Le confessioni di Mr Harrison di Elizabeth Gaskell

Un libro di Elizabeth Gaskell si riconosce subito perché sin dal primo momento, allo scorrere delle prime parole, predispone all’ascolto di una bella storia.

Le confessioni di Mr Harrison è un gioiellino nascosto tra le pieghe di una pubblicazione a puntate su una rivista di moda femminile, e chi meglio di un valente medico agli inizi della sua carriera poteva attirare l’attenzione e l’interesse di quel pubblico femminile?

Con un incipit che riecheggia non troppo da lontano quello di Orgoglio e Pregiudizio, Gaskell affidando la voce narrante allo stesso protagonista, ci racconta le vicende di Mr Harrison con un vero e proprio esordio favolistico:

C’era una volta un giovane e valoroso scapolo…”.

Pubblicato sei mesi prima di Cranford, Le confessioni di Mr Harrison è ambientato a Duncombe che si trova nella stessa regione letteraria di Cranford e vive delle stesse atmosfere descritte con identica deliziosa ironia.

Mr Harrison, in quanto scapolo e in quanto medico, piomba in mezzo alle amazzoni cugine delle comari di Cranford con lo stesso effetto dirompente della ferrovia in Cranford scombinando la tranquilla società di Duncombe, anche questa quasi tutta al femminile.

Tra pettegolezzi, equivoci e malintesi, il povero Mr Harrison dovrà barcamenarsi per difendere se stesso e il suo operato: signorine più o meno giovani che pensano di essere state illuse dai suoi modi premurosi e cortesi pretendono da lui che onori il suo presunto impegno. Come la vita è fatta di momenti gai e tristi, anche qui si passa dalla leggerezza del tema sempreverde della sistemazione matrimoniale alla dura realtà della malattia e della morte con cui la professione medica deve fare i conti.

Ma non voglio rovinarvi il piacere della lettura:

Il fuoco scoppiettava vivace. Mia moglie era appena andata al piano di sopra per mettere a letto il bambino. Charles sedeva davanti a me, era abbronzato, di bell’aspetto. Era bello già avere solo la certezza di poter trascorrere assieme qualche settimana sotto lo stesso tetto – un’esperienza che non ripetevamo da quando eravamo poco più che ragazzini. Mi sentivo troppo stanco per chiacchierare, così mi misi a mangiare noci mentre contemplavo il fuoco, ma Charles divenne smanioso. …

Ottima come sempre la pubblicazione delle Edizioni Croce, grazie all’introduzione di Michela Marroni e alla traduzione di Salvatore Asaro e Mara Barbuni.

Le pause della vita di Maria Messina

Continua il progetto di recupero e rivalutazione da parte delle Edizioni Croce, delle opere dimenticate della scrittrice Maria Messina, progetto iniziato con la pubblicazione di Alla Deriva.

Maria Messina è entrata sommessamente, in punta di piedi, nella mia vita di lettrice e come una folata di vento leggero ma freddo, che sparpaglia i fogli di un avvizzito calendario, si è fatta spazio con forza imponendo una doverosa pausa riflessiva.

Le pause della vita è un titolo che già da solo instrada verso considerazioni amare sul senso dell’esistenza umana.

“Siamo stati troppo lontani. Una pausa, dici tu. Ma le pause della vita non somigliano a quelle dei dialoghi”.

La protagonista di questa storia è Paola -tragicamente- suo malgrado, che volontaria capinera, immolerà la sua consapevolezza raggiunta a caro prezzo dietro un sacrificio autoimposto, abdicando alla vita e all’amore.

Paola ha scritto dentro di sé il proprio destino, intorno a lei aleggia un’aurea malinconica che è difficile da disperdere e si percepisce sin dalle prime battute del libro.

Il continuo riferimento a quelle mani diacce, quando fuori il sole riscalda i sinuosi poggi toscani produce l’effetto di una battuta d’arresto nel corso inesorabile del tempo.

“Sei diaccia” esclamò. […] Paola gli abbandonava le mani, che egli riscaldava stringendole delicatamente.

… Dolce cosa lasciare riposare i nervi e il cuore quando si è assetati d’affetto e non si fa che irrigidirci per andare d’accordo con l’ambiente che ci circonda!

Paola vedeva aranceti in fiore e posava i piedi sull’erba di un prato pieno di sole e di ombre calde; socchiuse gli occhi, ascoltando la voce innamorata (p. 11).

Gli accenti accorati nella descrizione del paesaggio tradiscono un attaccamento autobiografico legato a ricordi della fanciullezza trascorsa della terra toscana, come Flavia Rossi, curatrice del volume, ricostruisce con precisi riferimenti estrapolati dalla corrispondenza intrattenuta dalla scrittrice.

Paola guarda con avidità la vita attraverso i suoi timidi occhi grandi ma le illusioni e le ingenuità giovanili sono destinate a infrangersi contro la dura realtà del male.

Quella che poteva essere una normalissima storia d’amore tra due ragazzi appare sin da subito votata a tingersi dei più foschi presagi e poiché il bene giunge sempre troppo tardi per riceverlo, prima accade tutto il peggio possibile: in un crescendo di eventi e incontri disgraziati la già disgregata famiglia Mazzei viene provata e prostrata da una serie infelice di rovesci che solo una generica quanto indistinta fiducia nel futuro consente di superare o accantonare. Almeno fino all’irreparabile. La lezione verghiana è stata perfettamente interiorizzata.

Come limpidi e fiduciosi, gli occhi di Matteo! Egli credeva a un bene che forse non sarebbe venuto mai. Egli aveva fede nell’avvenire; e non sentiva che il tempo, con la sua felicità impreveduta, con i suoi inevitabili dolori impreveduti, passa e non torna. (p. 14)

Impariamo a conoscere i personaggi della storia tramite il getto ininterrotto dei loro pensieri tradotti più o meno in parole e ne scopriamo il carattere decifrando il loro modo di relazionarsi agli altri.

Non serve a Maria Messina descrivere la vita, le aspirazioni o i progetti di Paola se con un sospiro o un improvviso pallore ne riesce a rendere l’esatto turbamento. L’incertezza, l’inesperienza, gli slanci sono destinati a essere spenti da una doccia gelata.

