Leggere è vita

Nella splendida cornice beneventana, nello storico cineteatro San Marco a due passi dall’Arco di Traiano, va in scena il premio dell’anno, la presentazione dei dodici finalisti dell’ambitissimo Premio Strega. Ad aprire le danze, il Sindaco di Benevento, Clemente Mastella a dare il benvenuto a tutti i partecipanti, dai vip della serata ai comuni cittadini alla ricerca di una piacevole attività culturale, il tutto accompagnato dalla splendida musica di sottofondo del Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento. E dopo l’omaggio alla città e alla storia del Premio, con i volti dei grandi vincitori che sfilano sullo schermo come un cortometraggio d’altri tempi, d’altra levatura, Gigi Marzullo, presentatore della serata, fa la sua comparsa sul palco. Il noto conduttore televisivo e il sindaco intrattengono gli astanti parlando della letteratura, dei libri di oggi, di ieri e di domani affermando che “leggere non è un gioco ma un benessere, una panacea per l’animo umano che allunga la vita”.

E, finalmente, inizia lo spettacolo, la sfilata dei dodici finalisti, esordienti e non, del Premio che, uno dopo l’altro, vengono chiamati sul palco a raccontare il proprio lavoro, il loro sudore, il messaggio che vogliono trasmettere attraverso quelle pagine di carta stampata. Dai giovani che fuggono dalle terre di origine di Marco Balzano con il suo romanzo Io resto qui, dall’autobiografia di Carlo Carabba in Come un giovane uomo, Il gioco di Carlo d’Amicis al racconto di Silvia Ferreri che, tra gioia e dolore, parla del suo romanzo La madre di Eva, alla biografia La ragazza con la leica di Helena Janeczek e a Questa sera è già domani di Lia Levi. Dall’autore albanese Elvis Malaj con Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Sangue giusto di Francesca Melandri e Il figlio prediletto di Angela Nanetti al romanzo biografico La corsara di Sandra Petrignani, Anni luce di Andrea Pomella e all’ultimo, ma non ultimo, Yari Selvetella con Le stanze dell’addio. Una carrellata di autori che hanno appassionato gli spettatori del teatro con posti esauriti, rispondendo a domande e curiosità su se stessi e i loro personaggi, in attesa che venga pubblicata la lista dei cinque finalisti da cui uscirà l’unico vincitore.

Annunci

Il giorno dei Lord

E se ci parlassero di Guy Fawkes?

Il cospiratore inglese che, da cattolico integralista, tentò nel 1605 di far saltare in aria il re Giacomo e tutto il suo parlamento agì in un giorno ben preciso: quello dell’apertura delle Camere per il nuovo anno parlamentare, in cui il re, la corte e tutti i Lord presenziano in pompa magna.

Guy Fawkes è morto trucidato più di Quattrocento anni fa, ma la giornata ufficiale dell’apertura delle camere ha mantenuto, se non il suo potere di fatto, tutta la sua antichissima tradizione, e ancora oggi viene celebrata col dovuto fasto dagli inglesi che, lo sappiamo, alle loro tradizioni regie tengono moltissimo.

È proprio dalle 6 di mattina di una giornata così particolare che prende avvio il romanzo “Il giorno del Lord” di Michael Dobbs, ex politico britannico vicino alla Tatcher e autore dei romanzi che hanno ispirato la serie tv House of Cards.

Inizia col botto, con la misteriosa uccisione di un atleta ormai paralitico da parte di un gruppo misterioso. Che succede?

Nel frattempo, fin dai primissimi raggi di sole, una pletora di potenti sfila davanti al Parlamento per andare ad assistere alla cerimonia. Arroganti, spocchiosi, classisti, retrogradi, razzisti. Dai ministri al figlio del presidente americano sfilano sui cuscini dei posti d’onore.

Davanti ad un tale spiegamento di potere e lustro politico e di tali personalità accorse al “giorno dei Lord” viene spontaneo chiedersi: cosa succederebbe se qualcuno decidesse, sotto la minaccia di armi e bombe, di asserragliarsi nella Camera del Parlamento con tutti quegli ostaggi, tra cui la Regina? Ed è proprio quello che succede.

