Fenomeno Steve Balsamo

Jesus Christ Superstar, il musical di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, è uno dei capolavori assoluti nella storia della musica rock. Gli artisti che si sono avvicendati nelle svariate versioni dell’opera si sono sempre distinti per il livello altissimo delle loro performance. Steve Balsamo è stato uno degli interpreti più significativi e convincenti di Jesus Christ Superstar e ha vestito i panni di Gesù nella produzione del West End londinese dal 1996. È dotato di una voce straordinaria capace di commuovere chiunque lo senta cantare “Gethsemane”, l’accorato appello di un Figlio che chiede al Padre di allontanare da lui l’amaro calice ma che alla fine si arrenderà alla Volontà paterna.

Nato a Swansea da madre gallese e padre veneziano, lo chef Luciano Balsamo, Steve è un artista a trecentosessanta gradi che ha saputo coniugare le sue eccellenti doti canore con un’impressionate capacità interpretativa. Dopo il successo ottenuto con Superstar, è stato protagonista di diverse produzioni teatrali, tra le quali Poe, Notre Dame de Paris e Les Misérables per poi dedicarsi interamente al suo personale percorso creativo, sia come solista, sia duettando con altri artisti.

Abbiamo chiesto a Steve Balsamo cosa ricorda e cosa gli è rimasto della sua esperienza teatrale e com’è stato confrontarsi con un musical come Jesus Christ Superstar.

È risaputo che hai interpretato il ruolo di Gesù per diversi anni e che la stampa inglese scrisse di te: “The Son of God is Welsh” (Il Figlio di Dio viene dal Galles). Qual è il ricordo più felice che hai di quella straordinaria esperienza?

balsamo 3Il ricordo più vivo che ho riguarda il momento in cui sono stato scelto per interpretare Gesù. Mi dissero che c’era un’audizione per una nuova versione di Jesus Christ Superstar. Avevo già cantato “Gethsemane” e così la cantai per Jonathan Greatorex e Jonathan be’… cominciò a piangere. Chiamò subito David Grindrod, il direttore del casting di Andrew Lloyd Webber. Non mi resi subito conto di quello che stava succedendo, sta di fatto che andai a Londra e cantai per David Grindrod e anche lui si commosse per la mia performance, ma in quell’occasione mi disse solo: “Okay”. Aveva selezionato centinaia e centinaia di cantanti prima di assegnare la parte a me. Il ricordo che sempre mi porterò dietro è il momento in cui eravamo rimasti solo in due: io e Zubin Varla, noto per aver interpretato Romeo in Romeo and Juliet al National Theatre di Londra. Ci hanno fatti salire sul palcoscenico per l’ultima audizione. Abbiamo entrambi cantato e poi Andrew Lloyd Webber mi ha afferrato per il colletto e mi ha detto che la parte era mia! Un momento fantastico! Forse il momento più bello dopo la lunga attesa e dopo le dure selezioni. Ma ho tanti ricordi piacevoli di quell’esperienza, ho molto amato Jesus Christ Superstar. C’è tutto in quel musical: amore e ispirazione uniti da un forte impulso creativo.

Abbiamo chiesto ai nostri lettori quale cantante ha interpretato al meglio il brano “Gethsemane” e la maggior parte di loro ha indicato te come uno dei migliori. Come commenti questo dato? (guarda il video)

Fantastico! Ne sono molto lusingato. Quando ho interpretato io il ruolo di Gesù, ho ascoltato gli artisti che mi avevano preceduto. Sono stati tutti interpreti straordinari, e io ho “rubato” un po’ da ognuno di loro: Ian Gillian, Ted Neeley, Paul Nicholas, Johnny Farnham. Tuttavia, per la parte recitativa, per essere cioè convincente soprattutto nel momento culminante del musical, ho studiato la performance di Michael Crawford che ha cantato “Gethsemane” durante la Royal Variety Performance (è uno show annuale in cui si esibiscono i migliori cantanti e attori per la Royal Family). Crowford cantò per loro agli inizi degli anni ’90. Quando vidi la sua interpretazione piansi. Mi diede letteralmente i brividi mentre lo guardavo rapito. Una cosa in particolare mi colpì: mentre cantava, Crawford a un certo punto diede le spalle al pubblico… un momento di fortissima tensione emotiva, irripetibile. Ho amato il suo modo di vestire i panni di Cristo e cerco di emulare la sua “versione” ogni volta che canto “Gethsemane”. Così ho in teoria rubato tutto da quella performance, fingendo che fosse tutta farina del mio sacco! Ringrazio però i vostri lettori, che probabilmente hanno visto la mia performance all’auditorium di Rotterdam. Un’esperienza straordinaria, devo dire: ero circondato da milioni di persone. Sono arrivato da solo sul palco ed ero quasi terrorizzato, fino al momento in cui ho cominciato a cantare. Avevo la pelle d’oca, ma è stato fantastico, tutto sembrava convergere in un insieme perfetto e armonico. L’unica cosa che rimpiango è che non si registrò mai l’intero show. Un vero peccato non avere un ricordo tangibile di quello spettacolo!

