La suggestiva Croazia: tra le stradine di Fiume e Abbazia

Solitamente, fino a che un luogo di cui sentiamo parlare non lo visitiamo di persona, ci facciamo un’idea tutta nostra. Ed è stato così per la Croazia: ho sicuramente sempre immaginato un luogo suggestivo e incantevole, anche grazie alle immagini che si possono trovare sul web, ma ho anche sempre pensato che i suoi abitanti fossero un pochino schivi e indifferenti… Niente di più sbagliato, e ora vi racconterò il perché.

Per prima cosa tengo molto a dare alcuni consigli pratici se decidete di visitare alcune cittadine caratteristiche della Croazia: se vi è possibile portate con voi un po’ di soldi in contanti, questo perché, non facendo parte dell’Europa, non tutti i ristoranti o alberghi accettano i pagamenti in Euro. Lì le monete ufficiali sono le Cune. Ma non preoccupatevi nel caso come noi partiste senza dar troppo peso alla cosa: troverete diversi botteghini per il cambio monete, non avrete difficoltà, una volta arrivati, nel cambiare i soldi.

Come dicevo all’inizio, essere lì, per l’esattezza visitare la città di Fiume e la cittadina di Abbazia, ha cambiato in me l’idea che mi ero fatta: entrare nei ristoranti dove servono dell’ottimo pesce (risotti ai gamberetti e pasta fresca ai frutti di mare da non crederci e a prezzi davvero speciali), essere accompagnati al tavolo con gentilezza e attenzione, il chiacchiericcio intorno dei commensali a voce bassa, i gesti, i modi gentili, saranno certamente cose scontate, ma vi assicuro che l’educazione riscontrata e la classe negli atteggiamenti, nel gesticolare delle donne, mi ha conquistata completamente.

Per le strade c’è attenzione, rigore, nonostante il croato sia una lingua difficile da parlare e capire, vi assicuro che anche chiedere una comune informazione, diventa semplice e per nulla complicato. Il modo di parlare così cortese, rende possibile una comunicazione con il tuo interlocutore. Non avrei mai pensato di sentirmi così a mio agio in una “terra sconosciuta”, io come poi i miei familiari, per tutti noi è stato così.

Ma ora parliamo dei luoghi: Fiume è una città che si avvicina molto, nell’aspetto, a una metropoli. Questo perché, seppur piccola, è davvero comoda e funzionale. Caratterizzata poi dal suggestivo porto sul quale si affaccia che, di sera, ci permette di ammirare luci artificiali che lo rendono ancora più affascinante.

Nella cittadina vi sono molti locali che mi hanno colpita in quanto quasi tutti sono accomunati da una stessa peculiarità: all’interno di essi le luci sono lievi e soffuse, creano un’atmosfera davvero romantica e per questo consigliati alle coppie di ogni età.

Abbazia, invece, a differenza di Fiume, ricorda già un piccolo borgo sul mare con i suoi banchetti e negozi caratteristici, piccole boutique, botteghe di souvenir.

Si affacciano sulla scogliera bellissimi locali, tra questi il bar Hemingway, molto grande, con tavolini all’aperto e davvero suggestivo.

Una piscina naturale creata sul mare, alberghi caratteristici e locali a picco sul mare. Per non parlare del curato giardino creato ad arte come un labirinto al di là della chiesa e del piccolo Santuario all’aperto con lumi, portati dai passanti, posizionati tutti intorno alla Madonnina.

Il tempo non è stato a nostro favore, ma vi dirò: ha creato ancor di più atmosfera su luoghi che, una volta visti, difficilmente vengono dimenticati.

 

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Irlanda in rosa

Tempo di sole e di vacanze, tempo di decidere una meta.

C’è chi opta per l’Irlanda, ma non per i motivi che si immaginerebbero.

In piena estate, Ren Parker nella terra di San Patrizio ci va per lavoro. Roba che nemmeno i milanesi più stakanovisti.

Ren svolge un mestiere piuttosto curioso: quello di procacciatrice immobiliare. Clienti facoltosi, arrivati da lei tramite il passaparola, le comunicano la zona in cui vorrebbero trovare la dimora dei loro sogni, le caratteristiche desiderate e il budget, e immediatamente la bella londinese si attiva.

Così, quando il signor Dempsey la contatta, Ren carica su una vecchia Fiat a nolo bagagli e assistente, e parte per Ballykiltara, ridente e verderrima cittadina nell’Anello di Tara. Il suo istinto da segugio immobiliare è già in azione.

Inizia così la caccia alla casa perfetta che tuttavia porterà Ren e Kiki, la sua assistente, verso bivi inattesi.

Il proprietario del loro albergo sembra così carino; e cos’è la misteriosa Welcome House, una sorta di rifugio un po’ fiabesco, e a chi appartiene?

Le coincidenze sembrano moltiplicarsi sul percorso della protagonista: sarà forse un’influenza del famigerato nomen omen, dato che il suo nome completo è Serendipity?

Ali McNamara è un’autrice anglofona di successo, che con la Newton Compton ha già pubblicato, in traduzione, numerosi romanzi.

L’estate delle coincidenze è l’ultimo, un romance soffice, da assaporare in viaggio, o per sentire un po’ di vento irlandese tra i capelli.

L’unico appunto che verrebbe da muovere alla protagonista è di iniziare a fare una bella distinzione tra i concetti di folle e rimbambita: la sua assistente che straparla, sbaglia le parole a caso e inanella gaffe una di fila all’altra, non è folle, come sostiene Ren. È rimbambita. O sotto acidi, decidete voi.

La Cappella Sansevero e il Cristo velato

Non si può non rimanere colpiti, quasi sgomenti, di fronte al Cristo velato (1753) di Giuseppe Sanmartino, opera esposta nella Cappella dei Sansevero a Napoli. Visitatori e turisti arrivano  da ogni parte di Italia e non solo ogni giorno presso questa piccola e sfarzosa cappella, in un’anonima viuzza a due passi da Spaccanapoli. Il Cristo velato è talmente straordinario nell’impatto che sortisce su chi lo osserva che ho visto rimanere incantati e senza parole perfino orde barbariche di chiassose scolaresche. Basterebbe comunque pensare che tra gli estimatore di questa suggestiva scultura si può annoverare perfino lo scultore Antonio Canova, il quale dichiarò che sarebbe stato pronto a dare dieci anni della sua vita pur di essere l’autore di un siffatto capolavoro.
Il committente dell’opera era stato un personaggio assai chiacchierato, Raimondo de Sangro, dei Principi di Sansevero, che aveva dato una serie di indicazione sulla scultura che voleva fosse realizzata. A essere incaricato però all’inizio era stato Antonio Corradini, che tuttavia ebbe solo il tempo di creare un bozzetto in creta prima di morire. Raimondo allora passò la commissione al giovane scultore napoletano Sanmartino che ignorò quasi del tutto il bozzetto del suo predecessore. La sensibilità di Giuseppe Sanmartino scolpisce, in un unico blocco di marmo, il corpo senza vita e i ritmi convulsi delle pieghe del velo incidono una sofferenza profonda, quasi rimarcasse le linee del corpo martoriato: la vena gonfia e pare ancora palpitante sulla fronte, le trafitture dei chiodi sui piedi e le mani, il costato scavato. Lo scultore poi non tralascia neanche il certosino ricamo dei bordi del sudario e la cura con cui realizza gli strumenti della Passione posti ai piedi del Cristo.

