Multipotenzialità

“Che cosa vuoi fare da grande?”, ho chiesto a mio figlio di otto anni. Lui ha fatto un’enorme sorriso, poi mi ha risposto: “Voglio fare il calciatore, il medico, lo youtuber… e voglio anche guidare l’ambulanza”. Quanti di voi, di fronte a questa domanda si sono trovati in difficoltà a dare un’unica risposta, da piccoli, ma anche ora da grandi, e hanno risposto come Simone, elencando una serie di attività? Bene, siete dei multipotenziali. Anche Simone mi ha guardato in modo strano e mi ha chiesto: “Mutli-che?”. Sarà Fabio Mercanti con il suo nuovo libro Multipotenziali a dare una risposta, non solo a Simone.

Un multipotenziale è chi non ha un’unica vocazione nella vita, ma ha la necessità e la curiosità di spingersi verso qualcosa di nuovo che allarghi l’orizzonte delle sue conoscenze e gli permetta di percorrere nuovi sentieri. Fabio Mercanti parla dell’importanza dei multipotenziali nell’ambito delle nuove organizzazioni e di un mercato del lavoro, sempre più caratterizzato dalla precarietà dei ruoli e delle posizioni. La multipotenzialità non è solo un modo particolare di vivere il lavoro, ma anche un modo di essere, un’identità professionale.

Scoprirsi, costruirsi, realizzarsi: sono le fasi che individui nel tuo libro per la creazione dell’identità professionale. Qual è l’identità professionale di un multipotenziale? “È una identità professionale molteplice. Per farmi capire meglio mi piace proporre una sorta di esercizio. Se sostituiamo la parola multipotenziale con vocazione e ripercorriamo le tre fasi che hai elencato, quello che otteniamo è la storia di una carriera. Una persona scopre la sua vocazione professionale, ad es. fare l’avvocato, la costruisce e si costruisce mettendo insieme pezzo dopo pezzo, proprio come si fa per innalzare un edificio, nel caso della professione di avvocato bisogna prendere una laurea in legge, fare pratica presso uno studio professionale e infine superare gli esami di stato abilitanti alla professione, e si realizza giorno dopo giorno, dopo l’abilitazione bisogna creare le condizioni per poter lavorare: creare partnership con altri colleghi in studi associati, trovare dei clienti per operare in modo autonomo, fare domanda per essere assunto da una grande azienda, etc. Di là della professione specifica, è una carriera comune, scelta, accettata, apprezzata, ambita. Ma per alcuni questo percorso lineare, unico non porta alla realizzazione, alcuni hanno bisogno di un percorso molteplice: è in questa molteplicità che si trova l’identità professionale del multipotenziale”.

I multipotenziali non seguono un’unica vocazione lavorativa, ma si muovono attraverso percorsi di studio e professionali vari che permettono lo sviluppo di competenze originali. Qualunque sia il modo in cui venga percepito il successo da un individuo, realizzare se stesso e le proprie ambizioni in maniera completa o ottenere il maggior valore economico possibile con la sua opera, l’importante è scegliere in maniera libera e autonoma, accollandosi la responsabilità dei propri errori, senza aver paura di fallire, sperimentando le proprie abilità e i propri confini.

Il Mercanti sottolinea tre capacità cardine di chi non ha un’unica vera vocazione: il rapido apprendimento, che facilita lo studio approfondito della materia e il passaggio da una materia all’altra senza problemi; la sintesi, quella che permette l’intersecarsi di due idee diverse, provenienti anche da campi differenti: l’innovazione è figlia di questa commistione; l’adattabilità, per essere idoneo a un determinato scopo, per far fronte alle necessità professionali richieste.

Spesso parli di tempi giusti, cioè di quei tempi che portano a cambiare attività lavorativa nell’arco di una giornata, ma anche nell’arco di una vita. Qual è il segreto di chi gestisce bene il proprio tempo? Come si fa a dare il giusto valore e il giusto spazio alle attività da svolgere all’interno di una giornata? “Alla base c’è l’equilibrio. Per dare un senso al tempo e il giusto valore alle proprie attività non serve nessuna tecnica di time management. La sfida più grande è equilibrare passioni, obblighi, interessi, nuovi progetti e capire quando lasciare qualcosa e quando iniziarne una nuova. Vale per tutti, ma per un multipotenziale questo equilibrio è vitale e strettamente connesso alla realizzazione di cui parlavamo prima. Multipotenziale non significa riuscire a fare, bene o male, tutto quello che si vuole, ma saper gestire al meglio la propria molteplicità e costruire una personale carriera proponendo valore”.

Emilie Wapnick, imprenditrice, consulente professionale, blogger, artista, career coach, community leader, definisce i multipotenziali come persone con molti interessi e occupazioni creative, che non seguono un percorso lineare, ma si muovono trasversalmente, attraversando molti campi. Esistono diversi tipi di multipotenziali: hug approch, esce dai confini del suo ruolo professionale per interagire con le specializzazioni dei suoi collaboratori, diverse per competenze, linguaggi, tecniche; slash approch, svolge attività diverse nella stessa giornata, ad es. gli artisti che hanno un lavoro fisso e suonano di notte; Einstein approach, svolge un’attività principale, più importante a livello remunerativo, e delle attività secondarie laterali che non hanno rilevanza di tipo economico, ma che con il tempo potrebbero rimpiazzare la prima; Phoenix approach, si dedica a un solo lavoro per volta, ma per un periodo di tempo limitato, fino a quando cioè non lo lascia, lo brucia, per poi rinasce da quelle ceneri verso una nuova realtà lavorativa.

