Italia, patria di misteri e leggende. Intervista a Massimo Polidoro

Massimo Polidoro ci conduce in un Grand Tour dell’Italia più insolita e nascosta

Spegnete i cellulari, lasciate a casa i tablet e seguite il consiglio di Proust: guardate il mondo con occhi nuovi. L’Atlante dei luoghi misteriosi d’Italia (Bompiani) sarà un valido aiuto per poter iniziare un viaggio da nord a sud della nostra penisola lasciandovi condurre da storie misteriose, bizzarre, a volte drammatiche. Guida d’eccezione: Massimo Polidoro.

 Perché la decisione di scrivere un Atlante e non un classico libro di divulgazione.

Da tanto tempo avevo in mente di raccogliere in un unico scritto i molti misteri disseminati per tutto lo stivale e quando Francesco Bongiorni, bravissimo illustratore e grafico, mi ha proposto di collaborare con lui, subito ho pensato a un atlante illustrato: raccontare l’Italia attraverso le sue tante storie con l’ausilio di illustrazioni suggestive ed evocative. L’obiettivo finale era quello di riuscire a far convivere in un solo libro leggende misteriose della tradizione con racconti dal sapore più storico scientifico, alcuni sono dei veri e propri fatti di cronaca, dove una spiegazione logica c’è e bisogna darla.

L’Atlante raccoglie diverse tipologie di narrazioni, come lei ha sottolineato, e per molte di queste fornisce una spiegazione che può andare dalla semplice logica sino a un approccio storico, economico e sociale. Perché la necessità di rendere tutto spiegabile? C’è ancora molta gente che crede all’incredibile?

Sono quasi trent’anni che mi occupo di queste cose, al CICAP (organizzazione educativa senza fini di lucro, fondata nel 1989 per promuovere l’indagine scientifica e critica sui cosiddetti fenomeni paranormali e più in generale sulle pseudoscienze. Tra i suoi fondatori troviamo Alberto Angela, Umberto Eco, Margherita Hack – ndr) ne vedo molte, e ciclicamente si presentano situazioni che all’apparenza non hanno una spiegazione logica ma che noi siamo chiamati a confutare, per non lasciare campo alle cosiddette pseudoscienze. Il CICAP proprio per questo investe molto sulla “prevenzione”, attraverso laboratori, corsi nelle scuole: l’obiettivo è quello di trasmettere alle nuove generazioni la voglia di approfondire fatti apparentemente inspiegabili affinando l’approccio critico e quello scientifico, così da non dover etichettare determinati fenomeni come misteriosi, appunto.

Ma è così necessario sfatare miti, leggende, storie e tradizioni popolari.

Ovviamente non è necessario per tutte le storie – il ponte del diavolo è una leggenda, lo sappiamo tutti, non vi è necessità di sottolineare ulteriormente la cosa; ma altri fenomeni sono da spiegare, – tipo le salite in discesa di Martina Franca, un mero fenomeno ottico; oppure le streghe di Triora: i latifondisti vogliono abbattere le produzioni, per poter aumentare i prezzi, ma naturalmente se ne guardano bene dal divulgarlo, dunque accade che la popolazione si ritrovi con grossi problemi di approvvigionamento e chi additare per tutto ciò se non delle povere donne che hanno l’unica colpa, se vogliamo, di vivere la vita come meglio credono? Le spiegazioni si rendono necessarie, quando dietro un fenomeno si nasconde una pseudoscienza. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che ogni avvenimento deve sempre essere affrontato con spirito critico e metodo scientifico: se così non accade rischiamo di aprire la porta a un qualunque tipo di credenza.

Come si sviluppa il vostro lavoro al CICAP. Chi vi chiama? E perché?

Il CICAP è stato fondato nel 1989, i casi da allora si sono evoluti, seguendo spesso le mode del momento – forse i più giovani non lo ricorderanno, ma negli anni ottanta andava in onda una serie televisiva intitolata Visitors, questi “visitatori” erano dei grossi lucertoloni all’apparenza innocui, ma poi si veniva a sapere che erano giunti sulla Terra per poter avere carne fresca di cui cibarsi; ecco, partendo da questa serie furono molti gli avvistamenti di grosse lucertole in giro per l’Italia. Le segnalazioni arrivano da ogni parte: ci chiamano privati cittadini, testate giornalistiche, quando un avvenimento ha fatto cronaca. Altre volte siamo noi stessi che ci imbattiamo in un fenomeno a cui vogliamo dare una spiegazione. La maggior parte delle volte si parte da una foto – oggetti non meglio identificati, scie luminose, avvistamenti di animali dalle fattezze apparentemente strane.

