Nel cuore della notte di Rebecca West

Dopo La famiglia Aubrey, Nel cuore della notte è il secondo capitolo della trilogia di Rebecca West, poliedrica autrice inglese che riesce a integrare perfettamente il romanzo squisitamente d’ambiente con le tematiche sociali più scottanti. Il garbo che la contraddistingue ma anche la sua ironia pungente e solida ne fanno una delle autrici più interessanti di tutti i tempi. La sua riscoperta, grazie a queste pregevoli edizioni di Fazi, è tra i pochi piaceri letterari degli ultimi anni.

È trascorso un po’ di tempo da quando abbiamo salutato la famiglia Aubrey. Le bambine non sono più tali: i corsetti e gli abiti si sono fatti più attillati, le acconciature più sofisticate; l’ozio delle giornate estive è solo un ricordo. Oggi le Aubrey sono giovani donne, e ognuna ha preso la sua strada: le gemelle Mary e Rose sono due pianiste affermate e vivono le difficoltà che comporta avere un talento straordinario. La sorella maggiore, Cordelia, ha abbandonato le velleità artistiche per sposarsi e accomodarsi nel ruolo di moglie convenzionale. La cugina Rosamund, affascinante più che mai, lavora come infermiera. La madre comincia piano piano a spegnersi, mentre il padre è sparito definitivamente. Poi c’è lui, il piccolo Richard Quin, che si è trasformato in un giovane seduttore brillante e, sempre più, adorato da tutti. La guerra, che piomberà sulla famiglia come una catastrofe annunciata, busserà anche alla sua porta, e sconvolgerà ogni cosa. Mentre l’Inghilterra intera è costretta a separarsi dai suoi uomini, l’universo delle Aubrey si fa sempre più esclusivamente femminile: gli uomini e l’amore rimangono un grande mistero, un terreno inesplorato da attraversare, pagine ancora tutte da scrivere che, forse, troveranno spazio nel prossimo volume di questa appassionante saga familiare.

Rebecca West tratteggia con cura i suoi personaggi, dona loro passione e vitalità; talvolta è spietata nelle descrizioni delle loro debolezze, che però ce li rendono umani, carichi di difetti e di pregi. In una parola: vivi. Una famiglia convenzionale e anticonvenezionale allo stesso tempo. E sono proprio queste contraddizioni a rendere la lettura del romanzo Nel cuore della notte avvolgente, scorrevole. Si chiude il romanzo con la sensazione di aver lasciato degli amici, lì, in quel salotto, intenti a bere il tè delle cinque. Ma si ha anche la sensazione di aver appreso più di una semplice storia, di aver afferrato la vita.

Tutto questo è Rebecca West.

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Una principessa in fuga di Elizabeth von Arnim

Nuova edizione Fazi che aggiunge un altro volume all’opera pubblicata di Elizabeth von Arnim ammantando anche questa copertina di colore e di brio. Nuova anche la traduzione, piacevolmente più fluida.

Persino una fiaba in mano a Elizabeth von Arnim diventa materia originale e ironica e in questo caso è la principessa Priscilla a farne le spese.

Stanca di vivere tra gli agi e le regole di un granducato sperduto tra le montagne, la principessa decide di fuggire verso l’Inghilterra, patria di ogni libertà. Al suo fianco il fedele bibliotecario che da sempre l’ha nutrita a forza di libri e ideali e che da artefice diventa strumento della sua ribellione.

Priscilla, invece, era una sognatrice, una poetessa che non scriveva poesie, dotata di un’anima che non riusciva a esprimersi ma che era colma dei desideri e degli amori da cui nasce la poesia. Come le sorelle, non aveva conosciuto altra vita, eppure sognava continuamente un’esistenza diversa, la desiderava, la trovava nei libri. Solo una persona la incoraggiava, ma basta poco per spianare la strada a chi è determinato a ribellarsi. Questa persona – un uomo anziano – fu all’origine dello scompiglio che seguì.

Nell’incantevole cottage immerso nella idilliaca campagna inglese, Priscilla si sente rinascere, non più soffocata dall’etichetta che imbrigliava ogni suo pensiero e movimento:

Non c’è posto migliore di Symford per chiunque cerchi un luogo pittoresco dove le case sono coperte di rampicanti; un luogo ove trascorrere anni tranquilli in lento cammino sul sentiero della pace. Symford è uno dei villaggi più graziosi dell’Inghilterra. Incarna e possiede tutte le qualità che ci si aspetta di trovare in un villaggio ideale: innanzitutto è nascosto come un nido tra le pieghe delle colline; è minuscolo e isolato; vi si trovano cottage antichi e con il tetto di paglia; la locanda sembra uscita da un libro di fiabe, con un’insegna pittoresca e un locandiere dall’aspetto cordiale; la chiesa si erge meravigliosamente al sommo di una collinetta tra alberi secolari, veneranda come il suo parroco, uomo dallo sguardo così mite che incrociarlo equivale a ricevere una benedizione.

