Nel paese degli amori maledetti

Un libro che si insinua piano piano nei recessi della mente e costringe ad aprire cassetti della memoria creduti chiusi per sempre.

Lungo un sentiero già tracciato dai titoli dei romanzi di Jane Austen, partendo dalle pagine di un diario dimenticato, una donna ormai adulta ritorna molto a fatica ai tempi del suo primo amore, nato sui banchi di scuola, coltivato nelle lettere rubate alle lezioni e incorniciato da una colonna sonora anni ottanta.

Come in una situazione molto simile a quella di Anne Elliot in Persuasione, la disparità di ceto (l’estrazione sociale, il grado di istruzione) tra due ragazzi che si innamorano fa ritenere i genitori di lei in diritto di convincerla dell’inopportunità di proseguire in una relazione del genere.

Evidentemente veniva da un ambiente familiare in cui gli avevano insegnato ad accontentarsi del suo stato o meglio della sopravvivenza (qualcuno ricorda che Ala era piuttosto pigro e non brillava per voglia di lavorare). Io invece ero stata educata, da mio padre e poi dai valori borghesi del liceo classico, ad aspirare ad essere, per quanto possibile, artefice del mio destino, e quindi a tenere sempre gli occhi sul domani.

La trama potrebbe essere ovvia se non fosse dipanata e sviscerata attraverso i mille anfratti dell’incertezza, della confusione, dell’inesperienza e dell’ingenuità giovanili, messe qui dolorosamente a nudo, come ferite che non vogliono rimarginare.

Si assiste al nascere, con i suoi primi palpiti, di un sentimento importante e nuovo nel cuore della giovane Bea e al dilemma in cui è combattuta tra l’amore per il suo Jek e i sogni fatti insieme, e l’amore per i propri genitori che non vuole far soffrire. L’unica scelta possibile si rivelerà quella di rimanere insensibile alle istanze del suo cuore, finendo però così per rimanere insensibile a tutto.

È difficile raccontare di un libro che non parla di una storia, bensì di un amore e lo fa quasi prestandogli la penna, lasciandolo fluire e sgorgare da solo con il risultato travolgente di una tenerezza struggente e poetica contagiosa, che non lascia semplici spettatori.

Un amore che apparentemente non conosce lieto fine, ma si conquista l’immortalità:

Non sempre le parole ingessano e uccidono le emozioni, talvolta riescono a coglierne l’anima o anche solo l’eco e lo riflettono nello spazio, sottraendolo al tempo, in tutta la sua potenza…

I dubbi, i tentennamenti, le dichiarazioni, i divieti pesanti come macigni, stringono un laccio attorno al cuore gonfio dell’io narrante che coincide e si confonde con l’io narrato. Quella ragazzina di sedici anni che si affacciava per la prima volta sul palcoscenico della vita, nel ritrovare il diario a cui confidava la storia del suo primo, vero antico amore, ritrova se stessa e le sue origini radicate nella sua terra, nella sua casa natale, per le vie del suo borgo e dei suoi boschetti a cui il destino, inesorabile, la riconduce da esule.

Uno sfogo che diventa rimpianto e riflessione sul senso della vita e sull’irrinunciabilità dell’amore, impossibile da sostituire con altri surrogati illusori.

Un’inedita Beatrice Battaglia, conosciuta e famosa in tutt’altra veste, si dimostra poetessa dell’amore, scrittrice di elegia pura:

E dopo ci fermiamo sul bordo del fosso a parlare, o meglio a cercare qualcosa da dire, a sorriderci con gli occhi, a desiderarci, senza poterci avvicinare troppo, perché qualcuno potrebbe spuntare dagli stradelli e vederci -e qui restiamo nell’odore dell’erbe fiorite mentre il sole va giù pian piano all’orizzonte, in attesa che il desiderio tracimi e superi la prudenza e lui, dando una rapida occhiata intorno, si avvicini e mi circondi con le braccia e mi baci.

Se questo non è amore!

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La prima ora del giorno #anteprima

Ciao pink readers,

esce domani per Giunti il romanzo d’esordio della scrittrice veronese Anna Martellato che ci ha regalato in queste pagine anche istantanee dei ricordi della sua famiglia.

