Georgiana di Deborah Begali

Elaborato nell’intreccio, personaggi molto curati, originali e alternativi rispetto agli ordinari clichè regency e fatti agire in un contesto storico particolareggiato e ricostruito nei minimi dettagli, senza appesantimenti descrittivi.

Articolata su una pluralità degli sfondi, senza rimanere ancorati alla fissità di un’unica scena, la storia di Georgiana, che definirei più che avventurosa, contrastata, si dipana diversificando ambienti e situazioni con l’annesso e relativo apparato di regole, oggettistica, lessico specifici (cfr. terminologia ippica, nautica, militare).

Una scrittura molto godibile.

Gli eventi si susseguono a ritmo incalzante tra ricevimenti, serate di ballo, passeggiate a cavallo e tranquille giornate trascorse in un cottage di campagna a scrivere. La vita della giovane Georgiana è destinata a oscillare vertiginosamente dalle stelle alle stalle con una velocità impressionante.

Diverse sono le situazioni che richiamano Orgoglio e Pregiudizio: dalla presentazione dello sdegnoso Lucas Benedict, ricco e annoiato, ai suoi modi sprezzanti e alla proposta insolente.

Era nato ricco, figlio unico ed erede di un casato facoltoso e aveva a disposizione una rendita che superava le diecimila sterline.

Le complicazioni sentimentali conseguenti a una proposta di matrimonio, che potrebbe essere risolutiva, conducono ad altrettante complicazioni della trama e a condotte poco coerenti da parte dei protagonisti.

Come verrà risolto l’antico dilemma per una signorina di buona famiglia ma priva di mezzi costretta a scegliere tra il desiderio di sistemazione e la ricerca del vero amore? Sono ammissibili i compromessi?

Ripensò al modo in cui l’aveva trattata e cercò di comprendere le ragioni del folle gesto che l’aveva portata ad andarsene. Non capiva. Non poteva proprio, arido com’era di comprensione nei confronti del genere umano, femminile soprattutto.

Difficile trovare qualità che lo rendano fascinoso in questo protagonista maschile tutt’altro che simpatico; nonostante Georgiana sia una ragazza volitiva e determinata, al cospetto di lui diventa fragile argilla che perde la lucidità.

Ma la memoria non la aiutava. Era come se una candela fosse stata avvicinata a una lettera. Pian piano si scioglieva l’inchiostro, la carta si ritirava e il fuoco ombreggiava ogni cosa. Non rammentava nient’altro.

Nessuno dei due ha fatto i conti con l’irresistibilità del destino e dei sentimenti che sovvertono le regole e le distinzioni, ma non voglio rovinarvi il finale…

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Le stanze dell’addio

b08453-B3ICK6J4”Io ho ricominciato a lavorare. In altri luoghi scrivo, succhio gamberi, respiro foglie balsamiche, faccio l’amore, ma una parte di me è qui, sempre qui, impigliata a un fil di ferro o a una paura mai vinta, inchiodata per sempre: il puzzo di brodaglia del carrello del vitto, quello pungente dei disinfettanti, il bip del segnalatore del fine-flebo, la porta che si chiude alle mie spalle quando termina l’ora della visita.”
Così si sente chi di noi vive l’esperienza di una perdita incolmabile: impigliato, inchiodato. Dalle pagine di questo libro affiora il volto vivissimo di una giovane donna, Giovanna De Angelis, madre di tre figli e di molti libri, editor di professione, che si ammala e muore. Il suo compagno la cerca, con la speranza irragionevole degli innamorati, attraverso le stanze – dell’ospedale, della casa, dei ricordi – fino a perdersi. Solo un ragazzo non si sottrae alla fratellanza profonda cui ogni dolore ci chiama e come un Caronte buono gli tende una mano verso la vita che continua a scorrere, che ci chiama in avanti, pronta a rinascere sul ciglio dell’assenza.