Harry L. Davis durante il discorso dell’Università di Chicago ha detto: “Le persone, quando vanno al lavoro, a volte lasciano parti di se stesse nel bagagliaio dell’auto”. Quali parti di te porti nella giornata lavorativa e che cosa c’è nel tuo bagagliaio? “C’è un aneddoto personale legato a questa frase. Durante la scrittura di Multipotenziali  pensavo spesso all’epigrafe da inserire nel libro, ma a pochi giorni dalla stampa non ne avevo scelta ancora una. Poi, casualmente, una sera ho letto il discorso di uno speaker che citava appunto Harry Davis e, leggendo questa frase, ho pensato: “Wow, è perfetta! È esattamente ciò che voglio stimolare con il mio libro: aprire un bagagliaio fatto di capacità, talenti, caratteristiche individuali, percorsi professionali e parole con le quali descrivere tutta questa complessità”. Ed è quello che sto cercando di fare nella mia vita. Se oggi apro il mio bagagliaio trovo diversi attrezzi: letteratura, customer care, editoria, scrittura, informatica, commercio e soprattutto tanto dialogo con le persone. E sono consapevole che solo se valorizzo tutto questo insieme riesco, oggi, a costruire per poter vedere realizzati i miei progetti nel prossimo futuro”.

Qualunque sia l’approccio usato, i multipotenziali non si dedicano per tutta la vita a un’unica dimensione lavorativa, né si conformano a una carriera precostituita. La loro necessità è di sapersi muovere con disinvoltura in diversi ambiti lavorativi, capacità necessaria per chi è costretto a cambiare lavoro, e di disegnare in maniera autonoma la propria carriera, capacità che permette l’ottimale inserimento nella precarietà del contesto lavorativo attuale e che si propone come una nuova modalità di superamento del concetto di flessibilità.

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Come vivi la tua felicità?

Fiore, Orange, Petalo, Bloom, Giardino

La felicità è un’emozione che indica una ricchezza interiore, di accettazione e tranquillità, verso noi stessi e verso il prossimo.

Ognuno di noi vive la felicità in modo differente, per questo spesso è molto difficile rispondere alla domanda: “Ma tu, sei davvero felice?” Qui di seguito un piccolo test creato per riflettere, in maniera serena e giocosa, su qual è il nostro modo di viverla, questa felicità.

 

1- Durante la tua giornata, ti capita di sorridere spesso e perché?

A Sì, più volte al giorno e senza un motivo in particolare, ma in maniera del tutto spontanea.

B Non spesso, di solito sorrido di fronte a situazioni spiritose che riguardano bambini o animali.

C Sorrido spesso alla battuta di un collega di lavoro o per un video o film divertente alla televisione.

 

2- Un profumo che ti mette subito di buon umore sa di:

A Agrumi.

B Vaniglia.

C Mirra e incenso.

 

3- La cioccolata ti piace di più:

A Al latte.

B Fondente.

C Bianca.

 

4- Un pensiero che subito ti dona buonumore è:

A La sera, a cena con i miei cari.

B Una giornata romantica con il mio amore.

C Un’idea per proporre al mio capo un progetto lavorativo.

 

5- Riordinare casa:

A Ogni giorno un po’ alla volta, per poi non ritrovarsi con tutto da fare nel fine settimana.

B A giorni alterni, ma con costanza.

C Una volta a settimana, grosse pulizie approfondite.

 

6- Come vivi le tue amicizie virtuali su facebook?

A Mi piace comunicare in maniera educata con tutti, ed è davvero piacevole.

B Pochi amici virtuali ma buoni, difficilmente mi faccio coinvolgere in discussioni.

C Faccio fatica a interagire, in verità mi crea spesso disagio.

 

7- La tua alimentazione ideale:

A Mangio di tutto un po’, sia ciò che mi fa bene, sia leccornie.

B Sto attenta/o a ciò che mangio, ma mi concedo qualche eccezione quando mi va.

C Sto sempre attenta/o a ciò che mangio ed evito cibi non sani.

 

8- Fare qualcosa di scomodo, che non ti va ma non puoi evitare, incide molto sul tuo umore?

A No, non incide, penso sia giusto fare anche ciò che non ci piace, è questione di responsabilità.

B Sì incide, ma poi penso che dopo il dovere c’è il piacere.

C Non sopporto proprio fare ciò che non mi piace, anche se essenziale e importante, mi stressa molto.

 

9- L’amore per te è:

A Famiglia.

B Amicizia.

C Compiere un gesto gentile.

 

10- Il tuo primo pensiero positivo tra questi è:

A Sole.

B Cielo.

C Terra.

 

Più risposte A:

La felicità per te è uno stato d’animo. Deriva dalla semplicità, dalle emozioni quotidiane, nel bene e nel male. Crea in te un senso di pace anche nei momenti di difficoltà, perché la vivi in modo totale per affrontare le situazioni senza mai perdere il tuo sorriso che non solo doni a te stesso, ma anche agli altri.

 

Più rispose B:

La felicità per te è praticità e organizzazione: non vivi le emozioni con spontaneità, ma ciò non importa più di tanto, in quanto hai un equilibrio con te stessa/o e hai ben chiaro in mente come vivere la tua felicità e ciò che, invece, ti allontana da questa emozione che tutti meritano di assaporare ogni giorno.

 

Più risposte C:

La felicità per te va conquistata. Sai essere una persona felice, ma non accetti che tutto sia dovuto. Sei molto razionale e, per questo, tendi a non fantasticare sulle emozioni, ma le vivi in maniera concreta senza perdere di vista i tuoi obbiettivi. Sai cos’è la felicità, e sai come conquistarla ogni giorno di più.

 

 

Ransie la strega

Quante volte abbiamo ripensato ai cartoni animati della nostra infanzia? Quante volte ci siamo inteneriti al ricordo di alcune scene degli anime che ci hanno accompagnato durante il tortuoso ma stimolante percorso della nostra crescita?

Quando ripenso alle mie passioni infantili non posso fare a meno di indugiare sul confortevole e confortante ricordo di cartoni animati come Lady Oscar, Georgie, Creamy e tanti altri. Tra tutti però, uno dei più divertenti è sicuramente stato Ransie la Strega.

Batticuore notturno – Ransie la strega (ときめきトゥナイト Tokimeki Tunait) è tratto dal manga di Koi Ikeno del 1982 e pubblicato dalla Shūeisha in Giappone. Nello stesso anno il Group TAC ne ha tratto anche un anime diviso in 34 episodi, diretto da Hiroshi Sasagawa, andato in onda in Italia con il titolo Ransie la strega, mentre il manga è stato pubblicato dalla Star Comics solo nel 2002.

