Italia, patria di misteri e leggende. Intervista a Massimo Polidoro

Massimo Polidoro ci conduce in un Grand Tour dell’Italia più insolita e nascosta

Spegnete i cellulari, lasciate a casa i tablet e seguite il consiglio di Proust: guardate il mondo con occhi nuovi. L’Atlante dei luoghi misteriosi d’Italia (Bompiani) sarà un valido aiuto per poter iniziare un viaggio da nord a sud della nostra penisola lasciandovi condurre da storie misteriose, bizzarre, a volte drammatiche. Guida d’eccezione: Massimo Polidoro.

 Perché la decisione di scrivere un Atlante e non un classico libro di divulgazione.

Da tanto tempo avevo in mente di raccogliere in un unico scritto i molti misteri disseminati per tutto lo stivale e quando Francesco Bongiorni, bravissimo illustratore e grafico, mi ha proposto di collaborare con lui, subito ho pensato a un atlante illustrato: raccontare l’Italia attraverso le sue tante storie con l’ausilio di illustrazioni suggestive ed evocative. L’obiettivo finale era quello di riuscire a far convivere in un solo libro leggende misteriose della tradizione con racconti dal sapore più storico scientifico, alcuni sono dei veri e propri fatti di cronaca, dove una spiegazione logica c’è e bisogna darla.

L’Atlante raccoglie diverse tipologie di narrazioni, come lei ha sottolineato, e per molte di queste fornisce una spiegazione che può andare dalla semplice logica sino a un approccio storico, economico e sociale. Perché la necessità di rendere tutto spiegabile? C’è ancora molta gente che crede all’incredibile?

Sono quasi trent’anni che mi occupo di queste cose, al CICAP (organizzazione educativa senza fini di lucro, fondata nel 1989 per promuovere l’indagine scientifica e critica sui cosiddetti fenomeni paranormali e più in generale sulle pseudoscienze. Tra i suoi fondatori troviamo Alberto Angela, Umberto Eco, Margherita Hack – ndr) ne vedo molte, e ciclicamente si presentano situazioni che all’apparenza non hanno una spiegazione logica ma che noi siamo chiamati a confutare, per non lasciare campo alle cosiddette pseudoscienze. Il CICAP proprio per questo investe molto sulla “prevenzione”, attraverso laboratori, corsi nelle scuole: l’obiettivo è quello di trasmettere alle nuove generazioni la voglia di approfondire fatti apparentemente inspiegabili affinando l’approccio critico e quello scientifico, così da non dover etichettare determinati fenomeni come misteriosi, appunto.

Ma è così necessario sfatare miti, leggende, storie e tradizioni popolari.

Ovviamente non è necessario per tutte le storie – il ponte del diavolo è una leggenda, lo sappiamo tutti, non vi è necessità di sottolineare ulteriormente la cosa; ma altri fenomeni sono da spiegare, – tipo le salite in discesa di Martina Franca, un mero fenomeno ottico; oppure le streghe di Triora: i latifondisti vogliono abbattere le produzioni, per poter aumentare i prezzi, ma naturalmente se ne guardano bene dal divulgarlo, dunque accade che la popolazione si ritrovi con grossi problemi di approvvigionamento e chi additare per tutto ciò se non delle povere donne che hanno l’unica colpa, se vogliamo, di vivere la vita come meglio credono? Le spiegazioni si rendono necessarie, quando dietro un fenomeno si nasconde una pseudoscienza. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che ogni avvenimento deve sempre essere affrontato con spirito critico e metodo scientifico: se così non accade rischiamo di aprire la porta a un qualunque tipo di credenza.

Come si sviluppa il vostro lavoro al CICAP. Chi vi chiama? E perché?

Il CICAP è stato fondato nel 1989, i casi da allora si sono evoluti, seguendo spesso le mode del momento – forse i più giovani non lo ricorderanno, ma negli anni ottanta andava in onda una serie televisiva intitolata Visitors, questi “visitatori” erano dei grossi lucertoloni all’apparenza innocui, ma poi si veniva a sapere che erano giunti sulla Terra per poter avere carne fresca di cui cibarsi; ecco, partendo da questa serie furono molti gli avvistamenti di grosse lucertole in giro per l’Italia. Le segnalazioni arrivano da ogni parte: ci chiamano privati cittadini, testate giornalistiche, quando un avvenimento ha fatto cronaca. Altre volte siamo noi stessi che ci imbattiamo in un fenomeno a cui vogliamo dare una spiegazione. La maggior parte delle volte si parte da una foto – oggetti non meglio identificati, scie luminose, avvistamenti di animali dalle fattezze apparentemente strane.

Il CICAP ha interazioni con altri paesi?

Certo, organizzazioni come il CICAP sono presenti anche in altre nazioni e tra noi ci aiutiamo, spesso lavorando in sinergia.

Qualcuno ci rimane male delle vostre spiegazioni scientifiche?

Spesso accade. Capita che chi si rivolge a noi si sia già fatto una propria idea del fenomeno e da noi voglia solo una conferma della cosa. Quando, ovviamente, ciò non accade, il più delle volte c’è quasi una sorta di contestazione del nostro operato. Rimane sempre più affascinante il legare un qualcosa a effetti sovrannaturali, a volte quasi mistici.

Tra le storie che ha narrato nell’Atlante, qual è quella che l’ha catturata di più?

Sono tante e diverse. Quella che mi diverte di più è quella di re Artù. Nonostante la saga arturiana nel nostro immaginario sia una storia tutta anglosassone; andando a ricercare in giro per l’Italia ci accorgiamo che non è così. La prima rappresentazione di questo re e dei cavalieri della tavola rotonda la troviamo a Modena, precisamente in un bassorilievo sulla porta del duomo, datato al 1100 d.C. circa; in Puglia ne abbiamo un altro simile; a San Galgano andiamo anche oltre con la famosa spada nella roccia, che abbiamo solo noi in Italia. Da un punto di vista storico sappiamo che Artù non è mai giunto in Italia, ma evidentemente la sua storia aveva oltrepassato non solo la Manica ma anche le Alpi sino ad arrivare in Italia. Era quasi un best seller dell’epoca, tutti lo conoscevano e ne parlavano.

Poi ci sono i racconti legati alla morte. Storie che narrano di uomini e di donne che per conservare la memoria dei propri cari pietrificano o mummificano gli affetti scomparsi. Dunque il dolore della perdita che si cerca di placare attraverso l’illusoria speranza che se il corpo rimarrà tra noi così come era in vita, forse tutto potrà andare avanti come sempre.

C’è qualche storia di cui non era a conoscenza?

Sicuro, alcune me le ha suggerite lo stesso Francesco. Come quella del Foglionco in Garfagnana, per esempio: un animale – una specie di faina – che la leggenda vuole si muova solo di notte, azzanna e succhia il sangue delle sue prede, che lascia però completamente intatte.

Per poter affrontare il vostro lavoro, quanto è importante conoscere l’animo umano?

