Doll Therapy per i malati di Alzheimer

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L’Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante che colpisce, più comunemente, in età avanzata.

Il primo sintomo, più frequente, è la difficoltà nel ricordare eventi recenti, ma non solo: con il passare del tempo può portare sintomi come afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore, depressione, incapacità di prendersi cura di sé, problemi nel comportamento. Ciò porta la persona, inevitabilmente, a isolarsi nei confronti della società e della famiglia. A poco a poco, le capacità mentali basilari vengono perse. La velocità di progressione può variare, ma l’aspettativa media di vita, dopo la diagnosi, è dai tre ai nove anni. Una malattia che distrugge interiormente, a poco a poco, chi ne viene colpito, ma che porta anche tanta sofferenza ai familiari che si sentono impotenti di fronte a questa malattia devastante. Non vi è molto da fare, non esiste una cura effettiva che la combatta completamente sino a farla scomparire, purtroppo. Ma un modo di aiutare queste persone esiste e credo sia un modo davvero incredibile e unico.

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Nasce in Svezia, alla fine degli anni ’90, la Doll Therapy. Grazie a Britt Marie Egedius Jakobsson, una psicoterapeuta, e mamma di un bimbo autistico.

Da allora e sempre più, in Europa, vengono create le bambole Joyk  per stimolare l’empatia e le emozioni, diventando sempre più oggetti simbolici nelle relazioni di aiuto.

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Una bambola può trasformarsi da semplice giocattolo a strumento terapeutico: si tratta di bambole bellissime create per stimolare e favorire lo sviluppo e la continuità delle emozioni degli anziani vittime di questa terribile malattia. Il loro sguardo dolce, il loro peso, la pelle setosa e i capelli morbidi, sono tutte caratteristiche che permettono di creare empatia. Queste bambole speciali hanno caratteristiche particolari che le differenziano dai giocattoli comuni: sono diverse nel peso, nelle dimensioni, nei tratti somatici e persino nella posizione di braccia e gambe. La Doll Therapy è un trattamento di carattere non farmacologico che prevede la possibilità per l’ammalato, attraverso la bambola, di esternare le proprie sensazioni e ricevere stimoli per le relazioni interpersonali. Infatti, nel rapporto con le bambole, la persona può ripetere le proprie esperienze infantili, recuperare la funzione di accudimento vissute nel ruolo madre/padre. Rivivendo tali esperienze, la persona affetta da Alzheimer, viene portata dolcemente a comunicare con gli altri, a stimolare la memoria, ad allentare e a gestire i disturbi a volte aggressivi che la malattia comporta.

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L’utilizzo di bambole per donne o uomini che affrontano questa terribile malattia, o l’utilizzo anche di particolari cani di peluche anch’essi creati con lo stesso scopo, può far davvero la differenza, perché l’aspetto emotivo in questa malattia è il punto focale. L’emozione positiva può accompagnare il malato e far sì che possa vivere ancora attimi o momenti di felicità.

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Il prezzo delle ali di Palma Gallana

IL PREZZO DELLE ALI, UN ROMANZO CHE TUTTE LE DONNE DOVREBBERO TENERE SUL PROPRIO COMODINO

Secondo i dati Istat relativi al 2014, in Italia 6 milioni 788 mila donne hanno subito nel corso della propria vita una violenza fisica o sessuale: quasi una donna su tre (31,5% delle donne). Solo il 12% di queste donne ha avuto la forza di denunciare la violenza.

Ilaria B. la protagonista di Il prezzo delle ali, scritto da Palma Gallana (La Ruota Edizioni), è una di queste. Maltrattata per anni dal suo compagno, Ilaria B. trova il coraggio di dire basta e denuncia il suo amore malato. Questo ritorno alla vita lo deve a lei e alle sue due figlie. Perché, come le dice una sua amica: “Proteggiti per proteggere”. Questa frase diventerà un mantra che porterà Ilaria fuori dal buco nero.

 Chi rappresenta Ilaria B.?

Rappresenta tutte le donne di qualunque estrazione esse siano. Nessuna può ritenersi fuori pericolo. In tempi nemmeno troppo lontani si pensava che solo in determinati contesti potessero nascere e prosperare le violenze domestiche. Non è più così. Le violenze sono sempre frutto di un amore, e questo non è mai un sentimento razionale ma si basa sulla passione, sull’irrazionale, sul vivere il momento senza pensare al domani. L’amore non ha vincoli economici, sociali, culturali. Ecco perché anche le donne culturalmente, socialmente e anche economicamente più elevate non sono immuni dalla violenza. Ilaria B. fa parte di questa categoria: lei è indipendente da ogni punto di vista, è laureata, ha un lavoro e una casa. Razionalmente capisce che cosa sta accadendo, ma il suo cuore si rifiuta di appoggiare la ragione. La giustificazione per ogni violenza subita è sempre pronta.

Come è possibile che una donna con il bagaglio di Ilaria non capisca che deve porre la parola fine alla sua storia?

È una donna innamorata e il compagno lo sa molto bene. Qui sta il passaggio successivo. Gli uomini maltrattanti sono dei grandi manipolatori, sanno benissimo dove andare a colpire per creare paura, sottostima, dipendenza. Il maltrattante sfrutta al massimo il punto debole della donna per ottenere ciò che vuole.

