I quattro enigmi degli eretici di Armando Comi

È un personaggio oscuro e da sempre avvolto in una foschia fatta di leggenda, mito e stupore: Cola di Rienzo, al secolo Nicola di Lorenzo Gabrini. Eletto il 20 maggio 1347 tribuno e “liberatore” dello stato romano, obbligò i potenti baroni a sottomettersi, reclamando per Roma la dignità di capitale del mondo; pur dichiarando di non voler attentare ai diritti della Chiesa, insospettì l’allora pontefice Clemente VI. Nella cupa Roma del tardo Medioevo, Cola splende di quella luce che è propria dei sognatori: visionari, tormentati e mai compresi dai loro contemporanei. Il dramma della solitudine è palpabile non solo nella storia reale di Cola di Rienzo ma anche tra le pagine del raffinato thriller di Armando Comi, che descrive un personaggio vero, concreto pur nella sua eccezionalità.

Siamo nell’autunno del 1342. A Roma sì è appena consumato un crimine abominevole. Un cavaliere cinto da una corona con dieci corna uccide un neonato per impedire l’avverarsi di un’inquietante profezia. Il piccolo sembra essere colui che un giorno erediterà uno specchio che porterà sciagure nel mondo. Cinque anni dopo, nel giorno di Pentecoste, Cola di Rienzo esce di prigione con l’intenzione di realizzare una predizione ricevuta in sogno, ma il suo destino si incrocia con un messaggio che giunge dal passato e lo incita a mettersi alla ricerca di uno specchio occulto, lo Speculum in Aenigmate. Si tratta di un manufatto realizzato con la pietra incastonata nella corona di Lucifero, prima della caduta, capace di stravolgere le sorti dell’umanità. La sua non è una ricerca solitaria: da secoli due sette cercano di entrarne in possesso ed entrambe tramano alle spalle di Cola per manovrarlo. Cosa sono disposti a fare coloro che cospirano per impossessarsi dell’oscuro oggetto della profezia?

Il Cola di Rienzo di Comi è un uomo pieno di ombre, visionario, brillante e cupo nello stesso tempo, il cui comportamento ci pone dinnanzi a domande e a questioni etiche. È questa la grandezza del thriller I quattro enigmi degli eretici: la trama impone riflessioni sul comportamento umano, sulla tragedia della libertà negata, sul destino dell’uomo. Scritto magistralmente e fluido nel lettura, il romanzo di Comi è una sorta di viaggio iniziatico ai confini tra il bene e il male, tra la ragione e la necessità.

Spiccano le figure femminili: Luna, la donna accusata di stregoneria, e Giovanna Colonna. Entrambe forti e determinante, con alle spalle una sofferenza che però le ha forgiate, incidendo nella loro carne le ferite dell’anima.

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Il nero e l’argento di Paolo Giordano

IL NERO E L’ARGENTO – Paolo Giordano – Einaudi 2014 pp. 118

Ogni coppia felice è felice a suo modo, si potrebbe dire, riadattando un celebre incipit. E ogni coppia felice può non essere consapevole di quanto precario sia l’equilibrio di certe felicità, né accorgersi quando – per un motivo apparentemente estraneo alla coppia – quella felicità si trasforma repentinamente nel suo opposto.

È quanto accade a Nora e suo marito, che da un giorno all’altro si devono confrontare con l’assenza della signora A. Non è facile sintetizzare chi sia la signora A. e quale ruolo abbia nelle loro vite: non abita in città, è credente, tradizionalista; pur essendo più legata a Nora, riconosce il marito come pater familias e gli attribuisce diritti quasi superiori a quelli della moglie. La signora A si insinua nella famiglia che la accoglie, rendendosi a poco a poco indispensabile, e quasi imponendo i propri modi di fare: lei conserva i propri, Nora e il marito si adeguano ai suoi. Eppure, nonostante la differenza che li separa da loro, la signora A. diventa ben presto una di famiglia, elemento fondamentale per gli equilibri della coppia e nei rapporti con le rispettive famiglie. Una madre – anche se nessuno lo dice –, una nonna per il loro unico figlio. Arrivo a questa lettura dopo essere passata per Divorare il cielo (Pink Magazine Italia, Inverno 2018-19 p. 77) e mi sembra che ancora una volta uno dei temi cari a Giordano sia quello dei legami familiari non strettamente legati alla consanguineità. La signora A. diventa “madre” perché sa prendersi cura di loro, e la cura è una delle principali e inequivocabili manifestazioni dell’affetto.

Per questo anche l’unione della coppia sembra scricchiolare quando la signora A. si sottrae e, presa dalla preoccupazione per la sua malattia, pare tornare a pensare a sé stessa. Orfani si sentono Nora e il marito, incapaci sulle prime di elaborare il distacco di una persona diventata familiare ma che propriamente “di famiglia” non può dirsi. Quasi non autorizzati a provare dolore, ma al tempo stesso ben consci del vuoto che la signora A. ha lasciato.

Se chi si prende cura di noi (in quanto coppia) si allontana, allora la necessità di tornare a prendersi cura di noi stessi e dell’altro si fa impellente. E se ci si fosse disabituati a farlo? Anche solo a esprimere il bisogno di “cura”? Ci vuole un attimo perché il silenzio si insinui in una coppia e prenda a dimorarvi quasi fosse uno spazio fisico.

