Una Cenerentola a Manhattan di Felicia Kingsley #GliSpecialiDiPink

“Gli unici perdenti veri, sono quelli che non provano.”

È stato bellissimo leggere il nuovo romanzo di Felicia Kingsley (Newton Compton Editori), un onore poterlo recensire per Pink Magazine Italia perché anche nella sua ultima talentuosa dimostrazione d’autrice, Miss Kingsley non sbaglia una virgola… anzi, una cosa la sbaglia: il finale! Sì, il romanzo finisce e io non lo posso tollerare! Felicia Kingsley, con il suo stile unico, narra una delle più classiche storie d’amore, ambientandola nella città più cool del mondo: New York. Al posto della zucca, c’è la metropolitana. Al posto del castello, un attico nell’upper east side.

La protagonista è Riley, una Cenerentola forte, moderna e grintosa. La vita non le ha mai regalato nulla, e la ragazza si ritrova a vivere un amore da favola con Jesse, un giovane uomo d’affari in una metropoli che si presta a essere lo specchio magico per realizzare i propri sogni.

Ogni personaggio in questo romanzo è al posto giusto, scritto e descritto nell’unicità tipicamente Kingsleyiana. Pagina dopo pagina, sorriso dopo sorriso, sospiro dopo sospiro, s’inizia ad avere la netta sensazione che la favola che ci leggevano da bambine, abbia sprigionato un bel po’ della sua magia tanto da incantare la penna dell’autrice, permettendo a questo romanzo di potersi definire quasi  “magico”.

Prendete un attimo di tempo tutto per voi, leggete il romanzo della Kingsley perché: “Per sognare abbiamo le favole, per tutto il resto…. c’è google.”

Mirtilla Amelia Malcontenta

Tre domande a Felicia Kingsley 

Come nasce la storia di Riley, protagonista di Una Cenerentola a Manhattan?

L’ho presa un po’ alla larga, a dirti la verità. Riflettevo su come il focus, negli ultimi anni, si sia spostato sulla celebrità, specie quella gratuita e un po’ ingiustificata che regalano i social. Come tanti ho notato lo sbocciare di nomi che da un giorno all’altro, da perfetti sconosciuti, erano sulla bocca di tutti, e di solito senza un merito reale. I quindici minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol. Mi guardavo intorno e vedevo che anche alcune mie amiche, o conoscenti, seppur nella loro quotidianità, cercavano a tutti i costi il momento di gloria, chi con il gossip, chi con il contenuto virale, chi con challenge sconclusionati, insomma, era caccia aperta al trend, così come una volta, per le “giovani in età da marito”, era caccia aperta al buon partito da sposare. Più che da Cenerentola, la storia è partita dalle sorellastre: immaginavo che nel 2018, Anastasia e Genoveffa avrebbero ambito, più che al principe, a diventare star dei social (pur nella loro mediocrità). A me piacciono i social, li frequento anche perchè sono quasi l’unico modo per entrare in contatto con chi legge i miei lavori, ma mi rendo conto che c’è anche tanto nulla (esempio: selfie di ragazze seminude o ragazzi iperpalestrati, accompagnati da improbabili citazioni di Leopardi o Kant). Ecco, Anastasia e Genoveffa le colloco proprio in questa fetta. Da lì, mi sono domandata: e cosa vorrebbe Cenerentola nel 2018? Autorealizzarsi. Me la sono immaginata determinata (meno incantata della favola), con degli obiettivi personali, dei traguardi professionali importanti, ma purtroppo sempre accompagnata da quella componente di svantaggio (economico, sociale e affettivo) della protagonista della favola di Perrault. Su queste premesse, poi è nata tutta la storia.

Perché a New York? Cosa ti ha spinto ad ambientare il tuo romanzo nella Grande Mela?

Stavolta, siccome stavo mettendo le mani su una favola da sogno, mi sono detta “Sognamo alla grande!”. Siccome Cenerentola è una favola pregna di coincidenze, incontri dettati dal destino, e soprattutto magia, e visto che la magia, quella vera, nel romanzo non l’ho messa (la lascio a J.K. Rowling che è materia sua), avevo bisogno di una città che la magia ce l’avesse dentro. New York, what else? Le ho provate tutte, ma Una Cenerentola a Fossoli non funzionava. E neanche Una Cenerentola a Paderno Dugnano. Saluto e abbraccio gli amici di Fossoli e di Paderno Dugnano.

C’è un fil-rouge che lega tutti i tuoi romanzi? Cosa ti preme trasmettere ai tuoi lettori?