Recensione di Antonella Maffione:

Affrontare la morte di chi si ama è difficile e il percorso di accettazione molto duro, quando accade è come cadere in un burrone: si rimane cullati e istupiditi dalla sofferenza. Questo il percorso di questo libro, in cui l’autore rende reale un dolore inconsolabile.
Nel trolley non ci sono libri. Pessimo segno. Se si allontana porta senz’altro con sé il mondo di altri mondi. È alla ricerca perenne del paradigma perfetto. Quando legge un grande scrittore, ai suoi occhi si costruisce vera e propria un’altra realtà, non meno legittima del presente. È lì chi sei? Lì dentro? Nei libri che hai portato via con te?”
Questo libro, queste pagine, sono la voce di un addio che è difficile da pronunciare ma necessario per andare avanti, perché come sua moglie gli ha insegnato “la vita non va sprecata”.
“La morte prese posto tra di noi. Era un grembiule. Era quasi trasparente e comunque attraverso di lei per un po’ci guardammo”.
Percorrendo un momento difficilissimo, che è quello della non accettazione, una parte del protagonista resta imprigionata nelle stanze dell’ospedale e solo ripercorrendole potrà riuscire ad attraversare il dolore e superare la disperazione. Queste stanze, dove tutto ritorna, che sono luoghi della memoria, al suo passaggio possono permettergli di accettare la scomparsa di sua moglie: “Madre dei suoi figli e di molti libri”. 
Dando voce ad un addio che sembra continuamente sfuggirgli, desiderando ancora il suo corpo, il suo odore e le loro letture, (ad esempio quelle sotto il Ponte Emilio dove insieme condivisero La lotteria di Babilonia) l’autore cerca di trovare una possibile serenità.
Attraverso questo viaggio l’autore non vuole erigere un monumento alla persona persa, ma vuole cercare di restare vivo senza dimenticare l’amore che c’è stato e riuscire ad amare ancora.
“Ho amato molto, è vero. Per questo mi sento in grado di farlo ancora, è meglio. Però talvolta temo che il dolore mi abbia indurito, prosciugato tutto, lasciato come un tronco assediato dell’edera che non ha più polpa, ma ne rimane la forma vuota”.

Libri, amori e segreti – Aprile

Siamo arrivati all’uscita di aprile e alla riunione mensile del club del libro che questa volta si tiene nell’immensa casa affacciata sul mare di Serena, o meglio nella sua orangerie.

Lo scenario è incantevole e sembra sprigionare il suo fascino conturbante anche sulla serata, avvolgendola di profumi e romanticherie. Il libro preso in esame è un vero e proprio classico della letteratura, Jane Eyre, con la quale Serena sente subito di avere delle inspiegabili affinità, non così evidenti. In questa occasione, infatti, la trasposizione di personaggi e storia del romanzo non può essere automatica e priva di adattamenti avvenendo in tempi e circostanze moderni. Ma Della Parker ci ha abituato a felici esperimenti in questo senso che ci portano a ritrovare in Serena, non una giovane orfana vessata da zii e cugini ma comunque una figlia ignorata da genitori e sorelle anaffettivi, impegnata anche lei in un certo senso nell’insegnamento in quanto preside di una scuola, e un Mr Rochester che per assonanza diventa Mr Winchester e non nasconde in soffitta la moglie, peraltro problematica, dalla quale si sta separando in modo piuttosto tumultuoso.

In questa affatto idilliaca situazione, la lettura del romanzo di Charlotte Bronte con la sua carica di passione e sconvolgimento, incide a livello emozionale: la complicata realtà quotidiana con i suoi imprevisti, le inaspettate tragedie, i drammi improvvisi, si scontra con il sogno di essere un’eroina del diciannovesimo secolo.

Il fatto è che nei momenti difficili e concreti della vita sono molto più efficaci le premure vere di un gruppo di amiche affettuose e solidali e il calore di un timido sentimento nascente da cui farsi convincere e circondare, ma come questo avverrà è tutto da scoprire tra Libri, amori e segreti.

Il giardino di Amelia

Il giardino di Amelia, è un libro che affronta temi politici e sociali.
Ambientato in Cile negli anni ottanta sotto la dittatura spietata di Pinochet, il romanzo si avvia da un evento reale per regalare al lettore una profonda storia di tenera amicizia.

Miguel Flores, un giovane sovversivo, viene confinato in un posto sperduto vicino Santiago. Tra grandi colline, cactus e terra arida, si estende come un piccolo Eden, una valle isolata, dove all’interno della Novena vive Amelia. La vita da confinato nella baracca del Pimiento, trascorre per Miguel in solitudine, la sua unica compagnia è la lucertola Lisandra. A salvarlo da questa difficile situazione e a tendergli la mano è Amelia.

