secolo è un vero e proprio strumento di comunicazione, che si esprime attraverso un linguaggio vero e proprio legato alla gestualità che ne accompagna l’utilizzo.

Per meglio capire, contestualizziamo rapidamente il momento storico in cui l’uso del ventaglio era di moda: uomini e donne nei secoli passati, soprattutto in pubblico, non potevano avere approcci confidenziali e tanto meno intimi come oggi, pertanto, dovevano escogitare dei sistemi di comunicazione, che spesso erano affidati a terzi, come l’invio e la consegna di più o meno brevi missive ma sempre, con il rischio che fossero intercettate da severi genitori, gelose sorelle o fratelli costretti a vigilare sull’onore della famiglia. La ricerca di sistemi per comunicare e sedurre approfittarono della moda per trovare nuove espressioni, fra gli oggetti di moda l’uso del ventaglio ispirò alle dame e ai cavalieri una serie di gesti grazie ai quali potevano inviarsi dei messaggi ben precisi. Non si sa con precisione quando iniziò questa intrigante comunicazione ma sappiamo che la prima codifica di questo linguaggio risale al 1760 grazie al marchese Caraccioli che ne scrisse in un suo libro; inoltre, si narra che ai primi dell’Ottocento furono gli spagnoli, famosi per la fabbricazione dei ventagli, che contribuirono a diffondere in tutto il mondo questo stuzzicante sistema di comunicazione fornendo, con ogni ventaglio, un foglio con le spiegazioni di questo linguaggio dei segni che contribuì anche a un incremento delle vendite e alla lunga durata della moda di questo affascinante oggetto ancora in voga fino alla metà del secolo scorso.

Ecco perché nei giochi di comunicazione e sopratutto di seduzione il ventaglio  divenne un mezzo assolutamente necessario e nessuna lo lasciava a casa, non le grandi dame ma nemmeno le camerierine, le contadine, le donne che lavoravano…

In occasioni mondane come feste da ballo o cerimonie, ma anche nelle passeggiate per strada o nei parchi, il ventaglio non era solo ornamento di moda adatto a tutte le donne ma un necessario strumento di comunicazione, una sorta di smart phone ante-litteram. Dietro al ventaglio si celavano le espressioni del viso, i rossori, i sorrisi, le conversazioni private o “sconvenienti” è tutta una serie di messaggi, vediamone alcuni:

▪     Sostenere il ventaglio con la mano destra di fronte al viso: seguimi.

▪     Sostenerlo con la mano sinistra di fronte al viso: vorrei conoscerti.

▪     Coprirsi per un po’ l’orecchio sinistro: vorrei che tu mi lasciassi in pace.

▪     Lasciarlo scivolare sulla fronte: sei cambiato.

▪     Muoverlo con la mano sinistra: ci osservano.

▪     Cambiarlo alla mano destra: ma come osi?

▪     Lanciarlo con la mano: ti odio!

▪     Muoverlo con la mano destra: voglio bene ad un altro!

▪     Lasciarlo scivolare sulle guance: ti voglio bene!

▪     Mostrarlo chiuso e fermo: mi vuoi bene?

▪     Lasciarlo scivolare sugli occhi: vattene, per favore.

▪     Far scivolare un dito dell’altra mano sui bordi: vorrei parlarti.

▪     Appoggiarlo sulla guancia destra: si.

▪     Appoggiarlo sulla guancia sinistra: no.

▪     Aprirlo e chiuderlo lentamente e ripetutamente: sei crudele!

▪     Abbandonarlo lasciandolo appeso: rimaniamo amici .

▪     Sventagliarsi lentamente: sono sposata.

▪     Sventagliarsi rapidamente: sono fidanzata.

▪     Appoggiarsi il ventaglio sulle labbra:baciami!

▪     Aprirlo molto lentamente con la destra: aspettami.

▪     Aprirlo molto lentamente con la mano sinistra: vieni e parliamo.

▪     Colpirsi la mano sinistra con il ventaglio chiuso: scrivimi.

▪     Chiuderlo a metà: non posso.

▪     Aperto completamente coprendo la bocca: non ho un uomo.

▪     Aperto davanti al viso lasciando scoperti solo gli occhi: ti amo! (*)

 

* Cit. “Il linguaggio del ventaglio“, Focus storia, n.122 dicembre 2016, pag. 28

 

Angela Arcuri

 

Moda e globalizzazione

In un’epoca come la nostra dominata da comunicazioni estreme e dalla cosiddetta globalizzazione, nell’ambito della moda le contaminazioni culturali sono più che mai il trend che guida gli stilisti siano essi affermati o emergenti.

Le prime sfilate della primavera-estate 2018 ci mostrano ciò che molti giornali hanno definito come: “Il maschio è in crisi anche nella moda…” oppure “L’uomo in gonna!”. Come se in questo ci fosse qualcosa di rivoluzionario, di mai visto prima, mentre  in realtà c’è un persistente ritorno all’antico. Dopo aver rivisitato gli ultimi due secoli non si poteva che guardare al passato più remoto.

L’unica cosa, forse, che oggi possiamo considerare nuova è la tendenza a superare il dualismo di identità, pertanto, avremo sempre più contaminazioni fra maschile e femminile, donne in pantaloni e uomini in gonna sono soltanto una conseguenza.

Come si dice niente di nuovo sotto al cielo,  semplicemente, un ritorno ad antiche mode. Fin dai tempi degli assiri, dei babilonesi, degli egizi gli uomini indossavano tuniche; i  greci e i romani indossavano i pepli  e le toghe sapientemente drappeggiati sui fianchi e sulle spalle; i cinesi e i giapponesi i loro meravigliosi kimono magistralmente ricamati e dipinti.

