Beautiful Girls

Le lezioni all’università sono ricominciate da una settimana.

Per carità, tutto molto bello e interessante, ma un saggio sulla condizione economica dell’impero bizantino all’inizio del V secolo d.C., non me ne voglia il professore, non è proprio una lettura eccitante.

L’altra sera, complice il caldo/freddo di questi giorni, non riuscendo a dormire, mi aggiravo per la stanza cercando qualcosa da leggere, che non avesse nulla a che fare con Bisanzio e compagnia.

Avevo sul comodino da un po’ un volume non troppo spesso, con una copertina tutta blu.

Beautiful girls di Lynn Weingarten, una newyorkese che a quanto pare è molto apprezzata in patria per gli young adult. Questo è il suo primo libro tradotto in Italia, dalla Newton Compton.

Dalla quarta di copertina sembrava un thriller interessante.

Ho pensato “Cara Newton, salvami tu dall’insonnia e da Giustiniano”, e me ne sono andata a spasso tra le pagine del libro.

Non viene dato un indizio sul luogo dove si svolge la storia, si sa solo che è in America. Inizia tutto in una High School.

La protagonista, June, parla in prima persona. Inizia descrivendo il suo ritorno a scuola dopo le vacanze di Natale. Lei è una ragazza difficile, sola se si esclude il suo ragazzo, e ampiamente incasinata.

Le descrizioni e il modo di narrare gli eventi, con un’attenzione particolare ai minimi dettagli di vita quotidiana mi fanno subito venire in mente il romanzo Twilight. Ho sentito molti pareri secondo cui ricordava di più il romanzo Tredici, ma non sono convinta.

Comunque, sono curiosa. Che sta per succedere nella vita di questa ragazza?

Poco dopo il rientro, nella scuola si inizia a spargere una voce: una delle studentesse è morta, anzi, si è uccisa, e non in modo carino. Si è letteralmente data fuoco.

Già la cosa non è bella di per sé, ma per June è un vero e proprio colpo al cuore. La suicida infatti è Delia, la sua ex migliore amica. Quella che June ha escluso dalla sua vita ad un certo momento, senza farci sapere il perché.

Naturalmente la ragazza è sconvolta. Neppure il suo perfettissimo fidanzatino wasp riesce a consolarla, mentre ripercorre le tappe della sua crescita con Delia. Così ci presenta una ragazza strana, complicata, affascinante, che da appena undicenne aveva scelto June come sua migliore amica. Attraverso una serie di flashback impariamo a conoscere le due ragazze e il rapporto che le legava, fatto di una lotta costante alla solitudine, piccoli segreti, marachelle, gesti affettuosi rubati e una lunghissima corsa liberatoria su un prato che, penso, piacerebbe tanto anche a me poter condividere con un’amica.

Fuori dai ricordi, June si reca ad una commemorazione notturna fatta da altri amici di Delia. Lì, per caso, conosce il nuovo fidanzato della sua ex migliore amica, Jeremiah, che subito dopo essersi presentato le fa “devo dirti una cosa”.

Dicono che Delia si sia data fuoco.

Ma Delia ha sempre avuto il terrore del fuoco.

Cos’è che scricchiola?

June e Jeremiah rimettono insieme i pezzi, e lentamente, si convincono di una cosa: Delia non si è suicidata, è stata uccisa. Da chi? E perché?

Parte la caccia agli indizi. June non aveva più contatti con Delia da un anno (e ancora non dice perché), ma più va in fondo alla sua vita, più scava nel passato, più l’antico sentimento riaffiora prepotente, inossidato.

Le relazioni a quell’età hanno il peso di un giuramento, si portano addosso la pesantezza dell’eternità.

June scopre che Delia conosceva uno spacciatore, che aveva una nuova migliore amica, che forse tradiva il fidanzato …

Tutta la prima parte del racconto è una girandola di scoperte, con un leitmotiv costante: di chi ci si può fidare?

Dopo aver seguito June nelle sue indagini per un bel po’, incuriosita, inizio a farmi qualche appunto.

Tanto per cominciare: questi ragazzi hanno sedici anni. Voi cosa facevate a sedici anni? Io piangevo sulle versioni, divoravo merendine (ok, questa parte della mia vita è ancora identica a sé stessa), e non dico che con le mie amiche giocavamo con le bambole, ma quasi. Sicuramente eravamo ancora appassionate di cartoni animati.

Ecco, loro no. June e compagni vivono la vita a tremila, vanno a letto con tutto quello che si muove, guidano, spacciano, danno feste che nemmeno Lapo Elkan, sanno cucinare per un esercito, falsificare prove e documenti, reperire alcool in un paese in cui è illegale, uccidere, sparare e hanno soldi sempre a portata di mano. E i genitori? E gli insegnanti? E la polizia?!

Dico, va bene tutto, ma non sono un po’ troppo fuori età per certe cose?

Mia nonna direbbe che è l’America, e lì tutto e strano e diverso, e il cielo è verde e piove vino. Sarà …

E poi sono ancora curiosissima di capire perché June e Delia hanno rotto. Mi immagino già (dato il tono del romanzo), un evento spaventoso, sono sicura che si tratta di qualcosa di orribile, avranno assistito ad un assassinio, e… e niente. No. Quando alla fine June svela il motivo della rottura l’unica cosa che riesco a pensare è: Ah. Tutto qui?

Diciamo anche che questo è un problema generico della narrazione di June. Se da un lato non si fa il minimo scrupolo a mostrare il suo linguaggio per quello che è, senza edulcorarlo minimamente (e va benissimo così), il problema è che c’è sempre qualcosa a suggerti che la parte davvero tetra, oscura, minacciosa e dannata del racconto è dietro l’angolo pronta a cominciare e … e alla fine, uhm, no ci ripensano.

