Una coppia quasi perfetta di Emily Eden

Come volevasi dimostrare, perché ne ero sicura dal primo istante in cui ho visto la copertina di questo splendido libro, Una coppia quasi perfetta di Emily Eden, titolo recentissimamente pubblicato da Elliot edizioni, si è rivelato un piccolo capolavoro, foriero di delizia letteraria pura.

Ma chi era Emily Eden? E perché non ne avevo mai sentito parlare? Cerchiamo di sapere di più su di lei,  personaggio davvero curioso e brillante.

Nata a Westminster, il 3 marzo 1797, Emily era la settima figlia di William Eden, primo barone Auckland e sua moglie Eleanor Elliot. Oltre a scrivere resoconti del suo soggiorno in India, avvenuto verso la fine degli anni Trenta, quando con sua sorella Fanny raggiunse il fratello George Eden, primo conte di Auckland, governatore generale di quella terra (sottoforma di lettere successivamente raccolte nel volume Up The Country), Emily scrisse soprattutto due romanzi di grande successo, The Semi-Detached House (1859) e The Semi-Attached Couple (scritto nel 1829 ma pubblicato nel 1860). Entrambi i romanzi hanno un tocco comico che i critici hanno paragonato a Jane Austen, la quale, non a caso, era l’autrice preferita di Emily. Inoltre, le sue lettere furono pubblicate da Violet Dickinson, una cara amica di Virginia Woolf, lettere che contengono alcuni commenti memorabili sulla vita pubblica inglese, a riprova di quanto avesse già fatto in precedenza.

Ma c’è un’altra circostanza a renderla molto interessante e cioè la sua intima -si dice- amicizia con Lord Melbourne che li avrebbe visti a un passo dalle nozze.

Emily Eden non si sposò mai e stava abbastanza bene economicamente da non aver bisogno di scrivere per vivere, ma lo fece per seguire la sua passione e anche il suo talento. Dopo la morte di Caroline Lamb, gli amici comuni speravano sposasse Lord Melbourne, che le era diventato molto intimo, ma pare che lei affermasse di trovarlo “sconcertante” e di essere scioccata dalla sua volgarità. Il biografo di Melbourne, Lord David Cecil, osserva che potrebbe essere stata una cosa eccellente se si fossero sposati, ma “l’amore non è figlio della saggezza, e nessuno dei due voleva farlo”. (Cecil, David, Lord Melbourne Constable and Co. London 1965).

Forse lei era troppo impegnata a ritrarre spiritosi quadretti di vita inglese del diciannovesimo secolo con insuperabile arguzia e ironia, perfettamente mutuate dalla sua scrittrice preferita, con un tocco di conoscenza mondana e politica in più.

Il suo Una coppia quasi perfetta è un delizioso esempio di sorridente grazia e leggerezza soave, i personaggi che mette in campo vere e proprie macchiette caratterizzate in modo simpatico e spiritoso, la storia, tirata un po’ per le lunghe, piacevole e godibile per il modo in cui la si vede dipanare, anche grazie a un pizzico di melos, un intreccio sicuro e placidamente confluente in un lieto fine pacificatore.

Del resto Jane Austen ci insegnava che “tre o quattro famiglie in un Villaggio di Campagna è la cosa migliore per lavorarci su” (L. 107, alla nipote Anna, trad. jausten.it) e una Mrs Douglas incoerente e pettegola, potrebbe essere un’amica molto intima per Mrs Bennet e l’incipit tra i coniugi Douglas ricalca proprio il famoso battibecco coniugale dei predecessori di Longbourn. (Orgoglio e pregiudizio è citato a pag. 64 come un romanzo allettante presente nella biblioteca degli Eskdale).

