Tanti auguri JLo!

Corro, corro sulle scale della redazione; devo trovare la direttrice prima che se ne vada… devo consegnare una lettera aperta.

“Cara Jennifer, che dire… Tanti auguri per i tuoi 50 an… ops, volevo dire: BUON COMPLEANNO MRS LOPEZ!”

Lo so, lo so, l’età di una donna non andrebbe mai svelata, anche se, al posto suo, lo griderei al mondo intero che proprio oggi varca il mezzo secolo, visto che di donne belle ed eteree come lei, ne sono rimaste talmente poche che si possono contare sulla punta delle sue dita affusolate e perfettamente trattate. Sembra la pronipote di Barbie , perfetta in ogni uscita pubblica, dove sfoggia al dito il cecio – cioè volevo dire il bellissimo solitario che fa luce anche al buio – dono del suo futuro …esimo (?) marito Alex Rodriguez.

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Meghan, lo chignon e l’eleganza della maternità

Si è tenuta pochi giorni fa la premiere Londinese del nuovo “Re Leone”, prodotto dalla Walt Disney Pictures -Remake del famoso cartone animato degli anni ’90. Domenica sera a Leicester Square si sono ritrovati tutti i personaggi che hanno dato voce e musica a questo film davvero attessissimo nelle sale. Atteso era anche l’arrivo del Duca e della Duchessa del Sussex, che non hanno negato al pubblico e ai personaggi del calibro di Beyoncè, Ja-z, Sir Elton John e Pharell Williams: sorrisi, calorosi abbracci e vigorose strette di mano.

Ma, senza dubbio, tutta l’attenzione – come sempre avviene, soprattutto da quando è diventata mamma del piccolo Archie Harrison Mountbatten Windsor – era per Meghan Markle. Continua a leggere

Keanu Reeves. La bellezza dell’umanità

Keanu Reeves è appoggiato alla mia scrivania della redazione di Pink, lo vedo! Sorseggia il caffè e posso osservare il suo magnifico volto, ora mi sta guardando. WOW! Aspettate, no, è l’ennesima allucinazione che m’attanaglia le meningi post riunione di redazione! Ma in realtà, su Keanu Reeves ci si potrebbe scrivere un intero volume, perché quest’uomo ha stregato intere generazioni sin dagli anni ’90, e oggi più che mai, è famoso per la sua eleganza e umanità che poco si accorda al mondo Hollywoodiano, ma lui non sembra preoccuparsene affatto. Continua a leggere

Cara Delevingne e Ashley Benson gridano al mondo un amore romantico

Cara Delevingne e Ashley Benson in occasione del #PrideMonth hanno mostrato al mondo di Instagram e non solo,  la loro felicità, la felicità di un amore autentico e straordinariamente romantico, infischiandosene altissimamente dei commenti omofobi che ovviamente fanno da “triste” cornice alla loro favola, una cornice vetusta e scardinata dai loro sinceri sentimenti. Continua a leggere

Claudio Dominech: il bello della diretta

È napoletano il conduttore televisivo volto maschile di Mattina 9, l’emittente partenopea che si distingue per la qualità dei suoi programmi; si chiama Claudio Dominech.

Sei uno dei volti televisivi partenopei più apprezzati… 

Ne sono molto felice! Sono tempi difficili, si sa, per cui resto concentrato sul lavoro, passo dopo passo, provando a dare sempre il meglio e, soprattutto, a lavorare su me stesso attraverso uno studio continuo e una formazione mirata. Continua a leggere

Rocco Fontana: l’editore della Quarta Via

Rocco Fontana, classe 1964, è editore di libri, ebook e della rivista internazionale Nitrogeno. Uomo di Quarta Via, si occupa di comunicazione e informazione. Da bravo trentino è di poche parole, questo rende l’intervista ancora più interessante, perché il silenzio molto spesso cela interessanti spunti di riflessione, e questo è uno di quei casi.

Ciao Rocco, è un onore poterti intervistare, dal momento che ci conosciamo bene e ti stimo molto sarà difficile restare “distaccata” come vorrebbe il nostro caro Maestro George Ivanovich Gurdjieff, ma farò di tutto per estrarre la tua essenza attraverso questa intervista e consegnarla al pubblico di Pink. La prima domanda che mi viene da porti è: perchè hai scelto di fare l’editore? Non era meglio continuare a “lavorare alle poste”?