Alla fine del Seicento abbiamo visto perfino le rhingrave, in pratica delle mutande che si stringevano con una coulisse a formare un volant sopra al ginocchio, molto usati dalla nobiltà dell’epoca; poi i kilt scozzesi, inventati nei primi anni ’30 del Settecento da un quacchero tedesco trasferitosi nelle Highland, è divenuti una tradizione tipica; originariamente il kilt era un rettangolo di tessuto che si arrotolava sui fianchi come una gonna femminile e si portava sulla spalla a mo’ di cappa il tessuto eccedente.

Un ritorno al mondo antico in tempi recenti nei quali tutto sembra correre verso una trasformazione epocale, ma in realtà, percorre strade già note. Insomma, come sempre è una questione culturale, l’unica cosa che dobbiamo salvare è il buon gusto per non cadere nel grottesco!

Angela Arcuri

Altamoda a Cosenza

Gran finale di Altamoda alla seconda edizione di Cosenza Fashion Week, evento ideato e organizzato da Giada Falcone.
Anche quest’anno quattro giorni dedicati alla moda con sfilate, workshop, eventi culturali, dibattiti e open day.
Una città che ha risposto bene ad un format originale e innovativo e che ha ospitato tanti giovani stilisti emergenti e i big dell’alta moda.
Special Guest assoluto Anton Giulio Grande che ha ricevuto da Cosenza Fashion Week e dall’amministrazione comunale nella persona del sindaco Mario Occhiuto, il Telesio d’Argento per i suoi primi 20 anni di carriera.
Un testimonial d’eccezione, un esempio di quanto al sud si può fare moda e diventare noti sul panorama nazionale.
In passerella abiti sensuali ed eleganti, veli e trasparenze, una collezione di alta moda, quella di Anton Giulio Grande, lo stilista amato dalle star della tv.
Grande attesa anche per la stilista Sladana Krstic che é riuscita ad incantare il pubblico di Cosenza per la seconda volta con la sua nuova collezione.
Abiti da favola, fantasie e tessuti originali per la stilista croata che ha partecipato anche ad Altaroma con lo staff della Cosenza Fashion week lo scorso gennaio 2018.

Intanto Cosenza Fashion Week si candida a diventare uno degli eventi moda più importanti del Sud Italia anche per la sua partecipazione, con una sezione off a gennaio 2018, all’Interno del calendario ufficiale di AltaRoma.
Un bilancio positivo per l’edizione a Cosenza tenutasi dal 24 al 27 maggio, che ha incantato tutti in termini di visibilità, numeri e prospettive.

Un progetto ambizioso- come ha affermato Giada Falcone- ma che guarda al futuro, per dire che anche al sud si può fare moda concretamente.

Laura Gorini

Collezione: I colori sono emozioni dirette

P/E2019

Stilista: Sladana Krstic

Brand: QueenMood

Modelle: Alessandra Crocco & Teresa Mancini della A Pois di Giada Falcone

Ph.: Domenico Longo

Castello Svevo

Lake View. I giovani creativi

Il team dei tre giovani fondatori del marchio Lake View è determinato nel proporre nuove idee nel mondo del fashion, brillanti idee e spirito manageriale emergono in modo sorprendente nelle loro creazioni.  La presentazione della seconda Capsule, presentata il 20 aprile 2018, ha riscontrato un grande successo confermando il grande talento di Greta Schettino, Pietro Floris e Pietro Fadda. Insieme nel 2016  hanno fondato  il brand Lake View, tutti classe ’97 hanno frequentato, il Liceo Volta di Como per poi intraprendere studi diversi rispettivamente di sociologia, giurisprudenza e fashion design. La produzione dei capi è stata, come nel caso della prima collezione, totalmente artigianale e volta allo scopo di creare capi unici e dotati di una valenza artistica. I capi sono dunque prodotti in una quantità estremamente limitata ed assumono pertanto un valore aggiunto di unicità e cura al dettaglio, sebbene vi sia l’interesse in futuro di sviluppare il brand verso una produzione industriale.

La collezione è caratterizzata concettualmente da un immaginario punk che non vuole tuttavia connotarsi di sfumature di protesta e ribellione quanto piuttosto incarnare il senso di una gioventù unita, indipendente e creativa.  La presentazione della nuova Capsule, ha rivelato la fusione tra i vari  elementi, quali: la moda, l’arte e la musica,  una sinergia perfetta che ha catturato l’attenzione dei presenti.

Un altro aspetto fondamentale, per il giovane brand Lake View è il riciclo  e la rielaborazione di capi vintage.

In particolare emerge l’idea di selezionare accuratamente di capi unici che già di per sé raccontano una storia, e donare loro una seconda vita tramite la loro attualizzazione.

Tale modernizzazione dei capi vintage vede in questa capsule numerosi passi avanti rispetto a quella dell’anno precedente, esplorando concettualmente il tema del decostruttivismo, con immancabili riferimenti al mondo di Martin Margiela. I capi spalla derivati dal mondo militare quali parka, sahariane e bomber, sono accompagnati dalle giacche ed i pantaloni in denim,  tutti scomposti e riassemblati tra loro al fine di esplorare nuove soluzioni volumetriche e stilistiche.

Un grande traguardo raggiunto per il giovane team, che con uno sguardo al passato si proietta con attenzione  nella modernità del futuro.

Gabriella Chiarappa