La vita come tu la vuoi

Non ho molto tempo a disposizione, come tutti; anche per me il tempo è una risorsa scarsa. Ecco perché cerco sempre di utilizzarlo al meglio, anche quando si tratta di leggere dei testi.

Ho letto quasi tutti i libri di Claudio Belotti. Mi manca l’ultimo, ma recupererò presto. Devo ammettere di essere di parte, perché è uno dei miei maestri; di più: un mentore, che ha segnato il mio percorso di crescita personale e professionale. E come il grande Bowie nella musica, Belotti è un fuoriclasse nella formazione e nel coaching. A parlare sono i fatti: collabora con aziende leader come il Gruppo Armani, Bulgari, BMW e Google e, non ultimo, è uno dei quindici Master Trainersal mondo, scelti di persona da Anthony Robbins.

I suoi corsi non hanno bisogno di pubblicità, tanto che chi li frequenta torna a frequentarne di nuovi. Il segreto? Da corsista posso dire che sono autenticamente rivolti ai partecipanti, tesi a essere di supporto nella vita personale e professionale. L’attenzione alla persona si palesa anche nei contenuti trattati: unici, come le Dinamiche a Spirale. Su questo argomento Belotti ha scritto un libro, The Spiralcome coautore con Christopher Cowan e Natasha Todorovic, allievi e massimi studiosi della teoria alla base delle Dinamiche a Spirale di Clare Graves.

Da lui ho imparato una cosa fondamentale: che accontentare gli altri è dannoso. Non bisogna cercare l’approvazione degli altri, e questo non significa mancare di rispetto a nessuno, ma neanche a se stessi. Non è un caso che uno dei suoi libri si intitoli La vita come tu la vuoi, non è un caso che la sua azienda si chiami Extraordinary. È un messaggio chiaro quello che lascia ai suoi lettori: siamo unici e irripetibili, insomma straordinari. La vita come tu la vuoi è un percorso di autocoaching, fruibile da chiunque, dove, con un linguaggio chiaro e diretto, l’autore prende per mano il lettore, aiutandolo a verbalizzare le proprie paure, ad affrontarle in modo tale che vadano via, anche se quel posto non sarà lasciato vuoto a lungo, ma sarà pronto ad accogliere nuovi problemi, più grandi. Perché è così che si cresce: affrontando e superando nuove paure, non rimanendo invischiati nelle sabbie mobili di problemi arrugginiti che diventano trappole mortali, vere e proprie gabbie della nostra energia, dei nostri sogni, della nostra vita.

 

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L’isola delle anime di Johanna Holmström

Johanna Holmström, L’isola delle anime, Neri Pozza

“Ma poi. Di nuovo l’ospedale. Attira l’attenzione su di sé. Un blocco in stile liberty, così fuori posto là in mezzo alle fragili casette dell’arcipelago. Lo steccato che corre tutt’attorno. Gli spessi muri di pietra che trasudano freddo. Isolano. Circondano ciò che è all’interno. Ciò che non deve vedere la luce del sole. Ciò che è meglio non far uscire.”

Chiudo il libro. Finito. Ho terminato di leggere L’isola delle anime, chiudo gli occhi. Respiro ed espiro; riprendo il ritmo; devo lasciare l’isola. Devo abbandonare i corridoi dell’ospedale. Le stanze buie, le grate alle finestre, la mensa intrisa di odori e disinfettanti. Devo ritornare e allontanare il cuore dalle pagine di questo romanzo sublime e potente che riesce a farti buchi nel cuore ; perché quando si ha da subito la consapevolezza che di libri belli come questo ci si può innamorare, si deve essere preparati anche a soffrire, quando si finiscono.

L’autrice, Johanna Holmström, mi porta in Finlandia, alla fine dell’Ottocento, tra le mura dell’ospedale psichiatrico Själö, troneggiante edificio sulla piccola isola Åbo. Kristina, Elli, Martha, Karin le “donne incurabili” che vengono accolte e assistite qui.

Nella maggior parte dei casi, nessuna di loro lascerà più la struttura, nessuna sarà più libera di vivere lontana da questo ospedale, che diventerà la loro nuova casa. La loro unica casa.