Vorrei essere quel tipo di persona che ha grandi piani, tra loro collegati, ma no. I romanzi sono tra loro indipendenti nella maniera più totale. L’unica cosa che li accomuna è l’intrattenimento. Il mio scopo è intrattenere il lettore, divertirlo quanto mi diverto io a scrivere e l’unica cosa che mi auguro, una volta chiuso un mio romanzo e che ciò che ha letto, lo ispiri a trovare nuovi slanci, che so… fare un viaggio, comprarsi un disco, andare a vedersi un film, iscriversi a quel corso che da anni si ripromette di frequentare ma poi non fa mai…

Cinzia Giorgio

Annunci

Il sorriso della sirena. Intervista a Selma Sevenhuijsen

Il Sorriso della Sirena (Alla ricerca della Dea nel labirinto etrusco)
I libri sono magici perchè ci donano un’esperienza, basta saperla cogliere. Il Sorriso della Sirena è arrivato di sera, silenziosamente come si addice a una vera sirena e mi si è istantaneamente piazzato sul letto. Abbiamo dormito insieme e la mattina dopo siamo usciti verso il duomo e l’ho aperto. In realtà lo avevo aperto prima, alla sera, appena è arrivato e la prima immagine è una foto che rappresenta l’ingresso a un luogo. Le pareti coperte di muschio verde, molte croci e poi un volto di pietra, che mi guarda e io lo vedo che mi guarda. È un guardiano, si capisce dall’espressione annoiata dell’occhio, l’unico occhio perché l’altro ha la forma di una vagina… e quindi capisco che qualcosa legato a Gea, lì c’è, e mostra un’uscita.
Questa foto mi parla, non c’è dubbio ed è la prima impressione ricevuta dal libro, meglio dormirci su…
La mattina dopo, munita di matita e temperino, vado a studiare sotto il cedro del libano accanto al Duomo di Barga, il luogo dove io e l’autrice, Selma Sevenhuijsen, abbiamo vissuto momenti di grande compartecipazione a qualcosa di decisamente interessante; aprendo nuovamente a caso il libro, questa volta però verso la fine, becco il ritorno a casa e trovo delle riflessioni che mi fan capire che le sirene esistono e si muovono nei flutti di un oceano simbolico che ha delle correnti e Selma è entrata in una corrente che sa di fresco, di nord ed è protetta dal Sacro. Mi colpisce l’amore col quale soffre ciò che noi italiani sembriamo non sentire per una forma di calore interno che da sempre ci pervade; sento un dolore composto (tipico di chi ha compreso e sa reagire) di fronte al crollo del Sacro, di una parte del Sacro, che il nostro paese custodisce a dispetto dei continui attacchi da parte di un’inconsapevolezza della quale nessuno ha colpa. Il Karma di un popolo è affar serio.
A questo punto vado a vedere l’indice, intanto è sera e sono a far cena, ma il libro mi sta a una distanza massima di un metro, sempre; comincio a sospettare che esista una legge di attrazione. Leggo.
La culla della sirena. E mi viene un colpo allo stomaco, vado avanti e trovo lui, Michele, devo vedere cosa dice su Michele; mi ci ritrovo totalmente. E qui capisco perché il libro mi si è letteralmente appiccicato addosso, i libri sono magici e seguono altre leggi… e allora mi lascio guidare dal libro e faccio velocemente cena, sistemo tutto e mi rimetto a leggere.
Vado subito alla culla a riposarmi e mi trovo a casa, saluto la Dea Serpente che mi ha nutrita in modo cosmico, Sheila-na-Gig che l’ho dipinta in forma di cariatide del Tempio Isideo e la vedo spesso, e quando la vedo non manco mai di riconoscerla… rispondo al saluto di Verena (che mi porta echi affascinanti da Zurigo), ha i capelli e un volto che potrebbe averli fatti Frida Kahlo, poi arrivo alla Menade etrusca e riconosco il matriarcato…e mi viene in mente Teodora (per il copricapo che la adorna e la rende regina), che la amo da secoli…e poi ecco Lei: Inanna, e niente: “Io sono la prima e l’ultima” e mi parte l’inno a Iside, in quel momento l’esaltazione è al TOP e amo Selma perché è veramente una Sorella.
Dopo questo mi posso considerare “presa” e vado al dessert. Maria nei panni della sirena? E la trovo, Lei, la discepola preferita. Gesù la baciava spesso sulla bocca, lo dice Filippo ma non è molto famoso il suo vangelo (gnostico, quindi decisamente ostico). Mi fermo qui, perchè il resto del libro me lo vivo da sola e invito tutti coloro che in qualche modo sentono interesse verso la causa di Gea, in senso di sacralizzare il nostro pianeta ormai alla fine, di dare una “sbirciatina” al libro di Selma… a volte il risveglio può anche necessitare di un aiuto dal Nord.