La fama di alchimista di Raimondo di Sangro ha fatto fiorire sul suo conto numerose leggende. Una di queste riguarda proprio il velo del Cristo di Sanmartino: da oltre due secoli, infatti, viaggiatori, turisti e perfino alcuni studiosi, increduli dinanzi alla trasparenza del sudario, lo hanno erroneamente ritenuto frutto di un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto dallo stesso principe di Sansevero.
Tale leggenda è dura a morire: l’alone di mistero che avvolge il principe di Sansevero e la “liquida” trasparenza del sudario continuano ad alimentarla. D’altra parte, era nelle intenzioni del di Sangro  suscitare meraviglia, ma egli stesso constatò che quel velo marmoreo era tanto impalpabile e “fatto con tanta arte da lasciare stupiti i più abili osservatori”.

La statua del Cristo velato è posta al centro della Cappella Sansevero convogliando su di se l’attenzione dei visitatori, ma tutt’intorno lo spazio che l’accoglie è un significativo esempio dello sfarzo dell’arte settecentesca. La cappella in verità ha origini precedenti, quando – si narra – sul finire del XVI secolo, un uomo innocente, trascinato in catene per essere condotto in carcere, passando davanti al giardino del Palazzo de Sangro, vide crollare una parte del muro di cinta di quel giardino e apparire un’immaginde della Beata Vergine; egli promise allora che avrebbe donato una lapide d’argento alla Madonna se fosse stata riconosciuta la sua innocenza: poco l’uomo fu scarcerato e mantenne fede al voto fatto. L’immagine sacra fu motivo di pellegrinaggi e a promotrici di molte grazie, finché Giovan Francesco Paolo de Sangro, molto ammalato, ne ottenne egli stesso la guarigione e per gratitudine fece erigere una cappelletta dedicata a S.Maria della Pietà o della Pietatella, proprio lì dove era apparsa per la prima volta la venerabile effige.  Da allora quel luogo di devozione divenne anche l’“ultima dimora”  della famiglia dei principi di Sansevero, al quale dedicò grande impegno Raimondo de Sangro, chiamando presso di sé pittori e scultori rinomati, seguendo personalmente le fasi di lavorazione e scegliendo i materiali. L’idea era quella di farne un tempio degno della grandezza del suo casato, arricchendolo di sculture di altissimo pregio.

Malgrado i fasti ricercati da Raimondo e che caratterizzano tutti i monumenti sepolcrali collocati nella cappella, per la propria tomba volle una sobrietà quasi severa: su tutto ha principalmente risalto la grande lapide in marmo rosa, su cui è articolato il lungo elogio funebre intagliato senza scalpello, ma con un procedimento a base di solventi chimici ideato dallo stesso principe, mente geniale e fine inventore.
E passando davanti a questa sepoltura si raggiunge una piccola scala di ferro dalla quale si accede a un vano di forma ellittica, la cavea sotterranea, che in un progetto irrealizzato di Raimondo avrebbe dovuto accogliere le sepolture dei suoi discendenti, mentre oggi ospita due grosse bacheche contenenti gli scheletri di un uomo e una donna in posizione eretta, realizzati  da un medico palermitano sotto la direzione di Raimondo de Sangro. Un cronista del Settecento li definì “macchine anatomiche” (in cui il sistema venoso e arterioso si è conservato perfettamente a distanza di duecento anno, ma non se ne conosce attraverso quale procedimento), mentre la fantasia popolare tramandava che essi fossero i resti dei corpi di due servitori del principe nei quali sarebbe stato iniettato un misterioso liquido che avrebbe pietrificato le loro vene e arterie. Messa comunque da parte la leggenda, tutt’oggi non è possibile asserire con certezza quali siano stati i metodi adoperati per tali incredibili “opere”, e ancora più sorprende la verosimiglianza con cui il sistema circolatorio è riprodotto, benché all’epoca le conoscenze in materia non fossero tanto avanzate.

Un po’ tutta la Cappella Sansevero è una sintesi dell’attività di mecenatismo di Raimondo de Sangro, della sua genialità di inventore, la vastità delle sue conoscenze e le sue capacità di alchimista.
“Osserva con occhi attenti e con venerazione le urne degli eroi onuste di gloria e contempla con meraviglia il pregevole ossequio all’opera divina e i sepolcri dei defunti e quando avrai reso gli onori dovuti profondamente rifletti e allontanati”. Così si conclude l’iscrizione dedicatoria sulla porta laterale della cappella, come un invito al visitatore che qui giunge spinto dalla curiosità e da qui va via con sentimenti di intenso stupore.

Sara Foti Sciavaliere

Il Grand Tour in Umbria

 

Pare che il termine Grand Tour sia stato utilizzato per la prima volta dall’inglese Richard Lassels nella sua guida The Voyage of Italy nel 1670.

Roma era la meta clou di questo viaggio di formazione che solo giovani rampolli nobili potevano permettersi in luogo o in aggiunta al corso di studi universitario. Se il capofamiglia era di manica larga ci si poteva spingere anche più giù fino a Napoli, o addirittura nella calda e assolata Sicilia.

Per arrivare a Roma comunque, il percorso dal nord prevedeva il passaggio degli Appennini facendo quasi tappa obbligata in Umbria: questo almeno è ciò che fece Goethe che rimase sicuramente affascinato dalle cittadine di Terni e di Spoleto, oltre che rapito dalla visione delle Cascate delle Marmore.