Per me è fondamentale, ho voluto laurearmi in psicologia proprio per capire che cosa porta una persona a cercare spiegazioni nel mondo dell’inconscio e non attraverso un approccio scientifico. Anche per il CICAP lo è tanto che lo stesso presidente è un neurologo e il vice presidente è uno psicologo sociale.

Consiglierebbe ai giovani di intraprendere la carriera di specialisti del mistero?

Certo, come ho già detto per noi è importante che le nuove generazioni si approccino ai fenomeni con un metodo scientifico. Il CICAP tutti gli anni organizza un corso per indagatori di misteri, quest’anno si terrà a Roma, con un massimo di 25/30 persone. Per le scuole, invece, abbiamo firmato un protocollo di intesa con il ministero dell’istruzione per organizzare dei corsi di aggiornamento per gli insegnanti ma anche per gli alunni. Ci stiamo focalizzando molto sull’utilizzo della rete. Internet è un bellissimo e importante strumento, ma deve essere usato con intelligenza, e soprattutto le notizie che vi si trovano devono sempre essere lette con spirito critico e logica; noi cerchiamo, per ciò che ci riguarda, di incanalare chi ci ascolta verso un utilizzo consapevole.

Che immagine ha dell’Italia dopo questo lungo viaggio per tutto lo stivale?

L’Italia è un paese dove è ancora molto forte il richiamo ai racconti e alle leggende del passato. Molte di queste erano nate per dare una spiegazione a fenomeni che in quelle epoche non potevano essere compresi in altro modo. Ma nonostante il tempo sia passato, nonostante si sia arrivati nel XXI secolo, dove la digitalizzazione ormai la fa quasi da padrone e dove ogni domanda pare trovare una risposta, i miti, le tradizioni, le storie misteriose non sono finite nel dimenticatoio. Ma è anche giusto così: l’uomo ha in sé la componente razionale e quella irrazionale dell’istinto. Bisogna lasciare che i due mondi convivano e si intersechino, l’importante è che lo spirito critico e la voglia di conoscenza non vengano mai sopraffatti.

Manola Mendolicchio

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Splendori e miserie dei Borgia con Elena e Michela Martignoni

Intervista a Michela Martignoni

Assetati di potere, spietati e superbi. Affascinanti, geniali e magnifici anche se schiavi delle passioni umane. Sono i Borgia. Le loro armi sono il delitto, la vendetta e l’inganno.

 

Il Correre della Sera lo ha definito: «Folgorate nella via del giallo storico, Elena e Michela Martignoni giocano sul sapiente equilibrio tra storia e immaginazione». È l’ultimo libro di Elena e Michela Martignoni: I Borgia. Il delitto. La vendetta. L’inganno (Corbaccio), un’antologia che raccoglie tre romanzi con protagonisti i membri della famiglia più chiacchierata del Rinascimento italiano.

Le vicende narrate in questo libro si snodano nel lustro 1497-1502, quando la famiglia catalana dominava il centro della Penisola e ambiva alla creazione di un regno, a discapito delle famiglie nobili italiane da secoli feudatarie della Chiesa. I protagonisti vivono esistenze tanto estreme da apparire invenzioni letterarie. Rodrigo, papa Alessandro VI, passionale e scaltro; Cesare, detto il Valentino, il Principe preso a modello da Machiavelli, e Lucrezia, che dopo secoli di infamie, ora la storia giudica una vittima e non più solo una peccatrice. Fra oscure trame di palazzo, splendori e miserie della Roma papalina, tra amori impossibili e colpi di scena, realtà e fantasia, Elena e Michela Martignoni raccontano il nero del Rinascimento.

Dotate della rara abilità di far rivivere il passato come se fosse un presente vivo e pulsante, Elena e Michela Martignoni sono due autrici potenti, colte e raffinate, che hanno saputo coniugare la capacità di descrivere personaggi intramontabili – e anche discussi – con la passione per le vicende umane. Perché la storia si ripete, è uguale a se stessa: gli uomini e i sentimenti non cambiano e la modernità di alcuni personaggi descritti dalle sorelle Martignoni ci lascia talvolta senza fiato.

Perché i Borgia?

Folgorate sulla via della lettura di un saggio: Lucrezia Borgia di Maria Bellonci. Trent’anni fa leggemmo la Bellonci e studiammo poi tutto lo scibile umano su di loro. Abbiamo letto di tutto e incontrato esperti della famiglia Borgia, siamo andate anche in Spagna. Nel 2004 è uscito così Requiem per il giovane Borgia. Non abbiamo mai trattato Lucrezia per rispetto al saggio di Maria Bellonci: che è scorrevole come un romanzo, è struggente e ha aperto una nuova prospettiva sul personaggio di Lucrezia, troppo spesso usata come pedina dal padre e dai fratelli. Ma amiamo i Borgia anche perché sono personaggi emblematici, che incarnano i vizi e le virtù umane. Sono talmente estremi che suscitano ancora tanto interesse.

Il tuo/vostro preferito?

Noi siamo pazze di Cesare! Alle medie sul mio libro di storia avevo disegnato tanti cuoricini intorno alla sua immagine. La sua morte è l’apoteosi della sua vita e della dinastia: tutto e subito, se no non vale la pena vivere.

Avete lavorato anche a un film sui Borgia.

Sì, con Sergio Muniz facemmo un bellissimo lavoro, lui interpretava Juan Borgia. Film che non arrivò mai in Italia, peccato perché era ben fatto. La produzione e era di Antena Tre e de Angelis. Organizzammo un tour in Spagna con Sergio per promuovere sia il film che il libro. Un bel lavoro di ricerca e una bella esperienza di promozione. Gli spagnoli erano in un momento felice anche economicamente. Siamo andate molto bene, lì in terra iberica.

Progetti futuri

Ora usciamo in Germania con i Borgia, 2019 per Random House, non nella trilogia riunita in un unico volume ma con i romanzi pubblicati uno alla volta. Da anni abbiamo in mente un romanzo sugli Sforza. Stavamo per iniziarlo ma ecco che ci è capitato altro da fare. Abbiamo proprio voglia di scrivere un romanzo storico ambientato a Milano da brave milanesi, vorremmo fare ricerca qui a casa nostra. Nel frattempo abbiamo scritto sui Montefeltro. (https://www.amazon.it/Montefeltro-duca-che-poteva-amare-ebook/dp/B07B8M8K18/ref=sr_1_4?ie=UTF8&qid=1545044324&sr=8-4&keywords=elena+e+michela+martignoni)

Scrivi con tua sorella Elena. Come lavorate?