Nei primi volumi del manga la trama corrisponde a quella dell’anime: la protagonista è appunto Ransie Lupescu (Ranze Eto), una tranquilla studentessa delle scuole medie, che in realtà nasconde un grande segreto: è la figlia di un vampiro di nome Boris (Mori), uno pseudoscrittore, e di un lupo mannaro, la bionda Shiira. Tutta la famiglia di Ransie proviene dal Mondo Magico (noto in Italia come “Regno Supremo” o “Inferno”), dove vivono mostri e figure mitologiche di ogni genere dotate di poteri soprannaturali.

Anche Ransie ha dei superpoteri: assume le sembianze delle vittime del suo morso, lasciandole in stato incosciente, il tutto fino a quando Ransie non starnutisce riprendendo in tal modo il suo aspetto originario e le vittime non ricordano nulla.

Ransie viene educata come un’umana: frequenta la scuola pubblica e si innamora di un compagno di classe, Paul Cavor (Shun Makabe), destando l’ira dei suoi genitori che preferirebbero naturalmente un genero proveniente dal Regno Supremo e dotato di poteri soprannaturali; inoltre c’è una legge del Regno Supremo che vieta le unioni “miste”. Il suo amore all’inizio non sembra ricambiato: Paul è più concentrato sullo sport che ama – la boxe – e inoltre Ransie ha anche una rivale, Lisa (Yoko), innamorata del ragazzo, orfana di madre e figlia di un boss della yakuza, a sua volta innamorato della madre di Paul.

La trama del manga, così come quella dell’anime, ruota intorno all’amore contrastato di Ransie per Paul, e si arricchisce a mano a mano di particolari più o meno comici e di frequenti colpi di scena.

Il manga ha diversi livelli di lettura ed è adatto a un pubblico di ragazzi così come a quello di adulti. La strega vampira Ransie è un perfetto personaggio che ammalia e nel contempo intenerisce. Che morde, piange, ride e ama. Una di noi, insomma.

Antigone al Macro di Roma


MACRO 17 novembre 2018 – h. 17
ANTIGONE FILM – Le arti, il mito, il cinema, per un viaggio nelle emozioni e nelle libertà umane e femminili
“Non è qui il mio posto.
Il mio amore qui non ha senso,
è peccato, è crimine, è follia.”
La Movie Factory presenta ANTIGONE il nuovo film di Carlo Benso. In occasione dell’uscita ufficiale del teaser del film, attualmente in fase di pre produzione, nella location dell’arte libera tot court, il MACRO ASILO di Roma, ANTIGONE si fa evento d’arte partecipata, coinvolgimento dei sensi in uno svelamento emozionale, visivo, polisensoriale, delle innumerevoli sfaccettature dell’amore e della libertà. Attraverso la figura iconica di Antigone stessa, che sarà interpretata e “vista” ma anche fatta vedere, nelle performance, nelle video art, nelle musiche, nei gesti attoriali, nelle parole.

Antigone, tra mito, realtà, speranza. Se è un mito, appunto, “come ogni mito è inesauribile per provocazione e saggezza, per amore e dannazione. Un mito che percorre le epoche della storia umana rimanendo sempre attuale e vivo in ogni presente. Il suo mistero contiene il nostro mistero, e da ogni punto lo si voglia guardare sembra riflettere una condizione esistenziale e umana tanto vasta che è impossibile non caderci dentro… Antigone va oltre la legge che divide, per una legge nascosta in ogni persona, la legge dell’amore. Tanto individuale il suo gesto quanto universale.” (note del regista).

 

Durante la serata evento, alla presenza della protagonista del teaser e del futuro film, Désirée Giorgetti, del regista a autore Carlo Benso e del cast artistico e tecnico del film, sarà raccontata genesi e volontà di un’opera che unisce in modo armonico, sinergico e originale tutte le arti; sarà anche raccontato il progetto intero, che vorrà coinvolgere i territori in cui sarà girato per creare veri e propri laboratori vivi di cinema, per il presente e per il futuro.
Nel corso dell’evento si esibiranno in performance tra amore, vita, morte, scontro sociale, danza, pittura, distrizione e creazione, mente e spirito, gli artisti Lara Pacilio, Corrado Delfini e Claudia Quintieri.

Lasciate che i pargoli vengano a me

Durante gli anni Sessanta, nei cinema parrocchiali proiettavano Marcellino pane e vino, ma la realtà vissuta dai Celestini, chiamati così per via dei grembiuli celesti che indossavano, era ben lontana da quel film. A raccontarci la loro storia è Giuseppe Fucci in Angeli senza parola. Lui è uno dei piccoli ospitati da Giovacchino Pelegatti detto Padre Leonardo, che accoglieva nel suo Istituto di Firenze fanciulli senza famiglia o disagiati. Erano definiti angeli perché si potevano incontrare nei cortei religiosi, soprattutto quelli funebri: percorrevano chilometri in cambio di offerte che poi andavano all’Istituto, un vero e proprio marketing del piagnisteo e del suffragio per i morti. Il libro del Fucci, arricchito dalla prefazione di Martina Galvani, editor e scrittrice, è un faro puntato sull’ipocrita apparenza della normalità, un atto di accusa e uno strumento di memoria, un riscatto per quei bambini che provavano a fuggire, ma venivano ricondotti in Istituto dalle forze dell’ordine o da altre persone che ignoravano la loro reale condizione. D’altronde la gente comune riponeva fiducia in quell’istituzione tanto da contribuirne al sostentamento economico e i pochi testimoni degli orrori erano reticenti a parlare: è difficile far pace con la propria incapacità di capire o di non aver saputo o voluto vedere.

Le prime segnalazioni di abuso in capo ai Celestini risalgono al 1956, ma la chiusura dell’Istituto è avvenuta dieci anni dopo. C’è stata un’omessa vigilanza e poi finalmente un processo: la città di Prato si divise tra difensori e accusatori, fu il primo processo in Italia contro un orfanotrofio, ma di più contro un’istituzione religiosa: è stata fatta giustizia? “Adesso quale giustizia potrei avere? Le punizioni inferte al corpo spariscono, ma quelle dell’anima non vogliono guarire. È stato fatto un processo, ma a cosa è servito? Soltanto a chiudere l’Istituto e a fare arricchire qualcuno, mentre noi bambini, le vittime degli abusi, siamo stati lasciati allo sbaraglio”.

