Le due vite di Lucrezia Borgia

Le due vite di Lucrezia Borgia. La cattiva ragazza che andò in paradiso

di Andrea Santangelo e Lia Celi

UTET

Si legge come un romanzo la magnifica biografia di una delle donne più chiacchierate e controverse della storia italiana: Lucrezia Borgia. Signora dei veleni o pedina sfortunata nello scacchiere delle relazioni intessute dal padre, papa Alessandro VI Borgia, e da suo fratello Cesare? La biografia attenta e puntuale di Andrea Santangelo e Lia Celi (pubblicata per i tipi della Utet) ci prende per mano portandoci a esplorare la vita, le passioni e i misfatti di una donna bellissima, sfrontata, ma per certi versi anche sfortunata. Una donna moderna, insomma, piena di charme e cultura. Il sottotitolo non potrebbe essere più pertinente: la cattiva ragazza che andò in paradiso. Una sintesi perfetta della vita di Lucrezia.

Continua a leggere

Annunci

A te, mamma

A mia madre è stato negato l’amore negli anni più belli. Negli anni dei giochi, dei capricci e dei mille sogni. A mia madre è stato impedito d’imparare ad amare quotidianamente chi erano i suoi genitori, obbligandola a dover crescere con il cuore sempre a metà.

A lei bambina, a lei adolescente e poi giovane donna a cui hanno dato come unica possibilità per crescere di contare solo su stessa, vanno questi auguri. Perché questa festa dovrebbe essere celebrata tutti i giorni! Continua a leggere

Il mito della Dea

“Intendevamo semplicemente raccogliere le storie e le immagini delle dee per come erano state espresse nelle differenti culture […]. Ci sembrava valesse la pena farlo perché uno dei modi in cui le creature umane comprendono la propria esistenza è proiettandola nelle immagini delle loro dee e dei loro dèi”, scrivono le due autrici del volume Il mito della Dea (Venexia edizioni). Anne Baring e Jules Cashford vanno oltre la mera raccolta, si accorgono fin da subito, infatti, che nel corso della storia e in culture all’apparenza differenti vi erano similitudini e parallelismi nei miti riguardanti la Dea. La continuità era così impressionante da spingerle parlare del mito della Dea come di un’unica entità, dalle constanti varianti e raffigurazioni. Perché raffigurare la Dea era raffigurare la vita come unità. La Dea Madre è un’immagine che focalizza l’espressione dell’universo come un tutt’uno sacro in cui l’umanità è figlia.

Nella nostra epoca, a parte l’immagine della Vergine Maria come Regina del Cielo, le raffigurazioni della Dea sembravano scomparse, continuano le autrici. Così è nato in loro il desiderio di capirne il perché. Ai nostri giorni la natura è stata desacralizzata e la Terra non è più percepita come essere vivente. È avvenuto, per Baring e Cashford, un inquinamento del mito: la stessa parola pollution (che in inglese e in francese ha il significato di inquinamento) ha origini dal latino pollutio che etimologicamente vuol dire “profanazione di ciò che è sacro”. Ed era esattamente ciò che era avvenuto: era stato profanato il mito. Ma per quali ragioni?

Nel saggio è ricostruita la storia dell’evoluzione della coscienza umana dalla fase della sintonia e della sacralità della Natura, venerata come Grande Madre per lunghissimi millenni (dal Paleolitico e all’Età del Bronzo), a quella tuttora dominante affermatasi con la vittoria delle religioni monoteiste e trascendenti, con effetti disastrosi sia sulla psiche umana che sul rapporto con la vita del pianeta.

Uno studio monumentale che si presenta come una sintesi di agile lettura e riccamente illustrata su temi di vitale attualità non solo per la spiritualità femminile. L’archeologa Marija Gimbutas (Il Linguaggio della Dea) ha definito questo testo “un magnum opus indispensabile per chiunque si accosti allo studio della genesi e dello sviluppo delle idee religiose”.

L’obiettivo di questo poderoso saggio è dunque capire il modo in cui il mito della Dea è stato perso; quando, dove e come sono emerse le immagini di un Dio uomo e come si è relazionato con la Dea; nel corso della lettura si giunge così alla conclusione che negli ultimi quattromila anni il principio femminile come espressione di santità è stato perso ma non è affatto sparito. Continua anzi a vivere in “incognito” e attraverso le immagini e le credenze popolari.