Selma, ci parli un po’ di te? Chi è Selma Sevenhuijsen?
Sul mio sito mi definisco ricercatrice, scrittrice, viaggiatrice e “lavoratrice” spirituale.
Dopo una carriera come professoressa all’Università di Amsterdam e di Utrecht, dove ricoprivo la cattedra nelle materie di Studio della Donna e Etica della cura, ho iniziato il mio personale percorso di ricerca. Ho trovato il Labirinto come sentiero spirituale (un viaggio verso il Sè) e ho organizzato eventi con questo ricco simbolo, in Olanda (dove lo insegno all’istituo junghiano) e anche in altri paesi. È stata la mia curiosità per la storia del Labirinto e per la Sirena bicaudata a condurmi in Italia, nelle terre degli Etruschi. Ho vissuto in queste terre per dieci anni e ancora faccio da guida a gruppi che si addentrano in questo immenso paesaggio sacro. L’Italia mi chiama, sono una nomade. Ogni primavera ed estate scendo verso il Lago di Bolsena, che è la zona del mio cuore… ma da qualche anno ci sono anche Canossa e Barga. Dentro di me c’è un pò di tutto, mistica e ricercatrice. Prendo ispirazione dai miei sogni, che mi dicono dove andare e cosa fare, i messaggi che arrivano, vengono da un inconscio collettivo che ci accomuna tutti, indipendentemente dal tempo in cui viviamo. In Olanda frequento una chiesa ecumenica, in Italia incontro la Dea, ma anche le energie potenti di antichi luoghi sacri e le pievi medievali. Ho ricevuto tutte le iniziazioni del sentiero andino in Italia, Olanda e Perù. Ho imparato a lavorare con le energie in modo pratico leggero e gioioso. Ho compreso in profondità le diverse fasi del sentiero, i passaggi difficili della crescita che è sempre spirituale. Sono madre di due figli e nonna di tre nipoti.
Mi piacerebbe fare un’intervista notturna quindi mi permetto di chiederti, se vuoi, di raccontare qualcosa sul tuo incontro con la figura di Matilde di Canossa, quello che vuoi tu.
Notturna? Infatti. Matilde mi è arrivata dallo stato di sonno, già… cioè è arrivata nei miei sogni. Durante la mia permanenza a Bolsena l’ho incontrata come Granduchessa di Toscana e alleata di Papa Gregorio VII, nato a Sovana, dove ho abitato per molti anni. Nel 2011 ho scoperto una sirena bicaudata sopra la sua tomba in San Pietro a Roma. Un anno dopo mi è apparsa in sogno e mi ha comunicato che era arrivato il momento di andare in un viaggio di scoperta delle sue tracce, in Italia, da Mantova a Roma. È diventato un viaggio magico… in forte connessione con la sua Anima. Ho ricevuto dei doni preziosi, che tengo per me.
Nel 2016, al seicesimo anno dalla sua morte, ho deciso di renderle omaggio con un libro e ho pubblicato “Regina del Vaticano” e ho costruito un labirinto a forma di cuore sotto il suo castello, a Canossa. Questa avventura ha cambiato la mia vita in modo ancora più profondo.
Il tuo ultimo libro Il sorriso della Sirena (edito da Edizioni Effigi), riporta in copertina la scritta “Alla ricerca della Dea nel Labirinto etrusco”, una frase molto affascinante ed evocativa. Ci dici qualcosa in merito? Che Dea hai trovato nel labirinto etrusco? Perchè il Labirinto? E perchè etrusco?
Buona domanda, la risposta non è semplice. Per la cultura etrusca il labirinto era luogo e simbolo della connessione con Madre Terra e del suo sacro matrimonio con il Dio del Cielo. Il labirinto sanciva i luoghi di unione, radicato nella concezione della Terra come essere vivente e sacro nel suo aspetto sotterraneo.Tutta la zona adiacente al Lago di Bolsena ha una carica di sacro molto potente. Altari, vie cave, resti di templi, rendono la zona ricca di suggestioni assolutamente indispendsabili a chi cerca di vivere lo Spirito di un Luogo nella sua manifestazione più alta. La Dea qui è Norzia/Voltumna, che presiede alle acque, alla fertilità, al ciclo della vita (nascita/morte/rinascita), al fato… È la Madre del popolo etrusco è la protettrice delle dinastie di regine, sacerdotesse e profetesse. È la guardiana delle porte dei solstizi, insieme al suo compagno maschio, conosciuto come Velth e Iano. In questo la cultura etrusca costituisce un esempio sempre valido di cooperazione tra energie maschili e femminili per garantire l’equilibrio del pianeta su cui tutti viviamo.
Personalmente ho trovato il tuo libro prezioso, perchè contiene chiavi di riflessione importanti, ci vuoi svelare qualcosa?
Camminare per le vie cave è un’esperienza di passaggio dal buio verso la luce… comprendere che la morte non è la fine ma solo una tappa del viaggio, mi pare che possa essere interessante come esperienza. Sul lago di Bolsena, ho visto l’alba del solstizio in grotta… si apre una porta di luce dentro la Terra, è bellissimo, dopo vedi il mondo con altri occhi. Il Duomo di Barga è al centro di un portale cosmico e si sente forte e chiaro. Ce ne sono così tante di cose, che viene da urlare alle persone di iniziare a muoversi cercando stimoli più sani.
Adesso arriva la domanda d’obbligo: ci parli della tua esperienza con il simbolo del serpente? Come lo interpreti? Dove lo hai trovato?
L’ho trovato tra le mani della Dea Arianna, ma anche in quelle delle sacerdotesse etrusche, dove faceva il guardiano di un altare. Lo interpreto come simbolo di saggezza della Terra e, raddoppiato, come simbolo dell’energia curativa chiamata kundalini (basta pensare al simbolo delle farmacie).
Facciamo un gioco. Puoi rivolgerti al pubblico di Pink e fare un appello, cosa dici?
Connettersi con la propria ombra per integrarla invece di evitarla o combatterla. Rivalutare il femminile nella propria vita, nella propria cultura e nella propria spiritualità. Cercare il sentiero che conduce all’unione degli opposti in se stessi. Rivalutare la sacralità della Madre Terra, che nutre noi tutti. Auguro a tutti di intraprendere un sentiero di Integrazione, Luce e Amore.
Paola Marchi