Cosa ti è rimasto ancora oggi del ruolo di Gesù?

Molte cose. Tuttavia ciò che maggiormente mi è rimasto è la forte sensazione che la vita non finisca qui, che dopo vi sia qualcos’altro e che la nostra esistenza non si limiti a quella terrena. Per quanto mi riguarda, io non seguo alcuna religione tuttavia, quando sono stato scelto per il musical di Andrew Lloyd Webber, mi sono informato, ho letto tantissimo su Gesù e ancora oggi ricordo che la sensazione anche allora era la stessa: la vita non finisce qui. Durante ogni mia performance nel musical accadevano cose molto strane, ma nel senso positivo e quasi esoterico. Anche se, ripeto, ciò che più mi è rimasto è proprio quella sensazione, forse per le molte coincidenze che mi mostravano la possibilità di una vita oltre la morte. Sensazioni che ancora oggi avverto in modo netto e che rimarranno per sempre con me. La realtà non è quella che immaginiamo, insomma. Ho cercato a lungo una spiegazione, ma sono giunto alla conclusione che sebbene il musical sia stato scritto negli anni ’70, c’erano e ci sono momenti in cui si tocca la verità storica: Gesù era un ribelle, un uomo fuori dal comune e noi, credo, lo conosciamo solo in una minima parte.

È risaputo che tuo padre, Luciano Balsamo, è italiano. Cosa ti piace di più dell’Italia? Ci vieni spesso?

Certo, ci vengo molto spesso! Nonostante ci provi, non parlo italiano e me ne vergogno un po’. Ma amo l’Italia. Amo la cultura italiana, l’arte, la musica e il cibo: mio padre è uno chef e mi ha insegnato a cucinare e ad amare il cibo, soprattutto italiano. Credo che gli italiani siano circondati dalla bellezza. Quando penso all’Italia penso automaticamente alla bella gente, ai begli abiti, alle opere d’arte. In poche parole: amo l’Italia! Sono stato in diverse zone del Sud: Bari, Salerno, Napoli, ma quando torno a Venezia per me è come tornare a casa. Ci vado spesso anche perché io, mio padre e i miei due fratelli abbiamo un piccolo appartamento a Mestre. L’Italia, Venezia in particolare, è un luogo magico, stupendo che mi commuove sempre.

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Quali sono I tuoi progetti per il futuro? Possiamo sperare di vederti qui in Italia, magari per un tour?

Il futuro? Bella domanda! Dunque, per quanto riguarda la carriera musicale: tra un po’, come dicevo prima, uscirà il mio nuovo album. Sto lavorando a una canzone con una giovane cantante e sto scrivendo un musical per bambini. Ho una serie di concerti a fine luglio… insomma, tanti progetti musicali.

 

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Renè, Hulk e la lealtà

Drinking with L. A.

Un drink con Alessandra Lumachelli

di Alessandra Lumachelli

 

Mi capita (spesso!) di fare interviste “al volo”, come le chiamo io, cioè non programmate, interviste spontanee sull’onda del momento. Che risultano ancora più spontanee. Ve ne propongo una, col mitico dj Renè del Circoloco di Ibiza, simpaticissimo.

Se tu fossi un supereroe, che supereroe saresti e che superpoteri avresti?

Adesso come adesso? Hulk, anche se vorrei essere Superman, ti dico la verità! Ma adesso, con tutte le cose che mi sono successe, sono un po’ in(furiato)! Scusa il francesismo! Con un lutto, e i problemi che ho dovuto affrontare, dico Hulk. Ma mi piacerebbe in generale essere Superman, perché in lui vedo il simbolo del ‘salvatore’: colui che può aiutare il mondo, che può salvare la Terra dal male, dalla droga, da tutto ciò che ci circonda, come la guerra, gli attacchi terroristici. Mi sento a metà Superman e a metà Hulk: purtroppo sono bipolare! (Ridiamo).