Il nero e l’argento è un lungo racconto che parla di una forma insolita e non codificata d’amore e di una crisi. I silenzi dei suoi protagonisti, di fronte ai quali il lettore si trova, sono però capaci di smuovere in lui pensieri e riflessioni, che vanno – e sono certa che Giordano ne sia stato consapevole – ben al di là di questa singola storia.

Alessandra Penna

La villa di Famiglia di Amanda Hampson

La villa di famiglia di Amanda Hampson (Newton Compton)

“Ogni notte mi fermo sulle soglie e guardo dentro le stanze buie, scorgendo solo i contorni dei mobili alla luce concessa dalla luna, chiedendomi come siano state le vite di chi ha vissuto qui in passato. C’è una stanza in particolare che mi attrae notte dopo notte. È lì che mi trattengo più a lungo. So che dovrei concentrarmi su questioni più pratiche, ma i miei pensieri sono troppo sparsi anche solo per tentare.”

Ben e Mia. Mia e Ben Tinker, una coppia in procinto di ricominciare, di donarsi una nuova possibilità. Cercano un nuovo inizio trasferendosi dall’Australia, loro terra natale, in Francia in un paesino pittoresco e incantevole. Acquistano una bellissima casa, piena di storia e pronta ad accoglierli. Per la giovane coppia non è facile inserirsi in questo nuovo contesto, soprattutto per Ben che parla poco e male il francese. In loro aiuto arrivano i vicini di casa, i coniugi Dominic e Susannah Harrington: due frizzanti sessantenni inglesi che si renderanno subito amichevoli e ospitali. Dominic e Susannah.

Susannah e Dominic, un’intera vita insieme sempre sull’orlo del precipizio emotivo, economico; umano. Tra le due coppie s’instaura da subito un feeling, Ben e Mia sono felici d’aver trovato negli Harrington la chiave per integrarsi nella loro nuova realtà sociale. Ma come ben spiega il detto “l’abito non fa il monaco”, Ben e Mia si ritroveranno presto a capire che la realtà che i loro nuovi amici vivono è contornata di segreti e silenzi.

In un susseguirsi di avvenimenti, la giovane coppia scoprirà che Dominic e Susannah Harrington dietro al fascino e alla generosa ospitalità celano molte verità da troppo tempo sepolte, ma ormai pronte a vedere la luce. I Tinker saranno in grado di non farsi avvolgere tra le spire di questa coppia così troppo perfetta, da non essere effettivamente vera? Non ci si stanca di questo romanzo, incalzante e coinvolgente. Queste due coppie così agli antipodi tra loro creano un vortice dal quale è difficile allontanarsi. Una scrittura sapiente e ben strutturata rende irresistibile ogni pagina, ogni capitolo. Nella lettura di questo romanzo sono stata accompagnata da questa playlist: Lana del Rey e il soundtrack del film “Cinquanta sfumature di grigio”.

Mirtilla Amelia Malcontenta

L’Italia, gli eBook e il self-publishing. Intervista a Chiara Apicella

Chiara Apicella è una giovane autrice romana con alle spalle numerosi riconoscimenti letterari. Laureata in Lettere, è stata finalista al concorso letterario 8×8 con il racconto Nel silenzio che segue, presentato al Salone del libro di Torino e poi pubblicato nella raccolta Si sente la voce (CartaCanta, 2012). Altri racconti di Chiara sono poi stati pubblicati su Prospektiva, sul sito letterario SettePerUno e su diverse raccolte di 80144 edizioni. Chiara è speaker radiofonico, redattore letterario per diversi blog ed è l’autrice di Sofia nel mio autunno nevrotico, il romanzo del suo esordio (Lantana editore). Da poco Chiara ha fatto una scelta controcorrente: pubblicare in self, su Amazon. Le abbiamo chiesto le motivazioni di questa decisione e come reputa il panorama letterario italiano degli ultimi tempi, soprattutto per quanto riguarda il digitale.

Nonostante Sally e Lelaina. Parlaci del tuo ultimo romanzo.

Il titolo così complicato fa riferimento alle protagoniste di due film che ho amato, “Harry ti presento Sally” e “Giovani, carini e disoccupati”. Non li ho solo amati, a dire il vero: hanno plasmato il mio romanticismo sconsiderato, che contraddistingue anche la protagonista del romanzo, Sara. Editor sottopagata di libri scadenti, Sara vive la fatica delle ultratrentenni di oggi, spesso irrisolte in diversi campi: sentimentale, professionale, familiare. Si innamora sempre di musicisti egocentrici, per poi lagnarsi con le sue amiche, irrisolte come lei ma ognuna secondo la propria personalissima modalità. Finché l’incontro con l’ennesimo autore poco talentuoso, Michele, risveglia in Sara un po’ di grinta verso la vita.

Come giovane autrice hai pubblicato con diverse case editrici. Perché poi hai fatto una scelta “diversa”?