La “coppia quasi perfetta” è quella di Helen Eskdale e Lord Teviot che convolano a nozze sotto tutti i buoni auspici del reciproco gradimento. Ma quello che in altri romanzi sarebbe l’happy ending, qui diventa l’inizio di un percorso difficile e accidentato, fatto di sottili compromessi, passi falsi e consapevolezze, per cercare di trovare quel delicato equilibrio così prezioso tra moglie e marito. Con l’aiuto di molti amici e familiari, da cui sono sempre contornati, in un variegato affresco di personaggi da società che arredano i salotti di città non meno che quelli di campagna, i due dovranno riuscire proprio in questa difficile impresa.

La fedele Tomkinson, devota alla sua Lady Teviot che si dispera perché il padrone non riesce a pronunciare per intero il suo cognome, l’indolente colonnello, la seminazizzania Lady Portmore, la dolce Eliza sono solo alcuni dei pezzi di un campionario quanto mai assortito e spassoso, assolutamente realistico e gradito.

L’ossimoro: “Lady Portmore era raggiante di contrizione” è solo uno degli esempi con cui Emily Eden gioca con uno stile lezioso e allo stesso tempo forbito e curato che discetta di politica non meno che di pizzi e merletti, di questioni diplomatiche piuttosto che di economia domestica.

Lettura consigliatissima alle amanti di Jane Austen e di Georgette Heyer.

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Consigli per un’estate piena di… libri!

Le figlie del Mare di Mary Lynn Bracht (Longanesi). Non si può scrivere facilmente di questo romanzo. Non si può, e non si deve. Bisogna andar cauti, pesare le parole; sfiorare le dita sulla tastiera per non far troppo rumore. Perché dal libro esce tanto frastuono e orrore. Il frastuono della guerra, l’orrore degli stupri perpetrati alle donne Coreane da parte dell’esercito nipponico. È la storia di due sorelle, è la storia di una famiglia coreana sotto l occupazione Giapponese. Dalla seconda guerra mondiale allo scontro interno tra il nord e il sud del paese. È un romanzo a due voci, ma che ti permette di ascoltare e conoscere questa piaga storica di tante, troppe donne che hanno vissuto la guerra e le sue mostruosità. Hana da ragazza rapita, abusata, sfruttata fino a essere privata anche dei diritti più basilari dell’ essere umano; a Emi bambina che ha vissuto il rapimento di sua sorella maggiore; il disfacimento della sua famiglia e del suo popolo. Due donne che raccontano da diverse prospettive a cui la vita le ha costrette, a farci provare cosa significa essere donna, durante una guerra. Io non sono nessuno per dirvi di leggere questo romanzo, ma sono le donne stesse racchiuse tra le pagine di questo libro, a invitarvi a leggerlo. Fatelo, non ve pentirete, anzi.
Dove nasce il Vento – vita di Nellie Bly, a Free American Girl di Nicola Attadio (Bompiani). In questo romanzo il messaggio che arriva forte e chiaro, è uno: la forza. La forza delle donne; la forza che ognuno di noi ha dentro di sé. Questo personaggio sconosciuto a tanti (compresa me, prima dell’acquisito del libro) si lascia conoscere e amare con estrema facilità, anche grazie alla scrittura fluida dell’ autore. Il libro narra la storia della vita di questa giovane e libera ragazza americana; che spezza gli stereotipi di una società impressa nei valori maschilisti, nell’ America di fine ‘800. Una giovane donna, pronta a lottare per vedere realizzati i suoi sogni, ma e sopratutto, i suoi diritti. Da giornalista donna, a imprenditrice di successo; Nellie non si tira indietro, mai. È lei la giovane cronista che si finge pazza e riesce a entrare in uno dei manicomi più inquietanti di New York. Utilizza i suoi occhi, le sue emozioni da camaleonte per poi riuscire a portare fuori questa realtà invivibile e invisibile; e scuotere le coscienze per far sì che il mondo non volti il viso per far finta di non sapere. Nellie Bly è una Donna con la D maiuscola, perché la sua vita sarà sempre un reportage. Dentro e fuori dal lavoro; Nellie non staccherà mai gli occhi dalle visioni più profonde che accompagnano la vita delle donne. Nellie è una donna moderna, che anticipa i tempi e detta i nostri futuri ritmi. Se noi donne, abbiamo conquistato tanto; lo dobbiamo a tante donne come Nellie. E lo dobbiamo a Nellie stessa. Consiglio vivamente la lettura di questo libro; perché a noi donne dona forza e fa nascere un sorriso sulle labbra; al mondo maschile lo consiglio ancor di più, per capire fino in fondo quanta potenza e forza ci sono nelle donne; non perché non lo si sappia, Ma per non dimenticare mai, personaggi unici come Nellie. Sono anche sicura che ci sia una Nellie in tutti noi, indistintamente dal sesso. La sua forza e unicità è comune a tutti. Dobbiamo avere il suo stesso coraggio e dispiegare le ali. Lei è arrivata in alto, come meritava. Noi ora dobbiamo solo non dimenticarla tra le pagine della storia. Questo romanzo ti aiuta anche in questo; a serbare il ricordo di Elizabeth (il suo vero nome) sempre acceso. Buona lettura e buon viaggio ad ali spiegate!
Mirtilla Amelia Malcontenta