Padre Leonardo, assolto per insufficienza di prove, creò l’Istituto ispirato, a suo dire, dall’apparizione di un angelo che portava una pergamena con su scritto: lasciate che i pargoli vengano a me. Era convinto che si potesse giungere a Dio tramite la mortificazione del corpo di quei poveri bambini: così flagellati, la loro anima si avvicinava a Dio e la loro intercessione era diretta, più efficace. I Celestini erano costretti a fare docce gelate appena svegli, in alternativa a ricevere bastonate; avevano piaghe infernali sul cuoio capelluto perché gli educatori usavano DDT liquido direttamente sulla cute per debellare la recrudescenza dei pidocchi; a colazione bevevano latte con i vermi e a pranzo mangiavano cibo scaduto, quelli che avevano ancora fame mangiavano la paglia; alla sera, dopo cena, dovevano confessare i loro peccati pubblicamente, in tali occasioni Padre Leonardo s’infervorava tanto da esplodere di rabbia e colpire con pugni e schiaffi i bambini presenti, a caso, facendoli volare per terra come birilli. Lo stesso facevano gli altri religiosi presenti. I bambini erano messi in castigo per ogni banalità, non esisteva alcuna connessione tra la violenza della pena e il fatto commesso: frustati, legati ai polsi con il filo di ferro, obbligati a leccare per terra i loro escrementi e a disegnare la croce con la lingua e, quelli che orinavano di notte nel loro lettino, costretti in ginocchio sulle loro mani o sui sassi o legati in cantina tra topi e pipistrelli. A causa dei maltrattamenti subiti, i bambini riportarono ritardi nello sviluppo, molti smisero di parlare, i più sfortunati, racconta il Fucci, furono vittima di abusi sessuali, favori in cambio delle donazioni dei benefattori dell’Istituto.

È stato provato che i sistemi di punizioni e i rimproveri esagerati e spropositati rispetto alla colpa commessa creano depressione psichica. Gli orrori si susseguirono dal 1934 al 1966. Quali sono i segni che lei porta ancora di quella mostruosa esperienza? “All’uscita dall’Istituto io, adolescente ma in realtà bambino di età avanzata, impaurito, timido, con il rosario tra le mani e rispettoso con tutti, ero visto come un cane bastonato, le persone mi guardavano e si domandavano chi fossi e da dove venissi. Ovviamente non potevano sapere, ma il senso di inadeguatezza che ho provato è difficile da scordare. I curiosi mi chiedevano notizie sul mio conto e io gentilmente rispondevo, vergognandomi, la mia provenienza dall’orfanotrofio di Prato detto: I Celestini. Oggi, settantenne, ancora ho nei miei pensieri e nei miei sogni le paure che hanno segnato la mia infanzia e provo sempre la sensazione di essere l’ultimo degli ultimi. Quando guardo un bambino lo rispetto, pensando che sia superiore a un adulto”.

Lo scandalo uscì fuori quando uno dei bambini, Santino Boccia, morì per una peritonite volutamente non diagnosticata dal medico interno dell’Istituto. In seguito alcuni ne parlarono in televisione e sui giornali, lo stesso Sandro Veronesi ne parlò in “Brucia Troia”. Un atto di accusa ancora più difficile in un paese cattolico come il nostro. Qual è l’intento del suo libro? “Alla morte di Boccia io ero già uscito dall’Istituto e non conosco la versione corretta del drammatico evento, ma prima della sua morte altri piccoli malati venivano curati da sorella Lucia, a modo suo. Ricordo che un bambino, dopo avere subito la consueta doccia gelata, tremava forte e aveva la febbre altissima, ma venne soltanto messo nel suo lettino, sotto le lenzuola con uno scaldino e una minestrina da mangiare: nessuno pensò di chiamare un medico per diagnosticare se avesse la bronchite o qualche altra patologia. Ho telefonato di recente a questo ex Celestino e mi ha risposto di non voler mai più sentir nominare l’Istituto, quindi non l’ho risentito. Io non sono uno scrittore, molte persone a conoscenza del mio passato mi hanno chiesto di scrivere un libro, così alla fine ho deciso di scrivere: Infanzia calpestata-Adolescenza rubata. L’uscita del testo autobiografico ha suscitato l’entusiasmo di molti miei ex compagni di collegio con i quali non avevo rapporti da decenni e che mi hanno quasi “imposto” di scrivere ancora per far sapere la nostra verità sulle sofferenze patite e i maltrattamenti ricevuti. Pertanto, lo scopo di Angeli senza parola, è quello di divulgare la vicenda terribile che ci ha coinvolti, e di tenere sempre presente che i bambini, soprattutto se sfortunati, non devono essere sfiorati nemmeno con un dito”.

Questa testimonianza è l’urlo di quelle giovani vite sacrificate per il suffragio dell’anima nera del mondo. Un atto di estremo coraggio in un paese cattolico come il nostro. Ma necessario affinché la storia non si ripeta: perché una storia rimane contemporanea fino a quando non troviamo il coraggio di liberarcene.

Intervista al poeta Giulio Di Fonzo

Giulio Di Fonzo, poeta romano, insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’università di Tor Vergata. Ha pubblicato importanti saggi sulla poesia dell’Ottocento, in particolare su Foscolo e Leopardi. Di Fonzo però è soprattutto conosciuto come uno dei maggiori studiosi dell’opera poetica di Sandro Penna; è stato lui, infatti, il primo critico che ha dedicato al poeta umbro un’intera monografia. Durante la sua carriera accademica si è anche occupato diffusamente dello studio della poesia del Novecento, in particolare di d’Annunzio, Ungaretti, Montale.

Oggi lo abbiamo intervistato nella sua casa romana, nell’antico quartiere di San Giovanni; un’abitazione posta proprio davanti le mura latine e il campanile di San Giovanni a Porta Latina: posizione strategica che in parte svela la fonte poetica classica di Di Fonzo.