La bicicletta nera di Stefania P. Nosnan

Questo romanzo vi lascerà addosso la sensazione netta e concreta che l’amore è più forte della morte. Ambientato nell’Italia occupata dai nazisti, negli immediati giorni successivi al cambio d’alleanza che vide il popolo italiano diventare da “amico della Germania” ad acerrimo nemico, il romanzo narra la storia di vita, amore e guerra di Emma e Umberto.

Emma, giovane donna fortemente provata dalle vicissitudini del conflitto e il prode e coraggioso Umberto, capitano del Regio Esercito. È una storia appassionata e appassionante che vi permetterà di tornare indietro in un tempo distrutto dalle bombe, la cui eco storica è più inquietante che mai. Nel romanzo forte è l’impronta del popolo italiano che resiste e combatte, creando una sorta di scudo che preserva e custodisce questo sentimento così profondo come l’amore tra Emma e Umberto.

La tenacia della resistenza è come il filo d’Arianna, che ti accompagna tra le vicissitudini dei diversi personaggi che entrano in scena, senza mai togliere spazio alla storia d’amore. È un romanzo che ti permette di sentire la caparbietà e la voglia di libertà che ha permesso ai nostri protagonisti di viversi e a noi, di poter essere ancora oggi liberi.

“Dov’erano gli angeli? Forse per i militari non ce n’erano”.

Mirtilla Amelia Malcontenta

Al servizio di Adolf Hitler di V.S. Alexander

Scrivere d’amore sembra sempre facile, ma non lo è. Scrivere d’amore ai tempi del Terzo Reich non lo è mai stato e mai lo sarà; eppure questo libro riesce a scalfire le tenebre e il dolore che addensano le pagine storiche di quel periodo. Magda, la protagonista del romanzo, attraverso la scrittura fluida e intensa dell’autrice, riesce a non farti staccare da questa storia neppure per un minuto. Allontanarsi dal romanzo è quasi doloroso come lo è la storia che racconta.

Magda è una ragazza tedesca, poco attratta dalla politica e dalla follia del Füher; ma per necessità e senza paure ne diventa una fidata collaboratrice. Inizialmente così lontana dal Terzo Reich, dalle sue gerarchie, ne finisce intrappolata, poiché si innamora di Karl, comandante delle SS. Nelle sue parole, tra i suoi pensieri, il lettore finisce per rivivere la guerra e le sue mostruosità. Attraverso gli occhi profondi e vivi di questa donna vediamo crollare dall’interno stesso dei palazzi del potere, la follia dell’ideologia nazista tra l’eco delle bombe e le grida di chi muore innocente.

Leggere questo romanzo ci aiuta a capire che, a volte, i mostri più crudeli hanno occhi ipnotici e sanno affascinare, ma il libero arbitrio donato all’uomo, ci permette sempre di portare avanti la libertà e la giustizia. Leggendo questo libro, ne avrete una prova. Magda e Karl vi aspettano.

“Quanto mi ami?” “Quanto basta per aspettarti tutta una vita”

Mirtilla Amelia Malcontenta

Birthday Girl di Penelope Douglas

Birthday Girl di Penelope Douglas (Newton Compton, 2018) è a tutti gli effetti un libro “intrecciato”. Intrecciato come i bellissimi abbracci che si concedono i protagonisti: Jordan e Pike; intrecciato come il loro folle e chiacchierato amore. Un sentimento che nasce dalla convivenza forzata tra la giovane Jordan e il maturo Pike; in quanto Jordan, inizialmente, è la fidanzata di Cole, figlio di Pike.

Questo sentimento tra i protagonisti cresce in ogni pagina. Scava sempre più in profondità, in modo incalzante e diretto. È un tuffo tra l’incontro di due generazioni distanti, ma che l’amore e la passione avvicinano fino alla fusione.

Jordan che ha tutta la vita davanti, Pike che ferma la sua, per aspettare questa giovane ragazza che l’ha portato di nuovo a credere nell’amore. Un libro accattivante, la cui scrittura senza troppi filtri è intensamente imbevuta di romanticismo, e ci porta a sognare di quest’amore contrastato per antonomasia, chiacchierato e colpito da pregiudizi. I protagonisti lottano per viverlo senza rimorsi.