Abbiamo delle famiglie complicatissime. Per le donne è difficile emergere: per chi ha figli e famiglia è quasi una discriminante. Noi scriviamo apparecchiando la tavola! Elena è anche nonna, ha due nipotini. Da anni scriviamo pur continuando a svolgere il nostro ruolo di madri e di mogli. È un lungo sodalizio, il nostro. Spesso scriviamo al telefono mentre siamo affaccendate in altro: non viene considerato un lavoro se sei a casa, ma non è così. Le donne fanno più fatica a emergere perché hanno un doppio ruolo. Per farti un esempio: io ai festival spesso non ci posso andare perché ho famiglia e mi precludo tante attività promozionali. Io e mia sorella scriviamo al telefono, o quando ci vediamo; ci scambiamo email e poi ci confrontiamo: abbiamo una scrittura piana, che uniformiamo e inoltre abbiamo una buona editor che ci conosce da tanti anni. Non c’è un metodo scientifico, siamo due appassionate, convinte di poter trovare la soluzione a delitti impossibili. Non siamo organizzate ma nel nostro caos ci troviamo benissimo. Spesso litighiamo per delle trame. È una scuola di umiltà scrivere in team, siamo sorelle e quindi risolviamo sempre i nostri conflitti. Il lavoro di squadra comporta umiltà perché tutto si relaziona all’altro. Alla fine deve prevalere il bene del libro e si scende a compromessi.

Parlaci del vostro esperimento con lo pseudonimo maschile di Emilio Martini: le indagini del commissario Bertè.

Siamo andate meglio che con gli storici… anche perché lo pseudonimo maschile ha avuto il suo peso! Il personaggio ce l’ha con le donne grasse anche se poi si innamora di Marzia, che è sovrappeso, perché è la morbidezza, la femminilità. Non sapendo che eravamo due donne a scrivere ci hanno massacrate accusandoci di maschilismo. Appena abbiamo rivelato la nostra identità ecco che Bertè è diventato all’improvviso troppo femminile. Il mondo del noir è prettamente maschile. Stiamo scrivendo l’ottavo romanzo della serie, che va molto bene in digitale: è il classico seriale con il protagonista in divenire. (https://www.amazon.it/Invito-Capri-delitto-indagini-commissario-ebook/dp/B071FM39K5/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1545044428&sr=8-1&keywords=commissario+bertè).

Steve Balsamo is back!

Esce oggi Circle The Wagons, il nuovo EP diSteve Balsamo, il cantautore gallese di origini italiane che è stato uno degli interpreti più significativi e convincenti di Jesus Christ Superstar: ha vestito i panni di Gesù nella produzione del West End londinese dal 1996. È dotato di una voce straordinaria capace di commuovere chiunque lo senta cantare.

Nato a Swansea da madre gallese e padre veneziano, lo chef Luciano, Steve Balsamo è un artista a trecentosessanta gradi che ha saputo coniugare le sue eccellenti doti canore con un’impressionante capacità interpretativa. Dopo il successo ottenuto con Superstar, è stato protagonista di diverse produzioni teatrali, tra le quali PoeNotre Dame de Paris Les Misérablesper poi dedicarsi interamente al suo personale percorso creativo, sia come solista, sia duettando con artisti del calibro di Jon Lord dei Deep Purple, Elton John, Celine Dion e tanti altri ancora. Steve ci ha concesso un’intervista in esclusiva per parlarci del suo nuovo lavoro.

Come nasce l’ispirazione per Circle The Wagons? Perché questo titolo?

Il mio amico Christian tempo fa mi ha chiesto di scrivere qualche canzone. Così ho provato a scrivere di lui, della sua storia; quando però ho terminato la stesura mi sono reso conto che c’era molto più di me che di lui nel testo e nella musica. Infatti, mentre stavo scrivendo il brano, ho immaginato di essere lui. Tutto però è cominciato dal testo, ho prestato prima di tutto più attenzione alle parole. Circle the wagons significa “stare sulla difensiva” in gergo: I carri Conestoga (i tipici carri a ruote trainati da animali nel Far West, N.d.T.) sotto attacco venivano tradizionalmente portati in una posizione difensiva circolare; ma significa anche parlare con persone fidate in un ristretto gruppo.

What was your inspiration for Circle The Wagons? Why this title?

My friend Christian asked me to write some songs and I tried to write about his situation. When the song was finished I realized that there was much more about me than him in the song: when I was writing it I imagined I was him. The startying point was the lyric, I focused on that overall. Circle the wagons means to become defensive: Conestoga wagons under attack were traditionally brought into a circular defensive position. But it also means to confer only with people within a trusted group.

La tua musica è sempre stata un veicolo per te per far arrivare dei messaggi positivi, di speranza. Qual è il messaggio che vuoi lasciar trasparire con questo nuovo EP?

Per me la musica è una sorta di terapia. A volte le canzoni sono come un codice per proteggere gli innocenti. Questo è il mio scopo principale.

Your music has always been a mean you use to communicate messages of hope and happiness. Which is the message of the latest EP?

For me songs are a kind of therapy. Sometimes they are the code to protect the innocent. This is vital for me.

Ci sarà un tour promozionale?

Suonare dal vivo è uno dei momenti più importanti per un artista. Perché si crea la connessione tra il pubblico, le canzoni e l’artista stesso. Quindi ci sarà un tour promozionale. Spero ovunque: in tutto il Regno Unito, in Olanda, a Venezia, a Roma. Niente è ancora stabilito, per ora. Questo EP è il primo di quattro. Ho già scritto le canzoni per un secondo EP, quindi uscirà il più presto possibile. L’idea inizialmente era quella di scrivere singole canzoni. Poi ho deciso di farne quattro EP. Lo scopo è di raggiungere più persone e il più rapidamente possibile.

 

There will be a promotional tour?

Playing live is one of the most important things for an artist. But also the connection between the audience and the songs and the artist. So there will be a promotional tour. I hope everywhere: all over UK, in Holland, in Venice, in Rome. Nothing’s in place now. This EP is the first of four. I’ve got songs for a second one, so as soon as possible there will be the second out. The idea initially was just to write songs. Then I realised the idea of the four EPs. The aim is to reach more people quickly.

 

Che cosa vuoi dire ai tuoi fan italiani?

Voglio suonare da voi, perché non mi sono esibito spesso in Italia. Sono per metà italiano e metà del mio cuore è lì da voi. Sto pensando di venire a Venezia per scrivere qualcosa nella città lagunare. C’è tanto di me lì, della mia storia personale: sia del mio sangue che della Storia in sé… io appartengo a quel posto. Sono nato in Galles ma ho vissuto a Venezia fino all’età di 3 anni, non posso dimenticarmene!

Would you like to say something to your Italian fans?

I want to play in Italy, ‘cause I haven’t played a lot in Italy. I’m half Italian and half of my heart is there. I’m plannin’ to come to Venice and do some writing there. So much history for me: both in my blood and the History itself… I belong to that place. I was born in Wales but and I lived in Venice till I was 3, I can’t forget it!

