I roseti di Paestum e la donna-fiore

Una vera eccellenza del suo tempo, la rosa di Paestum deve il suo nome alla ninfa Roda, figlia di Poseidone e Afrodite, allegoria della primavera e dalla quale il nome antico del fiore per eccellenza: di fatto, rodon per i Greci, rosa per la civiltà latina. Le leggende narrano che in origine fosse rossa, per il colore trasmesso ai petali da una goccia di sangue di Venere disperata per la morte di Adone, o, secondo altre tradizioni più delicate, per il rossore delle guance della dea della bellezza, sorpresa al bagno da Giove. Tra tutti i fiori il più amato, fu apprezzato nell’antichità per la sua bellezza, il suo profumo e le sue proprietà, un misto di virtù cosmetiche, medicinali e culinarie. Le rose pestane erano tanto pregiate da essere citate in qualità di termine di paragone, come faceva Marziale, per esempio, per descrivere la bellezza di chi raccontava nelle sue opere: “labbra rosse come le rose di Paestum” o “l’alito della fanciulla simile al profumo di un roseto di Paestum”. Continua a leggere

La Torre del Diavolo

In uno degli Stati Americani meno densamente popolati come il Wyoming, si trova una montagna unica al mondo, una formazione geologica alta più di 1500 sul l.d.m che da sempre è fulcro di storie paranormali e antiche leggende dei nativi americani. Si eleva alta e oscura , sembra sia fatta di basalto (roccia di origine vulcanica) che placida osserva lo scorrere del tempo e imperante dello stupore e la meraviglia dell’uomo, continua imperterrita ad attirare geologi e visitatori. Signori e Signore, ecco a voi, la Torre del Diavolo!

Sembra essere appoggiata lì per caso, spoglia di alberi e vita, liscia e piatta sulle pareti tranne che per impressionanti solchi sui lati; appare come un gigantesco “albero pietrificato” che fa da sentinella al parco naturale (a cui ha dato anche il nome) che si estende tutto intorno, sul quale svetta silenzioso e magnifico regnando incontrastato. Questa terra è da secoli culla delle più antiche tribù di Nativi Americani, tra cui i Cheyenne, Kiowache e Lakota, che hanno decretato la montagna un luogo sacro e intoccabile. Proprio quest’ultimi la chiamavano Mato Tipila (Matȟó Thípila in lingua Lakota), che significa Torre dell’orso in quanto protagonista di una singolare leggenda che da secoli viene tramandata e che vede protagoniste sette bambine e alcuni orsi.

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La Viterbo medievale

Viterbo medievale: dal Quartiere di San Pellegrino alla leggenda della Bella Galiana

Se si visita Viterbo, non si può non fare una passeggiata nel quartiere di San Pellegrino che rappresenta un’interessante rassegna di edilizia duecentesca, il cuore profondamente medievale della Città dei Papi, luogo di antiche memorie, dove in un percorso di circa trecento metri si susseguono palazzi, torri, profferli, cortili, stemmi, case “a ponte”, archi ribassati e negozi. Ai lati di questa via centrale un dedalo di viuzze, alcuni quasi dei viottoli fiancheggiati da dure abitazioni di pietra grezza. Le case che si affacciano su via San Pellegrino sono composte da uno o più piani costruite direttamente sul tufo. L’accesso dalla strada al piano abitato era garantito dal “profferlo” – la scala esterna –, mentre il locale a piano terra era adibito a bottega; altre tipologie di abitazioni non affacciavano direttamente sulla strada, ma avevano una corte interna, il “richiastro”.

La visita del quartiere medievale di San Pellegrino può iniziare da Piazza San Carluccio arrivando da Piazza della Morte attraverso la breve via di Pietra del pesce, così denominata per lo stemma con i tre pesci, e ricordo del luogo di vendita appunto di prodotti ittici per lo più proveniente dal lago di Bolsena. Inizia proprio da qui Via San Pellegrino, da percorrere e ammirare con estrema calma. Sulla destra si incontrano via Centoponti per i numerosi gradini che portano alla case e alle cantine allineate e strette sui suoi fianchi, via delle Caiole, probabilmente connessa all’attività di trasformazione del latte in appositi recipienti chiamati “cagliole”, via Scacciaricci. Quest’ultimo è un nome che ritorna perché è lo stesso dell’alta torre squadrata che sovrasta la via e il quartiere, appunto detta torre Scacciaricci, dal nome di una nobile famiglia medievale amica degli Alessandri. A ridosso della torresi aggancia il muro di un cortile entro il quale si può vedere uno dei più bei profferli della città.
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Al-Qarafa, la città dei morti

