Fuori! Tre domande a Daniele Gattano

Venerdì 26 Ottobre, al Teatro Filodrammatici di Milano, alle 19.30 in apertura della kermesse Festival Lecite/Visioni, andrà in scena “FUORI”, stand-up comedy di e con Daniele Gattano, che ricorderete sicuramente tra gli artisti di Colorado su Italia1 e Comedy Central su SKY.

“FUORI” è un insieme di esperienze, traumi, scoperte che, con linguaggio schietto, Daniele racconta allo spettatore. «Esattamente dieci anni fa ho fatto coming out con i miei genitori e col senno di poi è bello ripensare alle loro reazioni», ci racconta. nel suo spettacolo  si parte dall’esperienza personale per abbracciare quella di tutti, giocando sui punti in comune e sulle differenze culturali che ci sono nel rapporto tra persone.

“FUORI”  è il tema pulsante dello spettacolo, uno sfogo dove la risata non è l’obiettivo principale ma il mezzo per parlare di temi e esperienze comuni. Daniele quando parla non si scompone e il suo punto di vista diventa subito quello di molti, il tragico evolve in comico e l’ironia si fa pungente.

“Fuori” parla di te, della tua storia familiare e personale. Come mai hai deciso di raccontarti e di metterti a nudo davanti al pubblico?

Non potendo permettermi lo psicologo ho pensato a un modo più proficuo per rielaborare i miei vari traumi. Al posto del lettino c’è un palco. Non spendo ma guadagno. E poi vuoi mettere la soddisfazione di avere in mezzo al pubblico proprio chi è stato la causa dei tuoi mali?

L’ironia quanto è importante nella tua vita oltre che nel tuo lavoro?

Quando mi succede qualcosa di negativo di getto telefono a qualche mio amico e nel riferirgli la cosa lo sento ridere, mi rendo conto che senza volerlo già la sto raccontando in chiave comica, di fatto smorzandola. Serve tantissimo, anche su episodi gravi. L’ironia non deve discriminare niente e nessuno.

Desideri, progetti, piani per il futuro?

Desideri tanti! Vorrei girare un documentario su Giuni Russo, imparare a fare le torte quelle belle, tornare in palestra e vederne i risultati, andare in Perù, girare un film con Xavier Dolan e riuscire ad addormentarmi prima delle 3 di notte. Se riuscissi a fare almeno una di queste cose entro la fine dell’anno sarei già soddisfatto!

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Una morte perfetta

Quando ho deciso di andare a Milano a trovare Chiara, sapevo che il tragitto in pullman sarebbe stato lungo. Otto ore. A me piacciono i viaggi lunghi, sul serio. Ma tant’è, ho assolutamente bisogno di un libro da leggere, oppure le chiacchiere del passeggero dietro di me mi faranno impazzire (oltre a condurre lui ad una rapida morte per accoltellamento da matita).

Nello zaino mi sono portata un thriller, il quarto della serie dell’autrice inglese Angela Marsons. Ho già letto un suo romanzo e ricordo che mi era piaciuto molto.

Questo si intitola Una morte perfetta, ed è stato appena pubblicato da Newton Compton, come tutti gli altri della serie.

Sono fiduciosa. Apro il romanzo. Dove si va oggi?

Nella campagna inglese. Nella Black Country.

Inizia tutto col botto. La protagonista, Kim Stone, è una detective della polizia inglese e sta effettuando un arresto con la sua squadra. Nel loro mirino, trafficanti stranieri di bambini da destinare alla prostituzione.

Quando Kim ne malmena uno verrebbe da abbracciarla.

Il loro superiore è talmente soddisfatto dell’arresto che manda tutta la squadra in gita: a Westerley, una struttura che studia la decomposizione dei cadaveri, una fattoria dei corpi. Un ameno posticino dove se cammini col naso per aria rischi di cadere nella buca di una mummia infestata di vermi. E ti multano pure, perché i vermi non vanno disturbati. Stanno lavorando, loro!

Kim, il suo braccio destro Bryant, e i due giovani Duncan e Stacey, non sono proprio entusiasti all’idea dell’escursione. Tanto più che durante la visita guidata uno di loro inciampa davvero in un cadavere. Solo che non è uno di quelli del centro.

È la vittima di un omicidio recente, una donna a cui è stata spaccata letteralmente la faccia, poi soffocata con della terra in gola.

Fine della gita. Kim fa schioccare la frusta e immediatamente la squadra si mette alla ricerca dell’assassino. Ma tutte le piste sono vicoli ciechi.

Nella narrazione si inframmezzano parti di racconto di qualcuno che parla in prima persona. Non si sa chi sia, ma è decisamente inquietante. E affascinante.

Nel frattempo Kim rinviene un altro cadavere, e una donna che per un pelo ancora non è morta. Da un omicidio siamo passati rapidamente a dare la caccia ad un serial killer. Già la squadra è affogata di lavoro, ci mancano solo le critiche del capo, gli agguati di una vecchia quasi-fiamma di Kim e le telefonate di una giornalista zoppicante e mostruosamente rompiballe. O così sembra.

Fuori dal finestrino del pullman sfila la scintillante campagna toscana, ma io non la degno di uno sguardo. Non ci riesco. Corro tra le pagine alla ricerca del prossimo indizio.

Inciampo in qualche verbo messo male ma mi dico che dev’essere un problema della traduzione e vado avanti.

Mi sono quasi fatta un’idea di chi possa essere il colpevole. Ecco, ora lo arrestano! Lo sapevo,  dovevo fare l’investigatore, un momento, ah no, ho sbagliato tutto.

Oddio! Hanno rapito la giornalista!