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Ambiziosa e determinata, a ventisette anni Zoe sa esattamente cosa vuole: diventare responsabile degli eventi nell’agenzia in cui lavora, dopo anni di studio e di gavetta. Mancano solo due settimane a una grande inaugurazione che sarà sotto i riflettori dei media: un’occasione unica per dimostrare che è lei la persona giusta per quel posto; e per mettere definitivamente in ombra il suo collega Nicolò, verso cui prova un’aspra rivalità. Per questo, quando una mattina si ritrova fra le mani un test di gravidanza positivo, il mondo le crolla addosso. E’ incinta. Incinta di un uomo non disponibile. Zoe non ha dubbi: è il momento sbagliato, il bambino sbagliato e, lei, una madre sbagliata. C’è solo una persona a cui può rivelare le sue paure: nonna Anna, da sempre sua confidente. Quella nonna esile come un giunco, ma forte come la terra da cui proviene: l’isola di Rodi, con le sue mura dorate e i fiori di ibisco che si arrampicano su ogni balcone. Ed è qui, fra minareti ottomani e cortili profumati, che la nonna condurrà Zoe sul filo della memoria: perché anche Anna ha un grande segreto da affidarle, un segreto che risale al settembre del ’43, quando la guerra travolse l’isola, segnando per sempre il destino della sua famiglia…
Dall’incrocio di due mondi distanti, Zoe si troverà a riflettere su molte cose prima di fare la sua scelta: c’è davvero un modo giusto di essere madre?

Quando un romanzo ha la capacità di incollare il lettore alle pagine al punto da mettere da parte tutti gli impegni della vita quotidiana pur di non staccarsene, bene allora quel romanzo è davvero da consigliare. Questo è quello che è successo a me con questa storia o meglio con questo intreccio di storie di donne. La scrittrice ha la capacità di far fluire le parole in modo naturale senza voli lessicali, senza artifici sintattici. Sembra che tutti gli eventi si raccontino da soli, naturalmente.

Le suggestioni paesaggistiche del salto nel passato sull’isola di Rodi sono davvero affascinanti.

“Il mare era di un blu così intenso, puro e selvaggio che in pochi possono dire di averlo visto così in tutta la vita. Iniziava sulla spiaggia di sassolini e ghiaia, cristallino e trasparente, poi continuava con tutte le gradazioni del celeste fino a perdersi nel turchese e nell’azzurro. E solo allora arrivava il blu, fino a un tono profondo, scuro più dell’inchiostro, che metteva quasi paura.”

Forti e intensi, a tratti insopportabili, i pensieri di Zoe che si trova a dover affrontare una gravidanza indesiderata proprio in un momento in cui la sua carriera sta per prendere una svolta positiva.

“Madre. Che parola spaventosa e immensa, quella”

Non solo il momento, ma anche l’uomo erano sbagliati e quella che si sentiva più sbagliata era lei. In un turbinio di sensazioni e pensieri è il racconto del passato di sua nonna che ci travolge: la guerra, l’armistizio del ’43, le cinque giornate di Rodi. Proprio dopo una parte del racconto di sua nonna, Zoe inizia a chiedersi se il lavoro, ” chè il tuo lavoro è importante” come dice la nonna, lo sia davvero così importante.

Sarà il segreto della nonna a far capire a Zoe che non esistono madri giuste o sbagliate, ma solo madri” . 

“Tutti noi siamo importanti, e tutti noi siamo connessi,in qualche modo. E non è una laurea, un buon lavoro o un contratto, una bella macchina o una borsa firmata che ci rende tali. Sono altre cose. Ma sei così affannata a cercare di sentirti importante, che hai perso la magia di vivere.” 

Queste parole della nonna spingeranno Zoe a cercare le risposte dal passato e nel presente, nella storia di sua nonna e nella sua vita.

“Non sarebbe stata mai più la Zoe di prima e non aveva ancora alcuna idea della Zoe che sarebbe diventata” 

Un romanzo che ci insegna a guardare al passato per capire il presente, a cercare se stessi nel profondo e a saper accettare che la perfezione è un miraggio mentre l’essere veramente se stessi è un dono.

La cosa davvero importante della nostra vita siamo noi!

Gli appuntamenti:

Oggi la scrittrice vi aspetta a Verona  alle ore 18.00 presso la Libreria La Feltrinelli (Via Quattro Spade 2). Interverrà Laura Perina.

