Napoli vista con gli occhi di Ashenden, l’inglese di W. S. Maugham

Là, nel Sud, la primavera era già inoltrata e nelle strade animate il sole ardeva. Ashenden conosceva bene Napoli. La piazza San Ferdinando, col suo trambusto, la piazza Plebiscito, con la sua bella chiesa, destavano nel suo cuore piacevoli ricordi. Via Chiaia era rumorosa come sempre. Sostò agli angoli e guardò su per gli stretti vicoli che scalavano ripidi la collina, quei vicoli di case alte con la biancheria stesa ad asciugare sui fili che attraversavano la strada come bandiere al vento in un giorno  di festa; e passeggiò lungo la spiaggia, guardando il mare lucente con Capri che si stagliava vagamente contro luce, finché arrivò a Posillipo, dove c’era un vecchio, malconcio, sconnesso palazzo nel quale, in gioventù, aveva trascorso parecchie ore romantiche. … Poi prese una carrozza tirata da un piccolo e scheletrico ronzino e tornò, sussultando sul selciato, alla Galleria dove sedette al fresco e bevve un americano e guardò la gente che bighellonava chiacchierando, chiacchierando sempre con un gesticolare vivace; esercitando la sua fantasia, tentò di indovinare dall’aspetto chi fossero in realtà.

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Pisa vista con gli occhi di Virginia Woolf

Da Diario di una Lettrice:

“Non riesco a pensare stasera, in una stanza altissima al Nettuno di Pisa, popolatissimo di turisti francesi.

L’Arno scorre via, con la solita spuma color caffè.

Passeggiavo nei chiostri: questa è la vera Italia, con l’antico odore di polvere, la gente che brulica nelle strade, sotto la -come si chiama?- credo che le strade coi portici si chiamano gallerie […]

Tutti i colori, qui, sono marmo bianco-azzurrastro contro un cielo molto luminoso e purissimo. La torre pende, prodigiosa.”

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Ferrara e la letteratura

È famosa per essere la patria di Ludovico Ariosto, poeta dell’Orlando furioso, che concepì alla corte degli Estensi nel 1516. La città è lastricata di luoghi legati e dedicati al letterato come Piazza Ariosto, la Biblioteca Ariostea o la casa che lo ospitò e che reca la famosa iscrizione: “parva, sed apta mihi” (piccola, ma adatta a me).

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Ariosto descrive e celebra la sua Ferrara nel canto XXXV, VI ottava, dell’Orlando

Del re de’ fiumi tra l’altiere corna | or siede umile (diceagli) e piccol borgo: | dinanzi il Po, di dietro gli soggiorna | d’alta palude un nebuloso gorgo; | che, volgendosi gli anni, la più adorna | di tutte le città d’Italia scorgo, | non pur di mura e d’ampli tetti regi, | ma di bei studi e di costumi egregi.

Potreste girare invece tutta Ferrara alla ricerca del Giardino dei Finzi – Contini che dà il titolo all’omonimo romanzo del contemporaneo Giorgio Bassani, senza riuscire nell’impresa.

L’incipit dell’opera vi indurrebbe senz’altro a farlo:

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957.

Ma è lo stesso scrittore a disilludervi, lui che deve il suo nome al patrono della città di cui era originaria la sua famiglia appartenente alla borghesia ebraica e che a Ferrara trascorse infanzia, adolescenza e gran parte della sua vita da adulto:

Il giardino dei Finzi-Contini non è mai esistito a Ferrara, me lo sono inventato. L’ho collocato a Ferrara perché mi serviva da un punto di vista poetico, avevo bisogno di un fatto di questo genere, e non è mai esistito, né sono mai esistiti i Finzi-Contini come famiglia, né tanto meno Micòl Finzi-Contini. Me lo chiedono in molti: ma è esistita veramente Micòl? Non è mai esistita. Però, naturalmente, Micòl è esistita in quanto che sono esistito io, esisto io, è una forma del mio sentimento, è una parte di me. (da Ecologia e letteratura)

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Inutile cercare passi dei romanzi e dei suoi racconti in cui trovare citata Ferrara: Ferrara non è solo lo sfondo delle storie di Giorgio Bassani ma essa stessa la protagonista.

La Ferrara degli Estensi, quella del Ghetto ebraico e quella delle botteghe: la città che raccoglie e in cui convivono classi sociali diverse: nobili, gente comune, perseguitati dalle leggi razziali, partigiani.

 Ancor oggi non è difficile, frugando in certe bottegucce di Ferrara, mettere le mani su cartoline vecchie di almeno cinquant’anni. Sono vendute ingiallite dal tempo, macchiate di umidità. Una di queste mostra corso Giovecca, la principale arteria cittadina, come era allora, verso la fine del secolo scorso.

 Attraverso La passeggiata dopo cena, una delle Cinque storie ferraresi, la storia entra prepotentemente in Ferrara dove il tempo invece sembra essersi fermato.

Il viaggio di Oddo nella sua Valle della Decisione: l’Italia, la pittoresca

La Valle della Decisione è un romanzo di Edith Wharton, diverso da quelli che siamo abituati a leggere firmati dalla scrittrice americana.