In effetti c’erano tante altre attività che avrei potuto intraprendere (ride) ma l’editoria, dopo un po’ di anni che ci giravo attorno, chiamava prepotentemente. Diciamo che sono stato scelto – ho cominciato alla rovescia – e ho dovuto rispondere ad un impulso così prepotente da non poterlo ignorare. Questo ha dato una direzione più precisa al mio percorso personale, che come hai ricordato tu, parte dall’esperienza di Quarta Via e dagli insegnamenti di Gurdjieff e trova un naturale proseguo con la meditazione Zen e con l’Alchimia. Per com’è il mio sentire, fare l’editore è un’attività di Servizio, sia verso il pubblico che verso i miei autori.

La tua casa editrice si occupa di Alchimia, Spiritualità, Scienza ed Arte tematiche molto delicate da miscelare. Iniziamo dal connubio spiritualità/scienza perchè pare un ossimoro che rivela molto circa il tuo percorso personale da uomo di Quarta Via. Ci racconti qualcosa in merito?

L’approccio mutuato dalla Quarta Via è molto pragmatico e assolutamente scientifico, nella più ampia eccezione del termine. Conosci te stesso, dubita, indaga e verifica di persona – oltre a condividere – sono imperativi imprescindibili per un sano e fruttuoso sviluppo del proprio Se. Questo vale anche per l’aspetto più spirituale del percorso, vale anche per la meditazione, il (non) pensiero Zen o le pratiche devozionali. Gli argomenti che tratto nelle mie pubblicazioni devono rispecchiare questa linea, perché il fine di questi libri è di fornire strumenti utili a quanti cercano di lavorare su loro stessi. Spero di stimolare domande anziché dare risposte. Alchimia, Spiritualità, Scienza e Arte, a mio parere, sono facce di uno stesso diamante: l’una è costituita dalle altre tre; come si potrebbe dubitare, ad esempio che l’Alchimia non sia costituita da Scienza, Spiritualità e Arte? E come si potrebbe dubitare che la Scienza (quella integrale) non sia costituita da Alchimia, Spiritualità e Arte? Quest’anno ho molti nuovi libri in cantiere e altrettanti autori con cui condivido gli stessi obbiettivi di servizio.

Per quanto riguarda l’Alchimia, che genere di pubblicazioni prediligi?

R: Riguardo l’Alchimia, l’argomento è così vasto che diventa difficile, almeno per me, trovare il bandolo della matassa. Personalmente sono interessato all’approccio dell’alchimista, che si perde e si ritrova attraverso la pratica costante, un fare altamente simbolico ma allo stesso tempo assolutamente concreto e pratico. Sono interessato agli sviluppi moderni e futuri dell’Alchimia, che ha perso la connotazione misteriosa e segreta e trova ormai espressione in tutta quella scienza di confine che sta creando cose meravigliose e ampliando gli orizzonti della conoscenza. Con Leonardo Anfolsi, monaco zen e alchimista, abbiamo creato una rivista: Nitrogeno (in inglese), che si occupa di questo. Attualmente è in restyling per potersi adeguare a orizzonti sempre più vasti.

Tuo padre è un noto pittore, hai ereditato da lui la sensibilità al mondo dell’arte e alla dimensione in cui vive un artista?

Mio padre è sempre stato un artista poliedrico e capace di intraprendere qualsiasi percorso con grande qualità e sensibilità: è pittore, incisore, fotografo e scultore, senza soluzione di continuità. È assodato che abbia passato a tutti i 4 figli le sue capacità creative – dico sempre che è un fattore genetico -. Personalmente non ho poi sentito la necessità di diventare un artista come lui, ma di sicuro ne condivido la sensibilità e la capacità di immaginare e creare le cose; diciamo che il mio è più un approccio da artigiano Kamikaze (ride).

A proposito di ricerca, ci racconti nella tua esperienza vissuta, cosa significa lavorare su se stessi?

