10 motivi per visitare l’Argentina

Sono nata da una madre di origine argentina e da padre italiano. Da sempre a casa mia si è respirato un clima culturale che cercava di abbracciare due culture così lontano eppure tanto vicine. Ho vissuto per un anno e mezzo circa nel paese di Papa Bergoglio, in quel paese che sembra essere alla fine del mondo. Ho camminato vicino la casa del Pibe de Oro, ho passeggiato per Plaza de Mayo, ho visto l’immensità delle Pampas e capito che l’Argentina, nonostante le gravi difficoltà economiche resta una meraviglia del mondo. Sarà per il sangue sudamericano che mi scorre nelle vene, sarà per lo spagnolo latino-americano che è la mia seconda lingua, ma l’Argentina è un paese assolutamente da visitare.

Ecco dieci motivi che vi suggerisco di prendere in considerazione se non avete ancora deciso la meta del vostro futuro viaggio. Continua a leggere

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Taj Mahal – L’amore che sfida il tempo

L’amore che sfida la supremazia del tempo

C’è una storia che non conosce la supremazia del tempo, non teme neppure l’ira dello scorrere incessante dei secoli. Una storia d’amore che fonda le sue radici in pilastri e basamenti di marmo bianco e arenaria rossa che risplendono alla luce di ogni alba nella lontana terra d’India: una favola d’amore profonda e inebriante, scheggiata dal dolore e dalla separazione che solo la morte può obbligare.

Agra. Capitale del Regno Mogul, anno 1654: il quinto Imperatore Shah Jahan (nome originario della Persia, il cui significato è Re del mondo) può finalmente ammirare il completamento dei lavori di costruzione del grande Mausoleo pronto a proteggere e custodire il corpo della sua adorata moglie Arjumand Banu Begum, conosciuta con il nome Mumtaz Mahal (che in persiano significa “gioiello del palazzo”).

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Il greco antico vive! La Grecia salentina e la scritta misteriosa

Mènin aèide teà pelèiadèo achilèos. Tranquilli, nessun errore di scrittura. I grecisti e gli amanti del classico riconosceranno subito in questi versi l’incipit dell’Iliade omerico.

I più refrattari del greco antico confermeranno che è una lingua tombale, i sognatori-realisti penseranno che la lingua vive, non solo nelle parole mediche, ma anche nella lingua parlata. Buona l’ultima.

Siamo nella Grecìa salentina, nove comuni del profondo sud della Puglia, dove si parla il griko (o meglio Greco salentino, riconosciuto come lingua minoritaria – come mi spiega Giorgio Vincenzo Filieri, Prof.re di Lettere epromotore culturale del territorio): Calimera, Carpignano Salentino, Castrignano de’ Greci, Corigliano d’Otranto, Cutrofiano, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia, Zollino. Continua a leggere

Triora, l’antico borgo e le sue streghe

“Chi qui soggiorna, acquista quel che perde. Sul regal “trono” Triora giace vi trova il forestier salute e pace”

Triora – magico paese dell’entroterra ligure immerso nella Valle Argentina – t’accoglie così, con questa scritta incisa come benvenuto, il profumo del pane, che ho scoperto essere uno tra i più buoni d’Italia – e la cordialità dei suoi pochissimi abitanti (le ultime stime, dichiarano che non superano i 400!). Anche la strada di montagna che ho percorso per arrivarci è fiabesca, perché una nuvola “abbraccia” il sentiero che porta a destinazione, rendendo il viaggio suggestivo quanto surreale. Continua a leggere

5 ottimi motivi per visitare la Biennale di Venezia 2019.

