Una coppia quasi perfetta di Emily Eden

Come volevasi dimostrare, perché ne ero sicura dal primo istante in cui ho visto la copertina di questo splendido libro, Una coppia quasi perfetta di Emily Eden, titolo recentissimamente pubblicato da Elliot edizioni, si è rivelato un piccolo capolavoro, foriero di delizia letteraria pura.

Ma chi era Emily Eden? E perché non ne avevo mai sentito parlare? Cerchiamo di sapere di più su di lei,  personaggio davvero curioso e brillante.

Nata a Westminster, il 3 marzo 1797, Emily era la settima figlia di William Eden, primo barone Auckland e sua moglie Eleanor Elliot. Oltre a scrivere resoconti del suo soggiorno in India, avvenuto verso la fine degli anni Trenta, quando con sua sorella Fanny raggiunse il fratello George Eden, primo conte di Auckland, governatore generale di quella terra (sottoforma di lettere successivamente raccolte nel volume Up The Country), Emily scrisse soprattutto due romanzi di grande successo, The Semi-Detached House (1859) e The Semi-Attached Couple (scritto nel 1829 ma pubblicato nel 1860). Entrambi i romanzi hanno un tocco comico che i critici hanno paragonato a Jane Austen, la quale, non a caso, era l’autrice preferita di Emily. Inoltre, le sue lettere furono pubblicate da Violet Dickinson, una cara amica di Virginia Woolf, lettere che contengono alcuni commenti memorabili sulla vita pubblica inglese, a riprova di quanto avesse già fatto in precedenza.

Ma c’è un’altra circostanza a renderla molto interessante e cioè la sua intima -si dice- amicizia con Lord Melbourne che li avrebbe visti a un passo dalle nozze.

Emily Eden non si sposò mai e stava abbastanza bene economicamente da non aver bisogno di scrivere per vivere, ma lo fece per seguire la sua passione e anche il suo talento. Dopo la morte di Caroline Lamb, gli amici comuni speravano sposasse Lord Melbourne, che le era diventato molto intimo, ma pare che lei affermasse di trovarlo “sconcertante” e di essere scioccata dalla sua volgarità. Il biografo di Melbourne, Lord David Cecil, osserva che potrebbe essere stata una cosa eccellente se si fossero sposati, ma “l’amore non è figlio della saggezza, e nessuno dei due voleva farlo”. (Cecil, David, Lord Melbourne Constable and Co. London 1965).

Forse lei era troppo impegnata a ritrarre spiritosi quadretti di vita inglese del diciannovesimo secolo con insuperabile arguzia e ironia, perfettamente mutuate dalla sua scrittrice preferita, con un tocco di conoscenza mondana e politica in più.

Il suo Una coppia quasi perfetta è un delizioso esempio di sorridente grazia e leggerezza soave, i personaggi che mette in campo vere e proprie macchiette caratterizzate in modo simpatico e spiritoso, la storia, tirata un po’ per le lunghe, piacevole e godibile per il modo in cui la si vede dipanare, anche grazie a un pizzico di melos, un intreccio sicuro e placidamente confluente in un lieto fine pacificatore.

Del resto Jane Austen ci insegnava che “tre o quattro famiglie in un Villaggio di Campagna è la cosa migliore per lavorarci su” (L. 107, alla nipote Anna, trad. jausten.it) e una Mrs Douglas incoerente e pettegola, potrebbe essere un’amica molto intima per Mrs Bennet e l’incipit tra i coniugi Douglas ricalca proprio il famoso battibecco coniugale dei predecessori di Longbourn. (Orgoglio e pregiudizio è citato a pag. 64 come un romanzo allettante presente nella biblioteca degli Eskdale).