Nei libri di viaggio e nelle guide, la Cascata viene esaltata per l’impetuosità e la ricchezza delle acque, l’intensità del suo arcobaleno, l’assordante fragore, il paesaggio che la circonda. Pur avendo costituito fonte di ispirazione per artisti di vario tipo, conquistò il suo definitivo ruolo nella cultura figurativa e poetica del Sette-Ottocento grazie alla localizzazione di Terni lungo il percorso del Grand Tour, attraverso l’Europa, partendo da Parigi, attraversando il centro della Francia, quindi la Svizzera e finalmente l’Italia. Così la Cascata divenne una delle bellezze da vedere obbligatoriamente.
Il suo arcobaleno venne collocato come Pompei e il Vesuvio tra le meraviglie italiane, giustificando il gran numero di dipinti e incisioni a essa dedicati. La consacrazione definitiva nella cultura europea avvenne grazie ai versi di George Byron, che nel IV canto de “Il pellegrinaggio del giovane Aroldo” ne esalta il concetto di “orrida bellezza”.

Volgiti ancora e guarda! Ella s’avanza
come un’eternità, per ingoiare
tutto che incontra, di spavento l’occhio
beando, impareggiabil cateratta 
orribilmente bella!

Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) rimase incantato dal paesaggio dell’Umbria, dalle sue bellezze naturali e paesaggistiche. Egli arrivò in Umbria da Firenze nell’ottobre del 1786, e visitò Perugia, Assisi, Foligno, Spoleto e Terni: “In un mattino incantevole lasciai Perugia e provai la felicità di essere nuovamente solo. La città è in bella posizione, la vista del lago straordinariamente amena: mi sono ben impresso nella mente quelle visioni”, annotò il poeta nel suo diario.

Anche il Tempio di Minerva ad Assisi colpì l’immaginario di Goethe che una volta giunto sul luogo, accompagnato da un giovane del posto, scrisse: “Finalmente giungemmo alla città veramente antica ed, ecco, davanti ai miei occhi, quell’illustre monumento, il primo completo monumento dell’antichità che io contemplavo”. Celebre è anche la frase con cui il poeta, nel suo taccuino di viaggio in Italia, manifestò il suo apprezzamento verso il Ponte delle Torri di Spoleto e verso l’utilità civica delle opere architettoniche antiche: “L’arte architettonica degli antichi è veramente una seconda natura, che opera conforme agli usi e agli scopi civili. È così che sorge l’anfiteatro, il tempio, l’acquedotto”.

Di passaggio a Terni il 27 ottobre del 1786, Goethe la definì una “cittadina in una posizione ridente, che ho ammirato con piacere, in un giro fatto ora. Si trova al principio di una bella pianura, fra monti di roccia calcarea. Come Bologna dalla parte opposta, così Terni al di qua si stende ai piedi di una catena di monti…“. Non poté fare a meno di stupirsi per la presenza diffusissima degli ulivi: “In un terreno molto sassoso ho visto oggi le piante d’olivo più grandi e più annose (antiche) mai viste”. Il grande scrittore tedesco si incuriosì a tal punto da fornire ai lettori del suo voluminoso “Italienische Reise” (tradotto con il titolo di “Viaggio in Italia”) anche delle informazioni sulle modalità di raccolta delle olive:”Siamo al principio della raccolta delle olive. I contadini le abbacchiano con le pertiche. Quando si annunzia un inverno precoce, il resto della raccolta si lascia sui rami fino a febbraio”.

Furono questi giovani aristocratici, per lo più ricchi di buona famiglia, quei pochi che all’epoca potevano permettersi il viaggio fine a se stesso e non giravano per le capitali d’Europa con una macchina fotografica al collo, ma avevano con sé pennelli, tavole, penne e quaderni, che inventarono il Tour, qualcosa che non era mai esistito prima e che un giorno sarebbe diventato quel fenomeno di massa che oggi ha guadagnato il nome di turismo.

http://www.marmorefalls.it/ita/6/la-cascata/?&sub=6
http://www.umbriatouring.it/nel-cuore-dei-tedeschi/
https://www.umbriatourism.it/it/-/i-luoghi-del-grand-tour-nel-ternano
http://www.quattrocolonne-news.it/2017/04/12/grand-tour-umbria/

Giardino della Minerva, il cuore della Salerno medievale e della storica Scuola medica


Chi si trova a fare un giro turistico a Salerno sicuramente lo fa per la manifestazione natalizia Luci d’Artista, l’antica Cattedrale di San Matteo, il Castello del longobardo Arechi e magari una capatina all’acquedotto medievale, il cosiddetto Ponti del Diavolo, ingoiati nel traffico urbano della città. Non tutti però si avventurano al Giardino della Minerva, un tempo cuore pulsante della Salerno del Medioevo, collocata in una zona che era denominata Plaium montis, a metà strada di un ideale percorso che si sviluppa lungo l’asse degli orti cinti e terrazzati che dalla Villa Comunale salgono, intorno al torrente Fusandola (oggi percorrendo uno stretto e ripido budello, che si arrampica verso il Castello di Arechi. Per coloro che non amano le scarpinate c’è però una via semplice, l’ascensore comunale che è possibile raggiungere da un vicolo alle spalle della Chiesa dell’Annunziata e che conduce i visitatore al livello delle stradine d’accesso al Giardino.

Il viridario fu proprietà della famiglia Silvatico sin dal XII secolo e, in seguito, nel primo ventennio del 1300, il maestro Matteo Silvatico, vi istituì un Giardino dei semplici, precursore di tutti i futuri Orti botanici d’Europa. In questo spazio erano coltivate alcune delle piante da cui si ricavavano i princìpi attivi impiegati a scopo terapeutico e Matteo Silvatico vi svolgeva, inoltre, una vera e propria attività didattica per mostrare agli allievi della Scuola Medica le piante con il loro nome e le loro caratteristiche. Il giardino medievale, nel corso d’una recente campagna di indagini archeologiche, è stato rinvenuto a circa due metri di profondità sotto l‘attuale piano di calpestio. Da una descrizione del 1666 però la proprietà mostrava già l‘aspetto che attuale. Una lunga scalea, caratterizzata una serie di pilastri sorreggono una pergola di legno, che collega i quattro terrazzi del giardino e costruita sulle mura antiche della città, permettendo un’ampia e privilegiata del golfo, del centro storico e delle colline. Per ogni terrazzamento ci sono canalizzazioni, vasche e fontane che costituiscono un complesso sistema di distribuzione dell’acqua, che denota la presenza di fonti cospicue che hanno permesso, nei secoli, il mantenimento a coltura delle coltivazioni, agevolate anche dal particolare microclima con una scarsa incidenza dei venti di tramontana e dalla favorevole esposizione.

