Come ti vesto Curvy: sei una donna mela o pera?

Noi donne Curvy abbiamo due fisicità ben distinte: forma a mela e forma a pera.

Credo che la maggior parte di voi abbia un’idea chiara sulla forma del suo corpo, in caso contrario per capirlo non dovrete far altro che mettervi di fronte allo specchio a figura intera, indossando solo dell’intimo. Se vedete che le vostre spalle sono più strette rispetto ai fianchi, allora avete la forma a pera. Se invece avete spalle e busto più importanti rispetto ai vostri fianchi che, invece, risultano più stressi, allora avete una forma a mela.

Quindi, la prima cosa che vi verrà in mente sarà come nascondere questa vostra caratteristica e non c’è nulla di più sbagliato! Ciò che dovrete fare sarà, invece, valorizzare con l’abbigliamento giusto la vostra fisicità per renderla ancora più armoniosa. Proprio per questo ho preparato semplici ma utili consigli, cosicché possiate acquistare i capi giusti o semplicemente abbinare in maniera perfetta quelli che avete già e magari non mettete mai perché non crediate vi valorizzino.

Forma a mela:

La cosa più importante per chi come voi a una forma a mela è concentrare l’attenzione sulla parte del bacino e delle gambe, quindi sì a giacchini corti e maglie che valorizzino il vostro seno ma senza mostrarlo troppo: il vedo non vedo è sempre la scelta più azzeccata anche per una serata in cui vorrete essere più sensuali del solito. Quindi, una gonna corta che mostri le vostre gambe e un tacco molto alto per slanciare la figura è la scelta perfetta.

Qui di seguito alcuni pratici esempi da cui prendere spunto.

Forma a pera:

In questo caso è bene valorizzare la parte sopra e il punto vita. Quindi sì a camicette, cinturoni a vita alta e gonnelloni un po’ più ampi stile anni ’50. Non possono mancare nel vostro guardaroba. Ma anche giacche o mantelline più morbide sui fianchi, o abiti aderenti che valorizzino i vostri fianchi. Le ballerine sì per il pomeriggio o al lavoro, ma i tacchi alti (con plateau per stare più comode se non siete abituate a portarli) la sera. Qui di seguito alcuni pratici esempi da cui potete prendere spunti interessanti.

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A GROSSETO L’UNICA DATA ITALIANA DEI KING’S SINGERS

L’ENSEMBLE VOCALE INGLESE AL TEATRO MODERNO PER IL CARTELLONE DI LA VOCE DI OGNI STRUMENTO

La grande musica internazionale sbarca a Grosseto grazie a La Voce di ogni Strumento. La rassegna, diretta da Gloria Mazzi, il 24 marzo alle ore 17.30 porta infatti al Teatro Moderno l’unica data italiana dei King’s Singers, gruppo vocale britannico che nel 2018 ha celebrato i suoi 50 anni di attività artistica.

I King’s Singers ufficialmente nascono il 1° maggio 1968, da sei allievi freschi di laurea del King’s College di Cambridge. Negli anni i componenti del gruppo sono cambiati, ma non è mai cambiata la formazione originale composta da due controtenori, un tenore, due baritoni e un basso. Attualmente i King’s Singers sono: Patrick Dunachie (controtenore), Edward Button (controtenore), Julian Gregory (tenore), Christopher Bruerton (baritono), Nicolas Ashby (baritono) e Jonathan Howard (basso).

Il concerto al Teatro Moderno di Grosseto prevede un programma che spazia dalla musica di Orlando di Lasso a quella di Richard Rodney Bennett e Bob Chilcott, dall’antichità alla contemporaneità, per approdare, nella seconda parte della serata, a un racconto più personale.

Come scrive il gruppo: “La seconda parte del concerto è animata della stessa linfa vitale che ha guidato i sei King’s Singers originali, quando si misero insieme nel 1968: uno spirito anticonformista che portò grande qualità musicale, un desiderio di raccontare storie e di intrattenere il pubblico sopra ogni cosa. Rinvigoriamo la nostra ricca eredità musicale con qualche inattesa nuova sorpresa, Up close and personal apre la nostra cassaforte di musica con racconti che la nostra storia singolare ha aggiunto, dandoci anche la possibilità di darvi una idea di come tutto sia successo.”

Tratto distintivo dei King’s Singers è da sempre un repertorio ampio e senza limiti di genere, dalla musica colta a quella popolare, dalla musica antica a quella tardo-rinascimentale, dal jazz al folk allo spiritual, sempre con straordinaria cura filologica a livello interpretativo ed estrema abilità a livello tecnico, un repertorio in costante divenire grazie anche a numerosi brani commissionati dal gruppo a noti compositori del nostro tempo come Sir John Tavener, Toru Takemitsu, John Rutter, Luciano Berio, Nico Muhly, György Ligeti e Eric Whitacre.

I concerti dei King’s Singers sono sempre un viaggio attraverso linguaggi musicali di ogni epoca, percorsi che nel loro concretizzarsi sul palcoscenico traggono forza dalla intensa carica comunicativa del gruppo, in grado di trasmettere al pubblico quella gioia che il canto genera in chi lo pratica e in chi lo ascolta.