Il mio primo romanzo, Sofia nel mio autunno nevrotico, è stato pubblicato con Lantana editore nel 2014. Ho scritto Nonostante Sally e Lelaina poco dopo, più o meno tre anni fa: volevo trovare un po’ d’ironia nell’indefinitezza che stavo vivendo nel campo sentimentale, in quello professionale, e via dicendo, e che ho attribuito alla protagonista come un regalo forse non troppo gradito. Semplicemente, come le altre cose anche i romanzi invecchiano, soprattutto per chi li ha scritti. Desideravo che “Nonostante Sally e Lelaina” prendesse una sua strada e non aspettasse troppo tempo per vedere la luce.

Quali sono i vantaggi a tuo avviso del self-publishing? E quali gli svantaggi? 

Dipende molto, credo, dalla via che si sceglie. Pubblicare con Amazon, per esempio, non preclude un’eventuale pubblicazione in seguito con una casa editrice, e può essere anzi un modo veloce per far leggere agli altri un romanzo a cui si tiene senza aspettare i tempi biblici dell’editoria. Gli svantaggi forti sono l’assenza di una distribuzione nelle librerie e una promozione completamente da autogestire. Bisogna avere più iniziativa e intraprendenza, e darsi molto da fare sui social. Può essere anche un’ottima palestra per chi, come me, è timido, ha un senso del ridicolo a fior di pelle, e s’imbarazza a parlare di ciò che fa, quasi fosse un serial killer. Ma noi dobbiamo essere i primi a sostenere ciò che facciamo: questa per me è stata una lezione molto utile.

Come ti trovi a essere tu a lavorare sul “post” del tuo lavoro? 

Io sono piuttosto puntigliosa, quindi l’idea di gestire direttamente il mio lavoro da una parte mi rassicura molto. Dall’altra, sono anche una pigra e una timida, appunto, quindi devo sempre pungolarmi per trovare la motivazione necessaria in un campo come il self-publishing, in cui si è di fatto gli agenti di sé stessi.

Consigli la tua scelta ad altre autrici? 

Dipende da cosa cercano. Le vendite nel self-publishing molto probabilmente saranno inferiori a quelle che si ottengono con una casa editrice, anche piccola. Del resto, se custodiscono nel cassetto un romanzo da un po’ e soffrono nel sentirlo invecchiare, non credo ci siano svantaggi nel pubblicarlo su una piattaforma gratuita che comunque consenta una pubblicazione a posteriori con una casa editrice. La cosa importante, però, è prevedere anche il formato cartaceo e non solo l’eBook: per quanto il libro possa attrarre, se va letto su un monitor in moltissimi si sentono demotivati. In Italia, purtroppo, la cultura dell’eBook deve ancora affermarsi; per questo ringrazio di cuore mio marito, che è lo spirito pratico della coppia e mi ha aiutato tanto nel “costruire” il libro per la versione cartacea. Nonostante Sally e Lelaina infatti è dedicato a lui, che mi sostiene sempre e ha contribuito a farmi sentire un pochino più risolta. Ma alla fine chi lo è completamente?

I love Londra

I LOVE LONDRA di Lindsey Kelk (Newton Compton)

«Angela». Alex fu il primo a spezzare il silenzio. «Li vuoi dei figli, vero?» «Non per cena». Mi chiamo Angela Clark, e quando sono agitata faccio battute. Brutte. Freddure, se possibile.

Questo romanzo è frizzante e brioso, l’autrice Lindsey Kelk ci accompagna tra le pagine di questa commedia con una scrittura fluida e unica, permettendo al lettore di conoscere a fondo le dinamiche che s’intrecciano tra i vari personaggi. Fulcro della storia è la dolcissima quanto goffa Angela Clark, giovane giornalista freelance inglese che dopo una cocente delusione d’amore fugge dalla sua amata Londra, a New York. Senza pensarci troppo, senza chiudere davvero il passato alle spalle: lascia i suoi genitori, il fidanzato fedifrago, la sua quotidianità scandita dai ritmi di questa metropoli per fuggire nella grande mela. New York l’accoglie a braccia aperte, regalandole il vero amore in Alex giovane musicista in ascesa, nuove amiche e il sogno lavorativo di sempre, fondare e dirigere una rivista. Ma il passato torna prepotentemente a bussare alla sua porta, quando deve tornare a Londra. Si riaffacciano i fantasmi del passato, il rapporto conflittuale con la madre e Mark, l’ex che le ha spezzato il cuore. Attraverso questo ritorno in patria, Angela metterà di nuovo alla prova se stessa, ora è una donna diversa e più forte, la vita l’ha temprata, New York l’ha cresciuta.

In una centrifuga di rocambolesche situazioni esilaranti e dolcissime, Angela, la sua famiglia e i suoi amici saranno fonte di risate e riflessioni per chi leggerà questo suo nuovo romanzo pubblicato da Newton Compton Editori.

Mirtilla Amelia Malcontenta

La befana vien di notte

LA BEFANA VIEN DI NOTTE Regia di Michele Soavi, con Paola Cortellesi e Stefano Fresi.

Questo film uscito pochi giorni fa è la perfetta trasposizione cinematografica di una fiaba. Una fiaba con la F maiuscola. Protagonista indiscussa della pellicola è la Befana (Paola Cortellesi) e il suo rapimento a opera di un losco individuo (Stefano Fresi), che sotto molti aspetti ricorda il cattivo Mangiafuoco di Pinocchio.