La “coppia quasi perfetta” è quella di Helen Eskdale e Lord Teviot che convolano a nozze sotto tutti i buoni auspici del reciproco gradimento. Ma quello che in altri romanzi sarebbe l’happy ending, qui diventa l’inizio di un percorso difficile e accidentato, fatto di sottili compromessi, passi falsi e consapevolezze, per cercare di trovare quel delicato equilibrio così prezioso tra moglie e marito. Con l’aiuto di molti amici e familiari, da cui sono sempre contornati, in un variegato affresco di personaggi da società che arredano i salotti di città non meno che quelli di campagna, i due dovranno riuscire proprio in questa difficile impresa.

La fedele Tomkinson, devota alla sua Lady Teviot che si dispera perché il padrone non riesce a pronunciare per intero il suo cognome, l’indolente colonnello, la seminazizzania Lady Portmore, la dolce Eliza sono solo alcuni dei pezzi di un campionario quanto mai assortito e spassoso, assolutamente realistico e gradito.

L’ossimoro: “Lady Portmore era raggiante di contrizione” è solo uno degli esempi con cui Emily Eden gioca con uno stile lezioso e allo stesso tempo forbito e curato che discetta di politica non meno che di pizzi e merletti, di questioni diplomatiche piuttosto che di economia domestica.

Lettura consigliatissima alle amanti di Jane Austen e di Georgette Heyer.

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Non ho paura di morire

Non ho paura di morire è un romanzo scritto da Diego Dalla Palma e Alessandro Zaltron edito da Salani.

Ho letto questo libro tutto d’un fiato ed è stato come percorrere un viaggio, passeggiando tra le vie di Taormina, Tel Aviv, Istanbul, Zara, Atene e Venezia.

Un romanzo epistolare, dal sapore pirandelliano, dove gli autori hanno raccontato i fatti in tre atti.

Valerio, attore di grande successo, alla soglia della vecchia scrive al suo amico Massimo, giovane giornalista, una lettera dove mette a nudo ogni suo pensiero e un proposito: mettere fine alla propria vita.

Un antitesi tra la vita e la morte, la gioventù e la vecchiaia, dove i protagonisti giocano la loro partita a scacchi dei sentimenti.

Un vero e proprio inno alla vita, un percorso ricco di emozioni dove Valerio ritrova il suo passato percorrendo un viaggio nei luoghi che ha amato, ricercando il vero senso della vita. Massimo inizia a intravedere il suo futuro. Insieme nel tempo che resta loro da vivere o da morire imparano il mestiere degli uomini liberi.

Irlanda in rosa

Tempo di sole e di vacanze, tempo di decidere una meta.

C’è chi opta per l’Irlanda, ma non per i motivi che si immaginerebbero.

In piena estate, Ren Parker nella terra di San Patrizio ci va per lavoro. Roba che nemmeno i milanesi più stakanovisti.

Ren svolge un mestiere piuttosto curioso: quello di procacciatrice immobiliare. Clienti facoltosi, arrivati da lei tramite il passaparola, le comunicano la zona in cui vorrebbero trovare la dimora dei loro sogni, le caratteristiche desiderate e il budget, e immediatamente la bella londinese si attiva.

Così, quando il signor Dempsey la contatta, Ren carica su una vecchia Fiat a nolo bagagli e assistente, e parte per Ballykiltara, ridente e verderrima cittadina nell’Anello di Tara. Il suo istinto da segugio immobiliare è già in azione.

Inizia così la caccia alla casa perfetta che tuttavia porterà Ren e Kiki, la sua assistente, verso bivi inattesi.

Il proprietario del loro albergo sembra così carino; e cos’è la misteriosa Welcome House, una sorta di rifugio un po’ fiabesco, e a chi appartiene?

Le coincidenze sembrano moltiplicarsi sul percorso della protagonista: sarà forse un’influenza del famigerato nomen omen, dato che il suo nome completo è Serendipity?

Ali McNamara è un’autrice anglofona di successo, che con la Newton Compton ha già pubblicato, in traduzione, numerosi romanzi.

L’estate delle coincidenze è l’ultimo, un romance soffice, da assaporare in viaggio, o per sentire un po’ di vento irlandese tra i capelli.