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Romanzo monumentale per dimensioni e temi, Edith Wharton spiega di averlo costruito per “graduale assorbimento” attraverso cioè il contatto con il suolo, la cultura, la storia, l’ideologia, i paesaggi italiani. Certo la visione che ci viene presentata è piuttosto artefatta, soprattutto nella riduzione semplicistica delle distanze geografiche così come delle peculiari realtà locali di cui è costituita l’Italia. Non basta definirlo un romanzo storico perché è anche un romanzo di formazione e anche un romanzo ideologico. Sullo sfondo: un’Italia di provincia, del XVIII secolo, divisa in tanti staterelli, ostaggio della Chiesa che tiranneggia le coscienze più di qualsiasi ideale politico. L’ascesa del duca Oddo, la sua obbedienza alla ragione di stato, la sua ispirazione proveniente dalle idee illuministe dell’amata Fulvia non fanno che riproporre il conflitto interiore in cui si dibattono i personaggi della Wharton nei suoi romanzi.

Trovate qui alcuni passi che segnano i momenti salienti del viaggio del nobile Oddo Valsecca in cerca di ispirazione per realizzare la sua importante missione: realizzare l’illuminato “Gran Ducato di Pianura”.

L’arrivo in Piemonte:

… gli anni sembravano essere volati su di lui, e vedeva il mondo con occhi nuovi. Ogni suono e ogni profumo, lo attiravano al passaggio: al margine della strada spiccava nei dettagli come il primo piano di qualche minuzioso pittore olandese; ogni massa sospesa di rocce lontane, umide e scure, ogni ciuffo tardivo di campanule gli urlava: “Osservaci bene perché questa è l’ultima volta che ci vedi!”. Sembrava anche la prima, dato che aveva vissuto dodici estati italiane privo della sensazione di un’atmosfera imbevuta di sole che dà ad ogni oggetto, anche nell’ombra, un rilievo dorato. Ne era cosciente solo adesso che veniva invitato, per così dire, a sfiorare con le dita un messale rigido nelle sue foglie dorate e orlato da una varietà brulicante di insetti e germogli. La carrozza si muoveva tanto lentamente che Oddo non aveva alcuna fretta di girare le pagine; e ogni giallognola spiga di digitale, ogni nugolo di farfalle intorno ad un intrico di veroniche, ogni tremolio nell’erba sopra un filo nascosto di rugiada diveniva una meraviglia da toccare e di cui fare tesoro. Fu distolto da questo stato d’animo dalla svolta successiva della strada. Il sentiero, fino ad allora serpeggiante attraverso gole strettissime, ora si inerpicava su una cornice di rocce a strapiombo, sull’ultima scarpata delle montagne; e lontano nella vallata la pianura piemontese srotolava verso sud le sue interminabili lontananze verde-blu chiazzate di foreste. Una vista che elevava l’animo, poiché su quelle distanze soleggiate Ivrea, Novara e Vercelli si posavano come uccelli marini su un mare estivo. Era il futuro che si rivelava al ragazzo: foreste buie, ampi fiumi, città straordinarie e un nuovo orizzonte: tutto il mistero degli anni a venire era raffigurato per lui in quella grande pianura che si estendeva verso i più grandi misteri del paradiso. A tutto questo Cantapresto esprimeva approvazione con il suo sonoro russare. (pp. 68-69)

Lo scorgere Torino è fonte di ammirazione continua:

La vicinanza di una grande città cominciava già a rendersi evidente. La campagna densa di colori era disseminata di fattorie; le piccionaie dalle tegole rosse e le cascine coi loro graticci in mattoni a facciavista rompevano piacevolmente le distese di gelsi e granoturco; alcuni villaggi giacevano lungo le rive dei canali che intersecavano la pianura; e le colline oltre il Po erano punteggiate di ville e monasteri.

Per tutto il pomeriggio viaggiarono attraverso parchi ombrosi e sotto le mura di vigneti a terrazza. Era quella una regione dalle sfumature deliziose, con scorci qua e là di giardini sfolgoranti di fontane e ville con tetti adornati di statue e vasi; e finalmente, verso il tramonto, una svolta della strada li mise di fronte a una città piuttosto estesa, così rigogliosa di edifici e circondata di colline ridenti, che Oddo, balzando dal sedile, non poté trattenere un grido di pura gioia per quello spettacolo. Dovevano ancora attraversare la periferia e l’oscurità stava scendendo, quando oltrepassarono le mura di Torino. Nuove meraviglie si fecero incontro a Oddo: ampie strade illuminate dalle lampade, pulite e luminose come una sala da ballo, fiancheggiate da palazzi e colme di passanti ben vestiti; ufficiali in brillante uniforme sarda, eleganti gentiluomini in parrucca francese e giacche dalle maniche strette; mercanti che, dopo il lavoro, si affrettavano verso casa; ecclesiastici in carrozze oscillanti, e damerini lanciati nei loro calessi. I tavolini davanti ai caffè erano affollati di gente oziosa che sorseggiava una cioccolata e leggeva le gazzette, e qua e là le entrate a volta di un palazzo lasciavano intravedere qualche gruppetto allegro di persone che cenava al fresco nei giardini rischiarati dalle lampade.

