Fuori! Tre domande a Daniele Gattano

Venerdì 26 Ottobre, al Teatro Filodrammatici di Milano, alle 19.30 in apertura della kermesse Festival Lecite/Visioni, andrà in scena “FUORI”, stand-up comedy di e con Daniele Gattano, che ricorderete sicuramente tra gli artisti di Colorado su Italia1 e Comedy Central su SKY.

“FUORI” è un insieme di esperienze, traumi, scoperte che, con linguaggio schietto, Daniele racconta allo spettatore. «Esattamente dieci anni fa ho fatto coming out con i miei genitori e col senno di poi è bello ripensare alle loro reazioni», ci racconta. nel suo spettacolo  si parte dall’esperienza personale per abbracciare quella di tutti, giocando sui punti in comune e sulle differenze culturali che ci sono nel rapporto tra persone.

“FUORI”  è il tema pulsante dello spettacolo, uno sfogo dove la risata non è l’obiettivo principale ma il mezzo per parlare di temi e esperienze comuni. Daniele quando parla non si scompone e il suo punto di vista diventa subito quello di molti, il tragico evolve in comico e l’ironia si fa pungente.

“Fuori” parla di te, della tua storia familiare e personale. Come mai hai deciso di raccontarti e di metterti a nudo davanti al pubblico?

Non potendo permettermi lo psicologo ho pensato a un modo più proficuo per rielaborare i miei vari traumi. Al posto del lettino c’è un palco. Non spendo ma guadagno. E poi vuoi mettere la soddisfazione di avere in mezzo al pubblico proprio chi è stato la causa dei tuoi mali?

L’ironia quanto è importante nella tua vita oltre che nel tuo lavoro?

Quando mi succede qualcosa di negativo di getto telefono a qualche mio amico e nel riferirgli la cosa lo sento ridere, mi rendo conto che senza volerlo già la sto raccontando in chiave comica, di fatto smorzandola. Serve tantissimo, anche su episodi gravi. L’ironia non deve discriminare niente e nessuno.

Desideri, progetti, piani per il futuro?

Desideri tanti! Vorrei girare un documentario su Giuni Russo, imparare a fare le torte quelle belle, tornare in palestra e vederne i risultati, andare in Perù, girare un film con Xavier Dolan e riuscire ad addormentarmi prima delle 3 di notte. Se riuscissi a fare almeno una di queste cose entro la fine dell’anno sarei già soddisfatto!

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Intervista al poeta Giulio Di Fonzo

Giulio Di Fonzo, poeta romano, insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’università di Tor Vergata. Ha pubblicato importanti saggi sulla poesia dell’Ottocento, in particolare su Foscolo e Leopardi. Di Fonzo però è soprattutto conosciuto come uno dei maggiori studiosi dell’opera poetica di Sandro Penna; è stato lui, infatti, il primo critico che ha dedicato al poeta umbro un’intera monografia. Durante la sua carriera accademica si è anche occupato diffusamente dello studio della poesia del Novecento, in particolare di d’Annunzio, Ungaretti, Montale.

Oggi lo abbiamo intervistato nella sua casa romana, nell’antico quartiere di San Giovanni; un’abitazione posta proprio davanti le mura latine e il campanile di San Giovanni a Porta Latina: posizione strategica che in parte svela la fonte poetica classica di Di Fonzo.

Poesie 1992-2018, la raccolta che sta per essere pubblicata dalle Edizioni Croce, saluta un traguardo d’arrivo della sua produzione poetica o un nuovo inizio?

Il libro segna senz’altro un traguardo d’arrivo, perché raccoglie la mia produzione lirica finora apparsa. Nella raccolta ho potuto rivedere, mutare, migliorare e inserire nuovi testi. Ma spero sia anche lo stimolo per un nuovo inizio. In quest’ultimo periodo ho lavoro a lungo su delle nuove liriche che spero di inserire presto in una nuova raccolta.

Quando il suo amore per la poesia si è trasformato in scrittura?

Ho cominciato a scrivere intorno ai vent’anni. Sono partito quasi sempre da esperienze, contemplazioni e fantasie vissute. Sono un poeta molto autobiografico. Ma certo hanno contato molto anche le scoperte, gli amori letterari che si sono susseguiti negli anni.

Qual è il fil rouge che lega le poesie di questa raccolta?

La prima produzione è molto diversa dalla seconda. Le prime sono poesie legate alla visione della natura, hanno una leggerezza e sottigliezza percettiva nelle descrizioni, negli effetti di luce, nel paesaggio. E molte sono poesie d’amore intense e delicate. C’è in tutte una cura estrema della forma. Le cito qualche felice clausola: l’onda del mare «lattescente e rosea lenta lambisce | le fioche orme del mio vano andare». O ancora: «Fuori del lago lungo fitte siepi | non so se farfalle o petali di fiori». Nella seconda produzione invece cresce il tono doloroso, in risentite, a volte violente immagini drammatiche. Ho subito in quegli anni l’influsso della grande prosa di Gadda e il fuoco della poesia di Amelia Rosselli. Un motivo nuovo è l’attenzione ai drammi antichi e nuovi della storia. Ho notato infine, rileggendomi, come in alcune poesie la visività sfumi in visionarietà. La continuità tra le raccolte risiede nella fascinazione della natura, nei motivi dell’amore e del tempo.

