5 ottimi motivi per visitare la Biennale di Venezia 2019.

L’11 maggio è stata inaugurata la 58^ Biennale di Venezia, uno degli eventi più importanti nel mondo dell’arte. Un’organizzazione colossale che coinvolge l’intera città lagunare e attira centinaia di migliaia di turisti. Se per molti è un immancabile appuntamento con l’arte, per alcuni non rientra fra le cose da vedere durante il periodo nel quale sarà aperta, dall’11 maggio al 24 novembre 2019. Continua a leggere

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L’isola degli amori perduti di Nadia Marks

L’isola degli amori perduti di Nadia Marks – Newton Compton editori

Cresciuti insieme come fratelli, Adonis, Marianna ed Eleni, tornano sull’isola di Cipro nella piccola località balneare di Lanarca, per dare l’ultimo saluto alla loro Tante Katerina; donna splendida che da sempre, e fino alla fine, ha ricoperto un ruolo fondamentale nelle loro vite e nei loro affetti. Continua a leggere

La Torino dei caffè storici

Torino è una città barocca, ma tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del XX secolo, l’Art Nouveau francese che si diffuse in Europa e l’Esposizione Universale di Arte Decorativa dal 1902 tenutasi proprio nel capoluogo piemontese, influenzarono artisti, architetti e ingegneri torinesi del periodo, tanto da farle guadagnare il titolo di “capitale italiana del liberty”. Questa nuova corrente stilistica, ricercata ed elegante, i cui tratti distintivi sono i motivi floreali, le decorazioni metalliche di ispirazione vegetale, le sinuose e avvolgenti strutture in ferro e vetro, trova la sua maggiore espressione nell’architettura di molte costruzioni torinesi, nonché nei due famosi caffè storici del centro città, il Caffè Mulassano e Baratti&Milano. Una capatina in questi luoghi, ancora oggi carichi di fascio ed eleganza, dovrebbero essere tappa obbligata per chi visita Torino, un modo per approcciare arte, storia e sapori tradizionali della città.

Torino è una città ricca di locali ottocenteschi splendidamente arredati in cui si respira un’atmosfera d’altri tempi. Qui tra specchi antichi, tappezzerie di raso, eleganti candelieri e piatti di porcellana, è possibile fare un piccolo viaggio nella storia, assaporando specialità tipiche  realizzate con le ricette originali, le stesse che allietavano le giornate dei reali di casa Savoia e delle signore della società dabbene.

Baratti & Milano (Piazza Castello, 29) è uno dei locali più antichi e prestigiosi della città. Le sue vetrine incornicate da drappeggi dorate lasciano scorgere gli spazi interni, facendo una passeggiata nella Galleria Subalpina, progettata dall’architetto Pietro Carrera e inaugurata nel settembre 1874. Situata nel cuore cittadino, tra Piazza Castello e Piazza Carlo Alberto, è un classico modello di galleria commerciale dedicata al passatempo borghese, che riprendeva la configurazione dei tipici passages francesi presenti a Parigi. Nella galleria si fondono elementi rinascimentali e barocchi. La copertura è in ferro-vetro e marmi ed è percorsa per tutto il suo perimetro da una gradevole balconata. Elegante e silenziosa, non ha praticamente subito modifiche nel corso degli anni, attualmente è ravvivata da alcune aiuole. Al suo interno troviamo botteghe e negozi di prestigio, e tra questi appunto il caffè Baratti & Milano, aperto dal 1875, divenne luogo di ritrovo di intellettuali e l’alta qualità dei suoi prodotti ottenne fin dalle origini importanti riconoscimenti, tanto da potersi fregiare dello stemma Sabaudo quale “fornitrice della Casa Reale”. 

Tra le sue tante specialità c’è sicuramente la cioccolata calda. Baratti & Milano crea le sue raffinate specialità di cioccolateria avendo cura del controllo delle materie prime fin dall’origine, mentre l’intero ciclo produttivo si svolge presso lo stabilimento di Bra dove produce le tipiche specialità della tradizione pasticcera piemontese: i Gianduiotti, i Cremini, i Cuneesi, i Braidesi, le Praline alla Nocciola Piemonte.
L’azienda Baratti & Milano, con la sua storica Confetteria situata nel cuore della vecchia Torino, ha superato, nell’appena passato 2018, il traguardo dei 160 anni. È stata spesso protagonista della storia della città, ha ispirato mode e consuetudini legate al cioccolato. Tutto incominciò nel 1858, quando dal Canavese Ferdinando Baratti e Edoardo Milano si trasferiscono a Torino alla ricerca di fortuna. Per imparare nuove ricette Edoardo Milano si trasferisce per un certo periodo anche a Parigi, in seguito al suo fidanzamento con una virtuosa signorina che gli porta una dote cospicua e lo asseconda nel suo lavoro. Così insieme, Ferdinando e Edoardo, riescono ad affermarsi in poco tempo nella splendida Torino, perfezionando l’arte della caffetteria: Baratti&Milano è una delle massime espressioni a livello nazionali, dove tutte le preparazioni a base di caffè hanno un cuore di miscela arabica 100% finemente selezionate.

Percorrendo gli stessi portici che affacciano verso l’imponente mole del Castello degli Acaya, alle spalle di Palazzo Madama, troviamo il Mulassano (Piazza Castello, 15), un intimo locale di inizio Novecento, con splendidi arredi liberty e soffitto a cassettoni in legno con particolari in cuoio di Madera. Caratterizza il locale la fontanella di marmo e bronzo posta sul bancone. Qui fu inventato il tramezzino: il tipico panino triangolare farcito. Il suo nome si lega al primo proprietario, Amilcare Mulassano, che nella seconda metà dell’Ottocento era titolare anchedi una rinomata distilleria produttrice di un famoso sciroppo di menta. Il locale fu poi trasferito dalla sede di via Nizza nella più centrale piazza Castello e nel corso dei primi anni il locale si trasformò in Caffè, diventando proprietà di Angela e Onorino Nebiolo, che diedero una nuova vita al Caffè Mulassiano.

