La strategia del colibrì al Cometa Off

LA STRATEGIA DEL COLIBRÌ

 di Roberta Calandra

Regia: Massimiliano Vado

Con: Livio Beshir, Valentina Ghetti e Barbara Mazzoni

 LUNEDÌ 6, MARTEDÌ 7 E MERCOLEDÌ 8 MAGGIO ORE 21.00

TEATRO COMETA OFF

Via Luca della Robbia 47, Roma

 

Convince e coinvolge la pièce La strategia del colibrì di Roberta Calandra. Due donne, l’una l’opposto dell’altra. Paola, interpretata da Valentina Ghetti, è l’assistente del sindaco della città; Barbara Mazzoni, che veste i panni di Cloé, è un’organizzatrice di eventi. Entrambe interpretano con potenza e vibrante emozione due donne così diverse eppure così uguali nella forza e nella fragilità, nella gioia e nel dolore. La Ghetti è perfetta nel ruolo della donna con un’apparente vita stabile, in cui tutto appare per quello che è… o forse no? L’ideologia fa a cazzotti con la passione e con la fragilità che il dubbio cominciare a corrodere. La Mazzoni è una credibile donna di mondo che ha visto tutto e che sembra più sciolta e disinibita di Paola ma che sotto sotto nasconde dolore, ma anche voglia di riscatto. Hanno ideologie politiche diverse, caratteri e sensibilità incompatibili, vite private agli antipodi, eppure costrette ad affrontare una situazione che le metterà alla prova con la propria reciproca umanità. Due personaggi che sono tutte le donne, con le loro contraddizioni e le loro idiosincrasie. Due donne sensibili, che affrontano la vita di petto mettendosi sempre in gioco, senza riserve e sempre per amore. Un amore che si manifesta nella pienezza della loro femminilità: sono incatenate dal filo rosso con cui la società le stigmatizza in un ruolo che è stato loro assegnato. Catene in questo caso visibili che non permettono loro di muoversi e di librare in volo. Continua a leggere

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Dj Cirillo, Memorabilia, Love Parade e Batman

Drinking with L. A.

Un drink con Alessandra Lumachelli

di Alessandra Lumachelli

Non si sa mai come inizia, il bello è (anche) questo. L’intervista, intendo. Mi metto in contatto con il manager. Oppure vado direttamente al concerto e chiedo sul luogo. Quella volta furono gli organizzatori della serata, a presentarmi dj Cirillo. Era estate, il dj set all’aperto sulla spiaggia! Mi avevano fatto accomodare al tavolo di fianco alla consolle, e mentre brindavamo, chiacchierai con dj Cirillo. L’intervista è arrivata successivamente, via Whatsapp. Dopo averlo ascoltato, e ballato, con entusiasmo ad un party Memorabilia. Eccola, per voi, Amici.

Se tu fossi un supereroe, che supereroe saresti e che superpoteri avresti?

Da piccolo ho letto tutti i fumetti di questa terra, ma non mi sono mai immedesimato in un supereroe. Se te ne devo dire uno è Batman, forse.

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In amore mai stare tranquille… anche se sei Irina Shayk

Come ogni anno l’ultima domenica di febbraio è il giorno in cui tutti gli occhi del mondo si fissano su Hollywood. La notte degli Oscar, quella dei sogni che diventano realtà, dei riscatti, ma anche delle sconfitte e dei cuori infranti.

In tutto il mondo si organizzano gruppi di ascolto, si ordina pizza e birra, si scommette su chi vincerà e si commentano – spesso al vetriolo – i look delle celebrità. Tutti spaparanzati sul divano a sognare di essere là.

E poi c’è chi, pure se con un posto in prima fila, non ha potuto passare la serata tranquilla: Irina Shayk. Eh già, perché per la modella russa oltre all’apprensione per le diverse candidature del suo compagno ha anche dovuto tenere d’occhio Lady Gaga.

Ci avete fatto caso? Di cosa si è parlato principalmente dopo che il sipario è calato sul Dolby Theatre di Los Angeles? Di Green Book miglior film? Del premio Oscar al bravissimo Rami Malek che ha sbaragliato la concorrenza, perché il suo Freddy Mercury rimarrà nella storia? Di Olivia Colman che ha sorpreso tutti, se stessa in primis con una vittoria inaspettata? Dei vestiti da cioccolatino che avevano quasi tutte le star?

No, niente di tutti questo. Se digitate Oscar 2019 su Google vi appariranno notizie soprattutto su Bradley Cooper e Lady Gaga. I protagonisti di A Star is Born hanno incantato tutti cantando la loro Shallow. A nessuno sono sfuggiti i loro sguardi d’intesa, specialmente quelli di lei.