Che cosa sono i periodi up and down? Tu nel libro li definisci proprio così.

I maltrattamenti non sono mai reiterati in maniera costante e continua, se così fosse per la donna sarebbe più semplice capire che così non può e non deve vivere e mettere alla porta il proprio maltrattante. Invece la cosa è molto più subdola: gli abusi sono ciclici, a momenti di calma apparente, dove sembra che tutto sia rientrato, si ha quasi l’illusione di avere una vita normale, con un uomo che ti ama e ti rispetta, si alternano momenti in cui basta il più piccolo dei pretesti per scatenare la furia e far ripiombare la donna nel baratro più nero.

Che tipo di amore è quello che vive Ilaria B.?

Sicuramente un amore malato,ma da lei riconosciuto solo a metà. Di fatto dopo le botte c’è sempre una riconciliazione, un chiedere scusa, un dire non accadrà più. Dopo le botte c’è la passione, l’amore, lo stare insieme. Ilaria B. accetta per tutto quello che c’è dopo le botte. Pensa che in fondo va bene così, l’importante sono quei momenti; le botte, le umiliazioni fanno parte del pacchetto, ma si possono sopportare se poi lui vuole solo lei.

Eppure Ilaria B. capisce quando sta per accadere qualcosa, sente che l’idillio sta per interrompersi.

Qui sta il maltrattamento psicologico. La donna è sempre all’erta, inconsciamente sa che prima o poi l’incantesimo si spezzerà, non sa che cosa lo spezzerà, ecco quindi la costante insicurezza e la paura di fare o dire qualcosa di sbagliato.

Quanto incide il retaggio familiare.

Noi siamo un gomitolo, dalla sala parto in poi iniziamo a vivere, e cominciamo ad assorbire e a tessere il nostro filo. Attraverso diversi studi e ricerche si è arrivati alla conclusione che la maggior parte delle donne maltrattate, nella loro infanzia adolescenza, ha assistito a maltrattamenti (la cosiddetta violenza assistita), se non addirittura averli subiti loro stesse. Dunque queste donne conoscono solo questo tipo di rapporto uomo/donna, questo tipo di amore e nella loro vita saranno più soggette a cadere nella trappola di uomini manipolatori e a credere che sia tutto normale.

A un certo punto Ilaria capisce che così non si può andare avanti; si rivolge, sollecitata e incalzata, a un centro antiviolenza; ma nel momento stesso in cui telefona si è già pentita.

Ilaria B. fa già un grosso passo avanti rispetto a molte altre donne. Chi chiama i centri antiviolenza in autonomia è già in grado di capire che la situazione ha raggiunto il punto del non ritorno. Di solito, purtroppo, le donne giungono ai centri direttamente dalle questure o peggio ancora dai pronto soccorso degli ospedali. Arrivate ai centri iniziano le grandi paure. Ce ne sono milioni, ma per chi ha figli quella peggiore è la possibilità di perderli. La donna quando denuncia ciò che ha subito vorrebbe già ritrattare; l’idea di essere reputata una cattiva madre, una donna labile, debole, non in grado di non far subire determinate cose la distrugge e la porta a credere che il suo bene più prezioso le verrà portato via. Qui i centri fanno un grande lavoro – le équipe sono formate da avvocati, assistenti sociali, psicologi, medici, nulla è lasciato al caso – per far capire che le cose si muovono in modo diverso e che solo ora la donna potrà iniziare a vivere ancora senza aver più paura per sé e per i propri figli.

Ilaria B. ce la fa. Il finale è positivo. Dalle violenze, dunque, si può uscire.

Si può e si deve uscire per noi stesse e per chi ci vive accanto. Il mantra di Ilaria B. è: proteggiti per proteggere. Questo è il messaggio che tutte le donne che subiscono violenza dovrebbero avere ben presente e dovrebbero sentirselo ripetere da ogni persona che entra in contatto con la loro vicenda. La vergogna, l’apparente inadeguatezza, il sentirsi sporca e fuori posto, sono tutte sensazioni che non hanno ragione d’essere. La donna ha il diritto di essere rispettata e accettata per quello che è: una persona. Ilaria B. sa di aver gettato in piazza tutte le sue vicende personali, ma per lei non è più motivo di vergogna, perché non è lei che deve vergognarsi, ma colui che le ha imposto quella vita.

Perché hai voluto scrivere di questo tema? Le cronache non ne parlano già abbastanza?

Il romanzo trae ispirazione da ciò che ho vissuto io. Mi ha aiutato molto scriverlo, e ho voluto anche dare un messaggio positivo. Dalle violenze si può uscire. Costa fatica, ma solo così ci si libera. Con questo libro faccio cadere un seme, non importa dove, importa che finirà per incoraggiare una donna a denunciare, a ribellarsi, a rinascere.Sono del parere che un romanzo abbia la capacità di mettere in luce tutto ciò che una donna pensa e sente quando vive questi episodi. La cronaca ci racconta fatti già accaduti ed è avulsa da qualsiasi tipo di sentimento ed emozione, come è giusto che sia. Spero solo che questo mio libro possa aiutare altre donne a prendere coscienza di sé, del problema e di quanto valiamo.