Il Cairo, è una delle più grandi metropoli del mondo. Capitale d’Egitto, sorge sulle sponde del maestoso fiume Nilo ed è abitata da circa dieci milioni di persone. Da sempre meta di molti turisti, attratti dal fascino eterno e magnetico dell’antica civiltà egizia, a rappresentanza suprema del suo glorioso passato oltre al Museo Egizio – con i tesori immortali del corredo funerario di Tuthankamon – possiamo visitare: la bellissima Moschea di Mohamed Alì, inebriarci dei profumi intensi di incensi e spezie del bellissimo ed esteso suq di Kan-el-Kalili sino ad arrivare nei pressi di Giza, al confine con la città, dove svettano le tre famose Piramidi e l’enigmatica Sfinge; ma c’è un luogo ancora più unico, misterioso ed eccentrico difficile da trovare in altro posto al mondo, il “cimitero abitato” di Qarafa dove convivono i morti con i vivi in un sodalizio quasi surreale che affascina, sconcerta e incuriosisce.

Al-Qarafa è il più antico e grande cimitero musulmano sia del Cairo che dell’Egitto intero, si trova nella cosiddetta “Cairo Vecchia” – nata come Al Fustat durante la conquista musulmana dell’Egitto nel lontano 642 d.C. – estendendosi per ben 10 km sulla sponda orientale del Nilo. Continua a leggere

Teodora e Galla Placidia a Ravenna

L’intraprendente Teodora e la nobilissima Galla Placidia nei mosaici di Ravenna

Ravenna è tra i siti italiani Patrimonio Unesco per la sua arte paleocristiana e i mosaici. Di fatto, le testimonianze artistiche ravennate mostrano uno stile peculiare nell’architettura, nella scultura su avorio e nell’arte musiva. In particolare Ravenna è ben nota per la ricca produzione di mosaici di gran pregio, un’attività di origine antichissima, risalente alla tradizione ellenistico-romana,  e che raggiunse la sua più fulgida espressione in epoca bizantina, nell’età di Teodorico.

Ci si può smarrire nello stupore della bellezza delle opere musive che è possibile ammirare in molti dei principali siti monumentali della città, tuttavia per non perderci in tour lungo e dispersivo, vorrei concentrare l’attenzione su due esempi emblematici di mosaico, che hanno in comune non solo la tecnica artistica ma anche due donne. Non si tratta di donne comuni, le loro azioni sono rimaste nella storia e le loro committenze le hanno rese immortali: mi riferisco all’imperatrice Teodora e alla principessa Galla Placidia.

Al margine nord occidentale del centro storico di Ravenna, non lontana da Porta Adriana, troviamo il complesso monumentale del Mausoleo di Galla Placidia e della Basilica di San Vitale dove si trova il mosaico di Teodora. Pare che Klimt si sia ispirato all’immagine dell’imperatrice di Bisanzio per il “Ritratto di Adele Bloch-Bauer”: vero o meno, Teodora nelle decorazioni di San Vitale è sicuramente iconica. Nella basilica dedicata al martire San Vitale che – secondo la leggenda – qui aveva subito il martirio, oltre alla cupola affrescata secondo il gusto barocco e il labirinto della pavimentazione, a rendere mozzafiato l’interno sono i mosaici bizantini che decorano l’abside. Tra gli innumerevoli dettagli che rendono unica questa decorazione musiva spicca la celebre rappresentazione del corteo di Teodora, visibile nella parte inferiore della parete destra, di fronte a quello del marito Giustiniano.

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Lalibela, terra sacra d’Etiopia

Lalibela, nel pronunciare questo nome si emette un suono melodioso, quasi fiabesco. In realtà è una città sacra d’Etiopia, famosa perché custodisce uno dei patrimoni Unesco più belli dell’Africa: le undici chiese copte scavate nella terra.