… “Ah cavaliere, state ammirando una grande città, una città famosa e felicemente definita “la Parigi d’Italia”. In nessun altro posto trovate strade così ben illuminate e ottimamente lastricate, negozi così pieni di articoli parigini, passeggiate così affollate di carrozze eleganti e di cavalli. Pensate che vita che può condurre qui un giovane gentiluomo! La corte è ospitale, la società amabile, i teatri hanno i migliori cartelloni d’Italia”.   (pp. 75-76)

Da Torino a Genova il passaggio è obbligato:

Oddo ne approfittò per visitare parecchi fra i piccoli principati a nord degli Appennini, prima di dirigersi verso Genova, da dove si doveva imbarcare per il sud. Quando lasciò monte Alloro, la campagna mostrava il volto sbiancato di febbraio, e i suoi occhi di nativo del nord rimasero stupefatti nel ritrovarsi, sulla costa marittima, nella piena esuberanza dell’estate. Adagiata su queste sponde alcionie, Genova, nel suo splendore scolpito e affrescato, proprio allora intenta a celebrare con il consueto rituale sfarzoso, l’ascesa di un nuovo doge, sembrava a Oddo la cornice riccamente intarsiata di certi “trionfi” del Rinascimento. Ma le sontuose dimore con i loro peristili di marmo, e le colorate ville immerse negli aranceti lungo la costa, ospitavano una società ottusa e dalle vedute ristrette, paga di ammucchiare ricchezze e giocare a biribì sotto gli occhi degli avidi ritratti di Van Dyck, senza alcun interesse per le questioni che si stavano dibattendo nel mondo. Una sorta di grassa insensibilità commerciale, una mancanza di distinzione personale, che giustifica la magnificenza, pareva a Oddo la nota prevalente del luogo (p. 285).

Da una città di mare all’altra, abbagliato dal blu del golfo:

… fece vela per Napoli… Poche città potrebbero essere più affascinanti, a prima vista, per lo straniero… il mare e la terra la cingevano così splendidamente, il sole e la luna la irraggiavano con tale copiosità d’oro e d’argento, che sembrava immersa nei colori della natura circostante. E che natura, per occhi sottomessi alle sobrie tinte del nord! La sua qualità spettacolare -quella studiata sequenza d’effetti, che si estendeva dal profilo traslucido di Capri e delle montagne di un blu fantastico della costa, fino al Vesuvio, che levava alta la sua fiaccola sulla piana- questa generosa risposta alle rivendicazioni della fantasia faceva pensare alla sconfinata invenzione di qualche grande artista di paesaggi, qualche Veronese olimpico, con il mare e il cielo per tavolozza. E poi la città stessa, stipata tra la baia e le montagne, ribollente e gorgogliante come il calderone di un Titano! Qui c’era la vita alla sua fonte, non controllata, guidata, sfruttata, ma che sgorgava spontanea attraverso ogni fessura delle mura brunastre e delle strade maleodoranti: amore e odio, gioia e follia, insolenza e avidità se ne andavano nudi e spudorati, come i lazzaroni sulle banchine. Oddo trovava affascinante questa variegata superficie (p. 286).

Una visita rapita all’Abbazia di Montecassino:

…propose a Oddo che, sulla strada per Roma, visitassero… l’antica fondazione dei benedettini a Montecassino. Questo venerabile monastero, innalzato sulla cima del monte che sovrasta la trafficata valle del Garigliano, simile a qualche spirito che contempli, dall’alto, i contrastanti problemi della vita, potrebbe benissimo essere scelto per rappresentare il lato più nobile del celibato cristiano, poiché per quasi un millennio le sue mura fortificate sono state la roccaforte dell’umanità, e generazioni di studenti hanno conservato e accresciuto i tesori della sua celebre biblioteca. … per Oddo fu il periodo più piacevole che avesse conosciuto. Venire destati prima dell’alba dalla campana che chiamava alle laudi; alzarsi da quel lettuccio nella cella imbiancata e, aperta la finestra, guardare fuori sulla vallata avvolta nella foschia, con le scure colline degli Abruzzi e il remoto chiarore del mare riportati alla vita dal sole nascente… (p. 298).

Fino allo stupefacente arrivo a Roma, la divina:

“Conoscere Roma significa aver assistito ai concili del destino!” Questo proclama di un viaggiatore ben più celebre dev’esservi dibattuto nel cuore di Oddo, per trovare infine espressione quando quella grande città, la città della città, lo aveva avvolto col suo fascino irresistibile. La prima impressione, mentre si dirigeva nella luce chiara della sera, da Porta del Popolo al suo alloggio in via Sistina, fu di una prodigiosa accumulazione di effetti architettonici, un affollamento di secoli e secoli, tutti fusi nel crogiolo del sole romano, così che ogni stile sembrava collegato all’altro da qualche sottile affinità di colore. Certamente in nessun altro luogo il primo approccio del visitatore è talmente denso di sorprese, di sfide contrastanti per l’occhio e per la mente. Ecco, al passaggio, un frammento delle antiche mura di Servio Tullio; là, un tempietto moderno in stucco, incastonato nei mattoni di un palazzo medievale; da un lato, una terrazza elevata coronata da una fila di busti sgretolati, dall’altro, una torre con parapetto munito di piombatoi, con i fianchi rivestiti di pezzi di sculture romane e di stemmi dei papi del XVII secolo. Di fronte, forse una delle chiese marrone-dorate del Fuga, con santi battuti dal vento, che sbucano fuori dalle loro nicchie e dominano dall’alto le nereidi di una fontana barocca; o una vecchia casa, che si sorregge come un mendicante paralitico contro una fila di colonne corinzie; e dovunque scalinate che conducono su e giù per i giardini pensili o sotto passaggi a volta, e, a ogni svolta, rivelano una lontana veduta delle mura di un convento lungo un pendio a vigneto, oppure rovine rosso-brune profilate contro le estensioni simili al mare della campagna romana.

