Borgo Storico Seghetti Panichi a Castel di Lama (AP)

Una Dimora storica, un piccolo Borgo antico, e Parco bioenergetico: tre meraviglie in una, racchiuse nel cuore della campagna ascolana. In provincia di Ascoli Piceno, nel territorio del comune di Castel di Lama, si affaccia sulla Vallata del Tronto il suggestivo Borgo Storico Seghetti Panichi: esso è composto da edifici di epoche differenti, la Dimora storica, antica fortezza medievale trasformata in palazzo di campagna nel 1700, l’Oratorio costruito nel 1608 che conserva preziosi affreschi attribuiti alla scuola di Biagio Miniera, la Residenza di San Pancrazio, la Torre Campanaria e altri edifici risalenti fra il Seicento e l’Ottocento, costruiti a ridosso delle antiche mura del castello.

1e4c0faa56d67ce1d509567d9135f9ae

Ma la particolarità più significativa che rende questo sito un luogo unico e inimitabile è il Parco storico di rara bellezza, impiantato tra il 1875 e il 1890 dal famoso botanico tedesco, architetto di giardini, Ludwig Winter, oggi primo esempio di giardino bioenergetico in Europa.

Ludwig Winter stava lavorando per i fratelli inglesi Handbury a Ventimiglia quando la famiglia Carfratelli Seghetti gli diede l’incarico di reinventare in modo colto ed elegante il paesaggio circostante il palazzo. Il risultato fu una lussureggiante messa a dimora di piante tipiche del territorio marchigiano, accanto a palmizi esotici rarissimi e terrazzamenti prettamente liguri, ricorrendo a un avanzato impianto di irrigazione, vera opera ingegneristica e architettonica.

Oggi tutto lo sforzo profuso in questo pregiatissimo intervento paesaggistico non è andato perduto perché grazie alle recenti ricerche in campo bioenergetico e ad accurate rilevazioni fatte in loco, è stata rilevata e di conseguenza valorizzata la presenza di piante benefiche all’interno del giardino. Quello che Ludwig Winter da profondo conoscitore delle piante e delle loro invisibili proprietà curative aveva solo intuito, oggi riceve riconoscimento scientifico offrendo così a tutti la possibilità di passeggiare nel parco soffermandosi nei piacevoli punti di sosta creati appositamente per sfruttare al meglio le numerose aree bioenergetiche. Le straordinarie sensazioni che possono ricavarsi da una  splendida passeggiata nel giardino vanno da una generale sensazione di relax e serenità a un vero e proprio giovamento sulle condizioni di salute. Per fare qualche esempio: l’agrifoglio sprigiona i suoi effetti positivi sul sistema nervoso, il leccio sul sistema cardio-circolatorio e l’alloro ha un ottimo riscontro sul sistema immunitario.

borgo-storico-seghetti

Il parco è visitabile tutto l’anno, sia con l’accompagnamento di una guida e secondo un percorso rigenerante completo, o anche liberamente, ma preferibilmente previa prenotazione.

Il Borgo Storico Seghetti Panichi è anche location per eventi e banchetti e struttura ricettiva. Ma per tutte le informazioni vi lascio il link del sito a esso dedicato, che potete seguire anche sulla pagina facebook: http://seghettipanichi.it/dimora/

 

 

Annunci

Bologna: donne all’ombra delle Due Torri

Sarà per formazione, o deformazione, di una parte dei miei studi, ma trovo sempre molto interessante la valorizzazione di quei frammenti di storia e vissuto che si centrano sulle donne, e a volte cerco deliberatamente le “quote rose” che hanno lasciato il segno nella storia di un luogo. E devo dire che sono rimasta piacevolmente colpita quando in uno degli info point di Bologna, tra le brochure in bella vista in vetrina che suggerivano il variegato ventaglio di proposte di itinerari per conoscere la città, ne ho visto uno dal titolo: “Donne all’ombra delle Due Torri”. La curiosità ha preso a braccetto la fascinazione della “studiosa” dell’ambito e ho preso la brochure dalla quale mi guardava una dama dal viso di porcellana ritto sulla gorgiera di raffinato pizzo, il dettaglio di un ritratto della famiglia Gozzadini, eseguito dalla pittrice seicentesca bolognese Lavinia Fontana.

Ho deciso così di seguire il percorso suggerito, toccandone alcune tappe, e ricalcare i passi di quelle donne hanno intrecciato la loro vita alla storia della città, spinte dalla passione per l’arte, per il sapere, per la libertà e la giustizia. Incomincio muovendo i primi passi in piazza Maggiore, il cuore del centro storico di Bologna, circondata nell’abbraccio di alcuni degli edifici più significativi. Di fronte si erge la Chiesa di San Petronio, tra le più care chiese ai bolognesi, è la sesta in Europa per grandezza, e domina la piazza principale con la sua singolare facciata incompiuta nei rivestimenti che mostrano così il livello in basso ricoperto dalle specchiature marmoree mentre la parte superiore metet in vista il laterizio dal profilo sfaccettato. Qui, su piazza Maggiore, in pieno Medioevo, – leggo sulla mia brochure – camminarono Bettisia Gozzadini, Novella d’Andrea e Margherita Legnani, donne di cultura, esponenti di illustri casati; celebri furono le loro lezioni impartite agli studenti universitari, con tutte le difficoltà del caso, dovendosi destreggiare in un ambiente prettamente maschile: la giovane Bettisia, laureata in giurisprudenza nel 1236, si vestì per molti anni da uomo; Novella teneva le sue lezioni coperta da un velo; Margherita insegnava affacciandosi da una finestra.