Coraggio Kim, ce la puoi fare.

Il punto forte di tutta la storia sono decisamente i personaggi. Non sono scontati, anzi hanno una coerenza tutta loro a cui non riesci proprio a non affezionarti. Kim Stone è una detective dura e fuori dagli schemi, e si muove in un ambiente strano, grigio, dove il sospetto la fa da padrone. Forse è per questo che le vuoi bene.

Arriviamo a Milano troppo presto. Non ho ancora finito il libro e voglio sapere come va a finire. Quasi quasi resto sul pullman e proseguo fino a Zurigo… No, poi Chiara mi darebbe per dispersa, e chi lo sente mio padre?

Metto il segnalibro a malincuore, scendo e do un appuntamento silenzioso al libro per questa sera. Non vedo l’ora di scoprire come finisce.

Devo aggiungere una nota di tenerezza da lettrice italiana ai personaggi inglesi che per tutta la storia svengono di caldo con ventiquattro gradi.

Adorabili principianti.

Intervista al poeta Giulio Di Fonzo

Giulio Di Fonzo, poeta romano, insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’università di Tor Vergata. Ha pubblicato importanti saggi sulla poesia dell’Ottocento, in particolare su Foscolo e Leopardi. Di Fonzo però è soprattutto conosciuto come uno dei maggiori studiosi dell’opera poetica di Sandro Penna; è stato lui, infatti, il primo critico che ha dedicato al poeta umbro un’intera monografia. Durante la sua carriera accademica si è anche occupato diffusamente dello studio della poesia del Novecento, in particolare di d’Annunzio, Ungaretti, Montale.

Oggi lo abbiamo intervistato nella sua casa romana, nell’antico quartiere di San Giovanni; un’abitazione posta proprio davanti le mura latine e il campanile di San Giovanni a Porta Latina: posizione strategica che in parte svela la fonte poetica classica di Di Fonzo.

Poesie 1992-2018, la raccolta che sta per essere pubblicata dalle Edizioni Croce, saluta un traguardo d’arrivo della sua produzione poetica o un nuovo inizio?

Il libro segna senz’altro un traguardo d’arrivo, perché raccoglie la mia produzione lirica finora apparsa. Nella raccolta ho potuto rivedere, mutare, migliorare e inserire nuovi testi. Ma spero sia anche lo stimolo per un nuovo inizio. In quest’ultimo periodo ho lavoro a lungo su delle nuove liriche che spero di inserire presto in una nuova raccolta.

Quando il suo amore per la poesia si è trasformato in scrittura?

Ho cominciato a scrivere intorno ai vent’anni. Sono partito quasi sempre da esperienze, contemplazioni e fantasie vissute. Sono un poeta molto autobiografico. Ma certo hanno contato molto anche le scoperte, gli amori letterari che si sono susseguiti negli anni.

Qual è il fil rouge che lega le poesie di questa raccolta?

La prima produzione è molto diversa dalla seconda. Le prime sono poesie legate alla visione della natura, hanno una leggerezza e sottigliezza percettiva nelle descrizioni, negli effetti di luce, nel paesaggio. E molte sono poesie d’amore intense e delicate. C’è in tutte una cura estrema della forma. Le cito qualche felice clausola: l’onda del mare «lattescente e rosea lenta lambisce | le fioche orme del mio vano andare». O ancora: «Fuori del lago lungo fitte siepi | non so se farfalle o petali di fiori». Nella seconda produzione invece cresce il tono doloroso, in risentite, a volte violente immagini drammatiche. Ho subito in quegli anni l’influsso della grande prosa di Gadda e il fuoco della poesia di Amelia Rosselli. Un motivo nuovo è l’attenzione ai drammi antichi e nuovi della storia. Ho notato infine, rileggendomi, come in alcune poesie la visività sfumi in visionarietà. La continuità tra le raccolte risiede nella fascinazione della natura, nei motivi dell’amore e del tempo.

Al pari della pittura e della scultura, scrivere poesie è una vera e grande arte. Quali sono i suoi strumenti del mestiere? Quali i “criteri guida” del suo metodo? È solo ispirazione o dietro si nasconde un duro e lungo labor limae?

Credo ancora, come Saba, nell’ispirazione, che è ovviamente un dato psichico, l’urgenza interna di esprimere un moto dell’animo o una percezione. Contemporaneamente si lavora sulla parola, sul ritmo e il tessuto fonico del verso.

Quanto c’è di autobiografico nei suoi versi?

Quasi tutto è autobiografico, nel senso che nasce da sentimenti, sensazioni, contemplazioni vissute.

La sua poesia procede per immagini, e, colte nella loro essenza più profonda, vanno a stimolare tutti e cinque i nostri sensi. Ecco: è questo il suo intento, emozionare, o con la poesia intende soddisfare in primis un suo narcisismo?

No, non parlerei di narcisismo. La mia è una poesia che procede per immagini, nitide messe a fuoco dei dati sensoriali. La poesia quando riesce nel suo intento è forse la suprema delle arti, perché si rivolge a tutte le facoltà mentali – è pittura, pensiero e musica fusi assieme. Spero di esservi riuscito qualche volta.

Se posso azzardare, nei suoi versi v’è una ricercatezza disarmante, ricercatezza che a tratti pare rievocare atmosfere crepuscolari, ma soprattutto la purezza e la soave musicalità di Pascoli («Non ha sussurro il mare…»). E ancora, mi è sembrato che i suoi versi possiedano una cultura inesauribile. Per esempio, nei chicchi di melograno che fiammeggiano ho percepito echi dickinsoniani e nelle liriche d’amore ho pensato di riconoscere le voci dei poeti romantici inglesi… È possibile? O queste sono corrispondenze che si instaurano tra il lettore e il testo poetico?

