A.A.A. editore cercasi

cgi_gross_01Numero sconosciuto, chiamata insistente (il telefono continua a squillare nonostante tu impieghi tre minuti ad aggrapparti alla cornetta), incipit incerto, timidezza o, al contrario, ingenua sfrontatezza: ecco l’identikit di chi ha appena spedito o sta per spedire un manoscritto in casa editrice. Niente panico, ce n’è davvero per tutti i gusti (e orecchie). L’aspirante scrittore è l’interlocutore telefonico più temuto proprio per la sua imprevedibilità e la sua (comune a tutti i tipi di aspiranti scrittori) sensibilità al rifiuto editoriale.

Sensibile anche ai mesi di attesa “durante i quali il comitato editoriale avrà modo di valutare con attenzione i manoscritti ricevuti e dare risposta sia in caso di esito positivo che negativo”, sensibile a qualunque incrinatura della voce, all’entusiasmo o all’aplomb con il quale viene salutato, pronto (carta e penna alla mano) a scrivere il nome della persona con cui ha parlato per poi ripercorrere in una mail mandata “all’attenzione del comitato editoriale” tutto il contenuto della telefonata.

Ecco, il dramma esistenziale: che siano tre, quattro o sei, l’attesa è sempre snervante, genera facili illusioni o, al contrario, dissipa ogni speranza. Non c’è pace per chi scrive, che solitamente inizia a parlare della stesura del libro usando il condizionale: “Buongiorno, io avrei scritto un libro e pensavo che voi potreste pubblicarlo – e termina con un pirandelliano- se vi pare”.

L’oggetto di questo post è uno degli aspetti più divertenti del mestiere. In questo modo si “conoscono” persone, lettori il più delle volte, che hanno messo un pezzo di sé in quelle parole scritte che, con umiltà, presentano a un editore. Ed è un privilegio essere i destinatari di queste confessioni romanzesche, che il manoscritto diventi libro oppure no.

Lara

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Ufficio stampa: loro sanno a chi chiedere

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Una rubrica infinita: vecchi numeri di telefono fisso, aggiornatissimi contatti di Whatsapp, file su file di persone “schedate”, chi già in pensione, chi appena entrato nell’Ordine. Nell’Ordine dei Giornalisti, of course!

Chi fa parte dell’ufficio stampa di una casa editrice conosce tutti i mezzi (leciti, state tranquilli) per ottenere un pezzo sulle grandi notizie di cui si fanno portavoce. Quale giornalista di una testata nazionale non vorrebbe scrivere una recensione o segnalare l’uscita in libreria dei nuovi nati di carta? Probabilmente pochi, forse un redattore minore oppure chi si occupa della pagine di Cultura, a meno che l’oggetto della notizia in questione non riguardi l’autore del momento…

Il mestiere dell’addetto stampa è impervio. Serve un grado di astuzia e carineria non indifferente, una capacità di individuare, colpire e affondare affinché il giornalista dedichi un’intervista, un’ospitata in radio o in tv, un trafiletto, una citazione in un articolo sulla sagra del paese… insomma, qualsiasi cosa!

Il libro appena uscito è sempre “importantissimo, bellissimo, interessantissimo, coltissimo, divertentissimo, argutissimo, finissimo, no, finissimo non esiste, insomma, superlativo, ecco”. L’addetto stampa è un buon venditore di merce difficile da piazzare, prima sui media e poi nelle case dei lettori.

Relazioni umane e professionali sviscerate in profondità con molto tatto, libri omaggio mandati nelle redazioni, nel paese natale del giornalista in questione (che a casa c’è sempre la mamma, a casa sua al massimo il pesce rosso), lettere di accompagnamento alla copia pregna di tante speranze, newsletter mandate nell’ora x (quale sarà questa ora x è un mistero), mail mandate dal cellulare mentre si è in posta a spedire il pacchetto – piego di libri in questione, telefonate non prima di mezzogiorno (che i giornalisti prima hanno la riunione di redazione oppure dormono ancora). Seguire l’agenda propria, dei giornalisti e del libro in uscita, sempre, finché non ci sarà il prossimo, ovvio, caso editoriale: l’ennesimo libro vegan! Facile, no?

Lara Palummo

Indesign: non è di moda che stiam parlando

adobe_indesignNon c’entra la moda, non c’entrano le modelle tristi della Milano Fashion Week, e neppure Dario Ballantini di Striscia la Notizia. Il fondotinta di Valentino non è il presupposto per l’utilizzo del software, perché di software stiamo parlando. Di Indesign, in particolare. Indesign, o chi ne fa le veci nelle redazioni, è uno dei tanti programmi di impaginazione. È lì che i libri prendono forma. Diventano un Palatino, un Perpetua, un Times, un Bookman, o qualunque altro font, si spera con le grazie, che traduce in grafica, mette nero su bianco, il testo ricevuto. È lì che vengono buttate le basi della formattazione, delle pagine che sfoglierete, dell’indice, del colophon (eh?). È lì che tutte le “e” apostrofate anziché accentate, le virgole attaccate alla parola che seguono, i po’ accentati e la fiera dei doppi spazi vengono violentati senza pietà. È lì che il testo mandato dall’autore, spesso in formato word, assume le sembianze che prenderà con la messa in stampa. L’impaginatore/editor/correttore di bozze, uno e trino nelle piccole realtà editoriali, può finalmente dare il meglio di sé, e del testo, modellandolo e plasmandolo, come un sarto con una stoffa grezza.

