Au bout de la rue: cosa c’è in fondo alla strada?

È uscito a febbraio di tre anni fa il cortometraggio Au bout de la rue del regista francese Maxime Gaudet; un piano-sequenza notturno, in cui si segue il rientro a casa di una ragazza che, dopo aver salutato i suoi amici, percorre un paio di isolati fino a giungere al suo appartamento. E fin qui, tutto bene. O forse no? Cosa si nasconde in fondo alla strada? La tensione della giovane è palpabile mentre attraversa le vie poco illuminate di una città (che potrebbe essere una qualsiasi metropoli occidentale). Dietro l’angolo si potrebbe celare un pericolo senza nome né volto pronto però a risucchiarla. Continua a leggere

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Il corteggiamento ai tempi di Lizzie Bennet

Sono una millennial (o così dicono), ma io amo i romanzi regency, sento la mancanza dei ritmi lenti delle epoche passate. Con mancanza non intendo dire che sono nostalgica (si può avere nostalgia solo di ciò che si è vissuto), ma che non mi dispiacerebbe fare un bel viaggio nel tempo a quando le giovani donne debuttavano in società al braccio del padre.

Orgoglio e pregiudizio è scolpito nel mio cuore e credo che uno dei motivi per cui tante donne ancora oggi sospirano leggendo la storia d’amore di Lizzie e Mr Darcy, sia per quel senso di attesa che divide ogni loro incontro, a volte previsto, altre volte sorprendentemente inaspettato.

In quello sta la magia, nell’attesa del piacere che è essa stessa il piacere (citazione di G.E. Lessing, lo scrittore, non del tipo del Campari).

Le cose più difficili da conquistare sono le più belle, e l’etichetta di corteggiamento di inizio ‘800 rendeva le cose davvero difficili.

Iniziamo con le presentazioni.

Anche se Darcy avesse provato interesse a prima vista per Lizzy, lui non avrebbe mai potuto andare lì e dirle: “Ciao, sono Fitzwilliam Darcy, Fitz per gli amici, vengo dal Derbyshire e sono qui da poco, tu come ti chiami?”.

Le persone potevano venire presentate unicamente da conoscenze comuni, meglio ancora se i capifamiglia. Ecco perché Mrs Bennet smaniava perché il marito andasse a dare il benvenuto a Bingley e alla sua combriccola, altrimenti non avrebbero mai avuto modo di agganciarli.

Avere amici ben introdotti nell’alta società è un’ottima carta per conoscere le persone più interessanti.

Palesare le proprie intenzioni.

Se interessavi a un cavaliere o no, non era qualcosa di misterioso da scoprire tramite messaggi subliminali. Almeno a quei tempi, se un uomo aveva intenzione di corteggiare una donna, lo manifestava chiaramente dopo il primo incontro.

Non era cruciale tanto andare a un ballo, quanto il mattino dopo, quando alla nostra porta sarebbero arrivati mazzi di fiori accompagnati da biglietti dei cavalieri sui quali avevamo fatto colpo.

E se il cavaliere che avevamo puntato non ci ha omaggiate con nessun bouquet? Brutte notizie. Forse lo ha mandato ha un’altra.

Lo chaperon.

Era inappropriato che una donna nubile si intrattenesse sola con un uomo (in una stanza, in una carrozza, ovunque). Per evitare sconvenienti situazioni che avrebbero potuto generare malelingue e intaccare il nostro onore, avremmo sempre dovuto essere scortate da uno chaperon. Questo accompagnatore, garante della rispettabilità degli incontri poteva essere un parente, tipo un fratello o una sorella, oppure una signora più anziana, un’amica sposata, chiunque la cui presenza potesse vanificare atteggiamenti ravvicinati tra la lei e la lui. Diciamo che quanto più la coppia voleva stare sola, tanto più era conveniente che lo chaperon scelto fosse complice dei due innamorati, tenendosi in disparte per lasciare un po’ più di privacy ai due. Ricordate, quando Lizzie e Mr Darcy accompagnavano Bingley e Jane a fare le passeggiate? Ecco, in quel caso, tutti erano complici di tutti!

Contatto fisico.

In una parola: vietato. È per questo che la danza gioca in ruolo cruciale nel corteggiamento dell’epoca. Solo durante un valzer o un minuetto era possibile conversare in intimità con il proprio cavaliere, concedendosi anche quelle confidenze che orecchi indiscreti non avrebbero dovuto sentire. E ballando, era anche possibile indugiare in quel contatto, in altre situazioni, giudicato sconveniente.

Inutile dire che se un cavaliere danzava più di due balli con la stessa dama, per tutti erano già una coppia.

Socializzare.

Balli a parte, dove potremmo mai incontrare il nostro amato? C’è un giorno e un luogo che non si mette in discussione: la messa domenicale.