I riferimenti sono all’edizione Diabasis.

Le Marche, accoglienti per natura, arte e storia.

Le Marche raccontano una storia antica intrisa di bellezza e di arte su uno sfondo poliedrico per natura.

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Il mare orla di onde azzurre le coste; colline verdi tintinnanti di ulivi digradano morbide verso valle, la catena rocciosa degli Appennini le delimita a ponente. I secoli di storia hanno impresso la loro veste architettonica alle munite città picene, le borgate e i templi romani, le rocche medievali, i castelli turriti e le regge del rinascimento, le città chiuse e i raffinati palazzi, le chiese sontuose e i santuari romanici, i romitori francescani e le abbazie.

L’Arte trovò in questa regione la perfezione in tutte le sue espressioni. Poeti e artisti la immortalarono a cominciare da Dante che, a prescindere dal fatto -accertato o meno- che fosse passato per Ancona, sintetizzò il suo giudizio sulle Marche definendole “il bel paese/Che siede tra Romagna e quel di Carlo” (cioè l’Abruzzo dove iniziava il Regno di Napoli).

Più dettagliata la descrizione dei luoghi del suo soggiorno al monastero di Fonte AvellanaTra due liti d’Italia surgon sassi… /tanto che i toni assai suonan più bassi/ e fanno un gibbo che si chiama Catria/di sotto al quale è consacrato un ermo.

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Cecco d’Ascoli  già esprimeva il proprio rammarico per la scarsa considerazione riservata a questa regione così bella: O bel paese con li dolci colli/perché no’l conoscete, o genti acerbe/con gli occhi avari ed invidiosi o folli?/Io se pur piango dolce mio paese/che non so chi del mondo  ti conserba/facendo contro Dio cotante offese.

Da parte di Leopardi, nonostante le invettive al natio borgo selvaggio, ci fu più amore che indifferenza e perfino il Carducci frenò il suo fiero impeto verso questa “terra così benedetta da Dio, di varietà, di ubertà/tra il digradare dei monti che difendono;/tra il distendersi dei mari che abbracciano/tra il sorgere dei colli che salutano/tra l’apertura delle valli che arridono… “

Designata da Massimo D’Azeglio come “la più pittoresca regione d’Italia” la nostra, agli occhi di Giovanni Bucci, docente e scrittore, appariva una “Regione lineare, dunque, e sottile come l’Italia e come lei multanime ed immortale”.  Secondo Ernest Renan, filosofo francese, “Vi è nell’anima picena una certa dose di misticismo e di superstizione; naturale in una terra le cui città si gloriano di tanti santi”. La bontà d’animo dei marchigiani è elogiata dalla poetessa Maria Alinda Brunacci Buonamonti: “Si nota nell’anima picena la negligenza del dolore per l’amore; un’armonia intima che, riflettendosi in armonia esterna, diventa grazia, un fondo di bontà indulgente, di fede in ogni cosa, proprio degli uomini giovani e buoni”.

Al giornalista e scrittore Alighiero Castelli che rimproverava le Marche di non sapersi “fare réclame” per aver dato i natali a geni come BramanteRossiniRaffaello, Leopardi, risponde Arturo Vecchini, oratore marchigiano che formula una splendida sintesi della multiforme varietà delle risorse di essa, un vero e proprio manifesto promozionale: “Muovano da ogni parte  gli Italiani a conoscere da presso le Marche, nella loro singolarità e varietà, in quel che alla cara terra materna l’arte e la natura hanno più dato di bellezza luminosa e feconda – nelle spiagge tra le cui limpide acque è dolce cercar bagni di luce e di salsedine, dalle cui sponde salutano gli agili palmizi e i rossi oleandri – nelle rupi gigantesche, come San Leo, in cui par che si aggrondi la fronte di un guerriero ferrato; nelle grotte profonde come Frasassi, in cui l’aquila forma il volo e giacciono i fossili millenari; negli archi romani come quelle che Traiano eresse al suo trionfo; nei trafori di granito scalpellato come il Furlo dalla mano dell’uomo in cui Cesare Augusto Vespasiano incise la maestà eterna dell’Urbe; negli eremi memori della povertà francescana e di leggiadria semplice, più preziosa dell’oro; nei templi pagani spiranti ancora la grazia e nelle basiliche sontuose…; nelle rocche malatestiane e nei palazzi del Rinascimento; negli arditi greppi, per le cui arie diafane vide il Sanzio le sue Madonne; nelle raccolte città, tra le cui mura squillarono le musiche nuove; nei campi di battaglia che udirono il cozzo delle armi …nei pianori e nelle boscaglie, nei verzieri e negli orti, nelle pergole e negli aranceti, nel cielo e nel mare, nelle calme e nelle tempeste, dove è l’eco ed il trillo, dove qualche cosa piange accoratamente e sorride con diffusa letizia, dove è la natura e la storia, la memoria e il presagio, l’intelletto e l’anima marchigiana”.