Lavorare su se stessi è la cosa più fallimentare che ci sia, le aspettative e le illusioni vengono costantemente disattese; è frustrante. Ma quando ci stanchiamo della lotta e ci arrendiamo, nella resa possiamo iniziare ad entrare in contatto col Mistero di chi noi siamo. Il lavoro su me stesso è diventata condizione di vita imprescindibile, è l’aria, è la scoperta del mio senso di vivere, è la scoperta del mio coraggio. Con la maggiore età ho cominciato a provare disagio e insofferenza per quello che la vita sembrava prospettare, e ho cominciato a farmi domande e cercare delle risposte. Da qui il mio incontro con la figura di Gurdjieff e i suoi insegnamenti, grazie a un’intervista a Franco Battiato che lo nominava (su una rivista di moda). Dopo i molti anni di lavoro in una scuola di Quarta Via, ho continuato in maniera personale, spesso disordinata, ma costante. Gurdjieff e i suoi insegnamenti, hanno costituito una base fondamentale da cui partire ma anche un fardello da lasciare sulla via. Non entro in dettagli perché è un percorso individuale che acquista senso solo per me stesso. All’esterno, questo lavoro non fa di me un supereroe, ma mi rende capace di quella resilienza necessaria per attraversare la vita in maniera fruttuosa e interessante.

Puoi mandare un messaggio al pubblico di Pink, cosa dici?

Vorrei ringraziare quanti sono arrivati leggere fino in fondo. Mi rendo conto che la presenza di un’intervista come questa su un magazine prestigioso come Pink, possa apparire come un intervento a gamba tesa. Spero di avervi stimolato a curiosare su di me, sui miei libri e sui miei autori.

Paola Marchi

Steve Balsamo is back!

Esce oggi Circle The Wagons, il nuovo EP diSteve Balsamo, il cantautore gallese di origini italiane che è stato uno degli interpreti più significativi e convincenti di Jesus Christ Superstar: ha vestito i panni di Gesù nella produzione del West End londinese dal 1996. È dotato di una voce straordinaria capace di commuovere chiunque lo senta cantare.

Nato a Swansea da madre gallese e padre veneziano, lo chef Luciano, Steve Balsamo è un artista a trecentosessanta gradi che ha saputo coniugare le sue eccellenti doti canore con un’impressionante capacità interpretativa. Dopo il successo ottenuto con Superstar, è stato protagonista di diverse produzioni teatrali, tra le quali PoeNotre Dame de Paris Les Misérablesper poi dedicarsi interamente al suo personale percorso creativo, sia come solista, sia duettando con artisti del calibro di Jon Lord dei Deep Purple, Elton John, Celine Dion e tanti altri ancora. Steve ci ha concesso un’intervista in esclusiva per parlarci del suo nuovo lavoro.

Come nasce l’ispirazione per Circle The Wagons? Perché questo titolo?

Il mio amico Christian tempo fa mi ha chiesto di scrivere qualche canzone. Così ho provato a scrivere di lui, della sua storia; quando però ho terminato la stesura mi sono reso conto che c’era molto più di me che di lui nel testo e nella musica. Infatti, mentre stavo scrivendo il brano, ho immaginato di essere lui. Tutto però è cominciato dal testo, ho prestato prima di tutto più attenzione alle parole. Circle the wagons significa “stare sulla difensiva” in gergo: I carri Conestoga (i tipici carri a ruote trainati da animali nel Far West, N.d.T.) sotto attacco venivano tradizionalmente portati in una posizione difensiva circolare; ma significa anche parlare con persone fidate in un ristretto gruppo.

What was your inspiration for Circle The Wagons? Why this title?

My friend Christian asked me to write some songs and I tried to write about his situation. When the song was finished I realized that there was much more about me than him in the song: when I was writing it I imagined I was him. The startying point was the lyric, I focused on that overall. Circle the wagons means to become defensive: Conestoga wagons under attack were traditionally brought into a circular defensive position. But it also means to confer only with people within a trusted group.

La tua musica è sempre stata un veicolo per te per far arrivare dei messaggi positivi, di speranza. Qual è il messaggio che vuoi lasciar trasparire con questo nuovo EP?

Per me la musica è una sorta di terapia. A volte le canzoni sono come un codice per proteggere gli innocenti. Questo è il mio scopo principale.