La funzione religiosa era d’obbligo, ma fede a parte, tutti, specie le donne, ci andavano molto volentieri, perché avevano occasione di vedere e, a essere fortunate, anche parlare con il proprio cavaliere. Da qui anche l’idea che gli abiti per la domenica fossero “quelli buoni”, perché un’occasione sociale di quella portata richiedeva il massimo lustro.

Chiamarsi.

Non al telefono, ma appellarsi. Per rivolgersi a una persona ci si rivolgeva con Miss Smith o Mr Jones, quindi con il cognome, mai come Sarah o David, i nomi di battesimo erano troppo confidenziali e un loro uso era ritenuto sconveniente. Questo era limitato all’ambiente familiare.

Oggetti personali.

Occhio! I doni tra un lui e una lei erano un affare strettamente concesso alle coppie fidanzate ufficialmente, quindi donare un nastro, un fazzoletto, una ciocca di capelli a un cavaliere senza essere impegnati, equivaleva a un pubblico disonore. In questi casi, infatti, le damigelle tenevano d’occhio tutti i loro oggetti personali, per evitare che un cavaliere li sottraesse di nascosto, disonorandole.

Comunicare.

Le lettere erano ammesse solo tra fidanzati, quindi con una promessa di matrimonio già in essere. Per mandare un messaggio al proprio spasimante, avremmo dovuto avere nella casa di lui un’amica (magari la sorella), alla quale scrivere, inserendo un post scriptum in cui porgere i propri saluti al fratello.

In pubblico, visto che sappiamo che senza chaperon non era possibile conversare, si usavano messaggi in codice. Il ventaglio si usava sì a farsi vento ma il modo con cui lo si teneva in mano serviva a comunicare con il nostro lui. Ecco alcuni esempi:

• Appoggiare il ventaglio sul cuore: Voglio parlarti

• Ventaglio chiuso davanti all’occhio destro: Quando posso vederti?

• Ventaglio mezzo aperto sulle labbra: Puoi baciarmi

• Ventaglio appoggiato sulla guancia destra: Sì

• Ventaglio appoggiato sulla guancia sinistra: No

• Sventolarsi lentamente: Sono sposata

• Sventolarsi velocemente: Sono fidanzata

• Ventaglio nella mano destra davanti al viso: Vieni con me

• Ventaglio nella mano sinistra davanti al viso: Desidero fare la tua conoscenza

La mano.

Quando una coppia decideva di fare il grande passo, ovviamente serviva il nulla osta del padre di lei. In genere prima si chiedeva il permesso al padre e poi ci si dichiarava alla sposa, ma quelle coppie già in confidenza che avevano già esplicitato il loro desiderio di sposarsi, a volte invertivano il procedimento. Era raro ma poteva succedere.

Scritto così, le cose non sembrano affatto facili, ma mi sembrano comunque più facile di oggi. Insomma, quanti like sono necessari per capire se a lui interessiamo o no?

Il mito della Dea

“Intendevamo semplicemente raccogliere le storie e le immagini delle dee per come erano state espresse nelle differenti culture […]. Ci sembrava valesse la pena farlo perché uno dei modi in cui le creature umane comprendono la propria esistenza è proiettandola nelle immagini delle loro dee e dei loro dèi”, scrivono le due autrici del volume Il mito della Dea (Venexia edizioni). Anne Baring e Jules Cashford vanno oltre la mera raccolta, si accorgono fin da subito, infatti, che nel corso della storia e in culture all’apparenza differenti vi erano similitudini e parallelismi nei miti riguardanti la Dea. La continuità era così impressionante da spingerle parlare del mito della Dea come di un’unica entità, dalle constanti varianti e raffigurazioni. Perché raffigurare la Dea era raffigurare la vita come unità. La Dea Madre è un’immagine che focalizza l’espressione dell’universo come un tutt’uno sacro in cui l’umanità è figlia.

Nella nostra epoca, a parte l’immagine della Vergine Maria come Regina del Cielo, le raffigurazioni della Dea sembravano scomparse, continuano le autrici. Così è nato in loro il desiderio di capirne il perché. Ai nostri giorni la natura è stata desacralizzata e la Terra non è più percepita come essere vivente. È avvenuto, per Baring e Cashford, un inquinamento del mito: la stessa parola pollution (che in inglese e in francese ha il significato di inquinamento) ha origini dal latino pollutio che etimologicamente vuol dire “profanazione di ciò che è sacro”. Ed era esattamente ciò che era avvenuto: era stato profanato il mito. Ma per quali ragioni?