Chateau de Chillon

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Costeggiando il lungolago che da Villeneuve conduce a Montreux, in Svizzera, ecco che all’improvviso, a una svolta, sembra sorgere dalle acque azzurrine un pittoresco castello da cui promana tutto il fascino delle antiche vestigia medievali.

Le Chateau de Chillon è sorto su un blocco di rocce a se stanti rispetto alla montagna che lo sovrasta, eppure placidamente sta, a predominare ogni cosa attorno e prima di tutto lo sguardo catturato dai suoi fiabeschi scorci.  Varcato il ponte ligneo, dalla terra ferma lo separa soltanto un fossato in cui galleggiano noncuran

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ti anatre lacustri; il viale che ne preannuncia l’ingresso è lastricato di un soffice e caldo mantello di foglie arrossate.

 

 

Interni perfettamente conservati, cunicoli segreti, ripide scale di legno, ballatoi sospesi sul cielo, fessure strategiche nelle possenti mura, trasportano in un gelido e fiero passato, di nobili privilegi.

Tanto gelido sfarzo di camini monumentali e soffitti decorati sorreggevano pilastri massicci e volte incrociate che, in un dedalo di sotterranei, ospitavano lugubri prigioni mortali.

Il più grande di questi sotterranei è noto come la prigione di Bonivard, patriota ginevrino al cui dramma si ispirò Lord Byron per comporre il suo poema Il prigioniero di Chillon.

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Il 22 giugno del 1816, Lord Byron e l’amico e collega Percy Bysshe Shelley stavano navigando sul Lago di Ginevra e si fermarono per visitare il Castello di Chillon. Ispirato dai sotterranei nei quali Bonivard era stato imprigionato, Byron compose Il sonetto di Chillon tra la fine di giugno e l’inizio di luglio. L’opera fu probabilmente completata il 2 luglio del 1816 e pubblicata una volta rientrato in Inghilterra, nel volume Il prigioniero di Chillon e altri poemi, da John Murray il 5 dicembre del 1816.

Eugène Delacroix, Il prigioniero di Chillon, (1834)

Il poema descrive le dure prove inflitte all’ultimo superstite di una famiglia martirizzata. Il padre del protagonista è stato bruciato sul rogo, due fratelli sono caduti in battaglia, un altro è stato bruciato vivo, gli ultimi due fratelli sono morti dopo essere stati rinchiusi nel castello di Chillon con il protagonista e narratore.

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I temi e le immagini dell’opera sono quelli tipici dei poemi di Byron: il protagonista è una figura isolata, la cui forte volontà gli consente di sopportare grandi sofferenze. Nelle sezioni 10 e 13 l’attenzione si sposta sulla bellezza della natura, nella quale cerca sollievo. Nel tragico finale, Bonivard diviene una sorta di martire per la causa della libertà.

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Bagna il Lemano di Chillon le mura:
Mille piedi colà profondo il letto
E de’ vasti suoi flutti;
A tanto appunto
La scandaglio calò dá bianchi merli
Gettato del castel che d’ogni intorno da l’acqua è Cinto:
acque e muraglie ha fatto
Una doppia prigione, ed una tomba di viventi Simil:
sotto il livello del lago è posta l’altra vôlta in Cui noi giacevam.

(Traduzione di G. Nicolini)

( Foto di Romina Angelici)

Venezia nelle parole di Anna Radcliffe

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(Late Morning’, Joseph Mallord William Turner, 1819)

 

Indescrivibile la meraviglia della fanciulla [Emilia] allorché scoprì Venezia, i suoi isolotti, i suoi palazzi e le sue torri che tutti insieme sorgevano dal mare riflettendo i loro svariati colori sulla superficie chiara e tremolante. Il tramonto dava alle acque ed ai monti lontani del Friuli, che circondavano a tramontana l’Adriatico, una tinta giallastra di effetto mirabilissimo. I portici marmorei e le colonne di San Marco erano rivestite di ricche tinte e dell’ombra maestosa della sera. A misura che si avanzavano, la magnificenza della città disegnavasi più particolareggiatamente. I suoi terrazzi, sormontati da edifizi aerei seppur maestosi, illuminati, com’eranlo allora, dagli ultimi raggi del sole, parevano piuttosto fatti uscire dall’onde dalla bacchetta magica di un mago, che costruiti da mano mortale. 

Cap XV – II Volume – I Misteri del Castello d’Udolfo, di Anna Radcliffe

 

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Viaggio a Chawton

 

Arriviamo ad Alton, dopo aver lasciato la rissa asfissiante di una Londra accelerata e frenetica per dirigerci verso il cuore della campagna inglese, premessa da distese di pascoli e prati. Piccoli sobborghi tranquilli e ordinati spezzano la monotonia del verde smeraldo della natura. Una modesta stazione ferroviaria ci accoglie senza clamore e senza troppe difficoltà siamo convogliati in direzione di Chawton lungo High Street che attraversa i sali-scendi di Alton. Oltrepassato il centro abitato che si estende ai lati della strada principale giungiamo a uno slargo occupato triangolarmente da un rasatissimo parco.