Ma non tutto va come sognato: lei continua a comportarsi, ahimè, come una principessa generosa e magnanima verso i suoi nuovi vicini e la cosa risulta alquanto strana nella vita di tutti i giorni.

Inoltre, Priscilla e il fedele Fritzing si accorgono presto che le principesse costano e hanno bisogno di soldi per il loro sostentamento. Quando finisce la riserva di denaro che dava loro da vivere, i rapporti tra i tre mal assortiti -c’è anche una cameriera tuttofare- inquilini del cottage si fanno improvvisamente tesi e complicati.

Come nella più classica delle fiabe: chi arriverà a salvare la principessa?

Divertente, come sempre, il modo di narrare di von Arnim la cui voce ogni tanto fa capolino tra le righe della storia con qualche commento sornione e pungente:

Tuttavia la mia storia non tratta della distruzione dell’anima, perciò non indugerò oltre su un argomento tanto nefasto. Noi, che come Priscilla siamo accoccolati sotto l’ala della Fortuna e godiamo del suo tepore, possiamo permetterci di fare le boccacce a quella grigia sorella che ci passa vicino zoppicante e scura in volto. Forse un giorno sentiremo il morso dei suoi artigli? Quando accadrà cerchiamo almeno di non sobbalzare per il dolore; colui che pur soffrendo riesce a fare le boccacce e a ridere sarà come il principe delle fiabe, capace grazie al suo coraggio di trasformare quella vecchia megera in una splendente ricompensa e le proprie pene in una scintillante pioggia di benedizioni.

Inevitabilmente spettacolari le sue descrizioni sia che si tratti di caratterizzare un personaggio sia un ambiente:

Dove viveva la nostra principessa? Il granducato di Lothen-Kunitz si trova nell’Europa meridionale, in una ridente regione di fertili pianure, colline boscose e vasti fiumi. Quando la primavera risale dall’Italia verso nord, per prima cosa si ferma nel granducato; mentre l’autunno, scendendo da nord, vi si attarda dorato dal sole e carico di frutti maturi, con le sue giornate serene e senza vento che continuano a indugiare quando altrove sassoni e prussiani hanno già acceso le stufe e indossato le pellicce. È un luogo dove i fichi si colgono dall’albero in giardino e i vigneti splendono sulle colline.

Anche stavolta, dietro alle ultime pagine, nasconde un finale amaro e si congeda senza alcuna allegria:

Ma non crediate che una persona sempre sincera come me scada nella facile menzogna proprio alla fine, e vi racconti che Priscilla visse per sempre felice e contenta. Non andò così. Ma in fondo, ditemi: esiste qualcuno che riesca a vivere per sempre felice e contento?

Figlie di una nuova era di Carmen Korn

#AnteprimaFazi

La sinossi della casa editrice recita così: Figlie di una nuova era sono quattro donne che incontriamo per la prima volta da ragazze, ad Amburgo, alle soglie degli anni Venti. Hanno personalità e provenienze molto diverse: Henny, e la sua amica di sempre Käthe, ostetriche, di estrazione sociale diversa, Ida, rampolla di buona famiglia, ricca e viziata, e Lina, insegnante anticonformista.

Ma il libro racconta molto di più delle loro singole storie che corrono parallelamente e talvolta si incontrano; intorno a loro gravita una miriade di altri personaggi che entrano prepotentemente nell’intreccio generale. Le vicende di tutti loro, collocate in una precisa epoca storica, compongono un quadro tristissimo e composito perché con loro viene rappresentato uno spaccato trasversale della società tedesca all’indomani della disastrosa prima guerra mondiale fino ai postumi della Seconda.

A essere raccontata non è solo una storia, ma la Storia, che ha per protagonista una intera generazione. I personaggi che ruotano intorno alle quattro ragazze, non compiono gesta eroiche o avventure per terre lontane, ma il semplice atto di vivere.

C’è un carico di sofferenza indicibile e ineluttabile che grava come macigno sulla narrazione, costituito dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale che incombe e poi esplode con una violenza indicibile. Il tempo così come le pagine scorrono veloci e leggere susseguendosi in giorni, mesi e anni che trascinano con sé inermi e ignare esistenze umane.

La follia fatta abitudine. Correre in cantina, nel bunker, per proteggersi. Proteggersi da ciò che cadeva dal cielo. Le bombe. E, nei giorni tranquilli, cercare di non pensarci.