L’unico appunto che verrebbe da muovere alla protagonista è di iniziare a fare una bella distinzione tra i concetti di folle e rimbambita: la sua assistente che straparla, sbaglia le parole a caso e inanella gaffe una di fila all’altra, non è folle, come sostiene Ren. È rimbambita. O sotto acidi, decidete voi.

Dea Mitica (in tutti i sensi)

La cosa bella dei miti è che non passano mai di moda. E non stancano mai.

Chi ha rubato il fuoco agli dei, e le vacche al dio Sole? Da quale fatto è nata la guerra di Troia, e perché Elena è fuggita con Paride?

Persefone può fuggire dall’Ade, oppure in fondo in fondo ama il suo sposo? Afrodite, la più bella, la più desiderata, riuscirà a non struggersi d’amore per Adone, e a fare in modo che lui non la lasci?

Quante volte abbiamo sentito queste storie, e quante le abbiamo raccontate, da bambini e da adulti. Eppure eccole pronte a stupirci, di nuovo.

La casa editrice DeAgostini ha pubblicato una selezione di miti in due volumi: Grandi lotte e avventure, e Dee ed eroine, nella collana (dal nome azzeccatissimo) DeA Mitica. La selezione è più che esaustiva, raccoglie le leggende più amate e ricche di significati, e lo stile  narrativo accattivante. E l’idea di creare in appendice una sorta di enciclopedia degli eroi e delle eroine, in cui indicare i loro valori come fossero quelli dei protagonisti di un gioco di ruolo, è davvero simpatica.

Ma soprattutto i due volumi sono arricchiti da splendidi disegni. I colori sapienti e il tratto rendono molto difficile staccare gli occhi dalla pagina. Complimenti a Fabio Mancini, l’illustratore!

Questi libri sono un modo perfetto per dare vivacità e corpo ai sogni di bambini a cui leggere e rileggere le avventure degli abitanti dell’Olimpo, ma non solo a loro. Chi ha detto che esiste un limite d’età per innamorarsi di Ulisse, o per galoppare in sella a Pegaso?

Sei dove batte il cuore

Cioè a Milano, o in Puglia, in una casa vuota da affittare, in un centro sociale o al pianterreno di un palazzo signorile.

Vi è mai capitato di uscire di casa senza ombrello, e venire sorpresi da un temporale?

A Milano, dato che prevedere pioggia nel pomeriggio è facile come prevedere lacrime in un matrimonio, l’ipotesi è tutt’altro che remota.

E se ci si rifugia nell’androne di un palazzo in compagnia di un interessante sconosciuto?

Non è che un pianerottolo spoglio offra poi così tanti spunti di conversazione: a meno di non essere invitati per una passeggiata su per le scale, o sfidati ad indovinare quali storie si nascondono dietro ai nomi sulle targhette dei campanelli.

Un’uscita bizzarra, ma tutto sommato una valida alternativa al solito apericena con olive verdi. È quello che capita a Tessa, trent’anni, protagonista del romanzo Sei dove batte il cuore di Simona Giorgino, autrice che ha appena effettuato il passaggio dal web alla carta stampata per Newton Compton.

Tessa è la terrona fuori sede della situazione, leccese adottata (sì e no) da Milano e dalla sua bela Madunina, arrivata nella capitale dei nebbioni con una laurea in lingue orientali e una convalescenza da rottura amorosa.

Galeotto fu l’ombrello mancante, dunque, che le permette di incontrare in un giorno di pioggia Andrea e Giuliano… no. Volevo dire Brando. Brando il commercialista.

Affascinante e con la battuta pronta, tra lui e Tessa scatta subito qualcosa. Peccato che il bel Brando si volatilizzi alla fine del temporale. Ma a quanto pare Tessa è la reincarnazione del concetto di “periodi di magra e periodi di abbondanza”, perché sul suo cammino gli uomini spuntano come i funghi (dopo un temporale, appunto).