Out of the blu un piccolo gruppo di ribelli mediorientali hanno ragione degli scarsissimi sistemi d’allarme e si asserragliano nel Parlamento con i preziosi ostaggi e una richiesta: liberare il capo del loro esercito, che non ha nulla a che fare con l’integralismo religioso, ma combatte per la libertà del suo paese ed ora è in mano ai servizi britannici che meditano di ucciderlo.

Certo, visti e conosciuti i simpaticissimi ostaggi, al lettore verrebbe l’impulso di andare a dare una mano ai rapitori. “Certo caro, arrivo, mi porto la pistola da casa.”

Ma in un giorno così strano non c’è nulla di definito e i carnefici si scoprono vittime, e viceversa con la stessa fluidità dell’acqua che scorre. Le sorprese non mancano, e l’espiazione può essere anche troppo vicina.

Nel frattempo fuori dal Parlamento, pericolosamente vicino, si muove un personaggio curioso: Harry Jones, figlio di un Lord che ha preferito la carriera militare, una sorta di ex monaco guerriero dal divorzio difficile e dal passato pure peggio che ha già un paio di idee su come sbloccare la situazione.

Col suo stile schietto, scarno di orpelli, Dobbs traccia un ritratto impietoso e a tratti crudele dell’alta società inglese, che nonostante tutto però conserva una scintilla di orgoglio, e forse, anche se in maniera terribilmente britannica di buon cuore.

Il suo romanzo esce oggi in traduzione italiana per Fazi e di sicuro non delude le aspettative di chi ama i thriller al cardiopalma, (o i fan di scrittori come Clive Cussler).

Certo, se le straordinarie, mirabolanti capacità del protagonista non ci venissero ribadite e spiattellate ogni due righe su tre noi saremmo tutti più contenti, ma non si può sempre avere tutto.

Menzione d’onore alla coppia di attempatissimi rivali politici, coraggiosi e un po’ disperati che sono diventati la mia coppia letteraria preferita del mese.

E naturalmente a lei: la regina Elisabetta, la donna di ferro, l’amata Regina capace di guardare negli occhi chi le punta la pistola contro, senza indietreggiare, di amare i suoi sudditi e di nascondere infinite sorprese.

God bless the queen.

 

Quella piccola libreria in fondo alla strada

Elise Evans vive a Mills, cittadina inglese non particolarmente eccitante, e sfugge alla noia e alla solitudine curando con passione il proprio giardino e lavorando in una libreria. Tutto cambia quando sul suo cammino incrocia Sefron Wyler, il nuovo vicino, schivo e taciturno. Basta uno sguardo, infatti, perché Elise e Sefron si riconoscano come simili. Avvicinarsi non sarà facile, ma ad aiutarli ci penserà un vecchio diario, che Elise trova per caso, nascosto sotto il pavimento della sua camera: leggendo quelle pagine i due ragazzi rivivranno le vicende di un amore bellissimo, sbocciato cinquant’anni prima all’ombra degli stessi alberi che ora separano le loro case. Un amore non fortunato, purtroppo, segnato da un infausto destino. È forse possibile che la storia di quei due amanti si ripeta? Nonostante il sentimento che sta nascendo tra Elise e Sefron, su di loro aleggia infatti lo spettro di un segreto. Un segreto che Sefron custodisce e che lo tormenta. Che ha interrotto la sua brillante carriera di violinista e lo costringe a vivere in una sorta di limbo. L’amore inaspettato che è sbocciato fra loro riuscirà a liberare Elise e Sefron da un passato scomodo e doloroso?

quella-piccola-libreria-in-fondo-alla-strada-x1000.jpg

Recensione di Laura D’Amore:

Il romanzo racconta l’intreccio di storie d’amore passate e presenti di diversi abitanti della cittadina di Mills. Ai giorni nostri troviamo Elise, una ragazza schietta e stravagante che lavora in una libreria, e Sefron, un ragazzo diffidente e taciturno appena trasferitosi da Dublino. I due abitano in due villette limitrofi, separate solo da un cancello. Il loro rapporto inizialmente sarà molto scostante, ma il ritrovamento di un diario segreto riuscirà ad avvicinarli. Proprio tra queste pagine ritroviamo la storia d’amore tra Adam, il nonno di Sefron, e Sofia, la prozia di Elise. Il loro sembra essere stato un amore intenso ma senza lieto fine. I ragazzi vogliono sapere a tutti i costi cosa è successo tra i due innamorati e, grazie ai racconti di altri personaggi, riescono a scoprire la verità. Troviamo così un altro amore passato, quello tra Brona e Fred, e un altro amore presente, quello tra Frase ed Ellie.

Il romanzo è scritto bene, con descrizioni accurate di paesaggi e personaggi. Il racconto avviene tramite i punti di vista dei due ragazzi che, però, si alternano in maniera scostante non creando un discorso omogeneo. Più scorrevoli invece le parti “storiche”, dove troviamo sempre una sola voce narrante.

Il libro è avvolto da un alone di tristezza e dolore, storie d’amore struggenti, come una melodia che ascoltata soltanto una volta ti rimane impressa nella mente per sempre.

Moda e globalizzazione

In un’epoca come la nostra dominata da comunicazioni estreme e dalla cosiddetta globalizzazione, nell’ambito della moda le contaminazioni culturali sono più che mai il trend che guida gli stilisti siano essi affermati o emergenti.

Le prime sfilate della primavera-estate 2018 ci mostrano ciò che molti giornali hanno definito come: “Il maschio è in crisi anche nella moda…” oppure “L’uomo in gonna!”. Come se in questo ci fosse qualcosa di rivoluzionario, di mai visto prima, mentre  in realtà c’è un persistente ritorno all’antico. Dopo aver rivisitato gli ultimi due secoli non si poteva che guardare al passato più remoto.

L’unica cosa, forse, che oggi possiamo considerare nuova è la tendenza a superare il dualismo di identità, pertanto, avremo sempre più contaminazioni fra maschile e femminile, donne in pantaloni e uomini in gonna sono soltanto una conseguenza.

Come si dice niente di nuovo sotto al cielo,  semplicemente, un ritorno ad antiche mode. Fin dai tempi degli assiri, dei babilonesi, degli egizi gli uomini indossavano tuniche; i  greci e i romani indossavano i pepli  e le toghe sapientemente drappeggiati sui fianchi e sulle spalle; i cinesi e i giapponesi i loro meravigliosi kimono magistralmente ricamati e dipinti.

Alla fine del Seicento abbiamo visto perfino le rhingrave, in pratica delle mutande che si stringevano con una coulisse a formare un volant sopra al ginocchio, molto usati dalla nobiltà dell’epoca; poi i kilt scozzesi, inventati nei primi anni ’30 del Settecento da un quacchero tedesco trasferitosi nelle Highland, è divenuti una tradizione tipica; originariamente il kilt era un rettangolo di tessuto che si arrotolava sui fianchi come una gonna femminile e si portava sulla spalla a mo’ di cappa il tessuto eccedente.

Un ritorno al mondo antico in tempi recenti nei quali tutto sembra correre verso una trasformazione epocale, ma in realtà, percorre strade già note. Insomma, come sempre è una questione culturale, l’unica cosa che dobbiamo salvare è il buon gusto per non cadere nel grottesco!