Il successo dei King’s Singers nei 50 anni della loro attività è stato ed è un successo internazionale. L’ensemble vocale si è esibito nelle principali sale da concerto in tutto il mondo, dalla Royal Albert Hall di Londra all’Opera House di Sydney o alla Carnegie Hall di New York, solo per fare un esempio, ottenendo numerosi riconoscimenti, come due Grammy Awards, un Emmy Award, e un posto riservato nella Hall of Fame della rivista Gramophone.

Un evento imperdibile dunque questa data dei King’s Singers, l’unica in Italia al momento, portata in scena al Teatro Moderno di Grosseto da Gloria Mazzi, direttore artistico de La Voce di ogni Strumento, la rassegna realizzata con il patrocinio e la collaborazione del Ministero della Difesa, la Provincia di Grosseto, il Comune di Grosseto, la Proloco di Grosseto, il Savoia Cavalleria, il Centro Militare Veterinario, il 4° Stormo Caccia Intercettori, il Lions Club Grosseto Aldobrandeschi, il Pasfa, Soroptimist, AscomConfConfcommercio, la Camera di Commercio Maremma e Tirreno, la Fondazione Grosseto Cultura e Agimus.

Un’occasione per assistere a un evento unico e contemporaneamente essere partecipi del progetto di solidarietà che La Voce di ogni Strumento realizza in collaborazione con le associazioni, AVIS, ADMO, AISM, La Farfalla e AIPAMM. Infatti parte del ricavato delle vendite dei biglietti sarà devoluto a queste associazioni.

Sono previsti sconti per ragazzi e studenti universitari.

http://www.lavocediognistrumento.it

Spiacente, non sei il mio tipo di Anna Zarlenga

Correte in libreria perché un libro così bello non potete farvelo scappare.

A volte una scossa è ciò che serve per accorgerci di quello che non abbiamo mai considerato.

Sara e Teo non potrebbero essere più diversi. Lei è tutto ordine e precisione. Non ha tempo per perdere tempo e sogna, per il suo futuro, di avere una cattedra all’università di Scienze della Comunicazione. Lui, invece, è il classico Don Giovanni, figlio di papà e uno scansa fatiche di primo ordine.
Cosa li lega? Un matrimonio di persone a loro vicine. Cosa hanno in comune? Tutto e niente. Due caratteri completamente diversi, ma che faranno di tutto pur di mascherare i veri sentimenti.

Tu mi rendi speciale. Io ti rendo speciale. Siamo due parti che creano un disegno, che sfugge all’umana comprensione. Ma è il nostro disegno e io lo vedo perfetto. Non mi lasciare da solo. Diventiamo un ornitorinco. Insieme.

L’autrice ci racconta una storia di amore e odio tra due protagonisti che non potrebbero essere più incompatibili di come sono.
Ho amato entrambi i personaggi perché sono perfetti in tutto e perfetti anche l’uno per l’altra. Ritrovarsi poi nel carattere della protagonista femminile mi ha sicuramente fatto apprezzare maggiormente la storia.
Mi sono piaciuti tantissimo i dialoghi. Il loro “punzecchiarsi” è il perno centrale. Tutto ruota intorno al loro modo di dichiararsi odio e amore in ogni momento. Sono assolutamente impreparati a quello che sentono nel loro cuore e, soprattutto Teo, è quello che sbaglia di più. Per lui cambia tutto all’improvviso, ma cosa più importante ha trovato in Sara la persona che lo porterà a rivedere la sua vita.
L’ambientazione scelta poi è la città di Napoli. Finalmente un romanzo ambientato in Italia dove non bisogna immaginare grandi grattacieli, ma semplicemente conoscere la vita della città partenopea.
Vogliamo poi parlare della scelta adottata dalla casa editrice per la copertina? È davvero bellissima nella sua semplicità. I colori sono perfetti. Attirano sicuramente l’attenzione della lettrice di romanzi d’amore.

Teo non è assolutamente il mio tipo. Eppure, nonostante tutto, è perfetto per me.

Il libro di Anna Zarlenga è frizzante, divertente, spensierato. È una storia leggera che fa sorridere e riflettere. A volte, è il cuore a scegliere la tua anima gemella.

Il corteggiamento ai tempi di Lizzie Bennet

Sono una millennial (o così dicono), ma io amo i romanzi regency, sento la mancanza dei ritmi lenti delle epoche passate. Con mancanza non intendo dire che sono nostalgica (si può avere nostalgia solo di ciò che si è vissuto), ma che non mi dispiacerebbe fare un bel viaggio nel tempo a quando le giovani donne debuttavano in società al braccio del padre.

Orgoglio e pregiudizio è scolpito nel mio cuore e credo che uno dei motivi per cui tante donne ancora oggi sospirano leggendo la storia d’amore di Lizzie e Mr Darcy, sia per quel senso di attesa che divide ogni loro incontro, a volte previsto, altre volte sorprendentemente inaspettato.

In quello sta la magia, nell’attesa del piacere che è essa stessa il piacere (citazione di G.E. Lessing, lo scrittore, non del tipo del Campari).