Il primo è Leo, ragazzo pugliese dal passato pesante, ospite della comunità di accoglienza presso cui è impiegata Tessa in quanto specializzata in lingua araba. Leo ha trent’anni, nonostante molti suoi comportamenti facciano pensare ad un ragazzo disagiato molto più giovane, e viene presentato come “scontroso e maleducato”… anche se la sua maleducazione da ruvido ragazzo di strada si riduce ad una iniziale risposta brusca, dopodiché si rivela un giovanotto piuttosto cortese e disponibile.

Poi c’è l’agente immobiliare appassionato di opere d’arte, che si occupa del trasloco di Tessa in modo via via più confidenziale.

Tessa però continua a pensare al suo incontro fugace col nome improbabile, che ha la capacità di apparire nei momenti più assurdi. Più che di coincidenza viene da pensare alle cimici nel telefono. E a proposito di telefono … benedetta ragazza, ma perché invece di aspettare che questo tizio ti cada tra le braccia sua sponte, e pensare subito di averlo perduto per sempre, non fai una ricerchina su Internet? Sai che fa il commercialista, e con un nome come il suo non credo sia impossibile trovarlo!

Ma Tessa è un’inguaribile romantica sognatrice, perseguitata dalle coincidenze. E diciamola tutta, le si vuole bene proprio per questo. E per la sua divertentissima amica Vanessa, pedinatrice seriale e milanesissima D.O.C. Tra un trasloco, un inseguimento e un viaggio in Puglia alla ricerca di un perdono possibile, la nuova stagione cui Tessa si affaccia promette parecchi fuochi d’artificio.

Ad alto tasso di zucchero, e con un dolce retrogusto di vaniglia, questo romanzo è perfetto per l’ombrellone, da portare in vacanza… sperando, magari, in un temporale/Cupido.

Consigli per un’estate piena di… libri!

Le figlie del Mare di Mary Lynn Bracht (Longanesi). Non si può scrivere facilmente di questo romanzo. Non si può, e non si deve. Bisogna andar cauti, pesare le parole; sfiorare le dita sulla tastiera per non far troppo rumore. Perché dal libro esce tanto frastuono e orrore. Il frastuono della guerra, l’orrore degli stupri perpetrati alle donne Coreane da parte dell’esercito nipponico. È la storia di due sorelle, è la storia di una famiglia coreana sotto l occupazione Giapponese. Dalla seconda guerra mondiale allo scontro interno tra il nord e il sud del paese. È un romanzo a due voci, ma che ti permette di ascoltare e conoscere questa piaga storica di tante, troppe donne che hanno vissuto la guerra e le sue mostruosità. Hana da ragazza rapita, abusata, sfruttata fino a essere privata anche dei diritti più basilari dell’ essere umano; a Emi bambina che ha vissuto il rapimento di sua sorella maggiore; il disfacimento della sua famiglia e del suo popolo. Due donne che raccontano da diverse prospettive a cui la vita le ha costrette, a farci provare cosa significa essere donna, durante una guerra. Io non sono nessuno per dirvi di leggere questo romanzo, ma sono le donne stesse racchiuse tra le pagine di questo libro, a invitarvi a leggerlo. Fatelo, non ve pentirete, anzi.
Dove nasce il Vento – vita di Nellie Bly, a Free American Girl di Nicola Attadio (Bompiani). In questo romanzo il messaggio che arriva forte e chiaro, è uno: la forza. La forza delle donne; la forza che ognuno di noi ha dentro di sé. Questo personaggio sconosciuto a tanti (compresa me, prima dell’acquisito del libro) si lascia conoscere e amare con estrema facilità, anche grazie alla scrittura fluida dell’ autore. Il libro narra la storia della vita di questa giovane e libera ragazza americana; che spezza gli stereotipi di una società impressa nei valori maschilisti, nell’ America di fine ‘800. Una giovane donna, pronta a lottare per vedere realizzati i suoi sogni, ma e sopratutto, i suoi diritti. Da giornalista donna, a imprenditrice di successo; Nellie non si tira indietro, mai. È lei la giovane cronista che si finge pazza e riesce a entrare in uno dei manicomi più inquietanti di New York. Utilizza i suoi occhi, le sue emozioni da camaleonte per poi riuscire a portare fuori questa realtà invivibile e invisibile; e scuotere le coscienze per far sì che il mondo non volti il viso per far finta di non sapere. Nellie Bly è una Donna con la D maiuscola, perché la sua vita sarà sempre un reportage. Dentro e fuori dal lavoro; Nellie non staccherà mai gli occhi dalle visioni più profonde che accompagnano la vita delle donne. Nellie è una donna moderna, che anticipa i tempi e detta i nostri futuri ritmi. Se noi donne, abbiamo conquistato tanto; lo dobbiamo a tante donne come Nellie. E lo dobbiamo a Nellie stessa. Consiglio vivamente la lettura di questo libro; perché a noi donne dona forza e fa nascere un sorriso sulle labbra; al mondo maschile lo consiglio ancor di più, per capire fino in fondo quanta potenza e forza ci sono nelle donne; non perché non lo si sappia, Ma per non dimenticare mai, personaggi unici come Nellie. Sono anche sicura che ci sia una Nellie in tutti noi, indistintamente dal sesso. La sua forza e unicità è comune a tutti. Dobbiamo avere il suo stesso coraggio e dispiegare le ali. Lei è arrivata in alto, come meritava. Noi ora dobbiamo solo non dimenticarla tra le pagine della storia. Questo romanzo ti aiuta anche in questo; a serbare il ricordo di Elizabeth (il suo vero nome) sempre acceso. Buona lettura e buon viaggio ad ali spiegate!
Mirtilla Amelia Malcontenta