Al pari della pittura e della scultura, scrivere poesie è una vera e grande arte. Quali sono i suoi strumenti del mestiere? Quali i “criteri guida” del suo metodo? È solo ispirazione o dietro si nasconde un duro e lungo labor limae?

Credo ancora, come Saba, nell’ispirazione, che è ovviamente un dato psichico, l’urgenza interna di esprimere un moto dell’animo o una percezione. Contemporaneamente si lavora sulla parola, sul ritmo e il tessuto fonico del verso.

Quanto c’è di autobiografico nei suoi versi?

Quasi tutto è autobiografico, nel senso che nasce da sentimenti, sensazioni, contemplazioni vissute.

La sua poesia procede per immagini, e, colte nella loro essenza più profonda, vanno a stimolare tutti e cinque i nostri sensi. Ecco: è questo il suo intento, emozionare, o con la poesia intende soddisfare in primis un suo narcisismo?

No, non parlerei di narcisismo. La mia è una poesia che procede per immagini, nitide messe a fuoco dei dati sensoriali. La poesia quando riesce nel suo intento è forse la suprema delle arti, perché si rivolge a tutte le facoltà mentali – è pittura, pensiero e musica fusi assieme. Spero di esservi riuscito qualche volta.

Se posso azzardare, nei suoi versi v’è una ricercatezza disarmante, ricercatezza che a tratti pare rievocare atmosfere crepuscolari, ma soprattutto la purezza e la soave musicalità di Pascoli («Non ha sussurro il mare…»). E ancora, mi è sembrato che i suoi versi possiedano una cultura inesauribile. Per esempio, nei chicchi di melograno che fiammeggiano ho percepito echi dickinsoniani e nelle liriche d’amore ho pensato di riconoscere le voci dei poeti romantici inglesi… È possibile? O queste sono corrispondenze che si instaurano tra il lettore e il testo poetico?

Non parlerei di atmosfere crepuscolari né pascoliane. Anche se amo molte liriche di Pascoli, un grande poeta, per quanto diseguale, capace di mirabili capolavori. Mi riferisco nella fattispecie, fra le altre, a “L’assiuolo”, “Novembre”, “Il gelsomino notturno”. Inoltre ho senz’altro una viva passione per i versi di Keats e della Dickinson, può darsi che abbiano lasciato qualche traccia nella mia poesia.

Alcune poesie assai crude, a tratti feroci, rievocano i mondi inaccessibili della poetessa Amelia Rosselli o l’immediatezza di Ungaretti, altri invece, più classicheggianti, ricordano i versi di Petrarca o di d’Annunzio. In questo senso, vi sono citazioni consapevoli o simili accostamenti sono da ritenersi degli azzardi?

Sì, nei miei testi vi sono echi e citazioni consapevoli, da Petrarca e Leopardi, a Gadda e Montale. Servono a impreziosire la poesia o a esprimere meglio di quanto potrei un pensiero o un’immagine.

Ci sono autori che sentiamo a noi particolarmente vicini. Una cosa del genere a Lei è accaduta con la poesia di Sandro Penna? Che cosa Le ha fatto decidere di dedicarsi a questo poeta del Novecento che difficilmente troviamo citato nelle antologie di scuola e che Pasolini aveva notato e sostenuto?

Ho studiato la poesia di Penna perché lo ritenevo e lo ritengo un grande poeta. Debbo la sua scoperta a un bellissimo articolo di Natalia Ginzburg. Mi sorprese la delicatezza e la limpidezza dei versi, e nella purezza una grande intensità espressiva. Giovanissimo pubblicai il saggio La luce e il silenzio e poco più tardi un denso articolo sulla rivista letteraria «Alfabeta» che riassumeva alcune delle idee principali del libro.

Quanta influenza ha avuto la produzione lirica del poeta umbro sulla sua vita artistica e/o personale? Alcune sue poesie, specie le più brevi, quelle dolci e “spontanee”, ricordano tanto Penna. Non è così?

Sì, alcune poesie brevi e delicate possono ricordare Penna. Ma devo l’amore per la poesia breve e la concisione epigrammatica soprattutto allo studio della lirica greca e latina e, più tardi, di quella orientale (Bashò, Li Po, Hafiz).

Da Mimnermo a oggi, l’uomo non ha mai smesso di porsi grandi domande. I poeti continuano a interrogarsi sulla vanità dell’uomo, sullo scorrere inesorabile del tempo. Il poeta di oggi che quesiti si pone? I grandi dubbi sono immutabili o oggi il ruolo del poeta è cambiato?

Credo che i grandi interrogativi sull’esistenza siano perenni. Le domande che il pastore errante pone alla luna nel “Canto notturno” leopardiano, sono le eterne domande che ogni uomo dotato di ragione si pone. Non credo perciò che il ruolo del poeta sia cambiato. Mi interessa tuttavia anche quando si apre ai fatti del mondo, uscendo dal proprio egocentrismo verso i problemi della società, come hanno fatto in Italia Sereni, Pagliarani e Raboni.