Più di un tweet ha fatto notare come lei fosse cotta… ma anche lui pareva parecchio coinvolto. E allora, anche se ti chiami Irina Shayk, anche sei il volto – e il corpo – di marchi d’intimo famosi in tutti il mondo, anche se sei una delle donne più belle del pianeta è meglio che addrizzi le antenne.

Perché non importa che la tua rivale sia Lady Gaga, che non è proprio una bellezza da passerella. Se qualcuna insidia il tuo uomo, tu vigili e metti paletti. Ed ecco che secondo me non è un caso se la modella russa si sia messa proprio in mezzo a Bradley e Stefani.

Secondo me Irina lo sa che le donne di mezzo mondo sbavano per il suo uomo. Diciamoci la verità Bradley Cooper piace a tutte. Se alcune trovavano Brad Pitt un po’ scialbo, se altre non impazzivano per Johnny Depp, se non tutte si strappavano i capelli per George Clooney; Bradley ci mette tutte d’accordo.

Il mix letale tra colori irlandesi, sguardo malandrino italiano e corpo da statua greca fa impazzire le donne di tutto il mondo. In più Bradley è simpatico e alla mano. Come non capire Lady Gaga che per tutte le settimane delle riprese ha dovuto fingere di amarlo pazzamente con baci e scene di sesso annesse?

E siccome lo sappiamo, l’aspetto fisico non è tutto, bene ha fatto Irina a marcare stretto i due e a far capire chiaramente a tutto il mondo con chi sta Bradley. Anche perché dopo l’esperienza con Cristiano Ronaldo la Shayk non ha nessuna intenzione di fare il bis!

Per chiacchierare di gossip, ma soprattutto per altri consigli d’amore vi aspetto su MadeleineH.it

 

 

The Oscar’s Night: tutto quello che non sapevamo

È il tappeto rosso più ambito dell’anno, c’è solo chi conta, tutti vogliono la statuetta dorata, ma pochi se la portano a casa.

Ma siamo sicuri di sapere tutto, ma proprio tutto della notte degli Oscar?

Forse queste venti cose vi mancavano:

  1. La statuetta: è alta 35 centimetri e pesa 3 chili e mezzo, ma non è d’oro. No. È di bronzo laccata in oro e il suo valore “commerciale” si aggira sui 300 dollari. Inoltre sulla statuetta l’etichetta con il nome del vincitore viene attaccata dopo l’annuncio, questo vuol dire che per ogni categoria ci sono etichette con tutti i nomi dei candidati, questo per garantire l’assoluta neutralità del voto.
  2. Budget: la cerimonia degli Oscar ha un costo che si aggira sui 44 milioni di dollari.
  3. L’annuncio: “And the winner is…” è la formula più conosciuta per annunciare il vincitore, ma in realtà è stata abbandonata. Dal 1989 si usa “And the Oscar goes to…”, pare per non far sentire troppo perdente che non vince.
  4. Goodie bags: se dovessimo usare uno sponsor da luna-park, si potrebbe dire che “Agli Oscar si vince sempre”. Infatti, a tutti i candidati nelle categorie di concorso viene donata una borsa di cortesia dal valore di 100.000 dollari contenente voucher per vacanze extralusso (nel 2018 c’era un viaggio di 12 notti in Tanzania del valore di 5’800 dollari a persona), ville in affitto, week-end in super spa, trattamenti beauty esclusivi e gioielli. Niente male come premio di consolazione, no?
  5. Rinfresco: non vorremo fare morire di fame e di sete le star?! 1400 è il numero delle bottiglie di champagne stappato alla serata 2018; 13,6 i chili di oro commestibile servito alla cena di gala; 800 le aragoste cucinate, 30 salmoni interi; 6000 le statuette di cioccolato a forma di Oscar per dessert. Che dire, una cena niente male!
  6. Organizzazione: gli Oscar sono un evento così mastodontico che per organizzarlo si inizia… dal giorno dopo. Esatto! Gli organizzatori inizieranno a pianificare la serata degli Oscar 2020 a partire dal 25 febbraio 2019. Nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile, bellezza!
  7. Tempismo: se vuoi che il tuo film venga preso in considerazione dalla giuria degli Oscar, non potrai farlo uscire nelle sale cinematografiche a caso. C’è un periodo dell’anno preciso in cui i titoli che ambiscono a una nomination, vengono mandati in proiezione nei cinema: tra il Ringraziamento (fine di novembre) e Natale. Un film che esce troppo presto, rischia di farsi dimenticare dalla critica, troppo tardi, invece, rischia di trovare tutto esaurito.
  8. Ospiti: il Kodak Theatre che fa da venuealla cerimonia può ospitare fino a 3300 persone
  9. Giuria: è composta da oltre 7000 membri facenti parte di ogni categoria professionale del mondo dello spettacolo. Dopo l’annuncio delle nomination, i giurati hanno 7 giorni (quest’anno dal 12 al 19 febbraio) per votare i loro favoriti.
  10. Pubblicità: gli spazi pubblicitari durante la notte degli Oscar costano anche più di quelli del Superbowl. Se un’azienda vuole promuovere il suo prodotto con una pubblicità di 30 secondi durante gli Oscar, il prezzo ammonta a 2,6 milioni di dollari.
  11. Vestiti: l’abito più costoso indossato nella storia degli Oscar appartiene a Grace Kelly. Nel 1955 ha calcato il red carpetfasciata in un abito di seta color menta disegnato dalla mitica Edith Head che al tempo costò 4000 dollari. Oggi corrisponderebbe a circa 35000 dollari in valuta corrente.
  12. Benefit: per gli attori vincitori di un Oscar gli agenti chiedono alle produzioni cinematografiche di aumentare il loro compenso del 20% rispetto i film precedenti. Avere un attore premio Oscar nel cast è un vanto ma anche un costo.
  13. I riempisedia: guardando lo show si deve avere l’impressione che il teatro sia sempre pieno, quindi gli organizzatori, per evitare di inquadrare una sala sguarnita a causa di alcune celebrity ritardatarie, o che sono scappate in bagno o al bar, hanno dei riempisedia appositi (circa 300). Persone sconosciute, che non hanno nulla a che fare con gli Oscar, vestite e pettinate come superstar che hanno il compito di tenere occupate le poltrone in attesa che il legittimo proprietario prenda posto.
  14. Il bar: è a pagamento. Anche le superstar devono pagarsi da bere se vogliono un bicchiere di Martini. Il costo di un cocktail al bar del Kodak Theatre si aggira sui 14 dollari.
  15. I bagni: per essere sicuri che nessuno si perda una sillaba della serata, l’audio della premiazione si sente anche in bagno.
  16. I ringraziamenti: quando un attore vince la statuetta, segue il discorso di rito in cui ringrazia tutti quelli che lo hanno supportato. Questo discorso può sembrare lungo (soprattutto a chi non a vinto), ma in realtà hanno meno di un minuto a disposizione.
  17. La Green Room: una volta presa la propria statuetta e ringraziato Dio per la vittoria, il vincitore non se ne torna al posto. Viene scortato al Loews Hotel dove gli vengono scattate le foto ufficiali per la stampa, risponde alle interviste e poi finisce di seguire la cerimonia nella green room: un lounge esclusivo per i vincitori, che si godono l’evento coccolati con tutti gli onori in questo salotto lussuosissimo stile chalet di montagna, sponsorizzato dalla Rolex.
  18. Foto: agli Oscar sono presenti fino a 1000 operatori del settore fotografico per stare sicuri di coprire tutta la serata. Infatti vengono scattate più di 80.000 foto!
  19. After-party: molti degli ospiti, per il dopo-gala, sfoggiano un secondo outfit, più pratico e comodo.
  20. Lacrime: vincere un Oscar come migliore attrice protagonista, specie se in nomination c’è anche Meryl Streep, non è roba da tutti i giorni, ma Gwyneth Paltrow, nel 1999 è passata alla storia. Non solo per il suo magnifico abito rosa Ralph Lauren, ma anche per il crollo nervoso che l’ha ridotta in lacrime e singhiozzi al punto che del suo discorso di ringraziamento si è capito poco… o niente.

Sulla soglia dell’eternità

img_8203Il film si colloca senz’altro nel genere biopic, ma con una cifra che lo distingue. La storia è pensata e il film girato e montato dal punto di vista di Van Gogh, con l’evidente e realizzato intento di mettere lo spettatore nella condizione d’immedesimarsi nel protagonista. Julian Schnabel prima che regista e sceneggiatore, è un pittore “espressionista d’oggi”, come lo definisce il critico Philippe Daverio. Di sé Schnabel ha detto: “Mi nutro di dissidi e contraddizioni. E’ dalla tensione dicotomica tra opposti che nasce l’equilibrio. Quando creo, mi abbandono all’intuito, mi lascio trascinare dalla forza di ciò che non posso comprendere. È una sottomissione, volontaria e prolifica, a forze invincibili e imperscrutabili. Allo stesso tempo, rincorro con esasperazione la novità e raccolgo, in modo inesausto, oggetti e materiali. Non posso rinunciare alla figurazione. Né all’astrazione. Se aderissi a un unico linguaggio mi sentirei imprigionato in una dimensione asfittica e stagnante.”(https://www.stilearte.it/julius-schabel-le-tele-immense-del-pittore-regista/). Sembra di sentire Van Gogh! “Perché devi dipingere sempre la natura?” domanda Gauguin nel film e lui: “Mi sento perso se non ho qualcosa da osservare!” Quanto questa sia risposta di Van Gogh o piuttosto del pittore-regista Schnabel poco importa. E’ chiara l’empatica immedesimazione tra regista e protagonista della storia. Un transfert che il regista fa di tutto per consentirlo anche allo spettatore, perciò gira molte scene usando la macchina da presa come fosse l’occhio del protagonista e, siccome è lui a girare, è anche l’occhio del regista.

