Intervista all’artista Nicola Salotti

Nicola Salotti, classe 1981, è un artista toscano nato a Barga, in provincia di Lucca. Dopo il diploma presso l’Istituo d’Arte Passaglia di Lucca continua la sua formazione laureandosi in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze con una tesi dal titolo “Antropomorfia”. Dopo la specializzazione in didattica delle Discipline Grafico Pittoriche ottiene una borsa di studio e partecipa al Master di primo livello in Tecniche e Management della Grafica d’Arte, presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 2015 consegue il diploma presso l’associazione ONLUS RC Officina del Contemporaneo di Roma. Attualmente vive a Viareggio dove collabora con il Centro Internazionale della Grafica d’Arte 2RCGAMC diretto da Valter ed Eleonora Rossi.
La cosa che mi ha da subito colpito di questo artista è la profonda sensibilità e le reali esperienze interiori che lo hanno portato a intraprendere un percorso di conoscenza serio e impegnativo, che Nicola rende al pubblico attraverso le sue opere.
Artista complesso e assolutamente in linea con lo spirito del tempo che viviamo.
Parlare con lui equivale a fare un viaggio all’interno dell’universo quantico. Nicola affronta il Caos in modo plastico, mai scontato, creando opere che sfidano l’osservatore, lo costringono a confrontarsi con la propria personale visione della realtà, invitandolo a riconsiderare ciò che viene definito “reale”.
Dalla spietata presa di coscienza della drammaticità del Caos nel quale la condizione umana versa, Nicola si dirige verso la ricerca di un ordine superiore e lo trova, approdando alla geometria e in particolare all’esagono.
Ciao Nicola, ci parli un pò di te? Come mi hai spiegato non ami le definizioni, puoi provare comunque a dirci cosa vuol dire per te essere un’artista e in che modo ti relazioni al pubblico che fruisce delle tue opere?
Artista per me non significa Pittore, non significa Scultore, non significa Grafico né Videomaker né Performer. La tecnica di esecuzione non è per me il mezzo per identificare ciò che è Arte o meno. L’Artista a parer mio deve essere prima di tutto colui che ha delle domande e che le propone agli altri, non per avere delle risposte , l’Artista ha il compito di far riflettere. Solo successivamente deve occuparsi del come, con quale metodo espressivo realizzare al meglio il concetto che vuole trasmettere. O per meglio dire a come far nascere la domanda in chi fruisce.
La figura dell’Artista nei secoli si è ritagliata una sua forma all’interno della società, dal  Rinascimento fino al 1700  Artista era chi si prestava alla glorificazione della cultura europea delle diverse corti signorili, nobili o della Chiesa, nell’800 attraverso un graduale percorso si passa ad una visione bohémienne, dove l’espressività era strettamente legata al tormento personale in un’ottica del ruolo dell’Artista a livello sociale quasi borderline, nel ‘900 si assiste a un graduale cambiamento e l’artista diventa colui che si riappropria della sua dimensione intellettuale cercando di determinare la propria visione e di comunicarla seguendo un ben definito codice espressivo per sganciarsi dall’identità sociale dei secoli precedenti. Attualmente l’Artista per me ha il compito di sondare terreni inconsueti e come ho già detto, porre domande. Così io mi pongo interrogativi sui vari aspetti che circondano la mia realtà e cerco di trasmetterli, in modo di suscitare input in chi incontra il mio lavoro.