L’11 maggio è stata inaugurata la 58^ Biennale di Venezia, uno degli eventi più importanti nel mondo dell’arte. Un’organizzazione colossale che coinvolge l’intera città lagunare e attira centinaia di migliaia di turisti. Se per molti è un immancabile appuntamento con l’arte, per alcuni non rientra fra le cose da vedere durante il periodo nel quale sarà aperta, dall’11 maggio al 24 novembre 2019. Continua a leggere

L’isola degli amori perduti di Nadia Marks

L’isola degli amori perduti di Nadia Marks – Newton Compton editori

Cresciuti insieme come fratelli, Adonis, Marianna ed Eleni, tornano sull’isola di Cipro nella piccola località balneare di Lanarca, per dare l’ultimo saluto alla loro Tante Katerina; donna splendida che da sempre, e fino alla fine, ha ricoperto un ruolo fondamentale nelle loro vite e nei loro affetti. Continua a leggere

La Torino dei caffè storici

Torino è una città barocca, ma tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del XX secolo, l’Art Nouveau francese che si diffuse in Europa e l’Esposizione Universale di Arte Decorativa dal 1902 tenutasi proprio nel capoluogo piemontese, influenzarono artisti, architetti e ingegneri torinesi del periodo, tanto da farle guadagnare il titolo di “capitale italiana del liberty”. Questa nuova corrente stilistica, ricercata ed elegante, i cui tratti distintivi sono i motivi floreali, le decorazioni metalliche di ispirazione vegetale, le sinuose e avvolgenti strutture in ferro e vetro, trova la sua maggiore espressione nell’architettura di molte costruzioni torinesi, nonché nei due famosi caffè storici del centro città, il Caffè Mulassano e Baratti&Milano. Una capatina in questi luoghi, ancora oggi carichi di fascio ed eleganza, dovrebbero essere tappa obbligata per chi visita Torino, un modo per approcciare arte, storia e sapori tradizionali della città.

Torino è una città ricca di locali ottocenteschi splendidamente arredati in cui si respira un’atmosfera d’altri tempi. Qui tra specchi antichi, tappezzerie di raso, eleganti candelieri e piatti di porcellana, è possibile fare un piccolo viaggio nella storia, assaporando specialità tipiche  realizzate con le ricette originali, le stesse che allietavano le giornate dei reali di casa Savoia e delle signore della società dabbene.

Baratti & Milano (Piazza Castello, 29) è uno dei locali più antichi e prestigiosi della città. Le sue vetrine incornicate da drappeggi dorate lasciano scorgere gli spazi interni, facendo una passeggiata nella Galleria Subalpina, progettata dall’architetto Pietro Carrera e inaugurata nel settembre 1874. Situata nel cuore cittadino, tra Piazza Castello e Piazza Carlo Alberto, è un classico modello di galleria commerciale dedicata al passatempo borghese, che riprendeva la configurazione dei tipici passages francesi presenti a Parigi. Nella galleria si fondono elementi rinascimentali e barocchi. La copertura è in ferro-vetro e marmi ed è percorsa per tutto il suo perimetro da una gradevole balconata. Elegante e silenziosa, non ha praticamente subito modifiche nel corso degli anni, attualmente è ravvivata da alcune aiuole. Al suo interno troviamo botteghe e negozi di prestigio, e tra questi appunto il caffè Baratti & Milano, aperto dal 1875, divenne luogo di ritrovo di intellettuali e l’alta qualità dei suoi prodotti ottenne fin dalle origini importanti riconoscimenti, tanto da potersi fregiare dello stemma Sabaudo quale “fornitrice della Casa Reale”. 

Tra le sue tante specialità c’è sicuramente la cioccolata calda. Baratti & Milano crea le sue raffinate specialità di cioccolateria avendo cura del controllo delle materie prime fin dall’origine, mentre l’intero ciclo produttivo si svolge presso lo stabilimento di Bra dove produce le tipiche specialità della tradizione pasticcera piemontese: i Gianduiotti, i Cremini, i Cuneesi, i Braidesi, le Praline alla Nocciola Piemonte.
L’azienda Baratti & Milano, con la sua storica Confetteria situata nel cuore della vecchia Torino, ha superato, nell’appena passato 2018, il traguardo dei 160 anni. È stata spesso protagonista della storia della città, ha ispirato mode e consuetudini legate al cioccolato. Tutto incominciò nel 1858, quando dal Canavese Ferdinando Baratti e Edoardo Milano si trasferiscono a Torino alla ricerca di fortuna. Per imparare nuove ricette Edoardo Milano si trasferisce per un certo periodo anche a Parigi, in seguito al suo fidanzamento con una virtuosa signorina che gli porta una dote cospicua e lo asseconda nel suo lavoro. Così insieme, Ferdinando e Edoardo, riescono ad affermarsi in poco tempo nella splendida Torino, perfezionando l’arte della caffetteria: Baratti&Milano è una delle massime espressioni a livello nazionali, dove tutte le preparazioni a base di caffè hanno un cuore di miscela arabica 100% finemente selezionate.