Se tu avessi la macchina del tempo, dove andresti? Passato? Presente? Futuro?

Se io avessi la macchina del tempo, andrei poco prima dell’inizio della prima guerra mondiale, per cercare di far sì che la guerra non scoppi. Cercherei di convincere la gente ad organizzare un grande festival di musica elettronica, con i vinili. Invece di bombardarsi e ammazzarsi! Fare musica, divertirsi, ballare … divertirsi, senza eccessi.

La scelta del tuo nome?

All’inizio ero Renatino. Poi un personaggio particolare, a Riccione, mi ha soprannominato Renè. Quindi, è rimasto questo nome. Io: Il tuo drink preferito? Renè: Non bevo alcolici, normalmente, perché non mi piace l’alcol. Però, mi piacciono gli analcolici alla frutta, con lo zenzero, o i centrifugati, questi drink. E poi un mojito l’anno, proprio per far festa.

Cosa puoi fare tu per salvare, o per migliorare il mondo?

Io? Nonostante sia un periodo duro, difficile, su di me ci potete sempre contare! Quindi, con la lealtà e l’amicizia, si può sicuramente migliorare questo mondo complicato!

In alto i Collins, quindi, e balliamo! Alla prossima, Amici!

Who’s Who Per chi non lo sapesse. Nato a Roma, fin da piccolo Renè è appassionato di musica, anche grazie al padre, che lavorava in una radio. Inizia subito a collezionare vinili di Stevie Wonder e Whitney Houston. Diciassettenne, si trasferisce a Riccione, dove inizia a suonare in vari club, per poi approdare a club famosi, quali il “Peter Pan” e il “Cocoricó”. Nel 2000 parte per Ibiza, dove conosce Antonio ed Andrea del DC10, che lo coinvolgono nel tour del party “Circoloco”, arrivando così a suonare nei migliori club europei.

Andrea Mattioli, Superman e la Cola

Drinking with L. A. Un drink con Alessandra Lumachelli

di Alessandra Lumachelli

Atmosfera da club, luci basse, suoni forti, molta gente che affolla la pista. È un sabato sera (di un po’ di tempo fa), e io mi trovo qua per intervistare Andrea Mattioli, un marchigiano che ha iniziato presto a frequentare locali per lavoro, riuscendo ad arrivare a mete importanti senza fermarsi mai. Sentiamo cosa ha da dirci, Amici? Ecco la nostra conversazione, in esclusiva per i follower di “Drinking”.

Se tu fossi un supereroe, che supereroe saresti e che superpoteri avresti?

Ah, questa è difficile! Un supereroe … ho sempre sognato Superman, quindi, i superpoteri sono i suoi: fa di tutto, vola e si sposta velocemente. Visto che il tempo è sempre poco!

Hai la macchina del tempo: dove vai? Passato, presente, futuro?

Andrei nel futuro, in una grande città. Sono curiosissimo!

Che cosa rappresentano per te la perseveranza, la tenacia?

È parte del mio carattere: non arrendersi mai. Andare dritto verso l’obiettivo, sempre comunque!

Il tuo drink preferito?

Un drink non alcolico: sono astemio. Bevo semplicemente Cola e limone.

Cosa puoi fare per salvare o per migliorare il mondo?

Nel mio piccolo, cerco sempre di migliorare quello che è il mio mondo, cioè il mondo dei club. Porto la mia esperienza, la mia passione, e cerco di fare qualcosa in più rispetto a quello che già c’è.

In alto i tumbler, Amici! Brindiamo al miglioramento dell’ambito in cui viviamo, senza fermarci mai. Alla prossima!

Who’s Who Per chi non lo sapesse…

Andrea Mattioli è un dj originario di San Benedetto del Tronto (AP), che inizia la sua carriera artistica a 18 anni. È stato direttore artistico di vari club abruzzesi e marchigiani. Nel 2003 diventa resident al “Plaza”, per poi trovarsi a collaborare l’anno successivo col famoso “Cocoricó”. Entra a far parte del team de “La noche escabrosa” (trasmissione radiofonica di musica house) e del “Diabolika” (Format del “NRG Club” di Ciampino). Nel 2009 fonda la propria etichetta discografica, la DIVA RECORDS, comprendente artisti riconducibili alla musica House e alla Techno.