La tragedia immane e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale sono sperimentati direttamente sulla pelle della gente comune che vede le sue già precarie condizioni sconvolte dal profondo e private di ogni brandello di normalità e dignità.

“Sono morte milioni di persone” osservò Campmann. Poi ammise fra sé che i grandi numeri non influivano sulle tragedie dei singoli.

Un libro che parla di guerra, dell’uomo che uccide l’uomo, e intanto celebra l’amore, l’amicizia, la lealtà e la solidarietà umana; un libro che parla di leggi antirazziali, persecuzioni e stermini e intanto celebra l’amore multietnico, i sentimenti e i valori indistruttibili.

Un libro che nella sua minuziosità di nomi, ore e luoghi -città, quartieri, vie- si avvicina a essere cronaca di una guerra annunciata e sconfigge il pregiudizio che considera la Germania un Paese indiscriminatamente nazista quando il popolo tedesco ha anch’esso subito la guerra, con le deportazioni e i bombardamenti, il terrore e l’angoscia.

Controcanto tedesco a Generazione perduta di Vera Brittain, potrebbe essere l’ennesima voce per gridare forte al mondo che la guerra è sempre sbagliata e non c’è una parte giusta da cui stare.

Avevano accompagnato al treno figli, mariti e fratelli… Potevano solo sperare di vederli tornare sani almeno nel corpo, perché per lo spirito non c’erano speranze. Appartenevano a una generazione dannata, che aveva sopportato ben due guerre mondiali. Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi, ma non erano riusciti a evitarne una seconda.

Come nella vita non c’è finale consolatorio e bisogna sempre guardare avanti.

In fondo al vulcano si dipartono strade che portano fuori dall’abisso.

Una serie che va proseguita, che va assolutamente completata.

Volo di paglia #anteprima

#OggiInLibreria

Agosto 1942. Sono mesi che Tommaso attende il giorno della grande festa organizzata in paese per ammirare insieme a Camillo i prestigiatori, il mangiafuoco e le bancarelle di giocattoli nuovi. Ai due amici si unisce Lia, la bambina più bella della classe, con cui Camillo trascorre le giornate tuffandosi tra le balle di fieno e rincorrendosi per i campi. Ma Lia è la figlia di Gerardo Draghi, il ras fascista che con il suo manipolo di camicie nere spadroneggia nella zona e che esercita il suo fare prepotente anche tra le mura della Valle, la casa padronale della famiglia Draghi. La stessa in cui, cinquantanni dopo, altri due bambini, Luca e Lidia, giocheranno tra le stanze ormai in rovina, confrontandosi con i mostri della loro fantasia e i fantasmi che ancora abitano quei luoghi. Sullo sfondo di una campagna piacentina dalle tinte delicate e dai contorni arcaici, si intrecciano le storie di un passato dimenticato e di un presente a cui spetta il compito di esorcizzarne la violenza.

“Ogni mattone che si sgretolava avrebbe cancellato un ricordo, ogni pezzo di intonaco che cedeva sarebbe stato un punto di sutura per la ferita che aveva messo fine alla loro infanzia.”

Trovare le parole per raccontare la forza emotiva di questo romanzo è davvero complicato. Si tratta di un esordio letterario indimenticabile, uno di quei libri che sa regalarti sensazioni forti e prende l’anima a pugni fino in fondo. Il doppio racconto tra passato e presente non lascia scampo al lettore, lo travolge dall’inizio alla fine. La discriminante che lo rende unico è la scrittura, sempre delicata, mai dirompente, capace di fotografare non solo la scena in primo piano, ma anche lo sfondo e gli ambienti.

Perché leggere questo romanzo? L’autrice riesce, con delle scelte stilistiche attente e misurate, a portare il lettore dentro e fuori la storia, a renderlo partecipe e allo stesso tempo spettatore non solo giudicante, ma soprattutto filtrante. Saranno proprio i filtri di lettura della narrazione a portare il lettore alla vera essenza della storia, al suo potere salvifico e al suo messaggio intrinseco.

Se volete saperne di più, potete consultare il sito web dell’editore Fazi 

La famiglia Aubrey di Rebecca West

Ho incontrato la prima volta Rebecca West a casa di Virginia Woolf dato che si erano viste durante un ricevimento, nel maggio 1928, per  la prima volta di persona. Attraverso gli occhi di Virginia Woolf l’ho conosciuta come una donna interessante, ma fredda come il ghiaccio, o almeno così la descrisse alla sorella Vanessa, aggiungendo parole meno lusinghiere che inaspettatamente culminavano nel giudizio finale “a me è piaciuta molto”. Rebecca ricambiava con scarsa affabilità ma quando le fu chiesto di comporre un ricordo di Virginia, dopo lo choc per la sua morte, scrisse: “Vi era in lei qualcosa di insolitamente pulito, puro. Non ho mai sentito nessuno raccontare su di lei una storia che recasse traccia di qualcosa di non lodevole”[1].