Percorrendo gli stessi portici che affacciano verso l’imponente mole del Castello degli Acaya, alle spalle di Palazzo Madama, troviamo il Mulassano (Piazza Castello, 15), un intimo locale di inizio Novecento, con splendidi arredi liberty e soffitto a cassettoni in legno con particolari in cuoio di Madera. Caratterizza il locale la fontanella di marmo e bronzo posta sul bancone. Qui fu inventato il tramezzino: il tipico panino triangolare farcito. Il suo nome si lega al primo proprietario, Amilcare Mulassano, che nella seconda metà dell’Ottocento era titolare anchedi una rinomata distilleria produttrice di un famoso sciroppo di menta. Il locale fu poi trasferito dalla sede di via Nizza nella più centrale piazza Castello e nel corso dei primi anni il locale si trasformò in Caffè, diventando proprietà di Angela e Onorino Nebiolo, che diedero una nuova vita al Caffè Mulassiano.

Angela Nebiolo era andata giovanissima sposa, all’età di quindici anni, a Detroit, negli Stati Uniti, dove il marito e i cognati gestivano ristoranti e locali notturni. Il lavoro non la spaventava ed era affascinata da quel mondo nuovo e frenetico, dove scoprì l’automobile e prese la patente. Ma in cuor suo forte era la nostalgia per la propria città natale e fu così che Angela e il marito Onorino con i due figli, tornarono in Italia con il proposito di gestire un locale tutto loro a Torino. In quei mesi la famiglia Mulassano aveva messo in vendita il proprio prezioso Caffè e i coniugi con i risparmi accumulati in America riuscirono a comprarlo. Volevano ridare vigore agli affari del locale e per questo pensano a nuove proposte da accompagnare all’aperitivo: avevano portato con sé dagli States una macchina che tostava il pane e così importarono, per primi a Torino, il toast. Non si fermarono però a questa innovazione: pensarono infatto di utilizzare quel pane morbidissimo, usato per i toast, senza tostatura e con una speciale e più intensa farcitura. Sarà così che il signor Onorino inventò il tramezzino, come alcuni anni dopo Gabriele D’annunzio lo chiamò. Dapprima i tramezzini venivano serviti in accompagnamento agli aperitivi, poi, visto il successo, lo propose per lo spuntino di mezzogiorno dei tanti impiegati e delle sartine di via Roma e via Po.  

Furono anni intensi e di grandi successi. Lo charme di Mulassano è strettamente legato ai suoi trentuno metri quadri di sviluppo: in essi il bronzo, il legno e l’ottone delle sue boiseries giocano e si moltiplicano attraverso un sapiente e calcolato gioco di specchi.Sul bancone in marmo d’epoca è presente una fontanella di marmo e bronzo che ne ha caratterizzato il locale nel corso dei decenni: grazie ad un sistema di filtrazione, essa fornisce il bicchierino di acqua prima del caffè. Al Mulassano ci andava un giovane studente in medicina allora sconosciuto: Achille Mario Dogliotti, e ci tornò spesso anche da affermato chirurgo. Per l’aperitivo erano soliti Luigi Spazzapan e Italo Cremona, Gigi Chessa e Giacomo Grosso, Gigetta Morano e Caterina Boratto. Era un luogo di ritrovo per la Torino dell’arte e del cinema, fra i più assidui Mario Soldati e Gianandrea Gavazzeni che hanno frequentato il Mulassano per decenni.