In questo incarna la definizione che le ha dato Sciascia come “la Mansfield siciliana”, in quanto della scrittrice neozelandese ricalca l’uso dei dialoghi e il metodo narrativo per associazione di idee a loro volta valorizzati dalla forma breve dei racconti.

L’approfondimento psicologico non è un risultato ricercato ma ottenuto con naturalezza attraverso il flusso riversato del pensato, del tutto indipendente dai discorsi pronunciati, sottolineato dall’accostamento per immagini. Con delicatezza tutta femminile Maria Messina riesce a trattare temi difficili pur senza raggiungere i toni troppo crudi di Tozzi.

Il risveglio dall’intorpidimento giovanile per la sua protagonista è infatti brusco e agghiacciante. La letteratura è piena di figure di donne rovinate ed emarginate dalla società perché condannate a espiare una colpa che non è la loro, ma in questo caso Maria Messina è andata oltre, ha espresso la drammaticità estrema di una rinuncia, di una fuga della vita che non proviene dall’esterno, ma da un rigido codice morale talmente assorbito e assimilato da diventare strumento di auto-esclusione, di coercizione interiore. Paola è L’esclusa per sua stessa decisione; non è costretta a portare alcuna lettera scarlatta ma abbraccia di sua volontà il velo.

Il grande pregio che bisogna riconoscere a questa delicata scrittrice che dalla Sicilia ha mosso i primi passi, è di essere riuscita, con apparente semplicità e impalpabile perspicacia, a mettere a nudo il cuore di un essere umano, fragile e deciso allo stesso tempo, che si vede negato il diritto e la libertà di vivere.

 

Delitto di una notte buia

Questo romanzo breve fu pubblicato per la prima volta nella rivista di Charles DickensAll the Year Round.

Al titolo originale A (Dark) Night’s Work la parola “dark” fu aggiunta da Dickens contro i desideri di Gaskell. Dickens riteneva che il titolo modificato fosse più impressionante, non era la prima volta che i due avevano idee diverse sulle politiche editoriali. Lui era più attento alle esigenze del marketing, piuttosto che a quelle letterarie della sua collaboratrice. Allo stesso modo ebbero disaccordi sul ritmo e metodo seguiti da Gaskell, perché secondo Dickens non suscitavano e mantenevano desta a sufficienza l’aspettativa del pubblico di lettori.

Gaskell è concentrata, secondo lo stile che la contraddistingue, sul dramma umano e quindi sull’approfondimento psicologico dei caratteri e dell’animo dei personaggi, ma qui anche l’intreccio della storia è complesso e strutturato e il ritmo avvincente.

La storia parla dell’avvocato Edward Wilkin che avendo ricevuto un’istruzione di alto livello, si sente in diritto di frequentare ambienti superiori alla sua posizione sociale. È un uomo che beve e spende molto e le sue debolezze si riflettono sul suo lavoro, tanto da costringerlo ad assumere un socio -un uomo sgradevole di nome Mr Dunster. Una notte nel pieno di una lite furibonda, Edward colpisce a morte il socio. La figlia Ellinor e un fidato domestico, Dixon, lo aiutano a seppellire il corpo in giardino. Ma è il personaggio di Ellinor, prostrato dal senso di colpa, a muovere gli ingranaggi della storia diventando personaggio di primo piano.

Elizabeth Gaskell offre al lettore il ritratto di un’anima tormentata dal vizio e dal senso di inadeguatezza, che scivola drammaticamente nell’abuso di alcol; il racconto di un assassinio, in cui è labilissimo il confine tra le diverse responsabilità di chi è coinvolto; lo studio del senso di colpa; la disamina degli effetti dell’orgoglio e dell’ambizione sui rapporti personali; l’interrogativo -a tratti sconcertante- a proposito della natura della verità.

In questo racconto ritroviamo sia i tratti tipici della scrittura della Gaskell, sia un’interessante analisi dei temi “oscuri” e straordinariamente moderni. L’opera è diretta a criticare nemmeno troppo velatamente la discriminazione di classe e la concezione materialistica della vita. I fatti drammatici narrati ammoniscono sulla gravità degli effetti negativi di una cattiva e deleteria condotta.

L’anno 1863 fu particolarmente prolifero per Gaskell perché fu l’anno anche di Gli innamorati di Sylvia, e di altri racconti (tra cui anche Mia cugina Phillis). La varietà di temi e ambientazione dimostrano sia la sua versatilità sia la capacità di sperimentazione. I luoghi di Delitto di una notte buia sono molto lontani dalla costa occidentale e da Whitby; qui il contesto del racconto, dal punto di vista strettamente geografico, è il Cheshire. Il riferimento a Chester è abbastanza esplicito, mentre il personaggio come Ellinor deve, in parte, la sua creazione ad alcune suggestioni personali e anche ad alcune modellizzazioni letterarie di cui Gaskell era esperta conoscitrice.

Quando si inizia un progetto è fondamentale portarlo avanti e coltivarlo, se possibile, con sempre maggiore dedizione. In questa direzione si colloca la presente pubblicazione delle Edizioni Croce che con essa aggiungono un altro tassello alla già lunga lista delle opere di Elizabeth Gaskell riportate alla luce:

Bran e altre poesie

I fratellastri

La casa nella brughiera

Mary Barton – Racconto di vita a Manchester

Racconti

Delitto di una notte buia allora illumina, a dispetto di quell’indicazione di genere “dark”, la preziosa opera di promozione della conoscenza e valorizzazione in italiano di Elizabeth Gaskell, squisita signora e scrittrice inglese, delicata e appassionata al contempo, attraverso un esemplare che acquista pregio da se stesso e dalle firme che lo corredano.

La traduzione

La traduzione è stata affidata alle competenze di Mara Barbuni che si occupa di scrittura femminile dell’Ottocento e in modo particolare di Elizabeth Gaskell: ha recentemente tradotto i romanzi Gli innamorati di Sylvia e Mogli e figlie (mai apparsi prima in italiano), cura il sito intitolato alla scrittrice: https://elizabethgaskell.jimdo.com/.