Your music has always been a mean you use to communicate messages of hope and happiness. Which is the message of the latest EP?

For me songs are a kind of therapy. Sometimes they are the code to protect the innocent. This is vital for me.

Ci sarà un tour promozionale?

Suonare dal vivo è uno dei momenti più importanti per un artista. Perché si crea la connessione tra il pubblico, le canzoni e l’artista stesso. Quindi ci sarà un tour promozionale. Spero ovunque: in tutto il Regno Unito, in Olanda, a Venezia, a Roma. Niente è ancora stabilito, per ora. Questo EP è il primo di quattro. Ho già scritto le canzoni per un secondo EP, quindi uscirà il più presto possibile. L’idea inizialmente era quella di scrivere singole canzoni. Poi ho deciso di farne quattro EP. Lo scopo è di raggiungere più persone e il più rapidamente possibile.

 

There will be a promotional tour?

Playing live is one of the most important things for an artist. But also the connection between the audience and the songs and the artist. So there will be a promotional tour. I hope everywhere: all over UK, in Holland, in Venice, in Rome. Nothing’s in place now. This EP is the first of four. I’ve got songs for a second one, so as soon as possible there will be the second out. The idea initially was just to write songs. Then I realised the idea of the four EPs. The aim is to reach more people quickly.

 

Che cosa vuoi dire ai tuoi fan italiani?

Voglio suonare da voi, perché non mi sono esibito spesso in Italia. Sono per metà italiano e metà del mio cuore è lì da voi. Sto pensando di venire a Venezia per scrivere qualcosa nella città lagunare. C’è tanto di me lì, della mia storia personale: sia del mio sangue che della Storia in sé… io appartengo a quel posto. Sono nato in Galles ma ho vissuto a Venezia fino all’età di 3 anni, non posso dimenticarmene!

Would you like to say something to your Italian fans?

I want to play in Italy, ‘cause I haven’t played a lot in Italy. I’m half Italian and half of my heart is there. I’m plannin’ to come to Venice and do some writing there. So much history for me: both in my blood and the History itself… I belong to that place. I was born in Wales but and I lived in Venice till I was 3, I can’t forget it!

 

I diamanti sono i migliori amici di una ragazza

Ho accompagnato un’amica a scegliere le fedi e, nella mia ignoranza, pensavo che la questione si sarebbe risolta in un quarto d’ora, per decidere tra una fascetta in oro bianco o oro giallo, e invece…

E invece siamo state due ore in un salottino a confrontare l’innumerabile varietà di modelli possibili.

A cominciare dal taglio dei diamanti, passando per caratura, purezza e colore. Sì, la mia amica vuole una fede importante (la sua, quella del marito sarà più basic), con una bella pietra che si faccia notare e io ho fatto di necessità virtù e ho imparato.

E poi, confesso, dopo aver letto il saggio Amori Reali di Cinzia Giorgio, la curiosità sugli anelli di fidanzamento mi era rimaste e volevo saperne di più.

I diamanti non sono tutti uguali e a seconda del taglio, cambia il nome. E non è qualcosa da prendere sotto gamba, perché dopo i carati, è la seconda cosa più importate che caratterizza la gemma. Dal taglio dipende la brillantezza, la rifrazione della luce, e l’esaltazione del colore della pietra.

Forse, questo piccolo dizionario del taglio diamanti, potrà servire anche a voi, quando sarà il momento. E non mi riferisco solo a un matrimonio o a un fidanzamento, magari un giorno vorrete farvi un regalo di valore, oppure erediterete dalla nonna o dalla zia un diamante che vorrete fare rimodernare, quindi meglio essere pronte.