Voci, grida, sussurri, pianti e lamenti. Storie, ricordi e tremende verità. Silenzi e legami. Tra le pagine di questo libro si raccontano e s’intrecciano bellissime storie e crudi tormenti. Tante donne, molte vite, nessuna libertà. Sigrid, l’infermiera, dedicherà a molte di queste donne la propria professione e la propria vita; proprio lei sarà spesso il perno e l’ancora attraverso le quali molte pazienti riusciranno a uscire dalla propria alterata realtà o a trovare vero conforto.

Tutto questo e molto altro si cela tra il susseguirsi di parole ed emozioni che il libro raccoglie, ma su tutto riecheggia la forza stessa del genere femminile; che da sempre lotta per affermare la voglia di essere se stesse e il diritto ad essere libere. Durante la lettura sono stata accompagnata dalla voce di Enya e dalla sua musica unica e ipnotizzante.

“È così che sarà per me? Sempre? – Si chiede Elli. – Dovrò scegliere tra essere felice in segreto o infelice alla luce del sole? Sempre scegliere di essere accettate senza il mio amore o essere rifiutata con il mio amore? Scartare una parte di me e con ciò non essere mai completa? “

Mai più senza cerchietto!

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Il cerchietto nasce con gli antichi greci che portavano ghirlande tra i capelli. Sia i greci che i romani li indossavano per occasioni speciali: cominciarono a decorare le loro ghirlande con gioielli in oro e argento. Col passare del tempo, però, l’uso dei cerchietti è cambiato, portandoli a diventare veri e propri accessori di moda adatti a qualsiasi occasione. Oltre a essere belli sono anche molto comodi e permettono di acconciare non solo i capelli lunghi, ma anche i capelli corti. Sono tornati molto alla ribalta per l’inizio della nuova stagione primaverile e ne potete trovare di eleganti o più semplici, non solo per le più piccole, non vi è età per portare il cerchietto, e tra queste foto potreste trovare proprio quello che fa per voi.

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I quattro enigmi degli eretici di Armando Comi

È un personaggio oscuro e da sempre avvolto in una foschia fatta di leggenda, mito e stupore: Cola di Rienzo, al secolo Nicola di Lorenzo Gabrini. Eletto il 20 maggio 1347 tribuno e “liberatore” dello stato romano, obbligò i potenti baroni a sottomettersi, reclamando per Roma la dignità di capitale del mondo; pur dichiarando di non voler attentare ai diritti della Chiesa, insospettì l’allora pontefice Clemente VI. Nella cupa Roma del tardo Medioevo, Cola splende di quella luce che è propria dei sognatori: visionari, tormentati e mai compresi dai loro contemporanei. Il dramma della solitudine è palpabile non solo nella storia reale di Cola di Rienzo ma anche tra le pagine del raffinato thriller di Armando Comi, che descrive un personaggio vero, concreto pur nella sua eccezionalità.

Siamo nell’autunno del 1342. A Roma sì è appena consumato un crimine abominevole. Un cavaliere cinto da una corona con dieci corna uccide un neonato per impedire l’avverarsi di un’inquietante profezia. Il piccolo sembra essere colui che un giorno erediterà uno specchio che porterà sciagure nel mondo. Cinque anni dopo, nel giorno di Pentecoste, Cola di Rienzo esce di prigione con l’intenzione di realizzare una predizione ricevuta in sogno, ma il suo destino si incrocia con un messaggio che giunge dal passato e lo incita a mettersi alla ricerca di uno specchio occulto, lo Speculum in Aenigmate. Si tratta di un manufatto realizzato con la pietra incastonata nella corona di Lucifero, prima della caduta, capace di stravolgere le sorti dell’umanità. La sua non è una ricerca solitaria: da secoli due sette cercano di entrarne in possesso ed entrambe tramano alle spalle di Cola per manovrarlo. Cosa sono disposti a fare coloro che cospirano per impossessarsi dell’oscuro oggetto della profezia?

Il Cola di Rienzo di Comi è un uomo pieno di ombre, visionario, brillante e cupo nello stesso tempo, il cui comportamento ci pone dinnanzi a domande e a questioni etiche. È questa la grandezza del thriller I quattro enigmi degli eretici: la trama impone riflessioni sul comportamento umano, sulla tragedia della libertà negata, sul destino dell’uomo. Scritto magistralmente e fluido nel lettura, il romanzo di Comi è una sorta di viaggio iniziatico ai confini tra il bene e il male, tra la ragione e la necessità.

Spiccano le figure femminili: Luna, la donna accusata di stregoneria, e Giovanna Colonna. Entrambe forti e determinante, con alle spalle una sofferenza che però le ha forgiate, incidendo nella loro carne le ferite dell’anima.