Le cose più difficili da conquistare sono le più belle, e l’etichetta di corteggiamento di inizio ‘800 rendeva le cose davvero difficili.

Iniziamo con le presentazioni.

Anche se Darcy avesse provato interesse a prima vista per Lizzy, lui non avrebbe mai potuto andare lì e dirle: “Ciao, sono Fitzwilliam Darcy, Fitz per gli amici, vengo dal Derbyshire e sono qui da poco, tu come ti chiami?”.

Le persone potevano venire presentate unicamente da conoscenze comuni, meglio ancora se i capifamiglia. Ecco perché Mrs Bennet smaniava perché il marito andasse a dare il benvenuto a Bingley e alla sua combriccola, altrimenti non avrebbero mai avuto modo di agganciarli.

Avere amici ben introdotti nell’alta società è un’ottima carta per conoscere le persone più interessanti.

Palesare le proprie intenzioni.

Se interessavi a un cavaliere o no, non era qualcosa di misterioso da scoprire tramite messaggi subliminali. Almeno a quei tempi, se un uomo aveva intenzione di corteggiare una donna, lo manifestava chiaramente dopo il primo incontro.

Non era cruciale tanto andare a un ballo, quanto il mattino dopo, quando alla nostra porta sarebbero arrivati mazzi di fiori accompagnati da biglietti dei cavalieri sui quali avevamo fatto colpo.

E se il cavaliere che avevamo puntato non ci ha omaggiate con nessun bouquet? Brutte notizie. Forse lo ha mandato ha un’altra.

Lo chaperon.

Era inappropriato che una donna nubile si intrattenesse sola con un uomo (in una stanza, in una carrozza, ovunque). Per evitare sconvenienti situazioni che avrebbero potuto generare malelingue e intaccare il nostro onore, avremmo sempre dovuto essere scortate da uno chaperon. Questo accompagnatore, garante della rispettabilità degli incontri poteva essere un parente, tipo un fratello o una sorella, oppure una signora più anziana, un’amica sposata, chiunque la cui presenza potesse vanificare atteggiamenti ravvicinati tra la lei e la lui. Diciamo che quanto più la coppia voleva stare sola, tanto più era conveniente che lo chaperon scelto fosse complice dei due innamorati, tenendosi in disparte per lasciare un po’ più di privacy ai due. Ricordate, quando Lizzie e Mr Darcy accompagnavano Bingley e Jane a fare le passeggiate? Ecco, in quel caso, tutti erano complici di tutti!

Contatto fisico.

In una parola: vietato. È per questo che la danza gioca in ruolo cruciale nel corteggiamento dell’epoca. Solo durante un valzer o un minuetto era possibile conversare in intimità con il proprio cavaliere, concedendosi anche quelle confidenze che orecchi indiscreti non avrebbero dovuto sentire. E ballando, era anche possibile indugiare in quel contatto, in altre situazioni, giudicato sconveniente.

Inutile dire che se un cavaliere danzava più di due balli con la stessa dama, per tutti erano già una coppia.

Socializzare.

Balli a parte, dove potremmo mai incontrare il nostro amato? C’è un giorno e un luogo che non si mette in discussione: la messa domenicale.

La funzione religiosa era d’obbligo, ma fede a parte, tutti, specie le donne, ci andavano molto volentieri, perché avevano occasione di vedere e, a essere fortunate, anche parlare con il proprio cavaliere. Da qui anche l’idea che gli abiti per la domenica fossero “quelli buoni”, perché un’occasione sociale di quella portata richiedeva il massimo lustro.

Chiamarsi.

Non al telefono, ma appellarsi. Per rivolgersi a una persona ci si rivolgeva con Miss Smith o Mr Jones, quindi con il cognome, mai come Sarah o David, i nomi di battesimo erano troppo confidenziali e un loro uso era ritenuto sconveniente. Questo era limitato all’ambiente familiare.

Oggetti personali.

Occhio! I doni tra un lui e una lei erano un affare strettamente concesso alle coppie fidanzate ufficialmente, quindi donare un nastro, un fazzoletto, una ciocca di capelli a un cavaliere senza essere impegnati, equivaleva a un pubblico disonore. In questi casi, infatti, le damigelle tenevano d’occhio tutti i loro oggetti personali, per evitare che un cavaliere li sottraesse di nascosto, disonorandole.

Comunicare.

Le lettere erano ammesse solo tra fidanzati, quindi con una promessa di matrimonio già in essere. Per mandare un messaggio al proprio spasimante, avremmo dovuto avere nella casa di lui un’amica (magari la sorella), alla quale scrivere, inserendo un post scriptum in cui porgere i propri saluti al fratello.

In pubblico, visto che sappiamo che senza chaperon non era possibile conversare, si usavano messaggi in codice. Il ventaglio si usava sì a farsi vento ma il modo con cui lo si teneva in mano serviva a comunicare con il nostro lui. Ecco alcuni esempi:

• Appoggiare il ventaglio sul cuore: Voglio parlarti

• Ventaglio chiuso davanti all’occhio destro: Quando posso vederti?