Non parlerei di atmosfere crepuscolari né pascoliane. Anche se amo molte liriche di Pascoli, un grande poeta, per quanto diseguale, capace di mirabili capolavori. Mi riferisco nella fattispecie, fra le altre, a “L’assiuolo”, “Novembre”, “Il gelsomino notturno”. Inoltre ho senz’altro una viva passione per i versi di Keats e della Dickinson, può darsi che abbiano lasciato qualche traccia nella mia poesia.

Alcune poesie assai crude, a tratti feroci, rievocano i mondi inaccessibili della poetessa Amelia Rosselli o l’immediatezza di Ungaretti, altri invece, più classicheggianti, ricordano i versi di Petrarca o di d’Annunzio. In questo senso, vi sono citazioni consapevoli o simili accostamenti sono da ritenersi degli azzardi?

Sì, nei miei testi vi sono echi e citazioni consapevoli, da Petrarca e Leopardi, a Gadda e Montale. Servono a impreziosire la poesia o a esprimere meglio di quanto potrei un pensiero o un’immagine.

Ci sono autori che sentiamo a noi particolarmente vicini. Una cosa del genere a Lei è accaduta con la poesia di Sandro Penna? Che cosa Le ha fatto decidere di dedicarsi a questo poeta del Novecento che difficilmente troviamo citato nelle antologie di scuola e che Pasolini aveva notato e sostenuto?

Ho studiato la poesia di Penna perché lo ritenevo e lo ritengo un grande poeta. Debbo la sua scoperta a un bellissimo articolo di Natalia Ginzburg. Mi sorprese la delicatezza e la limpidezza dei versi, e nella purezza una grande intensità espressiva. Giovanissimo pubblicai il saggio La luce e il silenzio e poco più tardi un denso articolo sulla rivista letteraria «Alfabeta» che riassumeva alcune delle idee principali del libro.

Quanta influenza ha avuto la produzione lirica del poeta umbro sulla sua vita artistica e/o personale? Alcune sue poesie, specie le più brevi, quelle dolci e “spontanee”, ricordano tanto Penna. Non è così?

Sì, alcune poesie brevi e delicate possono ricordare Penna. Ma devo l’amore per la poesia breve e la concisione epigrammatica soprattutto allo studio della lirica greca e latina e, più tardi, di quella orientale (Bashò, Li Po, Hafiz).

Da Mimnermo a oggi, l’uomo non ha mai smesso di porsi grandi domande. I poeti continuano a interrogarsi sulla vanità dell’uomo, sullo scorrere inesorabile del tempo. Il poeta di oggi che quesiti si pone? I grandi dubbi sono immutabili o oggi il ruolo del poeta è cambiato?

Credo che i grandi interrogativi sull’esistenza siano perenni. Le domande che il pastore errante pone alla luna nel “Canto notturno” leopardiano, sono le eterne domande che ogni uomo dotato di ragione si pone. Non credo perciò che il ruolo del poeta sia cambiato. Mi interessa tuttavia anche quando si apre ai fatti del mondo, uscendo dal proprio egocentrismo verso i problemi della società, come hanno fatto in Italia Sereni, Pagliarani e Raboni.

La poesia utilizza, per così dire, una lingua universale, una lingua potente che non si piega a nessuna etichetta e soprattutto che non conosce diversità, in nessuna delle sue accezioni. È per questo motivo che ancora oggi, nel 2018, il mondo ha ancora così tanto bisogno della poesia?

La poesia non cambia il mondo, ma è perenne il desiderio di esprimere qualcosa che urge interiormente nel pensiero e nell’immaginazione e dargli compimento in una forma. Fermare il tempo in un’immagine che vibri e canti. E devo riconoscere che nella mia cultura un posto importante hanno il pensiero filosofico, lo studio delle arti figurative e della musica.

Legge anche romanzi? Quali generi preferisce?

Ho letto e riletto naturalmente i grandi romanzi russi, francesi e inglesi dell’Ottocento e del Novecento. Proust, Tolstoj e Flaubert sono forse quelli che mi hanno più segnato. Ma è soprattutto quando sono immerso nella natura e nell’amore che ho avvertito, in alcuni momenti, la sensazione di superare il tempo e di trovare, come dico in un verso, «il prodigio del tempo che non muore», di immettermi «nella luce chiara delle cose infinite», cioè di fuoriuscire dall’ordito di attimi che cadono nel nulla, verso un’armonia superiore, verso il divenire perenne dell’intero universo, che probabilmente, dicono gli scienziati, non avrà mai fine. Tornando al romanzo, in particolare negli ultimi anni mi hanno colpito Saramago, Sebald e Pamuk.

Da critico, ma soprattutto da poeta, che rapporto ha con la tecnologia?

Lo sviluppo industriale e tecnologico ha mutato il mondo. Ha liberato l’uomo dalla fatica del lavoro più improbo, ha debellato malattie finora incurabili, ma ha anche creato nuovi mali e squilibri. Sento soprattutto il problema ecologico come il più urgente nei paesi sviluppati. In alcune mie poesie c’è la presenza di questo allarme diffuso. Personalmente non sono molto tecnologico con i nuovi strumenti informatici, ma mi sto aggiornando. Internet è stata una vera rivoluzione, con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Per concludere, vorrei porLe un’ultima domanda. In che posizione si colloca rispetto agli altri poeti suoi contemporanei?