 

Da qui, superata la doppia rotonda e il French Horn, pub dove nemmeno Jane si fermava, sbuchiamo dal ponte e imbocchiamo Winchester Road. Il quartiere è silenzioso, i cottages sono curatissimi e razionalmente rifiniti, gli unici sprazzi di estro e fantasia sono traditi dalla disposizione dei fiori e delle piante nei giardini ricavati in ogni anfratto. Un vero trionfo di composizioni floreali multicolori e armoniche.

Gli alberi secolari che si stagliano contro il cielo azzurro dell’Inghilterra sono forse le stesse fronde odorose che hanno ombreggiato anche la passeggiata di Jane e della sua abituale compagna: la sorella Cassandra o l’amica Martha Lloyd. Ma il vero tuffo nel passato ha iniziato con il sottopassaggio pedonale che conduce nel borgo di Chawton, un ristretto caseggiato che si riversa sulla strada.

 

Ci sono le indicazioni del Jane Austen Trail.

Superata la tenuta dei Prowtings (amici di famiglia, nominati più volte nelle lettere, di cui un dipinto è affisso nella stanza d’entrata della Jane Austen’s House Museum) e, sulla sinistra un pub e una tea room (“Cassandra Cup” divenuta famosa di riflesso in tempi recenti), si raggiunge l’incrocio della via delimitata proprio all’angolo di destra dal cottage di Chawton.

Indicibile emozione.

Sul davanti della casa, affissa sul muro di inconfondibili mattoni rossi, la targa commemorativa dichiara con marmorea chiarezza che questa è la casa dove Jane Austen visse le sue due vite di donna e di scrittrice, perché qui trovò il suo ambiente ideale e la sistemazione congeniale al fluire del suo genio creativo che le fece perfezionare i romanzi già scritti e produrne di nuovi e magnifici, a ritmi sorprendenti.

L’ingresso prevede il passaggio nello shop dove una frenesia di accaparramento può portare ad aggiudicarsi souvenir di tutti i tipi: segnalibri, mousepad, tazze, magliette, cartoline, poster, fermacarte, blocchi appunti, penne, matite, stampe, persino un ombrello…

L’ingresso laterale immette direttamente nella Drawing Room, la stanza più grande della casa dove si ricevevano le visite e Jane suonava il piano esercitandosi ogni mattina prima di colazione.

 

Le quattro donne di casa Austen, la madre, Jane, Cassandra e Martha Lloyd, si ritiravano qui ogni sera, dopocena, per cucire o dipingere mentre una di loro leggeva uno dei romanzi presi in prestito dalla biblioteca circolante.

 

Stupenda la credenza-scrittoio.

Nella sala da pranzo, accanto al tavolo apparecchiato per il tè, Jane trascorreva la mattina, scrivendo vicino alla finestra rivolta verso la strada di passaggio, raccolta su un minuscolo tavolino rotondo con un pennino fine e sottile, come la sua ironia, sempre intinto nell’inchiostro.

Ora esposto in tavola si compone il servizio di porcellana Wedgwood: Jane accompagnò il fratello Edward e la nipote Fanny a Londra per acquistarlo.

Le due stanze della zona giorno sono comunicanti per mezzo del vestibolo che prende luce da una grande finestra che si apre direttamente sulla facciata antistrada. Qui sono custoditi i tesori terreni –in fatto di gioielli- posseduti da Jane: accanto alla tanto famosa e citata croce di topazio, che vive il suo momento di celebrità in Mansfield Park, regalata da Charles alle sue due sorelle, brilla un anellino turchese, della cui provenienza è mistero, e un braccialetto di perline, bianco e celeste, che forse lasciò alla nipote Fanny. Quando Cassandra le scrive, subito dopo la perdita della cara zia Jane, le domanda quale oggetto vuole ricevere in memoria di lei:

“Sii così buona da dirmi se preferisci una spilla o un anello”.

Salendo al primo piano, le scale immettono direttamente nella camera di Jane e Cassandra che dormivano insieme in un unico letto a due piazze. Quello che si trova oggi nella stanza è una replica dell’originale (che comunque è conservato in un’altra stanza della casa, protetto da una teca di vetro e avvolto dalla trapunta patchwork tanto volte associata all’arte del rammendo di Jane Austen).

In un dente ricavato in fondo alla stanza, lateralmente, è incastonato un modestissimo catino con il lavabo e la brocca, per le abluzioni mattutine, permesse dal pozzo in cortile.

Vicino alla finestra, accanto al letto, che si affaccia sull’amato giardino, un tavolino e una sedia. Non mancano mai, anzi costellano tutto questo magico cammino nella casa di Jane, mazzetti di lavanda: poggiati delicatamente sul sofà o sulla sua sedia, quasi a volerne testimoniare la sua impronta soave.

La stanza denominata “dell’ammiraglio” (e destinata a ospitare i familiari in visita al cottage) e la camera di Mrs. Austen raccolgono ed espongono oggetti che hanno circondato la vita quotidiana di Jane e da cui emana un fascino malinconico.

Infine nell’ala che volge verso il giardino interno, accanto alla camera –chiusa ai visitatori – di Martha Lloyd, è situato il letto originale a baldacchino dove Jane si è coricata con i suoi sogni e le sue delusioni, con le gioie e la sofferenza, e il manichino che indossa il suo cappotto blu navy, allacciato doppiopetto con bottoni dorati, dal colletto a punta e coprispalla della stessa stoffa pesante, fa materializzare per un attimo la sua figura, magra e alta.