Nel saggio è ricostruita la storia dell’evoluzione della coscienza umana dalla fase della sintonia e della sacralità della Natura, venerata come Grande Madre per lunghissimi millenni (dal Paleolitico e all’Età del Bronzo), a quella tuttora dominante affermatasi con la vittoria delle religioni monoteiste e trascendenti, con effetti disastrosi sia sulla psiche umana che sul rapporto con la vita del pianeta.

Uno studio monumentale che si presenta come una sintesi di agile lettura e riccamente illustrata su temi di vitale attualità non solo per la spiritualità femminile. L’archeologa Marija Gimbutas (Il Linguaggio della Dea) ha definito questo testo “un magnum opus indispensabile per chiunque si accosti allo studio della genesi e dello sviluppo delle idee religiose”.

L’obiettivo di questo poderoso saggio è dunque capire il modo in cui il mito della Dea è stato perso; quando, dove e come sono emerse le immagini di un Dio uomo e come si è relazionato con la Dea; nel corso della lettura si giunge così alla conclusione che negli ultimi quattromila anni il principio femminile come espressione di santità è stato perso ma non è affatto sparito. Continua anzi a vivere in “incognito” e attraverso le immagini e le credenze popolari.

Joseph Campbell ha scritto che il mito è un sogno che ognuno di noi ha: “Non sarebbe eccessivo sostenere che il mito è la porta segreta attraverso cui le inestinguibili energie del cosmo si riversano nella manifestazione culturale umana”. Sognare il sogno perpetuo dandogli un abito moderno, secondo Jung.

Woman before a Glass – Peggy Guggenheim al Palladium

Woman before a glass, una produzione di Laboratori Permanenti, è uno monologo molto forte, intenso e pieno di storia. Scritto da Lanie Robertson, il trittico scenico in quattro quadri viene magistralmente condotto da Caterina Casini, che interpreta il ruolo di Peggy Guggenheim, istrionica mecenate dell’arte contemporanea.

La regia è di Giles Stjohn Devere Smith, la scenografia scarna ma suggestiva è di Stefano Macaione, i costumi della Stemal Entertainment Srl. Tutto contribuisce a ricreare ed evocare un modo, quello della stravagante Peggy, che è fatto di luci e ombre, di passato e presente che pesano come macigni ma che librano nell’aria. La voce di Peggy aleggia solitaria, vivace ma di quella vivacità che nasconde dietro sofferenza e insofferenza.

Dopo il debutto al Festival di Todi e le repliche al Teatro Quarticciolo di Roma, gli applausi di Torino, Livorno e tante altre città italiane torna nella Capitale con il suo linguaggio disinvolto e trasgressivo, così com’era la stessa Peggy.

Com’è noto, Peggy acquistò Palazzo Venier dei Leoni a Venezia, dove raccolse la sua straordinaria collezione d’arte moderna. Nel testo di Robertson sono ripercorsi i momenti drammatici della guerra, la fuga di Peggy dalla Francia per le persecuzioni naziste – durante la quale nascose tele e sculture tra i piatti e le vettovaglie di cucina -, i difficili rapporti con mariti e amanti. Emergono i suoi momenti di forza e le sue debolezze: il rapporto conflittuale con la figlia, morta suicida; gli affari con i più importanti musei del mondo; i suoi rimpianti, le nostalgie e il lento scivolare verso la serenità della fine.

Peggy Guggenheim fu una donna capace di intuire il mondo che la circondava; era coraggiosa, credeva negli artisti su cui puntava, anche se il resto del mondo ancora non sapeva riconoscere: parliamo di Pollock, Kandinsky, Mirò, Bacon, Ernst e tanti altri. C’è una componente essenziale che Peggy trasmette al pubblico: la tensione che vive e si specchia nella certezza e nei ricordi; gli amanti, i colori, i pittori, i vestiti, il fumo, gli amici, le macchie, l’acqua, il dramma.

Ogni momento viene rievocato dalla sua memoria rivivendo nei due blocchi scenografici. La tecnica del video-mapping permette di isolare parti di una superficie creando quindi una “mappatura bagnata” dalla video-proiezione.

Andate a vederlo.

TEATRO PALLADIUM

piazza Bartolomeo Romano, 8 – Roma –

Tel: 06 5733 2772 – – teatro@uniroma3.it

https://www.facebook.com/

Attivo due ore prima dello spettacolo il numero: 0657332768

Prenotazioni via e-mail biglietteria.palladium@; prevendite http://www.liveticket.it/

Info line per prenotazioni cell 350 011 9692 (attivo tutti i giorni, 11:00-13:00 / 16:00 – 20:00)