Non amo la poesia che si confonde con la prosa o si lascia andare a incontrollate effusioni interiori o a sterili giochi verbali. Per questo non sono quasi mai stato attratto dai movimenti d’avanguardia. Apprezzo molto tra i contemporanei il primo Magrelli, De Signoribus (anche se molto oscuro), la Anedda e altri. Ma i miei numi poetici moderni, dopo Baudelaire e Mallarmé, restano Eliot, Montale, Celan e la Cvetaeva. Ringraziandola per questa intervista mi permetta di citare una mia poesia, si intitola “Invocazione”:

Vivi con me il mattino felice

la luce fulgida il vento leggero

e questo verde rotondo maturante

mondo, ferma il sole che si incrina

giorno per giorno.

Sciogli l’ansia che sale

in alte trecce d’angoscia

tra i rampicanti scarlatti…

Nulla, nulla di rapido o lento

solo il sostare dell’ora

nel mezzogiorno assolato,

che tu afferri per portarlo lontano

nella luce ignota delle stelle infinite.

Fuori, la stand-up comedy di Daniele Gattano

FUORI

Stand-up comedy di e con Daniele Gattano

Venerdì 26 Ottobre, in apertura della kermesse Festival Lecite/Visioni, andrà in scena “FUORI”, stand-up comedy di e con Daniele Gattano, noto al grande pubblico per le sue esilaranti performance a Colorado su Italia1 e Comedy Central su SKY.

Un microfono, uno sgabello e una bottiglietta d’acqua questi gli elementi in scena sufficienti per dar vita a uno spettacolo che crea da subito l’atmosfera di una chiacchierata informale dove lo spettatore può, anzi deve intervenire.

“FUORI” è il riassunto dello spettacolo stesso. Un vero e proprio lancio di esperienze, traumi, scoperte che, con linguaggio schietto, racconta in maniera autobiografica il rapporto tra il protagonista e la sua sessualità.

«Esattamente dieci anni fa ho fatto coming out con i miei genitori e col senno di poi è bello ripensare alle loro reazioni», racconta Daniele. «A otto anni chiesi a mia mamma una Barbie… me la regalò».

Gattano ci fa conoscere la sua famiglia, le sue amiche, gli amici con la sindrome da Chuck Norris tipica dei maschi alfa, e Clara: la sua Barbie clandestina nascosta sotto al letto per non farla scoprire dal padre. «Mentre le mie amiche avevano ‘Barbie Principessa’, ‘Barbie Cenerentola’, ‘Barbie Happy-hour’ io avevo ‘Barbie Clandestina’: viveva in camera mia sprovvista di regolare permesso di soggiorno…»

In “FUORI” si parte dall’esperienza personale per abbracciare quella di tutti, giocando sui punti in comune e sulle differenze culturali che ci sono nel rapporto tra persone.

L’incontro a un bar con un ragazzo sieropositivo diventa all’interno dello spettacolo lo spunto di riflessione sull’immaginario anni Ottanta dell’HIV, che continua ad aleggiare con il suo alone viola anche ai giorni nostri, il pensiero del “Un po’ se l’è cercata” trova quindi forma e viene analizzato e condiviso con il pubblico.

Si passa poi al tema dell’amore, quello platonico scaturito dalle immagini social di uno sconosciuto, foto che diventano l’involucro, il packaging in cui poterci mettere sogni e mancanze personali.

Senza retorica vittimista si parla di omofobia, compresa quella presente all’interno del mondo gay stesso: “A oggi l’omosessualità è come l’età… ce lai ma non la devi dimostrare!”

Insomma “FUORI” oltre a essere il titolo è il tema pulsante dello spettacolo, uno sfogo dove la risata non è l’obiettivo principale bensì il mezzo per parlare di temi e esperienze comuni. Daniele quando parla non si scompone e il suo punto di vista diventa subito quello di molti, il tragico evolve in comico e l’ironia si fa pungente.

Uno spettacolo ironico e intelligente che fa ridere, sorridere ma soprattutto riflettere.

Teatro Filodrammatici di Milano

Venerdì 26 ottobre 2018 ore 19.30

http://www.teatrofilodrammatici.eu

 

Il gusto speziato dell’amore, di Silvia Casini (recensione e tutorial ricetta)

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Sinossi: Stella si è trasferita da Firenze a Roma per dimenticare il suo ex e aprire una libreria galleggiante sul Tevere specializzata in arte culinaria: Il sapore dei libri. Proprio dalla fusione di queste passioni è nato Florario rock, il ricettario che Stella ha firmato con lo pseudonimo Josephine Alcott, best-seller e caso editoriale dell’anno. Per superare il divorzio, Gabriele ha deciso di trasferirsi da New York a Roma, dove gestisce una società di format tv e si dedica alla sua passione segreta: la cucina. Il giorno in cui si imbatte nella lettura di Florario rock, gli eventi prendono una piega inattesa. Ne è talmente entusiasta da scrivere all’autrice dando inizio a una fitta corrispondenza. Ma il giorno in cui organizza un evento per incontrare l’acclamata scrittrice, Gabriele scoprirà che non esiste alcuna Josephine Alcott… Un romanzo frizzante, romantico e ironico, che fonde sapientemente musica, letteratura e cucina.

Recensione: Ho letto e assaporato questo romanzo di Silvia Casini in pochissimo tempo. Appassionata di tradizioni, cucina, descrizioni quale sono, non posso far altro che parlarvene e consigliarne la lettura. La storia di Stella comincia in un modo intenso perché ricco di descrizioni dei paesaggi circostanti: non sono mai stata a Roma, ma è come se la conoscessi da sempre. Per me è stato come passeggiare per quelle strade, in alcuni momenti ho chiuso gli occhi e ho immaginato di essere lì, con i personaggi, ho vissuto le loro emozioni, ma, cosa ancora più importante, ho tenuto tra le mani il Florario rock. Ed è proprio intorno a questo prezioso ricettario che parla di amore, un amore senza tempo tra una nonna e la sua nipotina, Stella, ricco di ricette e di avvenimenti che emozionano, fanno commuovere, e hanno un sapore magico di casa, che tutto ruota.