Usciamo dalla piazza, costeggiando il palazzo di Re Enzo e passando sotto le Due Torri, simbolo della città sulla quale svettano signore incontrastate, prendiamo via Zimbalo. Una sosta prima nella Chiesa di San Giacomo Maggiore, dove in un affresco della Cappella Bentivoglio che ritrae tutti gli esponenti della nobile famiglia che ha governato la città, all’inizio del Cinquecento prima che papa Giulio li cacciasse da Bologna. La pittura mostra oltre Giovanni II Bentivoglio, sua moglie Ginevra Sforza e i loro sedici figli: quello di Ginevra con Giovanni (seconde nozze per lei) non fu uno dei tanti matrimoni di convenienza, ma un vero e proprio sodalizio, lavorando fianco a fianco per consolidare e far crescere il potere della casata. Una determinazione caparbia che le procurò fama di cospiratrice e mandante di orribili delitti, come raccontano di lei i cronisti dell’epoca.

Se proseguiamo su via Zamboni raggiungiamo il Museo di Palazzo Poggi, custode ancora oggi della maestria di Anna Morandi Manzolini. Nativa della Bologna del XVIII secolo, studiò scultura e disegno e in questi ambienti incontrò il marito Giovanni Manzolini, anatomista e ceroplasta. Quando si ammalò di depressione fu la moglie a prenderne il posto aiutandolo nella dissezione dei cadaveri e nella riproduzione in c’era delle parto anatomiche; e quando al marito di diagnosticata la tubercolosi, ottenne il permesso di insegnare in sua vece. Nel 1755 fu nominata dal Senato di Bologna modellatrice di cera presso la Cattedra di Anatomia dell’Università e le casse delle sue cere anatomiche arrivarono ovunque negli ambienti accademici europei. Nel busto in cui si rappresentò tiene un cervello in mano: Anna ne intuì la centralità per il funzionamento del corpo umano e l’importanza del sistema nervoso per la trasmissione degli impulsi ai muscoli.

Ripiegando nuovamente verso il cuore del centro storico, passiamo nella suggestiva piazza dove l’incanto delle Sette Chiese non può fare a meno di richiamare l’attenzione dei passanti, e su questa piazza affaccia palazzo Bolognini, al civico 11, i cui magnifici capitelli sono attribuiti a Properzia de’ Rossi, la prima “sculpitrice” della storia. Lei, nativa della Bologna di inizio Cinquecento, dove visse e lavorò, fu un personaggio estroso e indomabile, passando con disinvoltura dallo scolpire blocchi di marmo al decorare i noccioli di pesca; perfino Vasari, spesso avaro di considerazione verso gli artisti bolognesi, rimase affascinato dalla personalità della “femmina scultora” e ne descrisse la vita, pieno di lodi e ammirazione, anche perché se pochissime erano le donne pittrici, in un mondo declinato al maschile, nessuna prima di lei si era dedicata alla scultura.

Da Santo Stefano, il percorso ci spinge subito altrove, alla Basilica di San Domenico, dove alcune testimonianze rimandano alla memoria della perizia artistica di mani femminili: Lavinia Fontana ed Elisabetta Sirani. La prima, figlia del noto pittore Prospero Fontana, pare avesse posto come condizione prima del matrimonio di poter continuare a dipingere e il marito, il pittore Gian Paolo Zappi, le prestava addirittura il proprio aiuto nella realizzazione degli abiti dei personaggi da lei dipinti. Sue sono alcune opere in diverse chiese cittadine e nel Museo Davia Bargellini, ma a San Domenico lei realizza “Gesù tra i Dottori” e “L’incoronazione della Vergine”. Sempre nella stessa basilica, nel 1655, furono celebrati i funerali della giovane Elisabetta Sirani, morta due mesi e mezzo prima ma sepolta solo dopo lunghissime indagini, dato il presunto avvelenamento di cui fu probabilmente vittima e che vide indagati l’allieva Ginevra Cantofoli, il padre e una domenica, ma alla fine le accuse furono archiviate e il decesso attribuito a una peritonite. Elisabetta, anche lei figlia d’arte, fu un’artista di rara sensibilità e seppe circondarsi di molte allieve che proseguiranno la professione. La sua sepoltura è, assieme a quella di Guido Reni, nella Cappella del Rosario.

Sull’acciottolato della piazza antistante la basilica fu arsa Gentile Budriola. Nata in una rispettabile famiglia e sposata a un notaio, fu tra gli allievi più promettenti di Scipione Manfredi, noto Maestro di astrologia dell’Università di Bologna, e apprese i segreti delle erbe dal francescano Frate Silvestro: passò alla storia come Strega Enormissima. Fu stimata da tutti e a lei si rivolsero gli esponenti delle famiglie notabili della città per ottenere medicamenti e fu scelta come consigliera di Ginevra Sforza. La sua notorietà le causò però invidie e, dopo orrende torture, fu messa al rogo nel 1498. Lei visse nel Tesoretto, che fa ancora bella mostra di sé – e che nel nostro giro raggiungiamo – in via Portanova.

Da qui ritorniamo verso piazza Maggiore, nei pressi della quale – in piazza Luigi Galvani – non può mancare una capatina all’Archiginnasio, sede della più antica Università. Si vieni colti da stupore nel seguire il portico del piano terra, gli scaloni e i corridoi del piano superiore, rivestiti da stemmi e memorie scolpite e dipinti che ricordano gli studenti e docenti che hanno camminato in questi luoghi, trasmesso il sapere e prodotto nuovi ingegni. E anche questo è un luogo che vede, forse troppo fugace, il passaggio del gentil sesso. Al primo piano, accanto all’ingresso del Teatro Anatomico, troviamo l’unica opera dell’Archiginnasio realizzata da un’artista donna: si tratta della “memoria” Muratori, visibile purtroppo solo per alcuni frammenti poiché danneggiato dai bombardamenti e da un restauro successivo: l’opera fu dipinta nel 1707 da Teresa Muratori su incarico del padre per rinnovare un più antico monumento in onore degli antenati.