Tutte le scene girate con questa prospettiva sono restituite sullo schermo sfocate nella parte bassa (eccellente la fotografia): l’immagine complessiva diventa così l’esplicitazione della lotta interiore sempre in atto nell’artistatra ciò che vede e ciò che sente nel guardare, tra l’immagine che la mente gli costruisce e la figurazione verso cui emozioni e spirito lo spingono. All’inizio del film mi sono sentito infastidito da quelle immagini e mi sono ritrovato a tentare di mettere a fuoco. Per fortuna ho preso presto consapevolezza del mio fastidio e me ne sono domandato, concludendoappunto che Schnabel ha cercato di rivivere e far rivivere anche allo spettatore quella lotta interiore, lo sforzo titanico che bisogna compiere per mettere a fuoco la realtà materiale col proprio sentire. E all’inizio sempre tutto appare nebuloso, come nelle immagini, perché la mente… mente. Van Gogh e Schnabel non si accontentano di ciò che la mente gli propone, cercando e sforzandosi fino allo spasimo d’andare oltre e, col loro sentire, dentro le cose. Le loro opere divengono il magnifico risultato di questa ricerca. Una ricerca che fece passare per folle Van Gogh, non più ovviamente Schnabel grazie a Van Gogh! Ma, in realtà, questi era folle (e Schnabel sarebbe folle) esattamente quanto era acerba l’uva della volpe di Esopo. Infatti non lo era, ma tutti (la volpe) ritenevano che lo fosse. Il motivo è semplice, ce lo dice Van Gogh all’inizio del film con la sua voce fuori campo e a schermo nero: “Ciò che voglio è essere uno di loro!”, più o meno queste sono le sue parole. Ed è quello che ciascuno di noi nella sua vita vuole e cerca: essere accettato. Perciò poi ci sembra folle chi percorre a piedi e in solitudine, quasi perso, chilometri nella campagna con sulle spalle il peso degli strumenti per dipingere, alla ricerca di non sapeva neppure lui cosa, ma che ogni volta trovava e ne era felice. Cosi com’era felice di tradurre sulla tela la sua figurazione e offrirla al mondo. Una felicità che avrebbe potuto condividere con ibambini se solo la maestra fosse stata in grado di sciogliere le reciproche paure invece di aizzarglieli contro, con la prevedibile conseguenza di aizzargli contro poi l’intero villaggio. Quel pittore è un folle! Così tutto va a posto: la comunità è salva, l’accettazione reciproca conservata, salvo il costante venticello del pettegolezzo che tutto tiene sotto controllo, immobile, frenato, ripetitivo, senza evoluzione. Il dramma del diverso non importa a nessuno, anzi è quasi sempre socialmente e individualmente affrancante.img_8204

 

Per fortuna ci sono stati e ci sono uomini e donne che hanno avuto e hanno il coraggio d’andare contro la corrente del farsi accettare a tutti i costi, fatta di senso comune, e di immergersi invece nella corrente dello spirito, indomito e sempre vivo. Tutti coloro che questo coraggio hanno avuto sono stati anche pienamente consapevoli della condizione umana. È ciò che il regista ci dice con l’accettazione e la proposizione dell’ipotesi dell’omicidio di Van Gogh invece del suicidio. Se solo per un attimo accettassimo l’ipotesi, potremmo anche comprenderne il senso e quanto il comportamento “omertoso” sia stato coerente ed in linea con la vita e le profonde convinzioni della vittima. Van Gogh aveva una profonda religiosità tutta rivolta al sociale. Sembrava quella all’inizio la sua vocazione; ma la strada gli fu preclusa dal suo modo di vivere sempre “eccessivo”. Non venne, infatti, confermato nell’incarico di predicatore nella regione mineraria belga del Borinage perché “aveva preso troppo alla lettera il modello evangelico”; ma nel frattempo aveva realizzato ‘I mangiatori di patate’ di cui andava molto fiero! Ebbene, come avrebbe potuto mai una persona tanto invisa a se stessa da annichilirsi e perciò essere allontanata da un incarico che pure aveva cercato, un artista che per tutta la sua vita è stato, in diverso modi, sempre alla costante ricerca di Dio, nelle persone prima e nella Natura poi, come avrebbe mai potuto denunciare dei ragazzi sapendo che avrebbe rovinato loro la vita? Certo nessuno gliel’avrebbe rimproverato, salvo poi vedere se gli avrebbero creduto; altrettanto certo è che non l’ha fatto. Il film narra solo gli ultimi due anni della tormentata vita di Van Gogh, ma chiarisce tutto il suo mondo interiore; spiega come la sua ricerca di Dio nella Natura lo abbia portato a cambiare l’uso dei colori fin lì conosciuto e adoperato e adutilizzare un modo di dipingere assolutamente nuovo. E sinceramente, dopo aver visto il film, non riuscirei adimmaginare altri che William Defoe come suo eccellente interprete. Di lui mi ha colpito un particolare. Paulus van Görlitz, coinquilino di Van Gogh a Dordrecht, scrisse che “Un giorno – ci conoscevamo da un mese – mi pregò, sempre col suo sorriso irresistibile…”. Ecco, il sorriso irresistibile, questo mi ha colpito: William Defoe evidentemente ce l’ha di suo, perché lo ha sfoggiato per tutto il film. Cruda, passionale, viscerale e poetica è, come il protagonista, la narrazione della storia di una lotta costante tra limiti umani e fuoco interiore, ch’è poi il dramma della condizione umana. Che quel genio fosse pienamente e lucidamente consapevole di questa lotta è evidente nel dialogo tra lui e il prete che gli fa visita per decidere se dovesse o meno rimanere in asilo psichiatrico. E lì Van Gogh sfoggia tutta la sua lucidità, la sua logica disarmante, la sua consapevolezza, quella consapevolezza che, se non tradita, colloca senz’altro “At Eternity’s Gate”. Film imperdibile. Ancora una volta Grazie! al Cinema Lovaglio di Venosa.

