La casa delle farfalle di Silvia Montemurro

«Si torna sempre dove i ricordi più belli somigliano al volo di mille farfalle bianche.»

Così mi ha accolto uno dei libri più delicati e profondi che io abbia letto fino a oggi. Delicata e potente è la penna che scrive. E, si sa, di norma la penna è direttamente collegata all’anima della persona che decide di raccontare una storia. Quando l’ho incontrata, prima tra le pagine dei suoi libri e poi “di persona” sono rimasta colpita dalla sua dolcezza e dalla sua meravigliosa sensibilità. È una persona eccezionale davvero Parla dritto al cuore, Silvia. E lo fa nell’unico modo possibile: usando il cuore. Il suo. E ce lo mette tutto, ve lo assicuro.

Ecco perché i suoi libri, ogni volta, mi restano letteralmente incagliati dell’anima. La sua scrittura pulita, coinvolgente, mai scontata e sempre sorprendente è leggera come un volo di farfalla. Sa prenderti delicatamente per mano per accompagnarti fin dentro la sua testa e i suoi sogni così da farti vivere ciò che vede. Ed è inevitabile fare le ore piccole perché semplicemente non puoi staccarti da lì! Non si può. Io non posso. Continua a leggere

Un matrimonio inaccettabile di Simona Liubicich

Inghilterra, 1899: nel castello dei blasonati Marchesi di Mainsfield, si sta tenendo l’importante festa d’apertura della stagione estiva; tutte le famiglie più in vista presenziano all’evento, tra queste c’è anche quella delle bellissime gemelle Catherine e Lisbeth Chevalier. Durante la festa, proprio quest’ultima viene colta in una situazione a dir poco imbarazzante con il dissoluto e libertino figlio dei padroni di casa, Lord Christian Howards; sarà la più morigerata sorella Catherine a salvarle la reputazione, facendo finta di essere lei.

Ma questa soluzione estrema porterà conseguenze altrettanto al limite, perché Catherine sarà costretta a sposare Lord Christian mascalzone bellissimo e affascinante che l’attira come l’ape con il miele. La giovane caparbia e combattiva cercherà di non cedere alle rigide etichette dell’epoca non riuscendo però, a resistere con la stessa facilità, a quel demone dalle perfette sembianze d’angelo; che invece per quello che sembra puro puntiglio, non vede l’ora di portarla all’altare perché non può lasciarsi sfuggire l’unica donna che gli tiene testa. Tra un battibecco e l’altro, i due saranno pronti ad accettare che il loro detestarsi, celi ben altro? Continua a leggere

La Viterbo medievale

Viterbo medievale: dal Quartiere di San Pellegrino alla leggenda della Bella Galiana

Se si visita Viterbo, non si può non fare una passeggiata nel quartiere di San Pellegrino che rappresenta un’interessante rassegna di edilizia duecentesca, il cuore profondamente medievale della Città dei Papi, luogo di antiche memorie, dove in un percorso di circa trecento metri si susseguono palazzi, torri, profferli, cortili, stemmi, case “a ponte”, archi ribassati e negozi. Ai lati di questa via centrale un dedalo di viuzze, alcuni quasi dei viottoli fiancheggiati da dure abitazioni di pietra grezza. Le case che si affacciano su via San Pellegrino sono composte da uno o più piani costruite direttamente sul tufo. L’accesso dalla strada al piano abitato era garantito dal “profferlo” – la scala esterna –, mentre il locale a piano terra era adibito a bottega; altre tipologie di abitazioni non affacciavano direttamente sulla strada, ma avevano una corte interna, il “richiastro”.

La visita del quartiere medievale di San Pellegrino può iniziare da Piazza San Carluccio arrivando da Piazza della Morte attraverso la breve via di Pietra del pesce, così denominata per lo stemma con i tre pesci, e ricordo del luogo di vendita appunto di prodotti ittici per lo più proveniente dal lago di Bolsena. Inizia proprio da qui Via San Pellegrino, da percorrere e ammirare con estrema calma. Sulla destra si incontrano via Centoponti per i numerosi gradini che portano alla case e alle cantine allineate e strette sui suoi fianchi, via delle Caiole, probabilmente connessa all’attività di trasformazione del latte in appositi recipienti chiamati “cagliole”, via Scacciaricci. Quest’ultimo è un nome che ritorna perché è lo stesso dell’alta torre squadrata che sovrasta la via e il quartiere, appunto detta torre Scacciaricci, dal nome di una nobile famiglia medievale amica degli Alessandri. A ridosso della torresi aggancia il muro di un cortile entro il quale si può vedere uno dei più bei profferli della città.
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Il mistero della Bella Addormentata

La storia che sto per raccontarvi ci porta a Friburgo – nella foresta nera in Germania – nel piccolo cimitero monumentale del paese che è stato luogo di sepoltura dei suoi cittadini per oltre 200 anni (dal 1683 al 1872); mentre ora è un vero e proprio monumento storico e naturale.