E concludiamo la nostra passeggiata per questa insolita Bologna al femminile entrando proprio nel Teatro Anatomico, la sala dell’ateneo destinata alle lezioni di anatomia. Aggiriamo il tavolo di marmo dove venivano praticare le prime dissezioni sui cadaveri, posto al centro del teatro in legno, e davanti alla cattedra, in una teca, troviamo esposti alcuni documenti che ci richiamano alla presenza di una donna tra gli uomini di scienza dell’Università di Bologna: Laura Caterina Bassi, la prima a laurearsi nel 1732 nell’antico Studio, e a soli ventuno anni tenne la sua prima lezione come docente universitaria.
Seduta su quei sedili lignei, ricostruiti fedeli all’originale dopo la distruzione seguita alla Seconda Guerra Mondiale, si può riprendere un po’ di fiato dopo la lunga camminata e lascirsi andare al pensiero di quelle donne che secoli addietro hanno calcato i luoghi visitati e che, con le loro difficoltà contro i pregiudizi della loro epoca e il coraggio e la caparbietà dimostrata nell’affrontarli hanno aperto la via d’accesso all’arte, allo studio e alle professioni per le donne di oggi.

Sara Foti Sciavaliere

La piccola libreria di Venezia: viaggiando anche a Firenze e a Parigi

Chi non sogna una libreria specializzata in classici? Margherita, la protagonista di questo romanzo, ne fa la sua professione e sceglie prima di tutto i classici come suoi compagni di vita. Riesce a trasmettere questo suo amore anche a noi attraverso il testo che è disseminato di citazioni e di richiami, scegliendo quello che si adatta di più alla situazione del momento per tematiche o messaggio.

Leggere un classico è confortante (cap. 17), la sentiamo ripetere senza stancarsi mai.

Le magnifiche coordinate geografiche di questo libro, scelte da Cinzia Giorgio, sono tre splendide città d’arte come Venezia, Firenze e Parigi. Mettere a frutto le sue competenze di storica dell’arte e la sua passione per i libri e la scrittura dev’esserle sembrato così naturale che il risultato è un inno alla lettura e alla bellezza di cui siamo circondati.

Venezia è colta nei suoi angoli più nascosti, meno frequentati dalla massa informe dei turisti che al loro passaggio travolgono i particolari più poetici:

Lei si sentiva saldamente legata a Venezia, al mare, allo splendore delle architetture così uniche e inconfondibili. Olimpia le aveva permesso di lavorare part-time presso la sede veneziana della Maison de Fleury, che stava aprendo i battenti. La sede della Maison si trovava a campo San Bartolomeo, a due passi da Rialto.

 7

Dopo aver salutato con un sorriso il volto allegro della statua di Goldoni, era andata a piedi dal commercialista per iniziare le pratiche per l’apertura della libreria, per poi arrivare fino al sestiere di Castello, dove si trovava la bottega di famiglia, per parlare con gli operai. Era tornata quindi verso Rialto. Si sentì felice come non le capitava da un po’ di tempo, da quando Alain era uscito dalla sua vita. Aveva camminato a lungo tra le calli e i campi senza avvertire la stanchezza.

 8

 Margherita si guardò intorno, soddisfatta delle decorazioni con cui avevano addobbato la libreria: un ritratto di Elisabetta I campeggiava accanto al leggio e c’erano rose bianche e rosse ovunque in ricordo della Guerra delle due Rose; sulla porta del retrobottega, che fungeva da camerino, Niccolò aveva attaccato uno stemma araldico mentre il leone di Venezia dominava l’angolo in cui vi erano i libri ambientati in laguna. La gente era accorsa in massa a quell’evento, nonostante l’acqua alta.

All’ingresso della libreria, il ragazzo di Niccolò offriva della cioccolata calda quasi come premio al coraggio di aver sfidato le intemperie. In realtà pioveva ma non tanto da inzupparsi, quindi gli avventori erano stati numerosi anche per la temporanea tregua meteorologica: l’acqua infatti non aveva ancora invaso tutte le calli.

Firenze è un colpo al cuore, un vecchio amore mai dimenticato, foriera di sentimenti ed emozioni pronte a ridestarsi alla vista di siffatto spettacolo continuo dell’arte.

9

Continuarono a passeggiare arrivando fino a Ponte Vecchio, dove rimasero a contemplare l’Arno che scorreva sotto i loro piedi. Il sole stava tramontando e solo allora Margherita si rese conto che la giornata volgeva al termine.

10

Aveva un pessimo senso dell’orientamento, ma le bastò seguire il flusso di turisti che dalla stazione di Santa Maria Novella si dirigevano verso il centro della città per ritrovarsi davanti all’immensa mole del duomo. Il battistero ne copriva in parte la facciata senza tuttavia sminuire l’effetto di meraviglia che si provava nel trovarsi al cospetto di una delle cattedrali più belle del mondo. Margherita si fermò a guardarla per qualche minuto rapita. Aveva una laurea in Storia dell’arte, era stata a Firenze moltissime volte, eppure Santa Maria del Fiore esercitava su di lei un fascino magnetico. Sospirò, sentendosi felice di essere lì e per un attimo dimentica della sua missione…

Parigi veglia da lontano, insieme a Olimpia, le vicende di Margherita e sprigiona il suo fascino irresistibile e senza tempo, ma anche rassicurante.

11

Proseguirono assieme lungo boulevard Saint-Germain. Erano entrambe silenziose e il vento che arrivava gelido impediva loro persino di guardarsi negli occhi.

Quando arrivarono al ristorante furono accolte dal tepore del locale e dall’allegro chiacchiericcio degli avventori. Margherita gli preferiva la mistica quiete del Café de Flore nei rarissimi momenti in cui c’era poca gente, ma a volte le piaceva anche il trambusto goliardico che si respirava a Les Deux Magots.