Virginia Woolf e i suoi contemporanei

Questa raccolta curata da Liliana Rampello dimostra come può sezionarsi e moltiplicarsi il ritratto di una scrittrice e di donna vista da diverse angolazioni, ciascuna capace di cogliere aspetti sfuggiti all’altra.

Un gioco di specchi è stato intessuto dalla scrittrice nell’introduzione -che vale da sola il libro tanto estremamente propedeutica e persuasiva-, perché l’immagine di Virginia si riflette nel ricordo dei suoi interlocutori che la rimandano ora con accenti di venerazione, ora di sguardo critico; allo stesso tempo scopriamo cosa lei pensava di loro, in un giro di frase preciso e tagliente come una stilettata dedicato a ognuno.

Come in un prisma che con le sue molteplici facce compone il poliedrico risultato finale, frutto della somma dei singoli apporti, ritroviamo una Virginia differente come zia, sorella, padrona di casa, scrittrice, editrice.

Diversi punti di vista offrono tantissime sfaccettature che ci restituiscono una Virginia Woolf dalla personalità complessa, smentendo giudizi pressapochisti che l’hanno etichettata come scrittrice malata o snob. Diretta e chiara come saggista tanto quanto poetica e visionaria come romanziera, rivive nelle testimonianze più disparate di coloro che frequentavano a vario titolo casa sua e del devoto marito Stephen, una donna piena di umanità, di contrasti, di luminosa malizia, di vitalità.

Il giudizio di E. M. Forster è il più illuminante secondo me:

Lei amava scrivere. […] Amava ricevere sensazioni -visive, uditive e gustative- che lasciava attraversassero la sua mente, dove incontravano idee e ricordi, per poi esprimerle di nuovo attraverso una penna o un pezzo di carta. A questo punto iniziavano i più grandi piaceri della professione di autore. Perché quelle note sulla carta rappresentavano solamente un preludio alla scrittura, poco più che segni su un muro. Bisognava combinarle, organizzarle, enfatizzarle in un punto, eliminarle in un altro, dovevano crearsi nuove relazioni, nascere nuove note, fino a quando, da tutte queste interazioni, scaturiva qualcosa, una cosa, una sola. Questa cosa, sia che fosse un romanzo, un saggio, un racconto, una biografia o uno scritto privato da leggere agli amici, se otteneva un buon risultato, era in se stessa analoga a una sensazione.