Parlare con te è stato molto interessante, soprattutto per le cose che mi hai detto circa le tue intuizioni sulla Coscienza collettiva e sul modo in cui la senti manifestarsi in questo secolo, caratterizzato dalla presenza di internet, vera chiave di volta della contemporaneità. Ci spieghi che cosa è la Coscienza Collettiva e in che modo la rete ci influenza e ci può aiutare ad evolvere come esseri umani?
Partendo dai presupposti della psicologia del profondo dico che il Conscio (Io) non può essere slegato dall’inconscio (Sè). Queste due istanze intrapsichiche si devono poi equilibrare con una terza: le regole dettate della società (Super Io). Il mio concetto di Coscienza si riassume nella Cultura personale che ognuno di noi coltiva. Quindi di conseguenza la Coscienza Collettiva dell’essere umano è la traccia di tutte le esperienze che l’uomo ha effettuato e di cui ha reso noti i risultati; in altre parole la Cultura di un popolo! Nel mondo attuale, dove la società sempre più “liquida” (per il concetto di società liquida si rimanda all’opera lasciata da Zygmunt Bauman, sociologo polacco scomparso lo scorso anno, ndr) si esprime sostanzialmente attraverso il web, assistiamo ad uno sbilanciamento tra queste istanze intrapsichiche a favore della sfera inconscia fatta di pulsioni e di irrazionalità (il trionfo del Caos, ndr). Ora, non che ci sia niente di male in ogni singolo aspetto psichico, ma se esiste uno sbilanciamento a favore di una di queste parti potremmo incontrare qualche problema. Pensiamo ai primi utensili usati dall’uomo, non possiamo negare che una lama abbia sia valore di arma e sia valore di strumento, può essere usata a fin di bene come a fin di male,tutto sta nel come viene percepita dal singolo che la utilizza e da come viene utilizzata dalla stragrande maggioranza. L’utilizzo dello strumento è prima consuetudine poi Cultura e assume connotati benigni o maligni. In sostanza penso che ci sia estremo bisogno di una Cultura sociale digitale diffusa a tutti i livelli sociali, per un educazione ai nuovi utensili di comunicazione, potremmo definirla “educazione connettiva”. Per me la Coscienza Collettiva è l’identità dell’essere umano, la Cultura è l’io, ma non è da dimenticare che c’è anche un Inconscio Collettivo, un Sé profondo fatto della somma di irrazionalità, di intuizione, di zone di luce e di ombra. Oso definirlo come Inconscio Connettivo (parafrasando Jeffrey Deitch) che, se privato del contenuto dell’io, rischia di essere uno strumento pericolosamente sbilanciato sul Sè. La Coscienza Collettiva-Connettiva è ciò di cui abbiamo bisogno, per raggiungere un evoluzione condivisa dell’essere umano. Attraverso la condivisione e la conoscenza dell’altro possiamo aumentare il nostro io in modo da riportare equilibrio. Ecco, la parola chiave è proprio Equilibrio tra le parti! (sinergia tra cultura , regole sociali, e pulsioni profonde).
Personalmente ti riconosco come ricercatore dello spirito e questa cosa ti rende particolarmente interessante. Mi piacerebbe quindi far luce su questo aspetto della tua essenza. Quando ha avuto inizio la tua ricerca e dove ti sta portando? Quali scoperte hai fatto a oggi?
Nasco come pittore figurativo, e i miei studi artistici in Accademia si sono rivolti all’analisi prima Avanguardistica e poi Surrealista di ciò che mi circondava, con buoni risultati si, ma a lungo andare questo approccio si rese noioso. Dal 2008 dopo un particolare evento, un delirio febbrile dovuto ad una trascurata tonsillite, mi sono scontrato con il concetto Junghiano di Inconscio e Archetipo, mi sono reso conto che le porte della percezione si erano aperte e che la Coscienza Individuale e Collettiva potevano essere terreno fertile, dove la mia creatività poteva trovare ampio respiro e nuova linfa. Da qui ho intrapreso una ricerca sulle sensazioni prenatali e mi sono concentrato sul rapporto tra Biologia e Spirito in ottica di astrazione formale. Conseguentemente questa strada artistica mi ha portato ad affrontare le tematiche che legano l’Arte con la Scienza con un’attenzione all’Olismo. Da questi miei studi mi sono accorto che la visione Olistica del mondo non solo è terreno fertile per la mia creatività ma è anche la soluzione per risolvere molte problematiche che affliggono la nostra società. L’Equilibrio sostanzialmente è la centralità delle mie scoperte.