Joseph Campbell ha scritto che il mito è un sogno che ognuno di noi ha: “Non sarebbe eccessivo sostenere che il mito è la porta segreta attraverso cui le inestinguibili energie del cosmo si riversano nella manifestazione culturale umana”. Sognare il sogno perpetuo dandogli un abito moderno, secondo Jung.

Dentro le case (e nelle camere da letto) dei reali con Cinzia Giorgio

Foto di Felicia Kingsley

Da quando ho saputo di questo suo nuovo progetto, ho contato i giorni all’uscita di Amori Reali, l’ultimo saggio di Cinzia Giorgio dedicato alle storie d’amore delle teste coronate d’Europa e oltre.

Io ho un debole per le storie delle dinastie regnanti e il 22 novembre ho fatto irruzione in libreria per mettere le mani sulla mia preziosa copia.

Se come me siete appassionate delle vite di principi, principesse, re e regine, nella vostra libreria Amori Reali non può mancare.

Molte persone che conosco, alla parola “saggio”, sbuffano e alzano gli occhi al cielo, immaginando già un mattone pieno di pistolotti accademici da narcolessia, ma è qui che si sbagliano: Cinzia Giorgio non fa la maestrina, ma ci racconta le vite di questi personaggi con la fluidità e il brio di un’amica con la quale prendiamo il tè.

Il progetto è divisibile in due parti: storie del passato e storie del presente. La differenza tra i due blocchi è che nel primo, abbiamo matrimoni di stato, nel secondo, matrimoni d’amore.

Lo spartiacque tra i filoni è segnato dal ‘900 (e dalla prima guerra mondiale), quando le monarchie perdono potere governativo, per cederlo appunto ai governi; i matrimoni non servono più per creare assi o alleanze politiche, unire eserciti o allargare i confini di un regno, ma solo per garantire continuità a una linea dinastica.

Nella prima parte del saggio, Cinzia ci parla dei grandi condottieri e delle loro numerose avventure tre prime, seconde, terze mogli e le decine di amanti: pensate che Giulio Cesare usava sedurre le mogli dei nemici come risarcimento danni “simbolico”.

O ancora, Caterina de’ Medici, costretta a guardare gli amplessi del marito, re Enrico II di Francia con l’amante Diane de Poitier.

Per non parlare di Enrico VIII e della sua disperata ricerca di un erede maschio che lo portò a cambiare ben sei mogli (è famosa la filastrocca “Divorziata, decapitata, morta, divorziata, decapitata, morta”, per memorizzare la fine di ciascuna delle sue sei consorti).

Amore poco, capricci tanti, ma soprattutto molta, molta strategia.

Nel ‘900, Cinzia ci dipinge un affresco a colori vivaci delle monarchie contemporanee, intrecciando le trame dei loro amori privati a quelle del gossip.

Il ‘900 ha cambiato il volto alle monarchie non solo per la loro mutata influenza politica ma anche trasformandole in fenomeni popolari e cultura di massa. Fino al secolo precedente, le notizie sui monarchi erano solo quelle fatte trapelare dai canali ufficiali, il popolo poteva vedere i propri regnanti solo negli eventi ufficiali, percependoli come personaggi inumani e distanti.

I media hanno rivoluzionato la monarchia avvicinandola al nostro quotidiano.

La prima a diventare una regina mediatica è stata infatti Elisabetta II, l’attuale Queen of England, che apparì nelle case di tutto il mondo, con la sua incoronazione televisiva, cerimonia, prima di allora, riservata ai pochi eletti presenti.

Il suo è stato un matrimonio di stato, ma di certo anche d’amore, perché Elisabetta è stata colpita da un vero e proprio colpo di fulmine per il bel Filippo.

La parte più consistente degli amori reali contemporanei è dedicata a Diana, e ai suoi figli William e Harry, per poi passare ad Alberto di Monaco e Charlene, i reali scandinavi, la monarchia Spagnola retta oggi da Felipe e dalla volitiva Letizia, fino a toccare l’impero giapponese.