Giovedì 15 febbraio, invece, alle ore 18.00 potrete incontrarla a Padova nello Spazio 35, Centro Culturale Altinate/ San Gaetano ( Via Altinate 71). Aspettando la settima edizione di “Da giovani promesse…” Interverranno Emanuela Canepa e Mattia Signorini.

 

Libri amori e segreti

Continua la fortunata serie libraria scritta da Della Parker, scandita dai mesi dell’anno, pubblicata da Newton Compton.

Riprendono gli appuntamenti di questo caloroso e accogliente club del libro, tutto al femminile, in cui ci sentiamo idealmente ben accolte anche noi.

Kate provò un senso di calore mentre superava la soglia. Si unì ai convenevoli, al chiacchiericcio, ai frammenti di una decina di conversazioni cominciate il mese prima e riprese in quel momento, come non si fossero mai interrotte, come solo le buone amiche sapevano fare, e la serata -bé la parte prima dei libri- ebbe inizio.

Febbraio si sa, è il mese di San Valentino e anche la lettura di questo speciale club è dedicata a un libro che parla di amore: L’amante di Lady Chatterley.

Più che d’amore si arriva presto a parlare di eros, di passione, come suggerito dalla trama del libro, così conturbante per l’epoca, ma che non manca di suscitare qualche imbarazzo anche tra le nostre più moderne lettrici.

Kate in particolare sta attraversando un momento delicato nella vita intima di coppia con suo marito Anton con il quale l’intesa era sempre stata perfetta. Poi a seguito di un declassamento lavorativo Anton ha perso fiducia in se stesso e Kate si è ritrovata per casa un aitante muratore che sprigiona testosterone da tutti i pori. A farla sentire ancora più sola e in balia di questo ammiccante ragazzotto

Mentre continuava a leggere si rese conto che il libro non era solo sessualmente esplicito e scandaloso. Era anche molto intimo. Era una storia d’amore tra due persone legate non solo sotto il profilo fisico ma anche sotto quello emotivo, e il fatto che appartenessero a classi sociali così differenti -aspetto sottolineato spesso- contribuiva solo ad aumentarne l’intensità.

Come andrà a finire questa storia? Saprà Kate tenere a bada i suoi ormoni e resistere alle malie del novello “Bob aggiustatutto” o è possibile un finale diverso da quello de L’amante di Lady Chatterley.

Ve lo lascio scoprire.

Buona lettura e buon San Valentino!

A San Valentino con Lorena Marcelli

Sposami per un anno e un giorno è il primo romanzo vincitore del Concorso Live&Love indetto dalla casa editrice Le Mezzelane, l’autrice è Lorena Marcelli. Il romanzo si presenta in un formato nuovo e maneggevole, originale anche nella copertina. È una storia d’amore, dove però l’amore non è l’unico protagonista, c’è anche la selvaggia terra d’Irlanda che accompagna ogni scena e la pervade di magia. Lorena Marcelli oltre ad avere uno straordinario talento, riconosciuto dalle numerose case editrici che hanno pubblicato il suoi lavori, come la Rizzoli e la Sperling & Kupfer, solo per citarne alcune, è una donna eclettica e curiosa, prova ne sono i suoi numerosi romanzi, scritti anche sotto l’alias di Laura Fioretti.

La protagonista del tuo nuovo romanzo edito dalle Mezzelane si trova ad affrontare un periodo di forte crisi, in cui, per congiunture nefaste, perde contemporaneamente: lavoro, migliore amica, compagno e casa. Nel romanzo scrivi che Mila non riesce a dare un ordine di importanza a quelle perdite: tu sapresti darlo? Qual è la tua personale graduatoria? “Ho perso da poco una persona che pensavo fosse una grande amica e mi ha fatto davvero molto male. Per me l’amicizia viene prima di tutto. Seguono l’amore, la casa e il lavoro.”

Il titolo del romanzo, Sposami per un anno e un giorno, rimanda all’idea di un amore precario, così come il tempo in cui viviamo. In realtà il libro parla di un amore che sfida il tempo. Secondo te l’amore ha una durata precisa, una data di scadenza oltre la quale, fisiologicamente si spegne?

