Mamma portami a sfilar

Mamma portami a sfilar, handmade in passerella” sarà una vera e propria sfilata, durante la quale otto coppie di mamme con bambini, selezionate da Bebuù, attraverso il contest conclusosi lo scorso 30 settembre, indosseranno abiti ed accessori handmade realizzati da otto donne creative che, cariche di energia positiva e desiderose di mostrare al mondo le loro creazioni artigianali, realizzate con mani sapienti e cuori grandi, esaudiranno il sogno di vedere sfilare in passerella i propri outfit.

Ma cosa avrà di diverso questo evento rispetto a tutte le altre sfilate di moda?

Giusy, ideatrice del progetto: Innanzitutto i “modelli“! A sfilare saranno donne e mamme “della porta accanto”, che insieme ai loro bambimi, percorreranno la passerella senza troppa attenzione ai comuni clichè di una sfilata. Ben vengano quindi, bambine imbarazzate o bimbi in corsa verso un palloncino.

Per la selezione, abbiamo avuto tante difficoltà, avremmo voluto tutti quei bimbi con noi, ma poi ci siamo fatti guidare dall’istinto e lasciati travolgere dalla dolcezza di un abbraccio o dalla simpatica linguaccia di una duenne. L’idea è che gli abiti vengano indossati proprio dalle mamme clienti-tipo delle artigiane di Bebuù, non molto abituate ai riflettori.

E poi gli “stilisti”! Non si tratta di una sfilata di moda con abiti realizzati da grandi brand. Protagonisti saranno creazioni ed outfit ideati e prodotti da Otto piccoli, grandi artigiani e hobbisti che sognano di diventare imprenditori del proprio spirito fai-da-te (DIY, do it yourself);

JCreations, Ko_koro, Neige, Il filo delle pesti, Botanical baby, Heidi_lab, Benniblu, Thialò

Con il termine artigiano si indica colui che esercita un’arte manuale ed al suo interno contiene la parola arte, (dal latino ars, artis: abilità materiale o spirituale mirata a progettare o a costruire qualcosa).

Nell’opinione pubblica, però, il termine artigianato evoca qualcosa di antiquato, collegato all’incapacità di innovazione, e destinato a scomparire a causa delle spinte della globalizzazione. Per attirare l’attenzione verso l’artigianato bisogna superare questi preconcetti, valorizzando il savoir-faire.Inoltre, in Italia, qualità è spesso sinonimo di lusso, infatti, i grandi marchi del lusso si sono adeguati a questo rinato interesse verso la lavorazione manuale, esaltando i loro processi produttivi artigianali.

Ma dobbiamo prendere coscienza che, accanto alle grandi firme sta nascendo una nuova categoria di piccoli produttori indipendenti, i makers, che hanno fatto del loro hobby, della loro passione o di una loro necessità, un lavoro (o sognano di farlo), persone che producono artigianalmente e con materiali di ottima qualità, ma soprattutto, con passione.

Da questo concetto nasce “Mamma portami a sfilar, handmade in passerella”, ovvero la volontà di dare la giusta attenzione all’abbigliamento artigianale, perché una sfilata non sia riservata solo ai grandi brand, affinché venga dato giusto risalto all’eccellenze italiane, alle abilità manuali, tecniche  e creative anche dei piccoli Makers”.

In fondo questo è l’obiettivo primo dalla nascita di Bebuù, sostenere l’handmade attraverso il portale, gli eventi e la sua community di artigiani.

A sostenere questa ambizione, come azienda partner dell’evento, il team giovane e al femminile di TheColorSoup, un’azienda 100% Made In Italy leader della Stampa su Tessuti On Demand, dove  creatività e tecnologia sono al servizio di soluzioni sempre innovative che rispondono e anticipano le esigenze del mercato del tessile. Il loro contributo è stato basilare per le artigiane che porteranno in passerella abiti ed accessori realizzati con i loro tessuti.

Ed infine, a fare da cornice a tutto l’evento ci sarà una madrina d’eccezione. La blogger Alessandra D’Agostino, che insieme a Soraida Noris Alice Pittau, contributor della meravigliosa community TheWomoms, incontreranno tutti i presenti per una piacevole chiacchierata tra donne e mamme e chissà che non ci sia anche qualche “dolce” sorpresa.
Insomma, quel che ci aspetta il 24 novembre a Il Mondo Creativo di Bologna sarà un mix di entusiasmo e flash, sorrisi e telecamere, mamme imbarazzate e bimbi felici, affannati organizzatori, ansiosi stilisti….

Di certo, si vedrà sfilare tanto impegno, che siamo sicuri verrà ripagato dagli apprezzamenti dei presenti.

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Il Vicario di Wakefield

Le Edizioni Fazi propongono un altro titolo classico riportato a nuovo per l’affezionato pubblico di lettori moderni. Nessuno si stupisca se dopo più di tre secoli le avventure/disavventure di Il Vicario di Wakefield fanno ancora sorridere. Il testo, tradotto dall’inglese, e reso ancor più brillante, da Barbara Bartoletti, si preannuncia già per il sottotitolo guardingo: “Una storia che si presume scritta da lui stesso”, irresistibilmente attraente e curioso.