Il CICAP ha interazioni con altri paesi?

Certo, organizzazioni come il CICAP sono presenti anche in altre nazioni e tra noi ci aiutiamo, spesso lavorando in sinergia.

Qualcuno ci rimane male delle vostre spiegazioni scientifiche?

Spesso accade. Capita che chi si rivolge a noi si sia già fatto una propria idea del fenomeno e da noi voglia solo una conferma della cosa. Quando, ovviamente, ciò non accade, il più delle volte c’è quasi una sorta di contestazione del nostro operato. Rimane sempre più affascinante il legare un qualcosa a effetti sovrannaturali, a volte quasi mistici.

Tra le storie che ha narrato nell’Atlante, qual è quella che l’ha catturata di più?

Sono tante e diverse. Quella che mi diverte di più è quella di re Artù. Nonostante la saga arturiana nel nostro immaginario sia una storia tutta anglosassone; andando a ricercare in giro per l’Italia ci accorgiamo che non è così. La prima rappresentazione di questo re e dei cavalieri della tavola rotonda la troviamo a Modena, precisamente in un bassorilievo sulla porta del duomo, datato al 1100 d.C. circa; in Puglia ne abbiamo un altro simile; a San Galgano andiamo anche oltre con la famosa spada nella roccia, che abbiamo solo noi in Italia. Da un punto di vista storico sappiamo che Artù non è mai giunto in Italia, ma evidentemente la sua storia aveva oltrepassato non solo la Manica ma anche le Alpi sino ad arrivare in Italia. Era quasi un best seller dell’epoca, tutti lo conoscevano e ne parlavano.

Poi ci sono i racconti legati alla morte. Storie che narrano di uomini e di donne che per conservare la memoria dei propri cari pietrificano o mummificano gli affetti scomparsi. Dunque il dolore della perdita che si cerca di placare attraverso l’illusoria speranza che se il corpo rimarrà tra noi così come era in vita, forse tutto potrà andare avanti come sempre.

C’è qualche storia di cui non era a conoscenza?

Sicuro, alcune me le ha suggerite lo stesso Francesco. Come quella del Foglionco in Garfagnana, per esempio: un animale – una specie di faina – che la leggenda vuole si muova solo di notte, azzanna e succhia il sangue delle sue prede, che lascia però completamente intatte.

Per poter affrontare il vostro lavoro, quanto è importante conoscere l’animo umano?

Per me è fondamentale, ho voluto laurearmi in psicologia proprio per capire che cosa porta una persona a cercare spiegazioni nel mondo dell’inconscio e non attraverso un approccio scientifico. Anche per il CICAP lo è tanto che lo stesso presidente è un neurologo e il vice presidente è uno psicologo sociale.

Consiglierebbe ai giovani di intraprendere la carriera di specialisti del mistero?

Certo, come ho già detto per noi è importante che le nuove generazioni si approccino ai fenomeni con un metodo scientifico. Il CICAP tutti gli anni organizza un corso per indagatori di misteri, quest’anno si terrà a Roma, con un massimo di 25/30 persone. Per le scuole, invece, abbiamo firmato un protocollo di intesa con il ministero dell’istruzione per organizzare dei corsi di aggiornamento per gli insegnanti ma anche per gli alunni. Ci stiamo focalizzando molto sull’utilizzo della rete. Internet è un bellissimo e importante strumento, ma deve essere usato con intelligenza, e soprattutto le notizie che vi si trovano devono sempre essere lette con spirito critico e logica; noi cerchiamo, per ciò che ci riguarda, di incanalare chi ci ascolta verso un utilizzo consapevole.

Che immagine ha dell’Italia dopo questo lungo viaggio per tutto lo stivale?

L’Italia è un paese dove è ancora molto forte il richiamo ai racconti e alle leggende del passato. Molte di queste erano nate per dare una spiegazione a fenomeni che in quelle epoche non potevano essere compresi in altro modo. Ma nonostante il tempo sia passato, nonostante si sia arrivati nel XXI secolo, dove la digitalizzazione ormai la fa quasi da padrone e dove ogni domanda pare trovare una risposta, i miti, le tradizioni, le storie misteriose non sono finite nel dimenticatoio. Ma è anche giusto così: l’uomo ha in sé la componente razionale e quella irrazionale dell’istinto. Bisogna lasciare che i due mondi convivano e si intersechino, l’importante è che lo spirito critico e la voglia di conoscenza non vengano mai sopraffatti.