Si accede da via Ferrante Sanseverino, attraversando l’attiguo Palazzo Capasso, dal nome dell’ultima famiglia che ne ebbe la proprietà; fu proprio il professor Giovanni Capasso infatti a farne dono nell’immediato secondo dopoguerra. Superato poi l’arco che si apre accanto a una fontana monumentale ci si trova sul primo livello del Giardino della Minerva con uno spazio centrale dove le siepi seguono la disposizione geometrica dei giardini all’italiana, con quattro vialetti come raggi di una circonferenza conducono al centro di una rotonda e lì, a terra, si leggono i quattro elementi e le corrispettive qualità (secco, freddo, caldo umido). Ricordiamo così il fine con cui nasce questo luogo di benessere, in funzione della rinomata Scuola medica salernitana, per la quale la terapeutica e di conseguenza gli studi di botanica si fondavano essenzialmente sui principi pitagorici della “dottrina dei quattro umori” basata a sua volta sull’antica “teoria degli elementi”. Una breve scaletta, accanto alla grande peschiera, permette di risalire al secondo livello con la fontana della Gorgone e una panchina in battuto di lapillo, dove sedersi qualche istante per godersi la serenità di questo luogo, accompagnati dal lento e confortante incedere dell’acqua. La scalea pergolata conduce ai successivi livelli, dove nel penultimo troviamo la Fontana della Rosa dei Venti, decorata con inserti di “schiuma di mare” e conchiglie. Se capita di trovarsi verso l’ora del tramonto si rimane incantati a vedere la luce del sole che cala sul mare.

In questo luogo un ricordo lo merita una presenza straordinaria per quei tempi lontani quando il Giardino nasce, ma che era una delle peculiarità della Scuola medica locale, ossia le mulieres salernitanae: in realtà il Giardino della minerva non era ancora stato istituito da Silvatico e le donne potevano accedere alla Scuola sia come studentesse che come docenti. Tra queste una menzione inevitabile la merita Trottula de Ruggero, la più famosa di tutte, la cui fama fu tale in tutta Europa da divenire quasi una figura leggendaria. Vissuta nel XI secolo, Trottula si occupò delle malattie delle donne, di chirurgia e anche di cosmesi e i suoi trattati sono stati per lungo tempo la base della medicina per le donne, scrivendo “De passionibus mulierum ante in et post partum” (“Sulle malattie delle donne prima e dopo il parto”) e “De ornatu mulierum” (“Sui cosmetici delle donne”).

Prima di lasciare il Giardino della Minerva, concediamoci una rilassante sosta nella tisaneria nel Palazzo Capasso, scegliamo una delle miscele di erbe più congeniale ai nostri gusti e sorseggiamola sulla verandina sospesa tra il monte Bonadies e il golfo di Salerno, e ricordiamo il primo principio del Regimen Sanitatis della Scuola medica salernitana, così come ci viene suggerito dalla targa in terracotta posta vicino alla fontana monumentale:

Se ti mancano i medici,
Siano per te medici queste tre cose:
L’animo lieto, la quiete e la moderata dieta
”.

Sara Foti Sciavaliere

 

Cimitero Acattolico di Roma, dove riposano artisti e poeti

Una volta visitati i monumenti e i luoghi più noti di Roma, si scopre che la Città Eterna non è solo il Colosseo e San Pietro, i Fori imperiali, Piazza di Spagna e il Laterano, esiste una città sotterranea semisconosciuta e altre mete sottovalutate, perché forse troppo inconsuete. E se vi proponessero di andare a visitare un cimitero, probabilmente guardereste il vostro interlocutore con un misto di perplessità e incredulità. Per i più superstiziosi poi posso già immaginare gli scongiuri bisbigliati ed espressi con i gesti. Eppure una passeggiata nel Cimitero Acattolico di Roma merita di mettere da parte i pregiudizi.

Per visitarlo bisogna recarsi nello storico quartiere di Testaccio, vicino alla Porta Ostiense e alla Piramide di Caio Cestio, che domina la parte più antica dell’area cimiteriale. La stessa Piramide è uno spettacolare edificio sepolcrale che supera i 36 metri e interamente rivestito da lastre marmoree, la cui caratteristica forma è espressione di quella “moda egizia” che si diffonde a Roma all’indomani della conquista dell’Egitto nel 30 a.C. Incorporata poi nelle mura aureliane, essa fu edificata in 330 giorni in memoria del pretore e tribuno Caio Cestio Epulo, il cui nome è ricordato nell’iscrizione posta sul lato orientale del monumento.

Nei pressi della Piramidi, in quello che sembrerebbe un piccolo giardino pubblico si notano, sparse nel prato e tra la vegetazione curata, cippi e lapidi funerarie. È questa l’area più antica del cimitero, affianco alla quale la parte “nuova” si sviluppa su per un dolce declino, a breve terrazzamenti. Stretti vialetti di cipressi, oleandri, siepi di pitosforo e gelsomini, aiuole fiorite, fanno da sfondo ai monumenti in pietra e marmo.

Secondo le normative ecclesiastiche della Chiesa Cattolica, ai Protestanti è sempre stata preclusa la sepoltura in chiese cattoliche o in terre consacrate. Tuttavia, nelle località portuali, abbastanza presto si cominciarono a destinare spazi di sepoltura per persone di fede non cattolica e , prima che nel 1837 fosse istituito il Campo Verano, numerosi piccoli cimiteri costellavano le aree disabitate entro la cerchia delle Mura Aureliane: di essi, il Cimitero Acattolico è il solo ad aver conservato il sito e la funzione, dal 1716, a quando risalerebbe stando a documenti che riporta il permesso concesso da Papa Clemente XI, per membri della Corte Stuart in esilio dall’Inghilterra, ad essere sepolti di fronte alla Piramide. Il permesso fu esteso ad altre persone non cattoliche, molte di loro giovani nel compimento del Grand Tour, il lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo con lo scopo di perfezionare il loro sapere.

Il cimitero è noto per la presenza numerosa di artisti, scrittori, studiosi e diplomatici straneri che vi sono sepolti. Molti avevano scelto di vivere in Italia, altri invece morirono a causa di una malattia o di un incidente mentre erano in visita nella città. Sono quasi 4mila i defunti che riposano nel Cimitero: per la maggior parte inglesi e tedeschi, ma anche americani, scandinavi, russi e greci, di religione protestante ed ortodossa, ma anche islamica o buddista. Le iscrizioni sono in più di 15 lingue diverse, spesso incise con i caratteri della scrittura di appartenenza. Le tombe più amate dai visitatori, senza dubbio, sono quelle dei poeti inglesi John Keats e Percy Bysshe Shelley, il figlio di Goethe, il pittore russo Karl Brullov, ma anche il filosofo e politico italiano Antonio Gramsci. Di sepolture degne di nota ve ne sono davvero tante, sia per chi vi ha trovato luogo per il proprio riposo eterno che, in altri casi, per il valore artistico delle tombe stesse.