Fare la conoscenza del protagonista è un’esperienza quanto mai singolare sin da subito presentandosi egli come benedetto da una duplice vocazione:

Sono sempre stato dell’opinione che un onestuomo che si sposi e che tiri su una famiglia numerosa sia più utile di colui che rimane celibe pur continuando a parlare di progenie. Per questa ragione cominciai a pensare seriamente al matrimonio già appena un anno dopo che ebbi preso gli ordini, e scelsi mia moglie allo stesso modo in cui lei scelse il suo abito nuziale: non per l’aspetto brillante e grazioso ma per quelle qualità che si sarebbero mantenute inalterate nel tempo.

Effettivamente capita davvero di tutto allo sfortunato (ed è già un eufemismo) vicario Primrose che perde tutto: la figlia, la casa, gli averi e infine anche la libertà, ma rimane saldo nella sua fede e incrollabile nella fiducia verso la Provvidenza, anche quando è veramente difficile.

Vivemmo così in questo stato di intensa felicità per molti anni, non senza che ci capitassero a volte quei piccoli inconvenienti che la Provvidenza ci invia per farci meglio apprezzare i suoi favori.

Un’opera parodica che, dopo aver suscitato un incredulo sorriso, lascia l’amaro in bocca per l’incessante serie di rovesci della fortuna, accolti con così tanta rassegnazione, quando non è addirittura accettazione. Un ammirabile spirito di sopportazione messo veramente a dura prova in una sequela di rovesci e colpi di scena davvero incredibili.

Disseminate lungo il cammino il nostro caro vicario trova il tempo e la forza d’animo per dispensarci anche edificanti perle di saggezza:

«Sia lo spirito che la comprensione», dissi, «non hanno valore senza l’integrità: è questa che conferisce valore a ogni carattere. Il contadino ignorante, senza colpa, vale più del filosofo che ne ha molte. Perché cos’è il genio o il coraggioso senza un cuore? Un uomo onesto è l’opera più nobile di Dio».

Il Vicario di Wakefield fin dalla prima pubblicazione, nel 1766, ebbe uno straordinario successo in tutta Europa. Ne sono state tratte diverse versioni cinematografiche ed è stato uno dei romanzi più̀letti e citati tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo: George Eliot in Middlemarch, Charles Dickens in David Copperfield, Mary Shelley in Frankenstein, Charlotte Brontë in Il Professore e Villette, e oltreoceano, anche Louisa May Alcott in Piccole donne. Johann Wolfgang Goethe non mancò di farvi riferimento ne I Dolori del giovane Werther e lo definì: «Uno dei migliori romanzi che siano mai stati scritti».

Anche Jane Austen cita l’opera in Emma come lettura che può dimostrare il grado di erudizione di Mr Martin, l’onesto ma campagnolo pretendente di Harriet Smith:

“Suppongo che Mr. Martin non sia un uomo che conosce molto al di là della sua professione. Non legge?”

“Oh, si! cioè, no… non lo so… ma credo che abbia letto un bel po’… anche se non quello che interesserebbe voi. Legge i Resoconti Agricoli e qualche altro libro, di quelli messi nei sedili delle finestre, ma li legge tutti per conto suo. Ma qualche volta, di sera, prima di giocare a carte, leggeva qualcosa a voce alta dagli Estratti eleganti… molto piacevoli. E so che ha letto il Vicario di Wakefield[1].

Sospetto che le sottili labbra di Jane Austen si siano arricciate più volte alla lettura delle disavventure dell’ecclesiastico, divertita dal susseguirsi delle vicende, ma ancor più dalla tipologia di personaggio che poi ritroveremo spesso ricorrente nei suoi romanzi.

Il Vicario di Wakefield ha tutte le carte in regola per diventarci caro e familiare, come una vecchia conoscenza, cosa che del resto accade con gli indiscutibili classici.

 

 

[1] Jane Austen, Emma, trad. Giuseppe Ierolli, jausten.it, “romanzi canonici”, cap. 4.

Una principessa in fuga di Elizabeth von Arnim

Nuova edizione Fazi che aggiunge un altro volume all’opera pubblicata di Elizabeth von Arnim ammantando anche questa copertina di colore e di brio. Nuova anche la traduzione, piacevolmente più fluida.

Persino una fiaba in mano a Elizabeth von Arnim diventa materia originale e ironica e in questo caso è la principessa Priscilla a farne le spese.

Stanca di vivere tra gli agi e le regole di un granducato sperduto tra le montagne, la principessa decide di fuggire verso l’Inghilterra, patria di ogni libertà. Al suo fianco il fedele bibliotecario che da sempre l’ha nutrita a forza di libri e ideali e che da artefice diventa strumento della sua ribellione.

Priscilla, invece, era una sognatrice, una poetessa che non scriveva poesie, dotata di un’anima che non riusciva a esprimersi ma che era colma dei desideri e degli amori da cui nasce la poesia. Come le sorelle, non aveva conosciuto altra vita, eppure sognava continuamente un’esistenza diversa, la desiderava, la trovava nei libri. Solo una persona la incoraggiava, ma basta poco per spianare la strada a chi è determinato a ribellarsi. Questa persona – un uomo anziano – fu all’origine dello scompiglio che seguì.

Nell’incantevole cottage immerso nella idilliaca campagna inglese, Priscilla si sente rinascere, non più soffocata dall’etichetta che imbrigliava ogni suo pensiero e movimento:

Non c’è posto migliore di Symford per chiunque cerchi un luogo pittoresco dove le case sono coperte di rampicanti; un luogo ove trascorrere anni tranquilli in lento cammino sul sentiero della pace. Symford è uno dei villaggi più graziosi dell’Inghilterra. Incarna e possiede tutte le qualità che ci si aspetta di trovare in un villaggio ideale: innanzitutto è nascosto come un nido tra le pieghe delle colline; è minuscolo e isolato; vi si trovano cottage antichi e con il tetto di paglia; la locanda sembra uscita da un libro di fiabe, con un’insegna pittoresca e un locandiere dall’aspetto cordiale; la chiesa si erge meravigliosamente al sommo di una collinetta tra alberi secolari, veneranda come il suo parroco, uomo dallo sguardo così mite che incrociarlo equivale a ricevere una benedizione.