La poesia utilizza, per così dire, una lingua universale, una lingua potente che non si piega a nessuna etichetta e soprattutto che non conosce diversità, in nessuna delle sue accezioni. È per questo motivo che ancora oggi, nel 2018, il mondo ha ancora così tanto bisogno della poesia?

La poesia non cambia il mondo, ma è perenne il desiderio di esprimere qualcosa che urge interiormente nel pensiero e nell’immaginazione e dargli compimento in una forma. Fermare il tempo in un’immagine che vibri e canti. E devo riconoscere che nella mia cultura un posto importante hanno il pensiero filosofico, lo studio delle arti figurative e della musica.

Legge anche romanzi? Quali generi preferisce?

Ho letto e riletto naturalmente i grandi romanzi russi, francesi e inglesi dell’Ottocento e del Novecento. Proust, Tolstoj e Flaubert sono forse quelli che mi hanno più segnato. Ma è soprattutto quando sono immerso nella natura e nell’amore che ho avvertito, in alcuni momenti, la sensazione di superare il tempo e di trovare, come dico in un verso, «il prodigio del tempo che non muore», di immettermi «nella luce chiara delle cose infinite», cioè di fuoriuscire dall’ordito di attimi che cadono nel nulla, verso un’armonia superiore, verso il divenire perenne dell’intero universo, che probabilmente, dicono gli scienziati, non avrà mai fine. Tornando al romanzo, in particolare negli ultimi anni mi hanno colpito Saramago, Sebald e Pamuk.

Da critico, ma soprattutto da poeta, che rapporto ha con la tecnologia?

Lo sviluppo industriale e tecnologico ha mutato il mondo. Ha liberato l’uomo dalla fatica del lavoro più improbo, ha debellato malattie finora incurabili, ma ha anche creato nuovi mali e squilibri. Sento soprattutto il problema ecologico come il più urgente nei paesi sviluppati. In alcune mie poesie c’è la presenza di questo allarme diffuso. Personalmente non sono molto tecnologico con i nuovi strumenti informatici, ma mi sto aggiornando. Internet è stata una vera rivoluzione, con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Per concludere, vorrei porLe un’ultima domanda. In che posizione si colloca rispetto agli altri poeti suoi contemporanei?

Non amo la poesia che si confonde con la prosa o si lascia andare a incontrollate effusioni interiori o a sterili giochi verbali. Per questo non sono quasi mai stato attratto dai movimenti d’avanguardia. Apprezzo molto tra i contemporanei il primo Magrelli, De Signoribus (anche se molto oscuro), la Anedda e altri. Ma i miei numi poetici moderni, dopo Baudelaire e Mallarmé, restano Eliot, Montale, Celan e la Cvetaeva. Ringraziandola per questa intervista mi permetta di citare una mia poesia, si intitola “Invocazione”:

Vivi con me il mattino felice

la luce fulgida il vento leggero

e questo verde rotondo maturante

mondo, ferma il sole che si incrina

giorno per giorno.

Sciogli l’ansia che sale

in alte trecce d’angoscia

tra i rampicanti scarlatti…

Nulla, nulla di rapido o lento

solo il sostare dell’ora

nel mezzogiorno assolato,

che tu afferri per portarlo lontano

nella luce ignota delle stelle infinite.

Fuori, la stand-up comedy di Daniele Gattano

FUORI

Stand-up comedy di e con Daniele Gattano

Venerdì 26 Ottobre, in apertura della kermesse Festival Lecite/Visioni, andrà in scena “FUORI”, stand-up comedy di e con Daniele Gattano, noto al grande pubblico per le sue esilaranti performance a Colorado su Italia1 e Comedy Central su SKY.

Un microfono, uno sgabello e una bottiglietta d’acqua questi gli elementi in scena sufficienti per dar vita a uno spettacolo che crea da subito l’atmosfera di una chiacchierata informale dove lo spettatore può, anzi deve intervenire.

“FUORI” è il riassunto dello spettacolo stesso. Un vero e proprio lancio di esperienze, traumi, scoperte che, con linguaggio schietto, racconta in maniera autobiografica il rapporto tra il protagonista e la sua sessualità.

«Esattamente dieci anni fa ho fatto coming out con i miei genitori e col senno di poi è bello ripensare alle loro reazioni», racconta Daniele. «A otto anni chiesi a mia mamma una Barbie… me la regalò».

Gattano ci fa conoscere la sua famiglia, le sue amiche, gli amici con la sindrome da Chuck Norris tipica dei maschi alfa, e Clara: la sua Barbie clandestina nascosta sotto al letto per non farla scoprire dal padre. «Mentre le mie amiche avevano ‘Barbie Principessa’, ‘Barbie Cenerentola’, ‘Barbie Happy-hour’ io avevo ‘Barbie Clandestina’: viveva in camera mia sprovvista di regolare permesso di soggiorno…»

In “FUORI” si parte dall’esperienza personale per abbracciare quella di tutti, giocando sui punti in comune e sulle differenze culturali che ci sono nel rapporto tra persone.