L’introduzione

L’introduzione è a cura del massimo esperto italiano in materia: l’esimio prof. Francesco Marroni, Vice Presidente della Gaskell Society, professore di Letteratura Inglese e di Storia del Teatro inglese presso l’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti e Pescara, direttore delle riviste Merope e RSV. Rivista di Studi Vittoriani e del Centro Universitario di Studi Vittoriani e Edoardiani presso il campus universitario di Chieti.

Il libro sarà disponibile entro la prima metà di giugno.

Le pause della vita

Dopo Alla deriva, le Edizioni Croce presentano Le pause della vita, un altro romanzo della scrittrice siciliana, Maria Messina. Oggi le sue opere, tradotte e apprezzate all’estero, sono tornate argomento di studio e di dibattito.

Per le Edizioni Croce è Salvatore Asaro a dirigerne il progetto di recupero.

Il romanzo Le pause della vita è stato affidato alla cura di Flavia Rossi.

Se ne riporta la sinossi:

Apparso per la prima volta nel 1926, narra le vicende della giovane Paola Mazzei.

Abbandonata dal padre e costretta a separarsi dal fratello – che parte per il fronte del primo conflitto mondiale –, la ragazza si ritrova a vivere nelle campagne di San Gersolè con lo zio Federigo e la madre Tina, donna severa e autoritaria, con la quale non riesce a comunicare. Quando alla morte dello zio ottiene un impiego precario presso l’ufficio delle Poste, Paola non riesce a integrarsi con le colleghe, frivole e invadenti.

La giovane trova conforto solo nei libri che legge durante le pause dal lavoro, in particolare in un romanzo che si diletta a tradurre dall’inglese, e negli incontri con Matteo, ex compagno di scuola con il quale ha intrapreso una relazione. Da semplice passatempo la traduzione si converte in un’occupazione appagante e coinvolgente, al punto che assieme al desiderio di dare alle stampe il testo, Paola matura ambizioni di scrittrice. Nel frattempo la guerra è finita. Quando tutto sembra volgere al meglio, una serie di eventi spinge la protagonista a trasferirsi a Firenze. Qui si troverà a fare i conti col passato e sarà costretta a tirare le somme sulla sua esistenza.

L’autrice

Maria Messina nasce a Palermo nel 1887 da Gaetano, ispettore scolastico, e da Gaetana Valenza Trajana, esponente di una famiglia baronale, originaria di Prizzi. I continui trasferimenti del padre costringono la famiglia a spostarsi con frequenza, prima a Messina, quindi a Mistretta, poi in Toscana, in Umbria, nella Marche e a Napoli.

Iniziata alla scrittura dal fratello Salvatore, che ne aveva intuito il talento, ottiene la notorietà con la pubblicazione di Pettini-fini (1909) e Piccoli gorghi (1911), raccolte di impronta verista che le valgono la stima di Giovanni Verga, col quale intraprende una fitta corrispondenza.

Gli anni ’20 sono quelli del successo letterario, ma anche quelli del peggioramento di una grave malattia che le toglie gradualmente la possibilità di scrivere. Tornata in Toscana, muore a Pistoia nel 1944, dimenticata da tutti. Il 24 aprile 2009, grazie all’interessamento del comune, le sue spoglie mortali sono ritornate a Mistretta, considerata come una sua seconda patria.

Link di acquisto: Maria Messina

Per approfondimenti: https://www.facebook.com/LeggereMariaMessina/?fref=ts

 

Maria Messina, una scrittrice italiana troppo a lungo dimenticata

Intervista a Salvatore Asaro, curatore del progetto di rilancio della scrittrice Maria Messina per le Edizioni Croce.

Salvatore Asaro è laureato in Lettere alla Sapienza Università di Roma.
Successivamente ha perfezionato i suoi studi a Londra, approfondendo l’opera forsteriana. Di recente i suoi interessi si sono mossi verso i cultural studies e gli studi di genere, dedicando una particolare attenzione alle autrici italiane e in lingua inglese dell’Otto-Novecento, in particolare Elizabeth Gaskell, Charlotte Brontë e Goliarda Sapienza.

Come hai incontrato Maria Messina?

Il mio incontro con la scrittrice palermitana è piuttosto bizzarro. Cinque anni fa la redattrice di una casa editrice mi chiese di fare una ricerca su alcuni racconti – italiani e stranieri – che avevano per tema la migrazione, in prospettiva di una raccolta. Mi misi a fare una ricerca capillare, cominciai a spulciare i cataloghi delle biblioteche e portai alla luce fragilissimi libercoli che consultai con interesse e attenzione. Una mattina, per caso, mi imbattei in una recensione che rimandava a un’altra recensione che rimandava a sua volta a uno scritto di Leonardo Sciascia. Un gioco di scatole cinesi abbastanza aggrovigliato e polveroso che mi ha condotto fino a Maria Messina e alla sua singolare novella “La Mèrica”. Una scrittrice che non avevo mai sentito nominare ma che mi attrasse con forza magnetica che non potrei spiegare in alcun modo senza svilirne la misteriosa intensità. Di lì a breve scoprii che negli anni ’80 lo scrittore di Racalmuto era venuto a conoscenza della produzione narrativa di Maria Messina nel medesimo modo – solo che gli anni del ripescaggio messiniano ebbero vita effimera: morto Sciascia i libri della scrittrice palermitana caddero in un secondo oblio. La coincidenza – due uomini, tutti e due siciliani, che scoprono “la Mèrica” – mi ha suggestionato al punto da continuare la mia ricerca sulla scrittrice e quindi di non fermarmi a una semplice raccolta collettanea (per inciso, la redattrice non volle più inserire “La Mèrica” nell’antologia). La cercai all’interno delle università italiane, ma non trovai informazioni sufficienti, non quelle che cercavo almeno – le risposte delle docenti sono sempre state molto vaghe. Quindi ho recuperato i pochi libri riediti in Italia grazie al genio di Leonardo Sciascia, ho approfondito la conoscenza della scrittrice grazie alla lungimiranza di Giovanni Garra Agosta che, sempre negli anni ’80, aveva recuperato e pubblicato le lettere della scrittrice a Giovanni Verga in cui è possibile scoprire aspetti inediti e interessantissimi sulla donna.