Biglietti intero 18€, ridotto 12 €, studenti 8 €

L’Italia, gli eBook e il self-publishing. Intervista a Chiara Apicella

Chiara Apicella è una giovane autrice romana con alle spalle numerosi riconoscimenti letterari. Laureata in Lettere, è stata finalista al concorso letterario 8×8 con il racconto Nel silenzio che segue, presentato al Salone del libro di Torino e poi pubblicato nella raccolta Si sente la voce (CartaCanta, 2012). Altri racconti di Chiara sono poi stati pubblicati su Prospektiva, sul sito letterario SettePerUno e su diverse raccolte di 80144 edizioni. Chiara è speaker radiofonico, redattore letterario per diversi blog ed è l’autrice di Sofia nel mio autunno nevrotico, il romanzo del suo esordio (Lantana editore). Da poco Chiara ha fatto una scelta controcorrente: pubblicare in self, su Amazon. Le abbiamo chiesto le motivazioni di questa decisione e come reputa il panorama letterario italiano degli ultimi tempi, soprattutto per quanto riguarda il digitale.

Nonostante Sally e Lelaina. Parlaci del tuo ultimo romanzo.

Il titolo così complicato fa riferimento alle protagoniste di due film che ho amato, “Harry ti presento Sally” e “Giovani, carini e disoccupati”. Non li ho solo amati, a dire il vero: hanno plasmato il mio romanticismo sconsiderato, che contraddistingue anche la protagonista del romanzo, Sara. Editor sottopagata di libri scadenti, Sara vive la fatica delle ultratrentenni di oggi, spesso irrisolte in diversi campi: sentimentale, professionale, familiare. Si innamora sempre di musicisti egocentrici, per poi lagnarsi con le sue amiche, irrisolte come lei ma ognuna secondo la propria personalissima modalità. Finché l’incontro con l’ennesimo autore poco talentuoso, Michele, risveglia in Sara un po’ di grinta verso la vita.

Come giovane autrice hai pubblicato con diverse case editrici. Perché poi hai fatto una scelta “diversa”?

Il mio primo romanzo, Sofia nel mio autunno nevrotico, è stato pubblicato con Lantana editore nel 2014. Ho scritto Nonostante Sally e Lelaina poco dopo, più o meno tre anni fa: volevo trovare un po’ d’ironia nell’indefinitezza che stavo vivendo nel campo sentimentale, in quello professionale, e via dicendo, e che ho attribuito alla protagonista come un regalo forse non troppo gradito. Semplicemente, come le altre cose anche i romanzi invecchiano, soprattutto per chi li ha scritti. Desideravo che “Nonostante Sally e Lelaina” prendesse una sua strada e non aspettasse troppo tempo per vedere la luce.

Quali sono i vantaggi a tuo avviso del self-publishing? E quali gli svantaggi? 

Dipende molto, credo, dalla via che si sceglie. Pubblicare con Amazon, per esempio, non preclude un’eventuale pubblicazione in seguito con una casa editrice, e può essere anzi un modo veloce per far leggere agli altri un romanzo a cui si tiene senza aspettare i tempi biblici dell’editoria. Gli svantaggi forti sono l’assenza di una distribuzione nelle librerie e una promozione completamente da autogestire. Bisogna avere più iniziativa e intraprendenza, e darsi molto da fare sui social. Può essere anche un’ottima palestra per chi, come me, è timido, ha un senso del ridicolo a fior di pelle, e s’imbarazza a parlare di ciò che fa, quasi fosse un serial killer. Ma noi dobbiamo essere i primi a sostenere ciò che facciamo: questa per me è stata una lezione molto utile.

Come ti trovi a essere tu a lavorare sul “post” del tuo lavoro? 

Io sono piuttosto puntigliosa, quindi l’idea di gestire direttamente il mio lavoro da una parte mi rassicura molto. Dall’altra, sono anche una pigra e una timida, appunto, quindi devo sempre pungolarmi per trovare la motivazione necessaria in un campo come il self-publishing, in cui si è di fatto gli agenti di sé stessi.

Consigli la tua scelta ad altre autrici? 

Dipende da cosa cercano. Le vendite nel self-publishing molto probabilmente saranno inferiori a quelle che si ottengono con una casa editrice, anche piccola. Del resto, se custodiscono nel cassetto un romanzo da un po’ e soffrono nel sentirlo invecchiare, non credo ci siano svantaggi nel pubblicarlo su una piattaforma gratuita che comunque consenta una pubblicazione a posteriori con una casa editrice. La cosa importante, però, è prevedere anche il formato cartaceo e non solo l’eBook: per quanto il libro possa attrarre, se va letto su un monitor in moltissimi si sentono demotivati. In Italia, purtroppo, la cultura dell’eBook deve ancora affermarsi; per questo ringrazio di cuore mio marito, che è lo spirito pratico della coppia e mi ha aiutato tanto nel “costruire” il libro per la versione cartacea. Nonostante Sally e Lelaina infatti è dedicato a lui, che mi sostiene sempre e ha contribuito a farmi sentire un pochino più risolta. Ma alla fine chi lo è completamente?