Il fiume della colpa di Wilkie Collins

Leggere Wilkie Collins è come bere un bicchiere d’acqua fresca tutto d’un fiato  e restarvi incollati in un giorno d’arsura.

Mentre si è intenti a divorare con avidità ogni particolare della storia, ci si rende conto che le varie tessere di quel puzzle si stanno componendo sotto ai nostri occhi in un incastro fatale.

Davanti a un romanzo di Collins non si può fare a meno di riconoscere che si tratta di un prodotto ben confezionato, in cui gli ingredienti di mistero e suspense sono stati magistralmente dosati e il narratore interviene a pungolare e sobillare anche i più sereni d’animo, che un qualche misfatto sta per compiersi ed è in atto un caso complicato che dovrà essere risolto.

Attenzione e interesse del lettore sono abilmente avvinti attraverso un sapiente centellinare indizi veri e falsi che, sparsi qua e là lungo il cammino, dovrebbero condurre alla soluzione del mistero.

Allievo del grande Dickens, grande a sua volta nel suo genere antesignano del poliziesco e del giallo, Wilkie Collins può considerarsi creatore di una narrativa sui generis che combina topoi del romanzo ottocentesco insieme a elementi nuovi, moderni, che coinvolgono il lettore e movimentano la rappresentazione drammatica.

L’incipit del libro contiene già sufficienti ingredienti per introdurre a un clima di attesa e paura solo grazie alla descrizione dell’intrico di rovi e alberi nel bosco lungo il fiume torbido, l’alone cupo dell’oscurità, l’aggettivazione negativa e abnorme.

Me ne stavo sulla riva del peggior torrente di tutta l’Inghilterra. La luce lunare dispensando il suo sereno fulgore allo spazio aperto, s’era ben guardata dal gettare la propria bellezza sulle acque indolenti di quel fiume ampio e fangoso.

Il protagonista della storia è anche la voce narrante che, avendo vissuto l’intera esperienza, guida il lettore nel ripercorrerla con un flashback di cui però gestisce le fila, le pause, le comparse sulla scena dei singoli personaggi.

Un giovane tenutario inglese, Mr Gerard ha ereditato tutto alla morte del padre ma avendo sempre studiato fuori, principalmente in Germania, ha perso il contatto con etichetta e usanze del suo paese. C’è la sua matrigna, Mrs Roylake, la donna sposata dal padre in seconde nozze, a curare i rapporti con il circondario mentre Gerard si fa trasportare dai ricordi alla casa sul mulino dove sua madre lo conduceva a giocare con una bambina strana e schietta, Cristel Toller, la figlia del mugnaio. Lì la ritrova ma insieme a una presenza inquietante, inquilino del cottage, che per avidità, suo padre ha deciso di alloggiare.