Non credo si possa generalizzare e che non si possa dare una risposta univoca. Personalmente penso che l’amore duri giusto il tempo dell’innamoramento. Dopo diventa altro. Molto altro, in alcuni casi, e tutt’altro in altri. Dipende molto dalla maturità delle persone, da quello che ognuno di noi cerca nell’altra persona e da quello che la vita ha insegnato ad apprezzare. L’amore è un sentimento molto complicato e dovrebbe essere vissuto solo per quello che è: un bel sogno dal quale ci si può svegliare. Preferisco di gran lunga le passioni che sconvolgono la vita.

Un altro tema trattato nel romanzo è quello del tradimento: come si supera il dolore di un tradimento?

In realtà credo che non si superi. Non si supera né in amore né in amicizia. Lo si elabora nel tempo. A volte si riescono a comprendere anche i meccanismi che hanno portato te stessa o l’altra persona a tradire; si analizzano le situazioni e si mettono sui piatti della bilancia gli avvenimenti e le persone coinvolte. A volte si sceglie di rimanere; altre volte no. Se si resta, però, si deve essere consapevoli che quella cicatrice ogni tanto sanguinerà e farà ancora male.

Tu scrivi d’amore, secondo te, le storie d’amore hanno un lieto fine solo nei romanzi?

No, non sempre ma spesso. Di solito la parola fine, nei romanzi, viene scritta quando i due protagonisti sono innamoratissimi. Ma pochi di noi sanno cosa accadrà loro subito dopo. Finirà la passione? I problemi quotidiani li travolgeranno e faranno dimenticare loro che un tempo si amavano? Forse non lo sapremo mai. I miei genitori si sono amati per più di cinquant’anni e hanno superato tutte le difficoltà rimanendo sempre insieme. Io non posso assicurare a nessuno che il mio amore durerà per sempre. Sono molto fatalista e, dopo tante delusioni, cerco di non attaccarmi troppo alle persone. Dicono che sono un po’ fredda; io penso solo di essere molto selettiva.

Il romanzo è ricco di riferimenti ai riti celtici, da dove nasce il tuo amore per l’Irlanda e quale tradizione ti affascina di più?

Credo che l’Irlanda sia la terra della mia anima. La prima volta che andai lì scoppiai a piangere senza alcuna ragione apparente. Non so spiegarti bene come mi sentii, ma fu un po’ come quando si torna a casa dopo un lungo viaggio. Amo tantissimo tutti i riti celtici ma, in particolar modo, l’handfasting, che ho descritto in Sposami per un anno e un giorno.

Grazie Lorena, per la disponibilità e per la generosità che ti caratterizza e che viene fuori anche da una semplice intervista. E, in attesa del prossimo romanzo, ti saluto a nome di tutta la redazione e di tutti i lettori di Pink Magazine Italia.

Il romanzo puoi trovarlo qui.

 

 

Quello che rimane

Ciao booklovers,

oggi vi parliamo di un romanzo che è un vero capolavoro della letteratura americana. Abbiamo letto in anteprima la bellissima riedizione Fazi Editore, da oggi in libreria e negli store on line, che come sempre si distingue per le traduzioni impeccabili.

Paula Fox è la narratrice della società americana, nei suoi romanzi ritroviamo tutte le contraddizioni e le debolezze umane.

“Quello che rimane” è quello che può definirsi un classico contemporaneo.

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New York, fine anni Sessanta. Otto e Sophie Bentwood sono una tranquilla coppia di mezza età, senza figli e senza più molto da dirsi. Nulla sembra poter scalfire la loro serenità borghese finché, un pomeriggio, l’innocua visita di un gatto randagio increspa le tranquille acque della loro vita. Contrariamente al parere del marito, Sophie dà del latte al gatto, che la morde procurandole una leggera ferita. Un incidente all’apparenza insignificante, che però innesca una strana reazione a catena: nell’arco di un weekend, mentre la ferita di Sophie si fa sempre più preoccupante, si succedono una serie di fatti spiacevoli e si dipana quella che minuto dopo minuto, pagina dopo pagina, diventerà per i Bentwood una sorta di piccola e misteriosa tragedia, costringendoli a rimettere in discussione non solo il loro matrimonio, ma anche la loro stessa esistenza.

Un libro amaro, di quelli che girano vorticosamente in loro stessi senza quasi trovare l’appiglio narrativo. Uno sfortunato evento, apparentemente insignificante, è in grado di stravolgere l’esistenza umana, far piombare in uno stato di confusione, dubbio, ricerca dello status quo. Leggendo ci si perde e ci si ritrova, ci si chiede quale sia la radice del cambiamento e a cosa condurrà.