Inizialmente Miguel non ha molta simpatia per Amelia, ai suoi occhi una nemica latifondista può essere solo una fascista! Amelia, invece, è solo una proprietaria terriera, che possiede una biblioteca immensa dove i libri sembrano vivi, che tratta con riguardo Miguel.

Sarebbe stata una comunista fantastica, lei! Peccato che abbia terre, antenati illustri e tutta quella roba lí”
Tra i due, riga dopo riga, nasce una tenera amicizia, basata sul rispetto reciproco, e attraverso la lettura il rapporto diventa più intimo, infatti attraverso il “palazzo della memoria” di dispiegano vecchi ricordi che ormai erano stati riposti in un luogo nascosto della memoria.
Non solo mi sta simpatica, mi sto affezionando a lei. Non era mica nei programmi”
All’interno dei libri di Amelia, Miguel incontra le sottolineature e le annotazioni che saranno degli spunti di riflessione e che lo aiuteranno ad affrontare le avversità della vita.

Non tutto però è come sembra, Miguel non è quello che Amelia si aspetta.

Attraverso una scrittura introspettiva, l’autrice ci racconta una storia commuovente e ricca di vivide descrizioni sulla natura, tanto da far sentire il lettore parte di quell’ambiente stimolandone la percezione dei cinque sensi.
[…] la luce a poco a poco trascolorava sopra la chioma degli alberi, e il modo con cui calava il silenzio è tutto rimaneva immobile, come se fosse il sole a far muovere la campagna di giorno, e il modo con cui ogni suono svaniva lasciando solo il latrare dei cani, qualche volta l’eco del vento”.

Buona lettura

Antonella Maffione

All’ombra di Julius #anteprima

Londra, anni Sessanta. Sono trascorsi vent’anni da quando Julius è venuto a mancare, ma il suo ultimo gesto eroico ha lasciato un segno indelebile nelle vite di chi gli era vicino. Emma, la figlia minore, ventisette anni, lavora nella casa editrice di famiglia e non mostra alcun interesse verso il matrimonio. Al contrario, Cressida, la maggiore, è troppo occupata a struggersi a causa dei suoi amanti, spesso uomini sposati, per concentrarsi sulla carriera di pianista. Nel frattempo Esme, la vedova di Julius, ancora attraente alla soglia dei sessant’anni, rifugge la solitudine perdendosi nella routine domestica della sua bellissima casa color rosa pesca. E poi c’è Felix, ex amante di Esme e suo unico vero amore, che l’ha lasciata quando il marito è scomparso e torna in scena dopo vent’anni di assenza. E infine Dan, un estraneo. Le tre donne e i due uomini, legati da un filo che solca presente e passato, si ritrovano a trascorrere un fine settimana tutti insieme in campagna: caratteri e personalità, segreti e lati nascosti, emergeranno attimo dopo attimo in queste giornate intense, disastrose e rivelatrici, sulle quali incombe, prepotente, l’ombra di Julius.

Elizabeth Jane Howard, come ho spesso scritto, può essere considerata, con ogni suo romanzo, un vero classico moderno (per approfondire trovate un mio articolo sul numero di Marzo di Pink Magazine Italia).

All’ombra di Julius è un romanzo corale, che si snoda in un breve periodo di tempo, ma che si articola, tratto identificativo dello stile narrativo della scrittrice, attraverso l’evoluzione di un gruppo di personaggi.

Sappiamo tutto di loro, ne conosciamo le fattezze, il passato e il presente, aspirazioni e debolezze, ma soprattutto il loro modo di vivere le relazioni.

I personaggi femminili sono sempre al centro della storia e raccontano non solo di se stesse, ma anche della biografia dell’autrice; c’è un po’ di lei in ognuna di loro.

Le donne sono complicate solo in superficie, una specie di facciata; nel profondo sono creature elementari. Il trucco è fare in modo che non se ne accorgano mai.

Julius è l’assenza ingombrante, con la sua mancanza ha come creato un cumulo di macerie più che lasciare un vuoto.

Ciascuno dei protagonisti dovrà fare i conti non solo con le proprie insicurezze, ma soprattutto con le proprie questioni irrisolte che inevitabilmente li legano vicendevolmente anche in modo inaspettato e doloroso.

Le cose ti succedono davvero solo quando cominci a rendertene conto

Perché leggere questo romanzo?