L’uomo è sordo e palesemente geloso di chiunque si avvicini alla ragazza. Tra i tre si innesca uno strano rapporto, Mr Roylake si sente inspiegabilmente attratto verso il cottage in direzione del quale indirizza tutte le sue passeggiate, disdegnando i rapporti mondani. L’inquilino ha un aspetto bellissimo ma nasconde orribili segreti e un passato di sofferenza.

Gradualmente, ma in un crescendo di ritmo e tensione narrativa, la visuale ingenua dell’epoca del narratore, ci porta a risolvere il mistero che si nasconde dietro agli strani comportamenti dell’inquilino e degli altri abitanti della casa sul mulino, sullo sfondo lugubre di Il fiume della colpa.

A casa di Jane Austen di Lucy Worsley

Una miniera inesauribile di preziose informazioni il libro di Lucy Worsley. Considerarla solo una biografia di Jane Austen è riduttivo per questa interessante ricostruzione che attinge il suo materiale da preziosi documenti dell’epoca, oltre che direttamente dalle fonti familiari più vicine a Jane Austen.

Oltre all’approccio, a essere diverso è il metodo con cui si svelano retroscena e particolari nuovi e inediti relativi alla vita e alle opere di Jane Austen, che concorrono a delineare una figura molto più realistica di quell’icona di zitella mansueta e riservata che hanno voluto tramandare i vittoriani. Da questa prospettiva, domestica, quotidiana, suggerita dal titolo, emerge invece il ritratto di una ragazza prima e di una donna poi dal carattere spigoloso, affatto facile, con dei rapporti familiari non così idilliaci come ci hanno voluto far credere i suoi pronipoti per far fare bella figura alla discendenza della casata.

Un altro pregio di questo studio è che la figura di Jane Austen viene vista crescere, muoversi e interagire nella cerchia familiare e nel contesto domestico e sociale di appartenenza, offrendo contemporaneamente uno spaccato di usanze, costumi e stile di vita dell’epoca georgiana.

Una lettura sicuramente da centellinare per poter gustare e assimilare ciascuna delle numerose curiosità contenute. In una luce nuova appaiono i rapporti interfamiliari: la ricostruzione dell’ambiente domestico ma anche delle figure genitoriali, le loro origini, i loro caratteri e modi di rapportarsi alla figlia, per esempio. Inoltre, molto istruttivo è stato penetrare all’interno delle case dei fratelli di Jane per cogliere le sfumature della loro diversa estrazione sociale oltre che i particolari più concreti dello stile di vita pratica di quel tempo. Affascinante è stato seguire Jane durante i suoi soggiorni vacanzieri, le sue peregrinazioni attraverso diverse soluzioni abitative, i suoi periodi come ospite del fratello Edward a Godmersham o di Henry a Londra, e ancor più vedere come le sue esperienze venissero trasposte nelle sue opere in corrispondenza alla sua evoluzione e maturazione come persona.

Estremamente interessante e simpatico è stata assistere allo svolgimento di una sua giornata tipo: immaginarla girare per casa sbuffando per la sua parte di incombenze domestiche (che consisteva nella preparazione della colazione), poi dedicarsi al cucino e nel pomeriggio uscire per la consueta passeggiata con Cassandra.

Il mondo dei romanzi di Jane Austen, così come molti film ce l’hanno mostrato, è domestico, ordinato, intimo. I suoi personaggi abitano in villini deliziosi, residenze principesche in campagna e palazzi eleganti a Londra o a Bath. E si tende a immaginare che anche la sua vita si sia svolta in ambienti analoghi… Per Jane, la casa fu sempre un problema.