Poi quando mi sono imbattuta nell’adorabile e invitante edizione Fazi de La famiglia Aubrey ho realizzato che si trattava proprio di quella autrice.

La famiglia Aubrey appartiene alla “Aubrey trilogy”, una raccolta di tre romanzi autobiografici: The Fountain Overflows, This Real Night, e Cousin Rosamund, scritti il primo nel 1956, gli altri due trent’anni più tardi.

La sensazione che percorre le pagine di questo romanzo è tutt’altro che fredda come il ghiaccio.  La storia è il racconto del mondo degli adulti visto con gli occhi di un bambino sempre pronto a meravigliarsene.

La prospettiva è falsata perché, se le paure infantili dilatano certe situazioni ordinarie, sorvolano anche con maggiore spensieratezza su fatti oggettivamente più gravi che sfumano con il candore relativista della fanciullezza. Diventa a tratti una lettura leggermente ansiogena ma proprio perché trasmette il senso di continua insicurezza in cui versa la famiglia e che i bambini assorbono e rimandano direttamente, senza filtri.

Come la memoria di un bambino si fissa su alcuni particolari apparentemente insignificanti, le descrizioni minuziose e dettagliate costituiscono la cifra stilistica di questo romanzo che sembra seguire il flusso dei ricordi e soffermarsi su incontri emblematici e oggetti simbolici, rituali precisi e insegnamenti di vita.

Rose è una bambina talentuosa e appartiene a una famiglia sicuramente fuori dal comune ma deve scontrarsi giornalmente con un tipo di società che non sa vivere in nome dell’arte, ma anzi non sa riconoscere la bellezza né tantomeno valorizzarla.

Ciò nonostante il libro è pervaso di ideali e di superiori valori che in quanto tali non devono essere messi in discussione per qualche misteriosa, ma comunque condivisibile, ragione. La musica è la religione della signora Aubrey e alle vette eccelse toccate attraverso di essa fanno da contraltare i disagi e i sacrifici sperimentati nell’economia domestica.

La musica che vi ho insegnato a suonare vi ha fatto capire che gran parte di quello che accade nella nostra vita non dipende da noi.

La musica è l’unica certezza nella vita dei bambini di questa famiglia speciale, la primogenita Cordelia, le gemelle Mary e Rose e l’ultimo nato, il maschio prediletto, Richard Quin.   Questo è il grande insegnamento della loro mamma, nella quale ripongono la loro incrollabile fiducia. Come se il talento, la musica, e in generale l’arte fosse un’armatura sicura contro le brutture della vita, o anche solo un antidoto per esserne immuni.

Mentre la madre è molto presente, in ogni momento della giornata e in ogni evento che si rovescia su di loro, il padre rimane sullo sfondo, passivo e anche subìto rispetto alla famiglia, per il suo fascino e la sua inconcludenza:

Ogni volta significava che stava scrivendo qualcosa di meno effimero dei suoi soliti articoli, un pamphlet o un saggio da includere in un libro. In quei momenti provavamo nei suoi confronti una venerazione particolare, anche se eravamo sempre consapevoli della sua scarsa fortuna. Qualsiasi atto creativo comporta sofferenza, ci aveva detto la mamma.

Un libro, o meglio una narrazione singolare, non ordinaria, assolutamente non banale, per la quale non scomoderei nessun paragone, illustre o meno; compiuto, nonostante il seguito che verrà.

Lascio qui la sinossi dell’editore:

Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. Personaggi indimenticabili, un senso dell’umorismo pungente e un impareggiabile talento per la narrazione rendono La famiglia Aubrey un grande capolavoro da riscoprire.

[1] Liliana Rampello, Virginia Woolf e i suoi contemporanei, Il Saggiatore, Milano 2017, p. 160.

Un’estate in montagna di Elizabeth von Arnim

Il romanzo è stato recentemente pubblicato da Fazi, ma era già uscito nella edizione tascabile economica di Bollati Boringhieri nel 2012 dal titolo Uno chalet tutto per me. Evidentemente ciascuna è la versione libera dell’originale In the Mountains che -bisogna riconoscere- meglio esprime, con compiutezza e semplicità, il senso del libro.

Senz’altro è la lettura ideale in questo periodo, per chi cerchi refrigerio dalla calura soffocante e dalla prosaicità della vita. La narrazione, benché priva di fatti eclatanti o avventurosi (se non si considera la mostruosa tragedia recente del conflitto mondiale) è ricca di stupore grato e veicolo di benessere contagioso.

