Volevo essere una Pin Up!

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Oggi torniamo un po’ indietro nel tempo, esattamente negli anni venti quando il fenomeno delle Pin Up fa il suo ingresso ed è subito un “Bum!”. Ma cosa vuol dire esattamente il termine Pin Up? Sta ad indicare una categoria di donne molto prorompenti e sexy, dalle forme accentuate, dai seni prosperosi, dalle gambe lunghe ma molto tornite. Abbiamo alcuni esempi grazie alle classiche cartoline Vintage che le ritraggono. Continua a leggere

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Il maschio Alpha e… lo streptococco!

Donne, è arrivato il flagello della Carpazia, il distruttore della razza dominante nell’universo conosciuto. Come dite? Thor? Naaaa, sto parlando dello Streptococco Beta Emolitico, batterio che da secoli afflige la popolazione e che da sempre si manifesta con: febbre, mialgie diffuse e placche alla gola. Sintomi questi che sono riscontrabili su bambine, ragazze e donne mature, ma che nel variegato mondo testosteronico degli uomini, può significare una sola cosa: precipizio emotivo e fisico, simile alla dispersione di una bomba atomica dentro un scatola di mentine. L’uomo alpha non teme nulla, se non questo microscopico batteriuccio e la pericolosissima febbre a 37.2. Chi non ha mai visto un uomo alpha ammalato? Io ho il mio, proprio qui accanto a me che bofonchia parole sconnesse del tipo: “Ah, tachipirina… febbre… dai un bacio a mia madre quando la rivedrai al mio funerale, perchè questa volta non esco vivo”.

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Progetto Angelica

PROGETTO ANGELICA

presenta

“Pandora che aprì il vaso, storia di vita e di donne”

Per la realizzazione di un pieno e assoluto riconoscimento della parità delle donne e di una società priva di barriere culturali e sociali.

CAMERA DEI DEPUTATI, Sala della Regina

Martedì 26 Marzo ore 10:00

Perché Pandora? Pandora è la dimostrazione di come, anche nella mitologia greca, la visione delle donne fosse distorta. Aprendo il vaso la ragazza liberò tutti i mali dell’umanità; la sua curiosità e la voglia di conoscenza sono state quindi foriere di sciagure? No, perché Pandora portò soprattutto la speranza.

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E ora venitemi a dire che I Monologhi della Vagina non è un testo attuale…

Ho letto I Monologhi della Vagina di Eve Ensler un po’ di tempo fa, fino ad oggi, non ne ho mai scritto nello specifico e non ne ho parlato molto sui social, mi sono limitata a consigliare questo libro a chiunque incontrassi, proprio chiunque… Donne, ma anche uomini.
Secondo me infatti ogni essere umano, appartenente a qualunque genere o orientamento sessuale dovrebbe leggere attentamente I Monologhi, e riuscirci senza saltare le pagine dolorose, le pagine crude e le descrizioni delle disumane atrocità inflitte alle Donne in tutto il mondo, mentre gran parte del “resto del mondo” resta in silenzio o gira lo sguardo da qualche altra parte.

Nel 2018 I Monologhi della Vagina hanno compiuto vent’anni. La coraggiosa autrice di questa piece teatrale, Eve Ensler, inizia con queste parole la prefazione all’ultima edizione del suo libro:
” La prima volta che ho messo in scena I Monologhi della Vagina, ero certa che qualcuno mi avrebbe sparato. Può sembrare difficile da credere, ma al tempo, vent’anni fa, nessuno diceva la parola vagina.”