Che cosa ti lega alla corrente artistica del surrealismo? E al postumanesimo?
Sicuramente l’aspetto sull’indagine Surrealista dell’irrazionale è uno dei motivi principali che mi legano a questa corrente artistica, nell’ avanguardia storica del Surrealismo veniva indagato l’automatismo psichico come unica fonte di ispirazione capace di trovare la vera essenza dell’irrazionalità, data dagli impulsi elettrici biologici del cervello umano, per rivoluzionare la comunicazione tra i soggetti, attraverso l’analisi della banalità, dell’esoterismo, dell’immaginazione con occhio sempre vigile alla politica e alla critica del costume e della società. Questi aspetti mi hanno portato a pensare come nell’era contemporanea la comunicazione attraverso i social network e il web in senso più esteso ha trovato notevoli rivoluzioni di forma e di sostanza. Il pensiero, dagli impulsi elettrici che prima erano veicolati esclusivamente a livello biologico, si ritrova a confrontarsi con i suoi alter ego digitali, ponendoci così una dualità di impulsi veicolatori di contenuti, di conoscenze e coscienze. Il collegamento alla filosofia Post-Human è stato consequenziale. Anche se in modo alternativo alla classica visione dell’arte post umana che fin ora si è concentrata esclusivamente ad analizzare l’aspetto fisico del problema evolutivo umano attraverso la modifica corporea o l’ibridazione genetica. Personalmente sono interessato alla sfera interiore di questa “evoluzione”, dettata dalle nuove tecnologie di comunicazione e a come queste possano influenzare il rapporto tra inconscio analogico e inconscio digitale (o connettivo). Da queste mie considerazioni è nato un Libro d’Artista dal titolo I.O. Input Output, in cui affronto l’argomento attraverso l’aspetto visivo, testuale e tattile. In sintesi al Surrealismo mi approccio per la dinamica della formulazione dell’ ispirazione, e guardo al Postumanesimo come obbiettivo, come il nuovo orizzonte della definizione del concetto di io.
 A cosa stai lavorando in questo momento?
Attualmente sto affrontando tematiche legate alla visione Olistica della realtà e alla relazione tra Meccanica Quantistica e le Filosofie Orientali alle forme archetipiche che si riscontrano Macroscopicamente e Microscopicamente nella realtà che ci circonda, e alla forza di Coesione.
Da qui sono nati progetti come :
“Entanglement”dove affronto il concetto di groviglio quantico.
“Exagonum” dove analizzo la forma archetipica dell’esagono che si riscontra in conformazioni sia cosmologiche che microscopiche.
“Mater Nera” che ha come soggetto la Materia Oscura dell’universo.
 “Olos Choaesionis” che indaga le tematiche sulla forza di coesione sia al livello Fisico che Spirituale.
Puoi mandare un messaggio al pubblico di Pink che ti sta leggendo, cosa dici?
Cito testualmente un autore che mi sta molto a cuore per congedarmi dai lettori di Pink: “Vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico, tenere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità in un’ora.” William Blake.
Paola Marchi
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Cimitero Acattolico di Roma, dove riposano artisti e poeti