Semplicemente Donne

Sono giorni che giro intorno alle parole: arrivano e poi sfuggono in modo quasi fulmineo. Ora mi siedo, ho tempo per me, per noi. “Mamma, vieni un attimo!?”. Certo cucciolo della mamma, arrivo subito. Ok, ho salvato il pianeta da un’invasione zombie con una pistola giocattolo, creato una navicella fatta di sedie e lenzuoli; badate bene si entra digitando un codice segreto “Cetriolino 002″… ops, l’ho svelata, ma almeno potrete salvarvi anche voi! Dopotutto la navicella è grande.

Comunque ora riesco a concentrarmi, dopo il meeting con la Direttrice editoriale, mi è balenata un’idea e vorrei concretizzarla . Ora sono pronta a scriverlo, perché -“Mammaaaa!! Che mi aiuti a ripetere la lezione di Geografia?”. Certo cuore mio, mamma arriva subito! Ok, lezione ripassata, fiumi e laghi del Lazio ancora con gli stessi nomi di quando li studiavo io; adesso ho il diritto di dedicarmi al pezzo in Santa Pace.

Allora, sarò ripetitiva ma è davvero importante che tu, possa capire che il messaggio che voglio inviarti è unico e semplice.. “Amore di mamma, come stai? Hai preso l’appuntamento col dentista?”. Mamma, buonasera che tempismo, stavo per chiamarti! Scusate, Giuro che ho finito con i figli e i parenti di sangue più prossimi.

Torniamo a noi, mi è balenato nella mente un pensiero quasi fisso: le persone multitasking: nello specifico, noi donne. Noi mamme, noi lavoratrici, noi amiche, noi figlie, noi cognate o cugine insomma, noi! Noi che corriamo, lavoriamo, ridiamo e ci sediamo. Noi attente ai figli, ai compagni, ai genitori, al lavoro… Noi che leggiamo e ci stupiamo ancora, noi che osserviamo il cielo e immaginiamo mondi migliori. Noi che non abbiamo troppa paura perché non abbiamo tanto tempo per averla, noi: sole, in compagnia, noi lottatrici e cuoche. Noi che chattiamo mentre seguiamo il tg e riordiniamo la tavola.

“Amoreee, dove hai messo i jeans nuovi?”. Ecco, appunto. Noi Donne multitasking, o più semplicemente, noi Donne.

Mirtilla Amelia Malcontenta

C’era una volta… Maleficent!

Da pochi giorni ho avuto una splendida notizia: la mia migliore amica Annalisa mi ha scelto come Madrina della sua bambina. La felicità mi ha sovrastato e un sorriso è nato sul mio volto… peccato che questa mia esternazione di felicità abbia fatto impallidire i presenti e che, titubanti, abbiano affermato: “Assomiglia a Maleficent!” Ho avuto un attimo di esitazione, perché dinnanzi a me è apparsa la mitica Angelina Jolie, ma la realtà era un’altra: la mia famiglia non intendeva decantare la mia somiglianza con la bella attrice (anche perché questa somiglianza non esiste), ma voleva sottolineare la mia vicinanza per stile e modi della perfida regina cattiva dell’immortale fiaba Disney. Be’, sapete che vi dico? Io ho sempre tifato, sin da bambina, per le perfide matrigne e per le streghe delle fiabe che ci hanno accompagnato sin dalla più tenera età… Perché voi, per chi tifate?

Il “C’era una volta..” per me ha sempre avuto un solo e unico insegnamento: “Ragazza, alza i tacchi, smetti di sbavare per il Principe Azzurro e segui la strega che può sicuramente aiutarti di più, rispetto a uno che per capire dove trovare la proprietaria di una scarpetta ha mandato al posto suo il ciambellano, costringendo quel poveraccio ad annusare i piedi a tutte le donne del regno!”. Mi basta il palinsesto natalizio della Rai per capire che la lotta è impari e dura da gestire tra le due categorie: Principesse vs Streghe, ai ballottaggi vincono le Principesse, ma nulla è perduto fino a quando ci saranno persone come me, a cercare di far emergere e apprezzare ancora di più l’altra categoria. Mi sento in dovere di spiegarvi le mie motivazioni perché lo slogan “Tremate, tremate le streghe son tornate”; un pò m’appartiene e non è per nulla banale!

Se ci tuffiamo tra le sequenze dei vecchi film Disney e le loro più moderne versioni, la strega cattiva ha sempre mantenuto quel suo fascino etereo e sublime. Al contrario la classica principessa si porta dietro una sfortuna, che neppure un moscerino sulla A24 riuscirebbe a tenerle testa. Sono ricche, ma finiscono, nell’ordine: Biancaneve a fare da cameriera ai nani nel bosco, Aurora a fingere il sonno eterno per non andare neppure a disinfettarsi il dito dopo che l’ago del telaio l’ha punta; Cenerentola che per andare a un ballo deve noleggiare un NCC , pagarsi una terapeuta per infondersi un minimo di autostima e ricordarsi di rientrare entro mezzanotte sennò scatta la ZTL e lei non ha il permesso!