Ma non tutto va come sognato: lei continua a comportarsi, ahimè, come una principessa generosa e magnanima verso i suoi nuovi vicini e la cosa risulta alquanto strana nella vita di tutti i giorni.

Inoltre, Priscilla e il fedele Fritzing si accorgono presto che le principesse costano e hanno bisogno di soldi per il loro sostentamento. Quando finisce la riserva di denaro che dava loro da vivere, i rapporti tra i tre mal assortiti -c’è anche una cameriera tuttofare- inquilini del cottage si fanno improvvisamente tesi e complicati.

Come nella più classica delle fiabe: chi arriverà a salvare la principessa?

Divertente, come sempre, il modo di narrare di von Arnim la cui voce ogni tanto fa capolino tra le righe della storia con qualche commento sornione e pungente:

Tuttavia la mia storia non tratta della distruzione dell’anima, perciò non indugerò oltre su un argomento tanto nefasto. Noi, che come Priscilla siamo accoccolati sotto l’ala della Fortuna e godiamo del suo tepore, possiamo permetterci di fare le boccacce a quella grigia sorella che ci passa vicino zoppicante e scura in volto. Forse un giorno sentiremo il morso dei suoi artigli? Quando accadrà cerchiamo almeno di non sobbalzare per il dolore; colui che pur soffrendo riesce a fare le boccacce e a ridere sarà come il principe delle fiabe, capace grazie al suo coraggio di trasformare quella vecchia megera in una splendente ricompensa e le proprie pene in una scintillante pioggia di benedizioni.

Inevitabilmente spettacolari le sue descrizioni sia che si tratti di caratterizzare un personaggio sia un ambiente:

Dove viveva la nostra principessa? Il granducato di Lothen-Kunitz si trova nell’Europa meridionale, in una ridente regione di fertili pianure, colline boscose e vasti fiumi. Quando la primavera risale dall’Italia verso nord, per prima cosa si ferma nel granducato; mentre l’autunno, scendendo da nord, vi si attarda dorato dal sole e carico di frutti maturi, con le sue giornate serene e senza vento che continuano a indugiare quando altrove sassoni e prussiani hanno già acceso le stufe e indossato le pellicce. È un luogo dove i fichi si colgono dall’albero in giardino e i vigneti splendono sulle colline.

Anche stavolta, dietro alle ultime pagine, nasconde un finale amaro e si congeda senza alcuna allegria:

Ma non crediate che una persona sempre sincera come me scada nella facile menzogna proprio alla fine, e vi racconti che Priscilla visse per sempre felice e contenta. Non andò così. Ma in fondo, ditemi: esiste qualcuno che riesca a vivere per sempre felice e contento?

Una Cenerentola a Manhattan di Felicia Kingsley #GliSpecialiDiPink

“Gli unici perdenti veri, sono quelli che non provano.”

È stato bellissimo leggere il nuovo romanzo di Felicia Kingsley (Newton Compton Editori), un onore poterlo recensire per Pink Magazine Italia perché anche nella sua ultima talentuosa dimostrazione d’autrice, Miss Kingsley non sbaglia una virgola… anzi, una cosa la sbaglia: il finale! Sì, il romanzo finisce e io non lo posso tollerare! Felicia Kingsley, con il suo stile unico, narra una delle più classiche storie d’amore, ambientandola nella città più cool del mondo: New York. Al posto della zucca, c’è la metropolitana. Al posto del castello, un attico nell’upper east side.

La protagonista è Riley, una Cenerentola forte, moderna e grintosa. La vita non le ha mai regalato nulla, e la ragazza si ritrova a vivere un amore da favola con Jesse, un giovane uomo d’affari in una metropoli che si presta a essere lo specchio magico per realizzare i propri sogni.

Ogni personaggio in questo romanzo è al posto giusto, scritto e descritto nell’unicità tipicamente Kingsleyiana. Pagina dopo pagina, sorriso dopo sorriso, sospiro dopo sospiro, s’inizia ad avere la netta sensazione che la favola che ci leggevano da bambine, abbia sprigionato un bel po’ della sua magia tanto da incantare la penna dell’autrice, permettendo a questo romanzo di potersi definire quasi  “magico”.

Prendete un attimo di tempo tutto per voi, leggete il romanzo della Kingsley perché: “Per sognare abbiamo le favole, per tutto il resto…. c’è google.”

Mirtilla Amelia Malcontenta

Tre domande a Felicia Kingsley 

Come nasce la storia di Riley, protagonista di Una Cenerentola a Manhattan?