 

Personaggi femminili forti: Ritratto di donna in cremisi di Simona Ahrnstedt

Titolo: Ritratto di donna in cremisi

Autrice: Simona Ahrnstedt

Casa editrice: Sperling&Kupfer

Genere: Narrativa

Pagine: 430

Formato: Rilegato/eBook

Ritratto di donna in cremisi, romanzo di Simona Ahrnstedt, edito Sperling & Kupfer, ci porta nelle atmosfere della Svezia di fine Ottocento più precisamente a Stoccolma nel 1880 e ci racconta una storia d’amore, la storia di una donna molto forte.
Questo libro è un romanzo di formazione e resilienza, racconta infatti di una giovane donna, Beatrice, che, rimasta orfana  cresce a casa dello  zio paterno, ma purtroppo Beatrice riesce a stabilire un legame affettivo unicamente con la cugina Sofia, unico suo punto di riferimento in famiglia.
Bea a diciotto anni non sa ancora di non essere padrona della sua vita e del suo destino, infatti lo zio e il cugino decidono di vendere la ragazza al migliore offerente  e di imporle  così, sotto minaccia, il matrimonio con il viscido e anziano Conte Rosenschiold, un uomo senza scrupoli, misogino e violento. Beatrice cerca di opporsi  a questo matrimonio, ma per salvare la cugina Sofia, unico affetto che le è rimasto, che rischierebbe altrimenti di prendere il suo posto, decide di cedere al ricatto del crudele zio.
La ragazza però nel frattempo si innamora di Seth, un giovane imprenditore norvegese dal carattere cupo ma dall’animo generoso. Seth, un’uomo che, al contrario del misogino conte, rispetta le donne, tenterà di sottrarre Beatrice al suo destino e si batterà per lei per tutta la durata della storia.
Bea passerà in pochi anni dall’essere una giovane adolescente a diventare una donna forte e risoluta.
Ciò che mi ha colpito negativamente è stata la mentalità ristretta e gretta della Svezia di fine Ottocento nei confronti delle donne, totalmente sottomesse al volere dei padri e dei mariti, in contrasto, con quella più aperta di altri paesi europei, come Francia o Inghilterra, dove la situazione si stava un po’ evolvendo.
La donna era considerata un oggetto dell’uomo, una bambola senza personalità gestita prima dal padre e poi dal marito, costretta a dedicarsi ad attività domestiche Il mondo della donna si limitava a al salotto e alla camera da letto.
È sconvolgente leggere di donne ritenute “affette da isteria”, a cui veniva praticata l’isterectomia per renderle più “docili”.

“Per quanto mi riguarda sono molto esigente quando si tratta della mente che deve decidere per me”. Poi sollevò il bicchiere.”Non credete che dovrei meritare una mente tutta mia, anche se sono soltanto una donna?”

A Beatrice viene infatti negata la possibilità di leggere libri e quotidiani, ma la ragazza ribelle per natura, decide di non sottostare a tutto questo. Inizia a leggere di nascosto ed esprime le proprie idee in pubblico a dispetto delle regole imposte dalla società in cui vive, provocando le ire degli uomini della sua famiglia e di suo marito. Questo atteggiamento le costa spesso punizioni corporali e psicologiche, prima da parte di suo zio che la lascia chiusa nella sua stanza senza acqua né cibo, per giorni a deperire e disidratarsi, per farle “abbassare la testa” e decidere di sottomettersi al suo volere, poi da suo marito che la violenta nel modo peggiore, creandole ferite fisiche e psicologiche difficili da rimarginare.
Nella prima parte del romanzo sono descritte alcune scene piuttosto cruente, necessarie alla veridicità della storia, che successivamente nella seconda parte , lasceranno spazio a più leggerezza spensieratezza.
Il carattere ribelle di Beatrice e il suo grande amore per Seth, le costeranno quasi la vita.

Lo stile di scrittura di Simona Ahrnstedt è scorrevole e chiaro e le descrizioni degli ambienti e dei personaggi, estremamente minuziose, permettono al lettore di figurarsi visivamente ogni scena del romanzo come una sequenza cinematografica.
Consiglio il romanzo Ritratto di donna in cremisi a chi ha voglia di leggere uno spaccato della Svezia di fine Ottocento, di conoscere la posizione della donna nella società dell’epoca e leggere una bellissima e travolgente storia d’amore, passionale e travagliata.

Dentro le case (e nelle camere da letto) dei reali con Cinzia Giorgio

Foto di Felicia Kingsley

Da quando ho saputo di questo suo nuovo progetto, ho contato i giorni all’uscita di Amori Reali, l’ultimo saggio di Cinzia Giorgio dedicato alle storie d’amore delle teste coronate d’Europa e oltre.

Io ho un debole per le storie delle dinastie regnanti e il 22 novembre ho fatto irruzione in libreria per mettere le mani sulla mia preziosa copia.

Se come me siete appassionate delle vite di principi, principesse, re e regine, nella vostra libreria Amori Reali non può mancare.

Molte persone che conosco, alla parola “saggio”, sbuffano e alzano gli occhi al cielo, immaginando già un mattone pieno di pistolotti accademici da narcolessia, ma è qui che si sbagliano: Cinzia Giorgio non fa la maestrina, ma ci racconta le vite di questi personaggi con la fluidità e il brio di un’amica con la quale prendiamo il tè.

Il progetto è divisibile in due parti: storie del passato e storie del presente. La differenza tra i due blocchi è che nel primo, abbiamo matrimoni di stato, nel secondo, matrimoni d’amore.

Lo spartiacque tra i filoni è segnato dal ‘900 (e dalla prima guerra mondiale), quando le monarchie perdono potere governativo, per cederlo appunto ai governi; i matrimoni non servono più per creare assi o alleanze politiche, unire eserciti o allargare i confini di un regno, ma solo per garantire continuità a una linea dinastica.

Nella prima parte del saggio, Cinzia ci parla dei grandi condottieri e delle loro numerose avventure tre prime, seconde, terze mogli e le decine di amanti: pensate che Giulio Cesare usava sedurre le mogli dei nemici come risarcimento danni “simbolico”.

O ancora, Caterina de’ Medici, costretta a guardare gli amplessi del marito, re Enrico II di Francia con l’amante Diane de Poitier.

Per non parlare di Enrico VIII e della sua disperata ricerca di un erede maschio che lo portò a cambiare ben sei mogli (è famosa la filastrocca “Divorziata, decapitata, morta, divorziata, decapitata, morta”, per memorizzare la fine di ciascuna delle sue sei consorti).

Amore poco, capricci tanti, ma soprattutto molta, molta strategia.

Nel ‘900, Cinzia ci dipinge un affresco a colori vivaci delle monarchie contemporanee, intrecciando le trame dei loro amori privati a quelle del gossip.

Il ‘900 ha cambiato il volto alle monarchie non solo per la loro mutata influenza politica ma anche trasformandole in fenomeni popolari e cultura di massa. Fino al secolo precedente, le notizie sui monarchi erano solo quelle fatte trapelare dai canali ufficiali, il popolo poteva vedere i propri regnanti solo negli eventi ufficiali, percependoli come personaggi inumani e distanti.

I media hanno rivoluzionato la monarchia avvicinandola al nostro quotidiano.

La prima a diventare una regina mediatica è stata infatti Elisabetta II, l’attuale Queen of England, che apparì nelle case di tutto il mondo, con la sua incoronazione televisiva, cerimonia, prima di allora, riservata ai pochi eletti presenti.