Poesie 1992-2018, la raccolta che sta per essere pubblicata dalle Edizioni Croce, saluta un traguardo d’arrivo della sua produzione poetica o un nuovo inizio?

Il libro segna senz’altro un traguardo d’arrivo, perché raccoglie la mia produzione lirica finora apparsa. Nella raccolta ho potuto rivedere, mutare, migliorare e inserire nuovi testi. Ma spero sia anche lo stimolo per un nuovo inizio. In quest’ultimo periodo ho lavoro a lungo su delle nuove liriche che spero di inserire presto in una nuova raccolta.

Quando il suo amore per la poesia si è trasformato in scrittura?

Ho cominciato a scrivere intorno ai vent’anni. Sono partito quasi sempre da esperienze, contemplazioni e fantasie vissute. Sono un poeta molto autobiografico. Ma certo hanno contato molto anche le scoperte, gli amori letterari che si sono susseguiti negli anni.

Qual è il fil rouge che lega le poesie di questa raccolta?

La prima produzione è molto diversa dalla seconda. Le prime sono poesie legate alla visione della natura, hanno una leggerezza e sottigliezza percettiva nelle descrizioni, negli effetti di luce, nel paesaggio. E molte sono poesie d’amore intense e delicate. C’è in tutte una cura estrema della forma. Le cito qualche felice clausola: l’onda del mare «lattescente e rosea lenta lambisce | le fioche orme del mio vano andare». O ancora: «Fuori del lago lungo fitte siepi | non so se farfalle o petali di fiori». Nella seconda produzione invece cresce il tono doloroso, in risentite, a volte violente immagini drammatiche. Ho subito in quegli anni l’influsso della grande prosa di Gadda e il fuoco della poesia di Amelia Rosselli. Un motivo nuovo è l’attenzione ai drammi antichi e nuovi della storia. Ho notato infine, rileggendomi, come in alcune poesie la visività sfumi in visionarietà. La continuità tra le raccolte risiede nella fascinazione della natura, nei motivi dell’amore e del tempo.

Al pari della pittura e della scultura, scrivere poesie è una vera e grande arte. Quali sono i suoi strumenti del mestiere? Quali i “criteri guida” del suo metodo? È solo ispirazione o dietro si nasconde un duro e lungo labor limae?

Credo ancora, come Saba, nell’ispirazione, che è ovviamente un dato psichico, l’urgenza interna di esprimere un moto dell’animo o una percezione. Contemporaneamente si lavora sulla parola, sul ritmo e il tessuto fonico del verso.

Quanto c’è di autobiografico nei suoi versi?

Quasi tutto è autobiografico, nel senso che nasce da sentimenti, sensazioni, contemplazioni vissute.

La sua poesia procede per immagini, e, colte nella loro essenza più profonda, vanno a stimolare tutti e cinque i nostri sensi. Ecco: è questo il suo intento, emozionare, o con la poesia intende soddisfare in primis un suo narcisismo?

No, non parlerei di narcisismo. La mia è una poesia che procede per immagini, nitide messe a fuoco dei dati sensoriali. La poesia quando riesce nel suo intento è forse la suprema delle arti, perché si rivolge a tutte le facoltà mentali – è pittura, pensiero e musica fusi assieme. Spero di esservi riuscito qualche volta.

Se posso azzardare, nei suoi versi v’è una ricercatezza disarmante, ricercatezza che a tratti pare rievocare atmosfere crepuscolari, ma soprattutto la purezza e la soave musicalità di Pascoli («Non ha sussurro il mare…»). E ancora, mi è sembrato che i suoi versi possiedano una cultura inesauribile. Per esempio, nei chicchi di melograno che fiammeggiano ho percepito echi dickinsoniani e nelle liriche d’amore ho pensato di riconoscere le voci dei poeti romantici inglesi… È possibile? O queste sono corrispondenze che si instaurano tra il lettore e il testo poetico?

Non parlerei di atmosfere crepuscolari né pascoliane. Anche se amo molte liriche di Pascoli, un grande poeta, per quanto diseguale, capace di mirabili capolavori. Mi riferisco nella fattispecie, fra le altre, a “L’assiuolo”, “Novembre”, “Il gelsomino notturno”. Inoltre ho senz’altro una viva passione per i versi di Keats e della Dickinson, può darsi che abbiano lasciato qualche traccia nella mia poesia.

Alcune poesie assai crude, a tratti feroci, rievocano i mondi inaccessibili della poetessa Amelia Rosselli o l’immediatezza di Ungaretti, altri invece, più classicheggianti, ricordano i versi di Petrarca o di d’Annunzio. In questo senso, vi sono citazioni consapevoli o simili accostamenti sono da ritenersi degli azzardi?

Sì, nei miei testi vi sono echi e citazioni consapevoli, da Petrarca e Leopardi, a Gadda e Montale. Servono a impreziosire la poesia o a esprimere meglio di quanto potrei un pensiero o un’immagine.

Ci sono autori che sentiamo a noi particolarmente vicini. Una cosa del genere a Lei è accaduta con la poesia di Sandro Penna? Che cosa Le ha fatto decidere di dedicarsi a questo poeta del Novecento che difficilmente troviamo citato nelle antologie di scuola e che Pasolini aveva notato e sostenuto?

Ho studiato la poesia di Penna perché lo ritenevo e lo ritengo un grande poeta. Debbo la sua scoperta a un bellissimo articolo di Natalia Ginzburg. Mi sorprese la delicatezza e la limpidezza dei versi, e nella purezza una grande intensità espressiva. Giovanissimo pubblicai il saggio La luce e il silenzio e poco più tardi un denso articolo sulla rivista letteraria «Alfabeta» che riassumeva alcune delle idee principali del libro.

Quanta influenza ha avuto la produzione lirica del poeta umbro sulla sua vita artistica e/o personale? Alcune sue poesie, specie le più brevi, quelle dolci e “spontanee”, ricordano tanto Penna. Non è così?