Puoi raccontarci qualcosa di lei che ce la faccia conoscere meglio e imparare ad amare?

Inspiegabilmente dimenticata, Maria Messina è probabilmente una delle scrittrici del primo ’900 italiano più interessanti; ha una produzione letteraria sconfinata oltre che variegata: ha pubblicato una quantità vastissima di novelle, diversi romanzi e tante raccolte di racconti per bambini, riscuotendo un tale successo di critica e di pubblico, da costringere la nipote – Annie Messina – ad adottare un nome decisamente più esotico (Gamîla Ghâli) quando, più tardi, decise di intraprendere la stessa carriera della zia. Maria Messina esordisce nel 1909, con la raccolta Pettini-fini, dedicata al fratello Salvatore che l’aveva esortata allo studio delle lettere (A te, mio buon fratello – che mi sei stato affettuoso e generoso maestro – offro con gratitudine queste pagine che ti appartengono). Il fratello intuisce prima di chiunque altro il valore delle novelle della sorella e si impegna attivamente affinché possano essere lette e recensite in tutta Italia. Ne invia una copia a Giovanni Verga, che ne aveva ispirato lo stile e i contenuti. Lo scrittore etneo, sempre restio nei confronti degli esordienti, comprende immediatamente la potenza di quella raccolta e avvia un fittissimo scambio epistolare con la sua giovane “allieva”, la sprona a più riprese a continuare con l’arte della scrittura e la segnala ai suoi amici editori, affinché possano esaminare il materiale, e alle più prestigiose riviste letterarie dell’epoca, in particolare a «Nuova Antologia». L’invito di Verga è talmente sincero e partecipativo che Maria Messina decide di dedicare proprio a lui la sua seconda raccolta di novelle, Piccoli gorghi. È lei stessa a parlare dell’accoglienza che i critici dell’epoca le avevano riservato e dello stile che aveva deciso di adottare, sul numero di dicembre del 1919 de «Italia che scrive»:

«Pettini-fini e Piccoli gorghi sono gli inseparabili compagni del mio primo passo; mi fa piacere ricordare, dopo tanti anni, queste novelle rapide e secche, pensate laggiù a Mistretta. Pagine concise e senza aggettivi: come la parola di chi vive profondamente una sua vita interiore, come la mia prima giovinezza che si temprava in solitudine. La critica accolse Pettini-fini e, poi, Piccoli gorghi con espressioni così lusinghiere da far girare la testa ad una esordiente. La buona accoglienza non fu, per me, se non motivo di sgomento: la mia anima solitaria tremò e si chiese più volte: saprò io mantenere le mie promesse?».

Maria Messina ha scritto, a mio avviso, alcune delle pagine più belle della nostra letteratura; i suoi personaggi, in particolar modo le figure femminili, hanno una forza paragonabile forse solo a quelli della letteratura vittoriana o del grande romanzo russo. La costruzione dei personaggi di Marcello e Simonetta de Alla deriva non ha eguali nella narrativa italiana moderna, nemmeno se prendiamo in esame testi e autori a noi più vicini; la potenza di Orsola de Primavera senza sole si può ritrovare soltanto in personaggi come Molly Gibson di Elizabeth Gaskell o Nasten’ka di Fëdor Dostoevskij, così come la modernità di Paola Mazzei de Le pause della vita, un personaggio attuale e descritto con una crudezza quasi spietata. L’autrice ha una capacità narrativa formidabile, elemento che la rende immediatamente riconoscibile; possiede uno stile asciutto, tagliente, un fraseggio quasi tolstojano, con periodi rapidi e ad effetto; riesce inoltre a condensare particolari fondamentali in porzioni circoscritte di testo, celando nel non-detto i punti nevralgici delle sue storie. Leggere Maria Messina significa immergersi totalmente nelle sue storie, alcune brevissime – alla maniera di Čechov – e imparare a dialogare con i suoi personaggi, in particolare con le molte donne che popolano le sue storie. È stata definita un’“attardata”, nel senso di epigona, perché aveva deciso di aderire alla corrente del Verismo, quando questo, effettivamente, era agli sgoccioli; lo stesso Borgese, nel 1928, l’aveva definita una «scolara di Verga». In realtà è un punto su cui bisognerà ritornare, infatti non sono molto d’accordo sulla definizione che la vuole una verista tout court. Amare Maria Messina è naturale, come naturale è stata la scrittura per lei.

Si tratta di una scrittrice che è rimasta pressoché sconosciuta fino a oggi, mai entrata nei libri di scuola per intenderci…

Questa è una nota dolente. Quando ho iniziato a occuparmi più concretamente del suo recupero, ho portato all’attenzione delle studiose la grande assenza della scrittrice palermitana dai programmi universitari, dai convegni, dai laboratori che si occupano di autrici donne, ma non ho ottenuto i risultati che speravo. Ripubblicare Maria Messina non è stato semplice. Curiosamente la produzione della scrittrice è sempre stata promossa da uomini: prima dal fratello, da Giovanni Verga, da Alessio Di Giovanni e da G.A. Borgese, che hanno agevolato la diffusione dei libri in tutta Italia; poi negli anni ’80 è stato il turno di Leonardo Sciascia e di Garra Agosta e ora sono io a raccogliere il testimone… In questi ultimi anni, fra gli altri, Salvatore Ferlita, Luca Ricci – così come anche Simona Lo Iacono – hanno portato all’attenzione degli studiosi l’assenza quasi paradossale di Maria Messina dal panorama culturale, pubblicando articoli sui maggiori quotidiani nazionali. In questi mesi mi sono occupato in maniera specifica di Primavera senza sole; a tal proposito ho consultato diversi manuali di letteratura, scoprendo che nella quasi totalità, anche in quelli redatti da studiose donne, anzi soprattutto nei loro, l’autrice non è neppure mai menzionata. A uno stupore iniziale è subentrato, lentamente, un sentimento di rabbia. Mi sono chiesto il perché. Eppure nel 1935 Alfredo Galletti – un altro uomo – scriveva nel suo manuale di letteratura italiana: «La produzione romanzesca femminile poi è oggi in Italia di una esuberanza incredibile e veramente strabocchevole […]. Lettori e critici tuttavia sembrano accordarsi nel lodare nella folla dei romanzi muliebri certi lavori di Maria Messina». E pensare che a quell’altezza cronologica la scrittrice si era allontanata dalla scena pubblica già da diverso tempo a causa di una tremenda malattia. Fortunatamente nella difficile operazione di recupero, mi sono potuto avvalere della collaborazione di diverse intellettuali e studiose: innanzitutto Elena Stancanelli, un’acuta scrittrice e giornalista, che ha contribuito alla prefazione de Alla deriva; ma poi c’è stata Barbara Dotti, scrittrice e traduttrice, che mi ha affiancato durante il mio complesso lavoro di ricerca di archivio; Flavia Rossi, che ha introdotto e curato con rigore scientifico Le pause della vita, cogliendo l’aspetto migliore non solo del singolo titolo ma dell’intera produzione messiniana, anche sotto un profilo strettamente biografico; Mara Barbuni che ha letto e accolto con vivo entusiasmo una novella della Messina, decidendo di inserirla all’interno di un’antologia da lei curata e Cristina Pausini, docente di Lingua e letteratura italiana a Tufts (Boston).