Angela Nebiolo era andata giovanissima sposa, all’età di quindici anni, a Detroit, negli Stati Uniti, dove il marito e i cognati gestivano ristoranti e locali notturni. Il lavoro non la spaventava ed era affascinata da quel mondo nuovo e frenetico, dove scoprì l’automobile e prese la patente. Ma in cuor suo forte era la nostalgia per la propria città natale e fu così che Angela e il marito Onorino con i due figli, tornarono in Italia con il proposito di gestire un locale tutto loro a Torino. In quei mesi la famiglia Mulassano aveva messo in vendita il proprio prezioso Caffè e i coniugi con i risparmi accumulati in America riuscirono a comprarlo. Volevano ridare vigore agli affari del locale e per questo pensano a nuove proposte da accompagnare all’aperitivo: avevano portato con sé dagli States una macchina che tostava il pane e così importarono, per primi a Torino, il toast. Non si fermarono però a questa innovazione: pensarono infatto di utilizzare quel pane morbidissimo, usato per i toast, senza tostatura e con una speciale e più intensa farcitura. Sarà così che il signor Onorino inventò il tramezzino, come alcuni anni dopo Gabriele D’annunzio lo chiamò. Dapprima i tramezzini venivano serviti in accompagnamento agli aperitivi, poi, visto il successo, lo propose per lo spuntino di mezzogiorno dei tanti impiegati e delle sartine di via Roma e via Po.  

Furono anni intensi e di grandi successi. Lo charme di Mulassano è strettamente legato ai suoi trentuno metri quadri di sviluppo: in essi il bronzo, il legno e l’ottone delle sue boiseries giocano e si moltiplicano attraverso un sapiente e calcolato gioco di specchi.Sul bancone in marmo d’epoca è presente una fontanella di marmo e bronzo che ne ha caratterizzato il locale nel corso dei decenni: grazie ad un sistema di filtrazione, essa fornisce il bicchierino di acqua prima del caffè. Al Mulassano ci andava un giovane studente in medicina allora sconosciuto: Achille Mario Dogliotti, e ci tornò spesso anche da affermato chirurgo. Per l’aperitivo erano soliti Luigi Spazzapan e Italo Cremona, Gigi Chessa e Giacomo Grosso, Gigetta Morano e Caterina Boratto. Era un luogo di ritrovo per la Torino dell’arte e del cinema, fra i più assidui Mario Soldati e Gianandrea Gavazzeni che hanno frequentato il Mulassano per decenni.

Lasciandoci Piazza Castello alle spalle e camminando lungo via Roma per appena trecento metri, si apre Piazza San Carlo, ritenuta la più bella Torino con il suo aspetto seicentesco, un tempo piazza d’armi e del mercato, circondata da alcuni palazzi dell’aristocrazia piemontese e all’ingresso su lato opposto le chiese gemelle di Santa Cristina e San Carlo; al centro El Caval d’brons, il monumento equestre di Emanuele Filiberto, una delle statue più significative del pimo Ottocento. Qui una sosta – continuando a seguire la nostra passeggiata tra i caffè storici – lo merita il Caffè San Carlo (Piazza San Carlo, 156), frequentato da reali, nobili e scrittori, ha un ambiente elegante e sfarzoso, ricco di stucchi, statue e marmi, tanto da essere definito una “reggia” dai cronisti dell’epoca, ma fu anche il primo locale in Italia ad avere l’illuminazione a gas. Sotto i portici della stessa piazza il più recente Caffè Torino dove si possono gustare alcune del tradizionali delizie torinese e la Confetteria Stratta, rinomata pasticceria di grande tradizione, che ha mantenuto intatto il suo arredamento interno e la facciata in legno esterno risalente alla prima metà dell’Ottocento.

Il Caffè San Carlo, già nella prima metà dell’ottocento, era pienamente inserito nella grande tradizione caffettiera torinese e ancora oggi si distingue per le sue esclusive miscele di caffè. Lo frequentavano scapigliati e docenti universitari, giornalisti e scrittori, artisti. Era un salotto intellettuale percorso da forti vene di patriottismo, una delle roccaforti del Risorgimento e per questo venne fu più volte chiuso, per l’attività sovversiva dei padrioti riformisti che sedevano ai tavolini. Tra i volti noti che hanno frequentato il Caffè San Carlo ricordiamo Alessandro Dumas, Giovanni Giolitti, Francesco Crispi, Antonio Gramsci, Luigi Einaudi.

Bisognerà raggiungere un’altra piazza, quella del Santuario della Consolata, per un’ultima golosa sosta per un ulteriore “assaggio” di storia e tradizione nell’intimità accogliente di Al Bicerin (Piazza della Consolazione, 5), dall’omonima bevanda calda tipica della città della Mole a base di caffè, cioccolata calda e crema di latte e la cui fama sboccia nei salotti della nobiltà sabauda dove le signore lo sorseggiavano fra piccoli pasticcini e pettegolezzi in attesa che i dibattiti dei loro mariti avessero fine.
Il locale apre nel 1793 in un ambiente semplice di panche e tavoli in legno, per prendere poi nel 1856 l’elegante aspetto attuale: le pareti vengono abbellite con boiseries di legno decorate da specchi e lampade e fanno la loro comparsa i caratteristici tavolini tondi di marmo bianco, il bancone di legno e marmo e le scaffalature per i vasi dei confetti. Alla fine dell’Ottocento viene posta esternamente la devanture in ferro, con le vetrinette ai lati, le colonnine e i capitelli in ghisa.

L’invenzione del bicerin è stata, senza alcun dubbio, la base del successo del locale che detiene la ricetta originale, anche se si può in effetti considerare un’evoluzione della settecentesca bavareisa, una bevanda allora di gran moda che veniva servita in grossi bicchieri e che era fatta di caffè, cioccolato, latte e sciroppo. Il rituale del bicerin prevedeva all’inizio che i tre ingredienti fossero serviti separatamente, ma già nell’Ottocento vengono riuniti in un unico bicchiere, 
prendendo il nome dai piccoli bicchieri senza manico in cui veniva servita (bicerin, appunto). La bevanda si diffuse anche negli altri locali della città, diventandone addirittura uno dei simboli di Torino. Stefani-Mondo scrive: “…è la bibita prediletta della mattina: ministri, magistrati, professori, negozianti, fattorini, cestaie, venditori e venditrici ambulanti, campagnuoli ecc, tutti spendono volentieri i loro tre soldi per rifocillarsi economicamente lo stomaco“. Gli ingredienti sono semplici, ma segrete le dosi: cioccolato fatto in casa, caffè e fior di latte. Il risultato è sublime, fondendosi il bollente della cioccolata con il marcato sapore del caffè e la delicata schiuma raffreddata del fior di latte.