• Ventaglio mezzo aperto sulle labbra: Puoi baciarmi

• Ventaglio appoggiato sulla guancia destra: Sì

• Ventaglio appoggiato sulla guancia sinistra: No

• Sventolarsi lentamente: Sono sposata

• Sventolarsi velocemente: Sono fidanzata

• Ventaglio nella mano destra davanti al viso: Vieni con me

• Ventaglio nella mano sinistra davanti al viso: Desidero fare la tua conoscenza

La mano.

Quando una coppia decideva di fare il grande passo, ovviamente serviva il nulla osta del padre di lei. In genere prima si chiedeva il permesso al padre e poi ci si dichiarava alla sposa, ma quelle coppie già in confidenza che avevano già esplicitato il loro desiderio di sposarsi, a volte invertivano il procedimento. Era raro ma poteva succedere.

Scritto così, le cose non sembrano affatto facili, ma mi sembrano comunque più facile di oggi. Insomma, quanti like sono necessari per capire se a lui interessiamo o no?

…Prima del click di Vincenzo De Feo

Oggi 11 marzo dalle 10 alle 13, presso la Regione Lombardia in via Fabio Filzi 22 (Sala Pirelli), si terrà il convegno “Le trappole della Rete – I rischi che ne discendono. Educazione e prevenzione” con l’Onorevole Massimiliano Capitanio, primo firmatario della legge sull’insegnamento dell’educazione civica a scuola, nonché Segretario della Commissione interparlamentare per la Vigilanza Rai, membro della Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera e l’Ingegnere Informatico Vincenzo De Feo, esperto di bullismo, cyberbullismo, dipendenze, tutela dei dati e autore di un libro, …prima del CLICK.

Nel suo libro De Feo racconta di come ha salvato suo figlio dai pericoli metropolitani. Per lui ormai è una vera missione parlare ai ragazzi e metterli al corrente dei pericolo della rete. Un libro scorrevole, necessario che apre gli occhi e genitori e ragazzi su tante insospettabili trappole che si velato talvolta dietro al sito apparentemente più innocuo.

Saranno pesante al convegno anche Marco Gregoretti, vincitore del Premio Saint Vincent, giornalista investigativo e scrittore, attualmente a “Quarto Grado”, coordinatore della cronaca del settimanale “Voi”, Vicedirettore “Nuova Cronaca”, nuovo magazine in uscita, Direttore del portale di informazione Italia News e Gianmarco Senna, presidente Quarta Commissione Attività Produttive Istruzione, Formazione  e Occupazione Regione Lombardia

Il dibattito sarà moderato dalla giornalista Brunella Bolloli del quotidiano Libero. L’incontro è aperto agli studenti, agli insegnanti, ai genitori e a tutti coloro che sono interessati ai temi trattati. L’incontro mira a fare informazione e prevenzione su temi di attualità che coinvolgono i nostri ragazzi,  le famiglie, gli educatori.

E ora venitemi a dire che I Monologhi della Vagina non è un testo attuale…

Ho letto I Monologhi della Vagina di Eve Ensler un po’ di tempo fa, fino ad oggi, non ne ho mai scritto nello specifico e non ne ho parlato molto sui social, mi sono limitata a consigliare questo libro a chiunque incontrassi, proprio chiunque… Donne, ma anche uomini.
Secondo me infatti ogni essere umano, appartenente a qualunque genere o orientamento sessuale dovrebbe leggere attentamente I Monologhi, e riuscirci senza saltare le pagine dolorose, le pagine crude e le descrizioni delle disumane atrocità inflitte alle Donne in tutto il mondo, mentre gran parte del “resto del mondo” resta in silenzio o gira lo sguardo da qualche altra parte.

Nel 2018 I Monologhi della Vagina hanno compiuto vent’anni. La coraggiosa autrice di questa piece teatrale, Eve Ensler, inizia con queste parole la prefazione all’ultima edizione del suo libro:
” La prima volta che ho messo in scena I Monologhi della Vagina, ero certa che qualcuno mi avrebbe sparato. Può sembrare difficile da credere, ma al tempo, vent’anni fa, nessuno diceva la parola vagina.”

La “crociata” di Eve Ensler, contro la violenza sulle Donne e contro ogni tipo di discriminazione di genere, inizia vent’anni fa in un piccolo teatro di Manhattan, per declamare i monologhi che aveva scritto dopo aver intervistato più di duecento donne, di ogni etnia e provenienza. Ad ogni rappresentazione, sempre più donne cercavano Eve, l’aspettavano per raccontarle la propria esperienza, per confidarle le loro memorie ed affidarle il proprio dolore e la rabbia che provavano, cosicché lei potesse trasformare tutto ciò in denuncia e solidarietà.
Eve Ensler aveva rotto ogni tabù!
Nei mesi e negli anni successivi, lo spettacolo fu ripreso in tutto il mondo, altre donne volevano denunciare, altre donne volevano finalmente interrompere il silenzio che le aveva costrette a sottomettersi a realtà dure e crudeli, fatte di violenza sui loro corpi e sulle loro menti, di dolore e spesso anche di morte.
I Monologhi arrivarono fino in Medio Oriente, dove ovviamente la riproduzione ne era stata vietata,  Eve fu invitata in Pakistan ad assistere alla piece in un posto nascosto “sottoterra” , dove coraggiose attrici pakistane mettevano in scena i Monologhi con grande approvazione del pubblico femminile.
Poco dopo la diffusione mondiale dello spettacolo, Eve Ensler, insieme ad altre donne attiviste femministe, ha contribuito  a fondare il V-Day, un movimento mirato a sostenere tutte le Donne di ogni razza, colore o orientamento sessuale. Attraverso la riproduzione dei Monologhi, le attiviste del V-Day hanno raccolto milioni di dollari per finanziare centri di accoglienza per le donne vittime di stupro e violenza di ogni genere e per spezzare finalmente il silenzio.