Francesco Topi

Love’s Kamikaze

img_8086LOVE’S KAMIKAZE

di Mario Moretti

regia Claudio Boccaccini

con Marco Rossetti e Giulia Fiume

Dopo il debutto al Teatro Torlonia, torna in scena dal 7 al 17 febbraio al Teatro Marconi, LOVE’S KAMIKAZE, scritto da Mario Moretti per la regia di Claudio Boccaccini.

Un testo crudo, pieno di pathos e drammatica tensione, difficile da interpretare e anche da assorbire ma necessario.

I due attori protagonisti, Marco Rossetti e Giulia Fiume, sono credibili e spudorati, passionali e teneri quando raccontano del loro amore, della politica che li separa e del sangue che scorre nelle loro vene e che li porta ad amarsi e ad amare le loro tradizioni nonostante tutto. Il conflitto israeliano-palestinese è palpabile in ogni loro singola parola. Persino quando fanno l’amore sgorga dal loro trasporto l’unicità del momento. Quando spudorati e innamorati si uniscono, sperando che un domani tutto cambi.

Il difficile ma scorrevole testo ci pone dinnanzi alle motivazioni che spingono due giovani innamorati, lui palestinese, lei ebrea, l’uno verso l’altra quando invece dovrebbero respingersi: ciascuno inevitabile rappresentante involontario del proprio popolo e delle proprie tradizioni.

La scena è spoglia: un materasso, un tavolo con delle stoviglie e qualche scaffale. Naomi, bella e colta ebrea, fa l’amore con Abdel, palestinese, nel sottosuolo dell’Hotel Hilton di Tel Aviv. I due ragazzi si amano cercando di dimenticare la guerra che divide i loro popoli. Nell’intimità di quel luogo essenziale si confrontano, discutono, si scambiano idee a proposito del proprio posto nel mondo, riflettendo sulle diverse motivazioni che animano le due parti di cui sono involontari rappresentanti, fino ad arrivare a una conclusione tanto inaspettata quando tragicamente reale. Fra le pieghe di una quotidianità soltanto apparente, tra il rito del caffè e quello dell’amore, si insinua il desiderio di un impegno civile che salvi i due protagonisti dal ruolo di passivi spettatori di morte in cui si sentono precipitati. «Qualcosa deve cambiare!», grida disperata Naomi dopo l’ennesimo attentato. Sulle loro spalle grava il fardello di una colpa il cui principio si perde nel tempo, ma rimane tragicamente presente nelle vite di coloro che devono farsi carico delle sue conseguenze.

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«Due ragazzi liberi da idee preconcette, alieni da qualsiasi fondamentalismo religioso e da ogni distruttivo nazionalismo, lontani dai calcoli bizantini della politica dei vari paesi – tutti – che sono, in un modo o nell’altro, implicati nella questione arabo-israeliana: due ragazzi che, malgrado le differenze di religione, di classe, di storia, sono e si sentono ancora fratelli e figli della stessa terra, sono costretti alla fine a cadere nel baratro che separa due famiglie nemiche», raccontava l’autore Mario Moretti (scomparso nel 2010). «È la rinnovata tragedia, se si vuole, di Giulietta e di Romeo, è la vicenda della cecità umana che si fa stupidità storica e che si infrappone come un muro, sì, ancora un muro, fra i sentimenti puri e maturi di due giovani vite. Ecco: il teatro non racconta solo favole, vuole anche essere carne, viscere, sangue della nostra faticosa, assurda, impietosa esistenza. E, soprattutto, vuole portare un granello di sabbia, una pietra, un mattone, alla costruzione dell’edificio della pace. Un discorso utopistico? Senza dubbio. Ma le utopie dei deboli sono le paure dei forti. Perché l’utopia è l’anticipazione di una ricerca che deve solo superare le strettoie del presente».