Noi lettori siamo sempre alla ricerca di un libro che ci coinvolga e sconvolga, che sappia meritarsi un posto nel nostro cuore e nella nostra mente, che non rimanga a prendere polvere sulla libreria, ma che abbia un posto d’onore. I protagonisti delle narrazioni della Howard, grazie alla sua inimitabile arte del racconto e della descrizione, sanno diventare “famiglia” per il lettore che li adotta per sempre.

“Quella mattina poteva scegliere tra un bruttissimo romanzo d’amore che parlava di aztechi, il resoconto di una traversata del Sahara a bordo di un taxi londinese (un polpettone scritto coi piedi che la faceva sbadigliare solo al pensiero) e le meditazioni di un fosco giovanotto che viveva una vita di tale autoimposta libertà che di fatto non gli succedeva mai niente, circostanza di cui si doleva almeno una volta per pagina. E lì dove aveva preso queste tre perle, ve ne erano molte altre in paziente attesa. Oh, datemi da leggere qualcosa di buono!, pensò. Uno, un solo scrittore la cui abilità sia pari all’impegno, e che non si nutra solamente dell’esperienza degli altri…”

Per noi lettori appassionati, la fine della saga dei Cazalet, era stata un “trauma letterario”, ma per fortuna Fazi Editore ci ha regalato questo capolavoro precedente della scrittrice, che insieme a Il lungo sguardo e alla biografia a lei dedicata ci ha permesso di conoscere in profondità stile narrativo e storia personale di Elizabeth Jane Howard.

In occasione dell’uscita di oggi di questo romanzo, potete approfittare di una super promozione: acquistando due libri dell’autrice, editi Fazi, potrete avere in omaggio la shopper con la cover di questo ultimo capolavoro.

Per tutte le informazioni cliccate qui Fazi promozioni

Buona lettura e se volete saperne di più seguiteci oggi a colpi di tweet.

Io sono Mia

A dirla tutta, quando ho iniziato la lettura di questo romanzo, non ero del tutto convinta. Un po’ perché cercavo una storia semplice, poco impegnativa, di quelle che a leggerle danno l’impressione di scivolarti come acqua sul viso. Un po’ perché dopo venti pagine stavo già iniziando a chiedermi: che diavolo hanno in comune una diciottenne sfregiata dei bassifondi di Roma, una super produttrice cinematografica fighissima e simpaticissima (aggiungere ironia a secchiate), mezza morta in un incidente di moto, e due islandesi felicemente dediti al bracconaggio di balene nel Mar dei Ghiaccioli? Che poi, io ero rimasta alle baleniere del capitano Acab, e invece a quanto pare la pratica è ancora in corso… shame on me.

Insomma, volevo una lettura semplice e mi sono ritrovata con tutt’altro. Peccato?

Assolutamente no.

Io sono Mia, si apre nella pancia del Teatro dell’Opera di Roma, dove la protagonista Mia, diciotto anni, uno sfregio in viso e uno ancora più grosso nel cuore, impreca tra carrucole e ingranaggi scenici. Mia, detta Non per il modo aggressivo con cui affronta la vita e i suoi snodi, vive in una casa famiglia simile ad un grosso acquario, nell’angolo dimenticato della Roma bene dell’Eur, ma una madre in effetti ce l’ha. Più o meno. Intanto perché Andrea Gigante è tutto fuorché una madre degna di questo nome, in secundis perché la sua prima apparizione nelle pagine del romanzo la fa schiacciata a terra dalla sua moto in fiamme. Praticamente se sopravvive c’è da gridare al miracolo. Le due donne non si vedono se non dietro ordinanza del giudici, non si parlano se non costrette, sarebbero molto felici se una delle due sparisse per sempre. Eppure …

A causa dell’incidente, Andrea, ex produttrice cinematografica caduta in disgrazia è costretta a sottoporsi ad un’operazione, ma i soldi per affrontarla scarseggiano. L’unico modo per racimolarli è riuscire a vendere una fattoria sperduta nei ghiacci dell’Islanda, acquistata anni prima senza scopo preciso e che ora si rivela di vitale importanza. Il compratore c’è, ma pretende un incontro vis-à-vis. Contro il parere di tutti i medici Andrea fa le valigie, salta sul primo volo e atterra in Islanda, la terra del ghiaccio e del fuoco.