Il fiume della colpa di Wilkie Collins

Leggere Wilkie Collins è come bere un bicchiere d’acqua fresca tutto d’un fiato  e restarvi incollati in un giorno d’arsura.

Mentre si è intenti a divorare con avidità ogni particolare della storia, ci si rende conto che le varie tessere di quel puzzle si stanno componendo sotto ai nostri occhi in un incastro fatale.

Davanti a un romanzo di Collins non si può fare a meno di riconoscere che si tratta di un prodotto ben confezionato, in cui gli ingredienti di mistero e suspense sono stati magistralmente dosati e il narratore interviene a pungolare e sobillare anche i più sereni d’animo, che un qualche misfatto sta per compiersi ed è in atto un caso complicato che dovrà essere risolto.

Attenzione e interesse del lettore sono abilmente avvinti attraverso un sapiente centellinare indizi veri e falsi che, sparsi qua e là lungo il cammino, dovrebbero condurre alla soluzione del mistero.

Allievo del grande Dickens, grande a sua volta nel suo genere antesignano del poliziesco e del giallo, Wilkie Collins può considerarsi creatore di una narrativa sui generis che combina topoi del romanzo ottocentesco insieme a elementi nuovi, moderni, che coinvolgono il lettore e movimentano la rappresentazione drammatica.

L’incipit del libro contiene già sufficienti ingredienti per introdurre a un clima di attesa e paura solo grazie alla descrizione dell’intrico di rovi e alberi nel bosco lungo il fiume torbido, l’alone cupo dell’oscurità, l’aggettivazione negativa e abnorme.

Me ne stavo sulla riva del peggior torrente di tutta l’Inghilterra. La luce lunare dispensando il suo sereno fulgore allo spazio aperto, s’era ben guardata dal gettare la propria bellezza sulle acque indolenti di quel fiume ampio e fangoso.

Il protagonista della storia è anche la voce narrante che, avendo vissuto l’intera esperienza, guida il lettore nel ripercorrerla con un flashback di cui però gestisce le fila, le pause, le comparse sulla scena dei singoli personaggi.

Un giovane tenutario inglese, Mr Gerard ha ereditato tutto alla morte del padre ma avendo sempre studiato fuori, principalmente in Germania, ha perso il contatto con etichetta e usanze del suo paese. C’è la sua matrigna, Mrs Roylake, la donna sposata dal padre in seconde nozze, a curare i rapporti con il circondario mentre Gerard si fa trasportare dai ricordi alla casa sul mulino dove sua madre lo conduceva a giocare con una bambina strana e schietta, Cristel Toller, la figlia del mugnaio. Lì la ritrova ma insieme a una presenza inquietante, inquilino del cottage, che per avidità, suo padre ha deciso di alloggiare.

L’uomo è sordo e palesemente geloso di chiunque si avvicini alla ragazza. Tra i tre si innesca uno strano rapporto, Mr Roylake si sente inspiegabilmente attratto verso il cottage in direzione del quale indirizza tutte le sue passeggiate, disdegnando i rapporti mondani. L’inquilino ha un aspetto bellissimo ma nasconde orribili segreti e un passato di sofferenza.

Gradualmente, ma in un crescendo di ritmo e tensione narrativa, la visuale ingenua dell’epoca del narratore, ci porta a risolvere il mistero che si nasconde dietro agli strani comportamenti dell’inquilino e degli altri abitanti della casa sul mulino, sullo sfondo lugubre di Il fiume della colpa.

Malinconica Turchia

Questa storia inizia due volte, con una lettera e una valigia.

Valigie aperte per scappare in fretta, a quasi un secolo di distanza.