L’incontro a un bar con un ragazzo sieropositivo diventa all’interno dello spettacolo lo spunto di riflessione sull’immaginario anni Ottanta dell’HIV, che continua ad aleggiare con il suo alone viola anche ai giorni nostri, il pensiero del “Un po’ se l’è cercata” trova quindi forma e viene analizzato e condiviso con il pubblico.

Si passa poi al tema dell’amore, quello platonico scaturito dalle immagini social di uno sconosciuto, foto che diventano l’involucro, il packaging in cui poterci mettere sogni e mancanze personali.

Senza retorica vittimista si parla di omofobia, compresa quella presente all’interno del mondo gay stesso: “A oggi l’omosessualità è come l’età… ce lai ma non la devi dimostrare!”

Insomma “FUORI” oltre a essere il titolo è il tema pulsante dello spettacolo, uno sfogo dove la risata non è l’obiettivo principale bensì il mezzo per parlare di temi e esperienze comuni. Daniele quando parla non si scompone e il suo punto di vista diventa subito quello di molti, il tragico evolve in comico e l’ironia si fa pungente.

Uno spettacolo ironico e intelligente che fa ridere, sorridere ma soprattutto riflettere.

Teatro Filodrammatici di Milano

Venerdì 26 ottobre 2018 ore 19.30

http://www.teatrofilodrammatici.eu

 

Figlie di una nuova era di Carmen Korn

#AnteprimaFazi

La sinossi della casa editrice recita così: Figlie di una nuova era sono quattro donne che incontriamo per la prima volta da ragazze, ad Amburgo, alle soglie degli anni Venti. Hanno personalità e provenienze molto diverse: Henny, e la sua amica di sempre Käthe, ostetriche, di estrazione sociale diversa, Ida, rampolla di buona famiglia, ricca e viziata, e Lina, insegnante anticonformista.

Ma il libro racconta molto di più delle loro singole storie che corrono parallelamente e talvolta si incontrano; intorno a loro gravita una miriade di altri personaggi che entrano prepotentemente nell’intreccio generale. Le vicende di tutti loro, collocate in una precisa epoca storica, compongono un quadro tristissimo e composito perché con loro viene rappresentato uno spaccato trasversale della società tedesca all’indomani della disastrosa prima guerra mondiale fino ai postumi della Seconda.

A essere raccontata non è solo una storia, ma la Storia, che ha per protagonista una intera generazione. I personaggi che ruotano intorno alle quattro ragazze, non compiono gesta eroiche o avventure per terre lontane, ma il semplice atto di vivere.

C’è un carico di sofferenza indicibile e ineluttabile che grava come macigno sulla narrazione, costituito dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale che incombe e poi esplode con una violenza indicibile. Il tempo così come le pagine scorrono veloci e leggere susseguendosi in giorni, mesi e anni che trascinano con sé inermi e ignare esistenze umane.

La follia fatta abitudine. Correre in cantina, nel bunker, per proteggersi. Proteggersi da ciò che cadeva dal cielo. Le bombe. E, nei giorni tranquilli, cercare di non pensarci.

La tragedia immane e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale sono sperimentati direttamente sulla pelle della gente comune che vede le sue già precarie condizioni sconvolte dal profondo e private di ogni brandello di normalità e dignità.

“Sono morte milioni di persone” osservò Campmann. Poi ammise fra sé che i grandi numeri non influivano sulle tragedie dei singoli.

Un libro che parla di guerra, dell’uomo che uccide l’uomo, e intanto celebra l’amore, l’amicizia, la lealtà e la solidarietà umana; un libro che parla di leggi antirazziali, persecuzioni e stermini e intanto celebra l’amore multietnico, i sentimenti e i valori indistruttibili.

Un libro che nella sua minuziosità di nomi, ore e luoghi -città, quartieri, vie- si avvicina a essere cronaca di una guerra annunciata e sconfigge il pregiudizio che considera la Germania un Paese indiscriminatamente nazista quando il popolo tedesco ha anch’esso subito la guerra, con le deportazioni e i bombardamenti, il terrore e l’angoscia.

Controcanto tedesco a Generazione perduta di Vera Brittain, potrebbe essere l’ennesima voce per gridare forte al mondo che la guerra è sempre sbagliata e non c’è una parte giusta da cui stare.

Avevano accompagnato al treno figli, mariti e fratelli… Potevano solo sperare di vederli tornare sani almeno nel corpo, perché per lo spirito non c’erano speranze. Appartenevano a una generazione dannata, che aveva sopportato ben due guerre mondiali. Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi, ma non erano riusciti a evitarne una seconda.

Come nella vita non c’è finale consolatorio e bisogna sempre guardare avanti.

In fondo al vulcano si dipartono strade che portano fuori dall’abisso.

Una serie che va proseguita, che va assolutamente completata.