Ma c’è soprattutto una parte della storia di questo locale che mi ha ancor più incuriosito, la sua gestione femminile. Un tempo, i caffè erano esclusivo dominio maschile: gli uomini ci si ritrovavano per bere, fumare e parlare, mentre alle donne “rispettabili” non era concesso frequentare luoghi così poco adatti a loro. Il Bicerin tuttavia si dimostrò ben presto un locale fuori dagli schemi convenzionali: era stato aperto da un uomo, ma la gestione presto passò in mano a delle signore e proprio il fatto che fosse un locale a conduzione femminile lo rendeva consono per essere frequentato dalle dame. La particolare posizione di fronte al Santuario della Consolata lo faceva meta preferita da un pubblico femminile che in tale ambiente si sentiva protetto e a suo agio, le specialità servite erano tipiche di una cioccolateria-confetteria e come alcolici venivano serviti solo vermuth, rosolio e ratafià. Per molti anni è stato uno dei pochi luoghi dove le donne potevano mostrarsi sole in pubblico e qui inzuppavano nel bicerin i biscottini al burro, per rompere il digiuno dopo le funzioni nel santuario di fronte. Questa particolarità ha di certo contribuito a conferire al locale un’impronta di garbo e delicatezza che ancora oggi si conserva e che si respira quando ci si siede ai piccoli tavolini in marmo per degustare il bicerin in grossi bicchieri di cristallo, al lume di candela. Il segreto per assaporare al meglio il vero bicerin è non mescolarlo, – ci tengono a ricordarlo – lasciando che le sue varie componenti si fondano fra di loro direttamente sul palato, con le loro differenti densità, temperature e sapori.

Si dice che il Conte Camillo Benso di Cavour, liberale, laico e anticlericale, anziché accompagnare la famiglia reale al Santuario, ne attendesse l’uscita comodamente seduto al tavolino sotto l’orologio, controllando da dietro le tendine l’ingresso della Consolata, il più antico luogo di culto del capoluogo piemontese che può vantare i ricchi interventi settecenteschi di Filippo Juvarra, noto pure per i suoi lavoro alla Basilica di Superga e alla Casina di Caccia di Stupinigi. E in molti, importanti e famosi personaggi, oltre a Cavour, hanno amato e condiviso con i torinesi la calda e accogliente atmosfera di questo luogo.Alexandre Dumas padre in una lettera parla del bicerin come di una delle cose da non perdere di Torino. Giacomo Puccini racconta nelle sue memorie che ogni tanto faceva quattro passi per venire al Bicerin: abitava nella vicinissima via Sant’Agostino in una soffitta che egli stesso ammette di aver usato come modello per La Bohème. La regina S.A.R. Maria Josè e il re S.A.R. Umberto II passarono da qui prima di ritirarsi in esilio. Una lettera di ringraziamento dell’ex sovrano è esposta nei locali. Fra gli scrittori sono stati clienti i grandi Guido Gozzano, Italo Calvino e Mario Soldati che fu anche importante regista cinematografico e televisivo. L’avvocato Gianni Agnelli e il fratello Umberto con le famiglie, erano usi a fermarsi al Caffè Al Bicerin in occasione di visite alla Consolata. Era facile sorprendere Erminio Macario davanti a un caldo bicerin, in compagnia di qualche bellezza del palcoscenico o di altri attori, come Carlo Campanini. Un quotidiano frequentatore era Mario Merz, pittore e scultore di fama internazionale e fra i massimi esponenti dell’Arte Povera, amava sedersi al primo tavolino di fianco all’ingresso. E in quell’angolo, del tutto inconsapevole di chi aveva trovato posto in passato, ho avuto il piacere personale di assaporare il mio bicerin, immaginando tutti quei personaggi che avevano incrociato frammenti della loro storia con quella di quel luogo, e si ritrovano con quanti ancora vogliono godere di qualche attimo nei caffè storici di Torino per allietare il palato e stuzzicare la curiosità del sapere. 

Sara Foti Sciavaliere

Matera. Capitale Europea della Cultura 2019

Matera, la Città dei Sassi: da “vergogna d’Italia” a Capitale Europea della Cultura 2019

Nei prossimi giorni ci sarà l’inaugurazione ufficiale del calendario di eventi per celebrare Matera come Capitale Europea della Cultura 2019 con importanti ospiti internazionali e poi, in tre date, sarà la volta di un docufilm per la serie L’arte al Cinema, “Mathera. L’ascolto dei sassi”, un omaggio a questa città dal fascino antico ma che guarda con positività al futuro, riuscendo a capovolgere i pregiudizi e i luoghi comuni riferiti a molte città dell’Italia meridionale.

Una passeggiata per Matera significa percorrere i rioni Civita, Sasso Barisano e Sasso Caveoso, perdersi in un groviglio di case, di grotte, di scalinate, di vicoli tortuosi, di vicinati per scoprire angoli suggestivi di un insediamento rupestre tra i più antichi ed estesi al mondo. La Civita è l’area occupata dal castelvecchio longobardo e dalla cattedrale romanica di Santa Maria della Bruna, la parte più alta dell’insediamento, mentre a i due lati sono scavati in due valli profonde i rioni Sassi che si distinguono in Sasso Caveoso e Sasso Barisano, un groviglio di case e di grotte che si affacciano sulla gravina in armonia con un paesaggio unico al mondo. Il piano sopra i sassi, quello che guarda la Cattedrale per raggiungerla,  è considerato il centro storico della città ed è semplicemente chiamato Il Piano.

Per i buoni camminatori poi l’esperienza del trekking per le Gravine e il Parco delle Murge è una viaggio di scoperta, lento e silenzioso, nel seguire l’andamento sinuoso delle gravine, ammirare le cavità carsiche naturali frequentate dall’uomo nel Paleolitico, villaggi trincerati neolitici, casali rupestri, nuclei di grotte scavate a partire dalla preistoria, chiese rupestre affrescate, iazzi, masserie fortificate, conoscere le piante tipiche dell’ecosistema murgiano e l’uso che ne facevano un tempo i pastori.