A lei è stato intitolato un premio letterario?

Sì, da diversi anni è stato dedicato un premio letterario a Maria Messina, a Mistretta, cittadina che ospitò la scrittrice negli anni dell’adolescenza. Di recente, su mio consiglio, due miei amici hanno dato vita a una pagina Facebook, “Leggere Maria Messina”, con lo scopo di sensibilizzare i lettori che oggi dedicano sempre più tempo ai social.

Sei stato chiamato a curare il progetto di rilancio di Maria Messina per le Edizioni Croce, con quali obiettivi?

Mi ci sono voluti anni prima di riuscire a riportare in libreria Maria Messina e, nonostante il rischio dell’operazione, la casa editrice Croce ha deciso comunque di impegnarsi nel progetto. Il mio obiettivo è essenzialmente quello di far riscoprire al pubblico questa scrittrice straordinaria. E anche sensibilizzare il mondo accademico affinché faccia rientrare la scrittrice nei programmi universitari e quindi renderla oggetto di studio e di dibattito.

Quali opere avete deciso di riportare alla luce e perché?

Il progetto è vasto. Ci sono diversi titoli in cantiere. È già uscito Alla deriva con la bella prefazione di Elena Stancanelli, la quale, come ho detto, si sta impegnando affinché questa grande scrittrice possa riemergere. Tra qualche settimana uscirà Le pause della vita a cura di Flavia Rossi e tra un paio di mesi Primavera senza sole. Il calendario non si chiude qua, ma la casa editrice non dà mai anticipazioni che superano i tre mesi.

Quale opera di Maria Messina consiglieresti di leggere a chi volesse accostarsi a questa autrice per la prima volta?

Tutte, è banale?

Che cosa intendeva secondo te Sciascia quando la definì la Katherine Mansfield italiana? Fu una provocazione per attirare l’interesse della critica o è un paragone calzante? Se sì, su quali basi?

Maria Messina e Katherine Mansfield sono coetanee e condividono la stessa biografia disgraziata. Chi conosce la vita della Mansfield non può non accostarla a quella di Maria Messina. Entrambe le donne hanno attinto a piene mani dalla fontana della vita e hanno regalato al mondo pagine meravigliose, piene di dolore – perché la vita fa male. Dubito che Maria Messina abbia avuto modo di leggere i racconti della scrittrice neozelandese; credo che Sciascia si riferisse piuttosto allo stile narrativo adottato da entrambe le donne. Lo stile mansfieldiano non si discosta affatto da quello della scrittrice palermitana; l’indescrivibile poesia dei loro scritti è contraddistinta da un’aspra ironia. Un altro dato le accomuna e forse le ha indirettamente influenzate: la passione per la letteratura russa. Čechov condizionò e plasmò il modo di scrivere di entrambe, non solo per quanto riguarda la tecnica del racconto breve e brevissimo, ma anche per i temi trattati. L’intera produzione messiniana è infatti intrisa di letteratura russa, esattamente come quella della neozelandese. Il parallelismo sciasciano non è dunque azzardato. Ma al contrario degli inglesi con la Mansfield, gli italiani hanno riservato alla Messina un destino decisamente più crudele.

Alcune situazioni mi fanno pensare al primo Pirandello: è un po’ azzardato questo riferimento?

La letteratura siciliana che in quegli anni, bisogna specificarlo, era la letteratura nazionale, è tangenziale a se stessa. Come la Mansfield, anche Luigi Pirandello era coetaneo di Maria Messina e dunque le letture, i modelli cui ispirarsi erano gli stessi: la grande stagione del romanzo russo, l’ironia disarmante di Colette, lo sperimentalismo narrativo di Virginia Woolf e l’ombra immensa del padre della letteratura moderna: Giovanni Verga. Luigi Pirandello, specie all’interno delle novelle, «analizza la piccola e infima borghesia siciliana e, dentro l’angustia e lo spento grigiore di una tal classe, la soffocata e angosciante condizione della donna». In pratica quello che fa pure Maria Messina, ma lei lo fa da donna. Nelle sue storie i personaggi maschili non parlano, sono quasi sempre parlati. E trovo grandioso tutto ciò, non ci sono casi analoghi in Italia, non prima di lei almeno. La sua letteratura è inedita, e sono sicuro che se non fosse stata stroncata dalla malattia nel pieno della sua attività letteraria, avrebbe dato vita a qualcosa di grandioso in Italia, qualcosa non troppo diverso da quello che hanno fatto Virginia Woolf in Inghilterra o Gertrude Stein in America.

Credi in un’affinità metatemporale che ci fa eleggere certi scrittori a nostri autori preferiti?

La letteratura è uno strano luogo. Sicuramente c’è qualcosa di metatemporale che ci porta ad amare certi autori a noi lontani, nel tempo e nello spazio. La letteratura è universale e parla agli uomini di ieri, di oggi e di domani. Può sembrare una frase scontata, ma non lo è.