Angela Arcuri

La Cappella Sansevero e il Cristo velato

Non si può non rimanere colpiti, quasi sgomenti, di fronte al Cristo velato (1753) di Giuseppe Sanmartino, opera esposta nella Cappella dei Sansevero a Napoli. Visitatori e turisti arrivano  da ogni parte di Italia e non solo ogni giorno presso questa piccola e sfarzosa cappella, in un’anonima viuzza a due passi da Spaccanapoli. Il Cristo velato è talmente straordinario nell’impatto che sortisce su chi lo osserva che ho visto rimanere incantati e senza parole perfino orde barbariche di chiassose scolaresche. Basterebbe comunque pensare che tra gli estimatore di questa suggestiva scultura si può annoverare perfino lo scultore Antonio Canova, il quale dichiarò che sarebbe stato pronto a dare dieci anni della sua vita pur di essere l’autore di un siffatto capolavoro.
Il committente dell’opera era stato un personaggio assai chiacchierato, Raimondo de Sangro, dei Principi di Sansevero, che aveva dato una serie di indicazione sulla scultura che voleva fosse realizzata. A essere incaricato però all’inizio era stato Antonio Corradini, che tuttavia ebbe solo il tempo di creare un bozzetto in creta prima di morire. Raimondo allora passò la commissione al giovane scultore napoletano Sanmartino che ignorò quasi del tutto il bozzetto del suo predecessore. La sensibilità di Giuseppe Sanmartino scolpisce, in un unico blocco di marmo, il corpo senza vita e i ritmi convulsi delle pieghe del velo incidono una sofferenza profonda, quasi rimarcasse le linee del corpo martoriato: la vena gonfia e pare ancora palpitante sulla fronte, le trafitture dei chiodi sui piedi e le mani, il costato scavato. Lo scultore poi non tralascia neanche il certosino ricamo dei bordi del sudario e la cura con cui realizza gli strumenti della Passione posti ai piedi del Cristo.

La fama di alchimista di Raimondo di Sangro ha fatto fiorire sul suo conto numerose leggende. Una di queste riguarda proprio il velo del Cristo di Sanmartino: da oltre due secoli, infatti, viaggiatori, turisti e perfino alcuni studiosi, increduli dinanzi alla trasparenza del sudario, lo hanno erroneamente ritenuto frutto di un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto dallo stesso principe di Sansevero.
Tale leggenda è dura a morire: l’alone di mistero che avvolge il principe di Sansevero e la “liquida” trasparenza del sudario continuano ad alimentarla. D’altra parte, era nelle intenzioni del di Sangro  suscitare meraviglia, ma egli stesso constatò che quel velo marmoreo era tanto impalpabile e “fatto con tanta arte da lasciare stupiti i più abili osservatori”.

La statua del Cristo velato è posta al centro della Cappella Sansevero convogliando su di se l’attenzione dei visitatori, ma tutt’intorno lo spazio che l’accoglie è un significativo esempio dello sfarzo dell’arte settecentesca. La cappella in verità ha origini precedenti, quando – si narra – sul finire del XVI secolo, un uomo innocente, trascinato in catene per essere condotto in carcere, passando davanti al giardino del Palazzo de Sangro, vide crollare una parte del muro di cinta di quel giardino e apparire un’immaginde della Beata Vergine; egli promise allora che avrebbe donato una lapide d’argento alla Madonna se fosse stata riconosciuta la sua innocenza: poco l’uomo fu scarcerato e mantenne fede al voto fatto. L’immagine sacra fu motivo di pellegrinaggi e a promotrici di molte grazie, finché Giovan Francesco Paolo de Sangro, molto ammalato, ne ottenne egli stesso la guarigione e per gratitudine fece erigere una cappelletta dedicata a S.Maria della Pietà o della Pietatella, proprio lì dove era apparsa per la prima volta la venerabile effige.  Da allora quel luogo di devozione divenne anche l’“ultima dimora”  della famiglia dei principi di Sansevero, al quale dedicò grande impegno Raimondo de Sangro, chiamando presso di sé pittori e scultori rinomati, seguendo personalmente le fasi di lavorazione e scegliendo i materiali. L’idea era quella di farne un tempio degno della grandezza del suo casato, arricchendolo di sculture di altissimo pregio.