Braccata da guai più grossi di lei, Mia nel frattempo, decide di chiedere aiuto a quella madre snaturata che potrebbe essere la sua ultima carta da giocare in una partita pericolosa giocata a suon di debiti e spaccio di droga. Parte così all’inseguimento accompagnata da uno sconosciuto ragazzo islandese, con lo zaino troppo carico di segreti.

La corsa in Islanda le catapulta in un mondo sospeso tra meraviglia e crudeltà, dritte in braccio a due bracconieri dal cuore gentile, indurito dal fuoco dei vulcani e con un grosso, sanguinoso credito nei confronti di Andrea.

Incalzante. Vivido. Non ci sono aggettivi migliori di questi per un dramma familiare dai confini strani, una storia in cui lotta e redenzione che si tengono per mano. L’autore, Max Giovagnoli, saggista e direttore dello IED di Roma al suo quarto romanzo, firma questa brillante prova per la Newton Compton.

Lo sfondo di una Roma fangosa e carica di veleno di Mia, una Lisbeth Salander con meno piercing, i quartieri bene del centro dove tutte le luci si spengono o sono solo miraggi di Andrea, e la magica Islanda, terra vichinga di meraviglie e paura circondata dal canto delle balene, si fondono in una sinfonia ben orchestrata che cattura in pochi istanti. È difficile non restare coinvolti da questi personaggi un po’ pazzi e sfigurati, non essere presi per mano dalla loro voglia di vita, di avventura e tranquillità, dalla loro urlata, disperata umanità.

Diletta Adalgisa Parisella

 

Il profumo del mosto e dei ricordi

Risultati immagini per il profumo del mosto e dei ricordiSi può fuggire dal dolore e si può decidere di chiudere fuori il passato dalla nostra vita, ma i legami familiari sono qualcosa di troppo forte e incancellabile per non tornare a chiedercene ragione.

Il profumo del mosto e dei ricordi ci insegna non solo che ogni libro racchiude una storia unica, ma anche che ogni persona è frutto di destini diversi ed è il risultato di più storie che si incontrano.

Inutile opporre resistenza, far finta di dimenticare: il passato è più tenace e prepotente e trova la via del cuore attraverso uno dei tanti cassettini insondabili della memoria che improvvisamente viene dischiuso da un profumo, una lettera, un nome…

Lavinia vive con sua madre a Firenze dove studia come restauratrice; cresciuta senza sapere di avere un nonno, si ritrova improvvisamente a dover partire per il basso Salento per ricevere in eredità la Masseria che lui le ha lasciato.

Il Salento è tutto un altro mondo rispetto a quello della città in cui è sempre vissuta: l’azienda agricola del nonno è in evidente stato di difficoltà ma pullula di vita e calore umano: tutte quelle persone che hanno vissuto e lavorato per tanti anni nella masseria e che riescono a restituire a Lavinia il suo passato e le sue radici e a trasmetterle il senso di appartenenza a quel luogo, a quella terra così amata da nonno Umberto, così preziosa, così viva.

Riflettei e mi sentii vuota come l’interno di una conchiglia scavata dal mare. A cosa tenevo io? Adoravo la mia città, il mio lavoro, ma c’era qualcosa per cui nutrissi una così forte passione? Amavo l’arte, sì, ma non tanto quanto loro amavano quella terra.

La ragazza non è abituata alle manifestazioni d’affetto e si ritrae spaventata, anche se, nello stesso tempo,  si sente inspiegabilmente attratta dalla Masseria Rosa Bianca che in ogni angolo, ogni recesso, ogni centimetro della tenuta, persino tra ogni filare di vite, nasconde un segreto e una storia di vita vissuta che merita di essere riportata alla luce e tramandata nel tempo.

Perché è la memoria a donarci un senso di appartenenza al mondo. Facciamo parte di questa o quella realtà, poiché ricordiamo. La memoria costituisce la nostra identità.

Se la reazione iniziale era stata di chiudere la porta in faccia a quel passato che si ripresentava nell’intento di liberarsene vendendo la masseria, presto Lavinia troverà più di un motivo per ricredersi.

Un intreccio affatto banale e scontato, proprio come semplice e lineare non è vivere i sentimenti in modo autentico oggi.