Che altro dire? Non chiudiamoci in noi stesse, parliamo, denunciamo. Non siamo noi le sbagliate, le inadeguate. Come tutti abbiamo i pregi e i difetti, accettiamoci per ciò che siamo, e non permettiamo a nessuno di mettere in dubbio la nostra persona. MAI. Lo dobbiamo innanzitutto a noi stesse, ma anche alle donne del domani. PROTEGGIAMOCI PER PROTEGGERE.

Manola Mendolicchio

Barbarie Italiana a Montecitorio

A Palazzo Montecitorio arriva
“BARBARIE ITALIANA”
Fateci smettere questo spettacolo!

Giovedì 22 novembre, in vista della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio ospiterà il format teatrale, ideato e scritto da Betta Cianchini che sarà presentato a cento studenti di istituti romani.

La storie italiane di una madre e di suo figlio, quella di un uomo e quella di una donna sono state scelte tra i diciannove racconti del format, proprio per restituire la visione di un vissuto maschile e di uno femminile. Seguirà la lettura delle testimonianze raccolte per le strade di Roma e provincia dalla stessa autrice. Testimonianze che tradiscono la vera natura del fenomeno, dimostrando che ci troviamo in presenza di un fenomeno culturale e trasversale.

Alcune testimonianze saranno lette dalla Vice Presidente della Camera Maria Edera Spadoni, da deputati, dagli stessi ragazzi degli istituti invitati, dalle giovanissime attrici della Compagnia Tacco 16 di Laura Milani e Francesca R. Miceli Picardi.

“Barbarie italiana” – Fateci smettere questo spettacolo! – è un progetto formativo, informativo e performativo di sensibilizzazione artistica sul tema della violenza contro la donna, presentato in tante parti d’Italia in collaborazione con le associazioni che ne hanno condiviso il contenuto: BeFree, AssoLei, DGayProject, Punto D, C.A.M. (Centro Ascolto Uomini Maltrattanti) e attualmente con il grande e prezioso lavoro de “Le Funambole”, di cui Betta è socia fondatrice.

Le quattro storie raccontate, tra cui Il cassetto dei calzini con Gabriela Eleonori e Simone Bobini, Il buon padre di famiglia con Valerio Morigi e Amavo quell’uomo con Federica Quaglieri e le Tacco 16 di Laura Milani, prendono vita dall’analisi di fatti di cronaca e di centinaia casi di violenza domestica, nonché dalle testimonianze raccolte dalla stessa autrice.

“Questo progetto si ripromette di portare alla ribalta il problema da un punto di vista troppo spesso ignorato: gli uomini violenti sono stati prima di tutto figli, fratelli, quindi alunni. È soprattutto a loro che dobbiamo parlare. Una vera e propria maratona teatrale per raccontare e denunciare una barbarie italiana che non smetteremo di raccontare fino a quando ci saranno ancora casi di femminicidio”, spiega Betta Cianchini.

Le testimonianze da lei raccolte sono spesso oggetto di studio e occasione di dibattito nei Congressi, nelle Conferenze, nelle scuole e nelle tavole rotonde sulle pari opportunità e sulle problematiche di genere. Le storie raccontate sono storie italiane. Ognuna di queste storie non è la mera narrazione di un unico fatto di cronaca perché raccontarne la crudeltà rischierebbe di abusare di una vita che già di suo è stata intrisa di soprusi e dolorosa profanazione. Ogni storia messa in scena è il puzzle di tante storie di vita quotidiana che hanno alla base le stesse violente dinamiche culturali ed emotive.

“È importante portare nelle scuole la testimonianza della fondamentale differenza tra amore e possesso”, prosegue l’autrice, che realizzerà il suo spettacolo all’interno delle scuole romane in collaborazione dell’artista Alan Bianchi e l’Associazione Le Funambole grazie al sostegno di Squadra Credit, azienda da sempre attenta alle problematiche sociali, che ha deciso di sostenere e promuovere il progetto.

Betta Cianchini ha già presentato il suo lavoro in diverse sedi istituzionali ed è stata invitata per ben due volte a prendere parte alla Giornata Mondiale contro la Violenza sulla donna indetta dall’O.N.U. nel 2013 e nel 2014. Nel 2015 ha avuto l’onore di essere invitata al Quirinale per la celebrazione della giornata della donna dal Presidente Napolitano per il suo “importante lavoro e zelo nella battaglia contro la violenza sulla donna”.

Ufficio stampa: Madia Mauro

Donne difendetevi dal terrorista psicologico!

Terrorismo psicologico:
“Metodo di intimidazione basato su una continua pressione psicologica finalizzata a influenzare i comportamenti e le opinioni delle persone.” 

Purtroppo le vittime più comuni di questo terrorismo psicologico sono le donne e la maggior parte delle volte questa oppressione si consuma tra le pareti domestiche.
L’intimidazione può arrivare da ogni membro del nucleo familiare, marito, padre, fratelli, figli.
Le donne considerate da anni, da uomini vigliacchi, il sesso debole, sono spesso costrette a sottostare a soprusi psicologici che trovano la loro espressione in minacce, svilimenti, insulti, umiliazioni fuori e dentro le mura della propria casa.