Malgrado i fasti ricercati da Raimondo e che caratterizzano tutti i monumenti sepolcrali collocati nella cappella, per la propria tomba volle una sobrietà quasi severa: su tutto ha principalmente risalto la grande lapide in marmo rosa, su cui è articolato il lungo elogio funebre intagliato senza scalpello, ma con un procedimento a base di solventi chimici ideato dallo stesso principe, mente geniale e fine inventore.
E passando davanti a questa sepoltura si raggiunge una piccola scala di ferro dalla quale si accede a un vano di forma ellittica, la cavea sotterranea, che in un progetto irrealizzato di Raimondo avrebbe dovuto accogliere le sepolture dei suoi discendenti, mentre oggi ospita due grosse bacheche contenenti gli scheletri di un uomo e una donna in posizione eretta, realizzati  da un medico palermitano sotto la direzione di Raimondo de Sangro. Un cronista del Settecento li definì “macchine anatomiche” (in cui il sistema venoso e arterioso si è conservato perfettamente a distanza di duecento anno, ma non se ne conosce attraverso quale procedimento), mentre la fantasia popolare tramandava che essi fossero i resti dei corpi di due servitori del principe nei quali sarebbe stato iniettato un misterioso liquido che avrebbe pietrificato le loro vene e arterie. Messa comunque da parte la leggenda, tutt’oggi non è possibile asserire con certezza quali siano stati i metodi adoperati per tali incredibili “opere”, e ancora più sorprende la verosimiglianza con cui il sistema circolatorio è riprodotto, benché all’epoca le conoscenze in materia non fossero tanto avanzate.

Un po’ tutta la Cappella Sansevero è una sintesi dell’attività di mecenatismo di Raimondo de Sangro, della sua genialità di inventore, la vastità delle sue conoscenze e le sue capacità di alchimista.
“Osserva con occhi attenti e con venerazione le urne degli eroi onuste di gloria e contempla con meraviglia il pregevole ossequio all’opera divina e i sepolcri dei defunti e quando avrai reso gli onori dovuti profondamente rifletti e allontanati”. Così si conclude l’iscrizione dedicatoria sulla porta laterale della cappella, come un invito al visitatore che qui giunge spinto dalla curiosità e da qui va via con sentimenti di intenso stupore.

Sara Foti Sciavaliere

Sigismondo e Isotta. Una storia d’amore

Sigismondo e Isotta, una storia d’amore di Maria Cristina Maselli, edizioni Piemme, è un affascinante affresco di storia rinascimentale con dovizia di testi e documenti dell’epoca, saldamente ancorato alle reali vicende politiche e personali di Sigismondo dei Malatesta, Signore di Rimini.

Se l’autrice, Maria Cristina Maselli, si fosse limitata a raccontare le gesta del capitano di ventura Sigismondo, come in un poema epico celebrativo, questo romanzo non avrebbe avuto quel potere evocativo e catalizzante che esercita sul lettore, rapito dalla luce di nobiltà e magnificenza splendenti alla corte malatestiana.

Esso si dimostra subito una imponente opera di ricostruzione di storia, politica, arte e letteratura cui la totalizzante e anticonformista relazione amorosa con Isotta degli Atti, figura tutta ingenuità e devozione, conferisce un significativo valore aggiunto.

Puntuali e precise citazioni del Liber Isottaeus che chiudono quasi ogni capitolo e accompagnano il racconto dell’amore che tenne avvinti per sempre Sigismondo Pandolfo de Malatestis e Isotta degli Atti:

E infatti benché la nostra città abbia molte fanciulle

Che potrebbero tentare persino gli dei

tu sola sempre sei piaciuta ai miei occhi,

tu sola hai le spoglie mortali del mio cuore.

La storia di Sigismondo e Isotta è la perfetta compenetrazione tra vita e arte, storia e romanzo in una intrigante alchimia.

Come nella miglior tradizione dell’amore cortese-cavalleresco assistiamo qui alla nobilitazione di un rude condottiero, stratega senza scrupoli e mercenario, che finisce per piegarsi sotto il giogo di Isotta che con la sua purezza d’animo e idealo lo costringe a ravvedersi e ad adottare una nuova morale. Purtroppo la ragion di stato impone scelte dolorose e difficilmente comprensibili, soprattutto in un’ottica moderna, e spesso deve sacrificare i sentimenti a una logica feroce di sopravvivenza. L’Italia del Quattrocento è lacerata da continue lotte, intervallate da mutevoli alleanze, tra la miriade di signorie locali in cui è frastagliato il potere politico mentre il Papa recita la sua parte da prepotente alla stessa stregua. Un mondo spietato, attraversato da guerre, tradimenti, crimini efferati  dove la vita degli esseri umani vale davvero poco.