Che si sia trattato di matrimonio di stato o d’amore, certo una verità è indiscutibile: il privilegio ha un prezzo che si paga caro.

Vedremo coppie unite in pubblico e scoppiate nel privato, matrimoni a tre (lui, lei e l’altra), matrimoni che abbattono le barriere di classe, suocere ingombranti, divorzi eclatanti, e se le nozze reali ci vengono sempre servite come una favola, per rispondere alla domanda: “Vissero per sempre felici e contenti?”, l’unico modo, è leggere questo nuovo, appassionante saggio di Cinzia Giorgio.

L’errore della lingua italiana

Viviamo nell’epoca di internet, delle notizie che viaggiano al secondo, della parola scritta che, dalle pagine stampate, è giunta su uno schermo a cristalli liquidi. Mai come nell’ultimo decennio, la parola scritta sta andando a sostituire l’oralità della lingua – e vedere una parola è ben diverso dal sentirla pronunciare. Quando si parla, gli errori – almeno in extremis – vengono perdonati, ci si passa sopra perché, si sa, si può parlare velocemente, in preda alle emozioni – e gli errori vengono accettati. Ma con la parola scritta, con le lettere digitate su una tastiera, la situazione è ben diversa. La parola scritta, a differenza di quella parlata, resta, continua a volare nell’etere digitale per mesi ed anni – e con sé anche ogni possibile errore che gli si voglia imputare.

Viviamo nell’epoca della parola scritta e del politicamente corretto – e solo ora la società sembra rendersi conto della profonda discriminazione sessista presente all’interno della lingua italiana.

Siamo italiani, viviamo in Italia, in un paese in cui solo nel dopoguerra le donne hanno avuto diritto di voto, dove solo nel ’48 le donne sono state dichiarate pari agli uomini, dove solo nel ’68 l’adulterio femminile non è più considerato reato. Siamo cittadini del mondo e ancora siamo costrette a parlare di disparità salariale, di molestie sul posto di lavoro o su un autobus, di licenziamenti per maternità.

Siamo donne – e la lingua italiana non ci aiuta a conquistare la parità.

Un cortigiano: un uomo che vive a corte.

Una cortigiana… una mignotta.

Un massaggiatore: un chinesiterapista.

Una massaggiatrice… una mignotta.

Un uomo di strada: un uomo del popolo.

Una donna di strada… una mignotta.

Un uomo disponibile: un uomo gentile e premuroso.

Una donna disponibile… una mignotta.

Un passeggiatore: un uomo che cammina.

Una passeggiatrice… una mignotta.

Uno squillo: il suono di un telefono.

Una squillo… dai, non la dico nemmeno. […]”

 

È stata Paola Cortellesi a esibirsi in questo monologo durante la premiazione dei David di Donatello del 2018… e sembra assurdo che – nel 2018! – si debba ancora sentire il sessismo all’interno di una lingua. Di una lingua antica, le cui radici affondano nel latino, la lingua dei sommi poeti fiorentini, delle grandi menti del Rinascimento. Di una lingua che, nel gergo comune, discrimina il sesso femminile.

Siamo nel 2018 e ancora non è uso comune usare le parole al femminile senza sentirsi insultati – e come dar torto? Viviamo in un mondo che, istituzionalmente, a livello profondamente formale, vedrà anche la parità tra uomini e donne; ma non a livello pratico. Viviamo in un’epoca in cui una donna deve battersi per diventare una professionista rispettata, che sia un avvocatessa, una dottoressa o una professoressa. Viviamo in un’epoca in cui una carica importante deve essere solo al maschile perché Ministro, Sindaco o Presidente sono sempre stati lavori da uomini – e che le donne facessero la casalinghe o le insegnanti elementari, con tutto il rispetto per le categorie!

Sinceramente, da profonda femminista quale sono, non riesco a dar torto ad una donna che diventa avvocato, medico o giudice, nonostante, essendo giornalista, la questione potrebbe riguardarmi ben poco. Se il mondo e la lingua italiana discriminano la donna non ponendole il giusto rispetto per la sua professionalità, come possiamo aspettarci di raggiungere – nel XXI secolo – la parità di diritti sotto ogni singolo aspetto della vita quotidiana?