La bravissima Paola Cortellesi anche questa volta non delude il pubblico, che accorre numeroso al cinema per vederla di nuovo dar vita all’ennesimo personaggio della sua carriera. La bella attrice romana conferma la sua bravura, l’eleganza e la sua capacità interpretativa, rendendo il ruolo della Befana moderno, ma non per questo meno divertente.

Mi sembra giusto anche sottolineare che il duo Cortellesi/Fresi è un vero spasso: capaci già nel loro talento di brillare, uniti sulla scena fanno davvero scintille. Così come i bambini co-protagonisti della pellicola a cui è affidato il messaggio più importante di tutto il film, cioè che l’amicizia quando è vera, quando nasce e si rafforza nelle difficoltà è un sentimento che non teme differenze culturali, religiose o di razza e può davvero salvarci e renderci persone migliori. Andate al cinema e preparatevi a tornare bambini, gustando questo film con quella magia unica che l’accompagna… la magia del Natale.

Mirtilla Amelia Malcontenta

Italia, patria di misteri e leggende. Intervista a Massimo Polidoro

Massimo Polidoro ci conduce in un Grand Tour dell’Italia più insolita e nascosta

Spegnete i cellulari, lasciate a casa i tablet e seguite il consiglio di Proust: guardate il mondo con occhi nuovi. L’Atlante dei luoghi misteriosi d’Italia (Bompiani) sarà un valido aiuto per poter iniziare un viaggio da nord a sud della nostra penisola lasciandovi condurre da storie misteriose, bizzarre, a volte drammatiche. Guida d’eccezione: Massimo Polidoro.

 Perché la decisione di scrivere un Atlante e non un classico libro di divulgazione.

Da tanto tempo avevo in mente di raccogliere in un unico scritto i molti misteri disseminati per tutto lo stivale e quando Francesco Bongiorni, bravissimo illustratore e grafico, mi ha proposto di collaborare con lui, subito ho pensato a un atlante illustrato: raccontare l’Italia attraverso le sue tante storie con l’ausilio di illustrazioni suggestive ed evocative. L’obiettivo finale era quello di riuscire a far convivere in un solo libro leggende misteriose della tradizione con racconti dal sapore più storico scientifico, alcuni sono dei veri e propri fatti di cronaca, dove una spiegazione logica c’è e bisogna darla.

L’Atlante raccoglie diverse tipologie di narrazioni, come lei ha sottolineato, e per molte di queste fornisce una spiegazione che può andare dalla semplice logica sino a un approccio storico, economico e sociale. Perché la necessità di rendere tutto spiegabile? C’è ancora molta gente che crede all’incredibile?

Sono quasi trent’anni che mi occupo di queste cose, al CICAP (organizzazione educativa senza fini di lucro, fondata nel 1989 per promuovere l’indagine scientifica e critica sui cosiddetti fenomeni paranormali e più in generale sulle pseudoscienze. Tra i suoi fondatori troviamo Alberto Angela, Umberto Eco, Margherita Hack – ndr) ne vedo molte, e ciclicamente si presentano situazioni che all’apparenza non hanno una spiegazione logica ma che noi siamo chiamati a confutare, per non lasciare campo alle cosiddette pseudoscienze. Il CICAP proprio per questo investe molto sulla “prevenzione”, attraverso laboratori, corsi nelle scuole: l’obiettivo è quello di trasmettere alle nuove generazioni la voglia di approfondire fatti apparentemente inspiegabili affinando l’approccio critico e quello scientifico, così da non dover etichettare determinati fenomeni come misteriosi, appunto.

Ma è così necessario sfatare miti, leggende, storie e tradizioni popolari.

Ovviamente non è necessario per tutte le storie – il ponte del diavolo è una leggenda, lo sappiamo tutti, non vi è necessità di sottolineare ulteriormente la cosa; ma altri fenomeni sono da spiegare, – tipo le salite in discesa di Martina Franca, un mero fenomeno ottico; oppure le streghe di Triora: i latifondisti vogliono abbattere le produzioni, per poter aumentare i prezzi, ma naturalmente se ne guardano bene dal divulgarlo, dunque accade che la popolazione si ritrovi con grossi problemi di approvvigionamento e chi additare per tutto ciò se non delle povere donne che hanno l’unica colpa, se vogliamo, di vivere la vita come meglio credono? Le spiegazioni si rendono necessarie, quando dietro un fenomeno si nasconde una pseudoscienza. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che ogni avvenimento deve sempre essere affrontato con spirito critico e metodo scientifico: se così non accade rischiamo di aprire la porta a un qualunque tipo di credenza.

Come si sviluppa il vostro lavoro al CICAP. Chi vi chiama? E perché?

Il CICAP è stato fondato nel 1989, i casi da allora si sono evoluti, seguendo spesso le mode del momento – forse i più giovani non lo ricorderanno, ma negli anni ottanta andava in onda una serie televisiva intitolata Visitors, questi “visitatori” erano dei grossi lucertoloni all’apparenza innocui, ma poi si veniva a sapere che erano giunti sulla Terra per poter avere carne fresca di cui cibarsi; ecco, partendo da questa serie furono molti gli avvistamenti di grosse lucertole in giro per l’Italia. Le segnalazioni arrivano da ogni parte: ci chiamano privati cittadini, testate giornalistiche, quando un avvenimento ha fatto cronaca. Altre volte siamo noi stessi che ci imbattiamo in un fenomeno a cui vogliamo dare una spiegazione. La maggior parte delle volte si parte da una foto – oggetti non meglio identificati, scie luminose, avvistamenti di animali dalle fattezze apparentemente strane.