«Quando dieci anni fa portammo in scena per la prima volta Love’s Kamikaze, pensammo che quello fosse il periodo più giusto per raccontare una storia d’amore che avesse come scenario il conflitto arabo-israeliano», commenta il regista Claudio Boccaccini. «A dieci anni di distanza la questione arabo-israeliana è purtroppo ancora al centro delle tragedie mondiali e, anzi, lontana dal mostrare anche solo lievi segni di pacificazione – complice probabilmente una miope e sciagurata politica internazionale che ha portato ulteriore destabilizzazione in un contesto estremamente critico – si tinge quotidianamente di nuovi inquietanti sviluppi. Love’s kamikaze continua quindi a mostrare la sua tragica attualità e rappresenta oggi, da parte nostra, la disperata volontà di continuare a contrapporci alle barbarie e alle ingiustizie con le uniche armi a nostra disposizione: il teatro e la poesia».

Uno spettacolo dunque necessario ma che non vi deluderà. Si ride, si piange, ci si indigna e si prova amore. È questo un testo palpitante che vive grazie all’ottima interpretazione dei due protagonisti. Andate a vederlo. Merita.

 

LOVE’S KAMIKAZE

di Mario Moretti

regia Claudio Boccaccini

con Marco Rossetti e Giulia Fiume

scene Eleonora Scarponi

costumi Antonella Balsamo

luci Marco Macrini

musiche originali Antonio Di Pofi

foto Tommaso Le Pera

 

 

Teatro Marconi

viale Guglielmo Marconi 698 e

dal 7 al 17 febbraio

tel 065943554 -info@teatromarconi.it

info@teatromarconi.it

http://www.teatromarconi.it

dal giovedì al sabato ore 21.00

domenica ore 17.30

biglietti Intero 24€ ridotto 20€

 

 

Sherlock Holmes al Teatro Ciak

Sarà un scena fino a domenica 17 febbraio al Teatro Ciak di Roma lo spettacolo Sherlock Holmes – Uno studio in rosso, tratto dall’omonimo romanzo di Sir Arthur Conan Doyle per la regia di Anna Masullo con Alessandro Parise, Camillo Marcello Ciorciaro, Lorenzo Venturini, Mariachiara Di Mitri, Giovanni Carta, Massimo Cimaglia e Fabrizio Bordignon.

Il tocco inconfondibile della regia di Anna Masullo è palpabile fin dalla prima scena. Si piange e si ride, ci si cimenta nella risoluzione di un enigma che sembra sepolto in un recente passato dalle sfumature tragiche e avvolte dal velo del fanatismo e del sonno della ragione.

Alessandro Parise è perfetto nel ruolo di Holmes e Lorenzo Venturini in quello di Watson è un credibile e fedele compagno di avventura. Un cast davvero straordinario per una pièce che muta, ci confonde e ci stupisce a ogni scena in un andirivieni tra passato e presente che non ci lascerà indifferenti. Mai. E sono davvero bravi tutti: dalla giovanissima Mariachiara Di Mitri, a Camillo Marcello Ciorciaro, Giovanni Carta, Massimo Cimaglia e Fabrizio Bordignon. Tutti perfetti nei loro ruoli tutt’altro che “semplici”. Danno tutti carattere e originalità ai loro personaggi smembrandoli e facendoci vedere i loro lati più oscuri ma anche quelli più grotteschi.

È con cuore molto pesante che prendo la penna per scrivere queste parole, le ultime con le quali avrò mai più occasione di ricordare al mondo le straordinarie capacità che il mio amico Sherlock Holmes possedeva.” Questo è ciò che il fedele Watson pronuncia nel racconto “L’ultima avventura” in cui Holmes muore per mano dell’acerrimo nemico Moriarty, il Napoleone del crimine, sulle cascate di Reichenbach, in Svizzera. Per lenire il suo sordo dolore, Watson non manca di lasciarsi travolgere dai ricordi delle prodigiose esperienze vissute con Sherlock, come il loro primo fortuito incontro all’epoca dell’avventura che chiama, appunto, “Uno Studio in Rosso”. Prima apparizione di Sherlock Holmes, primo incontro con il dottor Watson, prima indagine in cui fa sfoggio del metodo della deduzione.