Ma tutto in una volta?! Non c’è una regola da seguire. Spesso le divinità sono molto più terrene di quanto leggiamo (ok, leggono) nella Bibbia, e qualcuno parte dalla grafica, mentre il vicino di scrivania dal testo. In ogni caso, essere uno e trino, oggi, è la prassi: c’è chi sceglierà di “buttare in Indesign” tutto quello che ha ricevuto, iniziare a impaginare, poi correggere il testo e infine montarlo, come se fosse un film. Ma spesso queste strane divinità siedono in una postazione accanto al telefono, aprono il portone se squilla il campanello, fanno una battuta con la collega social media manager e il loro grado di multitasking si abbassa notevolmente. Per non parlare di chi fa questo mestiere a distanza, in veste di “professionista esterno”, mentre gira il sugo, accarezza il gatto e avvia una lavatrice. Ma, un momento, come siamo arrivati qui? Non c’entrava la moda?

Lara Palummo

Il corriere suona sempre due volte… e poi scappa

postmanSe il postino suona sempre due volte, il corriere, no, suona e scappa. Forse il tuo aspetto non è dei migliori? È lunedì e sono solo le nove del mattino, hai dimenticato di darti la matita in fretta e furia? No! Semplicemente, il corriere non aspetta. Scappa e lascia il malloppo che, solitamente, se sei da sola in ufficio, corrisponde a circa una ventina di scatole di circa diciotto copie ciascuna. Per non farsi mancare nulla…eh sì, perché il simpatico ragazzo in divisa (il colore sceglietelo voi tanto sono tutti uguali) è di corsa, ha lasciato il furgoncino in doppia fila, ha cinquantasette consegne da finalizzare in un’ora e quasi quasi ti impietosisci anche. E così, pensando ai tuoi piccoli muscoli ti fai forza e ti senti quasi fortunata a fare del movimento. Ma sapete perché? Perché poi arriva la parte più bella, quando prendi le forbici e tiri via lo scotch che chiude una delle venti scatole (si scoprì che le scatole erano ventuno, va beh) e prendi in mano la prima copia del libro che ti ha tormentato per settimane, per il quale hai trattato male editor, grafico, tipografo e mancava solo il corriere! Lo tieni in mano, lo apri, lo annusi, controlli che non manchi nulla e che sia tutto al suo posto. Ed è lì che si trova, tronfio e fiero di essere sopravvissuto, il piccolo refuso di emme!

Lara Palummo

 

Il refuso segreto del correttore di bozze

correttore-bozzeChe i libri siano i vostri compagni di comodino o il regalo temuto di ogni Natale, da riciclare alla prima occasione, saprete certamente cosa è una bozza. Certo che sì, quel prototipo, digitale o cartaceo, di libro. L’embrione di quel rettangolo tridimensionale, o file da dare in pasto a un ereader, che si acquista in libreria, sugli store on line e non solo. La bozza, che può raggiungere un numero imprecisato di versioni, oltre che evoluzioni degne di uno sceneggiatore, è il primo pensiero del mattino e l’ultimo prima di andare a letto… del correttore di bozze? Sbagliato! Del suo autore, di chi ha concepito l’insieme di pensieri che compone il testo, nella migliore delle ipotesi rivisto dalla mamma in pensione o dall’amica aspirante editor. L’assegnazione di un libro a un determinato correttore di bozze, che nelle piccole case editrici fa spesso anche da editor (e psicologo), è un momento delicato. Tu, caporedattore, potresti rimpiangere quel momento tutte le volte che l’autore tornerà alla carica con modifiche infinite sulla base di presunte ed errate correzioni. Scriverà mail minatorie, chiamerà a ora di pranzo o quando stai per andare a casa per lasciarti alle spalle una giornata nel tuo centro ascolto, pardon, casa editrice! E sarà sempre più agitato perché tu… caporedattore sull’orlo d’una crisi da refuso, hai sbagliato redattore. Non è quello giusto per il tuo autore/titolo. E ormai è troppo tardi per rimediare. Spezziamo però una lancia (o penna rossa) a favore degli autori ansiosi…sono troppo divertenti e certamente ti mancheranno quando ne verranno degli altri, più petulanti, e sarà sempre peggio!

Lara Palummo