Federico Baccomo, ma tu sei felice?

Federico Baccomo, milanese classe 1978, ha esordito sotto lo pseudonimo di Duchesne nel 2009 con un romanzo rivelazione che ha scalato tutte le classifiche di vendita: Studio Illegale (Marsilio).  Il romanzo è uno spaccato feroce e al contempo brillante del mondo lavorativo milanese, nella fattispecie quello degli avvocati aziendali. Un mondo che Federico conosceva benissimo dal momento che aveva svolto proprio quella stessa carriera. Il protagonista di Studio Illegale, il giovane avvocato Andrea Campi, guarda con occhio disincantato i colleghi e i superiori e ne descrive le manie, le illusioni e le piccolezze senza tuttavia mai giudicare. Le situazioni in cui Andrea si vede, talvolta suo malgrado, coinvolto sono così reali benché paradossali da indurre il lettore a non poter fare a meno di chiedersi come andrà avanti la vicenda. Il meritatissimo successo del romanzo ha spinto il regista Umberto Carteni a trarne, nel 2013, un lungometraggio con protagonista Fabio Volo nel ruolo di Andrea. Continua a leggere

Annunci

Eravamo tutti vivi

Eravamo tutti vivi è il romanzo vincitore della categoria Opera prima del premio letterario Latisana per il Nord-Est 2018. L’autrice è Claudia Grendene, laureata in filosofia e padovana di adozione. Due cose mi hanno colpito di lei, da subito: i grandi occhi chiari e la dolcezza, ma lascio che si presenti da sola. Chi è Claudia Grendene? “Claudia Grendene è una donna di quarantacinque anni, con una vita piena e tanta voglia di fare, che non appena ha uno sprazzo di tempo corre a prendere in mano qualcosa da leggere. E che prova anche a scrivere”.

In effetti una casa, un marito e due ragazzi riempiono la vita, ma danno anche un bel da fare a cui si aggiunge il lavoro da bibliotecaria. Non solo. Claudia è stata prima studentessa poi docente nella Bottega di Narrazione diretta dal grande Giulio Mozzi. Quanto ha influito la Bottega nella tua formazione di scrittrice? “Il percorso intrapreso con la Bottega di Narrazione è stato fondamentale. Innanzitutto, è stato salvifico scoprire che ci sono altre persone che come me vivono avendo in testa storie da raccontare, persone che investono tempo intorno alle proprie immaginazioni, persone che cercano di scriverle. Perché uno dei nemici più insidiosi della scrittura è l’isolamento: ti rende un po’ sterile, un po’ matto, un po’ disadattato. In secondo luogo, la Bottega mi ha dato accesso ai ferri del mestiere: quegli insegnamenti basilari che servono a gestire un’immaginazione, a costruire una scena, a gestire un dialogo nel testo. La Bottega di Narrazione è un percorso difficile e insidioso, perché mentre ti dà questi strumenti minimi dello scrivere, ti restituisce anche la piena consapevolezza che sta solo a te saperli usare. Che sta solo a te scrivere. Che non hai più scuse per tergiversare. Come capita nella vita, sei sempre e di nuovo di fronte a te stesso. La Bottega ti mette davanti i tuoi limiti. E lì, o scatta un atto di volontà fortissimo, oppure sarà difficile portare a termine il progetto. Il pregio della Bottega di Narrazione è darti più dubbi che certezze, demolire le certezze dettate da inesperienza e ingenuità. È una scuola che ti guida verso la ricerca di soluzioni, ma non ti fornisce ricette pre-costituite. Credo che la dote fondamentale che la Bottega di Narrazione è riuscita a tirare fuori da me sia la caparbietà. Ho compreso, durante quell’anno, quanto io tenessi alla scrittura e ho imparato a darle una priorità nella mia vita”.

Eravamo tutti vivi è un romanzo di formazione, quella di sette amici che, crescendo, si trovano ad affrontare dinamiche familiari e relazioni in continua mutazione. È un faro proiettato sulle emozioni e su come queste cambino mentre cambiano i rapporti, mentre mutano gli equilibri familiari quando nascono i figli o quando questi tardano ad arrivare o non arrivano mai. Quale parte di te esprimi con la scrittura? “Quando inizio a scrivere una storia, di solito, non sento il bisogno di esprimere qualcosa di me stessa. Capita, invece, che mi giri in testa una storia, e che io non mi dia pace fino a quando non abbia capito cosa raccontare e come raccontarlo. Parto sempre da lì. Scrivendo, è inevitabile, finisco di certo per esprimere qualcosa della mia interiorità o dei miei vissuti. Ma questo per me non è mai il punto di partenza. Quando leggo un romanzo mi piace trovarci una storia, o più storie; ed è questo stesso desiderio di racconti che mi spinge a scrivere”.