Le abitazioni dei Sassi si presentano scavate e costruite allo stesso tempo, con i vicoli e le scalinate che sono il tetto della parte della in grotta delle abitazioni che si sviluppano nei livelli sottostanti. Nelle case e nei vicinati vi sono numerose cisterne per la raccolta d’acqua piovana che veniva convogliata soprattutto dal tetto delle abitazioni utilizzando delle grondaie di terracotta. Un’architettura che parla di secoli di storia custodita e trasferita ai posteri attraverso un piano di riqualifica urbanistica e di restauro conservativo, che ne ha consentito la sopravvivenza nella concreta visibilità. I Sassi, un tempo  additati come un esempio di “trogloditismo” , oggi rappresentano  uno dei più fulgidi esempi di civiltà e cultura rupestre in armonia con l’ecosistema che non trova confronti culturalmente omogenei nel mondo, poiché non è possibile documentare in altri luoghi la continuità della vita in grotta, come nella Gravina di Matera, dalla Preistoria fino ai giorni nostri.

In molti negli ultimi anni hanno scoperto la Città dei Sassi. I visitatori arrivano da tutto il mondo, non solo dalle altre aree dello stivale, diventando un orgoglio nazionale e ribaltando così quell’etichetta d’infamia con la quale era stata marchiata negli anni Cinquanta, quando sulla prima pagina della “Gazzetta del Mezzogiorno” fu definita “Vergogna Nazionale” da Palmiro Togliatti e in seguito Alcide De Gasperi impone lo sfollamento completo dell’abitato rupestre per ragioni igenico sanitarie, per poi pianificare e realizzare nuovi quartieri residenziali ai margini della città su iniziativa dell’imprenditore Adriano Olivetti e del sociologo Frederick Friedman.
Il valore dei Sassi, in special modo in virtù della conservazione del sito che mantiene ancora intatta la sua originalità, è stato riconosciuto dall’UNESCO nel 1993 con la seguente valutazione. “Il quartiere dei Sassi di Matera è, sul lungo periodo, il migliore e più completo esempio di popolamento in armonia con l’ecosistema, in una regione del bacino del Mediterraneo”. Matera è stata così tra le primissime città italiane e la prima del Mezzogiorno a essere inserita nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Matera è diventata luogo d’attrazione di grandi maestri della fotografia quali Henry Cartier-Bresson, Mario Cresci, Franco Pinna, ma anche di scrittori del calibro di Carlo Levi, il quale descrisse Matera nel “Cristo si è fermato a Eboli”. Fu proprio quest’ultimo ad attirare una nuova attenzione sulla Città dei Sassi, poiché le operazioni di trasferimento degli abitanti dalle case-grotte, ritenute inabitabili, verso i nuovi quartieri, aveva condotto al completo isolamento dei Sassi destinati così a essere abbandonati non solo dalla presenza umana, ma perfino dalla memoria storica. Carlo Levi invece sostenne la necessità di non lasciare nella decadenza e nella rovina questi rioni, ma di provvedere alla tutela e alla valorizzazione dei Sassi.

Matera è considerata un palcoscenico naturale con le sue meravigliose location , i Sassi hanno ispirato e incantato numerosi cineasti italiani e internazionali, dagli anni Cinquanta fino a oggi sono stati oltre quaranta i film girati: Piera Paolo Pasolini che nella Città dei Sassi ambientò “Il Vangelo secondo Matteo” o più recentemente per “The Passion” di Mel Gibson e “Wonder Woman” (solo per menzionarne alcuni).

Provate a spingervi al tramonto, nella Contrada Murgia Timone, nel parco regionale della Murgia, e dal belvedere ammirate in un solo colpo d’occhio il fascino senza tempo di questa città, vi lascerà senza fiato. I Sassi scavati nella tenera e  bianca calcarenite, che si affacciano sulla gravina e l’omonimo torrente, si tingono delle sfumature del crepuscolo e, man mano che le ombre della sera scendono sulla città, si accendono le piccole luci tra le costruzioni rievocando le atmosfere di un presepe perenne, e sempre emozionante, in qualunque stagione.

Sara Foti Sciavaliere

 

La “litania di pietra” a Sekhmet nella Galleria dei Re del Museo Egizio di Torino


Se vai a Torino e non vedi il Museo Egizio che ci sei andato/a a fare?! È retorica? Forse! Ma è fuori discussione che uno dei luoghi in assoluto di gran fascino nel capoluogo piemontese sia appunto il Museo Egizio. In un palazzo barocco, nel cuore della città, a quattro passi da Piazza Castello, si trova il museo di antichità egizie più antico del mondo e il più importante solo dopo quello de Il Cairo. Fondato nel 1824, custodisce una collezione di oltre quarantamila reperti, dei quali visibili forse appena il 30% tra le esposizioni delle sale museali e i reperti di deposito visitabili.

La visita del Museo, che parte dal piano interrato per raggiungere il secondo piano e poi riscendere graduale verso il piano terra, offre al visitatore una sorta di viaggio nel tempo attraverso più di 4mila anni di storia, arte e archeologia, grazie a una straordinaria raccolta di statue, papiri, sarcofagi e oggetti di vita quotidiana. Si tratta di una vera full immersion che ti tiene incollata per lunghi minuti quei frammenti di storia che ci hanno raggiunto dal loro lontano passato per raccontarsi, ma sono rimasta a bocca aperta nella Galleria dei Re. Sicuramente il tocco dello scenografo premio Oscar Dante Ferretti negli allestimenti delle sale contribuisce alla meraviglia che inevitabilmente suscita fare ingresso in queste sale, dove il gioco degli specchi e di ombre sembrano accoglierti in uno spazio maestoso e al contempo misterioso, come ritrovarsi fagocitati all’interno di una piramide e templi con il loro pantheon di divinità e miti scolpiti nella pietra. Fra tutte spicca la dea Sekmhet , la Potente, la dea leonessa.

Le statue colossali di questa divinità, dal corpo di donna e la testa di leonessa,  si ritrovano nella maggior parte delle grandi collezioni egizie del mondo e Torino ne ospita una delle più numerose fuori dall’Egitto: se ne contano ventuno in granodiorite, dieci sedute e undici in piedi. Fanno parte di un gigantesco gruppo statuario scolpito durante il regno del Faraone Amenhotep III per uno dei templi più impressionanti mai costruiti, il “Tempio dei Milioni di Anni” a Tebe. E l’impressione che se ne ha percorrendo una delle sale della Galleria dei Re del Museo non deve essere di minore impatto rispetto al luogo per il quale erano state ideate e dove dovevano essere collocate 365 statue dedicate alla dea. Non si tratta a ben vedere di un numero casuale, 365 come i giorni dell’anno, e di fatto l’impressionante complesso di statue doveva essere connesso con un rituale che si svolgeva appunto nel corso dell’intero anno: ogni giorno si indirizzava una preghiera a un’effige specifica del gruppo scultoreo.