Scegliere un’auto, guida per impediti

Un volante, quattro ruote e fino a qui, tutto bene.

Per scegliere un’auto, però, bisogna andare oltre alle nozioni base, e anche in questo caso estetica e colore non bastano.

Ricordo quando una mia amica doveva cambiare la macchina e il suo unico requisito era che fosse color ciliegia.

Non facciamo la figura dei minorati e andiamo in un concessionario chiedendo ciò che ci serve sapere.

Anche perché, non essere in grado di valutare ciò che ci viene detto significa farsi rifilare qualsiasi cosa il venditore voglia piazzare.

Io sono un’esperta di auto? No, ma il mio compagno è un religioso integralista delle quattro ruote, un talebano del motore, e in questi anni felici insieme mi ha trasmesso per osmosi le sue tavole della legge, un po’ come Dio con Mosè sul Monte Sinai.

Dobbiamo cambiare auto, come partiamo?

Dal budget: se abbiamo i soldi contati possiamo puntare su un buon usato, oppure, se siamo disposti a spendere un po’ di più perché sappiamo che ci faremo durare l’auto almeno una decina d’anni, ci possiamo spostare sul nuovo.

Carburante: diesel? Benzina? Gas? Elettrica? Oltre che essere meno costoso della benzina, il diesel è perfetto per chi fa sia percorso urbano che autostrada, perché è versatile sia a livello di performance che di consumi (a parità di chilometri, consuma meno litri di carburante rispetto un benzina), e dura nel tempo (il motore arriva a chilometraggi molto più alti). Un benzina lo consiglierei solo in due casi: chi l’auto la usa poco o solo in città (diciamo, sui 3-4000 chilometri l’anno), o a chi vuole una sportiva, quindi serve un motore dalla sprint aggressivo. I gas, GPL e metano, sono la soluzione per chi vuole spendere poco-pochissimo in carburante, ma nel caso di un metano, le prestazioni sono da lumaca, e il GPL, invece richiede più manutenzione, perché sporca di più il motore. L’elettrica sta prendendo piede, non solo come Tesla, ma anche tra Audi, BMW, Toyota, ma se abbiamo un budget contenuto, l’elettrico non fa per noi. C’è da aggiungere che le colonnine di ricarica non sono ancora diffusissime e l’autonomia delle batterie non è ancora del tutto soddisfacente. Magari, in futuro, la tecnologia elettrica migliorerà.

Trazione: posteriore? Anteriore? Integrale? In parole povere, quante ruote lavorano. Le due davanti, le due dietro o tutte e quattro. La maggior parte dei veicoli è a trazione anteriore, facile da gestire, economica, e lascia più spazio nell’abitacolo. Unico problema: tende a fare slittare gli pneumatici con l’accelerazione.

La trazione posteriore è tipica delle auto sportive, che rende la guida più scattante, maneggevole e precisa, dare più aderenza alla strada, ma non è il top sulle superfici irregolari (ghiaia, asfalti dissestati, ghiaccio, neve etc).

La trazione a 4 ruote (il famoso 4×4) ha la tenuta di strada migliore anche nelle condizioni peggiori (bagnato, neve, sterrato, fango), quindi se abitate in collina o montagna, ci farei un pensierino anche se a livello di consumi è dispendiosa, inoltre ha qualche problema di sottosterzo (sensazione di essere portati fuori nelle curve veloci).

Trasmissione: ovvero, il cambio. Automatico o manuale? Quello automatico ci leva dall’impiccio di cambiare, di spostare il piede da un pedale all’altro, di fare il canguro ed essenzialmente porta il comfort di guida a un livello altissimo, specie per chi si muove soprattutto in città e quindi ha tanti frena-vai-frena-vai.

Il lato negativo è il costo, maggiore rispetto al manuale, e dovrete sostituire l’olio più spesso e consuma più carburante, e necessita di un motore con più cilindrata e più cavalli (ma di questi parliamo dopo).

Cilindrata: è quel numero che spesso vedete appiccicato sul posteriore dell’auto. 1.3, 1.5, 2.0… tradotto sono 1300, 1500, 2000 centimetri cubici, ovvero la capacità del motore. In genere è in equilibrio con il peso dell’auto. Per intenderci, un carrarmato con una cilindrata 1000 non andrà neanche a spingerlo.