Il nucleo originario del Cimitero – oggi conosciuto come “parte antica” e prossimo alla Piramide Cestia – corrisponde, come scrivevo sopra, a un’ampia distesa erbosa con i monumenti funebri per lo più disposti in ordine sparso e con gli alberi radi, perché proibiti nel 1821 dal Segretario di Stato Pontificio con il pretesto che avrebbero ostacolato la vista della Piramide. In quest’area del Cimitero Acattolico si trovano le due tombe più conosciute e amate dai visitatori, due stele gemelle appartenenti l’una, quella con la lira e senza nome, al poeta inglese John Keats, l’altra, con la tavolozza dei colori, all’amico pittore Joseph Severn. Keats giunse a Roma nel 1820, dimorando presso la Casina Rossa di piazza di Spagna, e morì il 24 febbraio 1821 all’età di 25 anni. Fu desiderio dello stesso Keats che sulla sua tomba non venisse scritto alcun nome o data, soltanto la frase “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua” (come ricorda l’epitaffio sulla stele), mentre la lira greca con quattro delle otto corde spezzate voleva significare, come spiegò in seguito Severn, “il suo Genio Classico spezzato dalla morte prematura”. A sinistra della stele, su un muro, si può notare una lapide con un medaglione in cui è scolpito il profilo di Keats e accompagnato da un acrostico: «K-eats! if thy cherished name be “writ in water” – E-ach drop has fallen from some mourner’s cheek; – A-sacred tribute; such as heroes seek, – T-hough oft in vain – for dazzling deeds of slaughter – S-leep on! Not honoured less for Epitaph so meek! » ( «Keats! se il tuo caro nome è “scritto sull’acqua”, Ogni goccia è caduta dal volto di chi ti piange; Un sacro tributo; così come gli eroi cercano di fare, Sebbene spesso invano – azioni straordinarie di carnefice, Riposa! Non meno onorato per un epitaffio così mite!».
Il nome di Keats appare ancora anche sulla seconda stele, quella di Joseph Severn, morto in tarda età nel 1879 e sepolto accanto all’amico soltanto nel 1882, in seguito a una sottoscrizione pubblica: la sua lapide fu realizzata con dimensione e forma simile a quella dell’amico, sulla quale l’epitaffio così recita:

TO THE MEMORY OF JOSEPH SEVERN DEVOTED FRIEND AND DEATHBED COMPANION OF JOHN KEATS WHOM HE LIVED TO SEE NUMBERED AMONG THE IMMORTAL POETS OF ENGLAND

ovvero “Alla memoria di Joseph Severn, amico devoto e compagno di morte di John Keats, che sopravvisse per vederlo annoverato fra i poeti immortali d’Inghilterra”.

Dopo il 1822 iniziarono le sepolture nella “zona vecchia”, subito adiacente alla “parte antica” e nella quale troviamo numerose tombe dal fascino altrettanto antico e romantico, come quella di un altro grande poeta inglese, Percy Bysshe Shelley, morto in un naufragio nel golfo di La Spezia, nell’estate del 1822, durante una gita con la sua barca a vela: dieci giorni dopo il corpo senza vita di Shelley fu ritrovato sulla costa nei pressi di Viareggio. Gli amici lo cremarono sul posto e le sue ceneri riposano nel Cimitero del Testaccio, mentre il cuore, estratto dalla pira, venne custodito dalla moglie Mary Shelley. E a breve dostanza, sempre nei pressi delle mure aureliane che incorniciano il cimitero, non si può non soffermarsi davanti alla tomba di William Wetmore Story e di sua moglie Emelyn, una tomba che, per il suo fascino e la storia che racconta, è quasi il simbolo dello stesso Cimitero Acattolico. William – che dopo la sua morte fu seppellito nella stessa tomba della moglie – era uno scultore americano che nel 1894 realizzò la bellissima scultura che orna il sepolcro, “L’Angelo del Dolore”, un angelo dalle fattezze femminili che, riverso sulla tomba, in una posa plastica di abbandono, rende molto bene la disperazione per la perdita della persona amata, la moglie Emelyn.

La “zona nuova”, divisa a sua volta in tre zone, custodisce, tra le altre, le tombe del deputato e teorico marxista Antonio Labriola, di Antonio Gramsci, del romanziere Carlo Emilio Gadda , e ancora del figlio dello scrittore Johann Wolfgang von Goethe, August, vicina a questa quella di Malwida von Meysenbug (1816-1903), autrice tedesca, pensatrice femminista e rivoluzionaria, ma anche quelle della poetessa italiana Amelia Rosselli, di Irene Galitzine, stilista nota per la sua creazione, negli anni ’60, dei pigiama palazzo, indossati da alcune delle donne più belle del mondo, e Sarah Parker Remond, dottoressa afro-americana, attivista anti-schiavista. Sono solo alcuni tra i tanti nomi, anche poco noti ai più, che si possono leggere sulle lapidi del Cimitero Acattolico. Una passeggiata rilassata laddove riposano nel loro sonno eterno protagonisti della storia e della letteratura.

Sara Foti Sciavaliere

Borgo Storico Seghetti Panichi a Castel di Lama (AP)

Una Dimora storica, un piccolo Borgo antico, e Parco bioenergetico: tre meraviglie in una, racchiuse nel cuore della campagna ascolana. In provincia di Ascoli Piceno, nel territorio del comune di Castel di Lama, si affaccia sulla Vallata del Tronto il suggestivo Borgo Storico Seghetti Panichi: esso è composto da edifici di epoche differenti, la Dimora storica, antica fortezza medievale trasformata in palazzo di campagna nel 1700, l’Oratorio costruito nel 1608 che conserva preziosi affreschi attribuiti alla scuola di Biagio Miniera, la Residenza di San Pancrazio, la Torre Campanaria e altri edifici risalenti fra il Seicento e l’Ottocento, costruiti a ridosso delle antiche mura del castello.

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Ma la particolarità più significativa che rende questo sito un luogo unico e inimitabile è il Parco storico di rara bellezza, impiantato tra il 1875 e il 1890 dal famoso botanico tedesco, architetto di giardini, Ludwig Winter, oggi primo esempio di giardino bioenergetico in Europa.

Ludwig Winter stava lavorando per i fratelli inglesi Handbury a Ventimiglia quando la famiglia Carfratelli Seghetti gli diede l’incarico di reinventare in modo colto ed elegante il paesaggio circostante il palazzo. Il risultato fu una lussureggiante messa a dimora di piante tipiche del territorio marchigiano, accanto a palmizi esotici rarissimi e terrazzamenti prettamente liguri, ricorrendo a un avanzato impianto di irrigazione, vera opera ingegneristica e architettonica.