Queste donzelle sono sempre belle, sempre giovani, sempre buone. Mamma mia, che monotonia! Ma viva le streghe con gli sbalzi d’umore e l’ossessione per il nonno dei filtri Instagram: lo specchio magico! Non vorrei sembrare troppo di parte, ma come pensavo proprio stasera, mentre guardavo Biancaneve , il mio alter ego le diceva: “Tesorino, invece di chiudere gli occhi e tenere le braccia incrociate, alzati in piedi e prendi a calci quel bruto del cacciatore; così la prossima volta non sarà un suo ripensamento a tenerti in vita, ma il corso intensivo di autodifesa che hai fatto, per essere libera di andare nel bosco quando ti pare e non quando te lo chiedono gli altri!”. Anche per Cenerentola un paio di consigli spassionati li potrei anche scrivere visto, che li ho in punta di penna da quando mia zia mi leggeva il libro nelle sere d’estate nel secolo scorso; consigli del tipo: “Carissima, ma perché non hai cercato di fuggire da quella magione dove ti tenevano prigioniera e invece di parlare e cantare con topini e uccellini, non ti sei rivolta alle forze dell’ordine? lo so, lo so… sono dissacrante e per nulla romantica, ma è troppo facile stare dalla parte delle principesse.

Adoro le Streghe cattive perché, al contrario delle loro figliocce e/o figliastre, loro non aspettano la carrozza che le porta a fare shopping, no, no. Le streghe vanno in Mercedes e parcheggiano in doppia fila e se beccano le multe se le pagano da sole… sperando non con i soldi dei contribuenti del regno! Non temono nessuno e vivono in costante equilibrio tra la consapevolezza che un loro sguardo indagatore possa indurre chiunque alla verità, e la certezza che le principesse stesse, per trovare la loro strada, dovranno sempre e comunque confrontarsi con la loro forza che derivi da una mela stregata o da torre incantata . Sono loro stesse il fulcro della storia, ma lasciano alle donzelle la possibilità di brillare di luce riflessa, perché chi tiene in mano la bolletta e fa quadrare i conti, statene certi sono sempre le streghe cattive, osservatele meglio e poi mi direte!

Mirtilla Amelia Malcontenta

Splendori e miserie dei Borgia con Elena e Michela Martignoni

Intervista a Michela Martignoni

Assetati di potere, spietati e superbi. Affascinanti, geniali e magnifici anche se schiavi delle passioni umane. Sono i Borgia. Le loro armi sono il delitto, la vendetta e l’inganno.

 

Il Correre della Sera lo ha definito: «Folgorate nella via del giallo storico, Elena e Michela Martignoni giocano sul sapiente equilibrio tra storia e immaginazione». È l’ultimo libro di Elena e Michela Martignoni: I Borgia. Il delitto. La vendetta. L’inganno (Corbaccio), un’antologia che raccoglie tre romanzi con protagonisti i membri della famiglia più chiacchierata del Rinascimento italiano.

Le vicende narrate in questo libro si snodano nel lustro 1497-1502, quando la famiglia catalana dominava il centro della Penisola e ambiva alla creazione di un regno, a discapito delle famiglie nobili italiane da secoli feudatarie della Chiesa. I protagonisti vivono esistenze tanto estreme da apparire invenzioni letterarie. Rodrigo, papa Alessandro VI, passionale e scaltro; Cesare, detto il Valentino, il Principe preso a modello da Machiavelli, e Lucrezia, che dopo secoli di infamie, ora la storia giudica una vittima e non più solo una peccatrice. Fra oscure trame di palazzo, splendori e miserie della Roma papalina, tra amori impossibili e colpi di scena, realtà e fantasia, Elena e Michela Martignoni raccontano il nero del Rinascimento.

Dotate della rara abilità di far rivivere il passato come se fosse un presente vivo e pulsante, Elena e Michela Martignoni sono due autrici potenti, colte e raffinate, che hanno saputo coniugare la capacità di descrivere personaggi intramontabili – e anche discussi – con la passione per le vicende umane. Perché la storia si ripete, è uguale a se stessa: gli uomini e i sentimenti non cambiano e la modernità di alcuni personaggi descritti dalle sorelle Martignoni ci lascia talvolta senza fiato.

Perché i Borgia?