 

Non riesco a vedere la cucina ma la rimessa con il suo carrozzino che trainato dall’asino la conduceva nelle sue ultime passeggiate nei dintorni quando ormai la forza nelle gambe di camminatrice instancabile, l’aveva abbandonata.

Il giardino, orlato di un muro di cinta, avvolge la casa di profumi e colori, disegna angoletti furtivi e ombreggiati dai frondosi alberi. Essi silenziosamente hanno assistito alle sue passeggiate, hanno ascoltato qualche pensiero sussurrato, hanno carpito le confidenze tra sorelle e custodiscono tutto nella loro maestosa immobilità.

 

Così si conclude la mia visita a Chawton Cottage dove ho sentito la mia anima davvero vicinissima alla sua, librarsi e raggiungerla in uno spazio senza confini e tempo.

Accanto alla casa, il grande stagno non esiste più ma si snoda il crocevia stradale che smista le tre direzioni di questo punto dell’Hampshire: la prima freccia indica, proseguendo dritti, la Chiesa di San Nicholas e la Chawton House. Presto le villette a schiera smettono di incorniciare la strada e ci ritroviamo in aperta campagna dove si espande, immettendosi con un viale selciato, da sinistra, la tenuta padronale.

Per la visita dell’interno della magione di Edward Austen-Knight occorre una previa prenotazione mentre ai giardini all’esterno si accede liberamente.

Subito dietro l’entrata principale, il primo livello del giardino circonda la casa e soprattutto si affaccia nel cortile interno delimitato da un muretto di cinta su cui si apriva la sala lettura, quella presumibilmente più frequentata da Jane quando vi andava in visita. Saliti alcuni scalini si passa ad un secondo livello, pavimentato e circoscritto da aiuole e cordoli affollati di coabitazioni estemporanee delle più variegate piante da fiore. Dietro alla casa, ancora più in alto, senza lasciarsi sviare da sentieri nascosti tra prolifiche siepi, si protende un viale erboso culminante, a destra, in una piccola balaustra neoclassica che dovrebbe fissarne il punto centrale e che apre lo sguardo sulla tenuta laterale.

Tutt’intorno, il viale è avvolto in una vegetazione fitta e rigogliosa che rivela un’attenta opera di coltura e un sapiente gusto per l’arte del giardinaggio in ordinato assemblaggio, improbabili ma azzeccati accostamenti cromatici e aromatici.

Più avanti, a sinistra, avvertito da una cancellata, si apre un roseto e più oltre un probabile orto che ricade nella zona di competenza del giardiniere provvisto di una modesta rimessa per i suoi attrezzi. Il sentiero prosegue inoltrandosi nel boschetto che si arrampica sul dolce pendio naturale del terreno e ci guida all’aperto ricongiungendoci al piazzale antistante la casa.

La visita della Chiesa di S. Nicholas ammonisce sulla sacralità del luogo e delle vite sepolte nel cimitero circostante. Cassandra di 87 anni e Mrs. Austen di 73 giacciono in pace tra l’erba del giardino che lambisce la navata laterale. All’interno, l’atmosfera è raccolta, corre tra i banchi il fruscio di una religiosità discreta, coltivata con preghiera non ostentata ma suggerita direttamente dai volumi della Bibbia messi a disposizione dei fedeli.

Ci lasciamo tutto questo alle spalle con la tristezza per la caducità della vita, la sfortuna di alcune esistenze, la longevità di altre.

Il ritorno ad Alton paese, sotto il sole cocente delle quattro del pomeriggio, è duro e faticoso. Lungo il cammino volgo lo sguardo indietro più volte per cercare di imprimere nella mia mente a futura memoria, ogni particolare, anche il più insignificante e comunque suggello l’esperienza vissuta cogliendo un fiore da un cespuglio profumato nei pressi della stazione per portar via, sempre con me, il dolce aroma di quei luoghi.

*Le foto sono tutte state scattate da Romina Angelici

 

La Centrale Montemartini di Roma

Dove l’antico e il moderno si incontrano. Entrare in un centrale elettrica dismessa e trovarvi una porzione del patrimonio dell’Antica Roma rinvenuti nelle varie campagne di scavo che hanno interessato l’Urbe, ha un impatto non indifferente. Per i puristi dell’archeologia la scelta potrebbe fare storcere il naso, ma guardando all’idea di questo allestimento se ne possono scorgere chiaramente il potenziale: il recupero di un impianto che costituisce comunque un esemplare di archeologia industriale altrettanto interessante e la capacità di trasmissione che questo luogo – dinamico – può costituire, soprattutto nella didattica scolastica.

Nel panorama europeo delle realtà museali non sono pochi i casi di conversione di apparati industriali riusati come musei e l’azione di restauro e valorizzazione della Centrale termoelettrica di Giovanni Montemartini non fa eccezione. Ma, mentre le industrie abbandonate e stazioni ferroviarie in disuso, come quelle berlinesi e parigine (basta pensare ai famosi casi dell’Hamburger Bahnhof a Berlino e alla parigina Gare d’Orsay, trasformate in musei d’arte contemporanea, sulla scia di un fenomeno di aree e di stabilimenti abbandonati reimpiegati), vanno riempiendosi di opere d’arte contemporanea, la Centrale ostiense diviene l’inusuale contenitore per opere d’arte antica provenienti dalle raccolte capitoline: un vero unicum nel panorama dei musei europei.