Oggi tutto lo sforzo profuso in questo pregiatissimo intervento paesaggistico non è andato perduto perché grazie alle recenti ricerche in campo bioenergetico e ad accurate rilevazioni fatte in loco, è stata rilevata e di conseguenza valorizzata la presenza di piante benefiche all’interno del giardino. Quello che Ludwig Winter da profondo conoscitore delle piante e delle loro invisibili proprietà curative aveva solo intuito, oggi riceve riconoscimento scientifico offrendo così a tutti la possibilità di passeggiare nel parco soffermandosi nei piacevoli punti di sosta creati appositamente per sfruttare al meglio le numerose aree bioenergetiche. Le straordinarie sensazioni che possono ricavarsi da una  splendida passeggiata nel giardino vanno da una generale sensazione di relax e serenità a un vero e proprio giovamento sulle condizioni di salute. Per fare qualche esempio: l’agrifoglio sprigiona i suoi effetti positivi sul sistema nervoso, il leccio sul sistema cardio-circolatorio e l’alloro ha un ottimo riscontro sul sistema immunitario.

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Il parco è visitabile tutto l’anno, sia con l’accompagnamento di una guida e secondo un percorso rigenerante completo, o anche liberamente, ma preferibilmente previa prenotazione.

Il Borgo Storico Seghetti Panichi è anche location per eventi e banchetti e struttura ricettiva. Ma per tutte le informazioni vi lascio il link del sito a esso dedicato, che potete seguire anche sulla pagina facebook: http://seghettipanichi.it/dimora/

 

 

Bologna: donne all’ombra delle Due Torri

Sarà per formazione, o deformazione, di una parte dei miei studi, ma trovo sempre molto interessante la valorizzazione di quei frammenti di storia e vissuto che si centrano sulle donne, e a volte cerco deliberatamente le “quote rose” che hanno lasciato il segno nella storia di un luogo. E devo dire che sono rimasta piacevolmente colpita quando in uno degli info point di Bologna, tra le brochure in bella vista in vetrina che suggerivano il variegato ventaglio di proposte di itinerari per conoscere la città, ne ho visto uno dal titolo: “Donne all’ombra delle Due Torri”. La curiosità ha preso a braccetto la fascinazione della “studiosa” dell’ambito e ho preso la brochure dalla quale mi guardava una dama dal viso di porcellana ritto sulla gorgiera di raffinato pizzo, il dettaglio di un ritratto della famiglia Gozzadini, eseguito dalla pittrice seicentesca bolognese Lavinia Fontana.

Ho deciso così di seguire il percorso suggerito, toccandone alcune tappe, e ricalcare i passi di quelle donne hanno intrecciato la loro vita alla storia della città, spinte dalla passione per l’arte, per il sapere, per la libertà e la giustizia. Incomincio muovendo i primi passi in piazza Maggiore, il cuore del centro storico di Bologna, circondata nell’abbraccio di alcuni degli edifici più significativi. Di fronte si erge la Chiesa di San Petronio, tra le più care chiese ai bolognesi, è la sesta in Europa per grandezza, e domina la piazza principale con la sua singolare facciata incompiuta nei rivestimenti che mostrano così il livello in basso ricoperto dalle specchiature marmoree mentre la parte superiore metet in vista il laterizio dal profilo sfaccettato. Qui, su piazza Maggiore, in pieno Medioevo, – leggo sulla mia brochure – camminarono Bettisia Gozzadini, Novella d’Andrea e Margherita Legnani, donne di cultura, esponenti di illustri casati; celebri furono le loro lezioni impartite agli studenti universitari, con tutte le difficoltà del caso, dovendosi destreggiare in un ambiente prettamente maschile: la giovane Bettisia, laureata in giurisprudenza nel 1236, si vestì per molti anni da uomo; Novella teneva le sue lezioni coperta da un velo; Margherita insegnava affacciandosi da una finestra.

Usciamo dalla piazza, costeggiando il palazzo di Re Enzo e passando sotto le Due Torri, simbolo della città sulla quale svettano signore incontrastate, prendiamo via Zimbalo. Una sosta prima nella Chiesa di San Giacomo Maggiore, dove in un affresco della Cappella Bentivoglio che ritrae tutti gli esponenti della nobile famiglia che ha governato la città, all’inizio del Cinquecento prima che papa Giulio li cacciasse da Bologna. La pittura mostra oltre Giovanni II Bentivoglio, sua moglie Ginevra Sforza e i loro sedici figli: quello di Ginevra con Giovanni (seconde nozze per lei) non fu uno dei tanti matrimoni di convenienza, ma un vero e proprio sodalizio, lavorando fianco a fianco per consolidare e far crescere il potere della casata. Una determinazione caparbia che le procurò fama di cospiratrice e mandante di orribili delitti, come raccontano di lei i cronisti dell’epoca.

Se proseguiamo su via Zamboni raggiungiamo il Museo di Palazzo Poggi, custode ancora oggi della maestria di Anna Morandi Manzolini. Nativa della Bologna del XVIII secolo, studiò scultura e disegno e in questi ambienti incontrò il marito Giovanni Manzolini, anatomista e ceroplasta. Quando si ammalò di depressione fu la moglie a prenderne il posto aiutandolo nella dissezione dei cadaveri e nella riproduzione in c’era delle parto anatomiche; e quando al marito di diagnosticata la tubercolosi, ottenne il permesso di insegnare in sua vece. Nel 1755 fu nominata dal Senato di Bologna modellatrice di cera presso la Cattedra di Anatomia dell’Università e le casse delle sue cere anatomiche arrivarono ovunque negli ambienti accademici europei. Nel busto in cui si rappresentò tiene un cervello in mano: Anna ne intuì la centralità per il funzionamento del corpo umano e l’importanza del sistema nervoso per la trasmissione degli impulsi ai muscoli.

Ripiegando nuovamente verso il cuore del centro storico, passiamo nella suggestiva piazza dove l’incanto delle Sette Chiese non può fare a meno di richiamare l’attenzione dei passanti, e su questa piazza affaccia palazzo Bolognini, al civico 11, i cui magnifici capitelli sono attribuiti a Properzia de’ Rossi, la prima “sculpitrice” della storia. Lei, nativa della Bologna di inizio Cinquecento, dove visse e lavorò, fu un personaggio estroso e indomabile, passando con disinvoltura dallo scolpire blocchi di marmo al decorare i noccioli di pesca; perfino Vasari, spesso avaro di considerazione verso gli artisti bolognesi, rimase affascinato dalla personalità della “femmina scultora” e ne descrisse la vita, pieno di lodi e ammirazione, anche perché se pochissime erano le donne pittrici, in un mondo declinato al maschile, nessuna prima di lei si era dedicata alla scultura.