Un bel libro, denso, ricco e di valore insieme, da centellinare per assimilarne ogni prezioso dettaglio, su cui scende un velo di malinconia nel riassumere la vicenda umana di Jane Austen:

La vita di Jane, in apparenza tanto tranquilla, fu segnata da porte chiuse, strade che non le fu consentito imboccare, scelte che non poté compiere. Il suo grande contributo fu schiudere quelle porte per permettere alle generazioni successive di varcarle. Un’esistenza triste, una vita di lotte, contrasta però con la prima impressione che ci trasmettono i suoi libri: una canonica di campagna in un mattino soleggiato, con le rose subito dietro la porta, e un’eroina piena di entusiasmo che si appresta a incontrare l’uomo della sua vita, una storia d’amore pronta a sbocciare…

C’è sempre il sole dietro le nuvole. Vita e opere di Jean Webster

Colpisce subito, insieme all’incantevole copertina fiorita, il titolo scelto per questa biografia che, oltre a essere molto poetico, è altamente espressivo del ritratto che emerge da questo studio dedicato a Jean Webster, alla sua vita e alle sue opere, da Sara Staffolani, edito da Flower-ed.

Lei è, per chi non lo sapesse, l’autrice di Papà Gambalunga che credo molti di noi hanno letto da piccoli, ma di cui si sapeva poco o niente se Sara Staffolani e la casa editrice Flower ed non avessero deciso di facilitarcene la conoscenza attraverso questa illuminata -e illuminante- biografia.

Scorrendo le pagine ben scritte di questa ricostruzione, Sara Staffolani ci consegna il ritratto di una bella persona e di una bella scrittrice, che conquista nella e per la sua semplicità, portavoce attiva di nobili ideali.

Tu credi nel libero arbitrio? Io sì, senza riserve. Non sono per niente d’accordo con quei filosofi che ritengono che ogni azione sia inevitabile… Io invece credo fermamente nella mia libera volontà e nel mio potere di agire in piena autonomia. È questa la forza che smuove le montagne.

Il racconto delle sue vicende personali, durante l’infanzia formata nell’alveo di un gruppo matriarcale, e dei rapporti interfamiliari -tra cui spicca la rilevante (e scomoda?) relazione di parentela con il turbolento scrittore Mark Twain-, detta le condizioni e pone le basi per la formazione di una personalità sensibile alla questione dell’emancipazione femminile, ai diritti dei più deboli e altre ingiustizie sociali meritevoli di essere riformate.

Ingiustamente etichettata come autrice per ragazzi, Jean Webster scrive romanzi per tutte le età ma la cui profondità e ricchezza di valori può essere compresa proprio da lettori più grandi, a cominciare da quelli appartenenti al filone iniziale, le cosiddette “storie di collegio” (When Patty went to college e il prequel Just Patty).

Non si rimpiange quello che non si è mai avuto, mentre è terribilmente difficile dover rinunciare a certe cose dopo che si sono considerate proprie per diritto naturale […]. Il mondo, è questo che pensano, deve loro tutto ciò che desiderano. Forse è giusto che sia così, ma a ogni modo bisogna saper riconoscere il debito ed essere pronti a ripagarlo. Quanto a me, il mondo non mi deve nulla e me lo ha detto con chiarezza fin dall’inizio.

Quello realizzato da Sara Staffolani si rivela subito come uno studio ricco di approfondimenti, di collegamenti intertestuali, di citazioni letterarie di riferimento e interessante legame con l’Italia, tappa obbligata del grand tour americano, ma anche oggetto di attenzione particolare e fonte di ispirazione per il racconto Villa Gianini poi ampliato nel romanzo The Wheat Princess e successivamente anche per Jerry Junior.

Sa com’è l’Italia. È una sorta di malattia. Una volta che ci si è affezionati, non la si dimentica mai più e non si può tornare a essere felici finché non ci si ritorna…

La rete di parallelismi con altre scrittrici, europee e non, contemporanee o meno, intesse una rete di virtuale eppure così palpabile complicità che delizia e, mentre appaga una sete di curiosità e conoscenze, ne stimola l’ulteriore approfondimento in una continua ricerca. Le somiglianze suggerite con la Alcott conterranea, la coeva Montgomery, fino alle sorelle Bronte e alla compassata Jane Austen d’oltreoceano, sono come sassi lanciati in un mare di riflessi infiniti e affascinanti.