 12Un vento gelido misto a nevischio soffiava da giorni sulla città. I parigini attraversavano frettolosi i grandi boulevard per infilarsi nelle stazioni del métro a godere di quell’effimero tepore che concedevano i sotterranei e i cunicoli della Ville Lumière. Margherita emerse dalla stazione Madeleine per incamminarsi verso boulevard de la Madeleine e svoltare in rue Vignon.

 

la-piccola-libreria-di-venezia_9481_x1000

Il nostro breve ma intenso viaggio è finito ed è proprio questo libro, La piccola libreria di Venezia, che dobbiamo ringraziare:

I libri salvano la vita. Se non la salvano la migliorano, se non la migliorano la colorano e se non la colorano allora state leggendo il libro sbagliato. Ricominciate da capo. Non conosco libro che non mi abbia aiutato in un momento critico della mia vita, né conosco libro che non mi abbia fatto compagnia. Anche il più brutto, mi ha lasciato qualcosa. Di fronte a un libro non si resta mai indifferenti, almeno se ben scritto, s’intende.

Quando si legge si entra nella mente dello scrittore, si apre un varco spazio-temporale che ci fa vivere davvero le vicende di cui leggiamo l’evolversi.

Perché come scrisse Emily Dickinson in una poesia: “Non esiste un vascello veloce come un libro per portarci in terre lontane…”

Urbino città natale di Raffaello

Raffaello Sanzio figlio di Giovanni Santi e Magia di Battista nasce a Urbino il 6 aprile 1483 e qui viene battezzato. Scrive il Vasari:

«l’anno 1483, in venerdì santo, alle tre di notte, da un tale Giovanni de’ Santi, pittore non meno eccellente, ma sì bene uomo di buono ingegno, e atto a indirizzare i figli per quella buona via, che a lui, per mala fortuna sua, non era stata mostra nella sua bellissima gioventù». (Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Vita di Raffaello da Urbino, Firenze 1568)

La città marchigiana era nel periodo del suo massimo splendore: alla corte di Federico da Montefeltro erano chiamati artisti di fama, che lavoravano alla realizzazione del magnifico Palazzo Ducale. Anche il padre di Raffaello, Giovanni Santi, era artista che lavorava per la corte e aveva a bottega numerosi apprendisti, tra cui ci s’immagina anche il ragazzino.

Casa Santi è visitabile tutt’oggi, è possibile percorrerne, salendo al primo piano, i corridoi e i vari ambienti, affacciarsi sul cortile con il pozzo, dare uno sguardo alla saletta e alla cucina e fermarsi meravigliati accanto alla pietra che macinava i colori che sarebbero poi serviti sulla tavolozza del piccolo artista. Al piano terra c’è infatti la bottega di suo padre Giovanni Santi, oggi usata per mostre temporanee.

1

In essa sono conservati vari oggetti appartenuti a Raffaello: copie di suoi dipinti, bozzetti per il suo monumento, omaggi di altri artisti.

2

Nella camera da letto di Raffaello è possibile ammirare l’affresco della Madonna col Bambino che pare l’artista abbia dipinto giovanissimo insieme al padre.

3

Giovanni Santi non era quel pittore “non molto eccellente” che Vasari vuol far credere; la sua era una bottega molto rinomata e ben frequentata e quando egli purtroppo morì, nel 1494, lasciò Raffaello che era poco più di un bambino, a 11 anni, erede e (qualche anno più avanti) padrone di una potente bottega, attivissima e influente sugli artisti della sua generazione (a conferma del successo di Giovanni Santi) e che continua per merito di Evangelista da Pian di Meleto, il collaboratore di fiducia del padre.

Alcune delle opere più famose di Raffaello Sanzio sono esposte a Palazzo Ducale di Urbino.

4

Sicuramente si rimane incantati dinanzi a Lo sposalizio della Vergine con l’immancabile comparazione all’omonima opera del Bramante, anch’esso marchigiano e maestro di Raffaello.

5

Il monumento celebrativo di Raffaello si trova esattamente in cima a via Raffaello Sanzio all’interno di un piccolo giardino con vista panoramica sulla città. Da qui il pittore sembra salutare il suo luogo natale e prendere le mosse per la sua successiva tappa formativa a Città di Castello con il Perugino. Dopo di che, passando per la breve ma intensa esperienza quadriennale a Firenze, Roma sarà la sua destinazione definitiva.

6.jpg

Arrivederci a Urbino allora.

 

Un viaggio lungo la Riviera del Brenta

Se andate in Veneto, un’esperienza che sicuramente consiglierei è la navigazione del Brenta al bordo del Burchiello. Un viaggio che con il lento scorrere dell’antico fiume accompagna alla scoperta della natura lussureggiante che dalle acque fluviali risale lunghe le rive, abbracciando i piccoli borghi e le ville che sfilano lungo il Brenta.

Il Brenta che collegava, insieme ad altri corsi, Venezia con Padova era il canale alla moda, luogo di delizia e prolungamento ideale del Canale di Venezia, dove fiorirono più di una quarantina di lussuose ville. Qui, non lontani dalla città, i nobili più facoltosi trascorrevano le loro vacanze, partendo da Venezia con una comoda imbarcazione chiamata Burchiello che risaliva il canale navigabile del Brenta. Questa imbarcazione era spinta a forza di remi da piazza San Marco, attraverso la laguna veneta sino a Lizza Fusina, da dove veniva trainata da cavalli, risalendo il “Naviglio Brenta” fino a Stra, e da lì, percorrendo il canale Piovego, si raggiungeva Padova. Il viaggio sul Burchiello era affascinante e divertente: nel lento procedere tra le ville e i salici piangenti, dame e cicisbei, nobili e avventurieri, commedianti e artisti animavano la vita di bordo rendendo piacevole e pittoresco il tragitto fluviale. Anche Goldoni fece uso di questo servizio che descrive in suo poemetto intitolato “Il burchiello”, ma numerosi personaggi impiegarono questo mezzo di trasporto: Michel de Montaigne, Giacomo Casanova, il poeta Giorgio Baffo, Lord Byron, Wolfgang Goethe e Gabriele D’Annunzio, solo per citarne alcuni nomi.