Il MIF, l’acqua e i taxi

Drinking with L. A.

Un drink con Alessandra Lumachelli

di Alessandra Lumachelli

Una serata di un po’ di tempo fa, a Rimini. Ma mi fa piacere, tanto più che è ufficialmente iniziata la stagione dei festival musicali all’aperto, condividere con voi questo racconto.

Otto di sera, crepuscolo. Strade vuote, tutti a cena, tranne una signorina, di spalle, alla fermata degli autobus. Mi avvicino dicendo “mi scusi”, lei si gira imbarazzata, e siamo imbarazzate in due: io non immaginavo chi fosse,  lei presume che io non le stia chiedendo un’indicazione stradale, e non sa come fare a spiegarmi che le sue preferenze sessuali non includono me. L’imbarazzo (suo) si scioglie quando il mio “Mi scusi” prosegue con “Saprebbe indicarmi la stazione?”. La ragazza lascia andare il respiro trattenuto fino ad allora, sorride e addirittura mi accompagna fino ad un cartello stradale. Anch’io sorrido e la ringrazio. Senza sottolineare che no, tranquilla, neanche io avrei mai incluso lei nelle mie preferenze. E magari avremmo potuto scoppiare a ridere insieme. Ma ora le mie priorità sono altre. Trovare queste benedette navette taxi per il Music Inside Festival e ripararmi dalla pioggia, che ha iniziato, leggera ma insistente, a cadere fitta nella sera fresca. I taxi ci sono, certo, presi d’assalto da fan della musica techno, che non vedono l’ora di partecipare alla seconda edizione della rassegna musicale. Io sono sola e il tassista, dopo aver riempito la navetta con 6 ragazzi allegrissimi, mi fa accomodare al posto di fianco al suo, e subito si capisce che la tariffa concordata sul sito web è opinabile…

Arrivata, pago, scendo e ottengo sia il braccialetto omaggio che il pass per la stampa (due is meglio che one, lo dicono anche in una pubblicità!), e mi avventuro nel grande stabile della Fiera di Rimini, pieno zeppo di appassionati di musica provenienti, anche, da oltre confine. Nella hall, mi sento chiamare, mi volto: Lorenzo e Alessandro, proprio loro mi avevano indicato il nome di Mattia Duranti, colui che gestisce i contatti con la stampa (e che mi ha fornito di conseguenza il pass d’ingresso). È davvero tutto ben organizzato, nonostante la vastità della struttura edilizia e la complessità degli eventi in contemporanea.

Ci sono tre padiglioni, chiamati col nome di un colore, blu verde o rosso, quel colore che prevale negli effetti di luce al di sopra del palcoscenico, perché è di un palco (non di una semplice consolle) che si tratta, a sottolineare l’importanza dei dj che si avvicendano, a partire dalle 19:30 fino alle 04:00 del mattino. Vere e proprie star della nostra epoca, dato che siamo tutti in cerca di nuovi miti che ci facciano emozionare e sognare, oltre che ballare, ovvio. Da Sven Vath ad Alicante (che è già stato “ospite” di Drinking!!), a Ralf a Sam Paganini, a Sasha Carassai e molti molti altri, sino ad arrivare a Paul Kalkbrenner, che infiamma non solo la platea ma anche letteralmente la consolle. Quasi alla fine della sua performance, infatti, l’audio manca e lui ironicamente si siede sopra ai macchinari che fanno i capricci, restando con lo sguardo nel vuoto e attendendo. Nessun problema, ci sta: è il bello dei live, sapere che tutto è vero e vissuto nell’istante. Bevo un po’ d’acqua, gentilmente fornita dall’organizzazione. Per rientrare in hotel (stanchissima) cerco un taxi, ma mi fermo alla pensilina sbagliata, dove passano gli autobus!

Me ne renderò conto solo dopo aver chiacchierato con alcune persone, tra cui un giovane marocchino che ha ritenuto inutile pagare il biglietto del festival in quanto (così dice) ha già sentito tutti quei dj a Ibiza, quando faceva il cameriere in un locale. Incalzato dalla mia domanda sul nome del locale in questione, si impappina. Io intanto abbandono la pensilina, perché come un miraggio è apparso un taxi, fermato da me e da due ragazzi, di cui segno i nomi, Francesco e Lorenzo, perché si rivelano gentilissimi: loro che sarebbero scesi dall’auto molto prima di me, si incaricano di pagare l’intera corsa al tassista, Fabio, che lasciandomi davanti all’hotel, mi elogia con un complimento che si sente autenticamente vero (“è stato un piacere parlare con te”). Più che altro, abbiamo riso tanto: sono ironica, sempre, conversazione tranquilla e buffa talvolta. Che dire? Sicuramente, buona estate, buona musica e… stay tuned, alla prossima!