Da Santo Stefano, il percorso ci spinge subito altrove, alla Basilica di San Domenico, dove alcune testimonianze rimandano alla memoria della perizia artistica di mani femminili: Lavinia Fontana ed Elisabetta Sirani. La prima, figlia del noto pittore Prospero Fontana, pare avesse posto come condizione prima del matrimonio di poter continuare a dipingere e il marito, il pittore Gian Paolo Zappi, le prestava addirittura il proprio aiuto nella realizzazione degli abiti dei personaggi da lei dipinti. Sue sono alcune opere in diverse chiese cittadine e nel Museo Davia Bargellini, ma a San Domenico lei realizza “Gesù tra i Dottori” e “L’incoronazione della Vergine”. Sempre nella stessa basilica, nel 1655, furono celebrati i funerali della giovane Elisabetta Sirani, morta due mesi e mezzo prima ma sepolta solo dopo lunghissime indagini, dato il presunto avvelenamento di cui fu probabilmente vittima e che vide indagati l’allieva Ginevra Cantofoli, il padre e una domenica, ma alla fine le accuse furono archiviate e il decesso attribuito a una peritonite. Elisabetta, anche lei figlia d’arte, fu un’artista di rara sensibilità e seppe circondarsi di molte allieve che proseguiranno la professione. La sua sepoltura è, assieme a quella di Guido Reni, nella Cappella del Rosario.

Sull’acciottolato della piazza antistante la basilica fu arsa Gentile Budriola. Nata in una rispettabile famiglia e sposata a un notaio, fu tra gli allievi più promettenti di Scipione Manfredi, noto Maestro di astrologia dell’Università di Bologna, e apprese i segreti delle erbe dal francescano Frate Silvestro: passò alla storia come Strega Enormissima. Fu stimata da tutti e a lei si rivolsero gli esponenti delle famiglie notabili della città per ottenere medicamenti e fu scelta come consigliera di Ginevra Sforza. La sua notorietà le causò però invidie e, dopo orrende torture, fu messa al rogo nel 1498. Lei visse nel Tesoretto, che fa ancora bella mostra di sé – e che nel nostro giro raggiungiamo – in via Portanova.

Da qui ritorniamo verso piazza Maggiore, nei pressi della quale – in piazza Luigi Galvani – non può mancare una capatina all’Archiginnasio, sede della più antica Università. Si vieni colti da stupore nel seguire il portico del piano terra, gli scaloni e i corridoi del piano superiore, rivestiti da stemmi e memorie scolpite e dipinti che ricordano gli studenti e docenti che hanno camminato in questi luoghi, trasmesso il sapere e prodotto nuovi ingegni. E anche questo è un luogo che vede, forse troppo fugace, il passaggio del gentil sesso. Al primo piano, accanto all’ingresso del Teatro Anatomico, troviamo l’unica opera dell’Archiginnasio realizzata da un’artista donna: si tratta della “memoria” Muratori, visibile purtroppo solo per alcuni frammenti poiché danneggiato dai bombardamenti e da un restauro successivo: l’opera fu dipinta nel 1707 da Teresa Muratori su incarico del padre per rinnovare un più antico monumento in onore degli antenati.

E concludiamo la nostra passeggiata per questa insolita Bologna al femminile entrando proprio nel Teatro Anatomico, la sala dell’ateneo destinata alle lezioni di anatomia. Aggiriamo il tavolo di marmo dove venivano praticare le prime dissezioni sui cadaveri, posto al centro del teatro in legno, e davanti alla cattedra, in una teca, troviamo esposti alcuni documenti che ci richiamano alla presenza di una donna tra gli uomini di scienza dell’Università di Bologna: Laura Caterina Bassi, la prima a laurearsi nel 1732 nell’antico Studio, e a soli ventuno anni tenne la sua prima lezione come docente universitaria.
Seduta su quei sedili lignei, ricostruiti fedeli all’originale dopo la distruzione seguita alla Seconda Guerra Mondiale, si può riprendere un po’ di fiato dopo la lunga camminata e lascirsi andare al pensiero di quelle donne che secoli addietro hanno calcato i luoghi visitati e che, con le loro difficoltà contro i pregiudizi della loro epoca e il coraggio e la caparbietà dimostrata nell’affrontarli hanno aperto la via d’accesso all’arte, allo studio e alle professioni per le donne di oggi.

Sara Foti Sciavaliere

La piccola libreria di Venezia: viaggiando anche a Firenze e a Parigi

Chi non sogna una libreria specializzata in classici? Margherita, la protagonista di questo romanzo, ne fa la sua professione e sceglie prima di tutto i classici come suoi compagni di vita. Riesce a trasmettere questo suo amore anche a noi attraverso il testo che è disseminato di citazioni e di richiami, scegliendo quello che si adatta di più alla situazione del momento per tematiche o messaggio.

Leggere un classico è confortante (cap. 17), la sentiamo ripetere senza stancarsi mai.

Le magnifiche coordinate geografiche di questo libro, scelte da Cinzia Giorgio, sono tre splendide città d’arte come Venezia, Firenze e Parigi. Mettere a frutto le sue competenze di storica dell’arte e la sua passione per i libri e la scrittura dev’esserle sembrato così naturale che il risultato è un inno alla lettura e alla bellezza di cui siamo circondati.

Venezia è colta nei suoi angoli più nascosti, meno frequentati dalla massa informe dei turisti che al loro passaggio travolgono i particolari più poetici:

Lei si sentiva saldamente legata a Venezia, al mare, allo splendore delle architetture così uniche e inconfondibili. Olimpia le aveva permesso di lavorare part-time presso la sede veneziana della Maison de Fleury, che stava aprendo i battenti. La sede della Maison si trovava a campo San Bartolomeo, a due passi da Rialto.

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Dopo aver salutato con un sorriso il volto allegro della statua di Goldoni, era andata a piedi dal commercialista per iniziare le pratiche per l’apertura della libreria, per poi arrivare fino al sestiere di Castello, dove si trovava la bottega di famiglia, per parlare con gli operai. Era tornata quindi verso Rialto. Si sentì felice come non le capitava da un po’ di tempo, da quando Alain era uscito dalla sua vita. Aveva camminato a lungo tra le calli e i campi senza avvertire la stanchezza.

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 Margherita si guardò intorno, soddisfatta delle decorazioni con cui avevano addobbato la libreria: un ritratto di Elisabetta I campeggiava accanto al leggio e c’erano rose bianche e rosse ovunque in ricordo della Guerra delle due Rose; sulla porta del retrobottega, che fungeva da camerino, Niccolò aveva attaccato uno stemma araldico mentre il leone di Venezia dominava l’angolo in cui vi erano i libri ambientati in laguna. La gente era accorsa in massa a quell’evento, nonostante l’acqua alta.