Cavalli: ossia la potenza sprigionata dal motore. Tanti cavalli, tanta potenza (concetto caro alla Ferrari), ma anche qui, occhio! Oltre i 252 cavalli, in Italia, scatta il superbollo! Comunque, a meno che non vogliate una supersportiva, difficilmente arriverete a superarli.

Dimensioni: nessuno ci pensa mai, ma prima di comprare l’auto, prendete le misure della porta del garage!

Logistica: tre porte o cinque porte? Bagagliaio grande? Spazio nei sedili posteriori? Tettuccio basso? Visibilità dal lunotto posteriore? Sono tutte cose che dovete provare aprendo ed entrando nell’auto. Non si comprano le auto a scatola chiusa.

Optional: nel 2019 ci sono tecnologie in grado di semplificarci la vita (e non parlo dell’autoradio), quali cruise control, sensori di parcheggio, telecamera posteriore, park assist, sedili riscaldati, limitatore della velocità, ma due dovete metterli senza se e senza ma: i fendinebbia e la ruota di scorta. Se non ci sono di serie, chiedeteli, ne va della vostra sicurezza e di chi sale con voi. Solo dopo preoccupatevi del computer di bordo domandando se “L’iPhone si connette?!, La musica come si sente? Posso sentire Spotify”…

L’amore finché resta di Giulio Perrone

L’amore finché resta di Giulio Perrone

“Il vero rischio dell’amore è che duri” Oscar Wilde.

Signori e Signore, vi ricordate di Tommaso Leoni? Be’, forse il nome non vi fa tornare in mente un viso conosciuto, ma leggendo questo libro di Giulio Perrone (edito da Harper Collins) non potrete dire di non averlo mai incontrato. Perchè di Tommaso Leoni ne è pieno il mondo. Uomini attaccati al vile denaro, che si sposano per soldi e non per amore. Uomini che egoisticamente provano a dividersi tra moglie e amante, vivendo alle spalle della famiglia benestante della consorte , facendo finta di amare la loro figlia e di lavorare.

Tommaso, ad esempio, è uno psicoterapeuta part-time, che si prodiga solo per pochissimi pazienti. Un lavoro d’apparenza, che non serve di certo al sostentamento della famiglia. Tommaso ha programmato tutto sposando l’altezzosa Lucrezia Altomonti, fin nei minimi dettagli. Quest’unione lo porterà lontano dalla periferia nella quale è cresciuto e dove lascia la sua famiglia, elevandolo all’apparente tranquillità di chi vive pensando a come spendere i soldi, invece di come farli avanzare per far quadrare i conti. Tutto rientra nel suo decalogo da uomo alpha, per esempio: Regola #1 Non fidarsi mai delle donne; Regola #24 Attenzione! Le donne percepiscono soprattutto quello che non dici.

Ma non ha fatto i conti con una sola possibilità: il divorzio che a un certo punto gli chiede la moglie. E non perché ha scoperto i suoi tradimenti, ma perché è lei stessa a essersi innamorata di un altro. La richiesta di separazione di Lucrezia e la scoperta che Anna, sua storica amante, sia speculare a lui – pertanto non incline ad aiutarlo, anzi – portano Tommaso in un vicolo che sembra cieco. Tornare a casa dalla madre, ritrovarsi in quella periferia dal quale da sempre voleva allontanarsi, perdere il suo status sociale, ricominciare da zero senza che le sue regole possano offrirgli davvero una soluzione, per capire che l’universo femminile spesso non è nemico di quello maschile, è semplicemente diverso. E va capito e accettato.

Tommaso non s’arrende e ricomincia a guardarsi intorno con occhi nuovi. Non decide di mettere i remi in barca, ma ricomincia a lottare per se stesso e per suo figlio Pietro, che scopre di amare proprio dopo la separazione, perché Tommaso Leoni per troppo tempo ha dato priorità alle cose sbagliate. La mia iniziale antipatia per questo personaggio, sapientemente descritto dall’autore, le dinamiche a cui lo sottopone, mi hanno permesso di arrivare a tifare letteralmente per questo uomo over 40, che riscopre se stesso e non ha paura di abbattere i suoi personalissimi pregiudizi sulle donne e sulla vita in generale. Sono rimasta incantata dall’evoluzione caratteriale e umana, dal sapiente rimescolamento di personaggi e situazioni nel quale Tommaso si ritrova. Dall’odio all’amore, nel giro di molte pagine e altrettante risate che sono apparse sul mio viso durante la lettura di questo romanzo. Graffiante e ironico al punto giusto, è un piacere poter leggere questo libro, perché è troppo interessante scoprire che anche la mentalità maschile ha mille e più sfaccettature, quasi quanto quella delle donne! E sicuramente la regola ci accomuna è: l’amore è una cosa straordinaria. Almeno finché resta.