La “crociata” di Eve Ensler, contro la violenza sulle Donne e contro ogni tipo di discriminazione di genere, inizia vent’anni fa in un piccolo teatro di Manhattan, per declamare i monologhi che aveva scritto dopo aver intervistato più di duecento donne, di ogni etnia e provenienza. Ad ogni rappresentazione, sempre più donne cercavano Eve, l’aspettavano per raccontarle la propria esperienza, per confidarle le loro memorie ed affidarle il proprio dolore e la rabbia che provavano, cosicché lei potesse trasformare tutto ciò in denuncia e solidarietà.
Eve Ensler aveva rotto ogni tabù!
Nei mesi e negli anni successivi, lo spettacolo fu ripreso in tutto il mondo, altre donne volevano denunciare, altre donne volevano finalmente interrompere il silenzio che le aveva costrette a sottomettersi a realtà dure e crudeli, fatte di violenza sui loro corpi e sulle loro menti, di dolore e spesso anche di morte.
I Monologhi arrivarono fino in Medio Oriente, dove ovviamente la riproduzione ne era stata vietata,  Eve fu invitata in Pakistan ad assistere alla piece in un posto nascosto “sottoterra” , dove coraggiose attrici pakistane mettevano in scena i Monologhi con grande approvazione del pubblico femminile.
Poco dopo la diffusione mondiale dello spettacolo, Eve Ensler, insieme ad altre donne attiviste femministe, ha contribuito  a fondare il V-Day, un movimento mirato a sostenere tutte le Donne di ogni razza, colore o orientamento sessuale. Attraverso la riproduzione dei Monologhi, le attiviste del V-Day hanno raccolto milioni di dollari per finanziare centri di accoglienza per le donne vittime di stupro e violenza di ogni genere e per spezzare finalmente il silenzio.

Oggi a vent’anni dalla prima volta che I Monologhi della Vagina hanno visto la luce, Eve Ensler scrive queste parole: “E ora, vent’anni dopo, non desidero altro che poter dire che le femministe radicali antirazziste hanno vinto. Ma il patriarcato, insieme alla supremazia bianca, è un virus recidivo. […] Il nostro compito, finché non verrà trovata una cura, è di creare condizioni ultra-resistenti per rafforzare il sistema immunitario e il nostro coraggio, rendendo così impossibili ulteriori focolai epidemici. […] Quando rompi il silenzio ti accorgi di quante altre persone stessero attendendo il permesso di fare lo stesso. Noi – donne di ogni genere e tipo, ciascuna di noi e le nostre vagine – non verremo mai più messe a tacere.”

Purtroppo a sostegno della tesi di Eve Ensler, proprio ieri, ho letto sul quotidiano La Repubblica la drammatica storia di Francesca, una ragazza di 23 anni, che solo oggi ha trovato il coraggio di denunciare la sua famiglia.
Secondo la sua testimonianza, Francesca era ancora un’adolescente di 15 anni e abitava nel suo paese di origine in provincia di Palermo, quando i suoi genitori, complice la sorella, hanno scoperto il suo orientamento sessuale e la madre ha pronunciato queste parole: “Meglio una figlia morta che lesbica”. La ragazza è stata malmenata da tutta la famiglia e stuprata dal padre che ha deciso così di punirla perché Francesca “guardava le donne”. Sempre secondo la testimonianza della ragazza, il paese a conoscenza delle violenze di cui era vittima, si è chiuso nell’omertà e Francesca è rimasta vittima della sua stessa famiglia fino a quando finalmente maggiorenne è riuscita a scappare, tentando nel frattempo il suicidio ben tre volte.

Sempre in questi giorni una ragazza è stata vittima di stupro, da parte di tre diciottenni, fatto provato dalle telecamere di sorveglianza, nella stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli. Stupro a cui la stessa ragazza era riuscita a sfuggire circa un mese fa, ma evidentemente questi esseri immondi non hanno gradito il “primo fallimento” e sono riusciti al secondo tentativo nel loro intento.

Adesso venitemi ancora a dire che il problema della violenza sulle Donne, non è più un “problema principale” nella nostra società occidentale e civilizzata, venitemi a dire che sono cose che accadono solo in “alcune parti del mondo” e che I Monologhi della Vagina è un testo che richiama l’attenzione su situazioni lontane da noi e ormai vetuste e non un testo attuale, ed io mi opporrò alla vostre tesi mostrandovi  l’orrore del mondo in cui viviamo e quanto ancora dobbiamo combattere “tutti” insieme perché queste mostruosità non debbano più avvenire.