Lasciandoci Piazza Castello alle spalle e camminando lungo via Roma per appena trecento metri, si apre Piazza San Carlo, ritenuta la più bella Torino con il suo aspetto seicentesco, un tempo piazza d’armi e del mercato, circondata da alcuni palazzi dell’aristocrazia piemontese e all’ingresso su lato opposto le chiese gemelle di Santa Cristina e San Carlo; al centro El Caval d’brons, il monumento equestre di Emanuele Filiberto, una delle statue più significative del pimo Ottocento. Qui una sosta – continuando a seguire la nostra passeggiata tra i caffè storici – lo merita il Caffè San Carlo (Piazza San Carlo, 156), frequentato da reali, nobili e scrittori, ha un ambiente elegante e sfarzoso, ricco di stucchi, statue e marmi, tanto da essere definito una “reggia” dai cronisti dell’epoca, ma fu anche il primo locale in Italia ad avere l’illuminazione a gas. Sotto i portici della stessa piazza il più recente Caffè Torino dove si possono gustare alcune del tradizionali delizie torinese e la Confetteria Stratta, rinomata pasticceria di grande tradizione, che ha mantenuto intatto il suo arredamento interno e la facciata in legno esterno risalente alla prima metà dell’Ottocento.

Il Caffè San Carlo, già nella prima metà dell’ottocento, era pienamente inserito nella grande tradizione caffettiera torinese e ancora oggi si distingue per le sue esclusive miscele di caffè. Lo frequentavano scapigliati e docenti universitari, giornalisti e scrittori, artisti. Era un salotto intellettuale percorso da forti vene di patriottismo, una delle roccaforti del Risorgimento e per questo venne fu più volte chiuso, per l’attività sovversiva dei padrioti riformisti che sedevano ai tavolini. Tra i volti noti che hanno frequentato il Caffè San Carlo ricordiamo Alessandro Dumas, Giovanni Giolitti, Francesco Crispi, Antonio Gramsci, Luigi Einaudi.

Bisognerà raggiungere un’altra piazza, quella del Santuario della Consolata, per un’ultima golosa sosta per un ulteriore “assaggio” di storia e tradizione nell’intimità accogliente di Al Bicerin (Piazza della Consolazione, 5), dall’omonima bevanda calda tipica della città della Mole a base di caffè, cioccolata calda e crema di latte e la cui fama sboccia nei salotti della nobiltà sabauda dove le signore lo sorseggiavano fra piccoli pasticcini e pettegolezzi in attesa che i dibattiti dei loro mariti avessero fine.
Il locale apre nel 1793 in un ambiente semplice di panche e tavoli in legno, per prendere poi nel 1856 l’elegante aspetto attuale: le pareti vengono abbellite con boiseries di legno decorate da specchi e lampade e fanno la loro comparsa i caratteristici tavolini tondi di marmo bianco, il bancone di legno e marmo e le scaffalature per i vasi dei confetti. Alla fine dell’Ottocento viene posta esternamente la devanture in ferro, con le vetrinette ai lati, le colonnine e i capitelli in ghisa.

L’invenzione del bicerin è stata, senza alcun dubbio, la base del successo del locale che detiene la ricetta originale, anche se si può in effetti considerare un’evoluzione della settecentesca bavareisa, una bevanda allora di gran moda che veniva servita in grossi bicchieri e che era fatta di caffè, cioccolato, latte e sciroppo. Il rituale del bicerin prevedeva all’inizio che i tre ingredienti fossero serviti separatamente, ma già nell’Ottocento vengono riuniti in un unico bicchiere, 
prendendo il nome dai piccoli bicchieri senza manico in cui veniva servita (bicerin, appunto). La bevanda si diffuse anche negli altri locali della città, diventandone addirittura uno dei simboli di Torino. Stefani-Mondo scrive: “…è la bibita prediletta della mattina: ministri, magistrati, professori, negozianti, fattorini, cestaie, venditori e venditrici ambulanti, campagnuoli ecc, tutti spendono volentieri i loro tre soldi per rifocillarsi economicamente lo stomaco“. Gli ingredienti sono semplici, ma segrete le dosi: cioccolato fatto in casa, caffè e fior di latte. Il risultato è sublime, fondendosi il bollente della cioccolata con il marcato sapore del caffè e la delicata schiuma raffreddata del fior di latte.