Sul lago nero

In scena uno spazio vuoto, chiuso tra due pareti. Un luogo fisico e al tempo stesso mentale, spazio del ricordo, la casa, unico luogo nel quale è possibile riconoscersi e ricongiungersi con il proprio passato, uno spazio di mezzo, contaminato dagli influssi del esterno: da una parte il lago, dall’altra la cameretta; ma questi non esistono se non come varchi invalicabili, spazi lontani e segreti. Qui, due famiglie si rincontrano dopo quattro anni, forse pronte a confrontarsi con quello che sono, cercando di trovare un senso alla scelta dei propri figli. Da quel giorno, il tempo è congelato e il presente compare e scompare tra ciò che deve accadere e ciò che è già accaduto.

Fritz e Nina hanno 15 anni e scelgono di non assumersi la responsabilità di continuare a vivere, per non essere contaminati scappano da un mondo che “non è bello”; Ciò che resta è il fantasma di due famiglie che non possono fare a meno di scontrarsi con l’assenza e la continua presenza dei loro errori. Quattro persone che non riescono a comprendersi, che cercano, affannandosi un contatto tra loro, che però si manifesta come frattura, un urto violento, distruttivo, l’uno sull’altro.

Alla fine non restano che schegge, macerie, frammenti di vetro per terra appuntiti e aguzzi. Sul Lago nero ci ha portato, a prendere in considerazione a confrontarci con la normalità, con il quotidiano, e con ciò che si cela dietro a esso, un mostro che forse è insito in ognuno di noi e ci appartiene.

Paolo Costantini

Info e prenotazioni

ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria presso l’infoline 3341835543

attivo dal 4 ottobre (lun-sab 10-13 e 14-17)

Il gusto speziato dell’amore di Silvia Casini

“Silvia Casini cattura il lettore con il suo stile articolato e magistrale.” 

The Reading’s Love

Esce domani 26 settembre 2018 l’edizione cartacea del nuovo, frizzante romanzo della nostra Silvia Casini per Leggereeditore. Dopo la laurea in Lingue e Letterature Straniere, Silvia ha ricoperto il ruolo di project manager presso l’Istituto Internazionale per il Cinema e l’Audiovisivo dei Paesi Latini di Gillo Pontecorvo e Sandro Silvestri. Si è occupata di relazioni internazionali e della promozione dei film italiani all’estero. In seguito,si è specializzata in marketing strategico e ha iniziato a collaborare con diverse case di produzione e distribuzione cine-tv nel settore del product placement e del co-marketing. Attualmente è consulente per Echo Group s.r.l. nell’ambito del product placement, del co-marketing e del media scouting. Negli anni, ha collaborato con diverse testate giornalistiche e siti web, come Youmovies.it, DirettaNews.it, CheDonna.it, UniversoMamma.it, PianetaDonna.it, Girlpower.it, PianetaMamma.it, Tevere Notizie, Empire Magazine Italia, Vox Roma, Pink Italia Magazine, ecc. Ha pubblicato Magia e altri amori. Pensieri e micro-racconti strampalati alla fermata del treno (Edda Edizioni), L’appendifiabe (Nadia Camandona editore), Tutto in una notte (Libro/mania) e Di magia e di vento (Antonio Tombolini editore). Ha fondato Upside Down Magazine assieme a un gruppo di scrittrici italiane, dove si occupa di recensioni filmiche e letterarie.

La trama. Stella gestisce una libreria galleggiante sul Tevere specializzata in arte culinaria ed è l’autrice di Florario rock, il ricettario bestseller che ha firmato con lo pseudonimo di Josephine Alcott. Quando Gabriele, appassionato di cucina, si imbatte nella lettura del ricettario decide di contattare l’autrice, con la quale instaura una fitta corrispondenza. Ma cosa accadrà quando scoprirà che non esiste nessuna Josephine Alcott? Una storia d’amore frizzante, ironica e indimenticabile, che fonde sapientemente musica, letteratura e cucina. In appendice Florario rock, l’inedito ricettario gastronomico-musicale di Josephine Alcott.

Un romanzo spumeggiante, romantico e ironico, che fonde sapientemente musica, cinema, letteratura e cucina.

Ebook su tutti gli store on-line dal 12 settembre.

Edizione cartacea in tutte le librerie dal 26 settembre.

Intervista a Sara Grosoli, traduttrice e studiosa di letteratura d’epoca

Oggi faremo una chiacchierata con una persona molto speciale che come tante lavorano nell’ombra ma il cui contributo alla letteratura è prezioso per tutti noi. C’è un lato positivo dei social che è quello di annullare le barriere e mettere in comunicazione, o anche solo far conoscere, qualcosa o qualcuno che prima si ignorava. Ho iniziato a vedere il tuo nome, Sara Grosoli, in interventi interessanti e approfonditi fatti su alcune pagine tematiche da me curate e stabilire un contatto per sapere un po’ più di te è stato automatico, oltre che doveroso.

Poiché si intravede la tua matrice, che cos’è la Letteratura per te?

La Letteratura per me è la forma più alta d’espressione artistica e, contemporaneamente, uno strumento indispensabile per chi voglia esplorare in profondità la psiche umana.

Come è nato il progetto di tradurre proprio Hospital Sketches di Louisa May Alcott per L’Iguana editore?