Attraverso questa esauriente carrellata delle opere veniamo a scoprire che Jean Webster ha messo un poco di sé in ciascuno dei suoi romanzi regalandoci emozioni ed esperienze di cui evidentemente fece sempre tesoro e a Sara Staffolani va riconosciuto il merito di avercele fatte condividere.

Non sono i grandi piaceri quelli che contano di più nella vita. È il saper approfittare delle piccole cose. Io, Papà, ho scoperto il vero segreto della felicità, che consiste nel vivere l’adesso, nel non rimpiangere in continuazione il passato o nell’anticipare il futuro, ma nel trarre il massimo possibile proprio dall’istante che stiamo vivendo. […] La maggior parte della gente non vive, ma corre freneticamente di qua e di là tentando di raggiungere obiettivi lontani, all’orizzonte, e nell’ansia di rischiare di perdere qualcosa rimane senza fiato; quasi ciechi, queste persone non vedono tutte le belle cose che le circondano; poi, la prima cosa di cui si rendono conto, è che sono invecchiate e logorate, e che non c’è alcuna differenza se hanno raggiunto o meno il loro obiettivo finale.

 

 

Daniel Deronda di George Eliot

Fazi riscopre i classici e riporta alla luce un capolavoro troppo a lungo dimenticato e che merita invece un posto in primo piano sugli scaffali delle librerie. Grazie alla scrittura della sua autrice, George Eliot, una scrittura profonda, mai scontata, pregna di significati e piena, Daniel Deronda deve considerarsi un classico a buon diritto anche perché evade tutti i criteri elencati da Calvino per rientrare in tale categoria, in modo particolare quello di essere una ricchezza inesauribile.

Pubblicato nel 1876, ultimo dei suoi romanzi, Daniel Deronda non esaurisce il soggetto principale della storia nel protagonista eponimo, ma nel grande e placido alveo del fiume della sua vicenda personale -che comunque rimane centro della scena, movente delle altrui azioni- scorrono come rigagnoli, affiancandolo, affluenti esterni rappresentati dalle storie degli altri personaggi di questo imponente dramma.

Seguendo un modulo narrativo caro alla scrittrice, ormai affezionata al suo pseudonimo maschile, in Daniel Deronda procedono due storie su un doppio binario, due storie che vengono a incontrarsi apparentemente per mere coincidenze fortuite.

Era bella o no? E quale segreta forma o espressione conferiva al suo sguardo quella qualità dinamica? Nel brillare dei suoi occhi dominava il genio del bene o quello del male? Forse il secondo, altrimenti l’effetto non sarebbe stato di irrequietudine, bensì di tranquillo sortilegio. E perché la brama di tornare a guardarla sapeva di costrizione e non di spontaneo assenso al desiderio da parte di tutto l’essere? La donna che evocava tali domande nella mente di Daniel Deronda era tutta presa dal gioco.

Questo è il famoso incipit del romanzo che si apre proprio con l’incontro tra Gwendolen e Daniel Deronda e farebbe pensare a un’insondabile attrazione tra i due che il lettore, anche se segretamente, non smette di augurarsi. Invece l’autrice si impegna a dimostrare che, appartenendo a mondi e valori troppo diversi, i due ragazzi non potranno mai incontrarsi e ancor meno stringersi in una relazione sentimentale.

La giovane e viziata Gwendolen deve ridimensionare le sue aspettative e se stessa dopo che la sua famiglia cade in rovina e accettare un matrimonio con cui sistemarsi. I suoi piani di ottenere autonomia economica e personale si devono presto scontrare contro un marito prepotente e vessatorio. Dall’altra parte c’è il giovane Daniel che, allevato da sir Hugo Mallinger, è alla ricerca di se stesso e delle sue origini. Di nobili principi e animo, egli salva una giovane ebrea dal suicidio, Mirah, ridotta in miseria e disperata per la ricerca del fratello, affidandola alle cure di una famiglia di suoi fidati conoscenti. L’incontro, apparentemente casuale di Deronda con il filosofo ebreo Mordecai segnerà l’inizio della vera conoscenza, nell’ambito di un disegno superiore perfetto che dà conto di tutte quelle che sembravano a un primo sguardo solo coincidenze.