Il  genere di maschio che effettua il terrorismo psicologico su una donna, non è un uomo, è addirittura inumano. Sono persone (se così le vogliamo chiamare convenzionalmente…) che nascondono dietro questi atteggiamenti gravi frustrazioni e disagi inespressi. Persone che non sentendosi appagate dalla propria vita, si creano un loro mondo fatto di sudditi, ma che in realtà sono oppressi e loro ne sono i dittatori.
Questi dittatori psicologici effettuano ogni giorno violenza, attraverso le parole e i gesti quotidiani.
La persona oppressa alcune volte non riesce immediatamente a rendersi conto della situazione in cui si trova, attribuendo a se stessa parte della colpa.

I metodi usati sono crudeli. Il terrorista psicologico fa spesso leva sui punti deboli e sulle paure della persona che sta sottomettendo. Minaccia di renderle la vita impossibile, utilizza parolacce, insulti e umiliazioni per minare l’autostima della vittima fino ad arrivare a distruggerla completamente. Si approfitta delle donne che gli sono intorno, perché le ritiene deboli, perché non è capace di confrontarsi con il mondo esterno e così riesce a sentirsi  padrone di qualcosa.
Chi mette in atto questi atteggiamenti non è altro che un bullo.

I bulli sono terroristi delle emozioni.

Questa è violenza. La violenza non è solo fisica. Se qualcuno minaccia di usare violenza, anche se non lo fa nella pratica, sta già violentando la mente della vittima, e questa in quanto tale sta già subendo il trauma.
Le umiliazioni non sono tali solo se rese pubbliche. Le umiliazioni peggiori sono quelle che si consumano in privato, quelle che si insinuano nella psiche della vittima per renderla debole fino ad arrivare a credere agli insulti e agli svilimenti psicologici del proprio oppressore.
Se un uomo vi dice che non valete nulla, che non concluderete mai nulla di buono nella vita, che accanto a voi tutti soffrono, che nessuno vorrà mai starvi accanto, che siete il male del mondo e che gli avete rovinato la vita e lo farete con chiunque vi si avvicini, sta cercando di condizionarvi psicologicamente. Sta attuando una violenza psicologica.
Non credete a tutto questo e ripetete a voi stesse come un mantra che è solo un frustrato che cerca di chiudere anche voi nel suo mondo fatto di irrealizzazione e paura. Paura del confronto. E attribuisce a voi la colpa dei fallimenti della sua vita.

Allontanate da voi questa persona, se potete e se si tratta di un compagno o di un marito.
Se invece si tratta di un familiare che al momento non potete allontanare, siate forti, siate più forti di lui. Non fatevi scalfire. Ricordate che il terrorista psicologico non merita di essere nemmeno ascoltato.
Ricordate che sono persone che mirano a minare la vostra sicurezza e la vostra anima.
Cercate di farvi scivolare le sue parole come acqua e sedetevi tranquille. Fate altro. Pensate a voi stesse e alla vostra realizzazione personale. Quella che lui non otterrà mai davvero! Questa sarà la vostra migliore rivalsa nei confronti di chi ha cercato di rendervi una nullità sottomessa alla sua egemonia psicologica.
Un giorno li guarderete dall’alto, con il dovuto distacco, una sensazione che loro non proveranno mai, ossessionati come sono dal cercare di sottomettervi, non riusciranno mai ad essere veramente liberi.

Non lasciarti intimidire. Guarda avanti! Non soccombere! Tu sei più forte di lui, sei DONNA!

Eravamo tutti vivi

Eravamo tutti vivi è il romanzo vincitore della categoria Opera prima del premio letterario Latisana per il Nord-Est 2018. L’autrice è Claudia Grendene, laureata in filosofia e padovana di adozione. Due cose mi hanno colpito di lei, da subito: i grandi occhi chiari e la dolcezza, ma lascio che si presenti da sola. Chi è Claudia Grendene? “Claudia Grendene è una donna di quarantacinque anni, con una vita piena e tanta voglia di fare, che non appena ha uno sprazzo di tempo corre a prendere in mano qualcosa da leggere. E che prova anche a scrivere”.

In effetti una casa, un marito e due ragazzi riempiono la vita, ma danno anche un bel da fare a cui si aggiunge il lavoro da bibliotecaria. Non solo. Claudia è stata prima studentessa poi docente nella Bottega di Narrazione diretta dal grande Giulio Mozzi. Quanto ha influito la Bottega nella tua formazione di scrittrice? “Il percorso intrapreso con la Bottega di Narrazione è stato fondamentale. Innanzitutto, è stato salvifico scoprire che ci sono altre persone che come me vivono avendo in testa storie da raccontare, persone che investono tempo intorno alle proprie immaginazioni, persone che cercano di scriverle. Perché uno dei nemici più insidiosi della scrittura è l’isolamento: ti rende un po’ sterile, un po’ matto, un po’ disadattato. In secondo luogo, la Bottega mi ha dato accesso ai ferri del mestiere: quegli insegnamenti basilari che servono a gestire un’immaginazione, a costruire una scena, a gestire un dialogo nel testo. La Bottega di Narrazione è un percorso difficile e insidioso, perché mentre ti dà questi strumenti minimi dello scrivere, ti restituisce anche la piena consapevolezza che sta solo a te saperli usare. Che sta solo a te scrivere. Che non hai più scuse per tergiversare. Come capita nella vita, sei sempre e di nuovo di fronte a te stesso. La Bottega ti mette davanti i tuoi limiti. E lì, o scatta un atto di volontà fortissimo, oppure sarà difficile portare a termine il progetto. Il pregio della Bottega di Narrazione è darti più dubbi che certezze, demolire le certezze dettate da inesperienza e ingenuità. È una scuola che ti guida verso la ricerca di soluzioni, ma non ti fornisce ricette pre-costituite. Credo che la dote fondamentale che la Bottega di Narrazione è riuscita a tirare fuori da me sia la caparbietà. Ho compreso, durante quell’anno, quanto io tenessi alla scrittura e ho imparato a darle una priorità nella mia vita”.