YOU: Se non appari non esisti. Ma quali rischi può comportare questo narcisismo mediatico?

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You la serie tv Netflix tratta dall’omonimo romanzo di Caroline Kepnes ha scatenato in me e nelle persone con cui mi sono confrontata, una serie di timori e paturnie, che in genere cerchiamo di tenere sopite.
Il personaggio di Joe, il protagonista di You, è uno stalker che mostra immediatamente la natura patologica dei propri pensieri.
Le vicende di You iniziano con l’entrata di Bek , un’aspirante scrittrice, nella libreria diretta da Joe.
Bek, provocante quanto basta, attira l’ossessiva attenzione di Joe, che quando inserisce il nome della ragazza su Google, gli sia apre un mondo, il mondo di Bek.
La ragazza ha infatti un disturbo narcisistico di personalità e mostra sui social compulsivamente e ossessivamente tutto ciò che fa, pensa o desidera.
Prendete una persona con tendenze da stalker e un’altra con un disturbo narcisistico e la bomba è pronta per esplodere.
Lui segue lei che si mostra al mondo; lui è ossessionato dall’immagine di lei.
Joe inizia a cercare sempre più informazioni su Bek e sulle persone che la circondano. Dai particolari presenti nelle foto su Instagram e sui post di Facebook, Joe riesce a ricostruire molti aspetti della vita di Bek, perfino il suo indirizzo.
Chi meglio di Joe, che ha ben intuito la personalità della ragazza, riesce a plasmarsi e interpretare i desideri di Bek da cui è ossessionato e che gli regala particolari intimi della sua vita su un piatto d’argento grazie ai post social?
Joe si cala perfettamente nel ruolo del bravo ragazzo pronto a salvare Bek da questa sua voglia di mostrarsi e apparire dettata dalla paura di non essere accettata, e dalle sue insicurezze.
Joe sulla strada per la conquista incontrerà degli ostacoli che eliminerà prontamente

You non solo mostra quanto l’apparenza inganna, ma anche quanto la fiducia può essere mal riposta.
You fa leva su tutte le paure che nascono al giorno d’oggi quando ci si sofferma a pensare quanto mostriamo di noi sui social e quanto qualcuno, di cui noi nemmeno immaginiamo l’esistenza, potrebbe convincersi di conoscerci. Per non parlare del timore di essere “guardati” in maniera ossessiva tramite i social, perché nella fase iniziale, è proprio il bisogno spasmodico di Bek di apparire che permette alla follia di Joe di fare il suo corso.

You ci mostra che potenzialmente tutti noi possiamo essere oggetto di ossessione e che questo strumento a volte pericoloso che sono i social, usato in maniera sbagliata rischia di alimentare determinate ossessioni, in un senso e nell’altro.
Un tempo molti di noi avevano un diario segreto e tutti i nostri pensieri intimi rimanevano tali… segreti.

Tutto è andato così fino all’ avvento di facebook.

Da quel giorno i concetti di privacy e intimità si sono capovolti.
Pensieri e parole più o meno felici iniziano a piovere sul web. Opinioni, giudizi, speranze, aspettative e qualche volta addirittura preghiere di ognuno, tutt’ ad un tratto, sono lì in bella mostra alla mercé di chiunque, e l’intimità e la privacy volano via per sempre insieme al caro vecchio diario segreto.
Tutt’ a un tratto si diffonde l’idea che ciò che non viene mostrato non esiste.
Mi chiedo quale sia stato il momento esatto in cui abbiamo rinunciato a mettere un lucchetto ai nostri pensieri più intimi e abbiamo deciso che dovevamo a tutti i costi apparire… rinunciando ad essere.
Qual è stato esattamente il momento in cui l’emozione ci è sfuggita dalle mani e si è trasformata nella quinta essenza del narcisismo?
I social sono spesso lo specchio d’acqua di Narciso. Ma fate attenzione… ricordate che Narciso nel suo specchio ci è annegato.
A volte mantenere del riserbo sulla nostra vita personale può salvarci da situazioni pericolose.