Mirtilla Amelia Malcontenta

Sulla soglia dell’eternità

img_8203Il film si colloca senz’altro nel genere biopic, ma con una cifra che lo distingue. La storia è pensata e il film girato e montato dal punto di vista di Van Gogh, con l’evidente e realizzato intento di mettere lo spettatore nella condizione d’immedesimarsi nel protagonista. Julian Schnabel prima che regista e sceneggiatore, è un pittore “espressionista d’oggi”, come lo definisce il critico Philippe Daverio. Di sé Schnabel ha detto: “Mi nutro di dissidi e contraddizioni. E’ dalla tensione dicotomica tra opposti che nasce l’equilibrio. Quando creo, mi abbandono all’intuito, mi lascio trascinare dalla forza di ciò che non posso comprendere. È una sottomissione, volontaria e prolifica, a forze invincibili e imperscrutabili. Allo stesso tempo, rincorro con esasperazione la novità e raccolgo, in modo inesausto, oggetti e materiali. Non posso rinunciare alla figurazione. Né all’astrazione. Se aderissi a un unico linguaggio mi sentirei imprigionato in una dimensione asfittica e stagnante.”(https://www.stilearte.it/julius-schabel-le-tele-immense-del-pittore-regista/). Sembra di sentire Van Gogh! “Perché devi dipingere sempre la natura?” domanda Gauguin nel film e lui: “Mi sento perso se non ho qualcosa da osservare!” Quanto questa sia risposta di Van Gogh o piuttosto del pittore-regista Schnabel poco importa. E’ chiara l’empatica immedesimazione tra regista e protagonista della storia. Un transfert che il regista fa di tutto per consentirlo anche allo spettatore, perciò gira molte scene usando la macchina da presa come fosse l’occhio del protagonista e, siccome è lui a girare, è anche l’occhio del regista.

Tutte le scene girate con questa prospettiva sono restituite sullo schermo sfocate nella parte bassa (eccellente la fotografia): l’immagine complessiva diventa così l’esplicitazione della lotta interiore sempre in atto nell’artistatra ciò che vede e ciò che sente nel guardare, tra l’immagine che la mente gli costruisce e la figurazione verso cui emozioni e spirito lo spingono. All’inizio del film mi sono sentito infastidito da quelle immagini e mi sono ritrovato a tentare di mettere a fuoco. Per fortuna ho preso presto consapevolezza del mio fastidio e me ne sono domandato, concludendoappunto che Schnabel ha cercato di rivivere e far rivivere anche allo spettatore quella lotta interiore, lo sforzo titanico che bisogna compiere per mettere a fuoco la realtà materiale col proprio sentire. E all’inizio sempre tutto appare nebuloso, come nelle immagini, perché la mente… mente. Van Gogh e Schnabel non si accontentano di ciò che la mente gli propone, cercando e sforzandosi fino allo spasimo d’andare oltre e, col loro sentire, dentro le cose. Le loro opere divengono il magnifico risultato di questa ricerca. Una ricerca che fece passare per folle Van Gogh, non più ovviamente Schnabel grazie a Van Gogh! Ma, in realtà, questi era folle (e Schnabel sarebbe folle) esattamente quanto era acerba l’uva della volpe di Esopo. Infatti non lo era, ma tutti (la volpe) ritenevano che lo fosse. Il motivo è semplice, ce lo dice Van Gogh all’inizio del film con la sua voce fuori campo e a schermo nero: “Ciò che voglio è essere uno di loro!”, più o meno queste sono le sue parole. Ed è quello che ciascuno di noi nella sua vita vuole e cerca: essere accettato. Perciò poi ci sembra folle chi percorre a piedi e in solitudine, quasi perso, chilometri nella campagna con sulle spalle il peso degli strumenti per dipingere, alla ricerca di non sapeva neppure lui cosa, ma che ogni volta trovava e ne era felice. Cosi com’era felice di tradurre sulla tela la sua figurazione e offrirla al mondo. Una felicità che avrebbe potuto condividere con ibambini se solo la maestra fosse stata in grado di sciogliere le reciproche paure invece di aizzarglieli contro, con la prevedibile conseguenza di aizzargli contro poi l’intero villaggio. Quel pittore è un folle! Così tutto va a posto: la comunità è salva, l’accettazione reciproca conservata, salvo il costante venticello del pettegolezzo che tutto tiene sotto controllo, immobile, frenato, ripetitivo, senza evoluzione. Il dramma del diverso non importa a nessuno, anzi è quasi sempre socialmente e individualmente affrancante.img_8204