Eravamo tutti vivi è un romanzo di formazione, quella di sette amici che, crescendo, si trovano ad affrontare dinamiche familiari e relazioni in continua mutazione. È un faro proiettato sulle emozioni e su come queste cambino mentre cambiano i rapporti, mentre mutano gli equilibri familiari quando nascono i figli o quando questi tardano ad arrivare o non arrivano mai. Quale parte di te esprimi con la scrittura? “Quando inizio a scrivere una storia, di solito, non sento il bisogno di esprimere qualcosa di me stessa. Capita, invece, che mi giri in testa una storia, e che io non mi dia pace fino a quando non abbia capito cosa raccontare e come raccontarlo. Parto sempre da lì. Scrivendo, è inevitabile, finisco di certo per esprimere qualcosa della mia interiorità o dei miei vissuti. Ma questo per me non è mai il punto di partenza. Quando leggo un romanzo mi piace trovarci una storia, o più storie; ed è questo stesso desiderio di racconti che mi spinge a scrivere”.

Tanti sono i temi trattati nel romanzo della Grendene, forti come quello della morte, la voglia di libertà e di autoaffermazione, la necessità di ritrovare uno spazio anche nella propria casa, quando questa diventa un inferno di disattenzioni, e tutto è più stretto, manca l’aria, oppure quando tra le sue mura rimbalza l’eco dell’insofferenza, in quegli spazi lasciati vuoti dalla solitudine e carenti del calore di una famiglia o di un amore, che non si è riusciti a trovare o a impedirgli di andare via. Il romanzo è attualmente in concorso per il Premio Letterario Massarosa 2018: in bocca al lupo Claudia!

M’ama non M’ama

M’AMA non M’AMA è una campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne promossa dal comune di Fermignano (PU), ideata e organizza da quattro  associazioni del territorio: De.Sidera (associazione di psicologia e sessuologia, Dott.sse Giorgia Giacani e Arianna Finocchi), INDIPENDANCE (diffusione della cultura della danza, Dott.ssa Gloria De Angeli), LUOGHI COMUNI (arti performative e benessere di comunità, Dott.ssa Alice Toccacieli) e IL VASCELLO (volontariato e inclusione sociale, Dot. Piero Benedetti); patrocinata dalla Provincia, dall’Unione Montana Alta Valle del Metauro, dalla Commissione per le Pari Opportunità tra uomo e donna della Regione Marche e da N.U.D.I.

La terza edizione cominciata il 25 ottobre, terminerà il 25 novembre prossimo in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione delle violenza contro le donne, con la M’AMA non M’AMA Run, una maratona a passo libero aperta a tutti. L’idea è di proporre una mese di incontri teorico pratici che guardino al tema delle violenza in un’ottica sfaccettata e molteplice. Non vogliamo seguire la logica emergenziale con la quale i media ci abituano a confrontarci con questo scomodo argomento. Vogliamo invece concentrarci sulle modalità di pensiero e i modelli culturali nei quali siamo immersi per provare a trovare una chiave che ci permetta di forzare qualche stereotipo o pregiudizio, aprire uno spazio critico ed emotivo che ci metta in gioco nella relazione con l’altro senza prevaricazioni, per vedere se possiamo diventare capaci di stare di fronte all’altro per quello che è, senza piegarlo a noi.

Per questo gli appuntamenti che abbiamo costruito per la campagna afferiscono a diversi campi (danza, teatro, difesa personale, psicologia, arti visive, libri, passeggiate). E anche perché ci piacerebbe raggiungere pubblici diversi. Per il pubblico della rete, per esempio, il bookblog caramilena.com condividerà recensioni commenti e citazioni da quattro libri scelti per stimolare la riflessione sulle questioni di genere con gli hashtag #SenzaVoce e #NonperSvago (Donne che parlano, Miriam Toews, Marcos y Marcos, Vox, Cheistina Dalcher Nord, Il volto delle sirene, Paola Costanza Papakristo_Aras Edizioni, Perché non sono femminista, Jessica Crispin, Sur.

La violenza contro le donne è un tema che riguarda tutti, nessuno può sentirsi immune o pensarsi al di fuori delle sue dinamiche. In una relazione siamo tutti allo stesso tempo portatori e vittime di violenza.

È importante per noi che questo percorso si sia delineato attraverso una rete di associazioni che operano quotidianamente sul territorio, perché l’identità di ognuna ha permesso di vedere la questione da un angolature differenti. Quest’anno vorremmo allargare questo meccanismo ad altri enti, associazioni o chiunque si senta di condividere un pezzo di questa avventura con noi.