Il suo è stato un matrimonio di stato, ma di certo anche d’amore, perché Elisabetta è stata colpita da un vero e proprio colpo di fulmine per il bel Filippo.

La parte più consistente degli amori reali contemporanei è dedicata a Diana, e ai suoi figli William e Harry, per poi passare ad Alberto di Monaco e Charlene, i reali scandinavi, la monarchia Spagnola retta oggi da Felipe e dalla volitiva Letizia, fino a toccare l’impero giapponese.

Che si sia trattato di matrimonio di stato o d’amore, certo una verità è indiscutibile: il privilegio ha un prezzo che si paga caro.

Vedremo coppie unite in pubblico e scoppiate nel privato, matrimoni a tre (lui, lei e l’altra), matrimoni che abbattono le barriere di classe, suocere ingombranti, divorzi eclatanti, e se le nozze reali ci vengono sempre servite come una favola, per rispondere alla domanda: “Vissero per sempre felici e contenti?”, l’unico modo, è leggere questo nuovo, appassionante saggio di Cinzia Giorgio.

Amori Reali di Cinzia Giorgio

Esce oggi in libreria e in tutti gli store online il saggio Amori Reali di Cinzia Giorgio (Newton Compton editori). Il mio desiderio e la mia curiosità di leggere l’ultimo libro di Cinzia Giorgio, si soddisfano subito. La prima cosa che penso, osservando la copertina è: “Ok! Facciamo un bel tuffo nei miei sogni di bambina, quando anch’io sospiravo per il Principe Azzurro!” (e poi fortunatamente, l’ ho pure sposato!).

Tra queste pagine, tra queste storie, c’è molto di più: c’è la dedizione e la superlativa capacità della Giorgio di giocare con le parole rendendo il suo stile letterario unico e diretto. Con la sua prosa degna del miglior saggio storico, le storie d’amore dei reali si fanno conoscere sotto molte sfaccettature.

È un viaggio nell’amore e nelle condizioni e contraddizioni dei matrimoni sfarzosi, imponenti, a volte anche tragici, che hanno accompagnato l’evoluzione dell’umanità. Si parte da Cesare e Cleopatra, per arrivare a ripercorrere la navata dell’Abbazia di Westminster insieme a Kate e al Principe William.

Non si parla solo d’amore, non è un libro romantico, ma è un saggio che attraverso il profondo lavoro di studio e ricerca fatta dell’autrice, ti permette di leggere e capire le situazioni politiche e sociali. La figura della donna e sua immensa capacità d’adattarsi anche alla ragion di stato (esempio lampante: Soraya con Reza Pahlavi); e di continuare a farci sognare anche quando prima dell’amore veniva la geo-politica!

“Non hai idea di quanto sia difficile vivere una grande storia d’amore ” diceva Wallis Simpson… io le risponderei: “Ha ragione, duchessa, ma leggendo questo saggio avrò sicuramente le idee più chiare.”

E così è stato.

Mirtilla Amelia Malcontenta

Il Vicario di Wakefield

Le Edizioni Fazi propongono un altro titolo classico riportato a nuovo per l’affezionato pubblico di lettori moderni. Nessuno si stupisca se dopo più di tre secoli le avventure/disavventure di Il Vicario di Wakefield fanno ancora sorridere. Il testo, tradotto dall’inglese, e reso ancor più brillante, da Barbara Bartoletti, si preannuncia già per il sottotitolo guardingo: “Una storia che si presume scritta da lui stesso”, irresistibilmente attraente e curioso.

Fare la conoscenza del protagonista è un’esperienza quanto mai singolare sin da subito presentandosi egli come benedetto da una duplice vocazione:

Sono sempre stato dell’opinione che un onestuomo che si sposi e che tiri su una famiglia numerosa sia più utile di colui che rimane celibe pur continuando a parlare di progenie. Per questa ragione cominciai a pensare seriamente al matrimonio già appena un anno dopo che ebbi preso gli ordini, e scelsi mia moglie allo stesso modo in cui lei scelse il suo abito nuziale: non per l’aspetto brillante e grazioso ma per quelle qualità che si sarebbero mantenute inalterate nel tempo.

Effettivamente capita davvero di tutto allo sfortunato (ed è già un eufemismo) vicario Primrose che perde tutto: la figlia, la casa, gli averi e infine anche la libertà, ma rimane saldo nella sua fede e incrollabile nella fiducia verso la Provvidenza, anche quando è veramente difficile.

Vivemmo così in questo stato di intensa felicità per molti anni, non senza che ci capitassero a volte quei piccoli inconvenienti che la Provvidenza ci invia per farci meglio apprezzare i suoi favori.

Un’opera parodica che, dopo aver suscitato un incredulo sorriso, lascia l’amaro in bocca per l’incessante serie di rovesci della fortuna, accolti con così tanta rassegnazione, quando non è addirittura accettazione. Un ammirabile spirito di sopportazione messo veramente a dura prova in una sequela di rovesci e colpi di scena davvero incredibili.

Disseminate lungo il cammino il nostro caro vicario trova il tempo e la forza d’animo per dispensarci anche edificanti perle di saggezza:

«Sia lo spirito che la comprensione», dissi, «non hanno valore senza l’integrità: è questa che conferisce valore a ogni carattere. Il contadino ignorante, senza colpa, vale più del filosofo che ne ha molte. Perché cos’è il genio o il coraggioso senza un cuore? Un uomo onesto è l’opera più nobile di Dio».

Il Vicario di Wakefield fin dalla prima pubblicazione, nel 1766, ebbe uno straordinario successo in tutta Europa. Ne sono state tratte diverse versioni cinematografiche ed è stato uno dei romanzi più̀letti e citati tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo: George Eliot in Middlemarch, Charles Dickens in David Copperfield, Mary Shelley in Frankenstein, Charlotte Brontë in Il Professore e Villette, e oltreoceano, anche Louisa May Alcott in Piccole donne. Johann Wolfgang Goethe non mancò di farvi riferimento ne I Dolori del giovane Werther e lo definì: «Uno dei migliori romanzi che siano mai stati scritti».

Anche Jane Austen cita l’opera in Emma come lettura che può dimostrare il grado di erudizione di Mr Martin, l’onesto ma campagnolo pretendente di Harriet Smith:

“Suppongo che Mr. Martin non sia un uomo che conosce molto al di là della sua professione. Non legge?”

“Oh, si! cioè, no… non lo so… ma credo che abbia letto un bel po’… anche se non quello che interesserebbe voi. Legge i Resoconti Agricoli e qualche altro libro, di quelli messi nei sedili delle finestre, ma li legge tutti per conto suo. Ma qualche volta, di sera, prima di giocare a carte, leggeva qualcosa a voce alta dagli Estratti eleganti… molto piacevoli. E so che ha letto il Vicario di Wakefield[1].