Tag: drinkingwithla, festival, Mif, musica, dj, acqua, taxi

Ricky L., la verità e il vermentino sardo

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Un drink con Alessandra Lumachelli

Da brava clubber, e da curiosa, se esiste la possibilità di intervistare un dj (o come lo chiamo io, un creatore di musica), ne approfitto e ne sono entusiasta. Nei club sembrano distanti, concentratissimi con le loro cuffie, e ci si domanda a cosa pensino, nel frattempo. Così, provo a chiedere alcune cose anche a Ricky L, che a prima vista sembra serissimo, ma in realtà è spiritoso e divertente. Si capirà in particolare nell’ultima “risposta-non risposta”! Partiamo, Amici? Intraprendiamo un altro viaggio insieme.

Se tu fossi un supereroe, che supereroe saresti e che superpoteri avresti? Può essere anche un personaggio dei fumetti.

Ricky: Non ho mai amato molto i fumetti. Potrei inventarmelo? [io: anche!] Ti potrei dire “Ermeto Pasqual”! Ha dei grandissimi poteri musicali: definirlo percussionista sarebbe riduttivo. Sinceramente non credo di avere mai avuto un supereroe preferito; Superman, Batman non mi hanno mai incuriosito più di tanto.

Se avessi la macchina del tempo, dove andresti? Passato, presente o futuro?

Ricky: Alessandra, me la metti su un piatto d’argento!! Io ovviamente cerco solo il presente, quindi, se avessi la macchina del tempo, cercherei esattamente il presente. Penetrandolo in ogni suo istante. Né prima né dopo.

Che cos’è per te la relazione? Che cosa è fondamentale per te in una relazione (amicizia, amore, lavoro…)?

Ricky: non ci ho mai pensato. Potrei dirti una serie di banalità … [io: no! Una cosa in cui tu credi veramente] Nella verità, direi, dove ci rientrano parecchie cose dentro: lealtà, rispetto, la verità! Come dice Brunori Sas. Molto bello, tra l’altro, quel pezzo.

Il tuo drink preferito?

Ricky: mi piaceva molto la grappa, ma ho smesso di berla. Mi piacciono i vini bianchi importanti, come il vermentino sardo. Non amo il vino rosso. [nel frattempo gli arriva un drink]. Cosa puoi fare tu per salvare o per migliorare il mondo? Ricky: [beve] [io rido: bere?!].

Allora, Amici, in alto i calici ricolmi di vermentino… perché a volte è necessario berci su! (Sempre con moderazione, mi raccomando) Alla prossima!

Alessandra

Who’s Who Per chi non lo sapesse…

Ricky L, alias Baffopizza, (nome d’arte di Ricky Luchini), è un dj indissolubilmente legato al club “Red Zone” di Perugia. A 11 anni ha il suo primo mixer, e a 15 fa il suo primo tour a Riccione come dj prodigio, suonando al “Vae Victis”. A 16 anni inizia col “Red Zone”, creato nel 1989 da Sauro Cosimetti. Famosissima la sua traccia House “Born again” del 2005, riproposta nel 2009 col titolo di “Born again 2010”, dato l’enorme successo riscontrato.

Franco Forte in esclusiva per Pink!

Carissimi lettori, siamo lieti di annunciare una straordinaria notizia: il noto scrittore Franco Forte ha concesso in esclusiva a Pink Magazine Italia la possibilità di frequentare il suo corso di scrittura creativa online! Una rubrica utile non solo a chi vuole fare della scrittura la propria professione ma anche a chi vuole capire cosa c’è al di là delle pagine che leggiamo e che tanto ci emozionano. Che aspettate, dunque? Seguite il link e la rubrica di Franco Forte!