Oggi a vent’anni dalla prima volta che I Monologhi della Vagina hanno visto la luce, Eve Ensler scrive queste parole: “E ora, vent’anni dopo, non desidero altro che poter dire che le femministe radicali antirazziste hanno vinto. Ma il patriarcato, insieme alla supremazia bianca, è un virus recidivo. […] Il nostro compito, finché non verrà trovata una cura, è di creare condizioni ultra-resistenti per rafforzare il sistema immunitario e il nostro coraggio, rendendo così impossibili ulteriori focolai epidemici. […] Quando rompi il silenzio ti accorgi di quante altre persone stessero attendendo il permesso di fare lo stesso. Noi – donne di ogni genere e tipo, ciascuna di noi e le nostre vagine – non verremo mai più messe a tacere.”

Purtroppo a sostegno della tesi di Eve Ensler, proprio ieri, ho letto sul quotidiano La Repubblica la drammatica storia di Francesca, una ragazza di 23 anni, che solo oggi ha trovato il coraggio di denunciare la sua famiglia.
Secondo la sua testimonianza, Francesca era ancora un’adolescente di 15 anni e abitava nel suo paese di origine in provincia di Palermo, quando i suoi genitori, complice la sorella, hanno scoperto il suo orientamento sessuale e la madre ha pronunciato queste parole: “Meglio una figlia morta che lesbica”. La ragazza è stata malmenata da tutta la famiglia e stuprata dal padre che ha deciso così di punirla perché Francesca “guardava le donne”. Sempre secondo la testimonianza della ragazza, il paese a conoscenza delle violenze di cui era vittima, si è chiuso nell’omertà e Francesca è rimasta vittima della sua stessa famiglia fino a quando finalmente maggiorenne è riuscita a scappare, tentando nel frattempo il suicidio ben tre volte.

Sempre in questi giorni una ragazza è stata vittima di stupro, da parte di tre diciottenni, fatto provato dalle telecamere di sorveglianza, nella stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli. Stupro a cui la stessa ragazza era riuscita a sfuggire circa un mese fa, ma evidentemente questi esseri immondi non hanno gradito il “primo fallimento” e sono riusciti al secondo tentativo nel loro intento.

Adesso venitemi ancora a dire che il problema della violenza sulle Donne, non è più un “problema principale” nella nostra società occidentale e civilizzata, venitemi a dire che sono cose che accadono solo in “alcune parti del mondo” e che I Monologhi della Vagina è un testo che richiama l’attenzione su situazioni lontane da noi e ormai vetuste e non un testo attuale, ed io mi opporrò alla vostre tesi mostrandovi  l’orrore del mondo in cui viviamo e quanto ancora dobbiamo combattere “tutti” insieme perché queste mostruosità non debbano più avvenire.

Eredità Caravaggio di Alex Connor

Scrivi che Artemisia Gentileschi continuò a lavorare per i suoi mecenati dal 1650 fino alla sua morte, e che i suoi quadri erano conosciuti in tutta Europa, custoditi nei grandi palazzi e sotto gli occhi dei re.” (…) “Scrivi che ho ricevuto il testimone da Michelangelo Merisi da Caravaggio, un’eredità alla quale mi sono sforzata di rendere onore. Scrivi che la mia vita è stata violenta, appassionata, fatta di piaceri e dolori estremi, di successi e vergogne…Ho assistito a battesimi e funerali, ad anziani e neonati. A volte ho assecondato i miei desideri, a volte li ho seppelliti. Ho vissuto in un mondo in cui sono gli uomini a dettare le regole e mi sono opposta a ciascuno di loro, e ciò mi è costato caro. Ma ho dato prova del mio valore…e ho dimostrato di cosa è capace una donna.” ( cit. Alex Connor, Eredità Caravaggio”)