Una scrittura bellissima, fatta di belle parole e di belle immagini, pregna, intensa, emozionante:

Detesto l’estate, sono un tipo cui piace l’autunno. Non amo il clamore delle giornate di sole. Sono per me come quelle folle che urlano e ridono, mentre in un angolo sei solo con il tuo bicchiere di malinconia. Amo le giornate uggiose, perché le nubi e la nebbia sanno nascondere ciò che invece svela la luce.

Presto Lavinia si rende conto che le sue radici sono indissolubilmente legate a quelle degli ulivi che dimorano la terra di suo nonno e che i legami familiari non si spezzano mai, nemmeno quando la morte o una scelta sbagliata li separa:

Esistono solchi ben più profondi di quelli scavati da un ulivo, che impiega secoli per tenersi stretta la sua zolla e levarsi verso il cielo. Sono le radici del cuore.

 

Ritratto della scrittrice da giovane, Virginia Woolf con un saggio di Nadia Fusini. Utet Edizioni

Risultati immagini per ritratto della scrittrice da giovaneUna raccolta davvero sorprendente di lettere che mostrano, senza filtri e ipocrisia, gli entusiasmi e i momenti tristi di una ragazza nel pieno della sua giovinezza. Ma si tratta assolutamente di una ragazza fuori dal comune.

Sembra di sbirciare dal buco della serratura di quella che è la vita privatissima della giovane Virginia Stephen e nei suoi pensieri più intimi. Conquista con la sua simpatia per come sa essere spiritosa nelle lettere del primo periodo, divertente e divertita dalle sue amicizie e conoscenze le cui idiosincrasie e peculiarità coglie con sguardo irriverente, spesso ricorrendo a somiglianze e similitudini zoomorfe.

Mi ricorda un altro epistolario dove l’ironia sempre vigile interviene puntualmente a salvare dall’autocommiserazione e l’intelligenza vivida è pronta a colpire a ogni giro di frase. Anche Jane Austen riserva la stessa vena caustica ai difetti altrui e per il cambio di tono che dall’esuberanza giovanile passa attraverso le dure prove della vita stemperandosi in malinconico-crepuscolare, rimanendo sagace. Anch’ella si rivela una corrispondente esigente, che riesce a scrivere e a toccare svariati argomenti con la stessa velocità con cui ne discorrerebbe a voce, e che infine, diventa esperta dell’arte della composizione epistolare:

Una lettera dovrebbe essere limpida come una pietra preziosa, uniforme come un guscio d’uovo, e trasparente come vetro.

Molto interessante è scoprire e seguire anche i primi passi mossi nella sua carriera da scrittrice a cominciare dall’amore spasmodico per i libri e lo studio, passando per le recensioni e all’insegnamento, fino ad approdare alla tanto sospirata e faticosa scrittura.

Desidero tanto una grande stanza tutta per me, piena di libri e nient’altro, in cui possa rinchiudermi, senza vedere nessuno e leggere fino a calmarmi completamente.

Risulta incredibile assistere alle stesse incertezze e paure che assalgono una scrittrice alle prime armi, la ricerca continua di pareri e rassicurazioni, come quando domanda all’amica Violet Dickinson:

Nessuno s’interessa molto -e perché dovrebbe?- a quel che scribacchio. Credi che arriverò mai a scrivere un libro veramente buono. Ad ogni modo, me la cavo decisamente meglio di prima, anche se ci sono ancora zone tremendamente scoperte e sterili.

Capace di grandi slanci e profondi affetti, tradisce il suo fortissimo bisogno di sentirsi amata, abbarbicandosi come un’edera ai rapporti interpersonali che tesse con lettere dall’ammiccante tono confidenziale. Lucida fino alla follia, cammina in bilico sul filo della consapevolezza lasciandosi cadere ogni tanto:

Il mondo degli esseri umani va facendosi troppo complicato, mi meraviglio soltanto che non si riempia di un maggior numero di manicomi: molte cose, nella visione della realtà dei folli, sono condivisibili. Dopo tutto è forse quella la visione equilibrata, e noi, tristi, assennati e rispettabili cittadini, non facciamo che delirare ogni istante della nostra vita, e meriteremmo d’esser rinchiusi per sempre. Con questo caldo la mia melanconia primaverile matura, e diventa follia estiva.