Un grande successo il Florario rock di Josephine Alcott, nonché pseudonimo di Stella. Uno pseudonimo che farà da tramite tra lei e Gabriele, appassionato di cucina, che non sa chi in verità si cela sotto questa scrittrice di successo…

Ho letto con attenzione anche tutte le ricette che hanno arricchito ancor di più questa bella storia, ricette ricche di profumi particolari, preziose, delicate, ma una di queste mi ha colpita profondamente per diversi ricordi che hanno caratterizzato la mia infanzia e ho voluto riproporla. La ricetta è quella originale dell’autrice, direttamente dal Florario rock, e con il mio tutorial ve la propongo. Il risultato è stato davvero unico e speciale.

 

Ricetta: Mele al forno vestite al profumo di cannella (o Gocce di Natale)

Da degustare ascoltando Due tramonti

di Ludovico Einaudi

Ingredienti per 4 mele:

Pasta

  • 200 gr di farina integrale di farro
  • 100 ml di vino bianco
  • 2 cucchiai di fruttosio
  • 1 pizzico di sale dell’Algarve
  • 1 pizzico di cannella
  • latte di soia – qualche cucchiaio
  • 4 mele biologiche non troppo grandi
  • Marmellata senza zucchero o dolcificata a basso indice glicemico

Tempi 10 minuti  + la cottura

Cottura 160° per 40 minuti

Preparazione: Formate l’impasto con gli ingredienti indicati e salateli con un pizzico di flor de sal dell’Algarve. Lasciatelo riposare una mezz’ora.

Riprendetelo e tiratelo finemente con il mattarello. Con la rotella dentata tagliate quattro rettangoli della dimensione che possa avvolgere una mela sovrapponendosi un poco di lato.

Lavate le mele, estraete il torsolo con l’attrezzo apposito. Spalmate un po’ di marmellata sui rettangoli di pasta, e mettetene un cucchiaio nello spazio lasciato vuoto dal torsolo.

Avvolgete la mela con la pasta caramellizzata avendo cura di mantenere la parte con la marmellata a contatto col frutto. Rimboccate la pasta sul fondo e lasciatela aperta in cima. Bagnate la superficie della pasta con il latte di soia.

Foderate una teglia di carta forno e appoggiateci sopra le mele. Infornate a 160° per 40 minuti.

Servite tiepide.

 

 

Figlie di una nuova era di Carmen Korn

#AnteprimaFazi

La sinossi della casa editrice recita così: Figlie di una nuova era sono quattro donne che incontriamo per la prima volta da ragazze, ad Amburgo, alle soglie degli anni Venti. Hanno personalità e provenienze molto diverse: Henny, e la sua amica di sempre Käthe, ostetriche, di estrazione sociale diversa, Ida, rampolla di buona famiglia, ricca e viziata, e Lina, insegnante anticonformista.

Ma il libro racconta molto di più delle loro singole storie che corrono parallelamente e talvolta si incontrano; intorno a loro gravita una miriade di altri personaggi che entrano prepotentemente nell’intreccio generale. Le vicende di tutti loro, collocate in una precisa epoca storica, compongono un quadro tristissimo e composito perché con loro viene rappresentato uno spaccato trasversale della società tedesca all’indomani della disastrosa prima guerra mondiale fino ai postumi della Seconda.

A essere raccontata non è solo una storia, ma la Storia, che ha per protagonista una intera generazione. I personaggi che ruotano intorno alle quattro ragazze, non compiono gesta eroiche o avventure per terre lontane, ma il semplice atto di vivere.

C’è un carico di sofferenza indicibile e ineluttabile che grava come macigno sulla narrazione, costituito dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale che incombe e poi esplode con una violenza indicibile. Il tempo così come le pagine scorrono veloci e leggere susseguendosi in giorni, mesi e anni che trascinano con sé inermi e ignare esistenze umane.

La follia fatta abitudine. Correre in cantina, nel bunker, per proteggersi. Proteggersi da ciò che cadeva dal cielo. Le bombe. E, nei giorni tranquilli, cercare di non pensarci.

La tragedia immane e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale sono sperimentati direttamente sulla pelle della gente comune che vede le sue già precarie condizioni sconvolte dal profondo e private di ogni brandello di normalità e dignità.

“Sono morte milioni di persone” osservò Campmann. Poi ammise fra sé che i grandi numeri non influivano sulle tragedie dei singoli.

Un libro che parla di guerra, dell’uomo che uccide l’uomo, e intanto celebra l’amore, l’amicizia, la lealtà e la solidarietà umana; un libro che parla di leggi antirazziali, persecuzioni e stermini e intanto celebra l’amore multietnico, i sentimenti e i valori indistruttibili.

Un libro che nella sua minuziosità di nomi, ore e luoghi -città, quartieri, vie- si avvicina a essere cronaca di una guerra annunciata e sconfigge il pregiudizio che considera la Germania un Paese indiscriminatamente nazista quando il popolo tedesco ha anch’esso subito la guerra, con le deportazioni e i bombardamenti, il terrore e l’angoscia.

Controcanto tedesco a Generazione perduta di Vera Brittain, potrebbe essere l’ennesima voce per gridare forte al mondo che la guerra è sempre sbagliata e non c’è una parte giusta da cui stare.