Manola Mendolicchio

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Consigli per un’estate piena di… libri!

Le figlie del Mare di Mary Lynn Bracht (Longanesi). Non si può scrivere facilmente di questo romanzo. Non si può, e non si deve. Bisogna andar cauti, pesare le parole; sfiorare le dita sulla tastiera per non far troppo rumore. Perché dal libro esce tanto frastuono e orrore. Il frastuono della guerra, l’orrore degli stupri perpetrati alle donne Coreane da parte dell’esercito nipponico. È la storia di due sorelle, è la storia di una famiglia coreana sotto l occupazione Giapponese. Dalla seconda guerra mondiale allo scontro interno tra il nord e il sud del paese. È un romanzo a due voci, ma che ti permette di ascoltare e conoscere questa piaga storica di tante, troppe donne che hanno vissuto la guerra e le sue mostruosità. Hana da ragazza rapita, abusata, sfruttata fino a essere privata anche dei diritti più basilari dell’ essere umano; a Emi bambina che ha vissuto il rapimento di sua sorella maggiore; il disfacimento della sua famiglia e del suo popolo. Due donne che raccontano da diverse prospettive a cui la vita le ha costrette, a farci provare cosa significa essere donna, durante una guerra. Io non sono nessuno per dirvi di leggere questo romanzo, ma sono le donne stesse racchiuse tra le pagine di questo libro, a invitarvi a leggerlo. Fatelo, non ve pentirete, anzi.
Dove nasce il Vento – vita di Nellie Bly, a Free American Girl di Nicola Attadio (Bompiani). In questo romanzo il messaggio che arriva forte e chiaro, è uno: la forza. La forza delle donne; la forza che ognuno di noi ha dentro di sé. Questo personaggio sconosciuto a tanti (compresa me, prima dell’acquisito del libro) si lascia conoscere e amare con estrema facilità, anche grazie alla scrittura fluida dell’ autore. Il libro narra la storia della vita di questa giovane e libera ragazza americana; che spezza gli stereotipi di una società impressa nei valori maschilisti, nell’ America di fine ‘800. Una giovane donna, pronta a lottare per vedere realizzati i suoi sogni, ma e sopratutto, i suoi diritti. Da giornalista donna, a imprenditrice di successo; Nellie non si tira indietro, mai. È lei la giovane cronista che si finge pazza e riesce a entrare in uno dei manicomi più inquietanti di New York. Utilizza i suoi occhi, le sue emozioni da camaleonte per poi riuscire a portare fuori questa realtà invivibile e invisibile; e scuotere le coscienze per far sì che il mondo non volti il viso per far finta di non sapere. Nellie Bly è una Donna con la D maiuscola, perché la sua vita sarà sempre un reportage. Dentro e fuori dal lavoro; Nellie non staccherà mai gli occhi dalle visioni più profonde che accompagnano la vita delle donne. Nellie è una donna moderna, che anticipa i tempi e detta i nostri futuri ritmi. Se noi donne, abbiamo conquistato tanto; lo dobbiamo a tante donne come Nellie. E lo dobbiamo a Nellie stessa. Consiglio vivamente la lettura di questo libro; perché a noi donne dona forza e fa nascere un sorriso sulle labbra; al mondo maschile lo consiglio ancor di più, per capire fino in fondo quanta potenza e forza ci sono nelle donne; non perché non lo si sappia, Ma per non dimenticare mai, personaggi unici come Nellie. Sono anche sicura che ci sia una Nellie in tutti noi, indistintamente dal sesso. La sua forza e unicità è comune a tutti. Dobbiamo avere il suo stesso coraggio e dispiegare le ali. Lei è arrivata in alto, come meritava. Noi ora dobbiamo solo non dimenticarla tra le pagine della storia. Questo romanzo ti aiuta anche in questo; a serbare il ricordo di Elizabeth (il suo vero nome) sempre acceso. Buona lettura e buon viaggio ad ali spiegate!
Mirtilla Amelia Malcontenta

Lettere ad Alice che legge Jane Austen per la prima volta

 

Non so se definire questo libro un singolare epistolario o un singolare saggio; un dato certo ed evidente mi sembra però la singolarità, e del testo (o almeno della forma che si è voluto dare a esso), e di questa autrice contemporanea che ammetto subito di non conoscere affatto.