Il forte legame coi fratelli, il sodalizio culturale instaurato al n. 46 di Gordon Square di Bloomsbury, i viaggi in Europa, i soggiorni estivi al mare, suo grande amico. Scrive dalla pensione della signora Turner a Giggleswick nello Yorkshire:

La mia vita qui è d’una austerità da Grecia antica, bellissima: potrebbe entrare, pari pari, in un bassorilievo. Come puoi immaginare, non mi alvo mai, e non mi pettino; percorro la brughiera selvaggia a passi enormi; declamo odi di Pindaro, balzando di roccia in roccia; esulto nell’aria che un po’ mi schiaffeggia e un po’ mi accarezza, come un padre severo ma affettuoso! Una specie di Stephen brontizzata quasi bella come l’originale.

Assillata dai discorsi di matrimonio che la cerchia di parentele e conoscenze dalla morte di Thoby va facendo nemmeno tanto velatamente, affinché si sistemi, la rendono nervosa e irritabile:

Tu almeno non sei costretta a batterti con oscene vecchiacce e signorine dai becchi grondanti di sangue che ti consigliano di sposarti. Da sei mesi a questa parte è questa la mia penitenza.

Rifiuta diverse proposte per poi accettare con straordinari disincanto e sincerità, quella di Leonard Woolf:

 Gli ovvi vantaggi del matrimonio mi impediscono di prendere una decisione. Mi dico: in ogni caso con lui sarai abbastanza felice, ti darà la sua amicizia, dei bambini, una vita attiva -ma poi mi dico anche: per Dio, mi rifiuto di fare del matrimonio una vera professione. … non so cosa ci porterà il futuro. Ho quasi paura di me stessa… Dunque un momento son quasi innamorata, voglio che tu sia sempre con me, sappia tutto di me, e un attimo dopo sono selvatica e distante. A volte penso che sposandoti avrei tutto… ma poi… Ci sono dei momenti -l’altro giorno quando mi hai baciata per esempio- in cui non sono più sensibile di un sasso. Eppure son quasi sopraffatta dall’affetto che mi dimostri. E’ una cosa così concreta, strana. Perché dovresti volermi bene?

Purtroppo il finale lo conosciamo tutti, con la sua immensa tristezza. Per fortuna nel mezzo ci sono stati i suoi romanzi indimenticabili con cui ci ha lasciato la parte migliore di sé.

Irene #GraphofeelEdizioni

Irene_500x700La biografia romanzata di Maria Vittoria Rossi, giornalista di costume, inviata di guerra, traduttrice, icona fashion del suo tempo, per la quale Leo Longanesi coniò lo pseudonimo di Irene Brin. Estrosa, anticonformista, Irene attraversò la prima metà del ’900 con la forza della sua personalità.Armata di macchina da scrivere, di pantofoline dai tacchi altissimi e di una trousse a forma di colomba disegnata per lei da Salvador Dalì, captò il mondo con le sue antenne da pipistrello (così le definisce Montanelli) e lo descrisse con tono divertito e dissacrante. Un passaggio lieve ma intenso nella cultura e nella società italiana, dagli anni ’30 al boom economico degli anni ’60, che l’autrice ci racconta con appassionata complicità.

 

Leonilde Bartarelli mi ha fatto vivere un bellissimo viaggio letterario nella vita di una donna dalle mille sfaccettature di cui sapevo ben poco. Questo romanzo-biografia è per il lettore un’occasione di scoperta, riflessione, crescita. Una macchina del tempo che ci fa rivivere un passato spesso ancora tanto presente. Dalle inchieste giornalistiche sui luoghi martoriati dalle guerre che hanno segnato il secolo scorso, “Alla fine del viaggio, a Belgrado, ha incontrato la guerra, cruda, spietata. Non quella diretta delle incursioni aeree e dei combattimenti, ma quella susseguente, drammatica e desolante, che lascia i superstiti attoniti, spauriti, sconfortati: la città è bombardata, devastata, silenziosa nella immobilità agghiacciante che segue il dramma. Irene ne rimane smarrita e annichilita. È sola, completamente sola; e tale sensazione in un certo senso l’aggrada, la fa sentire titolare di quella auto‐responsabilità che la fa agire in piena autonomia, rendendo irrilevante ogni pregiudizio di genere.” , al mondo della moda e del costume. “…eccola comunque e dovunque, elegante e raffinata con i sandali Chanel dal tacco vertiginoso, i turbanti stravaganti, gli occhiali a forma di farfalla adorni di strass, i lunghi guanti di pizzo, le fusciacche strette in vita.”