Il CICAP ha interazioni con altri paesi?

Certo, organizzazioni come il CICAP sono presenti anche in altre nazioni e tra noi ci aiutiamo, spesso lavorando in sinergia.

Qualcuno ci rimane male delle vostre spiegazioni scientifiche?

Spesso accade. Capita che chi si rivolge a noi si sia già fatto una propria idea del fenomeno e da noi voglia solo una conferma della cosa. Quando, ovviamente, ciò non accade, il più delle volte c’è quasi una sorta di contestazione del nostro operato. Rimane sempre più affascinante il legare un qualcosa a effetti sovrannaturali, a volte quasi mistici.

Tra le storie che ha narrato nell’Atlante, qual è quella che l’ha catturata di più?

Sono tante e diverse. Quella che mi diverte di più è quella di re Artù. Nonostante la saga arturiana nel nostro immaginario sia una storia tutta anglosassone; andando a ricercare in giro per l’Italia ci accorgiamo che non è così. La prima rappresentazione di questo re e dei cavalieri della tavola rotonda la troviamo a Modena, precisamente in un bassorilievo sulla porta del duomo, datato al 1100 d.C. circa; in Puglia ne abbiamo un altro simile; a San Galgano andiamo anche oltre con la famosa spada nella roccia, che abbiamo solo noi in Italia. Da un punto di vista storico sappiamo che Artù non è mai giunto in Italia, ma evidentemente la sua storia aveva oltrepassato non solo la Manica ma anche le Alpi sino ad arrivare in Italia. Era quasi un best seller dell’epoca, tutti lo conoscevano e ne parlavano.

Poi ci sono i racconti legati alla morte. Storie che narrano di uomini e di donne che per conservare la memoria dei propri cari pietrificano o mummificano gli affetti scomparsi. Dunque il dolore della perdita che si cerca di placare attraverso l’illusoria speranza che se il corpo rimarrà tra noi così come era in vita, forse tutto potrà andare avanti come sempre.

C’è qualche storia di cui non era a conoscenza?

Sicuro, alcune me le ha suggerite lo stesso Francesco. Come quella del Foglionco in Garfagnana, per esempio: un animale – una specie di faina – che la leggenda vuole si muova solo di notte, azzanna e succhia il sangue delle sue prede, che lascia però completamente intatte.

Per poter affrontare il vostro lavoro, quanto è importante conoscere l’animo umano?

Per me è fondamentale, ho voluto laurearmi in psicologia proprio per capire che cosa porta una persona a cercare spiegazioni nel mondo dell’inconscio e non attraverso un approccio scientifico. Anche per il CICAP lo è tanto che lo stesso presidente è un neurologo e il vice presidente è uno psicologo sociale.

Consiglierebbe ai giovani di intraprendere la carriera di specialisti del mistero?

Certo, come ho già detto per noi è importante che le nuove generazioni si approccino ai fenomeni con un metodo scientifico. Il CICAP tutti gli anni organizza un corso per indagatori di misteri, quest’anno si terrà a Roma, con un massimo di 25/30 persone. Per le scuole, invece, abbiamo firmato un protocollo di intesa con il ministero dell’istruzione per organizzare dei corsi di aggiornamento per gli insegnanti ma anche per gli alunni. Ci stiamo focalizzando molto sull’utilizzo della rete. Internet è un bellissimo e importante strumento, ma deve essere usato con intelligenza, e soprattutto le notizie che vi si trovano devono sempre essere lette con spirito critico e logica; noi cerchiamo, per ciò che ci riguarda, di incanalare chi ci ascolta verso un utilizzo consapevole.

Che immagine ha dell’Italia dopo questo lungo viaggio per tutto lo stivale?

L’Italia è un paese dove è ancora molto forte il richiamo ai racconti e alle leggende del passato. Molte di queste erano nate per dare una spiegazione a fenomeni che in quelle epoche non potevano essere compresi in altro modo. Ma nonostante il tempo sia passato, nonostante si sia arrivati nel XXI secolo, dove la digitalizzazione ormai la fa quasi da padrone e dove ogni domanda pare trovare una risposta, i miti, le tradizioni, le storie misteriose non sono finite nel dimenticatoio. Ma è anche giusto così: l’uomo ha in sé la componente razionale e quella irrazionale dell’istinto. Bisogna lasciare che i due mondi convivano e si intersechino, l’importante è che lo spirito critico e la voglia di conoscenza non vengano mai sopraffatti.

Manola Mendolicchio

Splendori e miserie dei Borgia con Elena e Michela Martignoni

Intervista a Michela Martignoni

Assetati di potere, spietati e superbi. Affascinanti, geniali e magnifici anche se schiavi delle passioni umane. Sono i Borgia. Le loro armi sono il delitto, la vendetta e l’inganno.