Folgorate sulla via della lettura di un saggio: Lucrezia Borgia di Maria Bellonci. Trent’anni fa leggemmo la Bellonci e studiammo poi tutto lo scibile umano su di loro. Abbiamo letto di tutto e incontrato esperti della famiglia Borgia, siamo andate anche in Spagna. Nel 2004 è uscito così Requiem per il giovane Borgia. Non abbiamo mai trattato Lucrezia per rispetto al saggio di Maria Bellonci: che è scorrevole come un romanzo, è struggente e ha aperto una nuova prospettiva sul personaggio di Lucrezia, troppo spesso usata come pedina dal padre e dai fratelli. Ma amiamo i Borgia anche perché sono personaggi emblematici, che incarnano i vizi e le virtù umane. Sono talmente estremi che suscitano ancora tanto interesse.

Il tuo/vostro preferito?

Noi siamo pazze di Cesare! Alle medie sul mio libro di storia avevo disegnato tanti cuoricini intorno alla sua immagine. La sua morte è l’apoteosi della sua vita e della dinastia: tutto e subito, se no non vale la pena vivere.

Avete lavorato anche a un film sui Borgia.

Sì, con Sergio Muniz facemmo un bellissimo lavoro, lui interpretava Juan Borgia. Film che non arrivò mai in Italia, peccato perché era ben fatto. La produzione e era di Antena Tre e de Angelis. Organizzammo un tour in Spagna con Sergio per promuovere sia il film che il libro. Un bel lavoro di ricerca e una bella esperienza di promozione. Gli spagnoli erano in un momento felice anche economicamente. Siamo andate molto bene, lì in terra iberica.

Progetti futuri

Ora usciamo in Germania con i Borgia, 2019 per Random House, non nella trilogia riunita in un unico volume ma con i romanzi pubblicati uno alla volta. Da anni abbiamo in mente un romanzo sugli Sforza. Stavamo per iniziarlo ma ecco che ci è capitato altro da fare. Abbiamo proprio voglia di scrivere un romanzo storico ambientato a Milano da brave milanesi, vorremmo fare ricerca qui a casa nostra. Nel frattempo abbiamo scritto sui Montefeltro. (https://www.amazon.it/Montefeltro-duca-che-poteva-amare-ebook/dp/B07B8M8K18/ref=sr_1_4?ie=UTF8&qid=1545044324&sr=8-4&keywords=elena+e+michela+martignoni)

Scrivi con tua sorella Elena. Come lavorate?

Abbiamo delle famiglie complicatissime. Per le donne è difficile emergere: per chi ha figli e famiglia è quasi una discriminante. Noi scriviamo apparecchiando la tavola! Elena è anche nonna, ha due nipotini. Da anni scriviamo pur continuando a svolgere il nostro ruolo di madri e di mogli. È un lungo sodalizio, il nostro. Spesso scriviamo al telefono mentre siamo affaccendate in altro: non viene considerato un lavoro se sei a casa, ma non è così. Le donne fanno più fatica a emergere perché hanno un doppio ruolo. Per farti un esempio: io ai festival spesso non ci posso andare perché ho famiglia e mi precludo tante attività promozionali. Io e mia sorella scriviamo al telefono, o quando ci vediamo; ci scambiamo email e poi ci confrontiamo: abbiamo una scrittura piana, che uniformiamo e inoltre abbiamo una buona editor che ci conosce da tanti anni. Non c’è un metodo scientifico, siamo due appassionate, convinte di poter trovare la soluzione a delitti impossibili. Non siamo organizzate ma nel nostro caos ci troviamo benissimo. Spesso litighiamo per delle trame. È una scuola di umiltà scrivere in team, siamo sorelle e quindi risolviamo sempre i nostri conflitti. Il lavoro di squadra comporta umiltà perché tutto si relaziona all’altro. Alla fine deve prevalere il bene del libro e si scende a compromessi.

Parlaci del vostro esperimento con lo pseudonimo maschile di Emilio Martini: le indagini del commissario Bertè.

Siamo andate meglio che con gli storici… anche perché lo pseudonimo maschile ha avuto il suo peso! Il personaggio ce l’ha con le donne grasse anche se poi si innamora di Marzia, che è sovrappeso, perché è la morbidezza, la femminilità. Non sapendo che eravamo due donne a scrivere ci hanno massacrate accusandoci di maschilismo. Appena abbiamo rivelato la nostra identità ecco che Bertè è diventato all’improvviso troppo femminile. Il mondo del noir è prettamente maschile. Stiamo scrivendo l’ottavo romanzo della serie, che va molto bene in digitale: è il classico seriale con il protagonista in divenire. (https://www.amazon.it/Invito-Capri-delitto-indagini-commissario-ebook/dp/B071FM39K5/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1545044428&sr=8-1&keywords=commissario+bertè).