Le donne, quelle che si battono, che affrontano il mondo a testa alta – tutte le donne! – lottano per essere riconosciute per quello che sono, per i sacrifici che hanno compiuto, per mostrare il proprio cervello prima del proprio corpo. E sì, si lotta per quel maschile, per quell’etichetta che, una volta, descriveva professioni a solo appannaggio degli uomini e di cui ora le donne si stanno appropriando. E non si deve discriminare una donna che ha detto a voce alta che ha lottato per diventare avvocat-O, che ha lottato per diventare Ministr-O… perché è qui che la lingua italiana sbaglia, è qui l’errore di Dante, Petrarca e Boccaccio: il femminile di alcune professioni, nonostante sia una battaglia della quale ogni donna dovrebbe farsi carico, porta ad una, seppur sottile, discriminazione, come a mettere un’ennesima etichetta su un qualcosa che dovrebbe essere normale – ma che, nel 2018, provoca ancora scalpore. E ben venga il maschile, allora, se questo vuol dire azzerare qualsiasi forma di sessismo… almeno nell’ambiente professionale (se ci si riesce).

P.S. Alla fine stiamo ancora attendendo un Presidente degli Stati Uniti donna.

Io e Marylin

Letizia Asciano, uno dei volti di Pink, ci racconta del suo mito…

“Dai a una ragazza le scarpe giuste e conquisterà il mondo”. Quante donne sono state ispirate da questa frase dell’icona e simbolo di bellezza Marilyn Monroe? Sin da piccola sono stata stregata dal suo sguardo e dalla sua ambizione, la sua essenza è qualcosa di assolutamente unico, magico, qualcosa che non può essere spiegata a parole, come disse il regista Jean Negulesco.

Norma Jeane Mortenson Baker Monroe, in arte Marilyn Monroe, ha salito ogni gradino della sua vita come se fosse una scalata ripidissima sin dall’infanzia, da quando venne “sbattuta” da un orfanotrofio all’altro e cambiando continuamente famiglia, non avendo praticamente alcun modello familiare su cui contare. Si è fatta strada nel difficile mondo del cinema lavorando inizialmente come modella su consiglio di un fotografo che l’aveva notata. Non ha avuto grande successo dalla critica nei primi anni in cui ha passato la maggior parte della sua vita a recitare parti minori a volte non comparendo affatto nei credits, ma molte di queste pellicole le consentirono di accrescere sempre di più la sua fama. Nel 1953 divenne una delle più grandi dive del cinema grazie a pellicole come Niagara e Gli uomini preferiscono le bionde, e successivamente si consacrò la Marilyn che tutti noi oggi conosciamo: icona assoluta di eleganza, sensualità e perfezione. Tutti sanno che però dietro a tutto quello che lei rappresentava e che tutte noi vorremmo essere si nascondeva qualcosa di molto più grande di lei. Tanta insicurezza e fragilità causate sia dalla mancanza di figure familiari sia dai molteplici mariti che l’hanno abbandonata. Cercava l’amore, quello vero, cercava qualcuno al quale abbandonarsi completamente, ma questa storia ha un finale molto triste. Lei però, nonostante tutte queste paure e difficoltà (pensate che aveva paura del palcoscenico, motivo principale dei suoi ritardi sui set!), si è sempre rialzata e ha sempre mostrato al mondo intero quel suo sorriso così sgargiante, quella sua energia, quei suoi modi di fare così dolci e allo stesso tempo così accattivanti che ce ne hanno fatto innamorare, me per prima!