La storia del polo espositivo dei Musei Capitolini nella Centrale Montemartini ha avuto inizio nel 1997 con il trasferimento di centinaia di sculture in occasione della ristrutturazione di ampi settori del complesso capitolino. Per conservare l’accessibili al pubblico delle opere fu infatti allestita in quell’anno, negli ambienti ristrutturati della prima centrale elettrica pubblica romana, una mostra dal titolo “Le macchine e gli dei”, accostando due mondi diametralmente opposti come l’archeologia classica e quella industriale.

In un suggestivo gioco di contrasti accanto ai vecchi macchinari produttivi della centrale sono stati esposti capolavori della scultura antica e preziosi manufatti rinvenuti negli scavi della fine del XIX secolo e degli anni Trenta del Novecento, con la ricostruzione di grandi complessi monumentali e l’illustrazione dello sviluppo della città antica dall’età repubblicana fino alla tarda età imperiale. Quello che doveva essere solo uno spazio museale temporaneo però, in occasione del rientro di una parte delle sculture in Campidoglio nel 2005, alla conclusione dei lavori di ristrutturazione, è stato confermato come sede permanente delle collezioni di più recente acquisizione dei Musei Capitolini.

Già all’ingresso il visitatore ha un assaggio della “filosofia” di questo museo, trovandoci subito di fronte a una Venere marmorea di età cesariana che nel suo pallore si stacca dallo sfondo di un’enorme pompa di estrazione del 1912, sullo scuro metallo risalta così il panneggio leggerissimo e il movimento lieve della divina figura impressa nel marmo.
Si passa quindi alla Sala Colonne , la prima vera sala del museo, che ospita i reperti più antichi e offre un panorama delle espressioni artistiche del periodo repubblicano, in un percorso semplice e lineare, non condizionato dalla presenza di macchinari. Nell’esposizione del piano terra di fatto non si percepisce davvero l’unione arte-industria, che si compie invece nelle sale superiori; di fatto qui ciò che rimane del vecchio impianto industriale è visibile solo sul soffitto, dove non interferiscono affatto con la visione di insieme le tramogge a imbuto, utilizzate un tempo per smaltire le ceneri del carbone combusto al piano superiore. Nel percorso un’interferenza storica però è data da uno degli spazi che ospitava le caldaie, oggi la sala del treno di Pio IX. Il treno papale è stato realizzato nel 1858 e tre delle sontuose vetture sono in questo museo: la loggia delle benedizioni, il vagone della sala del trono e quello della cappella.

Salendo al piano superiore, si accede alla “sala macchine”: ci si ritrova in uno spazio ampio e luminoso, dai soffitti molto alti, in cui si impongono due ali di motori diesel, disposte a creare a un ambiente a tre “navate”, i cui disposte statue e buste di divinità del pantheon latino e personaggi della storia romana. Assai particolare è la sala successiva, il vano caldaie che ospita una “selva” di statue e reperti venuti alla luce dalle campagne di scavo a cavallo fra Ottocento e Novecento nella zona esquilina, si tratta delle decorazioni scultoree e dei cicli decorativi ormai smembrati degli Horti romani, una serie di ampi giardini che, annessi alla casa privata, portano la “campagna in città”. La sala a essi dedicata è un ampio spazio asettico a cui fa da sfondo un’enorme caldaia degli anni Trenta e un colonnato stilizzato, con statue poste negli intercolumni, fa da recinto al mosaico pavimentale di Santa Bibiana, intorno al quale gravita in resto dell’esposizione della sala e per raggiungere il quale non si può ignorare la meravigliosa statua di “Polymnia”. Il primo è un mosaico venatorio – di età tardo antico con scene di caccia –   degli Horti Liciani, ricostruito su un letto di ghiaia scura che lo mette in risalto; un pezzo piuttosto comune, in realtà, nell’antichità, ma quello di Montemartini è l’unico di questo genere di influsso africano ritrovato nell’Urbe. Riguardo alla statua marmorea di Polymnia, ritrovata nascosta insieme ad altri tesori presso gli Horti tardo-imperiali Ad Spem Veteres, a oggi è la versione artisticamente migliore della musa, una copia di età antonina di un’originale di epoca tardo ellenistica.

L’esposizione dei Musei Capitolini nella Centrale Montemartini è da considerarsi un compendio di storia dell’arte romana, e della storia di Roma stessa, in una location e in un’area cittadina fra i più lontani – in più sensi – dal centro dell’Urbe. È tuttavia indiscutibile che queste statue e le altre opere, rinvenute durante la modernizzazione urbanistica di Roma, abbiano finalmente trovato posto in uno dei luoghi simbolo di quella stessa modernizzazione. Quello della ex Centrale Montemartini è un museo che dialoga: il moderno dialoga con l’antico, l’arte con l’industria, la Grecia con il mondo romano, il visitatore dialoga con la storia che a questi si racconta nell’arte plastica e musiva dei Romani.

Sara Foti Sciavaliere