Partiamo con i tagli:

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Baguette: la forma richiama quella del filone di pane, quindi la pietra ha un corpo rettangolare, lungo e stretto, con la faccia superiore piatta e liscia. Nella gioielleria più comune è facile trovarla come accompagnamento ad altre pietre, che non come solitario. Ne è un esempio la fede di Marilyn Monroe quando sposò Joe Di Maggio il 14 gennaio del 1954. L’anello porta il nome Eternity band, peccato che il matrimonio durò solo un anno, poiché Joe era un uomo gelosissimo e non tollerava la figura di sex symbol della diva. Si narra che scoppiò in una scenata di rabbia quando Marilyn girò la scena (iconica) della gonna sollevata dallo sbuffo della metro.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Princess: la forma è quadrata e dai bordi fortemente sfaccettati. Una sua variante più semplice è il taglio carré, quadrato, dalla lavorazione simile al baguette. E se non sapete come è fatto un milione di dollari, vi suggerisco di guardare l’anello di fidanzamento ricevuto da Hilary Duff in dono dal primo marito: una pietra taglio princess da ben 14 carati 8come se non bastasse, la proposta è arrivata durante una vacanza alle Hawaii). I paparazzi, sempre attivi, hanno immortalato nel riflesso di una finestra l’esatto momento in cui Mike Comrie si è inginocchiato con l’anello. E il ringraziamento devotissimo (e che forse avrebbero fatto meglio a lasciare privato, spegnendo gli obiettivo) di lei.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Smeraldo: o step cut, è tra i più famosi e anche l’anello di fidanzamento di Grace Kelly è tagliato con questa forma. Di tutti i tagli questo mette subito in evidenza i difetti della pietra, quindi lo troviamo su quelle più pure. E chi, se non la divina Grace Kelly poteva avere per il suo fidanzamento un diamante purissimo? Cartier, lavorò per lei, nel 1956 la pietra taglio smeraldo divenuta iconica poiché l’attrice lo indossò durante le riprese di High Society al fianco di Frank Sinatra. E poi, Grace chiuse la porta di Hollywood per trasferirsi nel Principato di Monaco.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Cuscino: molto popolare nel 1700, è molto sfaccettato, con gli angoli arrotondati e la superficie “bombata” e richiede pietre prive di difetti. Un diamante di questo taglio brilla al dito di Meghan Markle, la novella Duchessa del Sussex. Niente di pretenzioso, però: la pietra si aggira tra i 3-4 carati. Ma quando entri a far parte della famiglia reale, non vuoi rinunciare a un po’ di luccichio per un titolo nobiliare?

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Rotondo/diamante: il più classico dei tagli, lo si trova sia per i solitari che per le composizioni. Enormemente sfaccettato, accentua al massimo la rifrazione della luce, quindi la brillantezza. Semplice, elegante, e intramontabile, questo è il taglio dell’anello di fidanzamento della Regina Elisabetta: un diamante da tre carati ricavato dalla tiara della madre di Filippo (suo marito). La regina è così affezionata all’anello da portarlo ogni giorno.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Marquise: o taglio a mandorle, poiché il diamante ha forma allungata, con le due estremità appuntite. La leggenda narra che il taglio fosse stato pensato per un gioiello donato da Re Luigi XV per la sua amante, la Marchesa di Pompadour. Il pregio di questa forma è far sembrare la pietra più grande della sua dimensione reale. Victoria Beckham possiede ben 14 anelli di fidanzamento, ma il primo, quello ufficiale, è proprio taglio marquise da 3 carati.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Ovale: molto in voga negli anni ’60, come tutti i tagli allungati, anche questo fa sembrare la pietra più grande di un taglio tondo o carré. Lo zaffiro al dito di Kate Middleton sul suo anello di fidanzamento, è appunto ovale, ed è quello che fu, a suo tempo, di Lady Diana.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Goccia: altrimenti detto a pera, va indossato con la punta rivolta verso l’unghia per far sembrare le dita più affusolate. È una forma che risale addirittura al 1400, invenzione del gioielliere belga Lodewyk van Berquem. Mia Farrow ricevette proprio un diamante a goccia da Frank Sinatra, quando la chiese in moglie nel 1966 creato da Ruser, il gioielliere delle star della Hollywood dei tempi d’oro.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Cuore: forma prediletta dalle celebrity, perché oltre all’effetto scenico garantito, è la forma di più difficile lavorazione da realizzare, oltre che molto costosa poiché richiede pietre di grossa dimensione. Tra gli estimatori del genere abbiamo, infatti, Lady Gaga, che ha ricevuto dal fidanzato (ormai ex) un diamante a cuore da 6 carati, da quasi 400’000 dollari.