Una parola, RACHE, scritta con il sangue sul muro di una casa disabitata dove viene trovato il cadavere di un uomo. Ma il sangue non gli appartiene. Spetta a Sherlock invece la soluzione di un caso che travalica i confini del tempo. Watson si sveglia da quel ricordo ed esce dalla casa di Baker Street, forse per l’ultima volta. Ma Sherlock continuerà a stupirlo…

Perderlo sarebbe un delitto!

Le scene e i costumi sono di Susanna Proietti, le musiche di Alessandro Molinari, luci e fonica di Marco Catalucci.

Orario spettacoli:

Da Giovedì 31 Gennaio a Sabato 2 Febbraio ore 21

Domenica 3 Febbraio ore 17

Da Giovedì 7 a Sabato 9 Febbraio ore 21

Domenica 10 Febbraio ore 17

Giovedì 14 Febbraio ore 17

Venerdì 15 e Sabato 16 Febbraio ore 21

Domenica 17 Febbraio ore 17

Prezzo biglietti:

Intero € 25,00

Ridotto € 22,00 (under 20, over 65, gruppi 10+ e disabili)

Spettacolo in abbonamento

Aiuto regia Serena Pallacordi

Scene e Costumi Susanna Proietti

Capo Costruzioni Mario Di Gregorio e Diego Caccavallo

Musiche Alessandro Molinari

Luci e fonica Marco Catalucci

Service audio e luci Gianchi srl

Woman before a Glass – Peggy Guggenheim al Palladium

Woman before a glass, una produzione di Laboratori Permanenti, è uno monologo molto forte, intenso e pieno di storia. Scritto da Lanie Robertson, il trittico scenico in quattro quadri viene magistralmente condotto da Caterina Casini, che interpreta il ruolo di Peggy Guggenheim, istrionica mecenate dell’arte contemporanea.

La regia è di Giles Stjohn Devere Smith, la scenografia scarna ma suggestiva è di Stefano Macaione, i costumi della Stemal Entertainment Srl. Tutto contribuisce a ricreare ed evocare un modo, quello della stravagante Peggy, che è fatto di luci e ombre, di passato e presente che pesano come macigni ma che librano nell’aria. La voce di Peggy aleggia solitaria, vivace ma di quella vivacità che nasconde dietro sofferenza e insofferenza.

Dopo il debutto al Festival di Todi e le repliche al Teatro Quarticciolo di Roma, gli applausi di Torino, Livorno e tante altre città italiane torna nella Capitale con il suo linguaggio disinvolto e trasgressivo, così com’era la stessa Peggy.

Com’è noto, Peggy acquistò Palazzo Venier dei Leoni a Venezia, dove raccolse la sua straordinaria collezione d’arte moderna. Nel testo di Robertson sono ripercorsi i momenti drammatici della guerra, la fuga di Peggy dalla Francia per le persecuzioni naziste – durante la quale nascose tele e sculture tra i piatti e le vettovaglie di cucina -, i difficili rapporti con mariti e amanti. Emergono i suoi momenti di forza e le sue debolezze: il rapporto conflittuale con la figlia, morta suicida; gli affari con i più importanti musei del mondo; i suoi rimpianti, le nostalgie e il lento scivolare verso la serenità della fine.

Peggy Guggenheim fu una donna capace di intuire il mondo che la circondava; era coraggiosa, credeva negli artisti su cui puntava, anche se il resto del mondo ancora non sapeva riconoscere: parliamo di Pollock, Kandinsky, Mirò, Bacon, Ernst e tanti altri. C’è una componente essenziale che Peggy trasmette al pubblico: la tensione che vive e si specchia nella certezza e nei ricordi; gli amanti, i colori, i pittori, i vestiti, il fumo, gli amici, le macchie, l’acqua, il dramma.

Ogni momento viene rievocato dalla sua memoria rivivendo nei due blocchi scenografici. La tecnica del video-mapping permette di isolare parti di una superficie creando quindi una “mappatura bagnata” dalla video-proiezione.

Andate a vederlo.

TEATRO PALLADIUM

piazza Bartolomeo Romano, 8 – Roma –

Tel: 06 5733 2772 – – teatro@uniroma3.it

https://www.facebook.com/

Attivo due ore prima dello spettacolo il numero: 0657332768

Prenotazioni via e-mail biglietteria.palladium@; prevendite http://www.liveticket.it/

Info line per prenotazioni cell 350 011 9692 (attivo tutti i giorni, 11:00-13:00 / 16:00 – 20:00)

Biglietti intero 18€, ridotto 12 €, studenti 8 €

La scienza e noi

LA SCIENZA E NOI

SEI LUNEDÌ PER PARLARE DEL FUTURO

 

 

Dopo il grandissimo successo delle passate edizioni, che hanno registrato sempre il tutto esaurito, riprende quest’anno al Piccolo Eliseo il terzo ciclo di incontri La Scienza e noi. 