Sul finire del Settecento, con la caduta della Repubblica di Venezia per mano di Napoleone, il servizio fu interrotto, per poi riprendere solo negli anni Sessanta del XX secolo. Così ancora oggi il Burchiello, moderna e confortevole imbarcazione con un ampio spazio cabinato e uno superiore aperto e panoramico, solca le acque della Riviera del Brenta da Padova a Venezia, e viceversa, portando migliaia di turista in visita alle ville venete, sostando per visitare gli interni delle più belle e famose legate a nomi illustri quali il Palladio e il Tiepolo. Un viaggio suggestivo che, attraversando nove ponti girevoli – alcune dei quali ancora azionati manualmente – e cinque Chiuse – veri e propri ascensori d’acqua –, permette al turista di risalire (o scendere) un dislivello altitudinale di ben dieci metri esistente tra Venezia e Padova.

Partiti dal pontile del Portello, l’antico porto fluviale di Padova, il Borchiello scivola nel silenzio del mattino lungo il Piovego, increspando le acque tranquille tra le due verdi sponde. La navigazione procede nella meraviglia del paesaggio nella luce dorata del sole che si alza quieto dopo un inizio incerto, sbiadito da una leggera mattutina. Attraversate le chiuse di Noventa Padovana e Stra, qui si sosta per una visita guidata all’interno di Villa Pisani, il famoso Palazzo Ducale di terraferma: una sontuosa villa ornata in facciata da poderose sculture e decorate all’interno dai più celebri artisti del Settecento veneto. È definita la “Regina delle ville del Brenta”, la più spettacolare e imponente, con un corpo di fabbrica che si sviluppa intorno a un doppio cortile e su tre piani d’altezza, nella parte centrale, e due sulle ali laterali, per un’estensione pari a 114 locali. La facciata posteriore richiama quella principale con il coronamento di statue che segue la cornice superiore: quella centrale rappresenta Almorò Pisani ritratto come Capitano generale da Mar, uomo ambizioso e influentissimo che insieme al fratello Alvise, Procuratore della Repubblica di Venezia nel 1720, fece demolire la più modesta villa qui esistente già nel XVII secolo, per far costruire una dimora più consona alla loro potenza.

Analoga magnificenza rispecchia il parco, il più vasto e celebre della Riviera: un’evoluzione del giardino all’italiana seicentesco che si sviluppa con lunghe prospettive, boschetti dai sentieri intricati e irregolari, la coniugazione della spettacolarità con la praticità dell’uso, come testimonia il grande complesso delle scuderie che, a prima vista, pare un vero e proprio palazzo posto a rivaleggiare in splendore con la villa stessa. Non appena si varca la soglia dell’ingresso posteriore, subito si ha infatti un’impressione di grandezza, con lunghissima prospettiva della vasca che conduce verso le scuderie: il paragone con i giardini di Versailles viene spontaneo ma, in questo caso, tale impressione è solo in parte vera, poiché se in effetti il giardino è parzialmente ispirato al noto parco della reggia del Re Sole – essendo stato frequentato a suo tempo proprio da Alvise Pisani in veste di ambasciatore della Repubblica –, il parallelismo attribuibile alla lunga vasca che ricorda quella del Gran Canal è fuorviante, in quanto fu realizzata solo ai primi del Novecento quando la Villa era sede dell’Istituto per le ricerche idrotecniche dell’Università di Padova.

Procedendo si arriva a Mira, dove si trova la maggiore concentrazione di ville. Qui si possono ammirare i celebri prospetti che si affacciano sul Canale, le anse verdeggianti, gli angoli incontaminati dove i salici piangenti accarezzano con le loro fronde sinuose le acque del canale. Alla Riscossa di Mira un’altra sosta permette di visitare gli interni di Villa Widmann Rezzonico Foscari, tipica residenza estiva del XVIII secolo, è uno dei gioielli del tardo Barocco veneziano con importanti affreschi nelle sale e il suo delizioso parco. Costruita agli inizi del Settecento per volontà dei Serimann, nobili veneziani di origine persiana, la villa ottenne l’attuale aspetto solo nella metà dello stesso secolo, quando i Widmann, dopo aver acquistato l’immobile, lo rimodernarono adeguandolo al gusto rococò francese. Il corpo centrale divenne così un’accogliente dimora per feste e ricevimenti. Impreziosirono il salone principale, che si eleva su due piani inframmezzati da un suggestivo ballatoio, gli affreschi dai colori tenui di Giuseppe Angeli e di Gerolamo Mengozzi Colonna, collaboratore prediletto del Tiepolo. A nord della villa si estende un rigoglioso parco: tigli, cipressi e ippocastani fanno da sfondo a numerose statue in pietra tenera di divinità, ninfe e amorini, muti protagonisti di un mondo arcaico. Sul lato destro, dietro la barchessa, si apre un ampio spazio affiancato dalle serre e un romantico laghetto di creazione tardo-ottocentesca con numerosi cipressi di palude. Nelle vicinanze un gazebo in pietra e ferro battuto, circondato da ippocastani, per secoli probabile complice di incontri galanti.