“Un’intera sala della Galleria dei Re è consacrata alle statue della dea leonessa. Circondato da un’infilata di visi ferini dai tratti severi, il visitatore può rivivere la stessa emozione che il sacerdote dell’Antico Egitto doveva provare quando entrava nel cortile del tempio per pronunciare il nome della “Potente” e invocarla nelle sue preghiere per placarla, deviare la sua violenza verso i nemici dell’Egitto e far sì che le acque del Nilo sondassero ogni estate.”

Sekhmet era una dea temibile, la cui violenza è simboleggiata dalla testa di belva. Personifica il disco diurno, l’Occhio del Sole (ovvero il principio femminile universale) che dà la vita e allo stesso tempo può bruciare e uccidere. Il disco solare e il cobra ureo che la donna indossa sono simboli di questo potere.  Dal temperamento instabile, questa divinità può improvvisamente diventare una leonessa irritata, assumendo il nome di Sekhmet  e in questa veste porta i flagelli dell’estate: caldo soffocante, fame, malattia. Per placare la sua furia e farla ritornare sotto forma della dolce gatta Bastet, si devono praticare i riti adeguati. Con le fattezze di Bastet porta con sé l’inondazione benefattrice del Nilo, con la freschezza e la rinascita che sono simboleggiate dallo scettro a forma di papiro sventolato dalla dea e dal geroglifico della vita (ankh).

Quest’esercito di Sekhmet disposte ai lati della sala (e in passato  del cortile solare del tempio) costituiva una litania di pietra, la materializzazione tridimensionale di un’immensa preghiera di adorazione che invocava la dea con tutti i suoi nomi. Ogni giorno, una particolare statua della dea, distinta da appellativi specifici, doveva essere invocata per supplicare la temibile divinità di non scatenare i suoi flagelli contro il re e l’Egitto. Così ogni giorno, Sekhmet doveva essere invocata con un nome o un epiteto indicato sulla statua, ai lati di entrambe le gambe.

Fu l’egittologo Jean Yoyotte a definire questo complesso di statue  una “litania di pietra”, necessaria per placare Sekhmet e la persistenza della materia consentiva il perpetuarsi in eterno del rituale, anche in assenza dei sacerdoti, come del resto testimonia quanto è sopravvissuto ad oggi di queste opere devozionali e il carisma che ancora sprigionano, seppure lontano dal loro tempo e dai luoghi per le quali sono state concepite. Per chi cerca un salto nel tempo, per vivere il fascino dell’Antico Egitto senza varcare i confini del nostro Paese, il posto più straordinario in questione è proprio il Museo Egizio di Torino.

Sara Foti Sciavaliere

La suggestiva Croazia: tra le stradine di Fiume e Abbazia

Solitamente, fino a che un luogo di cui sentiamo parlare non lo visitiamo di persona, ci facciamo un’idea tutta nostra. Ed è stato così per la Croazia: ho sicuramente sempre immaginato un luogo suggestivo e incantevole, anche grazie alle immagini che si possono trovare sul web, ma ho anche sempre pensato che i suoi abitanti fossero un pochino schivi e indifferenti… Niente di più sbagliato, e ora vi racconterò il perché.

Per prima cosa tengo molto a dare alcuni consigli pratici se decidete di visitare alcune cittadine caratteristiche della Croazia: se vi è possibile portate con voi un po’ di soldi in contanti, questo perché, non facendo parte dell’Europa, non tutti i ristoranti o alberghi accettano i pagamenti in Euro. Lì le monete ufficiali sono le Cune. Ma non preoccupatevi nel caso come noi partiste senza dar troppo peso alla cosa: troverete diversi botteghini per il cambio monete, non avrete difficoltà, una volta arrivati, nel cambiare i soldi.

Come dicevo all’inizio, essere lì, per l’esattezza visitare la città di Fiume e la cittadina di Abbazia, ha cambiato in me l’idea che mi ero fatta: entrare nei ristoranti dove servono dell’ottimo pesce (risotti ai gamberetti e pasta fresca ai frutti di mare da non crederci e a prezzi davvero speciali), essere accompagnati al tavolo con gentilezza e attenzione, il chiacchiericcio intorno dei commensali a voce bassa, i gesti, i modi gentili, saranno certamente cose scontate, ma vi assicuro che l’educazione riscontrata e la classe negli atteggiamenti, nel gesticolare delle donne, mi ha conquistata completamente.

Per le strade c’è attenzione, rigore, nonostante il croato sia una lingua difficile da parlare e capire, vi assicuro che anche chiedere una comune informazione, diventa semplice e per nulla complicato. Il modo di parlare così cortese, rende possibile una comunicazione con il tuo interlocutore. Non avrei mai pensato di sentirmi così a mio agio in una “terra sconosciuta”, io come poi i miei familiari, per tutti noi è stato così.

Ma ora parliamo dei luoghi: Fiume è una città che si avvicina molto, nell’aspetto, a una metropoli. Questo perché, seppur piccola, è davvero comoda e funzionale. Caratterizzata poi dal suggestivo porto sul quale si affaccia che, di sera, ci permette di ammirare luci artificiali che lo rendono ancora più affascinante.

Nella cittadina vi sono molti locali che mi hanno colpita in quanto quasi tutti sono accomunati da una stessa peculiarità: all’interno di essi le luci sono lievi e soffuse, creano un’atmosfera davvero romantica e per questo consigliati alle coppie di ogni età.

Abbazia, invece, a differenza di Fiume, ricorda già un piccolo borgo sul mare con i suoi banchetti e negozi caratteristici, piccole boutique, botteghe di souvenir.

Si affacciano sulla scogliera bellissimi locali, tra questi il bar Hemingway, molto grande, con tavolini all’aperto e davvero suggestivo.

Una piscina naturale creata sul mare, alberghi caratteristici e locali a picco sul mare. Per non parlare del curato giardino creato ad arte come un labirinto al di là della chiesa e del piccolo Santuario all’aperto con lumi, portati dai passanti, posizionati tutti intorno alla Madonnina.

Il tempo non è stato a nostro favore, ma vi dirò: ha creato ancor di più atmosfera su luoghi che, una volta visti, difficilmente vengono dimenticati.