Libere di Vincere! Intervista alla campionessa Manuela Di Centa

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di intervistare Manuela Di Centa, che oltre a essere un’amica è una grande atleta che ha regalato all’Italia, al suo Friuli-Venezia Giulia e allo sport molte emozioni e medaglie.

Il suo sorriso ha sempre incantato tutti, come la sua forza e la sua determinazione nello sport e nella vita. Con questa chiacchierata scopriamo l’atleta, ma anche la donna che è Manuela Di Centa. Una donna che con la sua caparbietà ha rotto molti schemi, lasciando alle generazioni future di donne un’eredità da custodire, perché siamo tutte “Libere di vincere”.

Ciao Manuela e grazie per aver accettato l’invito di Pink Magazine Italia per questo caffè. Possiamo iniziate questa chiacchierata chiedendoti della tua carriera di sciatrice, che è iniziata molto presto…

Grazie a voi per l’invito. Provengo da una famiglia di atleti e il mio primo insegnate e allenatore è stato mio padre. Babo portava a sciare me e i miei fratelli non facendo differenze di sesso; ci allenavamo, sciavamo e giocavamo tutti assieme. Sono cresciuta con la convinzione che non ci fossero divisioni – come le chiamano ora – di genere, quindi vivevo come tutti gli altri. L’atleta non è né femmina né maschio. Per me è sempre stata la persona a esprimere il suo valore di sportivo, non il sesso. Babo ci ha sempre detto che ci sono gli atleti e gli atleti si allenano al massimo. Logicamente tutto cambia quando si entra nell’adolescenza e si capisce che ci sono differenze e si entra nell’ufficialità dello sport, ma il mio pensiero non è cambiato. Anche da adulta ho mantenuto questa convinzione; erano differenze date dalla natura, quando si gareggiava non c’era una distinzione sessuale. Proseguendo la carriera ho compreso cosa volesse dire essere una sportiva donna, con la conseguenza di essere valorizzata meno degli atleti uomini.

Quindi ora la domanda che sorge spontanea è: quanti sacrifici fa una donna per raggiungere certi traguardi? Ricordiamo ai lettori che hai vinto sei medaglie olimpioniche, sette medaglie mondiali e le due coppe del mondo. 

Stringi i denti, fai molti sacrifici e allenamenti: una lotta quasi continua per avere le stesse opportunità che gli uomini, in maniera naturale, hanno sempre avuto e hanno. Overcoming è una parola che mi piace molto: andare oltre cioè fare quello che ti viene chiesto con il pensiero che lo puoi fare meglio. A volte non si può fare la rivoluzione e non serve rivendicare, perché è un dispendio di energie e alcuni blocchi culturali devono sciogliersi naturalmente. Quindi negli anni ho imparato che chiedere pari considerazioni per tutti, ragazze e ragazzi, e per raggiungere questi cambiamenti, devi passare per dei momenti in cui devi sopportare e mandare giù bocconi amari. Il pensiero che tu sei più brava, più capace degli altri è un’ancora di rigenerazione che dal negativo ti porta al positivo. Di episodi che hanno segnato la mia vita di atleta ce ne sono molti e posso dire che le nuove generazioni hanno la forza di essere quelle che sono, perché atlete come me si sono battute per il riconoscimento di titoli, retribuzioni e onori. Bisogna comprendere che il campione è senza sesso, non ha bisogno di un tesserino per accertare il suo genere, ma lo dimostra sul campo.

Dopo la tua ultima gara olimpionica hai annunciato il ritiro dalle competizioni e sei diventata una deputata italiana al parlamento Europeo, un membro del CONI e membro CIO eletto, la prima donna italiana a ricoprire queste cariche; come la prima donna a conquistare la vetta dell’Everest. Quanto è difficile per una donna raggiungere alcune posizioni dirigenziali?