Ma in mezzo a tanta crudeltà sboccia come perla rara la storia di Sigismondo e Isotta.  Questa è una storia vera, d’amore e di guerra, talmente bella e intensa che doveva essere raccontata.

Ne è diventata cantore Maria Cristina Maselli (con la sua toccante dedica a Maria Grazia Capulli, prematuramente scomparsa) e ne sono testimoni immoti ed eterni il Tempio Malatestiano e Castel Sismondo, che sono ancora lì, a Rimini, monumenti alla memoria di Sigismondo e Isotta, e che meritano senz’altro una doverosa visita in loro omaggio.

L’eroina moderna perfetta

Un’ombra, quell’ombra che si cela agli occhi degli uomini, alla luce del sole, che colpisce, che uccide senza alcuna pietà e, forse, per il solo gusto di farlo. Come si può entrare nella mente di un serial killer spietato, freddo e calcolatore senza uscirne devastati dalla sua follia? Come si fa a fermare un uomo che non lascia quella piccola scia di briciole che, con pazienza, ti permette di giungere alla fine della tua ricerca? E le vittime: tutti uomini, single, custodi di segreti, casseforti di emozioni e bugie, tutti diversi tra loro ma con quel piccolo particolare che li accomuna, che li rende le vittime perfette di una mente contorta.

Erika Foster è la nuova eroina dei romanzi polizieschi. Dopo averla conosciuta ne La donna di ghiaccio, il primo libro di Robert Bryndza, la ritroviamo in quest’estate afosa e torrida, in una notte che vorresti soltanto passare al mare con l’unico pensiero del bagno al sorgere del sole, del rumore delle onde che si infrangono sulla terra e il profumo del caffè che ti solletica il naso; e, di certo, non guardando il cadavere di un uomo. In un mondo costellato di figure maschili, ecco che Erika si ritaglia, quasi a forza, a spintoni e spallate, il suo posto nella letteratura contemporanea, facendosi dichiarare l’eroina moderna per eccellenza: intelligente, tenace e appassionata, la donna moderna in un modo profondamente maschilista come quello della giustizia, non dei tribunali ma quella crudele, della strada, in cui si è obbligati a sporcarsi le mani per raggiungere il proprio obiettivo, per consegnare alla giustizia un uomo che ha ucciso e che non ha alcuna intenzione di fermarsi al primo, né, tantomeno, al secondo.

Il nuovo stile del thriller arriva in Italia tra le pagine di La vittima perfetta di Robert Bryndza, edito da Newton Compton. Un giallo come pochi, che riesce a tenere con il fiato sospeso il lettore fino alle ultime pagine, alternando uno stile veloce e incalzante, degno dei migliori thriller al mondo, a pagine lente che aiutano a fermare e rallentare il battito del cuore e che rendono la lettura del libro così piacevole e coinvolgente, perfetta per l’estate che sta arrivando, stesi sotto l’ombrellone a sorseggiare il drink di turno.

 

Nasce Medical Noir

Da un’idea di Francesco Bogliari, editore di INK, e di Danilo Arona e Edoardo Rosati, chiamati a dirigerla, nasce Medical Noir, la nuova collana che unisce due generi – il medical e il noir appunto – indiscutibilmente amati da lettori e non.