 

Per fortuna ci sono stati e ci sono uomini e donne che hanno avuto e hanno il coraggio d’andare contro la corrente del farsi accettare a tutti i costi, fatta di senso comune, e di immergersi invece nella corrente dello spirito, indomito e sempre vivo. Tutti coloro che questo coraggio hanno avuto sono stati anche pienamente consapevoli della condizione umana. È ciò che il regista ci dice con l’accettazione e la proposizione dell’ipotesi dell’omicidio di Van Gogh invece del suicidio. Se solo per un attimo accettassimo l’ipotesi, potremmo anche comprenderne il senso e quanto il comportamento “omertoso” sia stato coerente ed in linea con la vita e le profonde convinzioni della vittima. Van Gogh aveva una profonda religiosità tutta rivolta al sociale. Sembrava quella all’inizio la sua vocazione; ma la strada gli fu preclusa dal suo modo di vivere sempre “eccessivo”. Non venne, infatti, confermato nell’incarico di predicatore nella regione mineraria belga del Borinage perché “aveva preso troppo alla lettera il modello evangelico”; ma nel frattempo aveva realizzato ‘I mangiatori di patate’ di cui andava molto fiero! Ebbene, come avrebbe potuto mai una persona tanto invisa a se stessa da annichilirsi e perciò essere allontanata da un incarico che pure aveva cercato, un artista che per tutta la sua vita è stato, in diverso modi, sempre alla costante ricerca di Dio, nelle persone prima e nella Natura poi, come avrebbe mai potuto denunciare dei ragazzi sapendo che avrebbe rovinato loro la vita? Certo nessuno gliel’avrebbe rimproverato, salvo poi vedere se gli avrebbero creduto; altrettanto certo è che non l’ha fatto. Il film narra solo gli ultimi due anni della tormentata vita di Van Gogh, ma chiarisce tutto il suo mondo interiore; spiega come la sua ricerca di Dio nella Natura lo abbia portato a cambiare l’uso dei colori fin lì conosciuto e adoperato e adutilizzare un modo di dipingere assolutamente nuovo. E sinceramente, dopo aver visto il film, non riuscirei adimmaginare altri che William Defoe come suo eccellente interprete. Di lui mi ha colpito un particolare. Paulus van Görlitz, coinquilino di Van Gogh a Dordrecht, scrisse che “Un giorno – ci conoscevamo da un mese – mi pregò, sempre col suo sorriso irresistibile…”. Ecco, il sorriso irresistibile, questo mi ha colpito: William Defoe evidentemente ce l’ha di suo, perché lo ha sfoggiato per tutto il film. Cruda, passionale, viscerale e poetica è, come il protagonista, la narrazione della storia di una lotta costante tra limiti umani e fuoco interiore, ch’è poi il dramma della condizione umana. Che quel genio fosse pienamente e lucidamente consapevole di questa lotta è evidente nel dialogo tra lui e il prete che gli fa visita per decidere se dovesse o meno rimanere in asilo psichiatrico. E lì Van Gogh sfoggia tutta la sua lucidità, la sua logica disarmante, la sua consapevolezza, quella consapevolezza che, se non tradita, colloca senz’altro “At Eternity’s Gate”. Film imperdibile. Ancora una volta Grazie! al Cinema Lovaglio di Venosa.

Francesco Topi

Non ignorate gli indizi degli inizi!