Proprio quest’ultima sembra proteggere il camposanto silenzioso e maestoso al tempo stesso, custode di ricordi, dolore e del mistero della tomba della Bella Addormentata, Caroline Catherine Walter, che riposa nel suo giaciglio eterno da oltre 150 anni.


Caroline nasce nel 1850, ma rimane orfana presto di entrambi i genitori; accanto a lei ha solo la sorella maggiore Selma. Le bambine dopo il grave lutto che le ha colpite, vengono affidate alla nonna che abita proprio a Friburgo. Crescono serene, forti, unite e Caroline diventa sempre più bella.

Selma si sposa e la giovane sorellina la segue, andando a vivere con lei e il suo neomarito. Sembra tutto perfetto, nella loro quotidianeità le sorelle Walter credono di poter restare l’una accanto all’altra per sempre; ma nell’estate del 1867 Caroline, a soli 17 anni, contrae la tubercolosi e muore poco tempo dopo.
Selma è distrutta dall’ennesima insuperabile disgrazia che l’ha colpita; non riesce ad accettare la morte di Caroline e il suo destino.

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Il racconto di speranza dei Dik Dik

 

“Ci sarà”. I DIK DIK realizzano un videoclip con le immagini inviate dai fan

Memoria e speranza nel racconto musicale e fotografico dell’immortale band milanese

https://youtu.be/PzLkqbdYEiE

“Rifondare il nostro repertorio è un modo per rimanere vitali e carichi. Sentirsi arrivati, consolidati, spesso conduce alla fine della creatività e quindi alla morte per un’artista. Potersi stupire davanti a un suono nuovo è tutto”.

Così dichiara Pietruccio Montalbetti, uno degli storici fondatori dei DIK DIK, in occasione della pubblicazione del videoclip “Ci sarà”, singolo estratto che anticipa il nuovo album “Una vita d’avventura”, e realizzato grazie al contributo fotografico di circa 2500 fan.

In tempo di pandemia, è bastato un semplice annuncio sui social al grande pubblico della band milanese richiedendo due foto (una prima del Covid, dalla finestra, l’altra ebbra di serenità immortalante un momento pre-epidemia)

La premessa, oltre 100.000 visualizzazioni in sole 24 ore, è già – come sempre per il gruppo – l’inequivocabile indicatore del grande amore che lo lega in maniera forte al pubblico. Continua a leggere

Le modelle che hanno fatto dei loro “difetti” grandi e unici pregi

Spesso ci soffermiamo tanto, troppo, sui nostri difetti, non permettendoci di vivere appieno la nostra vita. Ci guardiamo allo specchio e, immancabilmente, ci fossilizziamo sull’analizzare nei minimi dettagli ciò che non va nel nostro aspetto. Nel nostro corpo.

In questo modo ci togliamo la possibilità di apprezzare e valorizzare quelli che sono i nostri punti di forza. Ed è un vero peccato.

Nel tempo ho cominciato a capire che quello che gli altri possono pensare di me, del mio aspetto, non è davvero importante. Quel che invece conta davvero è l’essere consapevole di me stessa per cercare di diventare, giorno per giorno, una persona migliore, sia dentro che fuori. Ho imparato a guardarmi allo specchio e a dirmi che “sono unica e speciale”. Imparate a dirlo di voi stessi, perché sapete: ognuno di noi è davvero unico e speciale, soprattutto è l’imperfezione a renderci unici e diversi dagli altri. Perché l’imperfezione è la nostra perfezione. La perfezione di noi stessi in quanto individui unici.

Negli anni ho letto e seguito con piacere le storie di alcune donne che hanno fatto delle loro fragilità e insicurezze veri punti di forza. Punti di forza che le hanno portate a essere oggi dei veri e propri modelli di riferimento. Continua a leggere

Futilità Necessarie (o forse no?). Le scarpe con la zeppa non solo calzature.

Ciao carissimi amici e lettori, sono di nuovo qui per proporvi una nuova (ma neanche tanto) Futilità Necessaria, eh sì oggi si parla al singolare e non delle 5 futilità che solitamente vi racconto. Oggi ho deciso di raccontarvi una storia… la storia di una calzatura che nonostante la moda passi e ritorni a cicli regolari in un modo o nell’altro ritorna sempre nelle scarpiere e nelle collezioni di scarpe delle donne: la scarpa con la zeppa.

Oggi vi racconto la favola di una calzatura che confesso fa parte della mia memoria fin dalla più tenera età, perché mia mamma pensa che io abbia rimosso il ricordo della sua passione per le scarpe con la zeppa che corredavano i suoi outfit composti da coloratissimi pigiama Palazzo molto in voga negli anni Settanta del Novecento, ma i miei ricordi d’infanzia sono pregni di quest’immagine, oltre all’immagine dei suoi capelli cotonati tinti di rosa confetto (eh sì da qualcuno avrò pur ereditato questa mia follia…), per cui siete pronti? ecco a voi la storia delle scarpe con la zeppa!