Avevano accompagnato al treno figli, mariti e fratelli… Potevano solo sperare di vederli tornare sani almeno nel corpo, perché per lo spirito non c’erano speranze. Appartenevano a una generazione dannata, che aveva sopportato ben due guerre mondiali. Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi, ma non erano riusciti a evitarne una seconda.

Come nella vita non c’è finale consolatorio e bisogna sempre guardare avanti.

In fondo al vulcano si dipartono strade che portano fuori dall’abisso.

Una serie che va proseguita, che va assolutamente completata.

Il colore rosa: storia e curiosità

Abiti Da Sposa, Sposa, Rosa, Elegante

Quando pensiamo al rosa pensiamo a un colore femminile, ricordiamo immancabilmente quei film romantici dei bellissimi anni Ottanta che ci hanno accompagnate in quelle fredde giornate d’inverno scaldandoci il cuore. Pensiamo ai romanzi d’amore che abbiamo imparato ad apprezzare sempre più nel tempo grazie alle nostre nonne e alle nostre zie. Associamo il colore rosa alle nostre riviste femminili preferite, al colore della femminilità per eccellenza… Ma, siamo sicure che sia davvero così? Il rosa è davvero un colore femminile in maniera unica e totale?

Rosa, Libro, Vecchio Libro, Fiore

Forse, per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare un viaggio temporale: siamo nel Settecento, e il colore rosa è indossato in maniera totale non solo dalle donne, ma soprattutto dagli uomini. Un cultore di questo delicato colore è Luigi XV che lo porta davvero con grazia ed eleganza.

Sedia, Sedie, Palloncino, Due, Palloncini, Albero, Uno

Per tutto il Settecento e l’Ottocento vi è, quindi, un’accurata distinzione: il rosa, proveniente dal rosso, il colore della passione, e per questi motivi il colore maschile per eccellenza. Mentre l’azzurro è considerato un colore delicato, essendo poi la tinta del manto della Vergine Maria, viene associato, per questo, alle bambine.

Rosa, Fiore Rosa, Fioritura, Fiore

Dal Novecento in poi – dagli anni Trenta per l’esattezza – il rosa non è più di una sola tonalità delicata, di un tenue color pastello, ma cambia grazie al progresso della chimica che crea fantasie più accese e forti, portandolo ad avere più tonalità sino ad arrivare al Rosa Shocking, così chiamato dalla stilista e sarta italiana che lo ha inventato: Elsa Schiaparelli. Grande figura della moda all’inizio del XX secolo.

E fu così che dagli anni Quaranta in poi il rosa trova la sua strada e viene associato al mondo femminile soprattutto per ragioni riguardanti il marketing e a icone di stile che hanno fatto la storia del cinema e della mondanità dagli anni ’50 in poi come Marylin Monroe e Jacqueline Kennedy.

Solo negli anni Settanta, con la nascita del femminismo, il rosa entra in crisi perché considerato antiquato, preferendo per le bambine colori più neutri e decisi.

Nastro Rosa

E ritorniamo così agli anni Ottanta, anni in cui le neo mamme e i neo papà preparavano in anticipo corredini azzurri nell’attesa di un maschietto e rosa nell’attesa di una femminuccia, sino ad arrivare agli anni ’90, anni in cui il colore rosa si rafforza ancora di più come colore femminile, al di là di frivolezze, perché nasce nel 1996 il Pink Ribbon come simbolo della lotta al cancro al seno e sempre simbolo indiscusso di una battaglia importante.

E oggi, invece, come vediamo il colore rosa?

Sicuramente viene ancora molto utilizzato per preparare corredi alle bambine, anche se oggi vi sono molti altri colori che vengono preferiti: dal giallo, al verde, all’arancione… sia per le nuove nasciture che per i nuovi nascituri.

Invece, per quanto riguarda ragazzi e uomini. Ma quanto sono belle le camice o le polo rosa su di loro?

Non c’è nulla da fare: il rosa è un colore unico e speciale per tutti!

 

Beautiful Girls

Le lezioni all’università sono ricominciate da una settimana.

Per carità, tutto molto bello e interessante, ma un saggio sulla condizione economica dell’impero bizantino all’inizio del V secolo d.C., non me ne voglia il professore, non è proprio una lettura eccitante.

L’altra sera, complice il caldo/freddo di questi giorni, non riuscendo a dormire, mi aggiravo per la stanza cercando qualcosa da leggere, che non avesse nulla a che fare con Bisanzio e compagnia.

Avevo sul comodino da un po’ un volume non troppo spesso, con una copertina tutta blu.

Beautiful girls di Lynn Weingarten, una newyorkese che a quanto pare è molto apprezzata in patria per gli young adult. Questo è il suo primo libro tradotto in Italia, dalla Newton Compton.

Dalla quarta di copertina sembrava un thriller interessante.

Ho pensato “Cara Newton, salvami tu dall’insonnia e da Giustiniano”, e me ne sono andata a spasso tra le pagine del libro.

Non viene dato un indizio sul luogo dove si svolge la storia, si sa solo che è in America. Inizia tutto in una High School.

La protagonista, June, parla in prima persona. Inizia descrivendo il suo ritorno a scuola dopo le vacanze di Natale. Lei è una ragazza difficile, sola se si esclude il suo ragazzo, e ampiamente incasinata.

Le descrizioni e il modo di narrare gli eventi, con un’attenzione particolare ai minimi dettagli di vita quotidiana mi fanno subito venire in mente il romanzo Twilight. Ho sentito molti pareri secondo cui ricordava di più il romanzo Tredici, ma non sono convinta.