Non ignorate gli indizi degli inizi!

Non sono una love coach (lascio questo lavoro a chi è “del mestiere”), né mi ritengo una super esperta in tattiche di conquista, ma ho studiato psicologia e a volte cerco di trarne qualche frutto.
Quando un rapporto dura alcuni anni, e poi inizia prima a vacillare e successivamente a lesionarsi, per poi rompersi definitivamente, succede che la realtà potrebbe essere edulcorata, che i primi giorni li ricordiamo alla luce degli ultimi  e tutto sommato sembrano belli, ma non siamo obiettivi nel giudicare.
Cosa potrebbe avvenire se, dopo un po’ di tempo, vi trovate a confrontarvi con una persona nuova e all’ improvviso avvertite un brivido che corre lungo la schiena e termina in un dolore che arriva fino allo stomaco? Fino a provocare nausea.
Il passato ritorna come un déjà vu, e le immagini prendono corpo nella vostra mente, immagini accompagnate da sensazioni fisiche, le stesse che le hanno accompagnate anni addietro.
È allora che potreste intuire cosa sta accadendo.
La persona che avete davanti, la stessa che sta cercando di mostrarvi solo il meglio di sé, forse non è altro che la copia fatta male del vostro precedente uomo durante gli inizi del rapporto, proprio agli esordi, quegli esordi che avete analizzato e rianalizzato per anni, domandando a voi stesse perché non siete riuscite a capire il grande bluff.
Ma ora siete più forti, siete più preparate e avete due possibilità: una è chiudere immediatamente qualcosa che sta gridando a gran voce : “È tutto sbagliato“. Senza il timore di perdere l’ultimo treno disponibile (sappiate che di treni sbagliati ne potrete avere ancora tanti a disposizione), oppure restare e rimpiangere ancora anni persi a combattere per far funzionare qualcosa che era difettoso sin dall’ inizio, per la semplice paura di restare SOLE!
Non ignorate gli indizi degli inizi! Non temete di restare sole! Siate donne che scelgono e non donne che si fanno scegliere dalla paura.
Siate Donne forti.
Spesso capita di ricadere negli stessi “errori” semplicemente perché il vostro inconscio li riconosce come “qualcosa di già conosciuto”, qualcosa di familiare. E sempre in maniera inconscia potreste finire per cadere di nuovo nelle stesse situazioni. Non è vero che non esiste nessuno di adatto a voi, non è vero che incontrate solamente persone “difettose” solo perché siete sfortunate.
Create voi la vostra fortuna! Scegliete di farvi meritare.
Non ritenetevi in “ritardo sulla tabella di marcia”.
Perché poi chi l’avrebbe decisa questa tabella? Le donne sposate con figli che vi gravitano intorno?
Siete voi che dovete stabilire la tabella di marcia della vostra vita.
A volte rimanere SOLE per un po’, o anche a tempo indeterminato, ritenetelo un premio per voi stesse.

8 curiosità sulle sorelle Brontë

Oggi vi svelo otto curiosità sulle mie scrittrici vittoriane predilette: le sorelle Brontë.
Ma iniziamo subito…

  L’origine del cognome Brontë deriva dalla cittadina siciliana di 

Bronte.
Il padre delle sorelle Brontë, l’irlandese Patrick Prunty (o forse Brunty oppure O’ Prantee), era un grande ammiratore dell’ammiraglio Horatio Nelson, insignito del titolo di Duca di Bronte da re Ferdinando IV delle Due Sicilie. Per questo motivo Patrick modificò il suo cognome in Brontë, specificando la dieresi sopra la ‘ë’ affinché gli inglesi non ne sbagliassero la pronuncia eliminando la “e” finale.
Secondo Patrick, il nome Brontë appariva più aristocratico, e risentiva meno dell’origine irlandese della famiglia, oltre a ricordare l’ammiraglio Nelson.