Il libro ha l’onere di affrontare anche il tema del sionismo, da Eliot volutamente trattato dopo aver assistito a una lezione del prof. Immanuel Oscar Menahem Deutsch in Germania, per sconfiggere i pregiudizi inglesi sull’ebraismo, ma la gravità degli argomenti toccati è stemperata dalle storie dei personaggi che gravitano intorno a esso nella complessità delle relazioni umane e nel loro -sempre sorprendente- reticolato di coinvolgimenti tra casualità e destino.

Leggere George Eliot è un’esperienza totalizzante, è come entrare in un mondo di cui sentirsi parte, per tutto il tempo della lettura e anche oltre, la cui influenza rivive nelle pieghe della memoria. Oltre che nella sua impalcatura, quest’opera trasuda erudizione da tutti i pori (vedi le citazioni premesse a ogni capitolo a scandire la narrazione) ma allo stesso tempo è un pregevole studio anche della psicologia umana, per come scandaglia l’animo e i pensieri dei vari personaggi che in definitiva non si può fare a meno di amare così come sono, con i loro limiti e le loro debolezze.

Confessione di un amore ambiguo

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Ma una notte, mentre Lauri è vittima di uno strano sonno, Alma fugge lasciando poche tracce dietro di sé: mancano una manciata di disegni e qualche gioiello. Indizi flebili, piste assurde costringono Lauri a trasformare improvvisamente la propria esistenza, alla ricerca della moglie, fino ad arrivare a un epilogo sconvolgente per cui nulla sarà più come prima.
Lauri, chirurgo, è sposato da dodici anni con Alma, disegnatrice. Vivono un’esistenza tranquilla suggellata da un amore assoluto, nella villa Ducrot a Palermo, in riva al mare, in quella che fu una delle più misteriose dimore di un’antica famiglia di origini francesi.
Angelo Di Liberto, con una lingua di elegante bellezza, scrive un potente romanzo d’amore che si muove tra la letteratura dell’oblio di Pierre Michon e il giallo enigmatico di Georges Simenon.

PREMIO NEBBIAGIALLA PER LA LETTERATURA NOIR E POLIZIESCA 2018

Ecco i nomi dei quattro finalisti della IX edizione del Premio NebbiaGialla per la letteratura noir e poliziesca 2018:

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Daniele Bresciani “Nessuna notizia dello scrittore scomparso” – Garzanti
Giuseppe Di Piazza “Malanottata” – Harper Collins
Ilaria Tuti “Fiori sopra l’inferno” – Longanesi
Paola Barbato “Non ti faccio niente” – Piemme

La premiazione si terrà sabato 15 settembre 2018 a Suzzara (MN).

I nomi dei finalisti per le sezioni degli inediti (racconti e romanzi) saranno invece diffusi nel mese di luglio 2018 e la premiazione avverrà sempre il 15 settembre 2018.

Il premio NebbiaGialla per la letteratura noir e poliziesca per romanzi editi è giunto alla IX edizione, al vincitore verrà assegnata un’opera d’arte realizzata da un importante artista contemporaneo. Nell’albo d’oro dei vincitori delle precedenti edizioni figurano autori, tra gli altri, come Maurizio de Giovanni, Claudio Paglieri, Giovanni Negri, Massimo PolidoroGiuliano Pasini e Gianni Farinetti vincitore dell’ultima edizione.

Nel cuore di Jane – Ri-leggendo Persuasione

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Beatrice Battaglia rilegge Persuasione, l’ultimo romanzo compiuto di Jane Austen. L’unico in cui parla d’amore senza filtri e senza ricorrere alla sua notoria ironia.