Sospetto che le sottili labbra di Jane Austen si siano arricciate più volte alla lettura delle disavventure dell’ecclesiastico, divertita dal susseguirsi delle vicende, ma ancor più dalla tipologia di personaggio che poi ritroveremo spesso ricorrente nei suoi romanzi.

Il Vicario di Wakefield ha tutte le carte in regola per diventarci caro e familiare, come una vecchia conoscenza, cosa che del resto accade con gli indiscutibili classici.

 

 

[1] Jane Austen, Emma, trad. Giuseppe Ierolli, jausten.it, “romanzi canonici”, cap. 4.

Una principessa in fuga di Elizabeth von Arnim

Nuova edizione Fazi che aggiunge un altro volume all’opera pubblicata di Elizabeth von Arnim ammantando anche questa copertina di colore e di brio. Nuova anche la traduzione, piacevolmente più fluida.

Persino una fiaba in mano a Elizabeth von Arnim diventa materia originale e ironica e in questo caso è la principessa Priscilla a farne le spese.

Stanca di vivere tra gli agi e le regole di un granducato sperduto tra le montagne, la principessa decide di fuggire verso l’Inghilterra, patria di ogni libertà. Al suo fianco il fedele bibliotecario che da sempre l’ha nutrita a forza di libri e ideali e che da artefice diventa strumento della sua ribellione.

Priscilla, invece, era una sognatrice, una poetessa che non scriveva poesie, dotata di un’anima che non riusciva a esprimersi ma che era colma dei desideri e degli amori da cui nasce la poesia. Come le sorelle, non aveva conosciuto altra vita, eppure sognava continuamente un’esistenza diversa, la desiderava, la trovava nei libri. Solo una persona la incoraggiava, ma basta poco per spianare la strada a chi è determinato a ribellarsi. Questa persona – un uomo anziano – fu all’origine dello scompiglio che seguì.

Nell’incantevole cottage immerso nella idilliaca campagna inglese, Priscilla si sente rinascere, non più soffocata dall’etichetta che imbrigliava ogni suo pensiero e movimento:

Non c’è posto migliore di Symford per chiunque cerchi un luogo pittoresco dove le case sono coperte di rampicanti; un luogo ove trascorrere anni tranquilli in lento cammino sul sentiero della pace. Symford è uno dei villaggi più graziosi dell’Inghilterra. Incarna e possiede tutte le qualità che ci si aspetta di trovare in un villaggio ideale: innanzitutto è nascosto come un nido tra le pieghe delle colline; è minuscolo e isolato; vi si trovano cottage antichi e con il tetto di paglia; la locanda sembra uscita da un libro di fiabe, con un’insegna pittoresca e un locandiere dall’aspetto cordiale; la chiesa si erge meravigliosamente al sommo di una collinetta tra alberi secolari, veneranda come il suo parroco, uomo dallo sguardo così mite che incrociarlo equivale a ricevere una benedizione.

Ma non tutto va come sognato: lei continua a comportarsi, ahimè, come una principessa generosa e magnanima verso i suoi nuovi vicini e la cosa risulta alquanto strana nella vita di tutti i giorni.

Inoltre, Priscilla e il fedele Fritzing si accorgono presto che le principesse costano e hanno bisogno di soldi per il loro sostentamento. Quando finisce la riserva di denaro che dava loro da vivere, i rapporti tra i tre mal assortiti -c’è anche una cameriera tuttofare- inquilini del cottage si fanno improvvisamente tesi e complicati.

Come nella più classica delle fiabe: chi arriverà a salvare la principessa?

Divertente, come sempre, il modo di narrare di von Arnim la cui voce ogni tanto fa capolino tra le righe della storia con qualche commento sornione e pungente:

Tuttavia la mia storia non tratta della distruzione dell’anima, perciò non indugerò oltre su un argomento tanto nefasto. Noi, che come Priscilla siamo accoccolati sotto l’ala della Fortuna e godiamo del suo tepore, possiamo permetterci di fare le boccacce a quella grigia sorella che ci passa vicino zoppicante e scura in volto. Forse un giorno sentiremo il morso dei suoi artigli? Quando accadrà cerchiamo almeno di non sobbalzare per il dolore; colui che pur soffrendo riesce a fare le boccacce e a ridere sarà come il principe delle fiabe, capace grazie al suo coraggio di trasformare quella vecchia megera in una splendente ricompensa e le proprie pene in una scintillante pioggia di benedizioni.

Inevitabilmente spettacolari le sue descrizioni sia che si tratti di caratterizzare un personaggio sia un ambiente:

Dove viveva la nostra principessa? Il granducato di Lothen-Kunitz si trova nell’Europa meridionale, in una ridente regione di fertili pianure, colline boscose e vasti fiumi. Quando la primavera risale dall’Italia verso nord, per prima cosa si ferma nel granducato; mentre l’autunno, scendendo da nord, vi si attarda dorato dal sole e carico di frutti maturi, con le sue giornate serene e senza vento che continuano a indugiare quando altrove sassoni e prussiani hanno già acceso le stufe e indossato le pellicce. È un luogo dove i fichi si colgono dall’albero in giardino e i vigneti splendono sulle colline.

Anche stavolta, dietro alle ultime pagine, nasconde un finale amaro e si congeda senza alcuna allegria:

Ma non crediate che una persona sempre sincera come me scada nella facile menzogna proprio alla fine, e vi racconti che Priscilla visse per sempre felice e contenta. Non andò così. Ma in fondo, ditemi: esiste qualcuno che riesca a vivere per sempre felice e contento?

Una Cenerentola a Manhattan di Felicia Kingsley #GliSpecialiDiPink

“Gli unici perdenti veri, sono quelli che non provano.”

È stato bellissimo leggere il nuovo romanzo di Felicia Kingsley (Newton Compton Editori), un onore poterlo recensire per Pink Magazine Italia perché anche nella sua ultima talentuosa dimostrazione d’autrice, Miss Kingsley non sbaglia una virgola… anzi, una cosa la sbaglia: il finale! Sì, il romanzo finisce e io non lo posso tollerare! Felicia Kingsley, con il suo stile unico, narra una delle più classiche storie d’amore, ambientandola nella città più cool del mondo: New York. Al posto della zucca, c’è la metropolitana. Al posto del castello, un attico nell’upper east side.

La protagonista è Riley, una Cenerentola forte, moderna e grintosa. La vita non le ha mai regalato nulla, e la ragazza si ritrova a vivere un amore da favola con Jesse, un giovane uomo d’affari in una metropoli che si presta a essere lo specchio magico per realizzare i propri sogni.

Ogni personaggio in questo romanzo è al posto giusto, scritto e descritto nell’unicità tipicamente Kingsleyiana. Pagina dopo pagina, sorriso dopo sorriso, sospiro dopo sospiro, s’inizia ad avere la netta sensazione che la favola che ci leggevano da bambine, abbia sprigionato un bel po’ della sua magia tanto da incantare la penna dell’autrice, permettendo a questo romanzo di potersi definire quasi  “magico”.

Prendete un attimo di tempo tutto per voi, leggete il romanzo della Kingsley perché: “Per sognare abbiamo le favole, per tutto il resto…. c’è google.”