Non è una lettura semplice, è uno di quei libri che ami mentre lo leggi e che allo stesso tempo odi perchè ti destabilizza con il suo linguaggio e i suoi dialoghi. Un libro che non vuole essere letto, ma che invece incolla il lettore alle pagine fino alla fine.

Un romanzo che avvolge il lettore con la sua nebulosa, ma affascinante malinconia.

Sul sito Fazi Editore potete sfogliare in anteprima alcune pagine del romanzo

La casa delle onde

I consigli di lettura di Antonella Maffione

La Casa delle onde, è un libro malinconico ma ricco di meravigliosi sentimenti. La scrittura di Jojo Moyes riesce a regalare ai suoi appassionati lettori tante emozioni, entrando in empatia con i suoi personaggi, comprendendo il loro stato d’animo, soffrendo e gioendo con loro. Le sue storie arrivano al cuore, ci accarezzano, ci travolgono mettono a dura prova il nostro autocontrollo, tanto da non riuscire a trattenere le lacrime. Il suo stile incanta, ha un grande potere catartico, creando un’ambientazione suggestiva all’interno della quale inserisce i suoi personaggi svelando i loro sentimenti e i loro pensieri.
Intrecciata tra passato e presente, scorre la vita dei tanti personaggi che affollano le pagine di questo libro, mettendo a confronto stili di vita differenti.
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Nell’Inghilterra degli anni ’50, e precisamente nella cittadina di Merhan incontriamo Lottie. La vita per lei è stata ingiusta, trasferita a causa della guerra, viene accolta in questa località di mare dalla famiglia Holden. Abituati a una quotidianità tranquilla e anche bigotta, gli abitanti di Merham sono scossi dai nuovi proprietari di Villa Arcadia.
Villa Arcadia era una meravigliosa struttura situata a strapiombo sulla scogliera, dove svegliarsi col rumore del mare, bere del buon vino ammirando il tramonto, era un piccolo paradiso…
La stravaganza di questi artisti bohémien, porta una ventata di energia, dirottando le abitudini di Lottie e ledendo secondo le signore la reputazione di Merham.
Lottie e Celia, la figlia degli Holden, sono travolte dalla vita artistica di questi nuovi abitanti, infatti appena mettono piede in Villa Arcadia notano che ogni oggetto racconta una storia, vanta una ricca provenienza da terre lontane, tanto da diventare una forte tentazione…
Ma a stringerci come in un abbraccio soffocante sono le pagine in cui l’autrice racconta della tremenda ingiustizia d’amore che vive  Lottie: innamoratasi del fidanzato di Celia.
“Non è il dolore di oggi a essere insopportabile…è l’idea di ciò che mi aspetta da ora in poi, l’infinita ripetizione del dolore. Verrò a sapere della loro casa, del loro bambino, della loro felicità. Anche se mi trasferisco altrove, verrei a sapere tutto comunque. Lui si dimenticherà della nostra intimità, di essere mai stato mio, e io sarò costretta ad assistere. Finirò per avvizzire lentamente, per morire ogni singolo giorno.”

Chi ha ucciso Giovanni Gentile?

GentileTra gli episodi più dibattuti e controversi della storia italiana nel periodo della seconda guerra mondiale vi è la drammatica uccisione del filosofo Giovanni Gentile. Se gli esecutori materiali sono stati identificati con ragionevole certezza negli appartenenti a un gruppo gappista (e va ricordato che il delitto fu esplicitamente rivendicato dal Pci fiorentino), sui reali mandanti dell’esecuzione e sulle sue motivazioni politiche e strategiche si è dibattuto a lungo.

La questione è al centro del dettagliatissimo volume di Luciano Mecacci, dal suggestivo titolo La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile (Adelphi 2014). In effetti “Ghirlanda fiorentina” era il titolo di una sorta di taccuino-antologia elaborato dallo scozzese John Purves: un italianista molto noto nel mondo accademico anglosassone, nonché agente dei servizi segreti britannici, che si era recato in Italia nel 1938 con il compito di individuare quali fossero gli antifascisti tra i maggiori intellettuali italiani. E la pista dei servizi segreti inglesi come mandanti occulti dell’uccisione è una delle più battute dagli storici che si sono occupati dell’argomento.