Una volta visitati i monumenti e i luoghi più noti di Roma, si scopre che la Città Eterna non è solo il Colosseo e San Pietro, i Fori imperiali, Piazza di Spagna e il Laterano, esiste una città sotterranea semisconosciuta e altre mete sottovalutate, perché forse troppo inconsuete. E se vi proponessero di andare a visitare un cimitero, probabilmente guardereste il vostro interlocutore con un misto di perplessità e incredulità. Per i più superstiziosi poi posso già immaginare gli scongiuri bisbigliati ed espressi con i gesti. Eppure una passeggiata nel Cimitero Acattolico di Roma merita di mettere da parte i pregiudizi.

Per visitarlo bisogna recarsi nello storico quartiere di Testaccio, vicino alla Porta Ostiense e alla Piramide di Caio Cestio, che domina la parte più antica dell’area cimiteriale. La stessa Piramide è uno spettacolare edificio sepolcrale che supera i 36 metri e interamente rivestito da lastre marmoree, la cui caratteristica forma è espressione di quella “moda egizia” che si diffonde a Roma all’indomani della conquista dell’Egitto nel 30 a.C. Incorporata poi nelle mura aureliane, essa fu edificata in 330 giorni in memoria del pretore e tribuno Caio Cestio Epulo, il cui nome è ricordato nell’iscrizione posta sul lato orientale del monumento.

Nei pressi della Piramidi, in quello che sembrerebbe un piccolo giardino pubblico si notano, sparse nel prato e tra la vegetazione curata, cippi e lapidi funerarie. È questa l’area più antica del cimitero, affianco alla quale la parte “nuova” si sviluppa su per un dolce declino, a breve terrazzamenti. Stretti vialetti di cipressi, oleandri, siepi di pitosforo e gelsomini, aiuole fiorite, fanno da sfondo ai monumenti in pietra e marmo.

Secondo le normative ecclesiastiche della Chiesa Cattolica, ai Protestanti è sempre stata preclusa la sepoltura in chiese cattoliche o in terre consacrate. Tuttavia, nelle località portuali, abbastanza presto si cominciarono a destinare spazi di sepoltura per persone di fede non cattolica e , prima che nel 1837 fosse istituito il Campo Verano, numerosi piccoli cimiteri costellavano le aree disabitate entro la cerchia delle Mura Aureliane: di essi, il Cimitero Acattolico è il solo ad aver conservato il sito e la funzione, dal 1716, a quando risalerebbe stando a documenti che riporta il permesso concesso da Papa Clemente XI, per membri della Corte Stuart in esilio dall’Inghilterra, ad essere sepolti di fronte alla Piramide. Il permesso fu esteso ad altre persone non cattoliche, molte di loro giovani nel compimento del Grand Tour, il lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo con lo scopo di perfezionare il loro sapere.

Il cimitero è noto per la presenza numerosa di artisti, scrittori, studiosi e diplomatici straneri che vi sono sepolti. Molti avevano scelto di vivere in Italia, altri invece morirono a causa di una malattia o di un incidente mentre erano in visita nella città. Sono quasi 4mila i defunti che riposano nel Cimitero: per la maggior parte inglesi e tedeschi, ma anche americani, scandinavi, russi e greci, di religione protestante ed ortodossa, ma anche islamica o buddista. Le iscrizioni sono in più di 15 lingue diverse, spesso incise con i caratteri della scrittura di appartenenza. Le tombe più amate dai visitatori, senza dubbio, sono quelle dei poeti inglesi John Keats e Percy Bysshe Shelley, il figlio di Goethe, il pittore russo Karl Brullov, ma anche il filosofo e politico italiano Antonio Gramsci. Di sepolture degne di nota ve ne sono davvero tante, sia per chi vi ha trovato luogo per il proprio riposo eterno che, in altri casi, per il valore artistico delle tombe stesse.