La cornice maestosa e incontaminata delle montagne esalta percezioni e sentimenti in visioni gioiose e infinite.

Lo riprendo a distanza di tre anni e mi imbatto, anzi mi perdo in…

L’azzurra vastità dell’aria riempiva la volta del cielo di un turchese sfumato di viola. La mia baita con il suo giardino si trova proprio sul ciglio della montagna, e lo spazio vuoto tra noi e la montagna di fronte trabocca di luce azzurro viola dall’alba al tramonto

Ed è subito amore.

È proprio vero che bisognerebbe leggere più volte i libri perché ogni volta essi hanno qualcosa di nuovo da dirci e Un’estate in montagna si coniuga perfettamente con la mia disposizione d’animo trascinandomi sulle vette incontrastate di un paesaggio incantevole mi restituisce la solitudine dei miei pensieri e mi circonda di luce baluginante.

Dopo gli orrori della guerra Elizabeth torna piano piano padrona di sé, riacquista la consapevolezza della sua voglia di vivere attraverso un percorso che prevede poco intreccio e qualche incontro: le due sorelle vedove capitate per caso alla baita e invitate a restare, costituiscono un piacevole diversivo alla quiete solitaria del rifugio tra i monti. E costituiscono il risvolto divertente e assurdo di tutta la vicenda che da dramma intimistico diventa commedia con quell’inconfondibile tocco di leggerezza e ironia della scrittrice.

Esso è infatti un piccolo saggio dei suoi pregi: le rappresentazioni evocative, il potere ammaliante della scrittura, l’ironia sottesa, quel senso della misura tipicamente inglese, l’assoluta padronanza dello stile diaristico.

Le descrizioni vivide dei prati brillanti e del panorama sconfinato ricreano perfettamente il paesaggio dell’anima e quello circostante e palpitano dell’azzurro vibrante del cielo e del silenzio riposante dell’altitudine.

Il luogo che abbiamo scelto per fermarci è talmente bello che non sarebbe stato possibile passare oltre senza notarlo. Credo che siamo rimaste almeno mezz’ora ad assorbire la bellezza dei crochi sul quel pianoro soleggiato, ad ammirare il modo in cui le cime dei pini sul pendio sottostante spiccavano contro l’azzurra vastità della valle. Ci ha procurato un profondissimo senso di appagamento. Il sole era caldo, l’aria straordinariamente fresca e pura. Già solo respirare era felicità. Credo che la benedizione più grande nella mia vita sia stata proprio provare spesso la felicità di respirare.

Nella biografia della scrittrice, Chiamatemi Elizabeth, Carmela Giustiniani ci spiega che questo diario -perché tale è- ebbe un potere terapeutico su di lei prostrata “come una formica malata” al fine di elaborare i numerosi lutti accumulati durante gli anni della Guerra e “quel luogo incantato non tardò a esercitare il suo effetto benefico, e anche l’opera ne venne contagiata”: abbandonata gradualmente la malinconia iniziale il romanzo si trasforma in un’altra deliziosa commedia, in cui il consueto brio dell’autrice inizia a “carburare” nuovamente” (p. 49).

È tremendo assomigliare così tanto a Giobbe.

Come lui, sono stata spogliata di tutto ciò che rendeva la vita incantevole. Come lui, in un tempo brevissimo ma colmo di disastri ho perso quasi tutto quello che amavo. E non c’è stata soltanto la guerra, un uragano terribile che ha abbattuto ogni speranza e fatto strage delle ricchezze della vita, che mi ha travolto insieme a tutti gli altri e si è lasciato alle spalle sangue e rovine; oltre alla guerra, oltre all’angoscia di perdere gli amici, che pure era temperata dalla macabra consolazione di non essere soli nel dolore, c’è la mia esistenza, che è devastata. …Eppure, come Giobbe, mi aggrappo a quel poco di fiducia nella bontà che mi è rimasta, perché se la lasciassi andare rimarrebbe solo la morte.

Sinossi.