Si tratta della corrispondenza -a senso unico in realtà- tra una zia e una nipote che non si conoscono più di tanto. L’argomento delle lettere? Dare consigli alla diciottenne Alice che vorrebbe scrivere un libro ma non ha molta voglia di leggere né di studiare e comunque trova noiosi i testi che le propinano nei corsi scolastici.

Il compito che si assume la premurosa zia è combattere tutti quei luoghi comuni che insistono sulla scrittura di un romanzo da parte di una donna, prendendo Jane Austen come esempio. Usa almeno questo pretesto per analizzare le opere e la vita cercando di trarne massime valide anche al giorno d’oggi, e nel caso specifico di Alice ai suoi primi -e sembra proprio fruttuosi- esperimenti letterari. Consigli sulla trama, su come delineare i personaggi, sulla struttura del libro, sui suoi intenti, sulla sua possibilità di accesso alla Città dell’Invenzione: sono questi i temi, su cui non esistono regole precostituite ma su cui possono semmai darsi suggerimenti o spunti di riflessione attorno ai quali costruire un progetto e intraprendere un percorso creativo.

Mi sembra importante rivelare che il romanzo di Alice diventerà un best-seller, senza saper dire però se sia stato merito dei consigli della zia o delle sparute frequentazioni letterarie della ragazza stessa.

Indubbiamente le parti che ho preferito e apprezzato di più sono quelle in cui Fay Weldon parla di Jane Austen mostrandomi alcuni aspetti della sua opera o della sua vita sotto una luce diversa, interessante.

I primi libri li scrisse per leggerli ad alta voce… Il senso dei libri, la delicatezza della lingua, il fraseggio, i dialoghi: era tutto scritto per essere assorbito dall’orecchio, non dall’occhio.

Potrei anche non ritrovarmi nelle idee manifestamente femministe dell’autrice ma la sua ammirazione per Jane Austen è talmente genuina e devota da rendere difficile non concordare con lei su tutto.

(Nei romani di Jane Austen si nota che sono le donne più che gli uomini a sostenere conflitti morali. Ovviamente può essere un riflesso della vita. È perché faccio questo genere di osservazioni che tuo padre non vuole avermi a casa…)

“Mansfield Park” palpita dell’idea che ciò di cui hanno bisogno le donne è l’accudimento morale e la protezione degli uomini. Fanny alla fine sposa Edmund (ovviamente)… Alice, ho notato che nel mondo reale una donna peggio si comporta meglio se la cava.

Un prontuario di consigli utili, un piccolo omaggio a Jane Austen, un grande riconoscimento da sottoscrivere:

Jane Austen definisce i nostri difetti per noi, analizza le nostre virtù, e ci dice che se solo teniamo a bada gli uni con le altre, tutto alla fine andrà bene. Che essere buoni garantisca la felicità non è qualcosa di particolarmente scontato in nessuna delle nostre esperienze di vita quotidiana, eppure quanto vogliamo e abbiamo bisogno che sia vero. Ovvio che leggiamo e rileggiamo Jane Austen.

 

Canto di Natale di Charles Dickens

Canto di Natale di Charles Dickens, L’uomo che inventò il Natale

Siete stati a vedere al cinema il film “Dickens – L’uomo che inventò il Natale”? Non è il classico film di Natale né il classico film in costume, è qualcosa di più. La storia di un uomo e dei suoi fantasmi interiori e la storia di un’opera, il famosissimo Canto di Natale e come è venuta al mondo.

Non poteva esserci modo meno scontato di raccontare il processo creativo di uno scrittore che prima di tutto covava in sé storie di dolore e di abbandono mai dimenticate, pronte a risvegliarsi sulla scia di ricordi messi a tacere, ma inevitabilmente troppo forti per essere ignorati.