Sì, alcune poesie brevi e delicate possono ricordare Penna. Ma devo l’amore per la poesia breve e la concisione epigrammatica soprattutto allo studio della lirica greca e latina e, più tardi, di quella orientale (Bashò, Li Po, Hafiz).

Da Mimnermo a oggi, l’uomo non ha mai smesso di porsi grandi domande. I poeti continuano a interrogarsi sulla vanità dell’uomo, sullo scorrere inesorabile del tempo. Il poeta di oggi che quesiti si pone? I grandi dubbi sono immutabili o oggi il ruolo del poeta è cambiato?

Credo che i grandi interrogativi sull’esistenza siano perenni. Le domande che il pastore errante pone alla luna nel “Canto notturno” leopardiano, sono le eterne domande che ogni uomo dotato di ragione si pone. Non credo perciò che il ruolo del poeta sia cambiato. Mi interessa tuttavia anche quando si apre ai fatti del mondo, uscendo dal proprio egocentrismo verso i problemi della società, come hanno fatto in Italia Sereni, Pagliarani e Raboni.

La poesia utilizza, per così dire, una lingua universale, una lingua potente che non si piega a nessuna etichetta e soprattutto che non conosce diversità, in nessuna delle sue accezioni. È per questo motivo che ancora oggi, nel 2018, il mondo ha ancora così tanto bisogno della poesia?

La poesia non cambia il mondo, ma è perenne il desiderio di esprimere qualcosa che urge interiormente nel pensiero e nell’immaginazione e dargli compimento in una forma. Fermare il tempo in un’immagine che vibri e canti. E devo riconoscere che nella mia cultura un posto importante hanno il pensiero filosofico, lo studio delle arti figurative e della musica.

Legge anche romanzi? Quali generi preferisce?

Ho letto e riletto naturalmente i grandi romanzi russi, francesi e inglesi dell’Ottocento e del Novecento. Proust, Tolstoj e Flaubert sono forse quelli che mi hanno più segnato. Ma è soprattutto quando sono immerso nella natura e nell’amore che ho avvertito, in alcuni momenti, la sensazione di superare il tempo e di trovare, come dico in un verso, «il prodigio del tempo che non muore», di immettermi «nella luce chiara delle cose infinite», cioè di fuoriuscire dall’ordito di attimi che cadono nel nulla, verso un’armonia superiore, verso il divenire perenne dell’intero universo, che probabilmente, dicono gli scienziati, non avrà mai fine. Tornando al romanzo, in particolare negli ultimi anni mi hanno colpito Saramago, Sebald e Pamuk.

Da critico, ma soprattutto da poeta, che rapporto ha con la tecnologia?

Lo sviluppo industriale e tecnologico ha mutato il mondo. Ha liberato l’uomo dalla fatica del lavoro più improbo, ha debellato malattie finora incurabili, ma ha anche creato nuovi mali e squilibri. Sento soprattutto il problema ecologico come il più urgente nei paesi sviluppati. In alcune mie poesie c’è la presenza di questo allarme diffuso. Personalmente non sono molto tecnologico con i nuovi strumenti informatici, ma mi sto aggiornando. Internet è stata una vera rivoluzione, con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Per concludere, vorrei porLe un’ultima domanda. In che posizione si colloca rispetto agli altri poeti suoi contemporanei?

Non amo la poesia che si confonde con la prosa o si lascia andare a incontrollate effusioni interiori o a sterili giochi verbali. Per questo non sono quasi mai stato attratto dai movimenti d’avanguardia. Apprezzo molto tra i contemporanei il primo Magrelli, De Signoribus (anche se molto oscuro), la Anedda e altri. Ma i miei numi poetici moderni, dopo Baudelaire e Mallarmé, restano Eliot, Montale, Celan e la Cvetaeva. Ringraziandola per questa intervista mi permetta di citare una mia poesia, si intitola “Invocazione”:

Vivi con me il mattino felice

la luce fulgida il vento leggero

e questo verde rotondo maturante

mondo, ferma il sole che si incrina

giorno per giorno.

Sciogli l’ansia che sale

in alte trecce d’angoscia

tra i rampicanti scarlatti…

Nulla, nulla di rapido o lento

solo il sostare dell’ora

nel mezzogiorno assolato,

che tu afferri per portarlo lontano

nella luce ignota delle stelle infinite.

Il gusto speziato dell’amore, di Silvia Casini (recensione e tutorial ricetta)

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Sinossi: Stella si è trasferita da Firenze a Roma per dimenticare il suo ex e aprire una libreria galleggiante sul Tevere specializzata in arte culinaria: Il sapore dei libri. Proprio dalla fusione di queste passioni è nato Florario rock, il ricettario che Stella ha firmato con lo pseudonimo Josephine Alcott, best-seller e caso editoriale dell’anno. Per superare il divorzio, Gabriele ha deciso di trasferirsi da New York a Roma, dove gestisce una società di format tv e si dedica alla sua passione segreta: la cucina. Il giorno in cui si imbatte nella lettura di Florario rock, gli eventi prendono una piega inattesa. Ne è talmente entusiasta da scrivere all’autrice dando inizio a una fitta corrispondenza. Ma il giorno in cui organizza un evento per incontrare l’acclamata scrittrice, Gabriele scoprirà che non esiste alcuna Josephine Alcott… Un romanzo frizzante, romantico e ironico, che fonde sapientemente musica, letteratura e cucina.

Recensione: Ho letto e assaporato questo romanzo di Silvia Casini in pochissimo tempo. Appassionata di tradizioni, cucina, descrizioni quale sono, non posso far altro che parlarvene e consigliarne la lettura. La storia di Stella comincia in un modo intenso perché ricco di descrizioni dei paesaggi circostanti: non sono mai stata a Roma, ma è come se la conoscessi da sempre. Per me è stato come passeggiare per quelle strade, in alcuni momenti ho chiuso gli occhi e ho immaginato di essere lì, con i personaggi, ho vissuto le loro emozioni, ma, cosa ancora più importante, ho tenuto tra le mani il Florario rock. Ed è proprio intorno a questo prezioso ricettario che parla di amore, un amore senza tempo tra una nonna e la sua nipotina, Stella, ricco di ricette e di avvenimenti che emozionano, fanno commuovere, e hanno un sapore magico di casa, che tutto ruota.