 

Irlanda in rosa

Tempo di sole e di vacanze, tempo di decidere una meta.

C’è chi opta per l’Irlanda, ma non per i motivi che si immaginerebbero.

In piena estate, Ren Parker nella terra di San Patrizio ci va per lavoro. Roba che nemmeno i milanesi più stakanovisti.

Ren svolge un mestiere piuttosto curioso: quello di procacciatrice immobiliare. Clienti facoltosi, arrivati da lei tramite il passaparola, le comunicano la zona in cui vorrebbero trovare la dimora dei loro sogni, le caratteristiche desiderate e il budget, e immediatamente la bella londinese si attiva.

Così, quando il signor Dempsey la contatta, Ren carica su una vecchia Fiat a nolo bagagli e assistente, e parte per Ballykiltara, ridente e verderrima cittadina nell’Anello di Tara. Il suo istinto da segugio immobiliare è già in azione.

Inizia così la caccia alla casa perfetta che tuttavia porterà Ren e Kiki, la sua assistente, verso bivi inattesi.

Il proprietario del loro albergo sembra così carino; e cos’è la misteriosa Welcome House, una sorta di rifugio un po’ fiabesco, e a chi appartiene?

Le coincidenze sembrano moltiplicarsi sul percorso della protagonista: sarà forse un’influenza del famigerato nomen omen, dato che il suo nome completo è Serendipity?

Ali McNamara è un’autrice anglofona di successo, che con la Newton Compton ha già pubblicato, in traduzione, numerosi romanzi.

L’estate delle coincidenze è l’ultimo, un romance soffice, da assaporare in viaggio, o per sentire un po’ di vento irlandese tra i capelli.

L’unico appunto che verrebbe da muovere alla protagonista è di iniziare a fare una bella distinzione tra i concetti di folle e rimbambita: la sua assistente che straparla, sbaglia le parole a caso e inanella gaffe una di fila all’altra, non è folle, come sostiene Ren. È rimbambita. O sotto acidi, decidete voi.

La Cappella Sansevero e il Cristo velato

Non si può non rimanere colpiti, quasi sgomenti, di fronte al Cristo velato (1753) di Giuseppe Sanmartino, opera esposta nella Cappella dei Sansevero a Napoli. Visitatori e turisti arrivano  da ogni parte di Italia e non solo ogni giorno presso questa piccola e sfarzosa cappella, in un’anonima viuzza a due passi da Spaccanapoli. Il Cristo velato è talmente straordinario nell’impatto che sortisce su chi lo osserva che ho visto rimanere incantati e senza parole perfino orde barbariche di chiassose scolaresche. Basterebbe comunque pensare che tra gli estimatore di questa suggestiva scultura si può annoverare perfino lo scultore Antonio Canova, il quale dichiarò che sarebbe stato pronto a dare dieci anni della sua vita pur di essere l’autore di un siffatto capolavoro.
Il committente dell’opera era stato un personaggio assai chiacchierato, Raimondo de Sangro, dei Principi di Sansevero, che aveva dato una serie di indicazione sulla scultura che voleva fosse realizzata. A essere incaricato però all’inizio era stato Antonio Corradini, che tuttavia ebbe solo il tempo di creare un bozzetto in creta prima di morire. Raimondo allora passò la commissione al giovane scultore napoletano Sanmartino che ignorò quasi del tutto il bozzetto del suo predecessore. La sensibilità di Giuseppe Sanmartino scolpisce, in un unico blocco di marmo, il corpo senza vita e i ritmi convulsi delle pieghe del velo incidono una sofferenza profonda, quasi rimarcasse le linee del corpo martoriato: la vena gonfia e pare ancora palpitante sulla fronte, le trafitture dei chiodi sui piedi e le mani, il costato scavato. Lo scultore poi non tralascia neanche il certosino ricamo dei bordi del sudario e la cura con cui realizza gli strumenti della Passione posti ai piedi del Cristo.

La fama di alchimista di Raimondo di Sangro ha fatto fiorire sul suo conto numerose leggende. Una di queste riguarda proprio il velo del Cristo di Sanmartino: da oltre due secoli, infatti, viaggiatori, turisti e perfino alcuni studiosi, increduli dinanzi alla trasparenza del sudario, lo hanno erroneamente ritenuto frutto di un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto dallo stesso principe di Sansevero.
Tale leggenda è dura a morire: l’alone di mistero che avvolge il principe di Sansevero e la “liquida” trasparenza del sudario continuano ad alimentarla. D’altra parte, era nelle intenzioni del di Sangro  suscitare meraviglia, ma egli stesso constatò che quel velo marmoreo era tanto impalpabile e “fatto con tanta arte da lasciare stupiti i più abili osservatori”.

La statua del Cristo velato è posta al centro della Cappella Sansevero convogliando su di se l’attenzione dei visitatori, ma tutt’intorno lo spazio che l’accoglie è un significativo esempio dello sfarzo dell’arte settecentesca. La cappella in verità ha origini precedenti, quando – si narra – sul finire del XVI secolo, un uomo innocente, trascinato in catene per essere condotto in carcere, passando davanti al giardino del Palazzo de Sangro, vide crollare una parte del muro di cinta di quel giardino e apparire un’immaginde della Beata Vergine; egli promise allora che avrebbe donato una lapide d’argento alla Madonna se fosse stata riconosciuta la sua innocenza: poco l’uomo fu scarcerato e mantenne fede al voto fatto. L’immagine sacra fu motivo di pellegrinaggi e a promotrici di molte grazie, finché Giovan Francesco Paolo de Sangro, molto ammalato, ne ottenne egli stesso la guarigione e per gratitudine fece erigere una cappelletta dedicata a S.Maria della Pietà o della Pietatella, proprio lì dove era apparsa per la prima volta la venerabile effige.  Da allora quel luogo di devozione divenne anche l’“ultima dimora”  della famiglia dei principi di Sansevero, al quale dedicò grande impegno Raimondo de Sangro, chiamando presso di sé pittori e scultori rinomati, seguendo personalmente le fasi di lavorazione e scegliendo i materiali. L’idea era quella di farne un tempio degno della grandezza del suo casato, arricchendolo di sculture di altissimo pregio.