ghirlandaMecacci non si limita peraltro a esaminare criticamente gli indizi disponibili che potrebbero avvalorare un intervento dell’intelligence inglese, ma analizza anche numerose altre ipotesi sui possibili mandanti: da quella che suggerisce un coinvolgimento degli azionisti a quella che focalizza l’attenzione sugli intellettuali comunisti, dalla pista dei servizi segreti americani fino a quella che individuerebbe i responsabili dell’esecuzione addirittura nel gruppo fascista di Alessandro Pavolini e della “banda Carità”. Una ridda di ipotesi fra cui Mecacci si districa con abilità, utilizzando una cospicua mole di documenti (spesso poco noti) e chiarendo con precisione sia i punti deboli delle varie ipotesi, sia gli indizi che potrebbero invece avvalorarle.

Ne emerge un quadro non solo dei personaggi e dei gruppi che potrebbero essere legati allo specifico episodio della morte di Gentile, ma più in generale del complesso intreccio di fattori politici e ideologici che in quel momento della storia italiana si incontravano e si scontravano. Né manca un’analisi delle reazioni all’avvenimento, alcune delle quali comprensibili (ma non giustificabili) solo alla luce del contesto storico: è il caso di Antonio Banfi che, dopo aver ricevuto da Gentile anche favori personali, nel maggio del 1944 lo descriveva come “rozzo e incolto”, come “un’anima mediocre”; oppure di Togliatti, che all’indomani dell’uccisione definì Gentile sull’Unità un “camorrista” e un “corruttore di tutta la vita intellettuale italiana”.

Il libro di Mecacci offre dunque un interessante spaccato della storia politica e intellettuale italiana in uno dei momenti più importanti e difficili della nostra storia nazionale.

Il segreto di Parigi

I consigli di lettura di Laura D’Amore

Cosa succede quando si unisce la città di Parigi, un appartamento pieno di quadri e un’origine controversa? Si ottiene un romanzo rosa ma giallo allo stesso tempo!

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Flora è inglese e lavora per una casa d’aste con sede a Londra, New York e Parigi. Chiamata dal suo capo nella capitale francese per stimare un centinaio di opere d’arte abbandonate tra la polvere di un anonimo appartamento di periferia per circa 70 anni.  Xavier è il figlio maggiore dei Vermeil, famiglia prestigiosa dell’alta società parigina e proprietari inconsapevoli di un’eredità artistica incommensurabile. Quello che inizierà come una semplice catalogazione di dipinti, si trasformerà ben presto in una ricerca della loro provenienza che ci riporterà indietro fino addirittura alla seconda guerra mondiale.

Quale sarà allora il segreto che si cela dietro a questa meravigliosa collezione d’arte privata? E, nel frattempo, i due protagonisti riusciranno a mettere da parte i risentimenti verso entrambe le loro famiglie di provenienza ed accettare tutto ciò che sono davvero?

Il romanzo sembra partire in maniera abbastanza lenta, forse per dare modo all’autrice di descrivere nei dettagli i protagonisti e l’ambientazione principale. Ma quando il mistero entra a far parte della storia restiamo incollati alle pagine e non possiamo far altro che leggerle tutte d’un fiato per svelate questo fantomatico segreto parigino.

Ogni storia è una storia d’amore, Alessandro D’Avenia

7883717_2761017Il libro di cui vi parlerò oggi è l’ultima perla di D’Avenia. Protagoniste sono le donne dei grandi artisti che vengono raccontate al lettore con sincerità e sensibilità, utilizzando come filo conduttore il mito di Orfeo ed Euridice.

La storia di Orfeo è una storia di perdita, per ben due volte, dell’amata, solo dopo la morte i due amati riescono a unirsi. Con l’espediente di questa storia inizia un percorso “di donna in donna” per raccontarne dolore, senso di perdita, rinunce. Donne da conoscere nella loro intimità, da apprezzare perché tante opere senza la loro presenza non avrebbero avuto lo stesso valore. Dietro ogni uomo – non lo dico perché sono donna – c’è sempre una donna che lo sostiene, che lo incoraggia, che lo ama in modo assoluto.  In questo filo che lega le storie delle donne, l’autore evidenzia il bello e il brutto di ogni amore, dando il suo punto di vista sull’uomo e non sull’artista, senza mancare di rispetto ai sentimenti.