Un grande successo il Florario rock di Josephine Alcott, nonché pseudonimo di Stella. Uno pseudonimo che farà da tramite tra lei e Gabriele, appassionato di cucina, che non sa chi in verità si cela sotto questa scrittrice di successo…

Ho letto con attenzione anche tutte le ricette che hanno arricchito ancor di più questa bella storia, ricette ricche di profumi particolari, preziose, delicate, ma una di queste mi ha colpita profondamente per diversi ricordi che hanno caratterizzato la mia infanzia e ho voluto riproporla. La ricetta è quella originale dell’autrice, direttamente dal Florario rock, e con il mio tutorial ve la propongo. Il risultato è stato davvero unico e speciale.

 

Ricetta: Mele al forno vestite al profumo di cannella (o Gocce di Natale)

Da degustare ascoltando Due tramonti

di Ludovico Einaudi

Ingredienti per 4 mele:

Pasta

  • 200 gr di farina integrale di farro
  • 100 ml di vino bianco
  • 2 cucchiai di fruttosio
  • 1 pizzico di sale dell’Algarve
  • 1 pizzico di cannella
  • latte di soia – qualche cucchiaio
  • 4 mele biologiche non troppo grandi
  • Marmellata senza zucchero o dolcificata a basso indice glicemico

Tempi 10 minuti  + la cottura

Cottura 160° per 40 minuti

Preparazione: Formate l’impasto con gli ingredienti indicati e salateli con un pizzico di flor de sal dell’Algarve. Lasciatelo riposare una mezz’ora.

Riprendetelo e tiratelo finemente con il mattarello. Con la rotella dentata tagliate quattro rettangoli della dimensione che possa avvolgere una mela sovrapponendosi un poco di lato.

Lavate le mele, estraete il torsolo con l’attrezzo apposito. Spalmate un po’ di marmellata sui rettangoli di pasta, e mettetene un cucchiaio nello spazio lasciato vuoto dal torsolo.

Avvolgete la mela con la pasta caramellizzata avendo cura di mantenere la parte con la marmellata a contatto col frutto. Rimboccate la pasta sul fondo e lasciatela aperta in cima. Bagnate la superficie della pasta con il latte di soia.

Foderate una teglia di carta forno e appoggiateci sopra le mele. Infornate a 160° per 40 minuti.

Servite tiepide.

 

 

Figlie di una nuova era di Carmen Korn

#AnteprimaFazi

La sinossi della casa editrice recita così: Figlie di una nuova era sono quattro donne che incontriamo per la prima volta da ragazze, ad Amburgo, alle soglie degli anni Venti. Hanno personalità e provenienze molto diverse: Henny, e la sua amica di sempre Käthe, ostetriche, di estrazione sociale diversa, Ida, rampolla di buona famiglia, ricca e viziata, e Lina, insegnante anticonformista.

Ma il libro racconta molto di più delle loro singole storie che corrono parallelamente e talvolta si incontrano; intorno a loro gravita una miriade di altri personaggi che entrano prepotentemente nell’intreccio generale. Le vicende di tutti loro, collocate in una precisa epoca storica, compongono un quadro tristissimo e composito perché con loro viene rappresentato uno spaccato trasversale della società tedesca all’indomani della disastrosa prima guerra mondiale fino ai postumi della Seconda.

A essere raccontata non è solo una storia, ma la Storia, che ha per protagonista una intera generazione. I personaggi che ruotano intorno alle quattro ragazze, non compiono gesta eroiche o avventure per terre lontane, ma il semplice atto di vivere.

C’è un carico di sofferenza indicibile e ineluttabile che grava come macigno sulla narrazione, costituito dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale che incombe e poi esplode con una violenza indicibile. Il tempo così come le pagine scorrono veloci e leggere susseguendosi in giorni, mesi e anni che trascinano con sé inermi e ignare esistenze umane.

La follia fatta abitudine. Correre in cantina, nel bunker, per proteggersi. Proteggersi da ciò che cadeva dal cielo. Le bombe. E, nei giorni tranquilli, cercare di non pensarci.

La tragedia immane e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale sono sperimentati direttamente sulla pelle della gente comune che vede le sue già precarie condizioni sconvolte dal profondo e private di ogni brandello di normalità e dignità.

“Sono morte milioni di persone” osservò Campmann. Poi ammise fra sé che i grandi numeri non influivano sulle tragedie dei singoli.

Un libro che parla di guerra, dell’uomo che uccide l’uomo, e intanto celebra l’amore, l’amicizia, la lealtà e la solidarietà umana; un libro che parla di leggi antirazziali, persecuzioni e stermini e intanto celebra l’amore multietnico, i sentimenti e i valori indistruttibili.

Un libro che nella sua minuziosità di nomi, ore e luoghi -città, quartieri, vie- si avvicina a essere cronaca di una guerra annunciata e sconfigge il pregiudizio che considera la Germania un Paese indiscriminatamente nazista quando il popolo tedesco ha anch’esso subito la guerra, con le deportazioni e i bombardamenti, il terrore e l’angoscia.

Controcanto tedesco a Generazione perduta di Vera Brittain, potrebbe essere l’ennesima voce per gridare forte al mondo che la guerra è sempre sbagliata e non c’è una parte giusta da cui stare.

Avevano accompagnato al treno figli, mariti e fratelli… Potevano solo sperare di vederli tornare sani almeno nel corpo, perché per lo spirito non c’erano speranze. Appartenevano a una generazione dannata, che aveva sopportato ben due guerre mondiali. Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi, ma non erano riusciti a evitarne una seconda.

Come nella vita non c’è finale consolatorio e bisogna sempre guardare avanti.

In fondo al vulcano si dipartono strade che portano fuori dall’abisso.

Una serie che va proseguita, che va assolutamente completata.