Di origine tipicamente anglosassone – basti pensare a Robin Cook, Richard Preston o Patricia Cornwell – il medical è un genere che vanta esempi illustri anche nel nostro Paese: Luigi Rainero Fassati, Carlo Lucarelli o Mariano Bizzarri e Guglielmo Brayda, solo per citarne alcuni. Un filone letterario figlio della modernità, della medicina odierna “no limits” e delle tante paure a essa collegate.

unnamed

Medical Noir propone storie avvincenti di autori italiani costruite sui temi, sugli intrighi e sulle location della Medicina: dalla detection moderna alla Kay Scarpetta di Patricia Cornwell al thriller storico (con fantaplot medicali ambientati nell’antichità), dall’apocalisse prossima ventura (a base di pandemie e contagi planetari) alla fantascienza (si pensi ad “Andromeda” di Michael Crichton) fino all’horror goticheggiante: del resto, cos’è il “Frankenstein” di Mary Shelley se non un pionieristicomedical noir?

Il primo titolo in uscita è La maledizione della croce sulle labbra in uscita il 21 giugno 2018, scritto a quattro mani dai due direttori di collana, Danilo Arona eEdoardo Rosati. Altri due titoli sono previsti a ottobre.

Gli ET illuminano l’estate!

Telo-Mare-Top

Anche quest’anno è tornata la super promozione Einaudi tascabili e il telo mare è proprio da non perdere!

Potete trovare la promozione nelle librerie aderenti oppure on line su ibs.it e lafeltrinelli.it 

Quali libri scegliere dal vastissimo e meraviglioso elenco in promozione? Ci pensiamo noi a guidarvi nella scelta! Ecco la nostra personalissima selezione per voi.

Enjoy Summer!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Quando tutto inizia

Fabio Volo è un artista poliedrico e uno scrittore di successo, eppure quando si parla di lui c’è sempre chi storce il naso. Esco a fare due passi è uscito nel 2001 e, da allora, Volo pubblica romanzi con continuità, non solo in Italia: i suoi libri sono tradotti in diversi paesi del mondo. La critica, però, rimane controversa nei suoi confronti; alcuni hanno difficoltà a chiamarlo scrittore, sottovalutando non solo lui, ma, a mio avviso, anche i suoi lettori. Si dice che gli italiani leggano poco, poi, se comprano i romanzi di Fabio Volo, vengono criticati. Non si fa che parlare delle enormi difficoltà in cui versa il mondo dell’editoria, eppure Volo vende senza conoscere crisi. Per quale motivo? Perché scrive per il lettore. Senza nessuna pretesa o velleità, la sua penna scorre leggera tra le emozioni dei personaggi e lo fa con una leggerezza che cattura il lettore e lo porta per mano fino all’ultima pagina. Non tutti i romanzi che compriamo riescono a farsi leggere fino alla fine e, quando accade, il merito è soprattutto dell’autore. Volo fa il suo lavoro, racconta storie e lo fa bene.

“Ci sono persone che abbiamo sfiorato per breve tempo, ma che hanno cambiato qualcosa di noi in maniera radicale. Le incontriamo, in un istante le perdiamo eppure ci rendono migliori o peggiori. Passano, se ne vanno e hanno la capacità di metterci in braccio al nostro destino.”

Il suo ultimo romanzo in ordine cronologico è Quando tutto inizia, la storia di un amore, quello di Silvia e Gabriele. Si incontrano per caso: Silvia legata all’abitudine di un rapporto, frutto di una decisione presa in un passato che non esiste più; Gabriele intento a non perdere il controllo della sua vita, attento a respingere ogni emozione che possa portarlo fuori dagli schemi di una vita strutturata. Si innamorano oltre ogni logica e razionalità: Silvia riscopre la sua essenza di donna che si rinnova, si sente amata, di più, desiderata; Gabriele ridefinisce se stesso e la propria vita, raccontandosi a Silvia e innamorandosi non solo di lei, ma anche dall’immagine di se stesso che vede riflessa nei suoi occhi: quando chiediamo a qualcuno il motivo per il quale ci ama, gli chiediamo di raccontarci chi siamo.

Una storia d’amore protetta da una bolla, che vola in alto e mette Silvia e Gabriele in pausa dalle loro vite: ma ci si può prendere una pausa dalla vita?

“E non è nemmeno la persona in sé, è la magia del momento in cui ci si allinea, come due ascensori che, anche se vanno in direzioni opposte, si trovano per un istante alla stessa altezza.”