Malgrado i fasti ricercati da Raimondo e che caratterizzano tutti i monumenti sepolcrali collocati nella cappella, per la propria tomba volle una sobrietà quasi severa: su tutto ha principalmente risalto la grande lapide in marmo rosa, su cui è articolato il lungo elogio funebre intagliato senza scalpello, ma con un procedimento a base di solventi chimici ideato dallo stesso principe, mente geniale e fine inventore.
E passando davanti a questa sepoltura si raggiunge una piccola scala di ferro dalla quale si accede a un vano di forma ellittica, la cavea sotterranea, che in un progetto irrealizzato di Raimondo avrebbe dovuto accogliere le sepolture dei suoi discendenti, mentre oggi ospita due grosse bacheche contenenti gli scheletri di un uomo e una donna in posizione eretta, realizzati  da un medico palermitano sotto la direzione di Raimondo de Sangro. Un cronista del Settecento li definì “macchine anatomiche” (in cui il sistema venoso e arterioso si è conservato perfettamente a distanza di duecento anno, ma non se ne conosce attraverso quale procedimento), mentre la fantasia popolare tramandava che essi fossero i resti dei corpi di due servitori del principe nei quali sarebbe stato iniettato un misterioso liquido che avrebbe pietrificato le loro vene e arterie. Messa comunque da parte la leggenda, tutt’oggi non è possibile asserire con certezza quali siano stati i metodi adoperati per tali incredibili “opere”, e ancora più sorprende la verosimiglianza con cui il sistema circolatorio è riprodotto, benché all’epoca le conoscenze in materia non fossero tanto avanzate.

Un po’ tutta la Cappella Sansevero è una sintesi dell’attività di mecenatismo di Raimondo de Sangro, della sua genialità di inventore, la vastità delle sue conoscenze e le sue capacità di alchimista.
“Osserva con occhi attenti e con venerazione le urne degli eroi onuste di gloria e contempla con meraviglia il pregevole ossequio all’opera divina e i sepolcri dei defunti e quando avrai reso gli onori dovuti profondamente rifletti e allontanati”. Così si conclude l’iscrizione dedicatoria sulla porta laterale della cappella, come un invito al visitatore che qui giunge spinto dalla curiosità e da qui va via con sentimenti di intenso stupore.

Sara Foti Sciavaliere

Il Grand Tour in Umbria

 

Pare che il termine Grand Tour sia stato utilizzato per la prima volta dall’inglese Richard Lassels nella sua guida The Voyage of Italy nel 1670.

Roma era la meta clou di questo viaggio di formazione che solo giovani rampolli nobili potevano permettersi in luogo o in aggiunta al corso di studi universitario. Se il capofamiglia era di manica larga ci si poteva spingere anche più giù fino a Napoli, o addirittura nella calda e assolata Sicilia.

Per arrivare a Roma comunque, il percorso dal nord prevedeva il passaggio degli Appennini facendo quasi tappa obbligata in Umbria: questo almeno è ciò che fece Goethe che rimase sicuramente affascinato dalle cittadine di Terni e di Spoleto, oltre che rapito dalla visione delle Cascate delle Marmore.

Nei libri di viaggio e nelle guide, la Cascata viene esaltata per l’impetuosità e la ricchezza delle acque, l’intensità del suo arcobaleno, l’assordante fragore, il paesaggio che la circonda. Pur avendo costituito fonte di ispirazione per artisti di vario tipo, conquistò il suo definitivo ruolo nella cultura figurativa e poetica del Sette-Ottocento grazie alla localizzazione di Terni lungo il percorso del Grand Tour, attraverso l’Europa, partendo da Parigi, attraversando il centro della Francia, quindi la Svizzera e finalmente l’Italia. Così la Cascata divenne una delle bellezze da vedere obbligatoriamente.
Il suo arcobaleno venne collocato come Pompei e il Vesuvio tra le meraviglie italiane, giustificando il gran numero di dipinti e incisioni a essa dedicati. La consacrazione definitiva nella cultura europea avvenne grazie ai versi di George Byron, che nel IV canto de “Il pellegrinaggio del giovane Aroldo” ne esalta il concetto di “orrida bellezza”.

Volgiti ancora e guarda! Ella s’avanza
come un’eternità, per ingoiare
tutto che incontra, di spavento l’occhio
beando, impareggiabil cateratta 
orribilmente bella!

Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) rimase incantato dal paesaggio dell’Umbria, dalle sue bellezze naturali e paesaggistiche. Egli arrivò in Umbria da Firenze nell’ottobre del 1786, e visitò Perugia, Assisi, Foligno, Spoleto e Terni: “In un mattino incantevole lasciai Perugia e provai la felicità di essere nuovamente solo. La città è in bella posizione, la vista del lago straordinariamente amena: mi sono ben impresso nella mente quelle visioni”, annotò il poeta nel suo diario.

Anche il Tempio di Minerva ad Assisi colpì l’immaginario di Goethe che una volta giunto sul luogo, accompagnato da un giovane del posto, scrisse: “Finalmente giungemmo alla città veramente antica ed, ecco, davanti ai miei occhi, quell’illustre monumento, il primo completo monumento dell’antichità che io contemplavo”. Celebre è anche la frase con cui il poeta, nel suo taccuino di viaggio in Italia, manifestò il suo apprezzamento verso il Ponte delle Torri di Spoleto e verso l’utilità civica delle opere architettoniche antiche: “L’arte architettonica degli antichi è veramente una seconda natura, che opera conforme agli usi e agli scopi civili. È così che sorge l’anfiteatro, il tempio, l’acquedotto”.

Di passaggio a Terni il 27 ottobre del 1786, Goethe la definì una “cittadina in una posizione ridente, che ho ammirato con piacere, in un giro fatto ora. Si trova al principio di una bella pianura, fra monti di roccia calcarea. Come Bologna dalla parte opposta, così Terni al di qua si stende ai piedi di una catena di monti…“. Non poté fare a meno di stupirsi per la presenza diffusissima degli ulivi: “In un terreno molto sassoso ho visto oggi le piante d’olivo più grandi e più annose (antiche) mai viste”. Il grande scrittore tedesco si incuriosì a tal punto da fornire ai lettori del suo voluminoso “Italienische Reise” (tradotto con il titolo di “Viaggio in Italia”) anche delle informazioni sulle modalità di raccolta delle olive:”Siamo al principio della raccolta delle olive. I contadini le abbacchiano con le pertiche. Quando si annunzia un inverno precoce, il resto della raccolta si lascia sui rami fino a febbraio”.