Tra i fantasmi del passato di Charles Dickens, scrittore di successo, che ha già pubblicato Oliver Twist ed è di ritorno da un significativo Tour delle Americhe, c’è quello che accende i riflettori sulla disumana realtà delle case lavoro in cui erano relegati i bambini abbandonati dalle famiglie (il padre era stato arrestato per debiti e il piccolo Charlie si era visto separare dai genitori e dalla sorella). Anche se vive in una bella casa con la moglie e la numerosa prole, lo spettro della povertà fa continuamente capolino dai recessi della sua mente, presa nella morsa della paura per il prossimo insuccesso. L’intuizione di scrivere una storia natalizia che parli di buoni sentimenti giunge così a dare una boccata di sollievo allo stato delle sue finanze già provate, ma l’ispirazione tarda a materializzarsi sulla pagina scritta e Dickens decide di autopubblicarsi, anche se spese e fatica raddoppiano. Per le strade di Londra, frequentando i quartieri più malfamati, in mezzo alla gente curiosa e strana, Dickens come una spugna assorbe i mille stimoli che gliene derivano e cerca il materiale per il suo nuovo racconto.

Grazie alla sua ossessione per i nomi strambi che annota su un taccuino, dà forma e corpo nel suo studio al personaggio di Scrooge che verrà condotto dagli spiriti del Natale passato, presente e futuro ad assistere alla peggiore rappresentazione di sé.

Ecco allora che si presenta a questo punto l’interrogativo su quale finale dare a questa storia e senza timore di spoilerare alcunché, tutti noi sappiamo come Dickens lo risolse e anche che il libro fu terminato in tempo per essere stampato per il Natale del 1843. Quell’anno in Inghilterra si registrò un considerevole aumento delle devoluzioni in beneficienza e non è sbagliato dire che Dickens ha da quel momento in poi cambiato il nostro modo di festeggiare il Natale colorandolo di quei sentimenti universalmente riconosciuti come l’amore, la generosità e la speranza.

Non stupisca nemmeno allora che, dopo la visione di un così emozionante e ben fatto film, si vada a riaprire The Christmas Carol nella recentissima edizione Bompiani, corredata dalle foto del manoscritto originale conservato alla Morgan Library &Museum di New York.

La sovracopertina con silhouette dorate di un gruppo variegato vittoriano, la prefazione curata da Colm Toibin e l’introduzione del capo settore manoscritti della Morgan Library, Declan Kiely, ci raccontano ancora meglio la genesi e la conservazione del manoscritto, dalla composizione dell’inchiostro usato da Dickens al metodo di lavoro e ai guadagni.

Il personaggio di Scrooge -il cui nome è un amalgama onomatopeico di screw (fregare, estorcere; avvitare, stringere) e gouge (cavare; spennare)- è una delle creazioni più vividamente grottesche di Dickens. Forse Scrooge vive e respira sulla pagina in modo così genuino perché Dickens fu in grado di infondergli, esagerando ed enfatizzando per ottenere un effetto più convincente, un po’ della rabbia, della misantropia e dell’ossessiva preoccupazione per il denaro che opprimevano la sua anima quando iniziò a scrivere la storia.

La premessa al racconto firmata dallo stesso autore è un’ammissione esplicita:

Con questo libriccino di fantasmi ho tentato di evocare il fantasma di un’idea che non indisponga i miei lettori nei confronti di loro stessi, del prossimo, del periodo natalizio o del sottoscritto. Mi auguro che esso infesti piacevolmente le loro dimore e che nessuno voglia liberarsene.

Il loro fedele amico e servitore, CD.

Dicembre 1843

Siamo pronti dunque per cominciare: che questo splendido Canto di Natale abbia inizio…

Marley era morto, tanto epr cominciare. Su questo non c’è alcun dubbio. Il registro del suo funerale era stato firmato dal pastore, dall’assistente, dall’impresario delle pompe funebri e dal principale ospite delle esequie. L’aveva firmato Scrooge, e tra i cambiavalute il nome di Scrooge faceva testo su qualunque pezzo di carta decidesse di firmare. Il vecchio Marley era morto quanto un chiodo di porta.

Dicembre 2017

Umberto Eco e la società liquida

Ciao booklovers,

purtroppo questi giorni sono stati funesti per il mondo della letteratura; la scomparsa di Umberto Eco, scrittore ed intellettuale nel senso più alto del termine, ha segnato una profonda ferita culturale. Come ricordare al meglio una personalità tanto brillante e carismatica se non attraverso la lettura dei suoi scritti? Ovviamente il catalogo dei romanzi, dei saggi e dei manuali scritti da Eco è veramente troppo vasto, ho pensato allora di segnalarvi qualcosa di particolare. Innanzitutto il suo ultimo lavoro, edito “La nave di Teseo” casa editrice di cui è stato promotore e finanziatore, Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida, in uscita proprio oggi.