 

Il Correre della Sera lo ha definito: «Folgorate nella via del giallo storico, Elena e Michela Martignoni giocano sul sapiente equilibrio tra storia e immaginazione». È l’ultimo libro di Elena e Michela Martignoni: I Borgia. Il delitto. La vendetta. L’inganno (Corbaccio), un’antologia che raccoglie tre romanzi con protagonisti i membri della famiglia più chiacchierata del Rinascimento italiano.

Le vicende narrate in questo libro si snodano nel lustro 1497-1502, quando la famiglia catalana dominava il centro della Penisola e ambiva alla creazione di un regno, a discapito delle famiglie nobili italiane da secoli feudatarie della Chiesa. I protagonisti vivono esistenze tanto estreme da apparire invenzioni letterarie. Rodrigo, papa Alessandro VI, passionale e scaltro; Cesare, detto il Valentino, il Principe preso a modello da Machiavelli, e Lucrezia, che dopo secoli di infamie, ora la storia giudica una vittima e non più solo una peccatrice. Fra oscure trame di palazzo, splendori e miserie della Roma papalina, tra amori impossibili e colpi di scena, realtà e fantasia, Elena e Michela Martignoni raccontano il nero del Rinascimento.

Dotate della rara abilità di far rivivere il passato come se fosse un presente vivo e pulsante, Elena e Michela Martignoni sono due autrici potenti, colte e raffinate, che hanno saputo coniugare la capacità di descrivere personaggi intramontabili – e anche discussi – con la passione per le vicende umane. Perché la storia si ripete, è uguale a se stessa: gli uomini e i sentimenti non cambiano e la modernità di alcuni personaggi descritti dalle sorelle Martignoni ci lascia talvolta senza fiato.

Perché i Borgia?

Folgorate sulla via della lettura di un saggio: Lucrezia Borgia di Maria Bellonci. Trent’anni fa leggemmo la Bellonci e studiammo poi tutto lo scibile umano su di loro. Abbiamo letto di tutto e incontrato esperti della famiglia Borgia, siamo andate anche in Spagna. Nel 2004 è uscito così Requiem per il giovane Borgia. Non abbiamo mai trattato Lucrezia per rispetto al saggio di Maria Bellonci: che è scorrevole come un romanzo, è struggente e ha aperto una nuova prospettiva sul personaggio di Lucrezia, troppo spesso usata come pedina dal padre e dai fratelli. Ma amiamo i Borgia anche perché sono personaggi emblematici, che incarnano i vizi e le virtù umane. Sono talmente estremi che suscitano ancora tanto interesse.

Il tuo/vostro preferito?

Noi siamo pazze di Cesare! Alle medie sul mio libro di storia avevo disegnato tanti cuoricini intorno alla sua immagine. La sua morte è l’apoteosi della sua vita e della dinastia: tutto e subito, se no non vale la pena vivere.

Avete lavorato anche a un film sui Borgia.

Sì, con Sergio Muniz facemmo un bellissimo lavoro, lui interpretava Juan Borgia. Film che non arrivò mai in Italia, peccato perché era ben fatto. La produzione e era di Antena Tre e de Angelis. Organizzammo un tour in Spagna con Sergio per promuovere sia il film che il libro. Un bel lavoro di ricerca e una bella esperienza di promozione. Gli spagnoli erano in un momento felice anche economicamente. Siamo andate molto bene, lì in terra iberica.

Progetti futuri

Ora usciamo in Germania con i Borgia, 2019 per Random House, non nella trilogia riunita in un unico volume ma con i romanzi pubblicati uno alla volta. Da anni abbiamo in mente un romanzo sugli Sforza. Stavamo per iniziarlo ma ecco che ci è capitato altro da fare. Abbiamo proprio voglia di scrivere un romanzo storico ambientato a Milano da brave milanesi, vorremmo fare ricerca qui a casa nostra. Nel frattempo abbiamo scritto sui Montefeltro. (https://www.amazon.it/Montefeltro-duca-che-poteva-amare-ebook/dp/B07B8M8K18/ref=sr_1_4?ie=UTF8&qid=1545044324&sr=8-4&keywords=elena+e+michela+martignoni)

Scrivi con tua sorella Elena. Come lavorate?

Abbiamo delle famiglie complicatissime. Per le donne è difficile emergere: per chi ha figli e famiglia è quasi una discriminante. Noi scriviamo apparecchiando la tavola! Elena è anche nonna, ha due nipotini. Da anni scriviamo pur continuando a svolgere il nostro ruolo di madri e di mogli. È un lungo sodalizio, il nostro. Spesso scriviamo al telefono mentre siamo affaccendate in altro: non viene considerato un lavoro se sei a casa, ma non è così. Le donne fanno più fatica a emergere perché hanno un doppio ruolo. Per farti un esempio: io ai festival spesso non ci posso andare perché ho famiglia e mi precludo tante attività promozionali. Io e mia sorella scriviamo al telefono, o quando ci vediamo; ci scambiamo email e poi ci confrontiamo: abbiamo una scrittura piana, che uniformiamo e inoltre abbiamo una buona editor che ci conosce da tanti anni. Non c’è un metodo scientifico, siamo due appassionate, convinte di poter trovare la soluzione a delitti impossibili. Non siamo organizzate ma nel nostro caos ci troviamo benissimo. Spesso litighiamo per delle trame. È una scuola di umiltà scrivere in team, siamo sorelle e quindi risolviamo sempre i nostri conflitti. Il lavoro di squadra comporta umiltà perché tutto si relaziona all’altro. Alla fine deve prevalere il bene del libro e si scende a compromessi.