Io sono stata influenzata da lei non solo come modello di eleganza e femminilità ma prima di tutto come lavoratrice, insegnandomi che nella vita niente ti viene regalato ma solo con ambizione e fatica si raggiungono i risultati. Io ho iniziato studiando teatro a scuola, e negli anni successivi mi sono sempre più appassionata al mondo della recitazione. Il teatro mi piaceva, ho preso anche lezioni di canto, ma ciò che più mi affascinava era il meraviglioso mondo del cinema. Tutto ciò che c’è dietro a un film mi incanta, dalla stesura del copione agli effetti sonori, dalle luci alla scenografia, dal magico momento in cui senti “Azione” ai video di backstage. Sento di poter dire che ciò che desidero più al mondo è fare di questo la mia quotidianità. A 24 anni sono decisa e determinata a voler intraprendere questo percorso, ho lasciato molte cose alle mie spalle per continuare su questa strada perché sono sicura di me e di quello che voglio, che è ciò che aveva lei! Ha girato moltissime pellicole, alcune minori altre di grande successo, ma ciò che ammiro di più è il fatto che non importava se il film era bello o brutto perché il film era lei, tutto le girava intorno; rendeva speciale qualsiasi cosa con la sua presenza, poteva rendere anche il più brutto dei film un capolavoro, ed io ambisco proprio a questo: vorrei essere come lei, sentirmi protagonista di un mondo magico, sicuramente pieno di insidie, ma speciale. Marilyn ha iniziato la sua carriera posando come modella e chissà se il mio percorso non sarà lo stesso, per ora il cammino è ancora lungo ma l’ambizione e la voglia sono un fuoco dentro di me. Siate decise e ricordate sempre:

“Non accettate le briciole. Ci hanno fatto donne, non formiche”.

Letizia Asciano

La storia d’amore della principessa Mako

Rinuncereste ai privilegi del vostro status regale per amore? Abbandonereste oneri e onori della corte per diventare comuni cittadine e vivere, per sempre, una vita “normale” accanto all’uomo che amate?

La principessa giapponese Mako, nipote dell’imperatore Akihito, ha avuto il coraggio di farlo.

L’anno prossimo, infatti, Mako sposerà Kei Komuro, suo compagno di studi. Il giovane, ora, lavora in uno studio legale a Tokyo, mentre la principessa  si è laureata in Giappone e ha conseguito un Master in Art Museum and Galleries Study.


Mako e Kei hanno venticinque anni, si amano oltre le apparenze e l’etichetta e hanno diversi interessi comuni, come la passione per la cucina e il violino.

La principessa è diventata una sorta di simbolo in Giappone, l’emblema del cambiamento, del superamento delle tradizioni.

Il passo decisivo, che la condurrà fuori dal Palazzo del Crisantemo, deve ancora essere compiuto ma, a quanto pare, l’imperatore non si opporrà. A dire il vero, Mako non è nuova a scelte audaci, in grado di sbalordire l’opinione pubblica

Ha studiato alla International Christian University di Tokyo, lei che proviene da una dinastia considerata per lungo tempo di natura divina (anche se, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il sovrano dovette rinunciare ufficialmente a tale pretesa) e ha incontrato il suo futuro sposo in un semplicissimo ristorante dell’ateneo.

Per noi, donne occidentali, tutto ciò rappresenta la normalità, ma non è così per questa principessa che, a detta di molti, sembra una sorta di Kate Middleton “al contrario”, poiché da nobile diventerà presto una borghese.

La famiglia reale giapponese vive in una corte considerata soffocante, a causa di un’etichetta che non lascia spazio a emozioni personali ed è rigidamente codificata.

I suoi membri non hanno diritto di voto, non possiedono documenti, né un cognome, né conti o possedimenti. Il potere viene tramandato di padre in figlio, escludendo le donne. Fino a poco tempo fa non era neppure possibile, per l’imperatore, abdicare; per questo motivo il Parlamento ha modificato la Costituzione e alla fine del 2018, se non vi saranno ulteriori ostacoli, sul trono siederà il principe Naruhito.

L’eccesso di formalità è costato una lunga depressione alla principessa Masako, una borghese che ha rinunciato alla libertà per amore. L’esatto opposto di Mako.

L’imperatore, vecchio e stanco, vuole abdicare, sua nipote fuggirà dal palazzo, Masako affronta ogni giorno l’inflessibilità del dovere.

Per quanto tempo ancora il Crisantemo potrà serrare i petali intorno alle vite dei suoi sovrani?

Asia Francesca Rossi

Undici donne nelle pagine di un diario

Ciao booklovers,

non avete ancora deciso cosa leggere nel weekend? Ecco un consiglio per voi.

UndiciDonneCover

“Ci vuole forza per potersi permettere di mostrarsi fragili”

Undici racconti brevi di donne comuni, come tutte noi, donne che hanno un lavoro soddisfacente o che lottano per averlo, donne in cerca di un amore e donne che cercano di capire perché quell’amore che tanto aveva scaldato il loro cuore ora gli si rivolta contro.