Ma c’è soprattutto una parte della storia di questo locale che mi ha ancor più incuriosito, la sua gestione femminile. Un tempo, i caffè erano esclusivo dominio maschile: gli uomini ci si ritrovavano per bere, fumare e parlare, mentre alle donne “rispettabili” non era concesso frequentare luoghi così poco adatti a loro. Il Bicerin tuttavia si dimostrò ben presto un locale fuori dagli schemi convenzionali: era stato aperto da un uomo, ma la gestione presto passò in mano a delle signore e proprio il fatto che fosse un locale a conduzione femminile lo rendeva consono per essere frequentato dalle dame. La particolare posizione di fronte al Santuario della Consolata lo faceva meta preferita da un pubblico femminile che in tale ambiente si sentiva protetto e a suo agio, le specialità servite erano tipiche di una cioccolateria-confetteria e come alcolici venivano serviti solo vermuth, rosolio e ratafià. Per molti anni è stato uno dei pochi luoghi dove le donne potevano mostrarsi sole in pubblico e qui inzuppavano nel bicerin i biscottini al burro, per rompere il digiuno dopo le funzioni nel santuario di fronte. Questa particolarità ha di certo contribuito a conferire al locale un’impronta di garbo e delicatezza che ancora oggi si conserva e che si respira quando ci si siede ai piccoli tavolini in marmo per degustare il bicerin in grossi bicchieri di cristallo, al lume di candela. Il segreto per assaporare al meglio il vero bicerin è non mescolarlo, – ci tengono a ricordarlo – lasciando che le sue varie componenti si fondano fra di loro direttamente sul palato, con le loro differenti densità, temperature e sapori.

Si dice che il Conte Camillo Benso di Cavour, liberale, laico e anticlericale, anziché accompagnare la famiglia reale al Santuario, ne attendesse l’uscita comodamente seduto al tavolino sotto l’orologio, controllando da dietro le tendine l’ingresso della Consolata, il più antico luogo di culto del capoluogo piemontese che può vantare i ricchi interventi settecenteschi di Filippo Juvarra, noto pure per i suoi lavoro alla Basilica di Superga e alla Casina di Caccia di Stupinigi. E in molti, importanti e famosi personaggi, oltre a Cavour, hanno amato e condiviso con i torinesi la calda e accogliente atmosfera di questo luogo.Alexandre Dumas padre in una lettera parla del bicerin come di una delle cose da non perdere di Torino. Giacomo Puccini racconta nelle sue memorie che ogni tanto faceva quattro passi per venire al Bicerin: abitava nella vicinissima via Sant’Agostino in una soffitta che egli stesso ammette di aver usato come modello per La Bohème. La regina S.A.R. Maria Josè e il re S.A.R. Umberto II passarono da qui prima di ritirarsi in esilio. Una lettera di ringraziamento dell’ex sovrano è esposta nei locali. Fra gli scrittori sono stati clienti i grandi Guido Gozzano, Italo Calvino e Mario Soldati che fu anche importante regista cinematografico e televisivo. L’avvocato Gianni Agnelli e il fratello Umberto con le famiglie, erano usi a fermarsi al Caffè Al Bicerin in occasione di visite alla Consolata. Era facile sorprendere Erminio Macario davanti a un caldo bicerin, in compagnia di qualche bellezza del palcoscenico o di altri attori, come Carlo Campanini. Un quotidiano frequentatore era Mario Merz, pittore e scultore di fama internazionale e fra i massimi esponenti dell’Arte Povera, amava sedersi al primo tavolino di fianco all’ingresso. E in quell’angolo, del tutto inconsapevole di chi aveva trovato posto in passato, ho avuto il piacere personale di assaporare il mio bicerin, immaginando tutti quei personaggi che avevano incrociato frammenti della loro storia con quella di quel luogo, e si ritrovano con quanti ancora vogliono godere di qualche attimo nei caffè storici di Torino per allietare il palato e stuzzicare la curiosità del sapere. 