A Francoforte, Elsa Schliemann riceve dal marito Gerhard una lettera di poche righe: “Prendi i bambini, una borsa, dei soldi e scappa”.

È il 1933, Hitler infiamma la Germania coi suoi discorsi da folle visionario distopico, e gli Schliemann sono ebrei. Costretti a fuggire coi due figli piccoli, Peter e Susy, trovano dall’altra parte del Bosforo chi è ben lieto di accogliere la preparazione da medico di Gerhard.

La Turchia apre le porte alla famiglia fuggitiva: è la Turchia che cresce all’ombra del Gazi, di Kemal Atatürk, un luogo in pieno fervore culturale, pronto a raccogliere una storia lunga secoli e a gettarsi a capofitto nel futuro. Un paese su cui sembra splendere un nuovo sole.

La comunità tedesca si fa sempre più numerosa lì, un legame tra due paesi diversissimi che ancora oggi resiste, e gli Schliemann ne entrano volentieri a fare parte.

Ma certo, la Turchia non somiglia per nulla a Francoforte. A cominciare dal caldo e dal gusto forte del tè, per finire alla smodata propensione turca alla drammaticità, nulla sembra familiare alla spaesata famigliola. E se il poco risoluto Gerhard e Susy, la piccola peste di casa, si lasciano conquistare dalla nuova realtà, per Elsa e Peter il passaggio non sarà per niente facile.

Anni dopo Susy è ormai adulta, si è fatta perdonare (quasi) il carattere capriccioso di quando era piccola, ed è turca, sulla carta d’identità e nell’anima. Turca, e innamorata di quello che per lei è il suo Paese. La sua casa. Si innamora del suo amico d’infanzia turco, tenta di proteggere la famiglia da un’orribile arpia tedesca e deve barcamenarsi tra un padre sempre più incapace di prendere decisioni e una madre il cui sguardo è costantemente rivolto alla Germania, alle sue montagne, agli occhi azzurri dei suoi abitanti. La Turchia cresce con lei, diventando una democrazia, combattendo per affermarsi mentre il mondo si spacca in due nella morsa della Guerra Fredda.

La rivolta dei Balcani, il razzismo e i golpe, gli anni Settanta maturano con la figlia di Susy e la sua famiglia di pazzi fricchettoni. Dalla Turchia al Nepal e ritorno.

La quarta donna di Istanbul, la nipote di Susy, nata il giorno del pesce d’aprile, una strana creatura con sangue turco e ebreo e tedesco, che di sè stessa racconta di essere “il prodotto di due perfetti egocentrici”, eredita dalla nonna l’amore per la Turchia. Ormai l’eterna valigia dei suoi avi sembra destinata a prendere polvere in un angolo. La Turchia è un paese in pieno boom, civilizzato e moderno, il paese dove Esra, il pesce d’aprile, vuole vivere.

Sempre?

Qualcuno potrebbe parlare di destino, qualcuno tirare in ballo la teoria escatologica, o gli eterni ritorni.

Una storia inizia con una valigia aperta da riempire e un’ombra baffuta che si fa sempre più scura, un’altra inizia di nuovo, con una valigia da riempire e un’ombra baffuta che stavolta non è Hitler, ma Recep Erdogan.

Le quattro donne di Istanbul è il terzo romanzo tradotto in Italia di quella che Forbes ha definito nel 2011 “la scrittrice turca più influente”, paragonandola a poeti del calibro di Pamuk e Shafak: Ayşe Kulin.

Con una scrittura scarna, accattivante, la Kulin non si sofferma sui colori di un paese affascinante, non vuole dipingere panorami da sogno, né raccontare dolci favole familiari. L’autrice non ha paura del suo punto di vista, sembra quasi che con forza attiri gli occhi del lettore sulle pagine più scottanti di storia contemporanea, sulle riflessioni più scomode, suggerendo velatamente una nuova attenzione a ciò che succede oggi in Turchia. La Storia, sembra dire con la voce di Susy, si porta dietro certi pericoli. Tra questi va a scavare la Kulin, cercando dove l’amor di patria mescola i colori dei suoi contorni con i concetti di nazionalismo e razzismo, dove un uomo solo può fare la differenza per una nazione, nel male o nel bene, a Istanbul o a Francoforte, in un secolo o in un altro.