Con queste parole si chiude il racconto della vita di Artemisia Gentileschi, una tra le più grandi pittrici della storia, considerata da Caravaggio sua degna erede e da cui prende spunto il thriller di Alex Connor, Eredità Caravaggio pubblicato dalla Newton Compton editore. L’autrice britannica chiude con questo thriller, dedicato ad Artemisia Gentileschi, la trilogia che vede il grande Caravaggio protagonista. Con il successo nel 2016 di Cospirazione Caravaggio, Alex Connor ha scritto altri tre libri, cercando di raccontare i segreti del grande artista italiano: Caravaggio Enigma e Maledizione Caravaggio insieme a Eredità Caravaggio rappresentano un grandissimo successo editoriale per la scrittrice, anche lei artista la quale nella figura di Michelangelo Merisi ha trovato una immensa ispirazione. La scelta ricade su Caravaggio perché da sempre la sua figura ha affascinato la scrittrice. Come lei stessa racconta è da piccola che viene colpita da una sorta di Sindrome di Stendhal davanti alla “Cena di Emmaus” di Caravaggio, conservata alla National Gallery di Londra. La sua attenzione fu attirata da queste figure, dai giochi di luce ed ombra, innescando una curiosità divorante nella sua mente. E più conosceva la storia di Caravaggio, misteriosa, ambigua e tumultuosa, più ne percepiva la potenza espressiva, l’attenzione dell’artista verso ciò che lo circondava. Amava i suoi personaggi, quelli veri, quelli che puoi incontrare per strada e tutto questo era al di sopra del suo carattere scontroso. Aveva fede, ma non la rappresentava coma da tradizione: aveva trovato un suo modo di esprimere la religiosità e il passaggio tra vita e morte. La luce è la vita, le ombre sono la morte. Riusciva a racchiudere la vita umana, nel suo inizio e nella sua fine, in un dipinto. Dipingeva l’umanità. E Artemisia Gentileschi rappresenta la sua degna erede, una rivincita per quel mondo femminile sottomesso a secoli di dominio maschile. La stessa Connor vuole veicolare su Artemisia la rivincita di un mondo artistico ricco di donne: Sofonisba Anguissola, Rosalba Carriera, Marie Bracquemont, Camille Claudel. La Gentileschi ne diventa la rappresentante per eccellenza, una donna che al di là della tormentata vita ha dimostrato come la perseveranza possa regalare risultati e soddisfazioni. Il libro non vuole affondare le radici nella violenza subita da Gentileschi, ma vuole raccontare la sua rivincita, la sua battaglia giornaliera, il tentativo di riappropriarsi della sua dignità e del suo talento per mostrarlo, per viverlo. Una storia di donna che alla fine vince, e che oggi il mondo sta riscoprendo in tutto il suo fulgore. Forse è una moda, e le mode passano, ma ciò che resta è per sempre. E Artemisia si è conquistata il diritto nell’Olimpo degli artisti.

pic by Mario LLORCA

Il libro si apre subito dopo la morte di Massimo Luca, un collezionista che, non avendo più eredi diretti, lascia il suo patrimonio alla nuora, Cornelia Stein. La donna, alle prese con innumerevoli oggetti e decisa a metterli all’asta, si imbatte in una serie di taccuini a cui, inizialmente non dà molta importanza. Più per scrupolo che per curiosità, iniziando a sfogliare le pagine ingiallite e consunte dal tempo si rende conto che ciò che vi è scritto è un racconto della vita di Artemisia Gentileschi. Un racconto che, sembra, lei ha fatto ad un certo Edward Petersham, nell’anno 1650, scritto sulla busta che contiene i taccuini. Incuriosita Cornelia inizia a leggere e il lettore viene catapultato, così come la donna, nella Napoli del 1650, dove Artemisia Gentileschi era approdata per dipingere nei suoi ultimi anni. Attraverso le pagine che Cornelia legge, si riesce a ricostruire il passato di Artemisia dalle sue stesse parole. Il suo fidato amico inglese, conosciuto quando lei approdò sulle coste dell’Inghilterra per correre in aiuto di suo padre Orazio Gentileschi, ormai al tramonto dei suoi giorni, l’ha cercata perché desidera che i posteri conoscano la storia della sua amata – i due, infatti, ebbero una fugace storia quando Artemisia sostò in Inghilterra, alla fine della quale rimasero in contatto promettendosi affetto e stima reciproca- . Attraverso le pagine si ha quasi la sensazione di vedere Artemisia raccontare nel suo studio napoletano ad un vecchio amico malato la sua storia, non in ordine cronologico, ma in modo naturale, seguendo il riaffiorare dei ricordi. Ed è così che la donna racconta dello stupro subito da Agostino Tassi, amico di suo padre e suo insegnante; una figura poco raccomandabile che non aveva mai ispirato la diciassettenne Artemisia. Uno stupro che le cambierà la vita. Racconterà l’orrore del processo, dell’umiliazione pubblica e del disgusto di suo padre e dei fratelli che la tratteranno come merce avariata. La sua storia sarà come un marchio che l’accompagnerà tutta la vita. Una figura emblematica quella di Artemisia, la più conosciuta fra le pittrici donne dell’epoca, escludendo forse Sofonisba Anguissola. Una paladina per le donne, trattate come merci e non come persone, un esempio della realizzazione femminile nonostante terribili avversità. Il racconto della pittrice crea un crocevia di personaggio storici che lei ha conosciuto: Cosimo II de’ Medici, Galileo Galilei, la regina Enrichetta Maria che, in un modo o nell’altro hanno segnato la sua vita. Racconta dell’infelice matrimonio riparatore con Pierantonio Stiattesi, pittore mediocre, il quale vivrà sempre all’ombra del grande talento della moglie, la perdita dei sue due figli maschi, dell’aborto dopo la violenza di Tassi e del disprezzo di suo padre. Orazio Gentileschi non riuscì mai ad accettare che sua figlia fosse superiore a lui, che le venisse riconosciuto quel tributo da lui agognato per una vita; un uomo violento, iracondo e corroso dall’invidia. E poi c’è Caravaggio, l’unico che sin dall’inizio ha eletto Artemisia come sua erede, colei che sapeva meglio interpretare la sua arte portandola avanti con opere meravigliose come Giuditta che decapita Oloferne o Susanna e i Vecchioni, spesso citati nel libro. Artemisia ha dipinto le donne violente della storia, forse una forma sottile di vendetta per lo stupro subito. Le sue sono eroine immortalate nell’atto di aggredire o uccidere degli uomini. Sono trionfanti, in grado di sopraffarli.