L’ho presa un po’ alla larga, a dirti la verità. Riflettevo su come il focus, negli ultimi anni, si sia spostato sulla celebrità, specie quella gratuita e un po’ ingiustificata che regalano i social. Come tanti ho notato lo sbocciare di nomi che da un giorno all’altro, da perfetti sconosciuti, erano sulla bocca di tutti, e di solito senza un merito reale. I quindici minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol. Mi guardavo intorno e vedevo che anche alcune mie amiche, o conoscenti, seppur nella loro quotidianità, cercavano a tutti i costi il momento di gloria, chi con il gossip, chi con il contenuto virale, chi con challenge sconclusionati, insomma, era caccia aperta al trend, così come una volta, per le “giovani in età da marito”, era caccia aperta al buon partito da sposare. Più che da Cenerentola, la storia è partita dalle sorellastre: immaginavo che nel 2018, Anastasia e Genoveffa avrebbero ambito, più che al principe, a diventare star dei social (pur nella loro mediocrità). A me piacciono i social, li frequento anche perchè sono quasi l’unico modo per entrare in contatto con chi legge i miei lavori, ma mi rendo conto che c’è anche tanto nulla (esempio: selfie di ragazze seminude o ragazzi iperpalestrati, accompagnati da improbabili citazioni di Leopardi o Kant). Ecco, Anastasia e Genoveffa le colloco proprio in questa fetta. Da lì, mi sono domandata: e cosa vorrebbe Cenerentola nel 2018? Autorealizzarsi. Me la sono immaginata determinata (meno incantata della favola), con degli obiettivi personali, dei traguardi professionali importanti, ma purtroppo sempre accompagnata da quella componente di svantaggio (economico, sociale e affettivo) della protagonista della favola di Perrault. Su queste premesse, poi è nata tutta la storia.

Perché a New York? Cosa ti ha spinto ad ambientare il tuo romanzo nella Grande Mela?

Stavolta, siccome stavo mettendo le mani su una favola da sogno, mi sono detta “Sognamo alla grande!”. Siccome Cenerentola è una favola pregna di coincidenze, incontri dettati dal destino, e soprattutto magia, e visto che la magia, quella vera, nel romanzo non l’ho messa (la lascio a J.K. Rowling che è materia sua), avevo bisogno di una città che la magia ce l’avesse dentro. New York, what else? Le ho provate tutte, ma Una Cenerentola a Fossoli non funzionava. E neanche Una Cenerentola a Paderno Dugnano. Saluto e abbraccio gli amici di Fossoli e di Paderno Dugnano.

C’è un fil-rouge che lega tutti i tuoi romanzi? Cosa ti preme trasmettere ai tuoi lettori?

Vorrei essere quel tipo di persona che ha grandi piani, tra loro collegati, ma no. I romanzi sono tra loro indipendenti nella maniera più totale. L’unica cosa che li accomuna è l’intrattenimento. Il mio scopo è intrattenere il lettore, divertirlo quanto mi diverto io a scrivere e l’unica cosa che mi auguro, una volta chiuso un mio romanzo e che ciò che ha letto, lo ispiri a trovare nuovi slanci, che so… fare un viaggio, comprarsi un disco, andare a vedersi un film, iscriversi a quel corso che da anni si ripromette di frequentare ma poi non fa mai…

Cinzia Giorgio

Fuori! Tre domande a Daniele Gattano

Venerdì 26 Ottobre, al Teatro Filodrammatici di Milano, alle 19.30 in apertura della kermesse Festival Lecite/Visioni, andrà in scena “FUORI”, stand-up comedy di e con Daniele Gattano, che ricorderete sicuramente tra gli artisti di Colorado su Italia1 e Comedy Central su SKY.

“FUORI” è un insieme di esperienze, traumi, scoperte che, con linguaggio schietto, Daniele racconta allo spettatore. «Esattamente dieci anni fa ho fatto coming out con i miei genitori e col senno di poi è bello ripensare alle loro reazioni», ci racconta. nel suo spettacolo  si parte dall’esperienza personale per abbracciare quella di tutti, giocando sui punti in comune e sulle differenze culturali che ci sono nel rapporto tra persone.

“FUORI”  è il tema pulsante dello spettacolo, uno sfogo dove la risata non è l’obiettivo principale ma il mezzo per parlare di temi e esperienze comuni. Daniele quando parla non si scompone e il suo punto di vista diventa subito quello di molti, il tragico evolve in comico e l’ironia si fa pungente.

“Fuori” parla di te, della tua storia familiare e personale. Come mai hai deciso di raccontarti e di metterti a nudo davanti al pubblico?

Non potendo permettermi lo psicologo ho pensato a un modo più proficuo per rielaborare i miei vari traumi. Al posto del lettino c’è un palco. Non spendo ma guadagno. E poi vuoi mettere la soddisfazione di avere in mezzo al pubblico proprio chi è stato la causa dei tuoi mali?

L’ironia quanto è importante nella tua vita oltre che nel tuo lavoro?

Quando mi succede qualcosa di negativo di getto telefono a qualche mio amico e nel riferirgli la cosa lo sento ridere, mi rendo conto che senza volerlo già la sto raccontando in chiave comica, di fatto smorzandola. Serve tantissimo, anche su episodi gravi. L’ironia non deve discriminare niente e nessuno.

Desideri, progetti, piani per il futuro?

Desideri tanti! Vorrei girare un documentario su Giuni Russo, imparare a fare le torte quelle belle, tornare in palestra e vederne i risultati, andare in Perù, girare un film con Xavier Dolan e riuscire ad addormentarmi prima delle 3 di notte. Se riuscissi a fare almeno una di queste cose entro la fine dell’anno sarei già soddisfatto!