SCUOLA DI SCRITTURA DI FRANCO FORTE

 

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Luca Fabbracci, il Parkour e i centrifugati

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Un drink con Alessandra Lumachelli

di Alessandra Lumachelli

Luca Fabbracci, il Parkour e i centrifugati

Ammirando stupita le acrobazie degli attori in film come “Matrix” o “Spiderman”, pensavo: “Okay, è solo fantascienza: possono realizzarlo facilmente attraverso la computer grafica”. Poi mi sono incuriosita, vedendo Daniel Craig (alias James Bond) volteggiare su una gru alta decine e decine di metri in “Casinò Royale”, e mi sono ripromessa di saperne di più. È per questo che, leggendo un avviso sulla bacheca dell’Università, ho contattato un esperto di Parkour, Luca Fabbracci. Ecco a voi il resoconto della nostra chiacchierata.

Se tu fossi un supereroe, che supereroe saresti e che superpoteri avresti? (Io penso subito a Spiderman, o magari a Neo di “Matrix”)
Il supereroe che mi è sempre piaciuto più di tutti è Wolverine, che è tutta un’altra cosa! Un altro stile. Mi affascina proprio per la sua storia: bello e dannato. Spiderman mi piaceva quando ero piccolo. Ora preferisco Wolverine, come supereroe, anche se ha una vita bruttissima, però! Come superpotere, mi ha sempre affascinato il fuoco, quindi il poter manipolare il fuoco è una cosa che mi piacerebbe fare. (Io: come il supereroe dei Fantasici Quattro?) Sì, come la Torcia Umana!

Se avessi la macchina del tempo?
Se io avessi la macchina del tempo, viaggerei, ma non per cambiare qualcosa. Più che altro, per curiosità personale, per andare in varie epoche, in vari momenti storici, per vedere com’era la situazione allora. Perché se ne raccontano tante, ma vai a capire se era davvero così la vita. Mi ha sempre interessato la storia più antica, i Romani, i Greci … la battaglia fra gli Spartani e i Persiani. Ci hanno fatto film, fumetti, ecc. È una parte di storia che mi affascina. L’era moderna mi interessa meno: forse cercherei periodi storici ben precisi, in cui è successo un fatto particolare che mi colpisce ma a livello culturale.

Che cos’è la vertigine, per te?
(ride) Mi hai colto in castagna, perché io soffro di vertigini! Questa cosa lascia tutti sorpresi; mi domandano: “Fai Parkour e soffri di vertigini? Come riesci a fare le cose che fai?”. Innanzi tutto, mi piace chiarire che il Parkour non è per forza legato alle altezze. Si può stare anche a piano terra. Anzi, di solito si comincia dal piano terra, e poi uno se vuole salire, sale. Io non soffro di una forma patologica pesante, è solo una forma di ansia. Le vertigini si possono “allenare”, come tante altre cose. Piano piano, ci vuole più tempo, ma esistono allenamenti apposta per migliorare questa ansia. Quindi, per me la vertigine è semplicemente un altro limite da superare. E si supera con la consapevolezza, con l’abitudine, partendo da cose tranquille, gestibili, ma che non diano uno stato di rilassatezza completa. Per esempio, io ho iniziato camminando su due muretti paralleli, non molto alti, che non mi creavano preoccupazione. Comunque, secondo me, è anche una questione di stato mentale.

Qual è il tuo drink preferito?

Non bevo tanto. Non sono astemio: bevo birra, vino, ma saltuariamente. Invece il caffè è un mio “vizio”. E mi piacciono molto i centrifugati, di frutta o di verdura, ma sempre mescolati. Non con un frutto solo, perché quando si mescola, i gusti diventano interessanti.

Cosa puoi fare tu per salvare o per migliorare il mondo?
Ah, il mondo è un obiettivo grande! Però, insegno Parkour e per me nel Parkour c’è un fine educativo. Perché dietro il salto c’è molto lavoro, non solo a livello fisico, ma anche della persona, sui valori. Anche se queste cose non appaiono mai, perché la gente vede il salto e si ferma lì, alla superficie. Quindi, penso che se io riesco già con la mia pratica o col mio insegnamento a sbloccare una persona, allora già ho fatto tanto. Se riesco a insegnarle qualcosa sul rispetto di sé, sul rispetto dell’ambiente o altri valori che trasmetto attraverso la disciplina, ho fatto la mia parte per migliorare il mondo. Poi se riesco a farlo con tante persone, sono ancora più contento! Questo è un ottimo investimento del mio tempo!

Capito, Amici? Saltiamo, vincendo le nostre paure, e rispettando il mondo intorno a noi! E, ovviamente, in alto gli highballs!
A presto!