Cornelia Stein si rende conto che ha tra le mani probabilmente qualcosa di inestimabile valore, ma non è sopraffatta dalla venialità, dalla lussuria per il denaro. Costretta dalla situazione si confida con il suo caro amico Michael Jennings, un avvocato che si dimostra ingenuo nell’informare uno storico dell’arte del tesoro nelle mani dell’amica. E qui, parallelamente al racconto di Artemisia, si snoda una caccia ai taccuini da parte un gruppo di persone legate al mondo dell’arte. Tutti immaginano il valore di questi scritti che, per la prima volta, farebbero luce sulla vita personale della pittrice fino ad oggi piuttosto frammentaria. Inizia così una caccia al tesoro con Cornelia Stein che, scaltra com’è, intuisce subito le intenzioni e cerca di depistare i malintenzionati, grazie a delle conoscenze. Una volta autenticata la storicità dei taccuini grazie ad una sua amica esperta, con l’aiuto di Michael proverà a metterli in salvo, con lo scopo di donarli all’Italia affinché tutti possano conoscere la storia della sfortunata Gentileschi.

Un thriller che non gioca sul dinamismo o sulla corsa contro il tempo, ma che si sviluppa in chiave psicologica, sulla sottile linea emotiva che coinvolge tutti i protagonisti. Anche qui Alex Connor mostra tutto il suo talento, intrecciando narrazione e thriller, lasciando il lettore in tensione ed in ascolto delle parole di Artemisia, in attesa che qualcosa debba succedere.

Cambio vita di Lorraine Fouchet

Il mio consiglio di lettura per la festa della donna, un libro che tutte dovrebbero leggere: Cambio vita, di Lorraine Fouchet. Edito: Garzanti.

Sinossi: Se la vita in città è diventata insostenibile, il traffico ti soffoca e il lavoro ti logora. Se hai pensato qualche volta di andare a vivere in campagna per ritrovare il rapporto con la natura. Insomma, se vuoi davvero cambiare vita, questo è il romanzo che fa per te. La protagonista di Cambio vita, Juliette, è una giornalista trentenne, vive e lavora a Parigi con la sorellina Alice e il figlio Aurélien. Quando si rende conto che la sua vita professionale e sentimentale sta andando a rotoli, prende una decisione coraggiosa: mollare tutto per andare a vivere in campagna. Ma che fare, una volta trasferiti al Sud? Con un’amica d’infanzia, Sarah, ha un’idea semplice e geniale: aprire un’agenzia che sotto l’insegna «Cambiare tutto» offre consigli, aiuto e supporto logistico a chi vuole abbandonare la metropoli e trovare un ritmo di vita più sano, in solitudine o con la propria famiglia. Per Juliette comincia così una nuova fase dell’esistenza, popolata di nuovi amici, di nuovi amori, ma anche di vicini diffidenti o addirittura ostili, in un crescendo di avventure simpaticamente divertenti. E soprattutto arrivano i clienti dell’agenzia, che portano il loro desiderio d’avventura e la loro briciola di mistero, dimostrando a sé stessi – e anche a Juliette – che è sempre possibile dare una svolta al proprio destino.

Questa è una storia di rinascita e di speranza che racchiude in sé molte emozioni: commozione, divertimento, amore, amicizia, il tutto portato avanti dalla deliziosa protagonista Juliette, che è un esempio di positività per tutti i personaggi che la circondano, e che raccontano una storia che, seppur romanzata, parla di verità. Di voglia di ricominciare, di voglia di avverare i propri sogni.

Le vicende dei protagonisti sono narrate in terza persona e ciò dà la possibilità di entrare ancora di più in simbiosi con la storia, dà modo a tutti i personaggi di parlare di sé, di raccontarsi. Si comincia parlando di un’idea tra due care amiche e, grazie a questa sincera complicità, non potrà altro che uscirne qualcosa di buono.

Anche l’ambientazione circostante è molto curata, ho percepito i profumi della campagna che fa da cornice all’agenzia di Juliette e… chissà che non possiate trovare anche voi consigli utili grazie a questa storia!

Un regalo per Miss Violet di Susan Gloss

Un regalo per Miss Violet – Susan Gloss – Newton Compton

Articolo: romanzo

Data indicativa: 2019

Condizioni: eccellenti, un romanzo da leggere, regalare e rileggere. Un libro stiloso e pieno di talento. Un evento al quale non potete rinunciare.