Crisi delle ideologie, crisi dei partiti, individualismo sfrenato… Questo è l’ambiente – ben noto – in cui ci muoviamo: una società liquida, dove non sempre è facile trovare una stella polare (anche se è facile trovare tante stelle e stellette). Di questa società troviamo qui i volti più familiari: le maschere della politica, le ossessioni mediatiche di visibilità che tutti (o quasi) sembriamo condividere, la vita simbiotica coi nostri telefonini, la mala educazione. E naturalmente molto altro, che Umberto Eco ha raccontato regolarmente nelle sue Bustine di Minerva. È una società, la società liquida, in cui il non senso sembra talora prendere il sopravvento sulla razionalità, con irripetibili effetti comici certo, ma con conseguenze non propriamente rassicuranti. Confusione, sconnessione, profluvi di parole, spesso troppo tangenti ai luoghi comuni. “Pape Satàn, pape Satàn aleppe”, diceva Dante nell’Inferno (VII, 1), tra meraviglia, dolore, ira, minaccia, e forse ironia.

415zSMZZqFL._SX344_BO1,204,203,200_Come viaggiare con un salmone

Come viaggiare con un salmone è un libro di istruzioni. Istruzioni sui generis, date da un maestro d’eccezione per situazioni molto particolari: come imparare a fare vacanze intelligenti, come sopravvivere alla burocrazia, come evitare malattie contagiose, come mangiare in aereo, come viaggiare con un salmone al seguito (se te lo regalano e non vuoi rinunciare alla leccornia), come evitare il carnevale, come non cedere all’ossessione della visibilità, e molto altro.
Un libro che ci guida nella selva delle nostre giornate, nella consapevolezza che la vita scorre per lo più tra piccole cose, incontri fortuiti, piccoli problemi, e non tra dilemmi amletici e interrogativi sull’essere, che occupano solo una piccolissima porzione del nostro tempo, pur essendo l’unica cosa che conta.

Storia delle terre e dei luoghi leggendari.

7La nostra immaginazione è popolata da terre e luoghi mai esistiti, dalla capanna dei sette nani alle isole visitate da Gulliver, dal tempio dei Thugs di Salgari all’appartamento di Sherlock Holmes. Ma in genere si sa che questi luoghi sono nati solo dalla fantasia di un narratore o di un poeta. Al contrario, e sin dai tempi più antichi, l’umanità ha fantasticato su luoghi ritenuti reali, come Atlantide, Mu, Lemuria, le terre della regina di Saba, il regno del Prete Gianni, le Isole Fortunate, l’Eldorado, l’Ultima Thule, Iperborea e il paese delle Esperidi, il luogo dove si conserva il santo Graal, la rocca degli assassini del Veglio della Montagna, il paese di Cuccagna, le isole dell’utopia, l’isola di Salomone e la terra australe, l’interno di una terra cava e il misterioso regno sotterraneo di Agarttha. Alcuni di questi luoghi hanno soltanto animato affascinanti leggende e ispirato alcune delle splendide rappresentazioni visive che appaiono in questo volume, altri hanno ossessionato la fantasia alterata di cacciatori di misteri, altri ancora hanno stimolato viaggi ed esplorazioni così che, inseguendo una illusione, viaggiatori di ogni paese hanno scoperto altre terre.

Storia della bellezza

81QLz3YGYtLLa Bellezza non è mai stata, nel corso dei secoli, un valore assoluto e atemporale: sia la Bellezza fisica, che la Bellezza divina hanno assunto forme diverse: è stata armonica o dionisiaca, si è associata alla mostruosità nel Medioevo e all’armonia delle sfere celesti nel Rinascimento; ha assunto le forme del “non so che” nel periodo romantico per poi farsi artificio, scherzo, citazione in tutto il Novecento. Partendo da questo presupposto, Umberto Eco ha curato un percorso che non è una semplice storia dell’arte, né una storia dell’estetica, ma si avvale della storia dell’arte e della storia dell’estetica per ripercorrere la storia di un’intera cultura dal punto di vista iconografico e letterario-filosofico.

Noi siamo la nostra memoria. Quando morirò ricorderò tutto. Umberto Eco

Isabella