Insomma sarebbe po’ come andare a vedere un prestigiatore che promette draghi fiammeggianti e poi dal cilindro tira fuori un esercito di coniglietti neri. Ok, sono neri, ma non era quello che intendevo vedere. Il che onestamente mi crea qualche problema nella lettura.

Sono un po’ stanca, penso che dovrei spegnere la luce. Mi dico che finisco solo il capitolo. Vado avanti un po’ per inerzia e poi ad un tratto … SBEM! Questo sì che è un colpo di scena!

La storia improvvisamente comincia a scorrere veloce, sempre più veloce e sempre più sulle montagne russe. In pratica June (e io lettrice), non aveva capito un accidente.

È ora di scoprire davvero tutto.

Guardo l’ora, è tardissimo, dovrei mettermi a dormire. Ma la storia mi ha talmente preso che non riuscirei a staccarmi nemmeno volendo. Vuole essere letta fino alla fine.

Be’, pazienza.

Vorrà dire che domani a lezione arriverò stanca.

Prigionieri di Mauro Corticelli

È con Nescafé Frappé che ho conosciuto Mauro Corticelli. Era al suo esordio letterario e nei cenni biografici, sulla quarta di copertina, si definiva aspirante scrittore: ne sorrisi. Oggi con Prigionieri è alla terza pubblicazione, la seconda con Pendragon, nota casa editrice bolognese. Benché diversi, i romanzi presentano tre elementi comuni: uno è la città di Bologna, un’amata costante. Corticelli è orgoglioso delle sue origini, come i suoi personaggi, e del fatto di non riuscire a pronunciare la lettera z, come i suoi concittadini.

In che modo Bologna appartiene alla tua vita e ai tuoi romanzi?

Bologna non è solo la città in cui sono nato, ma è una parte di me, delle mie emozioni. Ogni suo angolo rappresenta un ricordo, una persona, una risata, un pianto, uno slancio o una caduta. Per questo motivo le storie che racconto partono sempre da qui anche se non sempre i pareri, che i personaggi esprimono su questa città, sono positivi: un legame viscerale non deve togliere obiettività. Bologna è una bellissima donna, ma ha i suoi difetti. L’altro elemento è l’amore, che si alza tra le righe come una brezza leggera e influenza in modo inesorabile l’intento dei personaggi e la sorte delle loro storie. “I fallimenti hanno tutti un cattivo sapore, ma quelli sentimentali sono i peggiori” e ancora “la vita può diventare una prigione molto lunga se sceglierai di non vivere quell’amore” scrive il narratore di Prigionieri. In quest’ultimo romanzo, l’amore acquista una connotazione più ampia, un significato più profondo. Ambientato durante la seconda guerra mondiale, il romanzo fa un parallelo tra il conflitto esterno che altera gli equilibri mondiali e quello interno di Carlo, costretto a rinnegare la sua patria, la sua vita, i suoi affetti: una battaglia esterna che trasforma anche l’anima e il cuore, “la guerra è un frullatore, i sentimenti diventano incontrollabili e nessuno ne ha colpa. Dialoghi con la morte, assisti a cose atroci, il futuro non esiste, esiste sì e no il presente”.

Che cos’è per te l’amore?

Non ho avuto un rapporto facile con l’amore tanto che a volte ho pensato che questa parola sia solo una convenzione umana in cui si è voluto per forza racchiudere un numero enorme di emozioni diverse. Invecchiando, sento crescere una certa disillusione verso l’amore e più mi guardo intorno, più penso alla mia vita, più credo che esistano tanti meravigliosi innamoramenti e pochissimi, rari, meravigliosi amori. Il terzo elemento è il mistero e la conseguente ricerca della verità. Il romanzo è una storia nella storia, una storia antica che incede lenta e si fonde con quella contemporanea: nell’una vibra l’eco dell’altra. Due destini simili, due uomini che non si arrendono allo status quo, due cuori che continuano a cercare la libertà di potersi esprimere, di poter amare ed essere amati. “La verità cambia sempre tutto, e lo fa in positivo, anche quando fa male. È l’unica strada da seguire. Credo che tu dovresti cercarla più spesso. La vita è prima di tutto tua, poi degli altri, non puoi sempre adattarti alle situazioni”.

Quali verità hai trovato nella tua vita? Che cosa cerchi ancora?

A volte, per fortuna, è la verità che ha trovato me; la cosa più difficile però è riuscire a dirla, a comunicarla al mondo e, soprattutto, alle persone che ci sono vicine e ci amano. Tutti vogliamo la verità poi quando ci riguarda, ed è scomoda, facciamo fatica ad accettarla. Quindi potrei dire che la più grande verità che ho trovato è proprio sforzarsi di dire la verità. Cosa cerco ancora? Tante piccole cose che riescano a darmi momenti di felicità o qualcosa che gli si avvicini.

Grazie Mauro per la tua disponibilità.

Tiziano Ferro dice che l’amore è una cosa semplice, io credo che non lo sia affatto, così come la felicità non è una cosa facile da trovare, però vale la pena impegnarsi nella loro ricerca perché, come scrive anche Carlo sulle pagine del suo diario, “la guerra ti fa capire quanto effimero possa essere il nostro passaggio su questa terra”. E presto o tardi, arriva il giorno in cui ognuno si troverà di fronte al proprio personale conflitto mondiale, e, chi non avrà il coraggio di combattere, si scoprirà chiuso in una vita che diventerà essa stessa una prigione e i sentimenti soffocati, le parole taciute, gli amori perduti, saranno punteruoli conficcati nei pensieri, dentro al cuore.

Arrivederci a presto sulle pagine di Pink Magazine Italia.