“Il tempo ti passa davanti come un proiettile, e la paura ti offre le scuse che cerchi per non fare quello che sai che dovresti fare. Non dubitare di te stessa, non mettere in dubbio le decisioni che hai preso; non lasciarti bloccare dal timore, non essere pigra e non basare le tue decisioni sulle aspettative e la volontà degli altri. Prenditi quello che vuoi e basta, va bene?”

Mirtilla Amelia Malcontenta

Una morte perfetta

Quando ho deciso di andare a Milano a trovare Chiara, sapevo che il tragitto in pullman sarebbe stato lungo. Otto ore. A me piacciono i viaggi lunghi, sul serio. Ma tant’è, ho assolutamente bisogno di un libro da leggere, oppure le chiacchiere del passeggero dietro di me mi faranno impazzire (oltre a condurre lui ad una rapida morte per accoltellamento da matita).

Nello zaino mi sono portata un thriller, il quarto della serie dell’autrice inglese Angela Marsons. Ho già letto un suo romanzo e ricordo che mi era piaciuto molto.

Questo si intitola Una morte perfetta, ed è stato appena pubblicato da Newton Compton, come tutti gli altri della serie.

Sono fiduciosa. Apro il romanzo. Dove si va oggi?

Nella campagna inglese. Nella Black Country.

Inizia tutto col botto. La protagonista, Kim Stone, è una detective della polizia inglese e sta effettuando un arresto con la sua squadra. Nel loro mirino, trafficanti stranieri di bambini da destinare alla prostituzione.

Quando Kim ne malmena uno verrebbe da abbracciarla.

Il loro superiore è talmente soddisfatto dell’arresto che manda tutta la squadra in gita: a Westerley, una struttura che studia la decomposizione dei cadaveri, una fattoria dei corpi. Un ameno posticino dove se cammini col naso per aria rischi di cadere nella buca di una mummia infestata di vermi. E ti multano pure, perché i vermi non vanno disturbati. Stanno lavorando, loro!

Kim, il suo braccio destro Bryant, e i due giovani Duncan e Stacey, non sono proprio entusiasti all’idea dell’escursione. Tanto più che durante la visita guidata uno di loro inciampa davvero in un cadavere. Solo che non è uno di quelli del centro.

È la vittima di un omicidio recente, una donna a cui è stata spaccata letteralmente la faccia, poi soffocata con della terra in gola.

Fine della gita. Kim fa schioccare la frusta e immediatamente la squadra si mette alla ricerca dell’assassino. Ma tutte le piste sono vicoli ciechi.

Nella narrazione si inframmezzano parti di racconto di qualcuno che parla in prima persona. Non si sa chi sia, ma è decisamente inquietante. E affascinante.

Nel frattempo Kim rinviene un altro cadavere, e una donna che per un pelo ancora non è morta. Da un omicidio siamo passati rapidamente a dare la caccia ad un serial killer. Già la squadra è affogata di lavoro, ci mancano solo le critiche del capo, gli agguati di una vecchia quasi-fiamma di Kim e le telefonate di una giornalista zoppicante e mostruosamente rompiballe. O così sembra.

Fuori dal finestrino del pullman sfila la scintillante campagna toscana, ma io non la degno di uno sguardo. Non ci riesco. Corro tra le pagine alla ricerca del prossimo indizio.

Inciampo in qualche verbo messo male ma mi dico che dev’essere un problema della traduzione e vado avanti.

Mi sono quasi fatta un’idea di chi possa essere il colpevole. Ecco, ora lo arrestano! Lo sapevo,  dovevo fare l’investigatore, un momento, ah no, ho sbagliato tutto.

Oddio! Hanno rapito la giornalista!

Coraggio Kim, ce la puoi fare.

Il punto forte di tutta la storia sono decisamente i personaggi. Non sono scontati, anzi hanno una coerenza tutta loro a cui non riesci proprio a non affezionarti. Kim Stone è una detective dura e fuori dagli schemi, e si muove in un ambiente strano, grigio, dove il sospetto la fa da padrone. Forse è per questo che le vuoi bene.

Arriviamo a Milano troppo presto. Non ho ancora finito il libro e voglio sapere come va a finire. Quasi quasi resto sul pullman e proseguo fino a Zurigo… No, poi Chiara mi darebbe per dispersa, e chi lo sente mio padre?

Metto il segnalibro a malincuore, scendo e do un appuntamento silenzioso al libro per questa sera. Non vedo l’ora di scoprire come finisce.

Devo aggiungere una nota di tenerezza da lettrice italiana ai personaggi inglesi che per tutta la storia svengono di caldo con ventiquattro gradi.

Adorabili principianti.

Figlie di una nuova era di Carmen Korn

#AnteprimaFazi

La sinossi della casa editrice recita così: Figlie di una nuova era sono quattro donne che incontriamo per la prima volta da ragazze, ad Amburgo, alle soglie degli anni Venti. Hanno personalità e provenienze molto diverse: Henny, e la sua amica di sempre Käthe, ostetriche, di estrazione sociale diversa, Ida, rampolla di buona famiglia, ricca e viziata, e Lina, insegnante anticonformista.