Donne che esprimono la loro essenza di donne, che combattono giorno dopo giorno con le difficoltà della Vita. Undici testimonianze di donne diverse fra loro, con diversi problemi e diverse gioie, ma così simili nelle loro fragilità e nella loro forza: undici donne o undici aspetti della stessa donna, perché dentro ognuna di noi c’è un caleidoscopio di emozioni che ci rende enigmatiche, discontinue e originali.

Da Giulia che combatte con la depressione a Monica che affronta un tradimento d’amore passando per Serena che scrive una lettera alla bambina che tiene in grembo: questo testo di Ginevra Roberta Cardinaletti ci permette di leggere una pagina del loro diario, una fotografia dei loro pensieri, un fermo immagine della loro storia in cui scopriamo la loro voglia di non arrendersi e di non fermarsi, e in cui, soprattutto, troviamo una parte di noi che forse teniamo nascosta. E che invece ci permetterebbe di volare.

Perché attraverso i loro occhi possiamo analizzare meglio la nostra vita, attraverso i loro pensieri, i loro sfoghi rabbiosi o le loro manifestazioni di felicità possiamo capire meglio noi stessi.

Passiamo ore e giorni interi a leggere quello che le persone scrivono sui social, ma vediamo solo ciò che vogliono far vedere e questo non ci fa crescere. Ginevra Roberta Cardinaletti, invece, ci porta oltre lo “stato” dei social network, oltre i sorrisi di circostanza, oltre i “ma sì, va tutto bene dai, non possiamo lamentarci”, e ci mostra la loro anima. La nostra anima.

 “Forse stiamo fingendo tutti, ma per dimostrarci cosa?

Non sarebbe più facile se ci aprissimo agli altri, se ammettessimo le nostre incertezze?

Parlare con sincerità di noi ci farebbe sentire più libere, e sentire le storie e i sentimenti delle altre donne ci aiuterebbe a capire che non siamo poi così strane”.

Link di acquisto: Undici donne nelle pagine di un diario

Buon compleanno, Anne Brontë!

disegnoOggi 17 gennaio 1820 nasceva Anne Brontë, l’ultimogenita del rev. Brontë e della moglie Maria Branwell.

La sua educazione fu curata in casa, non andò ad alcuna scuola come Charlotte ed Emily ma non le furono risparmiati i dolori per la perdita delle altre sorelle né sacrifici. Quando fu il momento di rimboccarsi le maniche, partì per andare a fare l’istitutrice in una casa privata, i Robinson.

Questo disegno, tratteggiato durante una delle prime estati trascorse con quella famiglia (è datato 25 luglio 1840), sembra esprimere simbolicamente il suo stato d’animo (secondo uno dei suoi biografi Edward Chitham).

Fortissimo fu il sodalizio con le sorelle: pubblicarono insieme inizialmente una raccolta di poesie, sotto pseudonimo maschile mantenendo l’iniziale (lei era Acton Bell).

Poi fu la volta dei suoi romanzi: Agnes Grey, pubblicato nel 1847, e The Tenant of Wildfell Hall, pubblicato nel 1848. Il primo si richiama all’esperienza autobiografica come istitutrice: scritto in forma di diario, regala alla protagonista quell’amore che la vita vera non le fece incontrare

The Tenant of Wildfell Hall è una storia molto forte, intensa, dai toni poco femminili, che tradisce una diretta conoscenza di episodi di violenze e alcolismo. Evidentemente desunta dal pessimo spettacolo di sé che il fratello Branwell dette in casa fino all’ultimo.

La giovane vita venne presto stroncata dalla tubercolosi, a soli 29 anni, nonostante le cure amorevoli di Charlotte che assecondandone il desiderio l’accompagnò a Scarborough. Fu scelto il mare che tanto amava come suo ultimo orizzonte.

Romina Angelici

Le ragazze di Jane Austen – Nel giorno del suo compleanno

jane-youngJane Austen, nata il 16 dicembre 1775 a Steventon, nell’Hampshire, già all’età di 12-13 anni (ma è molto probabile anche anteriormente) inizia a scrivere i primi componimenti: raccolti in tre quaderni cui viene dato il titolo di Juvenilia (Volum The First, The Second, The Third), sono principalmente parodie del genere di romanzo allora in voga: quel romanzo sentimentale fatto di amori contrastati, genitori ostili, atmosfere cupe, destino avverso, che tanto dovevano sembrare eccessivi alla sua viva intelligenza  e alla serenità familiare di cui godeva.