Estate 1919. Oppressa da una profonda tristezza causata dagli orrori della guerra, Elizabeth si rifugia nel suo chalet svizzero. Arriva sola, l’animo rabbuiato dalle pesanti perdite subite e consapevole della malvagità umana, nella casa tra i monti che fino a pochi anni prima riecheggiava della presenza e delle risate di numerosi amici. Vuole ritrovare la gioia di vivere, scuotersi dall’apatia, tornare ad amare la natura, ad apprezzare i fiori e i panorami incantevoli che la circondano. Non è un’impresa facile, ma lentamente comincia a riaccendersi in lei una sottile vena di energia. Anche per il suo compleanno è sola. Concede ai domestici un giorno di libertà e si accinge a dedicarsi a qualche lavoro pesante che la costringa a non pensare, quando le arriva un regalo inatteso: due donne inglesi, reduci da un’escursione e in cerca di una pensione dove trascorrere la notte, giungono per caso allo chalet. Elizabeth le invita a pranzo, poi per il tè, quindi a rimanere con lei per alcune settimane. E dalla loro presenza nascerà la promessa di una nuova felicità. Pieno di scene divertenti e intriso della solita lieve ma spietata ironia che contraddistingue lo stile di Elizabeth von Arnim, “Uno chalet tutto per me”, scritto in forma di diario, ci offre una serie di pensieri profondi sull’importanza del preservare la vita e sull’insensatezza della guerra.

Il fiume della colpa di Wilkie Collins

Leggere Wilkie Collins è come bere un bicchiere d’acqua fresca tutto d’un fiato  e restarvi incollati in un giorno d’arsura.

Mentre si è intenti a divorare con avidità ogni particolare della storia, ci si rende conto che le varie tessere di quel puzzle si stanno componendo sotto ai nostri occhi in un incastro fatale.

Davanti a un romanzo di Collins non si può fare a meno di riconoscere che si tratta di un prodotto ben confezionato, in cui gli ingredienti di mistero e suspense sono stati magistralmente dosati e il narratore interviene a pungolare e sobillare anche i più sereni d’animo, che un qualche misfatto sta per compiersi ed è in atto un caso complicato che dovrà essere risolto.

Attenzione e interesse del lettore sono abilmente avvinti attraverso un sapiente centellinare indizi veri e falsi che, sparsi qua e là lungo il cammino, dovrebbero condurre alla soluzione del mistero.

Allievo del grande Dickens, grande a sua volta nel suo genere antesignano del poliziesco e del giallo, Wilkie Collins può considerarsi creatore di una narrativa sui generis che combina topoi del romanzo ottocentesco insieme a elementi nuovi, moderni, che coinvolgono il lettore e movimentano la rappresentazione drammatica.

L’incipit del libro contiene già sufficienti ingredienti per introdurre a un clima di attesa e paura solo grazie alla descrizione dell’intrico di rovi e alberi nel bosco lungo il fiume torbido, l’alone cupo dell’oscurità, l’aggettivazione negativa e abnorme.

Me ne stavo sulla riva del peggior torrente di tutta l’Inghilterra. La luce lunare dispensando il suo sereno fulgore allo spazio aperto, s’era ben guardata dal gettare la propria bellezza sulle acque indolenti di quel fiume ampio e fangoso.

Il protagonista della storia è anche la voce narrante che, avendo vissuto l’intera esperienza, guida il lettore nel ripercorrerla con un flashback di cui però gestisce le fila, le pause, le comparse sulla scena dei singoli personaggi.

Un giovane tenutario inglese, Mr Gerard ha ereditato tutto alla morte del padre ma avendo sempre studiato fuori, principalmente in Germania, ha perso il contatto con etichetta e usanze del suo paese. C’è la sua matrigna, Mrs Roylake, la donna sposata dal padre in seconde nozze, a curare i rapporti con il circondario mentre Gerard si fa trasportare dai ricordi alla casa sul mulino dove sua madre lo conduceva a giocare con una bambina strana e schietta, Cristel Toller, la figlia del mugnaio. Lì la ritrova ma insieme a una presenza inquietante, inquilino del cottage, che per avidità, suo padre ha deciso di alloggiare.

L’uomo è sordo e palesemente geloso di chiunque si avvicini alla ragazza. Tra i tre si innesca uno strano rapporto, Mr Roylake si sente inspiegabilmente attratto verso il cottage in direzione del quale indirizza tutte le sue passeggiate, disdegnando i rapporti mondani. L’inquilino ha un aspetto bellissimo ma nasconde orribili segreti e un passato di sofferenza.

Gradualmente, ma in un crescendo di ritmo e tensione narrativa, la visuale ingenua dell’epoca del narratore, ci porta a risolvere il mistero che si nasconde dietro agli strani comportamenti dell’inquilino e degli altri abitanti della casa sul mulino, sullo sfondo lugubre di Il fiume della colpa.

Daniel Deronda di George Eliot

Fazi riscopre i classici e riporta alla luce un capolavoro troppo a lungo dimenticato e che merita invece un posto in primo piano sugli scaffali delle librerie. Grazie alla scrittura della sua autrice, George Eliot, una scrittura profonda, mai scontata, pregna di significati e piena, Daniel Deronda deve considerarsi un classico a buon diritto anche perché evade tutti i criteri elencati da Calvino per rientrare in tale categoria, in modo particolare quello di essere una ricchezza inesauribile.