Intervista al poeta Giulio Di Fonzo

Giulio Di Fonzo, poeta romano, insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’università di Tor Vergata. Ha pubblicato importanti saggi sulla poesia dell’Ottocento, in particolare su Foscolo e Leopardi. Di Fonzo però è soprattutto conosciuto come uno dei maggiori studiosi dell’opera poetica di Sandro Penna; è stato lui, infatti, il primo critico che ha dedicato al poeta umbro un’intera monografia. Durante la sua carriera accademica si è anche occupato diffusamente dello studio della poesia del Novecento, in particolare di d’Annunzio, Ungaretti, Montale.

Oggi lo abbiamo intervistato nella sua casa romana, nell’antico quartiere di San Giovanni; un’abitazione posta proprio davanti le mura latine e il campanile di San Giovanni a Porta Latina: posizione strategica che in parte svela la fonte poetica classica di Di Fonzo.

Poesie 1992-2018, la raccolta che sta per essere pubblicata dalle Edizioni Croce, saluta un traguardo d’arrivo della sua produzione poetica o un nuovo inizio?

Il libro segna senz’altro un traguardo d’arrivo, perché raccoglie la mia produzione lirica finora apparsa. Nella raccolta ho potuto rivedere, mutare, migliorare e inserire nuovi testi. Ma spero sia anche lo stimolo per un nuovo inizio. In quest’ultimo periodo ho lavoro a lungo su delle nuove liriche che spero di inserire presto in una nuova raccolta.

Quando il suo amore per la poesia si è trasformato in scrittura?

Ho cominciato a scrivere intorno ai vent’anni. Sono partito quasi sempre da esperienze, contemplazioni e fantasie vissute. Sono un poeta molto autobiografico. Ma certo hanno contato molto anche le scoperte, gli amori letterari che si sono susseguiti negli anni.

Qual è il fil rouge che lega le poesie di questa raccolta?

La prima produzione è molto diversa dalla seconda. Le prime sono poesie legate alla visione della natura, hanno una leggerezza e sottigliezza percettiva nelle descrizioni, negli effetti di luce, nel paesaggio. E molte sono poesie d’amore intense e delicate. C’è in tutte una cura estrema della forma. Le cito qualche felice clausola: l’onda del mare «lattescente e rosea lenta lambisce | le fioche orme del mio vano andare». O ancora: «Fuori del lago lungo fitte siepi | non so se farfalle o petali di fiori». Nella seconda produzione invece cresce il tono doloroso, in risentite, a volte violente immagini drammatiche. Ho subito in quegli anni l’influsso della grande prosa di Gadda e il fuoco della poesia di Amelia Rosselli. Un motivo nuovo è l’attenzione ai drammi antichi e nuovi della storia. Ho notato infine, rileggendomi, come in alcune poesie la visività sfumi in visionarietà. La continuità tra le raccolte risiede nella fascinazione della natura, nei motivi dell’amore e del tempo.

Al pari della pittura e della scultura, scrivere poesie è una vera e grande arte. Quali sono i suoi strumenti del mestiere? Quali i “criteri guida” del suo metodo? È solo ispirazione o dietro si nasconde un duro e lungo labor limae?

Credo ancora, come Saba, nell’ispirazione, che è ovviamente un dato psichico, l’urgenza interna di esprimere un moto dell’animo o una percezione. Contemporaneamente si lavora sulla parola, sul ritmo e il tessuto fonico del verso.

Quanto c’è di autobiografico nei suoi versi?

Quasi tutto è autobiografico, nel senso che nasce da sentimenti, sensazioni, contemplazioni vissute.

La sua poesia procede per immagini, e, colte nella loro essenza più profonda, vanno a stimolare tutti e cinque i nostri sensi. Ecco: è questo il suo intento, emozionare, o con la poesia intende soddisfare in primis un suo narcisismo?

No, non parlerei di narcisismo. La mia è una poesia che procede per immagini, nitide messe a fuoco dei dati sensoriali. La poesia quando riesce nel suo intento è forse la suprema delle arti, perché si rivolge a tutte le facoltà mentali – è pittura, pensiero e musica fusi assieme. Spero di esservi riuscito qualche volta.

Se posso azzardare, nei suoi versi v’è una ricercatezza disarmante, ricercatezza che a tratti pare rievocare atmosfere crepuscolari, ma soprattutto la purezza e la soave musicalità di Pascoli («Non ha sussurro il mare…»). E ancora, mi è sembrato che i suoi versi possiedano una cultura inesauribile. Per esempio, nei chicchi di melograno che fiammeggiano ho percepito echi dickinsoniani e nelle liriche d’amore ho pensato di riconoscere le voci dei poeti romantici inglesi… È possibile? O queste sono corrispondenze che si instaurano tra il lettore e il testo poetico?

Non parlerei di atmosfere crepuscolari né pascoliane. Anche se amo molte liriche di Pascoli, un grande poeta, per quanto diseguale, capace di mirabili capolavori. Mi riferisco nella fattispecie, fra le altre, a “L’assiuolo”, “Novembre”, “Il gelsomino notturno”. Inoltre ho senz’altro una viva passione per i versi di Keats e della Dickinson, può darsi che abbiano lasciato qualche traccia nella mia poesia.

Alcune poesie assai crude, a tratti feroci, rievocano i mondi inaccessibili della poetessa Amelia Rosselli o l’immediatezza di Ungaretti, altri invece, più classicheggianti, ricordano i versi di Petrarca o di d’Annunzio. In questo senso, vi sono citazioni consapevoli o simili accostamenti sono da ritenersi degli azzardi?