 Jane Eyre, capolavoro principale della produzione letteraria di Charlotte, uscì nel 1847 sotto lo pseudonimo di Currer Bell.
Tutte e tre le sorelle Brontë, infatti, pubblicarono i loro romanzi d’esordio sotto lo pseudonimo dei fratelli Bell.
Charlotte scelse Currer Bell, Emily firmava Ellis Bell ed Anne optò per Acton Bell, ognuna rispettando le iniziali del proprio nome.
Il motivo di questa scelta, fu che ai tempi le opere letterarie di scrittrici donne venivano nettamente  discriminate rispetto a quelle dei colleghi uomini.
A causa degli pseudonimi, però, nacquero dei problemi nell’ attribuzione successiva dei romanzi alle rispettive autrici. Alcuni studiosi, infatti, attribuirono erroneamente a Charlotte Brontë  anche Cime tempestose, romanzo scritto da Emily negli anni immediatamente precedenti alla sua morte.

 Charlotte Brontë scrisse un romanzo che mai terminò, dal titolo originario “Emma”. Il romanzo, di cui Charlotte scrisse solo i primi due capitoli, fu completato in seguito da un’ altra scrittrice e pubblicato successivamente con il titolo “Emma Brown”.

 Charlotte Brontë dedicò la prima edizione di Jane Eyre al suo scrittore preferito, William Makepeace Thackeray, autore del romanzo “La fiera delle vanità”.
L’autrice ignorava però che la moglie di Thackeray, fosse pazza e che, proprio come Rochester, il marito la tenesse confinata in una stanza della loro casa. Questo inconveniente, fece diffondere a Londra la voce che lo scrittore Currer Bell (Charlotte), si fosse ispirato a Thackeray  per raccontare la storia di uno dei protagonisti del suo romanzo.

– Molte vicende narrate in Jane Eyre, sono autobiografiche.
Il racconto del soggiorno di Jane Eyre alla Lowood è basato sull’ esperienza di Charlotte Brontë, che, a soli  cinque anni, dopo la morte della mamma, fu mandata dal padre, il reverendo Brontë, insieme alle sorelle, alla Clergy Daughter’s School di Cowan Bridge nel Lancashire, collegio per figlie di ecclesiastici. Per le sorelle Brontë fu un esperienza terribile. L’istituto scolastico riservava alle studentesse un trattamento durissimo: la scuola non era ben riscaldata, le condizioni igieniche erano pessime, ed il cibo sempre molto poco. Il personaggio del preside della Lowood, è ispirato al Reverendo William Carus-Wilson, preside del collegio.

– Nel 1839, mentre prestava servizio come istitutrice, presso una ricca famiglia, Charlotte visitò la villa Norton Conyers nel North Yorkshire. Scoprì in quel frangente la storia di Mary, donna che, ritenuta pazza, fu rinchiusa in una soffitta per anni.
La stanza segreta fu scoperta nel 2004 dai proprietari della casa, tenuta fino a quel momento ben nascosta da pannelli, e chiamata quindi “Mad Mary’s Room”, la soffitta successivamente fu resa visitabile.

– La storia di Mary, ha ispirato Charlotte per il personaggio di Bertha Mason in Jane Eyre.

– La pazza Bertha Mason è in Jane Eyre una sorta di doppelgänger della protagonista, ne rappresenta infatti le passioni e il lato istintivo, che nella società vittoriana dovevano essere sempre controllate e celate per bene, soprattutto per quello che riguardava le donne.

COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti

Titolo: COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti

Autrice: Carla Sanguineti

Casa editrice: Kappa Vu

Genere: Biografico

Formato: Rilegato

Pagine: 240

Mary Shelley è un personaggio di cui  ho voluto approfondire la storia personale, prima di leggere le sue opere.