A casa di Jane Austen di Lucy Worsley

Una miniera inesauribile di preziose informazioni il libro di Lucy Worsley. Considerarla solo una biografia di Jane Austen è riduttivo per questa interessante ricostruzione che attinge il suo materiale da preziosi documenti dell’epoca, oltre che direttamente dalle fonti familiari più vicine a Jane Austen.

Oltre all’approccio, a essere diverso è il metodo con cui si svelano retroscena e particolari nuovi e inediti relativi alla vita e alle opere di Jane Austen, che concorrono a delineare una figura molto più realistica di quell’icona di zitella mansueta e riservata che hanno voluto tramandare i vittoriani. Da questa prospettiva, domestica, quotidiana, suggerita dal titolo, emerge invece il ritratto di una ragazza prima e di una donna poi dal carattere spigoloso, affatto facile, con dei rapporti familiari non così idilliaci come ci hanno voluto far credere i suoi pronipoti per far fare bella figura alla discendenza della casata.

Un altro pregio di questo studio è che la figura di Jane Austen viene vista crescere, muoversi e interagire nella cerchia familiare e nel contesto domestico e sociale di appartenenza, offrendo contemporaneamente uno spaccato di usanze, costumi e stile di vita dell’epoca georgiana.

Una lettura sicuramente da centellinare per poter gustare e assimilare ciascuna delle numerose curiosità contenute. In una luce nuova appaiono i rapporti interfamiliari: la ricostruzione dell’ambiente domestico ma anche delle figure genitoriali, le loro origini, i loro caratteri e modi di rapportarsi alla figlia, per esempio. Inoltre, molto istruttivo è stato penetrare all’interno delle case dei fratelli di Jane per cogliere le sfumature della loro diversa estrazione sociale oltre che i particolari più concreti dello stile di vita pratica di quel tempo. Affascinante è stato seguire Jane durante i suoi soggiorni vacanzieri, le sue peregrinazioni attraverso diverse soluzioni abitative, i suoi periodi come ospite del fratello Edward a Godmersham o di Henry a Londra, e ancor più vedere come le sue esperienze venissero trasposte nelle sue opere in corrispondenza alla sua evoluzione e maturazione come persona.

Estremamente interessante e simpatico è stata assistere allo svolgimento di una sua giornata tipo: immaginarla girare per casa sbuffando per la sua parte di incombenze domestiche (che consisteva nella preparazione della colazione), poi dedicarsi al cucino e nel pomeriggio uscire per la consueta passeggiata con Cassandra.

Il mondo dei romanzi di Jane Austen, così come molti film ce l’hanno mostrato, è domestico, ordinato, intimo. I suoi personaggi abitano in villini deliziosi, residenze principesche in campagna e palazzi eleganti a Londra o a Bath. E si tende a immaginare che anche la sua vita si sia svolta in ambienti analoghi… Per Jane, la casa fu sempre un problema.

Un bel libro, denso, ricco e di valore insieme, da centellinare per assimilarne ogni prezioso dettaglio, su cui scende un velo di malinconia nel riassumere la vicenda umana di Jane Austen:

La vita di Jane, in apparenza tanto tranquilla, fu segnata da porte chiuse, strade che non le fu consentito imboccare, scelte che non poté compiere. Il suo grande contributo fu schiudere quelle porte per permettere alle generazioni successive di varcarle. Un’esistenza triste, una vita di lotte, contrasta però con la prima impressione che ci trasmettono i suoi libri: una canonica di campagna in un mattino soleggiato, con le rose subito dietro la porta, e un’eroina piena di entusiasmo che si appresta a incontrare l’uomo della sua vita, una storia d’amore pronta a sbocciare…