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Who’s Who
Per chi non lo sapesse …

Luca Fabbracci, nato nel 1987 è un ingegnere civile che da sempre ha amato la pratica sportiva. Dopo aver passato l’infanzia a provare diverse discipline (nuoto, sport con la palla, avviamento all’atletica…), ha scoperto (a 12 anni) le arti marziali che hanno avuto un forte impatto nella sua crescita fisica e spirituale: il Karate. Nel 2010, scopre la pratica del Parkour tramite un amico e la visione dei video che giravano in rete, ma sarà solo nel 2011 che inizierà ad immergersi con serietà e dedizione in questo mondo, rendendosi conto di quanto fosse vasto e sfaccettato il “mondo dietro il salto”. Comincia così il primo “vero” anno di pratica autodidatta e studio della disciplina attraverso siti, documenti e le esperienze scritte dai praticanti più veterani. La sua voglia di approfondimento lo ha portato fin da subito a viaggiare per partecipare a raduni ed eventi, dove ha avuto modo di crescere ulteriormente sotto gli insegnamenti di alcuni dei fondatori e di altri esperti. Nel 2012 si trasferisce ad Ancona per proseguire gli studi di ingegneria e si unisce ad AP3 come atleta, per poi decidere nel 2014 di intraprendere la via dell’insegnamento. Dopo un periodo di affiancamento a uno dei coach del gruppo e il conseguimento della laurea in Ingegneria Civile, torna nella sua città d’origine per aprire un nuovo corso. Agli inizi del 2016 ottiene la certificazione ADAPT livello 1, un traguardo iniziale per la nuova strada intrapresa, che sta proseguendo attraverso seminari, workshop e viaggi. Tutto rivolto al fine di approfondire la conoscenza di se stesso attraverso il movimento, oltre alla volontà di migliorarsi come istruttore/educatore. Nell’Ottobre del 2016 apre un nuovo corso a Jesi in collaborazione col la UISP territoriale.
L’art du deplacement (Arte del Movimento), conosciuto anche col nome di Parkour, è una disciplina che punta ad allenare il proprio corpo al fine di muoversi in un ambiente, qualunque esso sia e in qualsiasi condizione. È una pratica nata nelle strade, eliminando così il bisogno di una struttura specifica o accessori, bastano una tuta e un paio di scarpe per iniziare. Lo scopo principale è quello di far crescere le capacità motorie dell’essere umano (corsa, arrampicata e salto), attraverso una preparazione fisica a 360° che comprende l’allenamento di forza, resistenza, equilibrio, esplosività, ecc. Un importante ruolo l’assume la crescita psicologica del praticante che nelle sessioni di allenamento può trovarsi di fronte a sfide man mano crescenti con lo scopo di un miglioramento personale. Da questo si deduce che è una pratica costruita attorno alla persona e adattabile a chiunque. Se ci si pone nella giusta ottica di allenarsi per migliorarsi e muoversi in base a ciò che il nostro corpo ci consente, migliorando con i propri tempi, non ci sono barriere che impediscano di iniziare questa disciplina.

La libertà e un gin tonic. Intervista a Massimo Dapporto

Drinking with L. A.
Un drink con Alessandra Lumachelli
di Alessandra Lumachelli

Massimo Dapporto, la libertà e un gin tonic

massimo-e-alessandraPioggia, ancora. “È inverno: deve piovere!”. La pioggia gioca con i miei anfibi (o sono io che scovo pozzanghere ovunque, sapendo di non correre troppi rischi). Il rumore ipnotico della pioggia sul mio ombrello è uno dei pochi udibili, nella serata mesta di metà settimana. È ancora inverno: la natura si racchiude in se stessa, proteggendo i semi che fioriranno in primavera, e l’umanità dovrebbe ripiegarsi e riflettere, per permettere alla creatività e al calore di poter germogliare a breve. Mi avvicino al teatro, arrivo in anticipo, chiedo e poi mi siedo in attesa. Gioco col telefonino, mentre arriva il mio ospite, l’attore Massimo Dapporto, che mi si rivolge subito dandomi del tu. Ci dirigiamo nella platea del teatro, e dalle poltroncine rosse iniziamo il viaggio delle 4 domande fisse di “Drinking” più una ritagliata sul soggetto. Eccole.