Sì, nei miei testi vi sono echi e citazioni consapevoli, da Petrarca e Leopardi, a Gadda e Montale. Servono a impreziosire la poesia o a esprimere meglio di quanto potrei un pensiero o un’immagine.

Ci sono autori che sentiamo a noi particolarmente vicini. Una cosa del genere a Lei è accaduta con la poesia di Sandro Penna? Che cosa Le ha fatto decidere di dedicarsi a questo poeta del Novecento che difficilmente troviamo citato nelle antologie di scuola e che Pasolini aveva notato e sostenuto?

Ho studiato la poesia di Penna perché lo ritenevo e lo ritengo un grande poeta. Debbo la sua scoperta a un bellissimo articolo di Natalia Ginzburg. Mi sorprese la delicatezza e la limpidezza dei versi, e nella purezza una grande intensità espressiva. Giovanissimo pubblicai il saggio La luce e il silenzio e poco più tardi un denso articolo sulla rivista letteraria «Alfabeta» che riassumeva alcune delle idee principali del libro.

Quanta influenza ha avuto la produzione lirica del poeta umbro sulla sua vita artistica e/o personale? Alcune sue poesie, specie le più brevi, quelle dolci e “spontanee”, ricordano tanto Penna. Non è così?

Sì, alcune poesie brevi e delicate possono ricordare Penna. Ma devo l’amore per la poesia breve e la concisione epigrammatica soprattutto allo studio della lirica greca e latina e, più tardi, di quella orientale (Bashò, Li Po, Hafiz).

Da Mimnermo a oggi, l’uomo non ha mai smesso di porsi grandi domande. I poeti continuano a interrogarsi sulla vanità dell’uomo, sullo scorrere inesorabile del tempo. Il poeta di oggi che quesiti si pone? I grandi dubbi sono immutabili o oggi il ruolo del poeta è cambiato?

Credo che i grandi interrogativi sull’esistenza siano perenni. Le domande che il pastore errante pone alla luna nel “Canto notturno” leopardiano, sono le eterne domande che ogni uomo dotato di ragione si pone. Non credo perciò che il ruolo del poeta sia cambiato. Mi interessa tuttavia anche quando si apre ai fatti del mondo, uscendo dal proprio egocentrismo verso i problemi della società, come hanno fatto in Italia Sereni, Pagliarani e Raboni.

La poesia utilizza, per così dire, una lingua universale, una lingua potente che non si piega a nessuna etichetta e soprattutto che non conosce diversità, in nessuna delle sue accezioni. È per questo motivo che ancora oggi, nel 2018, il mondo ha ancora così tanto bisogno della poesia?

La poesia non cambia il mondo, ma è perenne il desiderio di esprimere qualcosa che urge interiormente nel pensiero e nell’immaginazione e dargli compimento in una forma. Fermare il tempo in un’immagine che vibri e canti. E devo riconoscere che nella mia cultura un posto importante hanno il pensiero filosofico, lo studio delle arti figurative e della musica.

Legge anche romanzi? Quali generi preferisce?

Ho letto e riletto naturalmente i grandi romanzi russi, francesi e inglesi dell’Ottocento e del Novecento. Proust, Tolstoj e Flaubert sono forse quelli che mi hanno più segnato. Ma è soprattutto quando sono immerso nella natura e nell’amore che ho avvertito, in alcuni momenti, la sensazione di superare il tempo e di trovare, come dico in un verso, «il prodigio del tempo che non muore», di immettermi «nella luce chiara delle cose infinite», cioè di fuoriuscire dall’ordito di attimi che cadono nel nulla, verso un’armonia superiore, verso il divenire perenne dell’intero universo, che probabilmente, dicono gli scienziati, non avrà mai fine. Tornando al romanzo, in particolare negli ultimi anni mi hanno colpito Saramago, Sebald e Pamuk.

Da critico, ma soprattutto da poeta, che rapporto ha con la tecnologia?

Lo sviluppo industriale e tecnologico ha mutato il mondo. Ha liberato l’uomo dalla fatica del lavoro più improbo, ha debellato malattie finora incurabili, ma ha anche creato nuovi mali e squilibri. Sento soprattutto il problema ecologico come il più urgente nei paesi sviluppati. In alcune mie poesie c’è la presenza di questo allarme diffuso. Personalmente non sono molto tecnologico con i nuovi strumenti informatici, ma mi sto aggiornando. Internet è stata una vera rivoluzione, con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Per concludere, vorrei porLe un’ultima domanda. In che posizione si colloca rispetto agli altri poeti suoi contemporanei?

Non amo la poesia che si confonde con la prosa o si lascia andare a incontrollate effusioni interiori o a sterili giochi verbali. Per questo non sono quasi mai stato attratto dai movimenti d’avanguardia. Apprezzo molto tra i contemporanei il primo Magrelli, De Signoribus (anche se molto oscuro), la Anedda e altri. Ma i miei numi poetici moderni, dopo Baudelaire e Mallarmé, restano Eliot, Montale, Celan e la Cvetaeva. Ringraziandola per questa intervista mi permetta di citare una mia poesia, si intitola “Invocazione”:

Vivi con me il mattino felice

la luce fulgida il vento leggero

e questo verde rotondo maturante

mondo, ferma il sole che si incrina

giorno per giorno.

Sciogli l’ansia che sale

in alte trecce d’angoscia

tra i rampicanti scarlatti…

Nulla, nulla di rapido o lento

solo il sostare dell’ora

nel mezzogiorno assolato,

che tu afferri per portarlo lontano

nella luce ignota delle stelle infinite.