Furono questi giovani aristocratici, per lo più ricchi di buona famiglia, quei pochi che all’epoca potevano permettersi il viaggio fine a se stesso e non giravano per le capitali d’Europa con una macchina fotografica al collo, ma avevano con sé pennelli, tavole, penne e quaderni, che inventarono il Tour, qualcosa che non era mai esistito prima e che un giorno sarebbe diventato quel fenomeno di massa che oggi ha guadagnato il nome di turismo.

http://www.marmorefalls.it/ita/6/la-cascata/?&sub=6
http://www.umbriatouring.it/nel-cuore-dei-tedeschi/
https://www.umbriatourism.it/it/-/i-luoghi-del-grand-tour-nel-ternano
http://www.quattrocolonne-news.it/2017/04/12/grand-tour-umbria/

Giardino della Minerva, il cuore della Salerno medievale e della storica Scuola medica


Chi si trova a fare un giro turistico a Salerno sicuramente lo fa per la manifestazione natalizia Luci d’Artista, l’antica Cattedrale di San Matteo, il Castello del longobardo Arechi e magari una capatina all’acquedotto medievale, il cosiddetto Ponti del Diavolo, ingoiati nel traffico urbano della città. Non tutti però si avventurano al Giardino della Minerva, un tempo cuore pulsante della Salerno del Medioevo, collocata in una zona che era denominata Plaium montis, a metà strada di un ideale percorso che si sviluppa lungo l’asse degli orti cinti e terrazzati che dalla Villa Comunale salgono, intorno al torrente Fusandola (oggi percorrendo uno stretto e ripido budello, che si arrampica verso il Castello di Arechi. Per coloro che non amano le scarpinate c’è però una via semplice, l’ascensore comunale che è possibile raggiungere da un vicolo alle spalle della Chiesa dell’Annunziata e che conduce i visitatore al livello delle stradine d’accesso al Giardino.

Il viridario fu proprietà della famiglia Silvatico sin dal XII secolo e, in seguito, nel primo ventennio del 1300, il maestro Matteo Silvatico, vi istituì un Giardino dei semplici, precursore di tutti i futuri Orti botanici d’Europa. In questo spazio erano coltivate alcune delle piante da cui si ricavavano i princìpi attivi impiegati a scopo terapeutico e Matteo Silvatico vi svolgeva, inoltre, una vera e propria attività didattica per mostrare agli allievi della Scuola Medica le piante con il loro nome e le loro caratteristiche. Il giardino medievale, nel corso d’una recente campagna di indagini archeologiche, è stato rinvenuto a circa due metri di profondità sotto l‘attuale piano di calpestio. Da una descrizione del 1666 però la proprietà mostrava già l‘aspetto che attuale. Una lunga scalea, caratterizzata una serie di pilastri sorreggono una pergola di legno, che collega i quattro terrazzi del giardino e costruita sulle mura antiche della città, permettendo un’ampia e privilegiata del golfo, del centro storico e delle colline. Per ogni terrazzamento ci sono canalizzazioni, vasche e fontane che costituiscono un complesso sistema di distribuzione dell’acqua, che denota la presenza di fonti cospicue che hanno permesso, nei secoli, il mantenimento a coltura delle coltivazioni, agevolate anche dal particolare microclima con una scarsa incidenza dei venti di tramontana e dalla favorevole esposizione.

Si accede da via Ferrante Sanseverino, attraversando l’attiguo Palazzo Capasso, dal nome dell’ultima famiglia che ne ebbe la proprietà; fu proprio il professor Giovanni Capasso infatti a farne dono nell’immediato secondo dopoguerra. Superato poi l’arco che si apre accanto a una fontana monumentale ci si trova sul primo livello del Giardino della Minerva con uno spazio centrale dove le siepi seguono la disposizione geometrica dei giardini all’italiana, con quattro vialetti come raggi di una circonferenza conducono al centro di una rotonda e lì, a terra, si leggono i quattro elementi e le corrispettive qualità (secco, freddo, caldo umido). Ricordiamo così il fine con cui nasce questo luogo di benessere, in funzione della rinomata Scuola medica salernitana, per la quale la terapeutica e di conseguenza gli studi di botanica si fondavano essenzialmente sui principi pitagorici della “dottrina dei quattro umori” basata a sua volta sull’antica “teoria degli elementi”. Una breve scaletta, accanto alla grande peschiera, permette di risalire al secondo livello con la fontana della Gorgone e una panchina in battuto di lapillo, dove sedersi qualche istante per godersi la serenità di questo luogo, accompagnati dal lento e confortante incedere dell’acqua. La scalea pergolata conduce ai successivi livelli, dove nel penultimo troviamo la Fontana della Rosa dei Venti, decorata con inserti di “schiuma di mare” e conchiglie. Se capita di trovarsi verso l’ora del tramonto si rimane incantati a vedere la luce del sole che cala sul mare.

In questo luogo un ricordo lo merita una presenza straordinaria per quei tempi lontani quando il Giardino nasce, ma che era una delle peculiarità della Scuola medica locale, ossia le mulieres salernitanae: in realtà il Giardino della minerva non era ancora stato istituito da Silvatico e le donne potevano accedere alla Scuola sia come studentesse che come docenti. Tra queste una menzione inevitabile la merita Trottula de Ruggero, la più famosa di tutte, la cui fama fu tale in tutta Europa da divenire quasi una figura leggendaria. Vissuta nel XI secolo, Trottula si occupò delle malattie delle donne, di chirurgia e anche di cosmesi e i suoi trattati sono stati per lungo tempo la base della medicina per le donne, scrivendo “De passionibus mulierum ante in et post partum” (“Sulle malattie delle donne prima e dopo il parto”) e “De ornatu mulierum” (“Sui cosmetici delle donne”).

Prima di lasciare il Giardino della Minerva, concediamoci una rilassante sosta nella tisaneria nel Palazzo Capasso, scegliamo una delle miscele di erbe più congeniale ai nostri gusti e sorseggiamola sulla verandina sospesa tra il monte Bonadies e il golfo di Salerno, e ricordiamo il primo principio del Regimen Sanitatis della Scuola medica salernitana, così come ci viene suggerito dalla targa in terracotta posta vicino alla fontana monumentale:

Se ti mancano i medici,
Siano per te medici queste tre cose:
L’animo lieto, la quiete e la moderata dieta
”.

Sara Foti Sciavaliere