Mi ha affascinato la determinazione della Alcott nel superare le barriere che dividevano i sessi nella società ottocentesca: non potendo partecipare in prima linea alla guerra civile, scelse di dare un fondamentale contributo sia come infermiera che come cronista (all’epoca i proventi del libro andarono alle famiglie dei caduti).

Quest’anno ricorre il 150mo anniversario della pubblicazione di Piccole Donne, ma secondo te Louisa May Alcott è molto più che l’autrice di questo classico senza tempo?

Sì, fu un’autrice poliedrica: la sua produzione è molto vasta e copre diversi ambiti narrativi. Purtroppo per molto tempo sono stati tradotti in italiano solo i libri che compongono il ciclo della famiglia March.

Senti di avere delle particolari affinità con le scrittrici che scegli di tradurre e quali?

Indubbiamente sento una profondissima affinità con l’universo letterario creato dalle sorelle Bronte: dopo aver tradotto le lettere di Charlotte e gli scritti di Anne (“A soul so near divine. Le carte di Anne Brontë”, Amazon Kindle Direct Publishing), in occasione del bicentenario della nascita di Emily ho tradotto i suoi saggi  (“Re Harold prima della battaglia e altri scritti”, Amazon Kindle Direct Publishing ). Successivamente, come volessi scoprire una quarta sorella Bronte, ho curato la prima edizione italiana delle lettere di Mary Taylor, una strettissima amica di Charlotte che fu viaggiatrice e attivista femminista (“Dal nuovo mondo. Lettere a Charlotte Bronte” di Mary Taylor, Amazon Kindle Direct Publishing).

Occupandoti di letteratura inglese, francese, russa, puoi individuare delle caratteristiche distintive per tipologia di appartenenza o c’è un filo comune trasversale che le lega tutte insieme?

È una domanda a cui è molto arduo rispondere. Le storie di questi Paesi sono state molto diverse quindi la loro letteratura nazionale presenta caratteristiche peculiari. Tuttavia nel corso del XIX secolo la letteratura europea fu caratterizzata da un’omogeneità stilistica ed ideologica indubbiamente favorita dal dominio sociale delle classi più abbienti e dall’incremento degli scambi culturali. Fu il Novecento a dividere drammaticamente, fra guerre, rivoluzioni e totalitarismi, le esperienze umane e artistiche degli abitanti di queste nazioni.

Sono convinta che non si possa amare veramente un’opera letteraria se non conoscendone la storia, il contesto, il lavoro che lo ha accompagnato. Penso che trasmettere e diffondere l’amore per un libro sia un modo di fare del bene al mondo e a noi tutti.

La piccola bottega di Parigi di Cinzia Giorgio #anteprima

La piccola bottega di Parigi

€ 10,00

eBook  € 2,99
Cop. rigida  € 10,00

Una delle autrici italiane più amate dalle lettrici


Dall’autrice del bestseller La collezionista di libri proibiti

 

 

Esce oggi in tutte le librerie e negli store online il nuovo romanzo di Cinzia Giorgio per i tipi della Newton Compton.

Mirtilla Amelia Malcontenta lo ha letto in anteprima per Pink Magazine Italia:

Ho appena finito il libro: mi sono scollegata dal mondo di internet, ho mangiato un boccone e chiesto alla mia famiglia un attimo per me. Queste sono le mie impressioni: “Andiamo a Parigi, ci porta Cinzia Giorgio. Sì, aprite il libro e viaggiate con lei… questo romanzo è infatti un viaggio in un antico e suggestivo atelier di Parigi. Il frusciare delle stoffe, un profumo inconfondibile di Chanel n.5 sono i protagonisti secondari di questo racconto, che ti fanno compagnia mentre scopri le sfaccettature della protagonista Corinne, delle sue nonne che l’accudiscono e la plasmano nella sua vita densa di ricordi struggenti e con i quali convive in un silenzio che fa rumore più di un tuono.

Corinne e Chanel… una vita riflessa dall’iconica grandezza della stilista, che è come la stella polare nel romanzo. È la sua forza che cattura e dona alla protagonista questa sua unicità. Io non vi racconto nient’altro… No, vi toglierei il gusto più squisito che dona questo libro: la scoperta e l’evoluzione della protagonista e della sua realtà familiare e lavorativa. Personale e professionale. Complimenti Cinzia, ci hai donato di nuovo un altro piccolo grande diamante da leggere e assaporare.

La piccola bottega di Parigi. Corinne Mistral è un giovane avvocato che non perde mai una causa. Vive a Roma e lavora presso il prestigioso studio legale della famiglia del fidanzato. Si sta dedicando anima e corpo a una causa molto importante quando la raggiunge la notizia della morte di sua nonna e dell’eredità che le ha lasciato: un atelier di alta moda a Parigi, nel bellissimo quartiere del Marais. Corinne parte immediatamente, decisa a sistemare il più presto possibile la faccenda e tornare poi al suo lavoro. Ma, una volta lì, resta affascinata dalla straordinaria storia di sua nonna, una donna che lei ha potuto conoscere pochissimo e che è stata persino allieva e amica della grande Coco Chanel. Il ritorno a Roma è rallentato ulteriormente dalla presenza dell’esecutore testamentario: qualcuno che Corinne conosce bene, troppo bene… Che non si tratti di un incontro casuale?