Non sono una love coach (lascio questo lavoro a chi è “del mestiere”), né mi ritengo una super esperta in tattiche di conquista, ma ho studiato psicologia e a volte cerco di trarne qualche frutto.
Quando un rapporto dura alcuni anni, e poi inizia prima a vacillare e successivamente a lesionarsi, per poi rompersi definitivamente, succede che la realtà potrebbe essere edulcorata, che i primi giorni li ricordiamo alla luce degli ultimi  e tutto sommato sembrano belli, ma non siamo obiettivi nel giudicare.
Cosa potrebbe avvenire se, dopo un po’ di tempo, vi trovate a confrontarvi con una persona nuova e all’ improvviso avvertite un brivido che corre lungo la schiena e termina in un dolore che arriva fino allo stomaco? Fino a provocare nausea.
Il passato ritorna come un déjà vu, e le immagini prendono corpo nella vostra mente, immagini accompagnate da sensazioni fisiche, le stesse che le hanno accompagnate anni addietro.
È allora che potreste intuire cosa sta accadendo.
La persona che avete davanti, la stessa che sta cercando di mostrarvi solo il meglio di sé, forse non è altro che la copia fatta male del vostro precedente uomo durante gli inizi del rapporto, proprio agli esordi, quegli esordi che avete analizzato e rianalizzato per anni, domandando a voi stesse perché non siete riuscite a capire il grande bluff.
Ma ora siete più forti, siete più preparate e avete due possibilità: una è chiudere immediatamente qualcosa che sta gridando a gran voce : “È tutto sbagliato“. Senza il timore di perdere l’ultimo treno disponibile (sappiate che di treni sbagliati ne potrete avere ancora tanti a disposizione), oppure restare e rimpiangere ancora anni persi a combattere per far funzionare qualcosa che era difettoso sin dall’ inizio, per la semplice paura di restare SOLE!
Non ignorate gli indizi degli inizi! Non temete di restare sole! Siate donne che scelgono e non donne che si fanno scegliere dalla paura.
Siate Donne forti.
Spesso capita di ricadere negli stessi “errori” semplicemente perché il vostro inconscio li riconosce come “qualcosa di già conosciuto”, qualcosa di familiare. E sempre in maniera inconscia potreste finire per cadere di nuovo nelle stesse situazioni. Non è vero che non esiste nessuno di adatto a voi, non è vero che incontrate solamente persone “difettose” solo perché siete sfortunate.
Create voi la vostra fortuna! Scegliete di farvi meritare.
Non ritenetevi in “ritardo sulla tabella di marcia”.
Perché poi chi l’avrebbe decisa questa tabella? Le donne sposate con figli che vi gravitano intorno?
Siete voi che dovete stabilire la tabella di marcia della vostra vita.
A volte rimanere SOLE per un po’, o anche a tempo indeterminato, ritenetelo un premio per voi stesse.

Speciale San Valentino

Noi San Valentino lo festeggiamo così…

Daniela Perelli – Tutti i colori del cuore

Alia è una studentessa universitaria che vive da molti anni a Genova con la sua famiglia: per lei la vita trascorre tranquilla nonostante quelle terribili cicatrici che porta sempre nel cuore. Ha conosciuto il dolore, quello vero, che con fatica cerca di lasciarsi alle spalle e nasconde dietro grandi occhi, intensi ed espressivi, e tra le pagine di un diario che porta sempre con sé.
Andrea è un archeologo: figlio di una famiglia conosciuta e importante, vive a Genova, lavora presso il museo di Storia Naturale e saltuariamente come insegnante. Affronta le sue giornate cercando, sempre più, di allontanarsi da quel benessere che troppo spesso lo ha fatto sentire arrogante e superficiale.
Complice una conferenza, incontra Alia. Così diversa dalla sua fidanzata storica. Quegli occhi grandi, messi in risalto ancor di più dal velo che le ricopre il capo, lo affascinano in un modo che mai avrebbe creduto possibile. La vuole conoscere, vuole parlarle, vuole sapere tutto di lei…
Questa è la storia di un’amicizia tra due culture differenti. È la storia di un amore che vuole sbocciare, puro e sincero. 

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Sara Foti Sciavaliere – Il profumo dei gelsomini

Contea di Tripoli,1229
Nel Krak des Gardiens, una delle roccaforti erette dai crociati in Oriente, l’assalto dei famigerati hasaschin porta lo scompiglio. Nonostante le terribili storie che si raccontano sulla setta di assassini di Alamut, uno di loro finisce nelle prigioni del Krak in fin di vita. Quell’uomo però non è chi tutti credono che sia. Nasconde un segreto, che solo la nobile Agnès, intollerante verso le imposizioni del suo rango ma dallo spirito caritatevole, scorge subito nel prigioniero. “Una folle incauta”, come le fa notare Bashir, il guerriero maronita ed esperto di medicamenti che le ha segnato l’uso delle erbe e dell’arte medica. Agnès saprà dimostrare che il suo cuore non si inganna e che il suo sguardo ha solo visto oltre le apparenze?