Sara Foti Sciavaliere

Matera. Capitale Europea della Cultura 2019

Matera, la Città dei Sassi: da “vergogna d’Italia” a Capitale Europea della Cultura 2019

Nei prossimi giorni ci sarà l’inaugurazione ufficiale del calendario di eventi per celebrare Matera come Capitale Europea della Cultura 2019 con importanti ospiti internazionali e poi, in tre date, sarà la volta di un docufilm per la serie L’arte al Cinema, “Mathera. L’ascolto dei sassi”, un omaggio a questa città dal fascino antico ma che guarda con positività al futuro, riuscendo a capovolgere i pregiudizi e i luoghi comuni riferiti a molte città dell’Italia meridionale.

Una passeggiata per Matera significa percorrere i rioni Civita, Sasso Barisano e Sasso Caveoso, perdersi in un groviglio di case, di grotte, di scalinate, di vicoli tortuosi, di vicinati per scoprire angoli suggestivi di un insediamento rupestre tra i più antichi ed estesi al mondo. La Civita è l’area occupata dal castelvecchio longobardo e dalla cattedrale romanica di Santa Maria della Bruna, la parte più alta dell’insediamento, mentre a i due lati sono scavati in due valli profonde i rioni Sassi che si distinguono in Sasso Caveoso e Sasso Barisano, un groviglio di case e di grotte che si affacciano sulla gravina in armonia con un paesaggio unico al mondo. Il piano sopra i sassi, quello che guarda la Cattedrale per raggiungerla,  è considerato il centro storico della città ed è semplicemente chiamato Il Piano.

Per i buoni camminatori poi l’esperienza del trekking per le Gravine e il Parco delle Murge è una viaggio di scoperta, lento e silenzioso, nel seguire l’andamento sinuoso delle gravine, ammirare le cavità carsiche naturali frequentate dall’uomo nel Paleolitico, villaggi trincerati neolitici, casali rupestri, nuclei di grotte scavate a partire dalla preistoria, chiese rupestre affrescate, iazzi, masserie fortificate, conoscere le piante tipiche dell’ecosistema murgiano e l’uso che ne facevano un tempo i pastori.

Le abitazioni dei Sassi si presentano scavate e costruite allo stesso tempo, con i vicoli e le scalinate che sono il tetto della parte della in grotta delle abitazioni che si sviluppano nei livelli sottostanti. Nelle case e nei vicinati vi sono numerose cisterne per la raccolta d’acqua piovana che veniva convogliata soprattutto dal tetto delle abitazioni utilizzando delle grondaie di terracotta. Un’architettura che parla di secoli di storia custodita e trasferita ai posteri attraverso un piano di riqualifica urbanistica e di restauro conservativo, che ne ha consentito la sopravvivenza nella concreta visibilità. I Sassi, un tempo  additati come un esempio di “trogloditismo” , oggi rappresentano  uno dei più fulgidi esempi di civiltà e cultura rupestre in armonia con l’ecosistema che non trova confronti culturalmente omogenei nel mondo, poiché non è possibile documentare in altri luoghi la continuità della vita in grotta, come nella Gravina di Matera, dalla Preistoria fino ai giorni nostri.