Ma il libro racconta molto di più delle loro singole storie che corrono parallelamente e talvolta si incontrano; intorno a loro gravita una miriade di altri personaggi che entrano prepotentemente nell’intreccio generale. Le vicende di tutti loro, collocate in una precisa epoca storica, compongono un quadro tristissimo e composito perché con loro viene rappresentato uno spaccato trasversale della società tedesca all’indomani della disastrosa prima guerra mondiale fino ai postumi della Seconda.

A essere raccontata non è solo una storia, ma la Storia, che ha per protagonista una intera generazione. I personaggi che ruotano intorno alle quattro ragazze, non compiono gesta eroiche o avventure per terre lontane, ma il semplice atto di vivere.

C’è un carico di sofferenza indicibile e ineluttabile che grava come macigno sulla narrazione, costituito dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale che incombe e poi esplode con una violenza indicibile. Il tempo così come le pagine scorrono veloci e leggere susseguendosi in giorni, mesi e anni che trascinano con sé inermi e ignare esistenze umane.

La follia fatta abitudine. Correre in cantina, nel bunker, per proteggersi. Proteggersi da ciò che cadeva dal cielo. Le bombe. E, nei giorni tranquilli, cercare di non pensarci.

La tragedia immane e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale sono sperimentati direttamente sulla pelle della gente comune che vede le sue già precarie condizioni sconvolte dal profondo e private di ogni brandello di normalità e dignità.

“Sono morte milioni di persone” osservò Campmann. Poi ammise fra sé che i grandi numeri non influivano sulle tragedie dei singoli.

Un libro che parla di guerra, dell’uomo che uccide l’uomo, e intanto celebra l’amore, l’amicizia, la lealtà e la solidarietà umana; un libro che parla di leggi antirazziali, persecuzioni e stermini e intanto celebra l’amore multietnico, i sentimenti e i valori indistruttibili.

Un libro che nella sua minuziosità di nomi, ore e luoghi -città, quartieri, vie- si avvicina a essere cronaca di una guerra annunciata e sconfigge il pregiudizio che considera la Germania un Paese indiscriminatamente nazista quando il popolo tedesco ha anch’esso subito la guerra, con le deportazioni e i bombardamenti, il terrore e l’angoscia.

Controcanto tedesco a Generazione perduta di Vera Brittain, potrebbe essere l’ennesima voce per gridare forte al mondo che la guerra è sempre sbagliata e non c’è una parte giusta da cui stare.

Avevano accompagnato al treno figli, mariti e fratelli… Potevano solo sperare di vederli tornare sani almeno nel corpo, perché per lo spirito non c’erano speranze. Appartenevano a una generazione dannata, che aveva sopportato ben due guerre mondiali. Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi, ma non erano riusciti a evitarne una seconda.

Come nella vita non c’è finale consolatorio e bisogna sempre guardare avanti.

In fondo al vulcano si dipartono strade che portano fuori dall’abisso.

Una serie che va proseguita, che va assolutamente completata.

Beautiful Girls

Le lezioni all’università sono ricominciate da una settimana.

Per carità, tutto molto bello e interessante, ma un saggio sulla condizione economica dell’impero bizantino all’inizio del V secolo d.C., non me ne voglia il professore, non è proprio una lettura eccitante.

L’altra sera, complice il caldo/freddo di questi giorni, non riuscendo a dormire, mi aggiravo per la stanza cercando qualcosa da leggere, che non avesse nulla a che fare con Bisanzio e compagnia.

Avevo sul comodino da un po’ un volume non troppo spesso, con una copertina tutta blu.

Beautiful girls di Lynn Weingarten, una newyorkese che a quanto pare è molto apprezzata in patria per gli young adult. Questo è il suo primo libro tradotto in Italia, dalla Newton Compton.

Dalla quarta di copertina sembrava un thriller interessante.

Ho pensato “Cara Newton, salvami tu dall’insonnia e da Giustiniano”, e me ne sono andata a spasso tra le pagine del libro.

Non viene dato un indizio sul luogo dove si svolge la storia, si sa solo che è in America. Inizia tutto in una High School.

La protagonista, June, parla in prima persona. Inizia descrivendo il suo ritorno a scuola dopo le vacanze di Natale. Lei è una ragazza difficile, sola se si esclude il suo ragazzo, e ampiamente incasinata.

Le descrizioni e il modo di narrare gli eventi, con un’attenzione particolare ai minimi dettagli di vita quotidiana mi fanno subito venire in mente il romanzo Twilight. Ho sentito molti pareri secondo cui ricordava di più il romanzo Tredici, ma non sono convinta.

Comunque, sono curiosa. Che sta per succedere nella vita di questa ragazza?

Poco dopo il rientro, nella scuola si inizia a spargere una voce: una delle studentesse è morta, anzi, si è uccisa, e non in modo carino. Si è letteralmente data fuoco.