Comunque, sono curiosa. Che sta per succedere nella vita di questa ragazza?

Poco dopo il rientro, nella scuola si inizia a spargere una voce: una delle studentesse è morta, anzi, si è uccisa, e non in modo carino. Si è letteralmente data fuoco.

Già la cosa non è bella di per sé, ma per June è un vero e proprio colpo al cuore. La suicida infatti è Delia, la sua ex migliore amica. Quella che June ha escluso dalla sua vita ad un certo momento, senza farci sapere il perché.

Naturalmente la ragazza è sconvolta. Neppure il suo perfettissimo fidanzatino wasp riesce a consolarla, mentre ripercorre le tappe della sua crescita con Delia. Così ci presenta una ragazza strana, complicata, affascinante, che da appena undicenne aveva scelto June come sua migliore amica. Attraverso una serie di flashback impariamo a conoscere le due ragazze e il rapporto che le legava, fatto di una lotta costante alla solitudine, piccoli segreti, marachelle, gesti affettuosi rubati e una lunghissima corsa liberatoria su un prato che, penso, piacerebbe tanto anche a me poter condividere con un’amica.

Fuori dai ricordi, June si reca ad una commemorazione notturna fatta da altri amici di Delia. Lì, per caso, conosce il nuovo fidanzato della sua ex migliore amica, Jeremiah, che subito dopo essersi presentato le fa “devo dirti una cosa”.

Dicono che Delia si sia data fuoco.

Ma Delia ha sempre avuto il terrore del fuoco.

Cos’è che scricchiola?

June e Jeremiah rimettono insieme i pezzi, e lentamente, si convincono di una cosa: Delia non si è suicidata, è stata uccisa. Da chi? E perché?

Parte la caccia agli indizi. June non aveva più contatti con Delia da un anno (e ancora non dice perché), ma più va in fondo alla sua vita, più scava nel passato, più l’antico sentimento riaffiora prepotente, inossidato.

Le relazioni a quell’età hanno il peso di un giuramento, si portano addosso la pesantezza dell’eternità.

June scopre che Delia conosceva uno spacciatore, che aveva una nuova migliore amica, che forse tradiva il fidanzato …

Tutta la prima parte del racconto è una girandola di scoperte, con un leitmotiv costante: di chi ci si può fidare?

Dopo aver seguito June nelle sue indagini per un bel po’, incuriosita, inizio a farmi qualche appunto.

Tanto per cominciare: questi ragazzi hanno sedici anni. Voi cosa facevate a sedici anni? Io piangevo sulle versioni, divoravo merendine (ok, questa parte della mia vita è ancora identica a sé stessa), e non dico che con le mie amiche giocavamo con le bambole, ma quasi. Sicuramente eravamo ancora appassionate di cartoni animati.

Ecco, loro no. June e compagni vivono la vita a tremila, vanno a letto con tutto quello che si muove, guidano, spacciano, danno feste che nemmeno Lapo Elkan, sanno cucinare per un esercito, falsificare prove e documenti, reperire alcool in un paese in cui è illegale, uccidere, sparare e hanno soldi sempre a portata di mano. E i genitori? E gli insegnanti? E la polizia?!

Dico, va bene tutto, ma non sono un po’ troppo fuori età per certe cose?

Mia nonna direbbe che è l’America, e lì tutto e strano e diverso, e il cielo è verde e piove vino. Sarà …

E poi sono ancora curiosissima di capire perché June e Delia hanno rotto. Mi immagino già (dato il tono del romanzo), un evento spaventoso, sono sicura che si tratta di qualcosa di orribile, avranno assistito ad un assassinio, e… e niente. No. Quando alla fine June svela il motivo della rottura l’unica cosa che riesco a pensare è: Ah. Tutto qui?

Diciamo anche che questo è un problema generico della narrazione di June. Se da un lato non si fa il minimo scrupolo a mostrare il suo linguaggio per quello che è, senza edulcorarlo minimamente (e va benissimo così), il problema è che c’è sempre qualcosa a suggerti che la parte davvero tetra, oscura, minacciosa e dannata del racconto è dietro l’angolo pronta a cominciare e … e alla fine, uhm, no ci ripensano.

Insomma sarebbe po’ come andare a vedere un prestigiatore che promette draghi fiammeggianti e poi dal cilindro tira fuori un esercito di coniglietti neri. Ok, sono neri, ma non era quello che intendevo vedere. Il che onestamente mi crea qualche problema nella lettura.

Sono un po’ stanca, penso che dovrei spegnere la luce. Mi dico che finisco solo il capitolo. Vado avanti un po’ per inerzia e poi ad un tratto … SBEM! Questo sì che è un colpo di scena!

La storia improvvisamente comincia a scorrere veloce, sempre più veloce e sempre più sulle montagne russe. In pratica June (e io lettrice), non aveva capito un accidente.

È ora di scoprire davvero tutto.

Guardo l’ora, è tardissimo, dovrei mettermi a dormire. Ma la storia mi ha talmente preso che non riuscirei a staccarmi nemmeno volendo. Vuole essere letta fino alla fine.

Be’, pazienza.

Vorrà dire che domani a lezione arriverò stanca.

Dovremmo essere tutti femministi – Chiamamanda Ngozi Adichie

Dovremmo essere tutti femministi è un saggio della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, tratto dal suo discorso alla TEDxEuston Conference in cui cerca di chiarire il significato della parola femminista e l’idea del femminismo stesso, a suo parere troppo spesso travisate e limitate da stereotipi e schemi mentali.

“Femminista: una persona che crede nell’eguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi.”