La via d’acqua che collega Venezia a Padova si è trasformata nel corso dei secoli in una suggestiva passerella di ville, in principio poco più che case coloniche, poi vere e proprie dimore signorili di villeggiatura. E ancora oggi navigando sul Burchiello per quelle pigre correnti, fiancheggiando la riviera rigogliosa per natura e arte, si può immaginare di percorrere lo stesso piacevole viaggio degli abitanti della Repubblica nel XVIII secolo svelando scorci pittoreschi a ogni curva con le sue antiche dimore cariche di fascino antico, dalle quale la fantasia riesce a suggerire le balze variopinte degli abiti delle dame, le parrucche incipriate e i tricorni degli uomini. Luoghi dove il tempo sembra essersi davvero cristallizzato nel lento scorrere delle acque del Brenta.

Sara Foti Sciavaliere

Impressioni italiane

Nel 1844-1845, Dickens si recò in Italia con la famiglia. Si stabilì a Genova, prima ad Albaro e poi a Villa delle Peschiere, e da qui si recò nelle principali città: La Spezia, Roma, Napoli (con il Vesuvio ancora molto attivo), Firenze, Bologna, e Venezia.

Mette subito in chiaro che non vuole soffermarsi sulle opere arte, pur essendone estimatore, ma sulla vita vera perché da quella è venuto a trarre ispirazione e nuova linfa vitale per i suoi romanzi: “Io […] sebbene ardente ammiratore della scultura e della pittura, non mi diffonderò a scrivere di quadri e di statue celebri”.

La sua visione dell’Italia complessivamente intesa, e già solo per questo, risulta però estremamente riduttiva e troppo semplicistica.

Genova è stigmatizzata per lo sporco e le puzze, i vicoli strettissimi e il suo disordine; rimangono alcuni mesi ad Albaro, sempre in Liguria, ma anche qui le note parlano di rovina e trascuratezza.

Piacenza è definita come la “scura, decadente, vecchia Piacenza, piena di erbacce sporcizia e pigrizia.

Roma Dickens arriva nel pieno del Carnevale: descrive la visita ai Musei Vaticani, la messa del Papa in San Pietro e al Colosseo: “Una rovina, Dio sia ringraziato!”.

Assiste  alla cruenta decapitazione di un malvivente e la sua attenzione è richiamata dalla popolazione intervenuta al crudele spettacolo, molto diversi dai loro nobili avi:  

“Romani dall’aspetto truce, del più basso ceto, in mantello blu, mantello ruggine o stracci senza mantello, andavano e venivano o parlavano tra loro. Donne e bambini starnazzavano ai margini della scarsa folla. Un largo spiazzo pieno di pozzanghere era stato lasciato completamente vuoto, come un punto di calvizie sulla testa di un uomo. Un mercante di sigari, con un recipiente di coccio pieno di cenere di carbonella in mano, andava su e giù gridando le sue mercanzie. Un pasticciere ambulante divideva la sua attenzione tra il patibolo e i suoi avventori. Dei ragazzi tentavano di arrampicarsi sui muri e ricadevano giù. Preti e monaci si facevano largo con i gomiti tra la folla e si alzavano sulla punta dei piedi, per dare un’occhiata alla lama; poi se ne andavano.”

A Napoli rimane deluso: lo spettacolo per le strade è degradazione:

“La vita per le strade non è pittoresca e insolita neanche la metà di quanto i nostri sapientoni giramondo amino farci credere […] Che cosa non darei perché solo tu potessi vedere i lazzaroni come sono in realtà: meri animali, squallidi, abietti, miserabili, per l’ingrasso dei pidocchi: goffi, viscidi, brutti, cenciosi, avanzi di spaventapasseri” .

Anche Firenze è sommariamente ricordata per la bellezza dei palazzi e del paesaggio ma ancora una volta tutto l’interesse di Dickens è rivolto a registrare un fatto di cronaca nera.

“Separiamoci dall’Italia, con tutte le sue miserie e i suoi errori, affettuosamente: nella nostra ammirazione delle bellezze naturali e artificiali di cui è piena fino a traboccarne e nella nostra tenerezza verso un popolo per la sua indole ben disposto, e paziente e mite. Anni d’incuria, d’oppressione e di malgoverno hanno esercitato la loro opera per cambiare la natura e piegarne lo spirito; meschine gelosie – fomentate da principi insignificanti per i quali l’unione significava la scomparsa – e la divisione delle forze, sono state il cancro alla radice della loro nazionalità e hanno imbarbarito il loro linguaggio; ma il buono che è sempre stato in loro è ancora in loro, e un grande popolo può, un giorno, sorgere da queste ceneri […] L’Italia ci aiuta ad imprimerci in mente la lezione che la ruota del Tempo gira per uno scopo, e che il mondo è, nei suoi caratteri essenziali, migliore, più gentile, più tollerante e più pieno di speranza a mano a mano che gira”.

Incredibilmente attuale questo giudizio amaro sul nostro bellissimo Paese. Unico. Inimitabile.

Sulle tracce di Montalbano

“La persiana sbattè con violenza contro il muro e Montalbano di scatto si susì a mezzo del letto, gli occhi sgriddrati dallo spavento, persuaso, nel fumo del sonno che ancora l’avvolgeva, che qualcuno gli avesse sparato. In un vìdiri e svìdiri il tempo era cangiato, un vento freddo e umido faceva onde dalla scumazza gialligna, il cielo era interamente coperto di nuvole che amminazzavano pioggia”

Il ladro di merendine di Andrea Camilleri

24862528_1975165082754412_6089596351228711911_n

Presso Casa di Montalbano, Punta Secca fraz. di Santa Croce Camerina (RG)

“Le parole che dicono la verità hanno una vibrazione diversa da tutte le altre.” 