Origine: Susan Gloss

Tintinnano le porte del Vintage Shop a Madison in Wisconsin, tintinnano mentre apro il libro che mi conduce attraverso lo stile sublime dell’autrice, tra il frusciare dei vestiti e il picchiettare delle unghie sul bancone delle clienti in attesa della proprietaria, Miss Violet Turner. Io, ovviamente, aspetto il mio turno e nel frattempo mi godo il susseguirsi di storie che Violet incrocia e vive con le sue clienti e amiche.

Incontro April, dolce ragazza orfana e incinta che verrà aiutata da Violet in un momento cruciale della sua vita.

Conosco Amithi, superba donna indiana che dal silenzio della sua casa involucro vuoto, e specchio del suo matrimonio ormai agli sgoccioli con Naveen; entra nel vintage shop e trova nuova linfa da cui succhiare energia e vita per ricominciare e andare avanti.

Un susseguirsi di capitoli, un crogiolo di vite ed emozioni di donne che intrecciano le loro esperienze, le loro verità, tra le pieghe di vestiti ormai dimenticati e ricordi mai troppo lontani dal cuore. Ho atteso il mio turno e ogni pagina di questo libro mi ha avvicinata a ognuna delle protagoniste; mi hanno aiutata e capita, mi hanno sorriso e abbracciata. Ora tocca a me portare al Vintage Shop qualcosa di vetusto che non ho più voglia di utilizzare o di possedere; ho già scelto cosa sarà. L’ho adagiato sul bancone, ora Miss Violet lo sta valutando mentre leggo gli ultimi capitoli del romanzo. Lascio anch’io qualcosa qui, tra le pieghe delle pagine di questo libro, che sicuramente tornerò a leggere, per poter tornare in questo posto che ho amato sin dai primi brani e che scolpisce nel cuore attimi di pura gioia per chi lo legge.

Nel viaggio al Vintage Shop ho ascoltato un medley di musica americana degli anni ’50 e ’60.

Ho sentito tintinnare di nuovo la porta d’ingresso, mi volto e… Buona lettura anche a te!

Mirtilla Amelia Malcontenta

Tra i banchi di scuola con Pink

In una mattinata dove le nuvole impediscono al sole di scaldare l’aria, io e la direttrice Cinzia Giorgio ci dirigiamo con passo spedito e piene di curiosità verso la classe V A nel plesso scolastico a Campo Limpido, Tivoli. In questa piccola realtà urbana a pochi chilometri da Roma esiste una scuola elementare tanto viva, quanto vogliosa di crescere e pronta a mettersi in gioco, invitando noi di Pink a fare un incontro su come si scrivono le recensioni e su quanta passione porti alcune persone a intraprendere la via della scrittura, rendendola fulcro della propria realtà.

La scuola è rumorosa, voci che s’innalzano da una classe all’altra: non è chiasso, è proprio gioia di festeggiare questo martedì grasso che chiude il carnevale; e si respira un’aria che ci riporta all’infanzia, quella dei giochi e dei sorrisi più belli. Quei ricordi che scaldano il cuore e danno forza. Io e Cinzia ci guardiamo e all’istante capiamo che è il momento d’incontrare il gruppo di bambini che c’ha invitate, la classe dei “grandi”, la quinta .

Veniamo accolte da una classe di pochi elementi, ci osservano e ci salutano con fare composto e educato. Cinzia cattura i loro occhi, e inizia a raccontare cosa significhi vivere per scrivere e scrivere per vivere. I ragazzi, hanno avuto una buona impronta dalla loro maestra Aldomira che ha illustrato le basi fondamentali e le tecniche di come s’imposta una recensione, li ha invogliati a chiedere e a capire quanto lavoro ci sia dietro a un magazine come il nostro e a non aver paura di osare nel dare spazio alla fantasia e, sopratutto, alla curiosità.

Io ho fatto da spettatrice privilegiata a quest’incontro, ho osservato gli alunni e incrociato spesso lo sguardo di Cinzia che era felice, di quella felicità che sanno donarti solo i bambini. Poco prima dei saluti, osservando il paesaggio dalle grandi finestre, mi sono resa conto che il sole era riuscito a trovare spazio tra le nuvole e a illuminare la mattinata ancora alle porte; proprio come questi giovani sono stati in grado di donarci buonumore e tanta caparbietà. Incontri che scaldano il cuore, che dovrebbero essere normalità in un percorso scolastico, ma se anche sono l’eccezione sono vivi e veri e permettono di provare a seminare ancora di più sul loro cammino e a noi, di tornare bambini e coccolarci un po’.

Cinzia non si tira indietro mai, si confronta con i ragazzi e non lesina sulle curiosità più simpatiche e profonde che gli alunni hanno scelto di chiederle. S’instaura subito un clima alchemico che permette ai ragazzi di accettare anche di mettersi in gioco e di trasformarsi in “recensori”. I lavori, presentati in tempo utile da permettere a tutti di leggere il proprio componimento, permettono di capire da subito quanto seriamente hanno preso in considerazione la “Pink lezione”; e il tempo scorre veloce, forse anche troppo. Si scambiano sorrisi e voglia di confrontarsi.

Mirtilla Amelia Malcontenta