Il colore rosa: storia e curiosità

Abiti Da Sposa, Sposa, Rosa, Elegante

Quando pensiamo al rosa pensiamo a un colore femminile, ricordiamo immancabilmente quei film romantici dei bellissimi anni Ottanta che ci hanno accompagnate in quelle fredde giornate d’inverno scaldandoci il cuore. Pensiamo ai romanzi d’amore che abbiamo imparato ad apprezzare sempre più nel tempo grazie alle nostre nonne e alle nostre zie. Associamo il colore rosa alle nostre riviste femminili preferite, al colore della femminilità per eccellenza… Ma, siamo sicure che sia davvero così? Il rosa è davvero un colore femminile in maniera unica e totale?

Rosa, Libro, Vecchio Libro, Fiore

Forse, per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare un viaggio temporale: siamo nel Settecento, e il colore rosa è indossato in maniera totale non solo dalle donne, ma soprattutto dagli uomini. Un cultore di questo delicato colore è Luigi XV che lo porta davvero con grazia ed eleganza.

Sedia, Sedie, Palloncino, Due, Palloncini, Albero, Uno

Per tutto il Settecento e l’Ottocento vi è, quindi, un’accurata distinzione: il rosa, proveniente dal rosso, il colore della passione, e per questi motivi il colore maschile per eccellenza. Mentre l’azzurro è considerato un colore delicato, essendo poi la tinta del manto della Vergine Maria, viene associato, per questo, alle bambine.

Rosa, Fiore Rosa, Fioritura, Fiore

Dal Novecento in poi – dagli anni Trenta per l’esattezza – il rosa non è più di una sola tonalità delicata, di un tenue color pastello, ma cambia grazie al progresso della chimica che crea fantasie più accese e forti, portandolo ad avere più tonalità sino ad arrivare al Rosa Shocking, così chiamato dalla stilista e sarta italiana che lo ha inventato: Elsa Schiaparelli. Grande figura della moda all’inizio del XX secolo.

E fu così che dagli anni Quaranta in poi il rosa trova la sua strada e viene associato al mondo femminile soprattutto per ragioni riguardanti il marketing e a icone di stile che hanno fatto la storia del cinema e della mondanità dagli anni ’50 in poi come Marylin Monroe e Jacqueline Kennedy.

Solo negli anni Settanta, con la nascita del femminismo, il rosa entra in crisi perché considerato antiquato, preferendo per le bambine colori più neutri e decisi.

Nastro Rosa

E ritorniamo così agli anni Ottanta, anni in cui le neo mamme e i neo papà preparavano in anticipo corredini azzurri nell’attesa di un maschietto e rosa nell’attesa di una femminuccia, sino ad arrivare agli anni ’90, anni in cui il colore rosa si rafforza ancora di più come colore femminile, al di là di frivolezze, perché nasce nel 1996 il Pink Ribbon come simbolo della lotta al cancro al seno e sempre simbolo indiscusso di una battaglia importante.

E oggi, invece, come vediamo il colore rosa?

Sicuramente viene ancora molto utilizzato per preparare corredi alle bambine, anche se oggi vi sono molti altri colori che vengono preferiti: dal giallo, al verde, all’arancione… sia per le nuove nasciture che per i nuovi nascituri.

Invece, per quanto riguarda ragazzi e uomini. Ma quanto sono belle le camice o le polo rosa su di loro?

Non c’è nulla da fare: il rosa è un colore unico e speciale per tutti!

 

Dovremmo essere tutti femministi – Chiamamanda Ngozi Adichie

Dovremmo essere tutti femministi è un saggio della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, tratto dal suo discorso alla TEDxEuston Conference in cui cerca di chiarire il significato della parola femminista e l’idea del femminismo stesso, a suo parere troppo spesso travisate e limitate da stereotipi e schemi mentali.

“Femminista: una persona che crede nell’eguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi.”

Chimamanda ama definirsi una Femminista Felice Africana Che Non Odia Gli Uomini e che Ama Mettere il Rossetto e i Tacchi Alti, Per Sé e NON Per Gli Uomini, contro ogni stereotipo che vuole le femministe tutte donne infelici, arrabbiate con il mondo e sciatte.

La scrittrice esorta le donne a non abituarsi a un mondo ingiusto che vuole gli uomini sempre un passo avanti, sempre uno scalino più in alto ai posti di potere.
“Se facciamo di continuo una cosa, diventa normale. Se vediamo di continuo una cosa, diventa normale.”

Essere femministi non significa desiderare un mondo dove le donne siano considerate più degli uomini, significa desiderare l’uguaglianza di genere.
A oggi il genere conta in tutte le culture, e Chimamanda ci sprona a cambiare lo status quo, senza aver paura. Sognare e progettare un mondo diverso. Un mondo dove uomini e donne possano essere più felici e uguali.

In questo saggio, l’autrice analizza il problema dalle radici, che affondano nel tipo di educazione impartita oggi ai bambini da parte dei genitori. I maschi sono spinti a crescere come “duri”, rendendoli in questo modo tanto più fragili, e le femmine vengono educate a prendersi cura del fragile ego maschile.
Dalle donne ci si aspetta che trovino la loro massima realizzazione nel matrimonio , e se ciò non avviene è vissuto come un fallimento personale. Se invece è un uomo a non sposarsi, è perché non ha trovato la persona giusta.
Il matrimonio se vissuto nella perfetta uguaglianza è un’esperienza bellissima in cui ci si supporta a vicenda, ma spesso nonostante le apparenze, la situazione è diversa. Le donne crescono con l’idea di dover compiacere gli uomini, mentre è molto raro che agli uomini sia insegnato a rendere felice una donna.
Il mondo manca di equilibrio di genere.

Chiamamanda ci parla di condizionamento sociale: “Siamo tutti esseri sociali. Interiorizziamo idee che derivano dalla società in cui siamo inseriti.”

Per secoli il mondo è stato diviso in due categorie di genere: uomini e donne, opprimendo ed escludendo uno dei due gruppi.
Il “femminismo” è strettamente legato ai diritti umani  e negare il problema legato al genere, significa negare che le donne siano state escluse per anni.

Consiglio la lettura di questo breve e intenso saggio alla donne quanto agli uomini. Anche un uomo infatti può essere femminista, perché un uomo femminista non è altro che un uomo giusto!