Parlaci del vostro esperimento con lo pseudonimo maschile di Emilio Martini: le indagini del commissario Bertè.

Siamo andate meglio che con gli storici… anche perché lo pseudonimo maschile ha avuto il suo peso! Il personaggio ce l’ha con le donne grasse anche se poi si innamora di Marzia, che è sovrappeso, perché è la morbidezza, la femminilità. Non sapendo che eravamo due donne a scrivere ci hanno massacrate accusandoci di maschilismo. Appena abbiamo rivelato la nostra identità ecco che Bertè è diventato all’improvviso troppo femminile. Il mondo del noir è prettamente maschile. Stiamo scrivendo l’ottavo romanzo della serie, che va molto bene in digitale: è il classico seriale con il protagonista in divenire. (https://www.amazon.it/Invito-Capri-delitto-indagini-commissario-ebook/dp/B071FM39K5/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1545044428&sr=8-1&keywords=commissario+bertè).

Steve Balsamo is back!

Esce oggi Circle The Wagons, il nuovo EP diSteve Balsamo, il cantautore gallese di origini italiane che è stato uno degli interpreti più significativi e convincenti di Jesus Christ Superstar: ha vestito i panni di Gesù nella produzione del West End londinese dal 1996. È dotato di una voce straordinaria capace di commuovere chiunque lo senta cantare.

Nato a Swansea da madre gallese e padre veneziano, lo chef Luciano, Steve Balsamo è un artista a trecentosessanta gradi che ha saputo coniugare le sue eccellenti doti canore con un’impressionante capacità interpretativa. Dopo il successo ottenuto con Superstar, è stato protagonista di diverse produzioni teatrali, tra le quali PoeNotre Dame de Paris Les Misérablesper poi dedicarsi interamente al suo personale percorso creativo, sia come solista, sia duettando con artisti del calibro di Jon Lord dei Deep Purple, Elton John, Celine Dion e tanti altri ancora. Steve ci ha concesso un’intervista in esclusiva per parlarci del suo nuovo lavoro.

Come nasce l’ispirazione per Circle The Wagons? Perché questo titolo?

Il mio amico Christian tempo fa mi ha chiesto di scrivere qualche canzone. Così ho provato a scrivere di lui, della sua storia; quando però ho terminato la stesura mi sono reso conto che c’era molto più di me che di lui nel testo e nella musica. Infatti, mentre stavo scrivendo il brano, ho immaginato di essere lui. Tutto però è cominciato dal testo, ho prestato prima di tutto più attenzione alle parole. Circle the wagons significa “stare sulla difensiva” in gergo: I carri Conestoga (i tipici carri a ruote trainati da animali nel Far West, N.d.T.) sotto attacco venivano tradizionalmente portati in una posizione difensiva circolare; ma significa anche parlare con persone fidate in un ristretto gruppo.

What was your inspiration for Circle The Wagons? Why this title?

My friend Christian asked me to write some songs and I tried to write about his situation. When the song was finished I realized that there was much more about me than him in the song: when I was writing it I imagined I was him. The startying point was the lyric, I focused on that overall. Circle the wagons means to become defensive: Conestoga wagons under attack were traditionally brought into a circular defensive position. But it also means to confer only with people within a trusted group.

La tua musica è sempre stata un veicolo per te per far arrivare dei messaggi positivi, di speranza. Qual è il messaggio che vuoi lasciar trasparire con questo nuovo EP?

Per me la musica è una sorta di terapia. A volte le canzoni sono come un codice per proteggere gli innocenti. Questo è il mio scopo principale.

Your music has always been a mean you use to communicate messages of hope and happiness. Which is the message of the latest EP?

For me songs are a kind of therapy. Sometimes they are the code to protect the innocent. This is vital for me.

Ci sarà un tour promozionale?

Suonare dal vivo è uno dei momenti più importanti per un artista. Perché si crea la connessione tra il pubblico, le canzoni e l’artista stesso. Quindi ci sarà un tour promozionale. Spero ovunque: in tutto il Regno Unito, in Olanda, a Venezia, a Roma. Niente è ancora stabilito, per ora. Questo EP è il primo di quattro. Ho già scritto le canzoni per un secondo EP, quindi uscirà il più presto possibile. L’idea inizialmente era quella di scrivere singole canzoni. Poi ho deciso di farne quattro EP. Lo scopo è di raggiungere più persone e il più rapidamente possibile.

 

There will be a promotional tour?

Playing live is one of the most important things for an artist. But also the connection between the audience and the songs and the artist. So there will be a promotional tour. I hope everywhere: all over UK, in Holland, in Venice, in Rome. Nothing’s in place now. This EP is the first of four. I’ve got songs for a second one, so as soon as possible there will be the second out. The idea initially was just to write songs. Then I realised the idea of the four EPs. The aim is to reach more people quickly.