Un’eredità inaspettata
Un viaggio a Parigi
Un passato tutto da scoprire

Hanno scritto di lei:

«Cinzia Giorgio imbastisce sapientemente una storia tutta costruita sulla passione per la lettura dimostrandosi una scrittrice colta, che sa maneggiare molto bene la lingua e le parole.»
Leggendaria

«Cinzia Giorgio ha compiuto l’impresa: presentare nel panorama della contemporanea narrativa italiana un libro che costruisce un ponte tra romanzo storico, romanzo di formazione e romanzo d’amore.»
sulromanzo.it

 

La famiglia Aubrey di Rebecca West

Ho incontrato la prima volta Rebecca West a casa di Virginia Woolf dato che si erano viste durante un ricevimento, nel maggio 1928, per  la prima volta di persona. Attraverso gli occhi di Virginia Woolf l’ho conosciuta come una donna interessante, ma fredda come il ghiaccio, o almeno così la descrisse alla sorella Vanessa, aggiungendo parole meno lusinghiere che inaspettatamente culminavano nel giudizio finale “a me è piaciuta molto”. Rebecca ricambiava con scarsa affabilità ma quando le fu chiesto di comporre un ricordo di Virginia, dopo lo choc per la sua morte, scrisse: “Vi era in lei qualcosa di insolitamente pulito, puro. Non ho mai sentito nessuno raccontare su di lei una storia che recasse traccia di qualcosa di non lodevole”[1].

Poi quando mi sono imbattuta nell’adorabile e invitante edizione Fazi de La famiglia Aubrey ho realizzato che si trattava proprio di quella autrice.

La famiglia Aubrey appartiene alla “Aubrey trilogy”, una raccolta di tre romanzi autobiografici: The Fountain Overflows, This Real Night, e Cousin Rosamund, scritti il primo nel 1956, gli altri due trent’anni più tardi.

La sensazione che percorre le pagine di questo romanzo è tutt’altro che fredda come il ghiaccio.  La storia è il racconto del mondo degli adulti visto con gli occhi di un bambino sempre pronto a meravigliarsene.

La prospettiva è falsata perché, se le paure infantili dilatano certe situazioni ordinarie, sorvolano anche con maggiore spensieratezza su fatti oggettivamente più gravi che sfumano con il candore relativista della fanciullezza. Diventa a tratti una lettura leggermente ansiogena ma proprio perché trasmette il senso di continua insicurezza in cui versa la famiglia e che i bambini assorbono e rimandano direttamente, senza filtri.

Come la memoria di un bambino si fissa su alcuni particolari apparentemente insignificanti, le descrizioni minuziose e dettagliate costituiscono la cifra stilistica di questo romanzo che sembra seguire il flusso dei ricordi e soffermarsi su incontri emblematici e oggetti simbolici, rituali precisi e insegnamenti di vita.

Rose è una bambina talentuosa e appartiene a una famiglia sicuramente fuori dal comune ma deve scontrarsi giornalmente con un tipo di società che non sa vivere in nome dell’arte, ma anzi non sa riconoscere la bellezza né tantomeno valorizzarla.

Ciò nonostante il libro è pervaso di ideali e di superiori valori che in quanto tali non devono essere messi in discussione per qualche misteriosa, ma comunque condivisibile, ragione. La musica è la religione della signora Aubrey e alle vette eccelse toccate attraverso di essa fanno da contraltare i disagi e i sacrifici sperimentati nell’economia domestica.

La musica che vi ho insegnato a suonare vi ha fatto capire che gran parte di quello che accade nella nostra vita non dipende da noi.

La musica è l’unica certezza nella vita dei bambini di questa famiglia speciale, la primogenita Cordelia, le gemelle Mary e Rose e l’ultimo nato, il maschio prediletto, Richard Quin.   Questo è il grande insegnamento della loro mamma, nella quale ripongono la loro incrollabile fiducia. Come se il talento, la musica, e in generale l’arte fosse un’armatura sicura contro le brutture della vita, o anche solo un antidoto per esserne immuni.

Mentre la madre è molto presente, in ogni momento della giornata e in ogni evento che si rovescia su di loro, il padre rimane sullo sfondo, passivo e anche subìto rispetto alla famiglia, per il suo fascino e la sua inconcludenza:

Ogni volta significava che stava scrivendo qualcosa di meno effimero dei suoi soliti articoli, un pamphlet o un saggio da includere in un libro. In quei momenti provavamo nei suoi confronti una venerazione particolare, anche se eravamo sempre consapevoli della sua scarsa fortuna. Qualsiasi atto creativo comporta sofferenza, ci aveva detto la mamma.

Un libro, o meglio una narrazione singolare, non ordinaria, assolutamente non banale, per la quale non scomoderei nessun paragone, illustre o meno; compiuto, nonostante il seguito che verrà.

Lascio qui la sinossi dell’editore:

Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. Personaggi indimenticabili, un senso dell’umorismo pungente e un impareggiabile talento per la narrazione rendono La famiglia Aubrey un grande capolavoro da riscoprire.