La rassegna è a cura di Viviana Kasam, giornalista e presidente di BrainCircleItalia, associazione no-profit nata sotto l’egida di Rita Levi Montalcini con l’obiettivo di incentivare la divulgazione scientifica con focus sui rapporti tra cultura e cervello e del loro impatto sulla trasformazione del quotidiano. 

Per sei lunedì, a partire dal 4 febbraio fino al 15 aprile, scienziati di rilievo internazionale si rivolgeranno ad un pubblico eterogeneo per trasmettere, attraverso un linguaggio discorsivo e per non addetti ai lavori, l’emozione e la bellezza della scienza. 

L’intento quest’anno – racconta Viviana Kasam – è riuscire a spiegare al grande pubblico le nuove frontiere della ricerca scientifica, dall’intelligenza delle piante al suono del pensiero, dalla neurolinguistica alla parapsicologia, dall’esistenza del tempo alla Mate-magia che spiegherà come la magia inganna il cervello e come la matematica si struttura nel nostro pensiero”.

La manifestazione, a ingresso gratuito, è di forte richiamo non solo per ricercatori e appassionati ma soprattutto per gli studenti che interagiscono ad ogni incontro con gli scienziati anche on line, grazie alla diretta in streaming su www.brainforum.it, curata dalla media strategist Luisa Capelli. Nelle passate edizioni La scienza e noi ha registrato sulla sua pagina Facebook migliaia di visualizzazioni.

 

GLI APPUNTAMENTI:

Dall’intelligenza delle piante il nostro futuro è il primo appuntamento in programma  lunedì 4 febbraio alle ore 20.00.

Interverranno Renato Bruni, Università di Parma e Barbara Mazzolai, IIT (Pontedera).

Quello che le piante possono insegnare passa attraverso la loro diversità, non solo di forme ma anche per il modo in cui leggono il mondo e vi si adattano. La fotosintesi clorofilliana per esempio è un sistema ecologicamente perfetto per produrre energia per effetto delle dinamiche evolutive.

L’intelligenza delle piante ispira oggi anche la ricerca della robotica che, imitando le capacità dell’apparato radicale, sta sviluppando nuovi robot per il monitoraggio dei suoli e per l’esplorazione di ambienti impervi.

Renato Bruni insegna all’Università di Parma, dove si occupa di fitochimica. È co-fondatore del gruppo di ricerca LS9-Bioactives & Health, che studia il legame tra botanica, chimica, salute e nutrizione. 

Da diversi anni conduce una intensa attività di divulgazione sui temi della botanica e per Codice Edizioni ha pubblicato Erba Volant – Imparare l’innovazione dalle piante, con il quale si è aggiudicato lo Science Book Award 2017 e Le piante son brutte bestie, dedicato alla scienza del giardinaggio. I suoi libri sono stati tradotti in Germania, Cina, Turchia, Francia. Da quasi 10 anni cura il blog erbavolant e una omonima pagina Facebook sulle complicate relazioni ecologiche e culturali tra uomini e vegetali.

 

Barbara Mazzolai, biologa con un dottorato in ingegneria dei microsistemi, è attualmente la direttrice del Centro di Micro-BioRobotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Barbara lavora da sempre su tematiche legate al mondo naturale e al monitoraggio ambientale, tant’è che la sua attività le è valsa numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso premio “Marisa Bellisario” e la Medaglia del Senato. Grazie al suo spirito innovativo nel settore della robotica, nel 2015 è stata anche riconosciuta tra le 25 donne più influenti nel settore della robotica.

 

 

18 febbraio: Dalle lingue impossibili al suono del pensiero: un viaggio nella neurolinguistica

Andrea Moro, Scuola Universitaria Superiore –IUSS Pavia

 

4 marzo: Il tempo esiste solo nel nostro cervello?

Domenica Bueti, Sissa di Trieste e Mauro Dorato, Università di Roma Tre

 

18 marzo: Magia, cervello e matematica: come i numeri governano il nostro pensiero 

Antonietta Mira, Università della Svizzera italiana e Università dell’Insubria e Giorgio Vallortigara, Università di Trento

 

1 aprile: Leggere il pensiero: dalla parapsicologia alla scienza

Fabio Babiloni, Università la Sapienza

 

15 aprile: Blockchain: oltre il bitcoin c’è di più

Renato Grottola, direttore generale Trasformazione digitale di Dnv GL–Business Assurance

 

 

Piccolo Eliseo – ore 20.00

Via Nazionale 183 – 00184 Roma

Ingresso libero fino a esaurimento posti

Prenotazioni: cultura@teatroeliseo.com

Info: www.brainforum.it

 

Ufficio Stampa: Madia Mauro

Comunicazione: Maria Luisa Migliardi Euro Forum srl

Organizzazione: Elisa Rapisarda

Riprese video: Sandro Ghini