Le Edizioni Croce hanno in programma l’uscita di un altro romanzo di Maria Messina, Le pause della vita: potresti introdurcelo?

Le pause della vita è un romanzo “anomalo” all’interno della produzione messiniana. Come soltanto in poche altre occasioni, l’ambientazione non è la Sicilia ma la Toscana e soprattutto non si parla della vita degli umili e della condizione dei contadini; si tratta di una storia quasi borghese. Uscito per i tipi della Treves nel 1926, ruota attorno alla figura di Paola Mazzei. Abbandonata dal padre, la giovane spende le sue giornate a San Gersolè, un piccolo paese toscano, con lo zio e la madre. Ottenuto temporaneamente un impiego alle poste, Paola non riesce a intrecciare nessun rapporto con le altre donne dell’ufficio. Si rifugia nei libri e inizia a tradurne uno. Nel frangente, si avvicina sempre più a un vecchio compagno di scuola, uno squattrinato che da lì a breve è costretto a lasciare il paese. Il dolore della solitudine, che nemmeno la traduzione riesce a lenire, spinge Paola a prendere delle decisioni infelici che comprometteranno inevitabilmente il suo futuro. Il romanzo, curato da Flavia Rossi, vanta anche un’introduzione in cui vengono analizzati tutti i meccanismi che muovono la macchina narrativa di Maria Messina. Come ci dice la Rossi all’interno della sua introduzione «“Tutto avviene bruscamente nella vita: il male e il bene. Ma il bene giunge troppo tardi, quando non siamo pronti a riceverlo”. È questa la cupa morale attorno a cui ruota Le pause della vita».

Maria Messina non è famosissima ma di lei hanno detto che dopo averla letta non è possibile dimenticarla e anzi sorge spontaneo il desiderio di leggere ancora e altro su di lei.

Maria Messina non è famosa in Italia, ma nel resto del mondo è tradotta, venduta e anche studiata all’interno delle università. Da quando ho iniziato a occuparmi in maniera più organica della scrittrice, ricevo numerose mail di studiosi e studenti da tutto il mondo, perfino dall’Australia, in cui mi chiedono informazioni; la domanda più frequente è: «Perché in Italia nessuno conosce Maria Messina?». È un quesito che mi lascia interdetto e mi imbarazza non poco. Una volta letto qualcosa di suo, anche solo una brevissima novella, non si può più smettere. È proprio così. In Alla deriva si avverte l’ironia tagliente, come è stato notato altrove, di Chéri di Colette, in Un fiore che non fiorì si legge la modernità di alcuni scritti della Ortese (che deve averla sicuramente letta e perfino suggestionata), in Primavera senza sole l’amarezza disadorna della condizione femminile rimanda inevitabilmente ad alcune delle migliori pagine di Virginia Woolf. Maria Messina è unica, e forse è proprio per questo che è stata volutamente dimenticata.

Grazie per questa interessante e affascinante presentazione e per il tuo lavoro. Non si può non raccogliere l’appassionato invito ad approfondire la conoscenza di Maria Messina da cui spero i nostri lettori si lascino conquistare.

Racconti di Elizabeth Gaskell

È in stampa, e quindi uscirà tra breve, la raccolta Racconti di Elizabeth Gaskell.

Scrittrice prolifica e versatile, ella riesce a essere intensa nelle short stories tanto quanto nei grandi romanzi, e le Edizioni Croce hanno deciso di tradurre e pubblicare dieci racconti dei suoi, inediti o introvabili in italiano.

Avvolti da questa meravigliosa copertina che in un gioco di luci e ombre lascia presagire una lettura appassionante e intenta, i dieci titoli sono: Casa Clopton, L’eroe del Sagrestano, Casa Morton, Lo zio Peter, Tempeste e raggi di sole natalizi, Le vicissitudini domestiche di Bessy, Il cuore di John Middleton, Storia di un proprietario terriero, Le tre ere di Lizzy Marsh, Visita a Eton.

Si tratta degli scritti brevi gaskelliani a tema non gotico, forse qualcuno ispirato dai suoi viaggi e dai suoi spostamenti durante i quali raccoglieva aneddoti preziosi, le cui date di composizione abbracciano più di un ventennio.

Il volume, appartenente alla collana “Participio Passato”, va ad aggiungersi con le sue 394 pagine, a quelli già pubblicati: La casa nella brughiera, I fratellastri, Mary Barton, (oltre a Bran e altre poesie). A curare questa edizione è la prof.ssa Anna Enrichetta Soccio, professoressa di letteratura inglese all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara. Tra i traduttori spiccano i nomi di Mara Barbuni e Salvatore Asaro, già uniti da un legame speciale a Elizabeth Gaskell.

Un volume don pregio fin dalla prima pagina della raccolta che raffigura, riproducendola in filigrana, la litografia di Casa Clopton, la stessa che ha ispirato il racconto a Gaskell. E alla fine del libro ci aspetta una splendida sorpresa come ormai le Edizioni Croce ci hanno abituato a pregustare.

Racconti raccoglie la narrativa breve di una delle maggiori scrittrici dell’Ottocento inglese, colei che è riuscita a entrare nelle grazie di Charles Dickens e a dare voce a una moltitudine di personaggi – non solo figure riprese dalla nobiltà ma anche uomini recuperati dalla periferia umana, storie di reietti, di esclusi. La scrittura breve ha accompagnato Elizabeth Gaskell per tutta la vita, dal suo esordio fino alla morte improvvisa avvenuta durante un tè nel suo salotto, nel 1865. Pubblicati sulle maggiori riviste dell’epoca, i suoi racconti hanno entusiasmato generazioni di lettori. La modernità con cui Elizabeth Gaskell riesce a investigare all’interno dell’animo umano non ha pari nella storia della letteratura vittoriana. Le sue storie ci coinvolgono da vicino, ci toccano e alla fine ci disarmano. Racconti ambisce ad avere un carattere “definitivo”, mettendo assieme una serie di titoli finora mai tradotti in italiano, al fine di confermare l’importanza della scrittrice all’interno del panorama letterario inglese.