In molti negli ultimi anni hanno scoperto la Città dei Sassi. I visitatori arrivano da tutto il mondo, non solo dalle altre aree dello stivale, diventando un orgoglio nazionale e ribaltando così quell’etichetta d’infamia con la quale era stata marchiata negli anni Cinquanta, quando sulla prima pagina della “Gazzetta del Mezzogiorno” fu definita “Vergogna Nazionale” da Palmiro Togliatti e in seguito Alcide De Gasperi impone lo sfollamento completo dell’abitato rupestre per ragioni igenico sanitarie, per poi pianificare e realizzare nuovi quartieri residenziali ai margini della città su iniziativa dell’imprenditore Adriano Olivetti e del sociologo Frederick Friedman.
Il valore dei Sassi, in special modo in virtù della conservazione del sito che mantiene ancora intatta la sua originalità, è stato riconosciuto dall’UNESCO nel 1993 con la seguente valutazione. “Il quartiere dei Sassi di Matera è, sul lungo periodo, il migliore e più completo esempio di popolamento in armonia con l’ecosistema, in una regione del bacino del Mediterraneo”. Matera è stata così tra le primissime città italiane e la prima del Mezzogiorno a essere inserita nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Matera è diventata luogo d’attrazione di grandi maestri della fotografia quali Henry Cartier-Bresson, Mario Cresci, Franco Pinna, ma anche di scrittori del calibro di Carlo Levi, il quale descrisse Matera nel “Cristo si è fermato a Eboli”. Fu proprio quest’ultimo ad attirare una nuova attenzione sulla Città dei Sassi, poiché le operazioni di trasferimento degli abitanti dalle case-grotte, ritenute inabitabili, verso i nuovi quartieri, aveva condotto al completo isolamento dei Sassi destinati così a essere abbandonati non solo dalla presenza umana, ma perfino dalla memoria storica. Carlo Levi invece sostenne la necessità di non lasciare nella decadenza e nella rovina questi rioni, ma di provvedere alla tutela e alla valorizzazione dei Sassi.

Matera è considerata un palcoscenico naturale con le sue meravigliose location , i Sassi hanno ispirato e incantato numerosi cineasti italiani e internazionali, dagli anni Cinquanta fino a oggi sono stati oltre quaranta i film girati: Piera Paolo Pasolini che nella Città dei Sassi ambientò “Il Vangelo secondo Matteo” o più recentemente per “The Passion” di Mel Gibson e “Wonder Woman” (solo per menzionarne alcuni).

Provate a spingervi al tramonto, nella Contrada Murgia Timone, nel parco regionale della Murgia, e dal belvedere ammirate in un solo colpo d’occhio il fascino senza tempo di questa città, vi lascerà senza fiato. I Sassi scavati nella tenera e  bianca calcarenite, che si affacciano sulla gravina e l’omonimo torrente, si tingono delle sfumature del crepuscolo e, man mano che le ombre della sera scendono sulla città, si accendono le piccole luci tra le costruzioni rievocando le atmosfere di un presepe perenne, e sempre emozionante, in qualunque stagione.

Sara Foti Sciavaliere

 

La “litania di pietra” a Sekhmet nella Galleria dei Re del Museo Egizio di Torino


Se vai a Torino e non vedi il Museo Egizio che ci sei andato/a a fare?! È retorica? Forse! Ma è fuori discussione che uno dei luoghi in assoluto di gran fascino nel capoluogo piemontese sia appunto il Museo Egizio. In un palazzo barocco, nel cuore della città, a quattro passi da Piazza Castello, si trova il museo di antichità egizie più antico del mondo e il più importante solo dopo quello de Il Cairo. Fondato nel 1824, custodisce una collezione di oltre quarantamila reperti, dei quali visibili forse appena il 30% tra le esposizioni delle sale museali e i reperti di deposito visitabili.

La visita del Museo, che parte dal piano interrato per raggiungere il secondo piano e poi riscendere graduale verso il piano terra, offre al visitatore una sorta di viaggio nel tempo attraverso più di 4mila anni di storia, arte e archeologia, grazie a una straordinaria raccolta di statue, papiri, sarcofagi e oggetti di vita quotidiana. Si tratta di una vera full immersion che ti tiene incollata per lunghi minuti quei frammenti di storia che ci hanno raggiunto dal loro lontano passato per raccontarsi, ma sono rimasta a bocca aperta nella Galleria dei Re. Sicuramente il tocco dello scenografo premio Oscar Dante Ferretti negli allestimenti delle sale contribuisce alla meraviglia che inevitabilmente suscita fare ingresso in queste sale, dove il gioco degli specchi e di ombre sembrano accoglierti in uno spazio maestoso e al contempo misterioso, come ritrovarsi fagocitati all’interno di una piramide e templi con il loro pantheon di divinità e miti scolpiti nella pietra. Fra tutte spicca la dea Sekmhet , la Potente, la dea leonessa.