Già la cosa non è bella di per sé, ma per June è un vero e proprio colpo al cuore. La suicida infatti è Delia, la sua ex migliore amica. Quella che June ha escluso dalla sua vita ad un certo momento, senza farci sapere il perché.

Naturalmente la ragazza è sconvolta. Neppure il suo perfettissimo fidanzatino wasp riesce a consolarla, mentre ripercorre le tappe della sua crescita con Delia. Così ci presenta una ragazza strana, complicata, affascinante, che da appena undicenne aveva scelto June come sua migliore amica. Attraverso una serie di flashback impariamo a conoscere le due ragazze e il rapporto che le legava, fatto di una lotta costante alla solitudine, piccoli segreti, marachelle, gesti affettuosi rubati e una lunghissima corsa liberatoria su un prato che, penso, piacerebbe tanto anche a me poter condividere con un’amica.

Fuori dai ricordi, June si reca ad una commemorazione notturna fatta da altri amici di Delia. Lì, per caso, conosce il nuovo fidanzato della sua ex migliore amica, Jeremiah, che subito dopo essersi presentato le fa “devo dirti una cosa”.

Dicono che Delia si sia data fuoco.

Ma Delia ha sempre avuto il terrore del fuoco.

Cos’è che scricchiola?

June e Jeremiah rimettono insieme i pezzi, e lentamente, si convincono di una cosa: Delia non si è suicidata, è stata uccisa. Da chi? E perché?

Parte la caccia agli indizi. June non aveva più contatti con Delia da un anno (e ancora non dice perché), ma più va in fondo alla sua vita, più scava nel passato, più l’antico sentimento riaffiora prepotente, inossidato.

Le relazioni a quell’età hanno il peso di un giuramento, si portano addosso la pesantezza dell’eternità.

June scopre che Delia conosceva uno spacciatore, che aveva una nuova migliore amica, che forse tradiva il fidanzato …

Tutta la prima parte del racconto è una girandola di scoperte, con un leitmotiv costante: di chi ci si può fidare?

Dopo aver seguito June nelle sue indagini per un bel po’, incuriosita, inizio a farmi qualche appunto.

Tanto per cominciare: questi ragazzi hanno sedici anni. Voi cosa facevate a sedici anni? Io piangevo sulle versioni, divoravo merendine (ok, questa parte della mia vita è ancora identica a sé stessa), e non dico che con le mie amiche giocavamo con le bambole, ma quasi. Sicuramente eravamo ancora appassionate di cartoni animati.

Ecco, loro no. June e compagni vivono la vita a tremila, vanno a letto con tutto quello che si muove, guidano, spacciano, danno feste che nemmeno Lapo Elkan, sanno cucinare per un esercito, falsificare prove e documenti, reperire alcool in un paese in cui è illegale, uccidere, sparare e hanno soldi sempre a portata di mano. E i genitori? E gli insegnanti? E la polizia?!

Dico, va bene tutto, ma non sono un po’ troppo fuori età per certe cose?

Mia nonna direbbe che è l’America, e lì tutto e strano e diverso, e il cielo è verde e piove vino. Sarà …

E poi sono ancora curiosissima di capire perché June e Delia hanno rotto. Mi immagino già (dato il tono del romanzo), un evento spaventoso, sono sicura che si tratta di qualcosa di orribile, avranno assistito ad un assassinio, e… e niente. No. Quando alla fine June svela il motivo della rottura l’unica cosa che riesco a pensare è: Ah. Tutto qui?

Diciamo anche che questo è un problema generico della narrazione di June. Se da un lato non si fa il minimo scrupolo a mostrare il suo linguaggio per quello che è, senza edulcorarlo minimamente (e va benissimo così), il problema è che c’è sempre qualcosa a suggerti che la parte davvero tetra, oscura, minacciosa e dannata del racconto è dietro l’angolo pronta a cominciare e … e alla fine, uhm, no ci ripensano.

Insomma sarebbe po’ come andare a vedere un prestigiatore che promette draghi fiammeggianti e poi dal cilindro tira fuori un esercito di coniglietti neri. Ok, sono neri, ma non era quello che intendevo vedere. Il che onestamente mi crea qualche problema nella lettura.

Sono un po’ stanca, penso che dovrei spegnere la luce. Mi dico che finisco solo il capitolo. Vado avanti un po’ per inerzia e poi ad un tratto … SBEM! Questo sì che è un colpo di scena!

La storia improvvisamente comincia a scorrere veloce, sempre più veloce e sempre più sulle montagne russe. In pratica June (e io lettrice), non aveva capito un accidente.

È ora di scoprire davvero tutto.

Guardo l’ora, è tardissimo, dovrei mettermi a dormire. Ma la storia mi ha talmente preso che non riuscirei a staccarmi nemmeno volendo. Vuole essere letta fino alla fine.

Be’, pazienza.

Vorrà dire che domani a lezione arriverò stanca.