Stiamo inoltre raccogliendo una serie di piccoli e semplici video, in cui le persone ci dicono in cento parole chi sono e perché sostengono la campagna. Li raccoglieremo e man mano li pubblicheremo sulla nostra pagina FB
https://www.facebook.com/mamanonmama.fermignano/

Multipotenzialità

“Che cosa vuoi fare da grande?”, ho chiesto a mio figlio di otto anni. Lui ha fatto un enorme sorriso, poi mi ha risposto: “Voglio fare il calciatore, il medico, lo youtuber… e voglio anche guidare l’ambulanza”. Quanti di voi, di fronte a questa domanda si sono trovati in difficoltà a dare un’unica risposta, da piccoli, ma anche ora da grandi, e hanno risposto come Simone, elencando una serie di attività? Bene, siete dei multipotenziali. Anche Simone mi ha guardato in modo strano e mi ha chiesto: “Mutli-che?”. Sarà Fabio Mercanti con il suo nuovo libro Multipotenziali a dare una risposta, non solo a Simone.

Un multipotenziale è chi non ha un’unica vocazione nella vita, ma ha la necessità e la curiosità di spingersi verso qualcosa di nuovo che allarghi l’orizzonte delle sue conoscenze e gli permetta di percorrere nuovi sentieri. Fabio Mercanti parla dell’importanza dei multipotenziali nell’ambito delle nuove organizzazioni e di un mercato del lavoro, sempre più caratterizzato dalla precarietà dei ruoli e delle posizioni. La multipotenzialità non è solo un modo particolare di vivere il lavoro, ma anche un modo di essere, un’identità professionale.

Scoprirsi, costruirsi, realizzarsi: sono le fasi che individui nel tuo libro per la creazione dell’identità professionale. Qual è l’identità professionale di un multipotenziale? “È una identità professionale molteplice. Per farmi capire meglio mi piace proporre una sorta di esercizio. Se sostituiamo la parola multipotenziale con vocazione e ripercorriamo le tre fasi che hai elencato, quello che otteniamo è la storia di una carriera. Una persona scopre la sua vocazione professionale, ad es. fare l’avvocato, la costruisce e si costruisce mettendo insieme pezzo dopo pezzo, proprio come si fa per innalzare un edificio, nel caso della professione di avvocato bisogna prendere una laurea in legge, fare pratica presso uno studio professionale e infine superare gli esami di stato abilitanti alla professione, e si realizza giorno dopo giorno, dopo l’abilitazione bisogna creare le condizioni per poter lavorare: creare partnership con altri colleghi in studi associati, trovare dei clienti per operare in modo autonomo, fare domanda per essere assunto da una grande azienda, etc. Di là della professione specifica, è una carriera comune, scelta, accettata, apprezzata, ambita. Ma per alcuni questo percorso lineare, unico non porta alla realizzazione, alcuni hanno bisogno di un percorso molteplice: è in questa molteplicità che si trova l’identità professionale del multipotenziale”.

I multipotenziali non seguono un’unica vocazione lavorativa, ma si muovono attraverso percorsi di studio e professionali vari che permettono lo sviluppo di competenze originali. Qualunque sia il modo in cui venga percepito il successo da un individuo, realizzare se stesso e le proprie ambizioni in maniera completa o ottenere il maggior valore economico possibile con la sua opera, l’importante è scegliere in maniera libera e autonoma, accollandosi la responsabilità dei propri errori, senza aver paura di fallire, sperimentando le proprie abilità e i propri confini.

Il Mercanti sottolinea tre capacità cardine di chi non ha un’unica vera vocazione: il rapido apprendimento, che facilita lo studio approfondito della materia e il passaggio da una materia all’altra senza problemi; la sintesi, quella che permette l’intersecarsi di due idee diverse, provenienti anche da campi differenti: l’innovazione è figlia di questa commistione; l’adattabilità, per essere idoneo a un determinato scopo, per far fronte alle necessità professionali richieste.

Spesso parli di tempi giusti, cioè di quei tempi che portano a cambiare attività lavorativa nell’arco di una giornata, ma anche nell’arco di una vita. Qual è il segreto di chi gestisce bene il proprio tempo? Come si fa a dare il giusto valore e il giusto spazio alle attività da svolgere all’interno di una giornata? “Alla base c’è l’equilibrio. Per dare un senso al tempo e il giusto valore alle proprie attività non serve nessuna tecnica di time management. La sfida più grande è equilibrare passioni, obblighi, interessi, nuovi progetti e capire quando lasciare qualcosa e quando iniziarne una nuova. Vale per tutti, ma per un multipotenziale questo equilibrio è vitale e strettamente connesso alla realizzazione di cui parlavamo prima. Multipotenziale non significa riuscire a fare, bene o male, tutto quello che si vuole, ma saper gestire al meglio la propria molteplicità e costruire una personale carriera proponendo valore”.

Emilie Wapnick, imprenditrice, consulente professionale, blogger, artista, career coach, community leader, definisce i multipotenziali come persone con molti interessi e occupazioni creative, che non seguono un percorso lineare, ma si muovono trasversalmente, attraversando molti campi. Esistono diversi tipi di multipotenziali: hug approch, esce dai confini del suo ruolo professionale per interagire con le specializzazioni dei suoi collaboratori, diverse per competenze, linguaggi, tecniche; slash approch, svolge attività diverse nella stessa giornata, ad es. gli artisti che hanno un lavoro fisso e suonano di notte; Einstein approach, svolge un’attività principale, più importante a livello remunerativo, e delle attività secondarie laterali che non hanno rilevanza di tipo economico, ma che con il tempo potrebbero rimpiazzare la prima; Phoenix approach, si dedica a un solo lavoro per volta, ma per un periodo di tempo limitato, fino a quando cioè non lo lascia, lo brucia, per poi rinasce da quelle ceneri verso una nuova realtà lavorativa.