 

Che cosa vuoi dire ai tuoi fan italiani?

Voglio suonare da voi, perché non mi sono esibito spesso in Italia. Sono per metà italiano e metà del mio cuore è lì da voi. Sto pensando di venire a Venezia per scrivere qualcosa nella città lagunare. C’è tanto di me lì, della mia storia personale: sia del mio sangue che della Storia in sé… io appartengo a quel posto. Sono nato in Galles ma ho vissuto a Venezia fino all’età di 3 anni, non posso dimenticarmene!

Would you like to say something to your Italian fans?

I want to play in Italy, ‘cause I haven’t played a lot in Italy. I’m half Italian and half of my heart is there. I’m plannin’ to come to Venice and do some writing there. So much history for me: both in my blood and the History itself… I belong to that place. I was born in Wales but and I lived in Venice till I was 3, I can’t forget it!

 

Personaggi femminili forti: Ritratto di donna in cremisi di Simona Ahrnstedt

Titolo: Ritratto di donna in cremisi

Autrice: Simona Ahrnstedt

Casa editrice: Sperling&Kupfer

Genere: Narrativa

Pagine: 430

Formato: Rilegato/eBook

Ritratto di donna in cremisi, romanzo di Simona Ahrnstedt, edito Sperling & Kupfer, ci porta nelle atmosfere della Svezia di fine Ottocento più precisamente a Stoccolma nel 1880 e ci racconta una storia d’amore, la storia di una donna molto forte.
Questo libro è un romanzo di formazione e resilienza, racconta infatti di una giovane donna, Beatrice, che, rimasta orfana  cresce a casa dello  zio paterno, ma purtroppo Beatrice riesce a stabilire un legame affettivo unicamente con la cugina Sofia, unico suo punto di riferimento in famiglia.
Bea a diciotto anni non sa ancora di non essere padrona della sua vita e del suo destino, infatti lo zio e il cugino decidono di vendere la ragazza al migliore offerente  e di imporle  così, sotto minaccia, il matrimonio con il viscido e anziano Conte Rosenschiold, un uomo senza scrupoli, misogino e violento. Beatrice cerca di opporsi  a questo matrimonio, ma per salvare la cugina Sofia, unico affetto che le è rimasto, che rischierebbe altrimenti di prendere il suo posto, decide di cedere al ricatto del crudele zio.
La ragazza però nel frattempo si innamora di Seth, un giovane imprenditore norvegese dal carattere cupo ma dall’animo generoso. Seth, un’uomo che, al contrario del misogino conte, rispetta le donne, tenterà di sottrarre Beatrice al suo destino e si batterà per lei per tutta la durata della storia.
Bea passerà in pochi anni dall’essere una giovane adolescente a diventare una donna forte e risoluta.
Ciò che mi ha colpito negativamente è stata la mentalità ristretta e gretta della Svezia di fine Ottocento nei confronti delle donne, totalmente sottomesse al volere dei padri e dei mariti, in contrasto, con quella più aperta di altri paesi europei, come Francia o Inghilterra, dove la situazione si stava un po’ evolvendo.
La donna era considerata un oggetto dell’uomo, una bambola senza personalità gestita prima dal padre e poi dal marito, costretta a dedicarsi ad attività domestiche Il mondo della donna si limitava a al salotto e alla camera da letto.
È sconvolgente leggere di donne ritenute “affette da isteria”, a cui veniva praticata l’isterectomia per renderle più “docili”.

“Per quanto mi riguarda sono molto esigente quando si tratta della mente che deve decidere per me”. Poi sollevò il bicchiere.”Non credete che dovrei meritare una mente tutta mia, anche se sono soltanto una donna?”

A Beatrice viene infatti negata la possibilità di leggere libri e quotidiani, ma la ragazza ribelle per natura, decide di non sottostare a tutto questo. Inizia a leggere di nascosto ed esprime le proprie idee in pubblico a dispetto delle regole imposte dalla società in cui vive, provocando le ire degli uomini della sua famiglia e di suo marito. Questo atteggiamento le costa spesso punizioni corporali e psicologiche, prima da parte di suo zio che la lascia chiusa nella sua stanza senza acqua né cibo, per giorni a deperire e disidratarsi, per farle “abbassare la testa” e decidere di sottomettersi al suo volere, poi da suo marito che la violenta nel modo peggiore, creandole ferite fisiche e psicologiche difficili da rimarginare.
Nella prima parte del romanzo sono descritte alcune scene piuttosto cruente, necessarie alla veridicità della storia, che successivamente nella seconda parte , lasceranno spazio a più leggerezza spensieratezza.
Il carattere ribelle di Beatrice e il suo grande amore per Seth, le costeranno quasi la vita.

Lo stile di scrittura di Simona Ahrnstedt è scorrevole e chiaro e le descrizioni degli ambienti e dei personaggi, estremamente minuziose, permettono al lettore di figurarsi visivamente ogni scena del romanzo come una sequenza cinematografica.
Consiglio il romanzo Ritratto di donna in cremisi a chi ha voglia di leggere uno spaccato della Svezia di fine Ottocento, di conoscere la posizione della donna nella società dell’epoca e leggere una bellissima e travolgente storia d’amore, passionale e travagliata.