Effettivamente nella mia vita ci sono state tante prime volte. Sono stata la prima donna e atleta a livello internazionale a diventare membro eletto CIO, sostanzialmente il parlamento mondiale dello sport. Per cercare di cambiare qualcosa per te e per gli altri bisogna farlo ai tavoli dirigenziali. Ho aperto una porta importante, ma l’ho aperta troppo presto. Sono stata la prima donna in Friuli-Venezia Giulia eletta al Parlamento, certamente io sono atipica perché arrivo dal mondo dello sport e della dirigenza sportiva che hanno aperture mentali diverse, in quanto lo sport ha contatti con diverse Nazioni. Questa contaminazione l’ho portata anche nella politica, ma certamente la mia apertura si è scontrata con delle chiusure mentali maschili. Come donna si può dire che le difficoltà sono maggiori nel ricoprire certe posizioni, basta pensare che nella dirigenza sportiva non c’è una presidente donna in nessuna federazione italiane; ci sono le atlete, ma non ci sono le dirigenti. Nei vari settori troviamo difficoltà negli equilibri di genere, oppure di avere pari opportunità per esprimere nel lavoro quello che un maschio farebbe normalmente, invece una donna deve spiegare perché lo fa, non si dà per scontato che lo può fare. Essendo stata un’atleta ho avuto la possibilità di parlare anche per gli altri e così di accelerare i processi di riconoscimento dei livelli, perché non è entusiasmante sentirsi dire che “essendo una donna, tu vali di meno”.

A tutte noi, in particolare alle donne delle nuove generazioni, quale messaggio vuoi far arrivare?

Di essere sempre se stesse, perché questa è la nostra forza. Di essere libere di esprimersi, di pensare e di agire, di trovare sul loro percorso di vita qualche persona che mostri loro nuove aperture mentali. Una ragazza di adesso deve prendere coscienza, per capire il suo essere e l’area in cui vive o lavora. Questo pone tutte noi su una strada equilibrata, che vuol dire rispetto della propria dignità e quella degli altri. Spero che con i mezzi che ci sono adesso, le nuove generazioni comprendano come vogliono evolvere e dove vogliono andare. Hanno una forza interiore che deve solo esplodere. La grandezza delle donne, delle atlete è che hanno grandi energie per vincere. Una donna realizzata è soddisfatta, serena, tranquilla della propria vita.

Siamo in un momento molto delicato per le donne: un periodo, sfortunatamente lungo, fatto di abusi e omicidi… tu come lo vivi?

La vivo come una ferita; quando sento di questi atti ho dolore per tutte le situazioni che esistono nel segreto dei cuori delle donne che molte volte rimangono muti. Vivo un senso di impotenza, ma sono convinta che tutte queste situazioni, che fanno male a tutte noi, possano far capire a chi sta soffrendo di uscirne prima che sia troppo tardi, di avere il coraggio di cercare aiuto, di denunciare e di dire basta. Non deve essere assolutamente una condizione normale, perché certe azioni sono esecrabili.

Hai molti progetti e una causa che ti sta molto a cuore: le Portatrici Carniche. Dall’emozione che noto sul tuo volto, è un argomento che ti tocca: ce ne vuoi parlare? 

Con molto piacere, perché anche il Presidente Mattarella che le ha ricordare a Redipuglia. Sono figure poche conosciute, per fortuna tutto questo sta cambiando partendo proprio dalla culla della democrazia in Parlamento, Queste donne ora sono entrate nella memoria della grande storia, donne dalle quali trarre grande forza; sono un esempio per tutte noi. Io mi sento una Portatrice e sono nipote di una Portatrice Carnica, ma non ho mai saputo quello che realmente ha passato, la sua sofferenza e le angherie subite. Solo quando ho iniziato a documentarmi ho compreso certe sue frasi e atteggiamenti. Erano delle donne forti e audaci, che in un periodo storico importante per l’Italia, come la Prima guerra mondiale, hanno aiutato il Regio Esercito con coraggio e intraprendenza. I valori della donna che nelle Portatrici possiamo trovare, devono dare forza anche nelle situazioni di fragilità che a volte proviamo. A volte non possiamo cambiare tutto, ma possiamo mettere in moto un cambiamento. Assieme a un’amica, che poi saresti tu (ndr Stefania P. Nosnan), abbiamo aperto un sito www.portatricicarniche.it che è il sito ufficiale ed è nata anche la collaborazione per un romanzo che uscirà nei prossimi mesi.

Grazie Manuela per essere stata con noi, per averci aperto la porta sulla tua vita e sulle tue esperienze che sono state un “apripista” per le nuove generazioni.