Harry L. Davis durante il discorso dell’Università di Chicago ha detto: “Le persone, quando vanno al lavoro, a volte lasciano parti di se stesse nel bagagliaio dell’auto”. Quali parti di te porti nella giornata lavorativa e che cosa c’è nel tuo bagagliaio? “C’è un aneddoto personale legato a questa frase. Durante la scrittura di Multipotenziali  pensavo spesso all’epigrafe da inserire nel libro, ma a pochi giorni dalla stampa non ne avevo scelta ancora una. Poi, casualmente, una sera ho letto il discorso di uno speaker che citava appunto Harry Davis e, leggendo questa frase, ho pensato: “Wow, è perfetta! È esattamente ciò che voglio stimolare con il mio libro: aprire un bagagliaio fatto di capacità, talenti, caratteristiche individuali, percorsi professionali e parole con le quali descrivere tutta questa complessità”. Ed è quello che sto cercando di fare nella mia vita. Se oggi apro il mio bagagliaio trovo diversi attrezzi: letteratura, customer care, editoria, scrittura, informatica, commercio e soprattutto tanto dialogo con le persone. E sono consapevole che solo se valorizzo tutto questo insieme riesco, oggi, a costruire per poter vedere realizzati i miei progetti nel prossimo futuro”.

Qualunque sia l’approccio usato, i multipotenziali non si dedicano per tutta la vita a un’unica dimensione lavorativa, né si conformano a una carriera precostituita. La loro necessità è di sapersi muovere con disinvoltura in diversi ambiti lavorativi, capacità necessaria per chi è costretto a cambiare lavoro, e di disegnare in maniera autonoma la propria carriera, capacità che permette l’ottimale inserimento nella precarietà del contesto lavorativo attuale e che si propone come una nuova modalità di superamento del concetto di flessibilità.

Chantal Pistelli McClelland e la bellezza delle unicità

La bellezza delle donne è nella loro forza. La loro forza è nel loro coraggio. E di coraggio, bellezza e fascino la modella Chantal Pistelli McClelland ne ha da vendere. Conosciamola insieme…

Mi chiamo Chantal, sono italoamericana e vivo a Pisa.
Da molto tempo sto percorrendo una battaglia personale, che spero possa invece aiutare molte altre persone.
Credo fermamente nella bellezza delle unicità, a tutto ciò che da valore alle caratteristiche di ognuno. Siamo purtroppo abituati dalla moda e televisione a una bellezza stereotipata, irreale e questo porta a non accettarsi, a vergognarsi delle proprie caratteristiche fisiche.
Per molti anni mi sono nascosta, vergognata della mia situazione, vittima di pregiudizi e discriminazioni fin quando ho deciso di alzare la testa e considerare la mia caratteristica un’unicità. Da quel momento la mia vita è cambiata radicalmente.
Sono nata con un’aplasia al piede e porto una protesi da tutta una vita.
Grazie allo sport ho messo alla prova me stessa superando molti limiti, sono arrivata terza alla prima regata al mondo di Windsurf per diversamente abili, ad oggi pratico surf e snowboard e continuo ad affrontare i limiti che ogni giorno mi si presentano con determinazione e ottimismo.

Nella vita sono una modella. Modella. Punto. Senza etichette! Non sono una modella disabile, sono semplicemente una modella, perché la mia battaglia sta proprio in questo, eliminare le etichette che siamo abituati ad affibbiare alle persone: disabili, normodotati, siamo tutti semplicemente persone e ognuna con la propria meravigliosa unicità.
Essendo la mia protesi il mio personale must have non potendone farne a meno, ho deciso di valorizzarla, di renderla ancora più mia, considerandola un accessorio moda. Grazie a un caro amico artista la mia protesi è stata vestita di foglie d’oro a tema Klimt rendendola un vero e proprio pezzo d’arte non da nascondere ma bensì da esaltare.

L’arte e la moda sono un perfetto veicolo comunicativo e il concetto di bellezza può essere espresso attraverso l’esaltazione delle proprie unicità.
Mi piacerebbe essere rappresentata da un’agenzia senza etichette di genere, al momento cosa molto difficile dato che l’Italia in questo ambiente è ancora molto indietro con il concetto dell’inclusione.
Mi sto battendo per annullare l’etichetta di modella disabile, mi sto battendo per tutte quelle persone che ancora si nascondono.
Non vergognatevi delle vostre unicità, non ascoltate le voci di chi in realtà ha poco da dire, vivete a testa alta e lasciate che siano gli altri a guardare in basso.

Chantal

L’evoluzione parte dalla rivoluzione

Dall’infanzia ai romanzi passando per le grafic novels e la saggistica, l’evoluzione dell’editoria passa attraverso la rivoluzione della scrittura e dei canali di diffusione.

Scrivere, al giorno d’oggi, è una rivoluzione e gli scrittori stessi devono essere dei veri e propri rivoluzionari, abbandonando il nichilismo moderno e trovando nuove forme per raccontare la vera e propria rivoluzione che sta attraversando la società moderna e, in particolar modo, l’editoria. La narrazione passa attraverso la realtà, al fine di descriverla nel miglior modo possibile, attraverso gli occhi dello scrittore che deve narrare il reale attraverso fatti, luoghi e vicende più o meno frutto della propria fantasia.