Il nucleo originario del Cimitero – oggi conosciuto come “parte antica” e prossimo alla Piramide Cestia – corrisponde, come scrivevo sopra, a un’ampia distesa erbosa con i monumenti funebri per lo più disposti in ordine sparso e con gli alberi radi, perché proibiti nel 1821 dal Segretario di Stato Pontificio con il pretesto che avrebbero ostacolato la vista della Piramide. In quest’area del Cimitero Acattolico si trovano le due tombe più conosciute e amate dai visitatori, due stele gemelle appartenenti l’una, quella con la lira e senza nome, al poeta inglese John Keats, l’altra, con la tavolozza dei colori, all’amico pittore Joseph Severn. Keats giunse a Roma nel 1820, dimorando presso la Casina Rossa di piazza di Spagna, e morì il 24 febbraio 1821 all’età di 25 anni. Fu desiderio dello stesso Keats che sulla sua tomba non venisse scritto alcun nome o data, soltanto la frase “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua” (come ricorda l’epitaffio sulla stele), mentre la lira greca con quattro delle otto corde spezzate voleva significare, come spiegò in seguito Severn, “il suo Genio Classico spezzato dalla morte prematura”. A sinistra della stele, su un muro, si può notare una lapide con un medaglione in cui è scolpito il profilo di Keats e accompagnato da un acrostico: «K-eats! if thy cherished name be “writ in water” – E-ach drop has fallen from some mourner’s cheek; – A-sacred tribute; such as heroes seek, – T-hough oft in vain – for dazzling deeds of slaughter – S-leep on! Not honoured less for Epitaph so meek! » ( «Keats! se il tuo caro nome è “scritto sull’acqua”, Ogni goccia è caduta dal volto di chi ti piange; Un sacro tributo; così come gli eroi cercano di fare, Sebbene spesso invano – azioni straordinarie di carnefice, Riposa! Non meno onorato per un epitaffio così mite!».
Il nome di Keats appare ancora anche sulla seconda stele, quella di Joseph Severn, morto in tarda età nel 1879 e sepolto accanto all’amico soltanto nel 1882, in seguito a una sottoscrizione pubblica: la sua lapide fu realizzata con dimensione e forma simile a quella dell’amico, sulla quale l’epitaffio così recita:

TO THE MEMORY OF JOSEPH SEVERN DEVOTED FRIEND AND DEATHBED COMPANION OF JOHN KEATS WHOM HE LIVED TO SEE NUMBERED AMONG THE IMMORTAL POETS OF ENGLAND

ovvero “Alla memoria di Joseph Severn, amico devoto e compagno di morte di John Keats, che sopravvisse per vederlo annoverato fra i poeti immortali d’Inghilterra”.

Dopo il 1822 iniziarono le sepolture nella “zona vecchia”, subito adiacente alla “parte antica” e nella quale troviamo numerose tombe dal fascino altrettanto antico e romantico, come quella di un altro grande poeta inglese, Percy Bysshe Shelley, morto in un naufragio nel golfo di La Spezia, nell’estate del 1822, durante una gita con la sua barca a vela: dieci giorni dopo il corpo senza vita di Shelley fu ritrovato sulla costa nei pressi di Viareggio. Gli amici lo cremarono sul posto e le sue ceneri riposano nel Cimitero del Testaccio, mentre il cuore, estratto dalla pira, venne custodito dalla moglie Mary Shelley. E a breve dostanza, sempre nei pressi delle mure aureliane che incorniciano il cimitero, non si può non soffermarsi davanti alla tomba di William Wetmore Story e di sua moglie Emelyn, una tomba che, per il suo fascino e la storia che racconta, è quasi il simbolo dello stesso Cimitero Acattolico. William – che dopo la sua morte fu seppellito nella stessa tomba della moglie – era uno scultore americano che nel 1894 realizzò la bellissima scultura che orna il sepolcro, “L’Angelo del Dolore”, un angelo dalle fattezze femminili che, riverso sulla tomba, in una posa plastica di abbandono, rende molto bene la disperazione per la perdita della persona amata, la moglie Emelyn.

La “zona nuova”, divisa a sua volta in tre zone, custodisce, tra le altre, le tombe del deputato e teorico marxista Antonio Labriola, di Antonio Gramsci, del romanziere Carlo Emilio Gadda , e ancora del figlio dello scrittore Johann Wolfgang von Goethe, August, vicina a questa quella di Malwida von Meysenbug (1816-1903), autrice tedesca, pensatrice femminista e rivoluzionaria, ma anche quelle della poetessa italiana Amelia Rosselli, di Irene Galitzine, stilista nota per la sua creazione, negli anni ’60, dei pigiama palazzo, indossati da alcune delle donne più belle del mondo, e Sarah Parker Remond, dottoressa afro-americana, attivista anti-schiavista. Sono solo alcuni tra i tanti nomi, anche poco noti ai più, che si possono leggere sulle lapidi del Cimitero Acattolico. Una passeggiata rilassata laddove riposano nel loro sonno eterno protagonisti della storia e della letteratura.

Sara Foti Sciavaliere