Dietro questa immagine di donna intraprendente, elegante, colta e pronta a vivere ogni situazione, si celano però insicurezze e malesseri non solo psicologici. “Il Male si è presentato con aggressività un anno fa. Al colon. A luglio un intervento chirurgico invasivo sembrava averla riportata in salute, ma la profonda stanchezza e il senso di affaticamento sono continuati. Maria ha provato ad attribuire la responsabilità della sua malattia ai cambiamenti nella società sua contemporanea che non riesce ad accettare; che i nuovi canoni della cultura e dell’arte mortificano indistintamente le sue molteplici personalità, relegandole in ambiti marginali.”

Il romanzo-biografia si conclude con una meravigliosa scena che non posso anticiparvi, posso solo dirvi che l’autrice ha saputo, in modo molto semplice e originale, raccontare non solo una storia di vita, ma anche il suo approccio personale di scrittrice alla stesura “Tutte le biografie sono in un certo senso una bugia. Chi vorrà leggerà per conto suo e sceglierà un’altra sfaccettatura, quella che parla al suo cuore”.

Buona lettura

Link di acquisto: Irene-Graphofeel Edizioni

 

 

L’ assassinio di Florence Nightingale Shore #NeriPozza

Recensione di Antonella Maffione.

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È il 1919 e Louisa Cannon sogna di sfuggire a una vita di povertà e, soprattutto, all’opprimente e pericoloso zio, che vorrebbe sanare i propri debiti «offrendo» la nipote a uomini di dubbia reputazione. La salvezza di Louisa è un posto di lavoro presso la famiglia Mitford ad Asthall Manor, nella campagna dell’Oxfordshire. Dopo diverse peripezie Louisa riesce a farsi assumere. Diventerà istitutrice, chaperon e confidente delle sei sorelle Mitford, specialmente della sedicenne Nancy – una giovane donna intelligente e curiosa con un talento particolare per le storie. Ma quando un’infermiera – Florence Nightingale Shore, figlioccia della sua celebre omonima – viene assassinata in pieno giorno su un treno in corsa, Louisa e Nancy si troveranno per caso coinvolte nelle indagini del giovane e timidissimo Guy Sullivan, agente della polizia ferroviaria di Londra, Brighton & South Coast e nei progetti criminali di un assassino che farà di tutto per mantenere segreta la propria identità… Basato sul vero omicidio, rimasto irrisolto, di Florence Nightingale Shore, questo è il primo romanzo di una serie di gialli intitolata I delitti Mitford, ambientata negli anni Venti e Trenta con protagoniste le sei «leggendarie» sorelle Mitford.

In questo viaggio letterario alla ricerca dell’assassinio dell’infermiera Florence, l’atmosfera è grigia come il cielo di Londra  dove appunto si intreccia la storia. L’ambientazione storica è quella del 1920: l’Inghilterra è uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale.
Un periodo storico carico di tensione, nel quale i paesaggi, i costumi sono uno sfondo perfetto per una storia di misteri e bugie.
L’infermiera Florence dopo aver dedicato la sua vita ad assistere in ospedale i militari, all’interno del quale aleggiava solo agonia e morte, viene brutalmente uccisa su un treno che da Londra la porterà a casa di una sua cara amica. Basato su un vero omicidio mai risolto, l’autrice intesse una storia dove non mancano colpi di scena, aggiungendo un tocco di fascino con le sorelle Mitford e la loro governante Louisa, le quali vestendo i panni delle protagoniste cercano di risolvere il giallo.
Ripercorrendo la vita coraggiosa di Florence attraverso prove e fatti reali, Jessica Fellowes inserisce una storia romanzata e avvincente, nella quale l’avvicendarsi di Louisa e Nancy rappresentano un aiuto fondamentale per le indagini. Le intuizioni di Louisa, alimentate dall’arguzia e la sfacciataggine di Nancy, catturano l’interesse del lettore appassionandolo alla scrittura avvincente e vivace della scrittrice.
Tra realtà storica ed espediente narrativo, il tutto arricchito da un’ambientazione storica turbolenta, l’autrice soddisfa la curiosità del lettore, catturando la sua attenzione attraverso una descrizione curatissima degli avvenimenti e soprattutto ogni personaggio è talmente ben caratterizzato da rendere il romanzo dinamico e imprevedibile.