Tanti sono i temi trattati nel romanzo della Grendene, forti come quello della morte, la voglia di libertà e di autoaffermazione, la necessità di ritrovare uno spazio anche nella propria casa, quando questa diventa un inferno di disattenzioni, e tutto è più stretto, manca l’aria, oppure quando tra le sue mura rimbalza l’eco dell’insofferenza, in quegli spazi lasciati vuoti dalla solitudine e carenti del calore di una famiglia o di un amore, che non si è riusciti a trovare o a impedirgli di andare via. Il romanzo è attualmente in concorso per il Premio Letterario Massarosa 2018: in bocca al lupo Claudia!

Gli anni del nostro incanto

Una domenica di aprile, una Vespa, a Milano, negli anni Sessanta: un padre operaio, una madre parrucchiera, un figlio di sei anni e una bimba che non ne ha ancora compiuto uno. Vengono dalla periferia, sembrano presi dall’euforia del benessere che ha trasformato la loro cronaca quotidiana in una vita sbarluscenta. Qualcuno scatta una foto a loro insaputa. Vent’anni dopo, nei giorni in cui la Nazionale di calcio italiana vince i Mondiali di Spagna, una ragazza si trova al capezzale della madre che improvvisamente ha perso la memoria. Il suo compito è di ricordare e narrare il passato, facendosi aiutare da quella foto. Prende così avvio il racconto di una famiglia nell’Italia spensierata del miracolo economico, una nazione che si lascia cullare dalle canzoni di Sanremo, sogna viaggi in autostrada, si entusiasma con i lanci nello spazio dei satelliti americani e sovietici, e crede nel futuro, almeno fino a quando non soffia il vento della contestazione giovanile e all’orizzonte si addensano le prime ombre del terrorismo. Dopo la strage di piazza Fontana finisce un’epoca favolosa e ne comincia un’altra. La città simbolo dello sviluppo industriale si spegne nel buio dell’austerity, si sporca di sangue e di violenza, mostra il male che si annida e lascia un segno sul destino di tutti. Con un romanzo dalla scrittura poetica e struggente, forte nei sentimenti ed evocativo nello stile, Giuseppe Lupo ci racconta il periodo più esaltante e contraddittorio del secolo scorso – gli anni del boom e quelli di piombo – entrando nei sogni, nelle illusioni, nelle inquietudini, nei conflitti di due generazioni a confronto: quella dei padri venuti dalla povertà e quella dei figli nutriti con i biscotti Plasmon.

Gli anni del nostro incanto è il ritratto di una famiglia che abbandona la periferia e si trasferisce a Milano “per vivere all’altezza degli anni alti!”, frase chiave di tutto il romanzo di Lupo. La Milano di cui si parla è la società dai primi anni sessanta, attraverso il boom economico, e gli anni di piombo, fino alla vittoria della nazionale italiana ai mondiali di Spagna, e tutte le nuove creazioni.

La protagonista narra passo per passo tutta la sua infanzia, alla madre malata, che da un giorno all’altro ha perso la memoria e fissa sempre una fotografia, che qualcuno scatta una foto a loro insaputa nei anni di benessere e scoperte.

La figlia per non perdere la speranze, si affida al potere che le emozioni del passato hanno lasciato nel suo cuore, tentando di aiutare sua madre a ricordare.

Ogni capitolo sarà un evento del passato, in cui la ragazza ci porterà con lei nella sua infanzia: i sogni e l’auto tanto desiderata da suo padre, la cucina Salvarani tanto valuta dalla mamma, suo fratello taciturno e la sua scelta di andare in seminario, la fuga di sua fratello, la morte di suo padre, il pesto della domenica.

Tutti ricordi che danno la forza di combattere la malattia della madre, che sembra non voler neppure collaborare, come se aiutasse la matti a tenere  i ricordi lontani.

La ragazza si sente sola e stanca, e si le manca l’appoggio di suo fratello, che non si è fatto più vivo, e lei, ancora una volta ha tutto sulle sue spalle.

Un romanzo forte e pieno di nostalgia, scritto con la  giusta malinconia e veracità, con uno stile scorrevole e e una linguaggio limpido, semplice.

Lo consiglio vivamente.

Sicuramente sarà nei libri da rileggere!

Maria Capasso