Mirtilla Amelia Malcontenta

Tre domande a Felicia Kingsley 

Come nasce la storia di Riley, protagonista di Una Cenerentola a Manhattan?

L’ho presa un po’ alla larga, a dirti la verità. Riflettevo su come il focus, negli ultimi anni, si sia spostato sulla celebrità, specie quella gratuita e un po’ ingiustificata che regalano i social. Come tanti ho notato lo sbocciare di nomi che da un giorno all’altro, da perfetti sconosciuti, erano sulla bocca di tutti, e di solito senza un merito reale. I quindici minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol. Mi guardavo intorno e vedevo che anche alcune mie amiche, o conoscenti, seppur nella loro quotidianità, cercavano a tutti i costi il momento di gloria, chi con il gossip, chi con il contenuto virale, chi con challenge sconclusionati, insomma, era caccia aperta al trend, così come una volta, per le “giovani in età da marito”, era caccia aperta al buon partito da sposare. Più che da Cenerentola, la storia è partita dalle sorellastre: immaginavo che nel 2018, Anastasia e Genoveffa avrebbero ambito, più che al principe, a diventare star dei social (pur nella loro mediocrità). A me piacciono i social, li frequento anche perchè sono quasi l’unico modo per entrare in contatto con chi legge i miei lavori, ma mi rendo conto che c’è anche tanto nulla (esempio: selfie di ragazze seminude o ragazzi iperpalestrati, accompagnati da improbabili citazioni di Leopardi o Kant). Ecco, Anastasia e Genoveffa le colloco proprio in questa fetta. Da lì, mi sono domandata: e cosa vorrebbe Cenerentola nel 2018? Autorealizzarsi. Me la sono immaginata determinata (meno incantata della favola), con degli obiettivi personali, dei traguardi professionali importanti, ma purtroppo sempre accompagnata da quella componente di svantaggio (economico, sociale e affettivo) della protagonista della favola di Perrault. Su queste premesse, poi è nata tutta la storia.

Perché a New York? Cosa ti ha spinto ad ambientare il tuo romanzo nella Grande Mela?

Stavolta, siccome stavo mettendo le mani su una favola da sogno, mi sono detta “Sognamo alla grande!”. Siccome Cenerentola è una favola pregna di coincidenze, incontri dettati dal destino, e soprattutto magia, e visto che la magia, quella vera, nel romanzo non l’ho messa (la lascio a J.K. Rowling che è materia sua), avevo bisogno di una città che la magia ce l’avesse dentro. New York, what else? Le ho provate tutte, ma Una Cenerentola a Fossoli non funzionava. E neanche Una Cenerentola a Paderno Dugnano. Saluto e abbraccio gli amici di Fossoli e di Paderno Dugnano.

C’è un fil-rouge che lega tutti i tuoi romanzi? Cosa ti preme trasmettere ai tuoi lettori?

Vorrei essere quel tipo di persona che ha grandi piani, tra loro collegati, ma no. I romanzi sono tra loro indipendenti nella maniera più totale. L’unica cosa che li accomuna è l’intrattenimento. Il mio scopo è intrattenere il lettore, divertirlo quanto mi diverto io a scrivere e l’unica cosa che mi auguro, una volta chiuso un mio romanzo e che ciò che ha letto, lo ispiri a trovare nuovi slanci, che so… fare un viaggio, comprarsi un disco, andare a vedersi un film, iscriversi a quel corso che da anni si ripromette di frequentare ma poi non fa mai…

Cinzia Giorgio

Il sorriso della sirena. Intervista a Selma Sevenhuijsen

Il Sorriso della Sirena (Alla ricerca della Dea nel labirinto etrusco)
I libri sono magici perchè ci donano un’esperienza, basta saperla cogliere. Il Sorriso della Sirena è arrivato di sera, silenziosamente come si addice a una vera sirena e mi si è istantaneamente piazzato sul letto. Abbiamo dormito insieme e la mattina dopo siamo usciti verso il duomo e l’ho aperto. In realtà lo avevo aperto prima, alla sera, appena è arrivato e la prima immagine è una foto che rappresenta l’ingresso a un luogo. Le pareti coperte di muschio verde, molte croci e poi un volto di pietra, che mi guarda e io lo vedo che mi guarda. È un guardiano, si capisce dall’espressione annoiata dell’occhio, l’unico occhio perché l’altro ha la forma di una vagina… e quindi capisco che qualcosa legato a Gea, lì c’è, e mostra un’uscita.
Questa foto mi parla, non c’è dubbio ed è la prima impressione ricevuta dal libro, meglio dormirci su…
La mattina dopo, munita di matita e temperino, vado a studiare sotto il cedro del libano accanto al Duomo di Barga, il luogo dove io e l’autrice, Selma Sevenhuijsen, abbiamo vissuto momenti di grande compartecipazione a qualcosa di decisamente interessante; aprendo nuovamente a caso il libro, questa volta però verso la fine, becco il ritorno a casa e trovo delle riflessioni che mi fan capire che le sirene esistono e si muovono nei flutti di un oceano simbolico che ha delle correnti e Selma è entrata in una corrente che sa di fresco, di nord ed è protetta dal Sacro. Mi colpisce l’amore col quale soffre ciò che noi italiani sembriamo non sentire per una forma di calore interno che da sempre ci pervade; sento un dolore composto (tipico di chi ha compreso e sa reagire) di fronte al crollo del Sacro, di una parte del Sacro, che il nostro paese custodisce a dispetto dei continui attacchi da parte di un’inconsapevolezza della quale nessuno ha colpa. Il Karma di un popolo è affar serio.
A questo punto vado a vedere l’indice, intanto è sera e sono a far cena, ma il libro mi sta a una distanza massima di un metro, sempre; comincio a sospettare che esista una legge di attrazione. Leggo.
La culla della sirena. E mi viene un colpo allo stomaco, vado avanti e trovo lui, Michele, devo vedere cosa dice su Michele; mi ci ritrovo totalmente. E qui capisco perché il libro mi si è letteralmente appiccicato addosso, i libri sono magici e seguono altre leggi… e allora mi lascio guidare dal libro e faccio velocemente cena, sistemo tutto e mi rimetto a leggere.
Vado subito alla culla a riposarmi e mi trovo a casa, saluto la Dea Serpente che mi ha nutrita in modo cosmico, Sheila-na-Gig che l’ho dipinta in forma di cariatide del Tempio Isideo e la vedo spesso, e quando la vedo non manco mai di riconoscerla… rispondo al saluto di Verena (che mi porta echi affascinanti da Zurigo), ha i capelli e un volto che potrebbe averli fatti Frida Kahlo, poi arrivo alla Menade etrusca e riconosco il matriarcato…e mi viene in mente Teodora (per il copricapo che la adorna e la rende regina), che la amo da secoli…e poi ecco Lei: Inanna, e niente: “Io sono la prima e l’ultima” e mi parte l’inno a Iside, in quel momento l’esaltazione è al TOP e amo Selma perché è veramente una Sorella.
Dopo questo mi posso considerare “presa” e vado al dessert. Maria nei panni della sirena? E la trovo, Lei, la discepola preferita. Gesù la baciava spesso sulla bocca, lo dice Filippo ma non è molto famoso il suo vangelo (gnostico, quindi decisamente ostico). Mi fermo qui, perchè il resto del libro me lo vivo da sola e invito tutti coloro che in qualche modo sentono interesse verso la causa di Gea, in senso di sacralizzare il nostro pianeta ormai alla fine, di dare una “sbirciatina” al libro di Selma… a volte il risveglio può anche necessitare di un aiuto dal Nord.