Il libro COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti, della scrittrice Carla Sanguineti, edito Kappa Vu, non si può propriamente definire un romanzo, o una biografia nel senso classico del termine. L’autrice alterna , durante la narrazione, brani tratti dalle opere di Mary e Percy Shelley, a brani in cui racconta, in forma romanzata, la vita dei due ragazzi fuggiti da una Londra troppo conformista per loro idee liberali.
Mary, figlia di due illustri nomi della letteratura, Mary Wallstonecraft William Godwin, cresce in una famiglia anticonformista e dalle idee rivoluzionarie, soprattutto riguardo la figura della donna e il matrimonio. I genitori di Mary si sono sposati, infatti, unicamente per legittimare la sua nascita in una società conservatrice che lo pretendeva.
Quando però William Godwin si trova a dover gestire la situazione di una figlia sedicenne che si innamora del suo protetto Percy Shelley, un uomo sposato, non riesce a mettere in pratica le sue idee liberali e allontana i due ragazzi.
E’ così che Mary  e Percy iniziano a girare l’Europa, in parte per sfuggire ai creditori che perseguitano Shelley ed in parte per assecondare l’ispirazione artistica e creativa del poeta, stabilendosi per molti anni in Italia. Anni segnati da dolorosi lutti. Mary deve affrontare la morte dei suoi primi tre figli, ancora molto piccoli e il suicidio di sua sorella Fanny, rimasta a Londra e caduta in depressione proprio come sua madre.
Insieme a Mary e Percy parte anche Claire, la sorella acquisita di Mary, figlia della seconda moglie di Godwin, che fin dall’inizio pare sia stata una delle amanti di Shelley.
Intorno alla coppia gravitano figure di intellettuali, poeti e scrittori tra cui Lord Byron e John Polidori.
Proprio durante una notte a villa Diodati, una delle residenze di Lord Byron, che Mary concepisce e scrive Frankestein, la sua prima e più grande opera.
Uno degli aspetti che ho apprezzato molto in questo libro è che la Sanguineti oltre alle vicende della coppia, racconta anche alcuni episodi della vita di Mary Wallstonecraft, scrittrice rivoluzionaria, che difende i diritti e l’uguaglianza delle donne. Mary Shelley per tutta la vita subisce l’influenza della madre, e delle sue opere.

COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti è un libro allucinante e allucinato, nel senso che racconta tramite i diari e le lettere di Mary una realtà quasi surreale vissuta dai due giovani e le allucinazioni di Percy quasi sempre sotto effetto di laudano.
Mary nonostante sia una donna dalle idee molto liberali, non riesce mai ad ottenere l’indipendenza emotiva e psicologica da Percy, nemmeno dopo la morte di lui, ancora giovanissimo nei mari italiani durante una traversata. Lei sopravvive al suo amore, ma vive solo in funzione di suo figlio, unico filo che la lega alla vita, e del ricordo del marito, sempre in bilico sul baratro della depressione.
Consiglio sicuramente la lettura di COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti a chi ha il desiderio di approfondire la conoscenza di un personaggio complesso come Mary Shelley e soprattutto di conoscere le sue paturnie.
E’ un libro molto particolare, non posso affermare che sia di facile e scorrevole lettura, ma questo lo rende ancora più interessante.

Semplicemente Donne

Sono giorni che giro intorno alle parole: arrivano e poi sfuggono in modo quasi fulmineo. Ora mi siedo, ho tempo per me, per noi. “Mamma, vieni un attimo!?”. Certo cucciolo della mamma, arrivo subito. Ok, ho salvato il pianeta da un’invasione zombie con una pistola giocattolo, creato una navicella fatta di sedie e lenzuoli; badate bene si entra digitando un codice segreto “Cetriolino 002″… ops, l’ho svelata, ma almeno potrete salvarvi anche voi! Dopotutto la navicella è grande.

Comunque ora riesco a concentrarmi, dopo il meeting con la Direttrice editoriale, mi è balenata un’idea e vorrei concretizzarla . Ora sono pronta a scriverlo, perché -“Mammaaaa!! Che mi aiuti a ripetere la lezione di Geografia?”. Certo cuore mio, mamma arriva subito! Ok, lezione ripassata, fiumi e laghi del Lazio ancora con gli stessi nomi di quando li studiavo io; adesso ho il diritto di dedicarmi al pezzo in Santa Pace.