 

 

Evercold, i Coldplay e la birra

Drinking with L. A.
Un drink con Alessandra Lumachelli

di Alessandra Lumachelli

Giornata turbolenta. Iniziata benissimo (un like-feedback su Instagram molto importante!). Nel mezzo, incomprensioni varie, miste a burocrazia. Sono in bicicletta, rispolverata dopo mesi, sul lungomare, con la brezza sul viso. Dicono che domani cambierà il tempo, ecco perché quest’arietta primaverile in un’estate piuttosto torrida. Pedalo verso casa, già più serena (la brezza), quando giunge alle mie orecchie la melodia di “Up & Up” dei Coldplay. Giro il manubrio come ipnotizzata, dirigendomi verso la fonte sonora. E vedo una band che fa il sound check, per il concerto che si terrà dopo due ore. Mi presento da sotto il palco. I quattro ragazzi sorridono alle mie parole, ci sediamo su una panchina mentre il sole lentamente si prepara a dare il cambio ad una luna enorme, e registriamo immediatamente l’intervista. Loro sono gli Evercold, Coldplay Tribute Band. E rispondono per voi alle cinque domande di “Drinking”.

Se voi foste supereroi, che supereroi sareste e che superpoteri avreste?
Alessandro: Abbiamo la canzone ad hoc, per questa risposta! C’è la canzone “Something just like this”, dei Coldplay, che parla proprio di supereroi. Dice: “potrei essere Spiderman, potrei essere Superman, potrei essere chiunque. Però, alla fine, se sono me stesso, è meglio, perché alla mia ragazza piaccio così. Rimango me stesso”. Quindi, nessun supereroe: restiamo noi stessi, con i piedi per terra.

Avete la macchina del tempo: dove andate?
Alessandro: Io andrei nel futuro, sicuramente. Perché sono una persona molto curiosa.
Lorenzo: Anch’io andrei nel futuro.
Matteo: Io nel passato. In molte epoche. Negli anni ‘70. Negli anni ‘80. Nel Novecento, in generale.
Francesco: Io rimango nel presente. Ma con una propensione per il passato: la musica degli anni ‘70 e ‘80.

Perché avete scelto i Coldplay?
Alessandro: È nato sia per gioco, sia con la speranza che potesse diventare qualcosa di importante. Prima facevamo parte di un gruppo, che non riusciva ad avere molto successo, per diversi motivi. Allora abbiamo pensato di riferirci ad una band, che esiste già. Ad un “tributo”. E abbiamo pensato ai Coldplay. Col loro successo planetario. Noi partiamo dal basso, in piccolo, ma sogniamo di migliorare: dream big! Adesso è un anno che siamo in attività. Abbiamo iniziato solo  l’anno scorso. E pensare di suonare in piazze importanti, con i coriandoli che “esplodono” durante il concerto, con bella musica e altre sorprese..beh, non ci sembra vero!

Qual è il vostro drink preferito?
Alessandro: Il Malibu: mi piace col succo d’ananas, con la Cola. Con tutto.
Francesco: Lo Spritz.
Lorenzo: Il Limoncello.
Matteo: Lo Spritz, e la birra.

Cosa potete fare voi per salvare o per cambiare il mondo?
Alessandro: Sicuramente fare buona musica. Il mondo si migliora con tante cose. È importante non far mai spegnere quella fiamma che ti porta a credere che la musica possa cambiare il mondo. E alla fine, si può fare, la musica ci può riuscire.

Ci salutiamo, li lascio. Ora di cena. Poi ritorno, con la luna che risplende alta nel cielo blu, mi gusto lo spettacolo (concerto ed effetti speciali, elefante-peluche incluso!) vicinissima al palco. Complimenti, ragazzi! Noi, Amici, brindiamo e balliamo, ricordandoci di non smettere mai di credere nei nostri sogni e che un mondo armonioso sia possibile. Come direbbe Chris Martin: “Don’t ever give up”! Alla prossima.

Who’s Who
Per chi non lo sapesse ..

Evercold Coldplay Tribute Band è una band tributo alle canzoni dei Coldplay, composta da Alessandro Catalini (voce, chitarra acustica, piano), Lorenzo Cintioni (basso), Matteo Borroni (chitarra elettrica), Francesco Zacconi (batteria).