Un mese con Montalbano di Andrea Camilleri

Dentro Caravaggio – Palazzo Reale, Milano

Milano ospita la mostra Dentro Caravaggio riaccogliendo sotto la sua ala di città natale il pittore tormentato Michelangelo Merisi da Caravaggio. Straordinaria opportunità di vedere raccolte opere provenienti dalle principali città italiane e dall’estero, come il San Giovanni Battista arrivato fin qui da Kansas City.

fbcover

Oltrepassato lo scalone lussuoso di Palazzo Reale si apre una carrellata straordinaria di opere firmate dal Caravaggio che affascina e cattura con il suo inconfondibile tocco.

Non occorre allestire un sofisticato impianto di illuminazione per esaltare i quadri esposti: l’autore di essi ne ha curato perfettamente luci e ombre, in un gioco di sguardi e di direzioni, dosando pennellate di piombo e biacca per schiarire i punti più chiari e sfruttando con una tecnica detta “a risparmio” i toni bruni della tela sottostante per le zone più scure.

Hanno stabilito con lui l’inizio della pittura moderna ma Caravaggio non è comprimibile entro definizioni fisse e strette che la sua prorompente impetuosità potrebbe smentire o confermare solo con vigorose pennellate.

Nulla è scontato con Caravaggio, la sua esistenza non è stata piatta come non sono piatti i protagonisti dei suoi quadri il cui particolareggiato dettaglio o un moto appena accennato basta a instillare in essi l’ineffabile soffio vitale.

catalogo

A seconda della provenienza della commissione sceglie i colori (il blu turchese è preziosissimo) così come la quota del disegno che non prepara con disegno a matita (fatta eccezione per alcuni tratti delicati) ricorrendo, almeno all’inizio, alla esatta geometricità del compasso.

Quando dipinge, Caravaggio crea un racconto, imprime un’azione e un movimento ai corpi inanimati che, colti nell’istante specifico della vita, compongono una sequenza di immagini in evoluzione, carni ansanti ed emozioni tradotte sulle espressioni dei visi.

I quadri esposti arrivano a 24; il Martirio di sant’Orsola è stato prelevato per dare continuità alla mostra in un altro percorso espositivo intitolato L’ultimo Caravaggio – eredi e nuovi maestri, che si tiene alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala.

La mostra Dentro Caravaggio, è unica, emozionante, aperta fino al 28 gennaio 2018: un’occasione da non perdere.

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria

Gli affreschi della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria
e il racconto pittorico della Regina Marina d’Enghien

Nel cuore del Salento, terra del Barocco ricamato nel tenero calcare locale, è possibile ammirare uno straordinario esempio di arte romanico-gotica, la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, a poche decine di chilometri da Lecce. Mirabile sintesi di arte e di spiritualità, con oltre sei secoli di storia, è la seconda chiesa in Italia, dopo la Chiesa di San Francesco ad Assisi per l’estensione di affreschi quattrocenteschi al suo interno, attribuibili a maestranze di scuola giottesca. Un monumento che celebra le famiglie del Balzo Orsini e d’Enghien che si sono prodigate nella realizzazione di questo gioiello d’arte nelal Terra d’Otranto.

Le vicende del complesso cateriniano hanno inizio sul finire del XIV secolo, da un viaggio in Terrasanta di Raimondello Orsini del Balzo, un cavaliere di nobile famiglia recatosi in Oriente per combattere contro gli infedeli in difesa del Santo Sepolcro. Significativo per l’eroico combattente fu la visita al Santuario del Monte Sinai, dove si racconta che egli rimase a contemplare le sacre spoglie di Santa Caterina d’Alessandria e, prima di partire, nel baciarle la mano, ne staccò, con i denti, un dito con anello che portò via con sé (oggi custodito nel Museo della Basilica). Forse un’immagine che ci fa arricciare un po’ il naso, ma una volta tornato in Salento, Raimondello volle erigere, in San Pietro in Galatina (come era chiamata un tempo questa località), una basilica, un convento e un ospedale in onore della santa di Alessandra, a testimonianza della sua profondità devozione.
La morte improvvisa di Raimondello nel 1406, durante l’assedio di Taranto Del re Ladislao Durazzo, non segnò fortunatamente la fine del percorso artistico-religioso del complesso di Santa Caterina, poiché la moglie e i figli lo continuarono con lo stesso spirito di intensa liberalità. In particolare, Maria d’Enghien – donna fiera e ambiziosa –, che l’anno successivo sposò Ladislao di Durazzo, divenendo regina di Napoli, una volta rimasta vedova una seconda volta nel 1414 e affrancatasi dalle persecuzione della cognata Giovanna, poté dedicarsi al governo della contea di Lecce e dei beni cateriniani, proseguendo l’opera di Raimondello.

Se la facciata è stata realizzata nell’osservanza dei canoni dell’arte tardo-romanica, sia nell’impostazione, con il protiro centrale e il coronamento tricuspidale contrassegnato da archetti pensili, sia nell’ornamentazione, specie in quella a intaglio finissimo del rosone e del portale principali, l’interno ripropone le linee ogivali della Basilica Superiore di Assisi, in conformità al gusto gotico-francescano.
E se alla volontà di Raimondello si devo la costruzione del tempio, tra il 1383 e il 1391, come inciso in numeri romani sull’ingresso laterale di sinistra, è invece alla generosa iniziativa della regina Maria che vengono attribuiti i meravigliosi affreschi che della Basilica rivestono le volte e gli archi, le colonne e le pareti. Più maestranze, di diversa estrazione, vi hanno lavorato, secondo un preciso programma iconografico quasi certamente dettato dai frati francescani, d’intesa con la committente.