Fuori, la stand-up comedy di Daniele Gattano

FUORI

Stand-up comedy di e con Daniele Gattano

Venerdì 26 Ottobre, in apertura della kermesse Festival Lecite/Visioni, andrà in scena “FUORI”, stand-up comedy di e con Daniele Gattano, noto al grande pubblico per le sue esilaranti performance a Colorado su Italia1 e Comedy Central su SKY.

Un microfono, uno sgabello e una bottiglietta d’acqua questi gli elementi in scena sufficienti per dar vita a uno spettacolo che crea da subito l’atmosfera di una chiacchierata informale dove lo spettatore può, anzi deve intervenire.

“FUORI” è il riassunto dello spettacolo stesso. Un vero e proprio lancio di esperienze, traumi, scoperte che, con linguaggio schietto, racconta in maniera autobiografica il rapporto tra il protagonista e la sua sessualità.

«Esattamente dieci anni fa ho fatto coming out con i miei genitori e col senno di poi è bello ripensare alle loro reazioni», racconta Daniele. «A otto anni chiesi a mia mamma una Barbie… me la regalò».

Gattano ci fa conoscere la sua famiglia, le sue amiche, gli amici con la sindrome da Chuck Norris tipica dei maschi alfa, e Clara: la sua Barbie clandestina nascosta sotto al letto per non farla scoprire dal padre. «Mentre le mie amiche avevano ‘Barbie Principessa’, ‘Barbie Cenerentola’, ‘Barbie Happy-hour’ io avevo ‘Barbie Clandestina’: viveva in camera mia sprovvista di regolare permesso di soggiorno…»

In “FUORI” si parte dall’esperienza personale per abbracciare quella di tutti, giocando sui punti in comune e sulle differenze culturali che ci sono nel rapporto tra persone.

L’incontro a un bar con un ragazzo sieropositivo diventa all’interno dello spettacolo lo spunto di riflessione sull’immaginario anni Ottanta dell’HIV, che continua ad aleggiare con il suo alone viola anche ai giorni nostri, il pensiero del “Un po’ se l’è cercata” trova quindi forma e viene analizzato e condiviso con il pubblico.

Si passa poi al tema dell’amore, quello platonico scaturito dalle immagini social di uno sconosciuto, foto che diventano l’involucro, il packaging in cui poterci mettere sogni e mancanze personali.

Senza retorica vittimista si parla di omofobia, compresa quella presente all’interno del mondo gay stesso: “A oggi l’omosessualità è come l’età… ce lai ma non la devi dimostrare!”

Insomma “FUORI” oltre a essere il titolo è il tema pulsante dello spettacolo, uno sfogo dove la risata non è l’obiettivo principale bensì il mezzo per parlare di temi e esperienze comuni. Daniele quando parla non si scompone e il suo punto di vista diventa subito quello di molti, il tragico evolve in comico e l’ironia si fa pungente.

Uno spettacolo ironico e intelligente che fa ridere, sorridere ma soprattutto riflettere.

Teatro Filodrammatici di Milano

Venerdì 26 ottobre 2018 ore 19.30

http://www.teatrofilodrammatici.eu

 

Figlie di una nuova era di Carmen Korn

#AnteprimaFazi

La sinossi della casa editrice recita così: Figlie di una nuova era sono quattro donne che incontriamo per la prima volta da ragazze, ad Amburgo, alle soglie degli anni Venti. Hanno personalità e provenienze molto diverse: Henny, e la sua amica di sempre Käthe, ostetriche, di estrazione sociale diversa, Ida, rampolla di buona famiglia, ricca e viziata, e Lina, insegnante anticonformista.

Ma il libro racconta molto di più delle loro singole storie che corrono parallelamente e talvolta si incontrano; intorno a loro gravita una miriade di altri personaggi che entrano prepotentemente nell’intreccio generale. Le vicende di tutti loro, collocate in una precisa epoca storica, compongono un quadro tristissimo e composito perché con loro viene rappresentato uno spaccato trasversale della società tedesca all’indomani della disastrosa prima guerra mondiale fino ai postumi della Seconda.

A essere raccontata non è solo una storia, ma la Storia, che ha per protagonista una intera generazione. I personaggi che ruotano intorno alle quattro ragazze, non compiono gesta eroiche o avventure per terre lontane, ma il semplice atto di vivere.

C’è un carico di sofferenza indicibile e ineluttabile che grava come macigno sulla narrazione, costituito dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale che incombe e poi esplode con una violenza indicibile. Il tempo così come le pagine scorrono veloci e leggere susseguendosi in giorni, mesi e anni che trascinano con sé inermi e ignare esistenze umane.

La follia fatta abitudine. Correre in cantina, nel bunker, per proteggersi. Proteggersi da ciò che cadeva dal cielo. Le bombe. E, nei giorni tranquilli, cercare di non pensarci.

La tragedia immane e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale sono sperimentati direttamente sulla pelle della gente comune che vede le sue già precarie condizioni sconvolte dal profondo e private di ogni brandello di normalità e dignità.

“Sono morte milioni di persone” osservò Campmann. Poi ammise fra sé che i grandi numeri non influivano sulle tragedie dei singoli.

Un libro che parla di guerra, dell’uomo che uccide l’uomo, e intanto celebra l’amore, l’amicizia, la lealtà e la solidarietà umana; un libro che parla di leggi antirazziali, persecuzioni e stermini e intanto celebra l’amore multietnico, i sentimenti e i valori indistruttibili.