È sulla rivoluzione che si è concentrata la seconda giornata della Fiera Internazionale di Milano, rivoluzione nel campo dell’editoria, della scrittura e della tecnologia, con un occhio al passato e pronti a fare un salto nel futuro, nell’evoluzione dei nuovi mezzi di diffusione a cui i libri devono fare ricorso.

La rivoluzione a Tempo di Libri passa per l’infanzia e l’adolescenza, avvicinandosi ai giovani, toccando temi semplici e complessi e arrivando a tutti con la forma più immediata di comunicazione: le immagini. Immagini che diventano veri e propri romanzi, che abbandonano la semplicistica definizione di fumetto e approdano in quella più realistica e complessa delle grafic novels, in un mercato in forte e costante espansione, sia per la qualità artistica che per l’offerta editoriale di questi veri e propri romanzi. Con le grafic novels si arriva a comunicare con i ragazzi, con quella grande fetta di mercato che si tiene a distanza dalle pagine piene di caratteri stampati ma che resta affascinata da quei disegni, magistralmente eseguiti, che narrano una storia tanto quanto le parole.

Ma a Milano la rivoluzione non si limita al modo di narrare qualcosa ma passa anche attraverso il cosa narrare. È su questo che le bambine ribelli, ormai cresciute, Francesca Cavallo e Elena Favilli si sono concentrate, basando il loro pensiero sull’evoluzione non del come comunicare ma sul cosa voler davvero insegnare e trasmettere alle future generazioni, su come crescere le bambine di oggi, le donne del domani. È di questo che parla il loro libro, Storie della buonanotte per bambine ribelli vol. II.

Una raccolta, un viaggio, una scoperta di cento nuove storie e illustrazioni di donne coraggiose, per sognare più in grande, per mirare più in alto. Cento storie di donne, di grandi donne che, fin da bambine, avevano dei sogni, dei desideri, che non volevano essere le classiche principesse ma le eroine, quelle che scalavano la torre e uccidevano il drago – e di draghi ne hanno uccisi. Tante storie di tante donne, di ogni estrazione sociale, nazionalità e professione, da Nefertiti a Beyoncé, da J.K. Rowling a Sophia Loren, passando per Samantha Cristoforetti e Bebe Vio. Una rivoluzione da e per le giovani donne, tante piccole biografie divenute favole che insegnano alle bambine ad abbattere i pregiudizi, a capire che nulla è impossibile, che i sogni si realizzano. Cento nuove favole della buonanotte per essere loro la nuova generazione di ribelli, di ragazze e donne che non abbasseranno la testa davanti ad un uomo o un ostacolo, per comprendere che, nella nostra società, essere delle donne ribelli è una questione di felicità e sopravvivenza. Cento nuove favole della buonanotte per non mettere limiti alla nuova generazione di donne che combatteranno per i loro diritti, per i loro sogni e per la loro vita. Donne che combatteranno per la loro rivoluzione.

8 marzo con De Andrè

L’8 marzo è una data che crea scontri celebrativi con modi, tempi e riferimenti spesso contrastanti, talvolta estremi, di donne, per le donne e con le donne. Noi quest’anno abbiamo deciso di proporvi una lettura che ci ha colpito molto sia per i riferimenti che, soprattutto, per le forme espressive.

Il talento narrativo del poeta della musica italiana, Fabrizio De Andrè si incontra con la sensibilità giornalistica di Concita De Gregorio, ma soprattutto con artiste della parola, che sublimano le donne raccontate nelle canzoni del Faber e le riportano in luce con una forza inaspettata.

Un regalo che Giunti fa a tutte le donne e non solo, perché questo non è solo un profondo esperimento narrativo, ma anche un compendio di documenti storici dal valore inestimabile e dalla forza emotiva ineguagliabile.

70746h

”Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?”
Le donne incontrate nelle canzoni di Fabrizio De André ci hanno accompagnato nella vita. E’ bastato incrociare il loro sguardo perché ne diventassero parte: con il loro mistero, il loro coraggio, la dignità. Senza etichette, senza giudizio: esistono, bisogna solo ascoltarle.
”Questo libro è nato così” scrive Concita De Gregorio, ”dalla meraviglia di trovarsi in tante, insieme, ad ascoltare (…). Queste voci hanno tutte, mi pare, un tratto in comune con Fabrizio De André. La fragilità inossidabile. La pervicacia nel procedere in direzione ostinata e contraria. Una ferita. Una debolezza nascosta dal movimento ed esibita nella solitudine. Un ciuffo di capelli che come una tenda lascia uno spiraglio e intanto ti ripara dal mondo, consentendoti di vederlo più a fuoco. (…) In venti, qui, abbiamo ascoltato la musica, condiviso le parole, curato queste pagine che adesso arrivano a voi nella speranza che sappiano, con voi, fare altrettanto. Che siano le storie a leggervi mentre le leggete.”
Un libro che è anche un oggetto speciale, un almanacco di ricchezza di talenti. Grazie a venti artiste le canzoni che abbiamo amato si alzano in piedi, Nina Teresa Marinella e tutte le altre ci fanno nuove domande, trovano un nuovo cammino e una nuova voce.