Pubblicato nel 1876, ultimo dei suoi romanzi, Daniel Deronda non esaurisce il soggetto principale della storia nel protagonista eponimo, ma nel grande e placido alveo del fiume della sua vicenda personale -che comunque rimane centro della scena, movente delle altrui azioni- scorrono come rigagnoli, affiancandolo, affluenti esterni rappresentati dalle storie degli altri personaggi di questo imponente dramma.

Seguendo un modulo narrativo caro alla scrittrice, ormai affezionata al suo pseudonimo maschile, in Daniel Deronda procedono due storie su un doppio binario, due storie che vengono a incontrarsi apparentemente per mere coincidenze fortuite.

Era bella o no? E quale segreta forma o espressione conferiva al suo sguardo quella qualità dinamica? Nel brillare dei suoi occhi dominava il genio del bene o quello del male? Forse il secondo, altrimenti l’effetto non sarebbe stato di irrequietudine, bensì di tranquillo sortilegio. E perché la brama di tornare a guardarla sapeva di costrizione e non di spontaneo assenso al desiderio da parte di tutto l’essere? La donna che evocava tali domande nella mente di Daniel Deronda era tutta presa dal gioco.

Questo è il famoso incipit del romanzo che si apre proprio con l’incontro tra Gwendolen e Daniel Deronda e farebbe pensare a un’insondabile attrazione tra i due che il lettore, anche se segretamente, non smette di augurarsi. Invece l’autrice si impegna a dimostrare che, appartenendo a mondi e valori troppo diversi, i due ragazzi non potranno mai incontrarsi e ancor meno stringersi in una relazione sentimentale.

La giovane e viziata Gwendolen deve ridimensionare le sue aspettative e se stessa dopo che la sua famiglia cade in rovina e accettare un matrimonio con cui sistemarsi. I suoi piani di ottenere autonomia economica e personale si devono presto scontrare contro un marito prepotente e vessatorio. Dall’altra parte c’è il giovane Daniel che, allevato da sir Hugo Mallinger, è alla ricerca di se stesso e delle sue origini. Di nobili principi e animo, egli salva una giovane ebrea dal suicidio, Mirah, ridotta in miseria e disperata per la ricerca del fratello, affidandola alle cure di una famiglia di suoi fidati conoscenti. L’incontro, apparentemente casuale di Deronda con il filosofo ebreo Mordecai segnerà l’inizio della vera conoscenza, nell’ambito di un disegno superiore perfetto che dà conto di tutte quelle che sembravano a un primo sguardo solo coincidenze.

Il libro ha l’onere di affrontare anche il tema del sionismo, da Eliot volutamente trattato dopo aver assistito a una lezione del prof. Immanuel Oscar Menahem Deutsch in Germania, per sconfiggere i pregiudizi inglesi sull’ebraismo, ma la gravità degli argomenti toccati è stemperata dalle storie dei personaggi che gravitano intorno a esso nella complessità delle relazioni umane e nel loro -sempre sorprendente- reticolato di coinvolgimenti tra casualità e destino.

Leggere George Eliot è un’esperienza totalizzante, è come entrare in un mondo di cui sentirsi parte, per tutto il tempo della lettura e anche oltre, la cui influenza rivive nelle pieghe della memoria. Oltre che nella sua impalcatura, quest’opera trasuda erudizione da tutti i pori (vedi le citazioni premesse a ogni capitolo a scandire la narrazione) ma allo stesso tempo è un pregevole studio anche della psicologia umana, per come scandaglia l’animo e i pensieri dei vari personaggi che in definitiva non si può fare a meno di amare così come sono, con i loro limiti e le loro debolezze.

La Primula Rossa #Anteprima

Parigi, anno di grazia 1792. Il Regime del Terrore semina il caos. I “maledetti aristos”, sventurati discendenti delle famiglie aristocratiche francesi, vengono mandati a morte dall’implacabile tribunale del popolo: ogni giorno le teste di uomini, donne e bambini cadono sotto la lama della ghigliottina. Ma in loro aiuto interviene un personaggio inafferrabile e misterioso, il quale, attraverso rocambolesche e ingegnose fughe, riesce a portare oltremanica i perseguitati del regime, nella libera Inghilterra. Dietro di sé non lascia tracce, se non il proprio marchio: un piccolo fiore scarlatto, che gli varrà il soprannome di Primula Rossa. Ma quale identità si cela dietro questo pseudonimo? Chi è l’audace salvatore, disposto a rischiare la propria vita in nome della nobile causa? L’incognita ossessiona l’astuto e crudele funzionario del governo francese Chauvelin e affascina l’alta società inglese: ma la soluzione del mistero si rivelerà tanto insospettabile quanto geniale. “La primula rossa”, primo di un ciclo di romanzi scritto da Emma Orczy, è stato pubblicato nel 1905.