All’ingresso della libreria, il ragazzo di Niccolò offriva della cioccolata calda quasi come premio al coraggio di aver sfidato le intemperie. In realtà pioveva ma non tanto da inzupparsi, quindi gli avventori erano stati numerosi anche per la temporanea tregua meteorologica: l’acqua infatti non aveva ancora invaso tutte le calli.

Firenze è un colpo al cuore, un vecchio amore mai dimenticato, foriera di sentimenti ed emozioni pronte a ridestarsi alla vista di siffatto spettacolo continuo dell’arte.

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Continuarono a passeggiare arrivando fino a Ponte Vecchio, dove rimasero a contemplare l’Arno che scorreva sotto i loro piedi. Il sole stava tramontando e solo allora Margherita si rese conto che la giornata volgeva al termine.

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Aveva un pessimo senso dell’orientamento, ma le bastò seguire il flusso di turisti che dalla stazione di Santa Maria Novella si dirigevano verso il centro della città per ritrovarsi davanti all’immensa mole del duomo. Il battistero ne copriva in parte la facciata senza tuttavia sminuire l’effetto di meraviglia che si provava nel trovarsi al cospetto di una delle cattedrali più belle del mondo. Margherita si fermò a guardarla per qualche minuto rapita. Aveva una laurea in Storia dell’arte, era stata a Firenze moltissime volte, eppure Santa Maria del Fiore esercitava su di lei un fascino magnetico. Sospirò, sentendosi felice di essere lì e per un attimo dimentica della sua missione…

Parigi veglia da lontano, insieme a Olimpia, le vicende di Margherita e sprigiona il suo fascino irresistibile e senza tempo, ma anche rassicurante.

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Proseguirono assieme lungo boulevard Saint-Germain. Erano entrambe silenziose e il vento che arrivava gelido impediva loro persino di guardarsi negli occhi.

Quando arrivarono al ristorante furono accolte dal tepore del locale e dall’allegro chiacchiericcio degli avventori. Margherita gli preferiva la mistica quiete del Café de Flore nei rarissimi momenti in cui c’era poca gente, ma a volte le piaceva anche il trambusto goliardico che si respirava a Les Deux Magots.

 12Un vento gelido misto a nevischio soffiava da giorni sulla città. I parigini attraversavano frettolosi i grandi boulevard per infilarsi nelle stazioni del métro a godere di quell’effimero tepore che concedevano i sotterranei e i cunicoli della Ville Lumière. Margherita emerse dalla stazione Madeleine per incamminarsi verso boulevard de la Madeleine e svoltare in rue Vignon.

 

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Il nostro breve ma intenso viaggio è finito ed è proprio questo libro, La piccola libreria di Venezia, che dobbiamo ringraziare:

I libri salvano la vita. Se non la salvano la migliorano, se non la migliorano la colorano e se non la colorano allora state leggendo il libro sbagliato. Ricominciate da capo. Non conosco libro che non mi abbia aiutato in un momento critico della mia vita, né conosco libro che non mi abbia fatto compagnia. Anche il più brutto, mi ha lasciato qualcosa. Di fronte a un libro non si resta mai indifferenti, almeno se ben scritto, s’intende.

Quando si legge si entra nella mente dello scrittore, si apre un varco spazio-temporale che ci fa vivere davvero le vicende di cui leggiamo l’evolversi.

Perché come scrisse Emily Dickinson in una poesia: “Non esiste un vascello veloce come un libro per portarci in terre lontane…”

Urbino città natale di Raffaello

Raffaello Sanzio figlio di Giovanni Santi e Magia di Battista nasce a Urbino il 6 aprile 1483 e qui viene battezzato. Scrive il Vasari:

«l’anno 1483, in venerdì santo, alle tre di notte, da un tale Giovanni de’ Santi, pittore non meno eccellente, ma sì bene uomo di buono ingegno, e atto a indirizzare i figli per quella buona via, che a lui, per mala fortuna sua, non era stata mostra nella sua bellissima gioventù». (Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Vita di Raffaello da Urbino, Firenze 1568)

La città marchigiana era nel periodo del suo massimo splendore: alla corte di Federico da Montefeltro erano chiamati artisti di fama, che lavoravano alla realizzazione del magnifico Palazzo Ducale. Anche il padre di Raffaello, Giovanni Santi, era artista che lavorava per la corte e aveva a bottega numerosi apprendisti, tra cui ci s’immagina anche il ragazzino.

Casa Santi è visitabile tutt’oggi, è possibile percorrerne, salendo al primo piano, i corridoi e i vari ambienti, affacciarsi sul cortile con il pozzo, dare uno sguardo alla saletta e alla cucina e fermarsi meravigliati accanto alla pietra che macinava i colori che sarebbero poi serviti sulla tavolozza del piccolo artista. Al piano terra c’è infatti la bottega di suo padre Giovanni Santi, oggi usata per mostre temporanee.

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In essa sono conservati vari oggetti appartenuti a Raffaello: copie di suoi dipinti, bozzetti per il suo monumento, omaggi di altri artisti.

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Nella camera da letto di Raffaello è possibile ammirare l’affresco della Madonna col Bambino che pare l’artista abbia dipinto giovanissimo insieme al padre.

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Giovanni Santi non era quel pittore “non molto eccellente” che Vasari vuol far credere; la sua era una bottega molto rinomata e ben frequentata e quando egli purtroppo morì, nel 1494, lasciò Raffaello che era poco più di un bambino, a 11 anni, erede e (qualche anno più avanti) padrone di una potente bottega, attivissima e influente sugli artisti della sua generazione (a conferma del successo di Giovanni Santi) e che continua per merito di Evangelista da Pian di Meleto, il collaboratore di fiducia del padre.

Alcune delle opere più famose di Raffaello Sanzio sono esposte a Palazzo Ducale di Urbino.

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Sicuramente si rimane incantati dinanzi a Lo sposalizio della Vergine con l’immancabile comparazione all’omonima opera del Bramante, anch’esso marchigiano e maestro di Raffaello.

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Il monumento celebrativo di Raffaello si trova esattamente in cima a via Raffaello Sanzio all’interno di un piccolo giardino con vista panoramica sulla città. Da qui il pittore sembra salutare il suo luogo natale e prendere le mosse per la sua successiva tappa formativa a Città di Castello con il Perugino. Dopo di che, passando per la breve ma intensa esperienza quadriennale a Firenze, Roma sarà la sua destinazione definitiva.

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Arrivederci a Urbino allora.