Non a caso il primo romanzo ad essere acquistato da un editore (che poi però lo terrà in un cassetto) è Northanger Abbey, parodia del romanzo gotico che contiene l’ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi tipici della scrittrice, la quale si era cimentata anche con il genere epistolare di derivazione richardsoniana (Lady SusanLove and Friendship -aveva un debole per il dittongo-Lesley Castle), facendo risaltare la sua vena ironica e il gusto per i particolari.

I due romanzi più famosi nascono su una base epistolare secondo i costumi letterari dell’epoca: Ragione e Sentimento e Orgoglio e Pregiudizio verranno interamente rivisti più di un decennio dopo la loro iniziale stesura e pubblicati finalmente nel 1811 e nel 1813.

elizabeth_ehleCosì si chiude il ciclo di Steventon per aprirsi quello febbrile e prolifero di Chawton dove Mrs Austen, rimasta vedova, si è trasferita insieme alle due figlie, Cassandra e Jane. Nel cottage messo loro a disposizione dal fratello benestante, Jane scriverà, a pochissima distanza l’uno dall’altro, Mansfield ParkEmma Persuasione; e se la morte non l’avesse rapita anzitempo, avrebbe completato anche l’ultimo, Sanditon, iniziato il 27 gennaio 1817 e interrotto i primi di marzo seguente.

Lo scenario dei romanzi è pressoché identico: famiglie di ceto medio, allocate nella campagna inglese; il motore delle storie è (apparentemente) il matrimonio da parte delle giovani donne protagoniste. Il tutto sapientemente narrato con tono ironico e schietto, da una regia divertita e realista che attinge più di una pennellata di colore dalla propria condizione socio-familiare (checché ne dica il nipote James Edward Austen-Leigh, nel suo Ricordo di Jane Austen, dove si preoccupa di smentire l’ispirazione della zia a fatti o personaggi veramente esistiti, come si fa oggi nei titoli di coda dei film).

In Ragione e Sentimento le antitetiche caratteristiche sono impersonate dalle due sorelle: Elinor e Marianne (in cui qualcuno ha voluto vedere le stesse Cassandra e Jane), paladine l’una del buonsenso e l’altra del sentimentalismo, entrambe comunque messe alla prova dagli imprevisti della vita. La contrapposizione tra Mr Darcy ed Elizabeth Bennet in Orgoglio e Pregiudizio non è poi così netta anche perché si tratta di due difetti da cui i protagonisti non vanno immuni e solo correggendoli divengono l’uno degno dell’altro.

Fanny Price vive a Mansfield Park ospite dello zio, integerrima e incorruttibile, riscatterà la sua condizione di parente povera sposando il cugino Edmund. Emma è una ragazza con la presunzione sbagliata di saper combinare matrimoni: peccato che ciò avvenga solo nella sua fantasia e lei non riesca a vedere nemmeno il sincero attaccamento di chi le sta accanto.

purser-jane-austen-elizabeth-and-mr-darcy-pride-and-prejudice-printÈ con la Persuasione che la giovane Anne Elliot si lascia convincere a lasciare il fidanzato, solo perché è un ufficiale di marina alle prime armi e quindi non abbastanza ricco. Fortunatamente avrà una seconda possibilità dopo 8 anni, anche se la giovinezza è ormai sfiorita.

Dietro queste opere c’è un accurato e approfondito studio della natura umana scandagliata nei suoi ricettacoli, nelle sue reazioni e interazioni con le convenzioni sociali, con il mondo esterno, con gli altri. Allo stesso tempo le opere di Jane Austen sembrano copioni di sceneggiatura compiuti, da cui alcuni registi moderni hanno tratto agevolmente ispirazione per i loro film. Il realismo, la cura dei particolari, la sensibilità così vicina a quella moderna, l’attenzione al mondo femminile sono caratteristiche che dimostrano la versatilità e l’attualità di una scrittrice nata 241 anni fa.

Romina Angelici