Se Massimo Dapporto fosse un supereroe, che supereroe sarebbe e che superpoteri avrebbe?
Ho sempre amato Superman! Pensa che avevo i primi 100 numeri della collezione. Costavano prima 25 lire, poi 30 l’uno. La mia preoccupazione è la stessa di Superman: incontrare qualcuno che in tasca ha la Kryptonite, che può indebolirmi! Ci sarebbero tante cose da fare, come supereroe. Basterebbe chiedere a chi ci sta leggendo: “Se fosti Superman, potendo volare ed avendo superpoteri, che faresti?”. Lascio alla fantasia dei lettori. Certo è che ci sono tante persone da “sistemare”, con la forza di passare muri e confini, tenendole in braccio. Perché volando, si fa presto. Comunque, io giro questa domanda a chi ci legge, perché è interessante come domanda, e ognuno di noi ha dei desideri o delle frustrazioni, che, potendo essere Superman, riuscirebbe a vincere.

Se avessi la macchina del tempo, dove andresti? Passato, presente, futuro?
Andrei nel passato: vorrei poter vivere una giornata per ogni secolo passato, a partire dalla preistoria! Ci sarebbero tanti giorni ad aspettarmi! E poi un’occhiata nel futuro, ma “un’occhiata” di un giorno, tra 800-1000 anni nel futuro, e ritornare nella via dove abito, per capire i cambiamenti che ci sono stati: se sono rimaste le case, casa mia, se è stata venduta, dentro chi ci sarà un extraterrestre!

Che cos’è per te, o come vorresti che fosse, la libertà?
La libertà, come vorrei che fosse? Mi piacerebbe che fosse totale, ma non riusciamo ad avere la libertà totale, perché la useremmo male. Per cui dovrebbe essere una “libertà totale controllata”, nel senso che si può arrivare fino ad un certo punto, con la libertà, poi ci sta una morale che ci deve interrompere, deve farci capire che stiamo sbagliando. Però la libertà, è chiaro, è bellissima! Io mi sento abbastanza libero, quando lavoro. Il mio lavoro mi dà una grande libertà, anche di pensiero. La libertà è una parola cara a tutti, soprattutto a chi, in questo momento, vive senza libertà: non parlo dell’Italia, ma di altri Paesi. L’Italia ha una sua forma di democrazia, una sua forma di libertà. C’è chi si lamenta, parlando di “dittatura”. Io vorrei vedere, con le azioni che commettiamo giornalmente, se fossimo in un altro Paese, che cosa ci farebbero!

Qual è il tuo drink preferito?
Il gin con l’acqua tonica, che lo diluisca, e ghiaccio, shakerato, mi piace molto. Ma non so come si chiami [ndr. Gin tonic], perché non ho il vizio del bere… ma quando mi capita, e mi danno questo tipo di gin, lo bevo molto volentieri!

Che cosa può fare Massimo Dapporto per salvare o per migliorare il mondo?
Non ho una pretesa così importante, cerco sempre di coinvolgere chi ci legge: ognuno di noi può migliorare il mondo, non salvarlo, ma migliorarlo. Ma, migliorandolo, probabilmente lo salva! Bisogna comportarsi bene, bisogna avere una propria dirittura morale, un’etica. Non essere bacchettoni, assolutamente. Se non si è coerenti con ciò che invece si dice (“io sono una brava persona… sono questo e quest’altro”) e si hanno dei vizi, si faccia in modo che tali vizi rimangano segreti! Perché altrimenti, quando si scoprono, si fanno figuracce, e la gente poi è pronta a lapidare.

Allora, amici, in alto i baloons, coltiviamo una sana libertà, e alla prossima!

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Who’s who
Per chi non lo sapesse…

dapportoAttore e doppiatore, Massimo Dapporto è figlio dell’attore teatrale Carlo. Interpreta vari ruoli per il cinema: si ricordano, fra gli altri, “Il trafficone” di Bruno Corbucci, “Soldati. 365 giorni all’alba” di Marco Risi, “Mignon è partita” di Francesca Archibugi, “Celluloide” di Carlo Vizzani. Lavora anche in TV: si ricordano, per esempio, “Distretto di Polizia 7”, “Giovanni Falcone” (candidatura agli Emmy Awards), “Il mercante di Venezia”, “Amico mio”, “Il commissario”, “Casa famiglia”. Molti sono gli attori da lui doppiati in italiano: è suo anche il doppiaggio del personaggio di Buzz Lightyear nel famoso film di animazione della Disney, “Toy Story”, e di Tim Curry in “Mamma ho riperso l’aereo”. È attualmente in tournée teatrale, al fianco di Tullio Solenghi, con “Quei due (Staircase)” di Charles Dyer.