Chimamanda ama definirsi una Femminista Felice Africana Che Non Odia Gli Uomini e che Ama Mettere il Rossetto e i Tacchi Alti, Per Sé e NON Per Gli Uomini, contro ogni stereotipo che vuole le femministe tutte donne infelici, arrabbiate con il mondo e sciatte.

La scrittrice esorta le donne a non abituarsi a un mondo ingiusto che vuole gli uomini sempre un passo avanti, sempre uno scalino più in alto ai posti di potere.
“Se facciamo di continuo una cosa, diventa normale. Se vediamo di continuo una cosa, diventa normale.”

Essere femministi non significa desiderare un mondo dove le donne siano considerate più degli uomini, significa desiderare l’uguaglianza di genere.
A oggi il genere conta in tutte le culture, e Chimamanda ci sprona a cambiare lo status quo, senza aver paura. Sognare e progettare un mondo diverso. Un mondo dove uomini e donne possano essere più felici e uguali.

In questo saggio, l’autrice analizza il problema dalle radici, che affondano nel tipo di educazione impartita oggi ai bambini da parte dei genitori. I maschi sono spinti a crescere come “duri”, rendendoli in questo modo tanto più fragili, e le femmine vengono educate a prendersi cura del fragile ego maschile.
Dalle donne ci si aspetta che trovino la loro massima realizzazione nel matrimonio , e se ciò non avviene è vissuto come un fallimento personale. Se invece è un uomo a non sposarsi, è perché non ha trovato la persona giusta.
Il matrimonio se vissuto nella perfetta uguaglianza è un’esperienza bellissima in cui ci si supporta a vicenda, ma spesso nonostante le apparenze, la situazione è diversa. Le donne crescono con l’idea di dover compiacere gli uomini, mentre è molto raro che agli uomini sia insegnato a rendere felice una donna.
Il mondo manca di equilibrio di genere.

Chiamamanda ci parla di condizionamento sociale: “Siamo tutti esseri sociali. Interiorizziamo idee che derivano dalla società in cui siamo inseriti.”

Per secoli il mondo è stato diviso in due categorie di genere: uomini e donne, opprimendo ed escludendo uno dei due gruppi.
Il “femminismo” è strettamente legato ai diritti umani  e negare il problema legato al genere, significa negare che le donne siano state escluse per anni.

Consiglio la lettura di questo breve e intenso saggio alla donne quanto agli uomini. Anche un uomo infatti può essere femminista, perché un uomo femminista non è altro che un uomo giusto!

One World Trade Center Restaurant

Il sogno si è avverato! Cena al OneDine o meglio conosciuto come One World Observatory Restaurant. Dove ci troviamo? Naturalmente a New York in cima al “One World Trace Center” o Freedom Tower. D’obbligo è la visita e le fotografie all’osservatorio che domina l’intera città.

Mettere sulla carta le sensazioni provate è assai difficile, ma vi assicuro che erano infinite. Lo spettacolo mozzafiato sulla metropoli, che questo grattacielo offre, è indescrivibile specie se a tale visione si unisce anche un incredibile tramonto; inoltre il luogo è suggestivo e possiede quella lieve malinconia che non serve nemmeno spiegarla. Eppure è tutto allegro, leggiadro e spudoratamente U.S.A.

Torniamo al ristorante che accetta i clienti solo previa prenotazione anche online; io ho prenotato il tavolo dall’Italia poco prima di partire. L’arredo è tipicamente americano e moderno; si è circondati da ampie vetrate. Si può mangiare anche al bancone del bar, come si vede nei film. I tavoli sono disposti strategicamente per allietare la cena con il tramonto sul Hudson River e poco più in là si può ammirare lo Stato del New Jersey. I colori incantano, come l’atmosfera in cui si è avvolti.

Come da prassi si cena sulla nuda tavola, non ci sono nemmeno le classiche tovagliette americane. L’acqua viene servita immediatamente ed è gratuita. Il menù non è molto vario, ma troviamo anche la classica pasta. Preparatevi psicologicamente ai prezzi che sono vergognosamente alti, rigorosamente senza iva e senza la tipo mancia, che in America è d’obbligo. Ma siamo seduti al OneDine quindi tutto il resto non conta, gli si può perdonare tutto anche pagare un piatto di bucatini 24$. Bisogna sempre tenere a mente che una pietanza dal nome italiano non equivale e non interpreta la vera cucina italiana, quindi arrendetevi al senso di adattamento. Come bisogna rassegnarsi ai loro dolci: burrosi, asciutti, abbondanti e accompagnati sempre da una pallina di gelato. Adorato e morbido pan di spagna in America non ti conoscono.

Servizio impeccabile e cordiale, i camerieri sono gentili e sorridenti, hanno bene a mente che siete voi a elargire la mancia, che varia dal 15% al 20%, al momento del conto e non è un’opzione.

Alla fine della cena ci si alza con rammarico dal tavolo, non tanto per la succulenta cena quanto per il panorama che ha allieto i nostri occhi, ma la discesa verso il piano terra è qualcosa di sorprendente. Gli ascensori ultramoderni, silenziosi e veloci ti accompagnano in una realtà virtuale che difficilmente dimenticherai, con immagini ad alta risoluzione che scorrono a mano a mano che procedi verso la vetta.

Il One World Trace Center ha 104 piani e la velocità degli ascensori è di 37km/h, impiega 60 secondi dal piano terra al 102° piano. Il ristorante è al 103° piano ed è raggiungibile tramite le scale.

Informazioni utili:

La prenotazione è necessaria sia per la vita all’osservatorio sia al ristorante.

https://oneworldobservatory.com/en-US/ticket-packages

Stefania P. Nosnan