Allora, sarò ripetitiva ma è davvero importante che tu, possa capire che il messaggio che voglio inviarti è unico e semplice.. “Amore di mamma, come stai? Hai preso l’appuntamento col dentista?”. Mamma, buonasera che tempismo, stavo per chiamarti! Scusate, Giuro che ho finito con i figli e i parenti di sangue più prossimi.

Torniamo a noi, mi è balenato nella mente un pensiero quasi fisso: le persone multitasking: nello specifico, noi donne. Noi mamme, noi lavoratrici, noi amiche, noi figlie, noi cognate o cugine insomma, noi! Noi che corriamo, lavoriamo, ridiamo e ci sediamo. Noi attente ai figli, ai compagni, ai genitori, al lavoro… Noi che leggiamo e ci stupiamo ancora, noi che osserviamo il cielo e immaginiamo mondi migliori. Noi che non abbiamo troppa paura perché non abbiamo tanto tempo per averla, noi: sole, in compagnia, noi lottatrici e cuoche. Noi che chattiamo mentre seguiamo il tg e riordiniamo la tavola.

“Amoreee, dove hai messo i jeans nuovi?”. Ecco, appunto. Noi Donne multitasking, o più semplicemente, noi Donne.

Mirtilla Amelia Malcontenta

E vissero per sempre INFELICI E CONTENTE… Grazie Cinderella!

Cara Cinderella,

alla mia epoca ti chiamavamo Cenerentola… che fa rima con “pentola”, situazione già molto indicativa, ti scrivo questa lettera perché, a nome di tutte le donne, sento il bisogno di “ringraziarti”.
Grazie perché hai fatto sì che delle bambine “predestinate”, in tutto il mondo,  che un tempo costringevano mamme, nonne e zie a leggere e rileggere innumerevoli volte la storia della tua vita, oggi sono donne che cercano compulsivamente “il grande amore”, che spesso alla soglia dei quaranta, aspettano ancora che  il principe azzurro e il suo cavallo bianco bussino alla loro porta, solo che oggi si chiama Mr. Big grazie al significativo apporto di Carrie Bradshaw, e vola a salvare la sua bella a Parigi su un aereo privato. Senza comprendere che il famigerato principe NON ESISTE!!
Grazie per aver reso la professione di psicologo una delle più remunerative e delle più appetibili dei nostri tempi!
Grazie perché hai generato complessi in intere generazioni, perché i capelli della maggior parte delle bambine non erano biondo miele e soffici alla spazzola come i tuoi, ma castani e spesso anche un po’ crespi… e perché difficilmente il numero di scarpe in adolescenza corrispondeva a un 36, ma piuttosto a un 39 e si è diffusa quindi così la frase “piedino di Cenerentola”.
E rimanendo in tema di scarpe… Grazie perché hai generato una sorta di patologia: “compratrice compulsiva di scarpe” di cui sono affette il 90% delle donne. Si perché la colpa di tutto ciò nasce lì nella tua favola, e non come tutti credono dalla povera Carrie, che anche lei vittima di Cinderella Story, investe tutto il suo patrimonio in scarpe, 40.000 dollari per l’esattezza, e accetta la proposta di matrimonio “più romantica del mondo”, proprio perché anche lei Cinderella Addict, in un armadio,  con Mr. Big ,Il principe, inginocchiato e con in mano invece di un anello una Manolo Blahnik! Per poi ritrovarsi dopo due anni su un divano ad affrontare la semplice monotonia della routine del “VISSERO PER SEMPRE FELICI E CONTENTI!”
Grazie perché hai diffuso la balzana idea che la mattina ci si debba svegliare canticchiando, quando l’unica cosa che la maggioranza delle donne hanno voglia di ascoltare fino al secondo caffè della giornata è solo un profondo ed inestimabile SILENZIO!!

Per concludere ti vorrei ringraziare per aver reso i nostri sogni desideri di felicità che altro non è che felicità irrealizzabile o fittizia!

Ed è così che le Cinderella Addict vissero per sempre INFELICI E CONTENTE!