Novità in casa editrice Croce!

conradCome le prime luci dell’alba non abbaiano con il loro fulgore purtuttavia decretano/sanciscono sin dall’inizio la sorte del nuovo giorno, questo inizio d’anno è rischiarato da due significative luci.

Sulla scia dei progetti editoriali già intrapresi le Edizioni Croce hanno infatti deciso di presentare un Joseph Conrad in versione inedita e una scrittrice italiana poco conosciuta, dei primi del Novecento, Maria Messina, che Leonardo Sciascia paragonò a Katherine Mansfield. Di essi vi proponiamo in anteprima cover e sinossi abbinate in modo ideale e suggestivo.

Dopo Il Negro del Narciso, la collana Participio Passato aggiunge un altro titolo di Conrad.

Il coltivatore di Malata è un testo primario per gli studi post-coloniali e affronta tematiche assai diverse, e per questo ancora più interessante, da quelle per cui l’autore è entrato nella storia della letteratura inglese. Introduzione e cura di Maria Paola Guarducci, professoressa dell’Università di Roma Tre.

Pubblicato a puntate per la prima volta sul «Metropolitan Magazine» di New York nel 1914, Il coltivatore di Malata ruota attorno a un amore e a un mistero. Malata è un’isola dei Mari del Sud, concessa in dono al protagonista, Geoffrey Renouard, da parte del governo coloniale come ricompensa per i suoi meriti di esploratore. Qui l’uomo ha trovato fortuna come coltivatore di seta. In una delle sue sporadiche visite sulla terraferma fa la conoscenza dei Moorsom. Il capofamiglia è un intellettuale molto importante, autore di saggi che gli hanno assicurato la fama di cui gode ma che nessuno ha mai davvero letto. Lo studioso ha una figlia, la fulva e altera Felicia, che cattura subito l’attenzione di Renouard. Il suo amore istantaneo e disperato trova un ulteriore ostacolo quando viene a scoprire che la donna ha un fidanzato e che la vera ragione della sua presenza in quel remoto angolo di mondo è…

Se amate Conrad e la letteratura inglese, questa avventura non può mancare alle vostre.

Una scrittrice tutta italiana invece viene ricondotta all’attenzione del grande pubblico dopo quasi un secolo di oblio immeritato. La Trinacria le diede i natali, l’amico Verga la notorietà perché la notò e l’aiutò a pubblicare, poi intorno agli anni Settanta Sciascia la riportò in auge proponendo quell’ardito e internazionale paragone. Un sodalizio tutto siciliano che sembra destinato a perpetuarsi oggi nell’intento di Salvatore Asaro che ha curato la presentazione dell’opera unitamente alla prefazione di Elena Stancanelli.

Questo romanzo va ad aggiungersi alla collana di narrativa moderna e contemporanea OzioSapiente.

alla-derivaAlla deriva viene pubblicato per la prima volta nel 1920, anno in cui l’autrice riscuote un discreto successo letterario e che sancisce il suo ingresso nel mondo delle lettere. Marcello Scalia è un siciliano emigrato in Toscana per completare i propri studi universitari. Qui diviene “discepolo” del professor Montebello, il “Maestro”, venerato quasi come un profeta. Sempre qui egli si innamora di Simonetta, figlia dell’accademico, dalla quale viene inaspettatamente ricambiato. Laureatosi e avendo ottenuto la mano della ragazza nonostante la disapprovazione del “Maestro”, che avrebbe preferito darla in moglie al ben più ricco e determinato Angelo Fiore, Marcello accetta un posto di lavoro come insegnante nelle Marche, sebbene egli aspiri alla libera docenza e a diventare prolifico autore di dissertazioni come il suo mentore. Frustrato da un lavoro che non lo soddisfa, da un’ispirazione altalenante e dal desiderio di dare alla moglie tutti gli agi, Marcello vede a poco a poco crollare le sue speranze e il proprio matrimonio incrinarsi sotto il peso della propria inadeguatezza, con una moglie sempre più inappagata nel suo ruolo di subalterna nella vita e nel cuore del marito. Alla deriva costituisce un’opera emblematica e rappresentativa di un’epoca di migrazioni –alle quali si affianca lo scoppio della Grande Guerra, ulteriore elemento di destabilizzazione– oltre che il ritratto non solo di una, bensì di due anime, quella di Marcello e quella di Simonetta, che appena entrate nell’età adulta scoprono la stridente incongruenza tra sogni di gioventù e realtà.

Entrambi i volumi saranno presto disponibili in formato cartaceo; la loro uscita è prevista per fine gennaio-primi di febbraio. I residenti a Roma li troveranno da subito nella libreria delle Edizioni Croce.

R. A.

Un Natale tutto per sé

perleSono tante le finestre aperte sul mondo da questo che già all’inizio, quando lo presentai, definii un piccolo scrigno di perle rare, per i nomi in esso raccolti, con i relativi preziosi saggi di delicatezza e di stile.

Le scrittrici che qui hanno lasciato la loro immagine del Natale appartengono a epoche e latitudini distanti, ma sono accomunate dallo stesso amore per la scrittura. Ciascuna a suo modo decide di raccontare la sua idea del Natale, il suo personale punto di vista di questa festa speciale, la sua interpretazione del significato di essa: denominatore comune però è la sensibilità femminile cui tutte loro hanno attinto la penna per comporre il loro omaggio.

E l’impressione iniziale si è calorosamente confermata con la lettura, avida e avvolgente, dei racconti in esso contenuti: modi diversi, nel tempo e nello spazio, di trascorrere il Natale. Un Natale comunque del passato, senza sfarzi o eccentricità e per questo ancora più lontano da quello odierno.

Ma sempre uguale, sempre lo stesso, è l’animo umano che viene ritratto, con le sue reazioni e i suoi moti scontati eppure inspiegabili, irresistibili al fascino dei buoni sentimenti, pronto a dare manifestazione di disinteressata generosità e istintiva gentilezza.

Ecco allora che ciascuna con lo stile che la contraddistingue, dal cesto del lavoro estrae un racconto e lo mostra come un ricamo dal semplice motivo dietro al quale c’è invece un ragionato lavoro. Un quadretto rifinito, che tocca il cuore.