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Anne Went e Mari Thorn – Il tuo passo era troppo veloce

Avere una passione nella vita aiuta a raggiungere obiettivi ambiziosi e il successo. Lo sa bene Gregorio Pagliari che ha sempre sognato di cucinare e si è impegnato per anni per arrivare a essere uno degli chef più rinomati di Roma. 
Avere un sogno nella vita aiuta anche a superare i momenti difficili. Lo sa bene Valerie Stevenson, che ha sempre amato le parole scritte, quelle degli altri, come le proprie.
Greg e Valerie si erano incontrati quando la passione di lui e il sogno di lei erano ancora pieni di incertezze. Un amore intenso e travolgente, il loro, che aveva portato Valerie a mettere in secondo piano il suo sogno per aiutare Greg ad aprire il ristorante stellato Nebula.
Ma l’amore a volte può non bastare se uno dei due perde di vista le priorità della vita. Così per Greg e Valerie la fine del matrimonio era stata inevitabile.
Ora Valerie ha ritrovato la serenità grazie al lavoro come editor di una casa editrice, piccola ma di qualità, e accanto a Massimo. Greg invece si è lasciato trascinare dalla routine dei suoi ristoranti e da relazioni senza futuro.
Eppure il destino ha ancora in serbo qualcosa per loro. Sarà una piccola casa in riva al mare a farli incontrare di nuovo. La casa che Greg non ha mai venduto e che Valerie considera sua.
Torneranno le discussioni e i ricordi, le liti, ma anche i rimpianti.
Perché un amore come il loro non finisce, si nasconde solo in un angolo del cuore.
Valerie rinuncerà a Massimo e alle sue nuove sicurezze? Greg capirà finalmente cos’è davvero importante per lui?

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Ci sono amori che vanno al di là del tempo

Risultati immagini per la donna che alla stazione ascolta la voce del marito

Ci sono storie d’amore che spesso ci sembrano irreali, impossibili. Le troviamo nei libri che tanto amiamo, ci immedesimiamo, ci chiediamo se davvero nella realtà possano accadere situazioni magiche, colpi di fulmine. Poi ascoltiamo storie di vita vere e allora sì che ci rendiamo conto che, quelle che leggiamo nei libri, non sono storie d’amore semplici, in verità, o impossibili, comuni… Specialmente quando veniamo a sapere di amori che vanno oltre il tempo e la morte.

Mi ha tanto colpita una storia in particolare, una storia che racconta di Margaret McCollum. Margaret si reca ogni giorno, da dodici anni a seguito della morte del marito nel 2007, il celebre attore inglese Oswald Laurence, presso il capolinea della Northern Line, nella stazione di Embankment, a Londra, per poter ascoltare la voce di lui, registrata nel lontano 1950 e che dice: “Mind the gap”, per avvisare i passeggeri di fare attenzione allo spazio tra treno e banchina.

Lo ha fatto ogni giorno fino a che è stato introdotto un nuovo annuncio creato con il computer. Sconsolata, Margaret, ha subito inviato un reclamo alla TfL per richiedere una copia dell’annuncio inciso dal marito, per poterlo così ascoltare a casa. Nigel Holness, il direttore della compagnia, è rimasto così colpito dalla sua richiesta da aver deciso, insieme allo staff, di ripristinare il vecchio annuncio alla stazione di Embankment.

“Mi siedo sulla piattaforma e salto un paio di treni solo per poterlo sentire”, ha detto Margaret. “Sapere di potere andare lì e ascoltare ancora la sua voce mi è di grande conforto. Lui non è mai andato via dalla mia testa e dal mio cuore”.

“So che può sembrare ridicolo, ma non sentire più la voce di Oswald mi ha devastato. Ero sotto choc”, aveva raccontato Margaret McCollum alla Bbc. “Oswald sarebbe commosso da tutta questa grande attenzione nei suoi confronti e per me sarà il modo migliore per ricordarlo. Sapere di potere andare lì e ascoltare ancora la sua voce mi è di grande conforto. Lui non è mai andato via dalla mia testa e dal mio cuore”, ha detto ancora Margaret.

Abbiamo proprio bisogno di storie così, di continuare a credere e a sperare nella forza dell’amore.