Dovremmo essere tutti femministi – Chiamamanda Ngozi Adichie

Dovremmo essere tutti femministi è un saggio della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, tratto dal suo discorso alla TEDxEuston Conference in cui cerca di chiarire il significato della parola femminista e l’idea del femminismo stesso, a suo parere troppo spesso travisate e limitate da stereotipi e schemi mentali.

“Femminista: una persona che crede nell’eguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi.”

Chimamanda ama definirsi una Femminista Felice Africana Che Non Odia Gli Uomini e che Ama Mettere il Rossetto e i Tacchi Alti, Per Sé e NON Per Gli Uomini, contro ogni stereotipo che vuole le femministe tutte donne infelici, arrabbiate con il mondo e sciatte.

La scrittrice esorta le donne a non abituarsi a un mondo ingiusto che vuole gli uomini sempre un passo avanti, sempre uno scalino più in alto ai posti di potere.
“Se facciamo di continuo una cosa, diventa normale. Se vediamo di continuo una cosa, diventa normale.”

Essere femministi non significa desiderare un mondo dove le donne siano considerate più degli uomini, significa desiderare l’uguaglianza di genere.
A oggi il genere conta in tutte le culture, e Chimamanda ci sprona a cambiare lo status quo, senza aver paura. Sognare e progettare un mondo diverso. Un mondo dove uomini e donne possano essere più felici e uguali.

In questo saggio, l’autrice analizza il problema dalle radici, che affondano nel tipo di educazione impartita oggi ai bambini da parte dei genitori. I maschi sono spinti a crescere come “duri”, rendendoli in questo modo tanto più fragili, e le femmine vengono educate a prendersi cura del fragile ego maschile.
Dalle donne ci si aspetta che trovino la loro massima realizzazione nel matrimonio , e se ciò non avviene è vissuto come un fallimento personale. Se invece è un uomo a non sposarsi, è perché non ha trovato la persona giusta.
Il matrimonio se vissuto nella perfetta uguaglianza è un’esperienza bellissima in cui ci si supporta a vicenda, ma spesso nonostante le apparenze, la situazione è diversa. Le donne crescono con l’idea di dover compiacere gli uomini, mentre è molto raro che agli uomini sia insegnato a rendere felice una donna.
Il mondo manca di equilibrio di genere.

Chiamamanda ci parla di condizionamento sociale: “Siamo tutti esseri sociali. Interiorizziamo idee che derivano dalla società in cui siamo inseriti.”

Per secoli il mondo è stato diviso in due categorie di genere: uomini e donne, opprimendo ed escludendo uno dei due gruppi.
Il “femminismo” è strettamente legato ai diritti umani  e negare il problema legato al genere, significa negare che le donne siano state escluse per anni.

Consiglio la lettura di questo breve e intenso saggio alla donne quanto agli uomini. Anche un uomo infatti può essere femminista, perché un uomo femminista non è altro che un uomo giusto!

La collezionista di storie perdute di Ann Hood

Allora ci sfuggì, ma non importa domani correremo più veloce, distenderemo le braccia più lontano. E questo fece nascere in me una speranza la decisione di correre più veloce e distendere le braccia più lontano. Mi fece credere, o meglio, mi convinse che tutto è possibile.

La collezionista di storie perdute di Ann Hood (Newton Compton, 2018) si legge tutto d’un fiato; mi è arrivato “tra le mani”, insieme ad altri testi, ma la sua copertina mi ha subito colpito: una ragazza di spalle, come immersa in una grande libreria disordinata; volevo sapere chi fosse, cosa avesse da raccontare. Ho fatto bene a lasciarmi trascinare da questa curiosità, a dare tempo e spazio a questa storia.

È un romanzo a più voci, ma chi traccia il sentiero da seguire è Ava. Ava e il suo matrimonio fallito e il conseguente tsunami familiare. Ava e la sua infanzia dilaniata da due gravi lutti: la tragica morte della sorellina Lily e il suicidio della madre Charlotte. Ava e i suoi figli, la complessità di ricostruire dalle ceneri di un matrimonio offeso e tradito, una nuova vita, un nuovo inizio. Ava e il bookclub a cui s’iscrive per cercare di non annegare nel suo dolore. Ava e i libri. Sì, i libri che la seguono, la spronano, si lasciano leggere e capire e non la lasciano mai sola. Ava e i mille risvolti della vita, tra passato e presente che si mescolano, si uniscono per dare semi da piantare e nuova speranza da vivere.

Insieme ad Ava conoscerete altri personaggi i quali vi permetteranno di capire le varie vicissitudini che la vita offre a ognuno di noi. È un romanzo tenace, dolce e mai scontato. Un libro che ti aiuta a capire che il dolore bisogna viverlo fino in fondo, per trovare nuova luce , anche quando siamo nel buio più pesto. Ti dona la consapevolezza che ci saranno sempre nuovi inizi.

Questo romanzo è a tutti gli effetti un potente inno alla lettura, alla forza di non mollare mai e di ricordarci sempre che:

Il momento in cui si legge un libro e la persona che siamo quando lo leggiamo, lo rendono speciale o meno. 

Mirtilla Amelia Malcontenta