Il sito religioso è poco distante dal centro abitato e raggiungendolo si nota subito la sua unicità: gli edifici sacri sono scavati nella terra – si differenziano in blocchi monolitici o semimonolitici – ricavati in un blocco roccioso.

Undici Chiese, undici luoghi di culto collegati tra loro da stretti cunicoli totalmente immersi nell’oscurità, capaci di portare i visitatori e i monaci che ci vivono, da una costruzione all’altra. Molti che hanno visitato il sito, non tentennano nel dichiarare che questo luogo sia intriso di misticismo ed energia. Continua a leggere

Gli Himba e i cerchi delle fate

La Namibia è uno degli stati più belli e caratteristici di tutto il continenete africano, oltre che a essere uno dei “più giovani” – avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudafrica solo nel 1990 – ha molte peculiarità tra cui il deserto del Namib che si trova lungo la costa atlantica, la rigogliosa fauna selvatica (nella quale si annovera un gran numero di ghepardi) per finire con l’essere anche una delle nazioni sovrane al mondo con la minore densità di popolazione – seconda solo alla Mongolia.

La popolazione è suddivisa in ben undici etnie, ma quelli che vi voglio far conoscere sono gli Himba (o Ovahimba) pastori nomadi che vivono nella Namibia settentrionale e che si tramandano dalla notte dei tempi, la leggenda de “i cerchi delle fate”… leggete e lasciatevi affascinare da questo fenomeno naturale e dal mito.

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Mosche e antico Egitto fra serio e faceto

In questi giorni nei quali mi sembra di essere coprotagonista di un film di fantasy/horror, come tutti cerco di occupare l’incredibile quantità di tempo libero che mi ritrovo a dover gestire e così “girellando” sul web fra i musei, ho visitato il sito del museo archeologico di Aquileia nel quale, sono raccolte oltre alle classiche testimonianze di sculture e opere lapidee in genere, una quantità e varietà di reperti tra i quali, gemme, pietre dure e gioielli veramente notevoli.

Sarà perché i gioielli e le pietre hanno sempre esercitato su di me un fascino particolare, sarà perché penso che gli ornamenti delle donne e degli uomini rappresentano un linguaggio speciale, quasi simbolico, attraverso il quale si può comprendere il livello di socialità e di cultura di un popolo e in generale delle persone, il catalogo che presentava la mostra  “Costume e Bellezza nell’Italia Antica”, dedicata alla moda maschile e femminile nell’Aquileia d’epoca romana e altomedievale ha attirato la mia attenzione. Continua a leggere

Il culto magdalenico dei d’Angiò nell’arte religiosa di Puglia

Maria Maddalena, figura controversa e discussa, forse una delle più misteriose della storia della Cristianità. Per scriverne in questo articolo mi ci accosto in punta di piedi, riportando qui una presentazione del culto magdalenico dalla Provenza al Sud Italia come introduzione per raccontare le committenze di opere religiose intitolate a Maria Maddalena, o meglio nello specifico in Puglia. Questo articolo pertanto non ha la presunzione di dare risposte sui tanti interrogativi intorno alla figura di colei che è rimasta per secoli in bilico tra l’immagine emblematica della prostituta penitente e redenta e l’Apostola Apostolorum.

Fatta questa premessa, è necessario spostarci dalla penisola italica in una piccola città medievale della Provenza, adagiata tra colline boscose, sono conservati i presunti resti di Maria Maddalena, riconosciute come autentiche reliquie da una bolla pontificia già sul fine del XIII secolo da papa Bonifacio VIII. Siamo nel santuario di Saint-Maximin-la-Sainte-Baume. Secondo alcune fonti, tra le quali la “Legenda Aurea” scritta dal domenicano Jacopo da Varagine, la donna ebbe un ruolo rilevante nell’evangelizzazione della Francia, o meglio della Provenza, dove approdò insieme agli “amici di Betania”, Lazzaro, Marta e altre due donne: erano arrivati a Saintes Maries de la Mer, incolumi dopo un “miracoloso” viaggio su una barca senza vela e remi, Maddalena diffuse il vangelo finché non si ritirò a vivere in una grotta (La Sainte Baume: la Santa Grotta) in Provenza, nella località dove sorge il santuario dal quale si è diffuso il suo culto, anche in Italia, legandosi al casato dei d’Angiò. Continua a leggere