Selma, ci parli un po’ di te? Chi è Selma Sevenhuijsen?
Sul mio sito mi definisco ricercatrice, scrittrice, viaggiatrice e “lavoratrice” spirituale.
Dopo una carriera come professoressa all’Università di Amsterdam e di Utrecht, dove ricoprivo la cattedra nelle materie di Studio della Donna e Etica della cura, ho iniziato il mio personale percorso di ricerca. Ho trovato il Labirinto come sentiero spirituale (un viaggio verso il Sè) e ho organizzato eventi con questo ricco simbolo, in Olanda (dove lo insegno all’istituo junghiano) e anche in altri paesi. È stata la mia curiosità per la storia del Labirinto e per la Sirena bicaudata a condurmi in Italia, nelle terre degli Etruschi. Ho vissuto in queste terre per dieci anni e ancora faccio da guida a gruppi che si addentrano in questo immenso paesaggio sacro. L’Italia mi chiama, sono una nomade. Ogni primavera ed estate scendo verso il Lago di Bolsena, che è la zona del mio cuore… ma da qualche anno ci sono anche Canossa e Barga. Dentro di me c’è un pò di tutto, mistica e ricercatrice. Prendo ispirazione dai miei sogni, che mi dicono dove andare e cosa fare, i messaggi che arrivano, vengono da un inconscio collettivo che ci accomuna tutti, indipendentemente dal tempo in cui viviamo. In Olanda frequento una chiesa ecumenica, in Italia incontro la Dea, ma anche le energie potenti di antichi luoghi sacri e le pievi medievali. Ho ricevuto tutte le iniziazioni del sentiero andino in Italia, Olanda e Perù. Ho imparato a lavorare con le energie in modo pratico leggero e gioioso. Ho compreso in profondità le diverse fasi del sentiero, i passaggi difficili della crescita che è sempre spirituale. Sono madre di due figli e nonna di tre nipoti.
Mi piacerebbe fare un’intervista notturna quindi mi permetto di chiederti, se vuoi, di raccontare qualcosa sul tuo incontro con la figura di Matilde di Canossa, quello che vuoi tu.
Notturna? Infatti. Matilde mi è arrivata dallo stato di sonno, già… cioè è arrivata nei miei sogni. Durante la mia permanenza a Bolsena l’ho incontrata come Granduchessa di Toscana e alleata di Papa Gregorio VII, nato a Sovana, dove ho abitato per molti anni. Nel 2011 ho scoperto una sirena bicaudata sopra la sua tomba in San Pietro a Roma. Un anno dopo mi è apparsa in sogno e mi ha comunicato che era arrivato il momento di andare in un viaggio di scoperta delle sue tracce, in Italia, da Mantova a Roma. È diventato un viaggio magico… in forte connessione con la sua Anima. Ho ricevuto dei doni preziosi, che tengo per me.
Nel 2016, al seicesimo anno dalla sua morte, ho deciso di renderle omaggio con un libro e ho pubblicato “Regina del Vaticano” e ho costruito un labirinto a forma di cuore sotto il suo castello, a Canossa. Questa avventura ha cambiato la mia vita in modo ancora più profondo.
Il tuo ultimo libro Il sorriso della Sirena (edito da Edizioni Effigi), riporta in copertina la scritta “Alla ricerca della Dea nel Labirinto etrusco”, una frase molto affascinante ed evocativa. Ci dici qualcosa in merito? Che Dea hai trovato nel labirinto etrusco? Perchè il Labirinto? E perchè etrusco?
Buona domanda, la risposta non è semplice. Per la cultura etrusca il labirinto era luogo e simbolo della connessione con Madre Terra e del suo sacro matrimonio con il Dio del Cielo. Il labirinto sanciva i luoghi di unione, radicato nella concezione della Terra come essere vivente e sacro nel suo aspetto sotterraneo.Tutta la zona adiacente al Lago di Bolsena ha una carica di sacro molto potente. Altari, vie cave, resti di templi, rendono la zona ricca di suggestioni assolutamente indispendsabili a chi cerca di vivere lo Spirito di un Luogo nella sua manifestazione più alta. La Dea qui è Norzia/Voltumna, che presiede alle acque, alla fertilità, al ciclo della vita (nascita/morte/rinascita), al fato… È la Madre del popolo etrusco è la protettrice delle dinastie di regine, sacerdotesse e profetesse. È la guardiana delle porte dei solstizi, insieme al suo compagno maschio, conosciuto come Velth e Iano. In questo la cultura etrusca costituisce un esempio sempre valido di cooperazione tra energie maschili e femminili per garantire l’equilibrio del pianeta su cui tutti viviamo.
Personalmente ho trovato il tuo libro prezioso, perchè contiene chiavi di riflessione importanti, ci vuoi svelare qualcosa?
Camminare per le vie cave è un’esperienza di passaggio dal buio verso la luce… comprendere che la morte non è la fine ma solo una tappa del viaggio, mi pare che possa essere interessante come esperienza. Sul lago di Bolsena, ho visto l’alba del solstizio in grotta… si apre una porta di luce dentro la Terra, è bellissimo, dopo vedi il mondo con altri occhi. Il Duomo di Barga è al centro di un portale cosmico e si sente forte e chiaro. Ce ne sono così tante di cose, che viene da urlare alle persone di iniziare a muoversi cercando stimoli più sani.
Adesso arriva la domanda d’obbligo: ci parli della tua esperienza con il simbolo del serpente? Come lo interpreti? Dove lo hai trovato?
L’ho trovato tra le mani della Dea Arianna, ma anche in quelle delle sacerdotesse etrusche, dove faceva il guardiano di un altare. Lo interpreto come simbolo di saggezza della Terra e, raddoppiato, come simbolo dell’energia curativa chiamata kundalini (basta pensare al simbolo delle farmacie).
Facciamo un gioco. Puoi rivolgerti al pubblico di Pink e fare un appello, cosa dici?
Connettersi con la propria ombra per integrarla invece di evitarla o combatterla. Rivalutare il femminile nella propria vita, nella propria cultura e nella propria spiritualità. Cercare il sentiero che conduce all’unione degli opposti in se stessi. Rivalutare la sacralità della Madre Terra, che nutre noi tutti. Auguro a tutti di intraprendere un sentiero di Integrazione, Luce e Amore.
Paola Marchi