Un Natale tutto per sé. Un Natale tutto al femminile, con un ricorso consapevole a questa aggettivazione per rimandare subito all’amore materno, ai saggi consigli di una moglie o al coraggio di una piccola donna. Tutte emblema dei valori del Natale perché loro stesse già designate naturalmente ad essere depositarie di essi.

Dieci racconti dunque, dieci storie da assaporare e assimilare per accompagnare il nostro Natale fino all’Epifania, come vuole la tradizione.

Da un Natale all’altro (Cordelia); Natale a Napoli (M. Serao); Racconti di Natale (Haydèe); Storiella di Natale (M. Messina); Il vecchio Moisè (G. Deledda); Temporale e raggi di sole natalizi (E. Gaskell); Un Natale in campagna (L. M. Alcott); La tentazione di suor Maria (E. P. Bazán); Una lieta vigilia di Natale (K. Mansfield); L’inverno a Roma (Colette).

La raccolta è illustrata da una nota della curatrice Sara De Simone e corredata, in fondo al volume, dalle notizie biografie delle scrittrici. Divisa in due sezioni, tra italiane e non, famose e dimenticate, tra l’Ottocento e il Novecento.

Si ringrazia la curatrice del progetto, i traduttori e la casa editrice Edizioni Croce, per questo delicato regalo di Natale, augurando a voi tutti, buona lettura e buon Natale!

Romina Angelici

Gaskell’s Poems

gaskellCi sono autrici di cui più leggi e sai e più vorresti approfondire la conoscenza, sia delle opere sia delle vicende della loro vita che hanno condotto ad esse, e in questo caldo autunno pieno di sorprese che si schiudono come succosi e propizi melograni eccoci a registrare un’altra novità.

Sono le Edizioni Croce ancora una volta a farci un regalo: Elizabeth Gaskell in versione inedita, sicuramente quella meno nota: la Gaskell poetessa.

A pochi giorni dall’uscita della novella La casa nella brughiera, la cui stampa è in ultimazione, abbiamo la possibilità di conoscere un altro lato di questa eclettica scrittrice che si è voluta cimentare in generi letterari diversi, stupendoci ogni volta.

Sono tre i componimenti, mai editi in italiano, che fino ad ora comparivano solo nelle raccolte di tutte le opere in inglese:

POEMS

Bran

– The Scholar’s Story

– Sketches Among the Poor, No. 1

Apparsi sulla rivista Household Words, in diversi numeri del 1853, fanno pensare ad una precisa scelta letteraria, individuata in riferimento alla materia da raccontare. Grazie alla traduzione di Andrea Giampietro, senza perdere di vista il testo originale a fronte, la raccolta Bran e altre poesie di Elizabeth Gaskell arricchisce la collana delle Edizioni Croce dedicata alla poesia, intitolata Stilnovo.

La veste grafica del volume ripropone nella sua semplice classicità la soavità dei componimenti poetici dal sapore antico, accolti sotto l’egida tutta italiana dello Stilnovo.

Marilena Parlati, dell’università di Padova che ha curato la raccolta e scritto l’introduzione, si incarica di illustrare il contenuto di questi poemi, la scelta della peculiare forma letteraria di derivazione wordsworthiana, le intenzioni e l’ispirazione più o meno romantica dell’autrice.

Un’insolita Elizabeth Gaskell, compositrice.

Romina Angelici

Uno scrigno di perle rare

perleNon c’è modo migliore di prepararsi al Natale che quello di aprire il magico scrigno preparato per noi dalle Edizioni Croce. Gemme preziose da tutto il mondo vi sono state racchiuse, con scrupolosa ricerca e cura perché potessero effondere la loro luce preziosa.

Accanto ai rubini rossi sfoggiati da Louisa May Alcott, rifulgono tra gli altri i diamanti francesi di Colette; l’acquamarina neozelandese non teme il calore sprigionato dalle mille sfumature dell’ambra gaskelliana e dell’andalusite di Emilia Pardo Bazàn. In mezzo a tutte brilla la perla rara di Maria Messina.

L’idea di riunire tutte le figure più significative della storia delle scritture femminili è di Sara De Simone, alla quale è stata affidata la curatela del volume e l’introduzione.

Diversi invece i nomi che si sono occupati di tradurre per noi i racconti: Salvatore Asaro per Louisa May Alcott e Katrin Mansfield, Flavia Barbera per Elizabeth Gaskell, Marco Dotti per Colette, Valentina Visaggio per Emília Pardo Bazán. Accanto a loro, le italiane Maria Messina, Matilde Serao, Grazia Deledda, Haydée e Cordelia.

Una raccolta letteraria internazionale, tenuta assieme dal filo rosso del Natale. Chi non ama il Natale, chi può resistere al fascino sprigionato dalla sua atmosfera? Il Natale è attesa, sorpresa, regali, bontà, una vacanza dalla quotidiana indifferenza.

Un Natale tutto al femminile, raccontato da scrittrici dell’Ottocento e del Novecento, che hanno declinato, ciascuna a modo proprio, il significato della festa più magica dell’anno; una ricorrenza che può diventare stato d’animo.

Quella strana sensazione di calore che stringe il cuore è ben simboleggiata dal focolare rappresentato in copertina: l’ovale di Emily Dickinson – rappresentante per eccellenza della scrittura delle donne – e sulla mensola colloca i titoli più significativi di alcune sue grandi colleghe – come per esempio Gertrude Stein.

Imminente, dunque, l’uscita in libreria dell’antologia natalizia. Non ci resta che procurarcelo e metterlo sotto l’albero dove gli spetta di diritto un posto d’onore e poi godercelo al calore di un plaid, seduti in poltrona per leggerlo in beata solitudine o leggerlo ad alta voce ai nostri cari.

Infine, a chi vive a Roma farà piacere sapere che la prof.ssa Maria Serena Sapegno dell’Università La Sapienza presenterà la raccolta Un Natale tutto per sé alla fiera di Roma “Più libri più liberi” il prossimo 10 dicembre.

Giusto in tempo per gli acquisti di Natale!

Romina Angelici