Si è parlato molto della quota autobiografica inserita da Jane Austen nella creazione delle sue eroine e Anne Elliot è quella che maggiormente sembra rappresentarla ed esprimere tutto il suo rimpianto per l’amore della vita perduto.

Dopo un viaggio a ritroso nelle sue opere precedenti, analogo a quello percorso dalla prof. Battaglia, con il suo romanzo Nel paese degli amori maledetti -che altro non è se non la sua personalissima versione di Persuasione-, Jane Austen è pronta a parlare di “quella passione, quel desiderio che la società patriarcale con i suoi valori le ha negato”.

Scomparsa la leggera risata di Elizabeth e archiviata la verve dissacrante e irriverente di Mary Crawford, la scrittrice si astiene da qualsiasi intervento o commento e la lettrice rimane sola a identificarsi con Anne attraverso la quale vede e sente identificandosi completamente con le sue emozioni, i suoi sussulti, i suoi sentimenti.

Improvvisamente giunge la consapevolezza che Jane Austen non poteva parlare di amore, come fa in Persuasione, con quegli accenti accorati e struggenti, se non avesse amato e perso. Persuasione è la più bella e sincera rappresentazione dell’amore femminile. E quando chiudiamo il libro, e avvertiamo un’ombra a oscurare quel lieto fine, non è la tristezza di Anne che sentiamo, ma è perché intravvediamo le lacrime dell’autrice, scrive il poeta Harold Bloom.

Una Beatrice Battaglia decisamente ispirata individua il giusto registro lirico che conduce irrimediabilmente ad amare ancora di più -se possibile- questo romanzo e la sua autrice.

Dopo aver ammesso di aver sempre tralasciato, nelle sue analisi, Persuasione, la studiosa sceglie questo particolare momento della sua vita per rileggerlo e lo fa raggiungendo vette di struggente poesia:

Ma qui, in Persuasion, è il grande amore perduto per sempre. E che era il grande amore, te ne puoi accorgere solo quando l’hai perduto; solo quando il passare del tempo ti dice che l’hai perduto per sempre.

Fa parte del volume anche una sezione intitolata Austeniana che comprende gli atti di una conferenza tenuta dalla stessa professoressa Battaglia a Mirandola nel febbraio 2017 e delle recensioni di opere critiche inglesi.

Un saggio che non può mancare nella biblioteca personale di ogni janeite che si rispetti e di cui ringrazio, lusingata, Beatrice Battaglia. E ora, tutti a ri-leggere Persuasione!

http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=6761

 

Nasce Medical Noir

Da un’idea di Francesco Bogliari, editore di INK, e di Danilo Arona e Edoardo Rosati, chiamati a dirigerla, nasce Medical Noir, la nuova collana che unisce due generi – il medical e il noir appunto – indiscutibilmente amati da lettori e non.

Di origine tipicamente anglosassone – basti pensare a Robin Cook, Richard Preston o Patricia Cornwell – il medical è un genere che vanta esempi illustri anche nel nostro Paese: Luigi Rainero Fassati, Carlo Lucarelli o Mariano Bizzarri e Guglielmo Brayda, solo per citarne alcuni. Un filone letterario figlio della modernità, della medicina odierna “no limits” e delle tante paure a essa collegate.

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Medical Noir propone storie avvincenti di autori italiani costruite sui temi, sugli intrighi e sulle location della Medicina: dalla detection moderna alla Kay Scarpetta di Patricia Cornwell al thriller storico (con fantaplot medicali ambientati nell’antichità), dall’apocalisse prossima ventura (a base di pandemie e contagi planetari) alla fantascienza (si pensi ad “Andromeda” di Michael Crichton) fino all’horror goticheggiante: del resto, cos’è il “Frankenstein” di Mary Shelley se non un pionieristicomedical noir?

Il primo titolo in uscita è La maledizione della croce sulle labbra in uscita il 21 giugno 2018, scritto a quattro mani dai due direttori di collana, Danilo Arona eEdoardo Rosati. Altri due titoli sono previsti a ottobre.