Si narra che un tempo, lontanissimo e perso nella storia (parliamo dell’antica Grecia), la zeppa aveva fatto in qualche modo la sua apparizione nel mondo. Nonostante i greci preferissero i sandali o, meglio ancora, camminare scalzi esistevano alcune categorie sociali che adottavano calzature dotate di tacco

Coturni e Baucides… la genesi

Una di queste categorie erano gli attori tragici che, per avere maggiore visibilità, dovevano avere una presenza imponente per cui, oltre a maschere e parrucche, indossavano delle scarpe con suola alta fatta di sughero, i coturni, poco aggraziate e nascoste dalle lunghe vesti, ma che facevano il loro dovere conferendo una maggior altezza.

Un’altra categoria sociale che indossava scarpe/zeppe erano le cortigiane o etere (già allora c’era un po’ questa convinzione che una donna alta fosse più attraente, mito che io ritengo da sfatare soprattutto perché personalmente supero di pochissimo il metro e sessanta e riesco a cadere da tacchi di due centimetri, per cui basta con questi luoghi comuni!). Comunque torniamo alle nostre cortigiane. Le scarpe che usavano indossare venivano chiamate baucides, erano di colore giallo zafferano, con zeppa di sughero e, pensate un po’, sotto di esse venivano incisi messaggi per pubblicizzare il loro servizio. Quando la donna camminava lasciava sulla sabbia messaggi che venivano letti da potenziali clienti. Una sorta di marketing promozionale ante litteram. Duplice utilità: alzavano la statura della professionista e gettavano i primi semi per far germogliare quella che sarebbe poi diventata la web comunication prima ancora che venissero inventati i ben più moderni e attuali Facebook o Instagram. Ma la zeppa resistette anche in epoche successive e non perse la sua utilità oltre che il suo fascino Continua a leggere

La moda è una cosa seria

“Oh, ma certo, ho capito: tu pensi che questo non abbia nulla a che vedere con te. Tu apri il tuo armadio e scegli, non lo so, quel maglioncino azzurro infeltrito per esempio, perché vuoi gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti addosso, ma quello che non sai è che quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo, e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che nel 2002 Oscar de la Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee e poi è stato Yves Saint Laurent se non sbaglio a proporre delle giacche militari color ceruleo. E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e alla fine si è infiltrato in qualche tragico angolo casual, dove tu evidentemente l’hai pescato nel cesto delle occasioni, tuttavia quell’azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori delle proposte della moda quindi, in effetti, indossi un golfino che è stato selezionato per te dalle persone qui presenti… in mezzo a una pila di roba”.

Ve lo ricordate? È il famoso discorso di Meryl Streep, ovvero Miranda Priestly, sul maglione infeltrito che indossava Anne Hathaway (nei panni di Andrea Sachs) nell’iconico film Il diavolo veste Prada diretto da David Frankel. Quanto c’è di vero nel discorso della terribile ma sagace direttrice di Runway? Molto. Analizziamo la moda italiana, non per campanilismo ma perché l’Italia è uno dei paesi al mondo più importanti nel panorama internazionale della moda (che in Italia vale circa 22 miliardi di euro).

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Il mondo di Mathilda Blake

«E tu non puoi finire le frasi degli altri. Non puoi avere la presunzione di capire tutto prima di loro.»

Sono entrata in possesso del libro di cui vi parlerò oggi in un modo davvero sopra le righe.
Tempo di riapertura, maggio. Tempo finalmente di passeggiate all’aperto e proprio durante una di queste mi sono sentita chiamare dalla porta della mia edicola di fiducia.
«Sara. Buongiorno! Vieni che ho qualcosa per te», mi sono avvicinata incuriosita. «Ho approfittato di questo periodo di stacco per sistemare e ho trovato questo libro. Ti ho pensata e te l’ho tenuto da parte, sono certa che ti piacerà!», peccato non aver potuto vedere il suo sorriso dietro la mascherina.
Inutile dire che ho accettato!
E ho fatto bene.

Sono stata subito rapita da uno stile di scrittura fine e ricercato che mi ha tenuta incollata dall’inizio alla fine in un crescente contrasto di emozioni spazianti tra la rabbia, la delusione, l’euforia e la speranza miste alla suspence nelle scene più cupe.
E quando un libro riesce a emozionare è una bella magia.
È una scrittura ricercata ma scorrevole, a tratti decisamente incalsante, che non lascia scampo al lettore che così si trova direttamente in mezzo alla storia con il fiato corto. I colpi di scena si susseguono con una rapidità quasi estenuante che fa spesso portare la mano alla fronte nel tipico: “Non è possibile, non ci credo!”.
Inutile dire che l’ho letteralmente divorato, ma non poteva esser altrimenti, una parola cede il passo all’altra! Impossibile lasciarlo. Continua a leggere