Un libro che nella sua minuziosità di nomi, ore e luoghi -città, quartieri, vie- si avvicina a essere cronaca di una guerra annunciata e sconfigge il pregiudizio che considera la Germania un Paese indiscriminatamente nazista quando il popolo tedesco ha anch’esso subito la guerra, con le deportazioni e i bombardamenti, il terrore e l’angoscia.

Controcanto tedesco a Generazione perduta di Vera Brittain, potrebbe essere l’ennesima voce per gridare forte al mondo che la guerra è sempre sbagliata e non c’è una parte giusta da cui stare.

Avevano accompagnato al treno figli, mariti e fratelli… Potevano solo sperare di vederli tornare sani almeno nel corpo, perché per lo spirito non c’erano speranze. Appartenevano a una generazione dannata, che aveva sopportato ben due guerre mondiali. Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi, ma non erano riusciti a evitarne una seconda.

Come nella vita non c’è finale consolatorio e bisogna sempre guardare avanti.

In fondo al vulcano si dipartono strade che portano fuori dall’abisso.

Una serie che va proseguita, che va assolutamente completata.

Sul lago nero

In scena uno spazio vuoto, chiuso tra due pareti. Un luogo fisico e al tempo stesso mentale, spazio del ricordo, la casa, unico luogo nel quale è possibile riconoscersi e ricongiungersi con il proprio passato, uno spazio di mezzo, contaminato dagli influssi del esterno: da una parte il lago, dall’altra la cameretta; ma questi non esistono se non come varchi invalicabili, spazi lontani e segreti. Qui, due famiglie si rincontrano dopo quattro anni, forse pronte a confrontarsi con quello che sono, cercando di trovare un senso alla scelta dei propri figli. Da quel giorno, il tempo è congelato e il presente compare e scompare tra ciò che deve accadere e ciò che è già accaduto.

Fritz e Nina hanno 15 anni e scelgono di non assumersi la responsabilità di continuare a vivere, per non essere contaminati scappano da un mondo che “non è bello”; Ciò che resta è il fantasma di due famiglie che non possono fare a meno di scontrarsi con l’assenza e la continua presenza dei loro errori. Quattro persone che non riescono a comprendersi, che cercano, affannandosi un contatto tra loro, che però si manifesta come frattura, un urto violento, distruttivo, l’uno sull’altro.

Alla fine non restano che schegge, macerie, frammenti di vetro per terra appuntiti e aguzzi. Sul Lago nero ci ha portato, a prendere in considerazione a confrontarci con la normalità, con il quotidiano, e con ciò che si cela dietro a esso, un mostro che forse è insito in ognuno di noi e ci appartiene.

Paolo Costantini

Info e prenotazioni

ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria presso l’infoline 3341835543

attivo dal 4 ottobre (lun-sab 10-13 e 14-17)

Il gusto speziato dell’amore di Silvia Casini

“Silvia Casini cattura il lettore con il suo stile articolato e magistrale.” 

The Reading’s Love

Esce domani 26 settembre 2018 l’edizione cartacea del nuovo, frizzante romanzo della nostra Silvia Casini per Leggereeditore. Dopo la laurea in Lingue e Letterature Straniere, Silvia ha ricoperto il ruolo di project manager presso l’Istituto Internazionale per il Cinema e l’Audiovisivo dei Paesi Latini di Gillo Pontecorvo e Sandro Silvestri. Si è occupata di relazioni internazionali e della promozione dei film italiani all’estero. In seguito,si è specializzata in marketing strategico e ha iniziato a collaborare con diverse case di produzione e distribuzione cine-tv nel settore del product placement e del co-marketing. Attualmente è consulente per Echo Group s.r.l. nell’ambito del product placement, del co-marketing e del media scouting. Negli anni, ha collaborato con diverse testate giornalistiche e siti web, come Youmovies.it, DirettaNews.it, CheDonna.it, UniversoMamma.it, PianetaDonna.it, Girlpower.it, PianetaMamma.it, Tevere Notizie, Empire Magazine Italia, Vox Roma, Pink Italia Magazine, ecc. Ha pubblicato Magia e altri amori. Pensieri e micro-racconti strampalati alla fermata del treno (Edda Edizioni), L’appendifiabe (Nadia Camandona editore), Tutto in una notte (Libro/mania) e Di magia e di vento (Antonio Tombolini editore). Ha fondato Upside Down Magazine assieme a un gruppo di scrittrici italiane, dove si occupa di recensioni filmiche e letterarie.

La trama. Stella gestisce una libreria galleggiante sul Tevere specializzata in arte culinaria ed è l’autrice di Florario rock, il ricettario bestseller che ha firmato con lo pseudonimo di Josephine Alcott. Quando Gabriele, appassionato di cucina, si imbatte nella lettura del ricettario decide di contattare l’autrice, con la quale instaura una fitta corrispondenza. Ma cosa accadrà quando scoprirà che non esiste nessuna Josephine Alcott? Una storia d’amore frizzante, ironica e indimenticabile, che fonde sapientemente musica, letteratura e cucina. In appendice Florario rock, l’inedito ricettario gastronomico-musicale di Josephine Alcott.

Un romanzo spumeggiante, romantico e ironico, che fonde sapientemente musica, cinema, letteratura e cucina.

Ebook su tutti gli store on-line dal 12 settembre.

Edizione cartacea in tutte le librerie dal 26 settembre.