“La Primula Rossa, Mademoiselle, è il nome di umile fiore inglese che cresce ai margini delle strade, ma è anche il nome scelto per celare l’identità dell’uomo migliore e più coraggioso al mondo, in modo che le nobili imprese che decide di compiere possano avere maggior successo.”

In questo romanzo, da oggi in libreria, troverete tutta la bellezza universale di quei libri che diventano “classici” della letteratura.

Lo stile narrativo vi lascerà spiazzati, abituati a nuovi stili di racconto, ma questo non inficia il coinvolgimento del lettore, al contrario renderà questa avventura letteraria ancor più coinvolgente.

Per noi ragazzini degli anni ’90 cresciuti a pane, Lady Oscar e Tulipano Nero, la Primula Rossa è davvero un tuffo nel passato che scalda il cuore. Un antieroe che lascia come firma una primula rossa nel contesto della rivoluzione francese, non può non affascinare giovani e meno giovani, lo potremmo definire un fantasy dal carattere vintage.

L’occasione giusta, con questa nuova traduzione, per regalarlo ai lettori più giovani sempre in cerca di avventure coinvolgenti e ai lettori meno giovani che ne sapranno riscoprire la magia.

La fattoria dei gelsomini

La fattoria dei gelsomini, di Elizabeth von Arnim. Anteprima della Edizione Fazi 2018

Ah quella tavolata esilarante che ci attende all’overture di La Fattoria dei Gelsomini! Che strampalata congerie di ospiti Lady Daisy Midhurst ha radunato nella sua dimora di Shillerton. E come è divertente scoprire i pensieri che si nascondono dietro alla facciata di buone maniere degli invitati, che faticano a rispettare le regole della buona creanza, messi così a dura prova da un menù ripetitivo a base di aspra uva spina!

L’invito in una delle dimore di Lady Midhurst era garanzia di qualità, come il marchio per l’argento, e certificava nel tempo il valore delle persone. Eppure, nonostante ciò, ciascuno di loro sentiva che la misura era colma. Ma in cosa consistesse realmente quel senso di disagio, nessuno sapeva dirlo. Naturalmente il clima aveva la sua parte di colpa…

L’avvio è scoppiettante come al solito, la penna di Elizabeth von Arnim trabocca ironia e buon gusto a sazietà, senza le complicazioni gastriche del conte tedesco, del vescovo indolente, dell’annoiato Mr. Torrens e dell’incantevole Rosie. Che poi tanto incantevole sotto sotto non è…

Ma il prosieguo è, se possibile, ancora più incredibile.

Carmela Giustiniani, nel suo “Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim” (Flowered, 2017) lo definisce “il testo più politicamente impegnato dell’autrice. Vi si trova infatti riprodotta la situazione politica dell’Europa di quegli anni: l’indolente e placida Inghilterra è rappresentata dall’eterogeneo gruppo di persone che si ritrova a pranzo presso l’aristocratica dimora di Lady Midhurst” e il conte tedesco impersona l’insidiosa Germania che si sta già rivelando appunto, anche alla tavola dei nobili inglesi, elemento di disturbo.

La storia presenta infatti sviluppi inaspettati, mentre sin dall’inizio grava sull’incipit del libro, una nuvola greve come l’afa estiva presaga di complicazioni. Dalle pieghe di pagine così divertenti e leggere da far dimenticare il dramma alla base della vicenda, trapelano amarezza per la difficoltà a essere madre, insofferenza verso i ménage matrimoniali che non si rivelano sempre buoni affari e la sconsolata consapevolezza degli imperativi ipocriti del bel mondo. Poi l’anima e lo sguardo si allargano sulla profumata e soleggiata campagna del sud della Francia e sulla splendida Fattoria di Gelsomini che riserverà sviluppi ancora più sorprendenti.

Regnava una calma assoluta in quel sonnacchioso pomeriggio estivo. Sulle colline si stendeva una cappa di immobilità. Il cipresso solitario, anch’esso immoto, sembrava scolpito nella pietra nera. Luce e ombra giocavano sull’erba dell’oliveto ai piedi del muretto e il gelsomino ricopriva i campi.

Un libro squisito, da gustare dalla prima all’ultima pagina, un tocco elegante, ironico ma compassionevole, delicato e sagace. Veramente bellissimo, uno dei miei preferiti di Elizabeth von Arnim. Solo un rimpianto: che sia finito, e mille volte grazie alla Casa Editrice che lo ha ristampato!