Le immagini, destinate ad attirare l’attenzione del federe sui temi fondamentali del sacro, scorrono, lungo la navata centrale, dalla controfacciata alle pareti e alle volte, per raccontare in sequenza – nelle campate della navata centrale – le storie dell’Apocalisse, al Genesi, la Chiesa e i Sacramenti, la vita di Cristo, sotto i cori angelici e le storie di Santa Caterina, sotto i ritratti degli Evangelisti e dei Dottori della Chiesa. La storia della vita di Maria e dell’infanzia di Gesù sono narrate dagli affreschi della navata destra, mentre tanti altri pannelli votivi si distendono qua e là, all’interno della basilica, lungo gli ambulacri, a testimonianza della fede e delle richieste di grazia. Uno di questi, presente nell’ambulacro destro, raffigurante Sant’Antonio Abate, reca, in basso, l’unica data certa, quel 1432 apposto dal suo autore, tal “Franciscus de Arecio”, unica mano che è stata così identificare tra le molte che avranno operato in questa mirabile opera pittorica.
La sobrietà degli esterni non prepara allo spettacolo della narrazione pittorica dell’interno. Il visitatore fatto ingresso nella chiesa rimane senza fiato e, invaso dalla meraviglia, non riesce a distogliere lo sguardo dalle immagini dipinte. Nella maestà dei colori, talora impreziositi dall’impiego di materiali nobili, come l’oro e l’argento, gli affreschi della basilica, considerati nel loro insieme il più vasto patrimonio figurativo del primo Quattrocento meridionale, consegnano uno spettacolo incantevole di vivida rappresentazione pittorica della fede cristiana.

Nella definizione del programma iconografico, oltre agli aspetti teologici, sembra però si possa leggere un altro “racconto”, quello di Maria d’Enghien che narra le proprie traversìe e celebra se stessa e la sua famiglia: nei Re Magi, da cui gli Orsini del Balzo si vantavo di discendere, pare quasi riconoscere l’anziano Raimondello, il giovane primogenito Giovanni Antonio, mentre le lunghe chiome bionde e le fattezze delicate del terzo personaggio coronato si confanno di più a una figura femminile come quella di Maria. Così come nel leone che sembra ruggire mentre si aggira sulle rovine di Babilonia, alcuni critici hanno identificato la città di Napoli che tanti dispiacere diede alla regina Maria durante il suo soggiorno partenopeo, in seguito alle seconde nozze con il re Ladislao: nella raffigurazione della Meretrice qualcuno infatti ha visto la grande nemica di Maria, Giovanna II, che regna su Napoli, usurpandole il trono che le spettava come sovrana consorte alla morte di Ladislao; e pare che sia sempre la stesa Giovanna, quella testa di donna con la quale viene antropomorfizzata la figura del serpente che tentò Adamo ed Eva nell’Eden.

Maria non guardava la Basilica secondo la prospettiva del semplice fedele, ma in un’ottica tutta politica: ella identificava se stessa con Santa Caterina, ritratta con caratteristiche somatiche e perfino con abiti molto simili a quelli indossati da colei che viene considerata dai critici la raffigurazione di Maria stessa, nel “Sacramento del Matrimonio”, ma anche Santa che siede in trono tra gli angeli e reca sul capo una corona gigliata, santa che tiene testa con la sua intelligenza e forza di carattere ai sapienti e all’imperatore, santa che infine non esita a sacrificare la propria vita pur di non venir meno alle proprie convinzioni (in modo analogo risponde Maria a chi le dice che Ladislao, dopo averla sposata, la farà uccidere: «Non me ne curo, morirò regina»). Ed ecco che lei, la regina, sceglie nell’alleanza con la Chiesa, suggellata anche dal matrimonio del figlio Giovanni Antonio con Anna Colonna, nipote del Papa Martino V, lo strumento attraverso il quale trionfare sulla “Bestia” apocalittica (Napoli) e sulla “Meretrice” (Giovanna II).
«Io trionferò»: questo è il monito che Maria lancia, dal “suo” (di Santa Caterina, in realtà) trono sul presbiterio, sulla controfacciata della Basilica a chi si avvia a uscire dal tempio.

Sara Foti Sciavaliere

 

Un lungo, fatale inseguimento d’amore – Louisa May Alcott

In questo romanzo che raccoglie un po’ tutti i clichè della narrativa gotica (la bella, il bruto, la fuga) troviamo la caratterizzazione tipica degli europei in base alle loro peculiarità nazionali e una considerazione forse troppo semplicistica di distanze ed estensioni del Vecchio Continente. Intatto rimane il fascino esercitato dai paesaggi europei, in questo caso rappresentati da una cittadina della Costa Azzurra.

La cittadina cui la Alcott fa riferimento in questo passo è Valrose, o meglio Chateau de Valrose, sita vicino Nizza che all’epoca in cui fu scritto il romanzo, era annessa al territorio dello Stato italiano.

leadImage_large

A un miglio di distanza le azzurre acque del Mediterraneo venivano a lambire l’arco della costa, lungo cui sorgeva la città delle mura bianche con le sue cupole dorate, le sue palme piumose e le belle ville. Valrosa era la più bella di tutte; un vero “nido di rose”, che fiorivano rigogliose anche in gennaio in quel clima di eterna estate. Rose pendevano dall’arco d’ingresso e protendevano le loro corolle vellutate attraverso le sbarre del grande cancello, inducendo tutti i passanti a fermarsi e a desiderare di entrare nel giardino. Rose bordavano il viale che saliva serpeggiando fra piante di aranci e di limoni fino all’ampia terrazza che girava intorno alla villa. Rose coprivano i suoi muri di fiori, ornavano ogni cornicione, si arrampicavano su ogni colonna e crescevano a profusione sulla balaustra. Ogni angolo verde, dove comode panchine invitavano a sedersi e a sognare, era una massa di fiori; ogni fresca grotta aveva la sua ninfa bianca che sorrideva attraverso un velo di fiori; ogni fontana era circondata di bellezza; e dovunque si volgeva, l’occhio si posava su una bella e profumata fioritura.

(Ed. N&C, Roma, 1996, p. 47).