Con una prosa incantevole e seducente, punta l’attenzione su un elemento molto profondo, che spesso viene dimenticato, viene messo da parte: il concetto di amore vero. L’amore che ha il potere di muover la terra. L’amore che salva, o meglio, salva fin dove riesce con tutte le sue forze. Perché l’amore non è un lieto fine, ma una voglia di rialzarsi, di riprendersi quando tutto sembra perduto e di esistere senza soffocare l’altro.

Recensione di I favolosi anni ’85 di Simone Costa (Edizioni Spartaco)

Marco Cocco è il protagonista di questo breve romanzo metropolitano fatto di musica e nostalgia: Marco è un ex alcolista e un autore deluso, ma finalmente, dopo anni di tentativi andati a vuoto, una piccola radio senza pretese, “Radio Felicità”, accetta di dare spazio alla sua trasmissione radiofonica dal nostalgico titolo: “I favolosi anni ’85”.

I favolosi anni '85 di Simone Costa
Acquista “I favolosi anni ’85” sul sito dell’editore.

Ricordi e malinconia rendono subito il programma un successo: la gente si rivede nel tentativo di dare sapore, profumo, consistenza ai ricordi più lontani, ma provando a cancellare l’aura di insoddisfazione che pervade sempre il ricordo di un passato felice. L’eccezionalità e la genialità del programma, infatti, risiede nella sua struttura unica lo speaker Charlie Poccia darà voce a storie di vita vissuta dai confini molto ampi, costruendo volta per volta ricordi in cui tutti possano rivedersi, legati a esperienze che la maggior parte delle persona ha vissuto: il primo amore, le calde estati con gli amici, ma provando a dare luce alla sensazione positiva di felicità, piuttosto che alla tristezza per aver perso quei momenti.

“Per un istante un pensiero gli attraversò la mente, il concetto alla base de I favolosi anni ’85, e cioè che il meglio fosse passato e rievocarlo in ricordi privi di disperazione potesse essere l’unico modo per affrontare un presente insoddisfacente.”

Peccato che Charlie Poccia sia un comunicatore fantastico ma un pessimo umano, pronto a tutto pur di appropriarsi del successo, anche a mettere alla porta l’autore dei suoi testi per prendersi tutto il merito: Marco, stavolta, dovrà farsi valere.

Il romanzo è raccontato a due voci, quella di Marco Cocco e quella di Irene Castello, donna fragile, ipocondriaca, che ha conquistato la carriera e la posizione che la sua famiglia desiderava per lei ma che sfugge la realtà che non ha scelto, rifugiandosi nei mali immaginari che sogna d’avere. In Irene si concretizza il circolo vizioso della malinconia. La donna si ammala di una malattia fantastica ma, stavolta, reale: non riesce più a comprendere le persone, le parole degli altri sono mormorii sconnessi che contribuiscono a separarla dal mondo. Per guarire, forse servirà perdersi nella dolcezza dei sogni del programma di Marco.

Era una sorta di reminiscenza dei tempi che credeva andati, di quando l’ansia nel periodo dell’università l’aveva costretta a domandarsi cosa ci fosse che non andava, trovando ogni volta nuove forme, e nuove ipotetiche malattie, per spingerla a occuparsi di lei. Si sottoponeva allora a decine di controlli medici. Specialisti in settori anche molto differenti, ogni volta, dopo ispezioni accurate, arrivavano tutti alla stessa conclusione: nessuna patologia, nulla di cui preoccuparsi seriamente.

Marco e Irene sono personaggi che si muovono parallelamente, quasi senza sfiorarsi (se non durante l’ascolto della trasmissione radiofonica) ma che vivono sostanzialmente due vite molto simili: nessuno dei due, infatti, è felice di quello che è o meglio, di quello che gli altri vedono. Le due storie camminano, ignorandosi, verso lo stesso obiettivo: l’affermazione di sé, attraverso la presa di coscienza dei propri fallimenti ma, soprattutto, attraverso la reazione alle ingiustizie del quotidiano.

Simone Costa dà vita a una storia doppia con un finale unico, costellata di personaggi grotteschi, miserabili, divertenti, umani, parte di quel circo della malinconia che risuona di canzoni-simbolo. E su queste note, l’autore accompagna i suoi personaggi (e se stesso e i suoi lettori) alla ricerca del nucleo stesso della malinconia: che non si trova nel passato che ricordiamo, ma nel presente che viviamo.