Le statue colossali di questa divinità, dal corpo di donna e la testa di leonessa,  si ritrovano nella maggior parte delle grandi collezioni egizie del mondo e Torino ne ospita una delle più numerose fuori dall’Egitto: se ne contano ventuno in granodiorite, dieci sedute e undici in piedi. Fanno parte di un gigantesco gruppo statuario scolpito durante il regno del Faraone Amenhotep III per uno dei templi più impressionanti mai costruiti, il “Tempio dei Milioni di Anni” a Tebe. E l’impressione che se ne ha percorrendo una delle sale della Galleria dei Re del Museo non deve essere di minore impatto rispetto al luogo per il quale erano state ideate e dove dovevano essere collocate 365 statue dedicate alla dea. Non si tratta a ben vedere di un numero casuale, 365 come i giorni dell’anno, e di fatto l’impressionante complesso di statue doveva essere connesso con un rituale che si svolgeva appunto nel corso dell’intero anno: ogni giorno si indirizzava una preghiera a un’effige specifica del gruppo scultoreo.

“Un’intera sala della Galleria dei Re è consacrata alle statue della dea leonessa. Circondato da un’infilata di visi ferini dai tratti severi, il visitatore può rivivere la stessa emozione che il sacerdote dell’Antico Egitto doveva provare quando entrava nel cortile del tempio per pronunciare il nome della “Potente” e invocarla nelle sue preghiere per placarla, deviare la sua violenza verso i nemici dell’Egitto e far sì che le acque del Nilo sondassero ogni estate.”

Sekhmet era una dea temibile, la cui violenza è simboleggiata dalla testa di belva. Personifica il disco diurno, l’Occhio del Sole (ovvero il principio femminile universale) che dà la vita e allo stesso tempo può bruciare e uccidere. Il disco solare e il cobra ureo che la donna indossa sono simboli di questo potere.  Dal temperamento instabile, questa divinità può improvvisamente diventare una leonessa irritata, assumendo il nome di Sekhmet  e in questa veste porta i flagelli dell’estate: caldo soffocante, fame, malattia. Per placare la sua furia e farla ritornare sotto forma della dolce gatta Bastet, si devono praticare i riti adeguati. Con le fattezze di Bastet porta con sé l’inondazione benefattrice del Nilo, con la freschezza e la rinascita che sono simboleggiate dallo scettro a forma di papiro sventolato dalla dea e dal geroglifico della vita (ankh).

Quest’esercito di Sekhmet disposte ai lati della sala (e in passato  del cortile solare del tempio) costituiva una litania di pietra, la materializzazione tridimensionale di un’immensa preghiera di adorazione che invocava la dea con tutti i suoi nomi. Ogni giorno, una particolare statua della dea, distinta da appellativi specifici, doveva essere invocata per supplicare la temibile divinità di non scatenare i suoi flagelli contro il re e l’Egitto. Così ogni giorno, Sekhmet doveva essere invocata con un nome o un epiteto indicato sulla statua, ai lati di entrambe le gambe.

Fu l’egittologo Jean Yoyotte a definire questo complesso di statue  una “litania di pietra”, necessaria per placare Sekhmet e la persistenza della materia consentiva il perpetuarsi in eterno del rituale, anche in assenza dei sacerdoti, come del resto testimonia quanto è sopravvissuto ad oggi di queste opere devozionali e il carisma che ancora sprigionano, seppure lontano dal loro tempo e dai luoghi per le quali sono state concepite. Per chi cerca un salto nel tempo, per vivere il fascino dell’Antico Egitto senza varcare i confini del nostro Paese, il posto più straordinario in questione è proprio il Museo Egizio di Torino.

Sara Foti Sciavaliere