[1] Liliana Rampello, Virginia Woolf e i suoi contemporanei, Il Saggiatore, Milano 2017, p. 160.

Una coppia quasi perfetta di Emily Eden

Come volevasi dimostrare, perché ne ero sicura dal primo istante in cui ho visto la copertina di questo splendido libro, Una coppia quasi perfetta di Emily Eden, titolo recentissimamente pubblicato da Elliot edizioni, si è rivelato un piccolo capolavoro, foriero di delizia letteraria pura.

Ma chi era Emily Eden? E perché non ne avevo mai sentito parlare? Cerchiamo di sapere di più su di lei,  personaggio davvero curioso e brillante.

Nata a Westminster, il 3 marzo 1797, Emily era la settima figlia di William Eden, primo barone Auckland e sua moglie Eleanor Elliot. Oltre a scrivere resoconti del suo soggiorno in India, avvenuto verso la fine degli anni Trenta, quando con sua sorella Fanny raggiunse il fratello George Eden, primo conte di Auckland, governatore generale di quella terra (sottoforma di lettere successivamente raccolte nel volume Up The Country), Emily scrisse soprattutto due romanzi di grande successo, The Semi-Detached House (1859) e The Semi-Attached Couple (scritto nel 1829 ma pubblicato nel 1860). Entrambi i romanzi hanno un tocco comico che i critici hanno paragonato a Jane Austen, la quale, non a caso, era l’autrice preferita di Emily. Inoltre, le sue lettere furono pubblicate da Violet Dickinson, una cara amica di Virginia Woolf, lettere che contengono alcuni commenti memorabili sulla vita pubblica inglese, a riprova di quanto avesse già fatto in precedenza.

Ma c’è un’altra circostanza a renderla molto interessante e cioè la sua intima -si dice- amicizia con Lord Melbourne che li avrebbe visti a un passo dalle nozze.

Emily Eden non si sposò mai e stava abbastanza bene economicamente da non aver bisogno di scrivere per vivere, ma lo fece per seguire la sua passione e anche il suo talento. Dopo la morte di Caroline Lamb, gli amici comuni speravano sposasse Lord Melbourne, che le era diventato molto intimo, ma pare che lei affermasse di trovarlo “sconcertante” e di essere scioccata dalla sua volgarità. Il biografo di Melbourne, Lord David Cecil, osserva che potrebbe essere stata una cosa eccellente se si fossero sposati, ma “l’amore non è figlio della saggezza, e nessuno dei due voleva farlo”. (Cecil, David, Lord Melbourne Constable and Co. London 1965).

Forse lei era troppo impegnata a ritrarre spiritosi quadretti di vita inglese del diciannovesimo secolo con insuperabile arguzia e ironia, perfettamente mutuate dalla sua scrittrice preferita, con un tocco di conoscenza mondana e politica in più.

Il suo Una coppia quasi perfetta è un delizioso esempio di sorridente grazia e leggerezza soave, i personaggi che mette in campo vere e proprie macchiette caratterizzate in modo simpatico e spiritoso, la storia, tirata un po’ per le lunghe, piacevole e godibile per il modo in cui la si vede dipanare, anche grazie a un pizzico di melos, un intreccio sicuro e placidamente confluente in un lieto fine pacificatore.

Del resto Jane Austen ci insegnava che “tre o quattro famiglie in un Villaggio di Campagna è la cosa migliore per lavorarci su” (L. 107, alla nipote Anna, trad. jausten.it) e una Mrs Douglas incoerente e pettegola, potrebbe essere un’amica molto intima per Mrs Bennet e l’incipit tra i coniugi Douglas ricalca proprio il famoso battibecco coniugale dei predecessori di Longbourn. (Orgoglio e pregiudizio è citato a pag. 64 come un romanzo allettante presente nella biblioteca degli Eskdale).

La “coppia quasi perfetta” è quella di Helen Eskdale e Lord Teviot che convolano a nozze sotto tutti i buoni auspici del reciproco gradimento. Ma quello che in altri romanzi sarebbe l’happy ending, qui diventa l’inizio di un percorso difficile e accidentato, fatto di sottili compromessi, passi falsi e consapevolezze, per cercare di trovare quel delicato equilibrio così prezioso tra moglie e marito. Con l’aiuto di molti amici e familiari, da cui sono sempre contornati, in un variegato affresco di personaggi da società che arredano i salotti di città non meno che quelli di campagna, i due dovranno riuscire proprio in questa difficile impresa.

La fedele Tomkinson, devota alla sua Lady Teviot che si dispera perché il padrone non riesce a pronunciare per intero il suo cognome, l’indolente colonnello, la seminazizzania Lady Portmore, la dolce Eliza sono solo alcuni dei pezzi di un campionario quanto mai assortito e spassoso, assolutamente realistico e gradito.

L’ossimoro: “Lady Portmore era raggiante di contrizione” è solo uno degli esempi con cui Emily Eden gioca con uno stile lezioso e allo stesso tempo forbito e curato che discetta di politica non meno che di pizzi e merletti, di questioni diplomatiche piuttosto che di economia domestica.

Lettura consigliatissima alle amanti di Jane Austen e di Georgette Heyer.