African Trade Beads

Quella delle perle di vetro è una storia lunga ma soprattutto una storia antichissima che inizia circa millecinquecento anni prima di Cristo in Mesopotamia per giungere, nel corso dei secoli, fino a Venezia.

È la storia della lavorazione del vetro colorato e decorato con piccoli disegni che, nel periodo alessandrino, conobbe un periodo di grande fama durante il quale si produsse anche del vasellame che era considerato talmente prezioso da essere adoperato nei templi.

Nel 61 a.C. giunsero fino a Roma dei vasi in “murrha” che furono posti nel tempio di Giove; questi vasi vetrosi avevano oltre alla caratteristica decorazione di colore stratificato, anche la caratteristica di emanare un gradevole odore perché erano adoperati per contenere essenze   profumate, da qui l’origine del nome vasi di Murrha dal latino Mirra che significa, appunto, profumo.

Plinio il vecchio nel suo libro Naturalis Historia parla di questi vetri chiamandoli, per primo, “vasa murrhina”.

Nel Medioevo la produzione di questi particolari vetri fu dimenticata, bisognerà aspettare il XIII/XIV  secolo e i maestri vetrai di Venezia, per ritrovare una produzione di vetri che, ispirata a questi antichi monili e vasi, darà vita a quelle perle di vetro che oggi chiamiamo murrine.

I maestri veneziani usando dei crogioli contenenti del vetro fluido, ognuno di diverso colore, realizzavano, con una tecnica ingegnosa, dei cilindri di vetro a più strati, prelevando dai vari crogioli, con una bastone di ferro caldo, il vetro colorato ancora morbido, con il quale, formavano un cilindro di peso e spessore variabile. Con questa lavorazione ottenevano le cosiddette “canne” che servivano per produrre le perle di vetro.

Nel corso del tempo crearono perle veneziane di tre tipi: di conteria, a rosetta o a lume.

Le perle di conteria, risalenti al XIV secolo, sono monocrome, molto piccole e la loro lavorazione è fatta con sottili canne vitree forate; queste perline erano utilizzate anche per ricamare tessuti preziosi sia per abiti che destinati ad altri usi.

Le perle rosetta, inventate nel XV secolo da Marietta Barovier, figlia di Angelo, una delle più famose famiglie di vetrai muranesi, erano prodotte con canne forate e composte da più strati policromi, possiamo considerarle le prime vere e proprie murrine. Per ottenere i disegni nel vetro ancora morbido queste canne venivano inserite in un cilindro verticale nel quale veniva impressa la decorazione desiderata, il vetro era ripassato in uno o più strati di altri colori.

Le perle a lume invece sono una produzione del seicento, realizzate con una canna non forata, riscaldata a fiamma (a lume) e poi colata su un filo metallico tenuto, a mano, in costante rotazione durante la quale, si potevano aggiungere infinite varianti di effetti e colore.

Queste perle colorate erano molto amate da vari popoli e se esploratori, mercanti e missionari ne portavano con se delle quantità per offrirle in dono, ben presto capirono che potevano usarle come merce di scambio per attraversare i vari territori o per scambiarle con prodotti locali anche preziosi.

In Africa, per esempio, venivano scambiate con avorio, oro, pietre preziose e perfino con gli schiavi. I popoli africani amavano talmente queste perle colorate che i capi tribù si ornavano il corpo con le rosette veneziane, le quali, divennero il simbolo del loro prestigio, tanto preziose che il loro uso era concesso, solo in alcune particolari occasioni, alle loro mogli.

In Ghana alcune etnie di stampo matriarcale, usavano le perle multicolori per i cosiddetti riti di iniziazione delle fanciulle che passavano allo stato di donne pronte per il matrimonio; il corpo di queste ragazze era ornato interamente con chili e chili di perline di vetro colorate. Queste perle  di vetro divennero la dote preziosa di ogni donna, si ereditavano da madre a figlia, e rappresentavano un vero e proprio tesoro.

Inoltre, a ogni tipo di perla e a ogni colore era dato un significato magico: le perle blu erano simbolo di tenerezza e affetto, le gialle di maturità e prosperità, le rosse di passioni intense nel bene e nel male e così via.

Ovviamente avevano anche la funzione di amuleti per proteggere dalle malattie, per curarle, per favorire la gestazione e ovviamente, per proteggere dal malocchio. Nessuna donna in gravidanza andava in giro senza le sue collane, vi erano collane per i bambini, per le ragazze, per i giovani, per i guerrieri, per le persone ammalate, per i vecchi.

Questi alcuni dei motivi per cui furono dette perle africane o anche “African trade beads”.

In realtà dal XV secolo in poi il mercato dello scambio di merci con le perle di vetro ha avuto una platea decisamente mondiale, dagli indiani d’America, all’estremo oriente, nel corso dei secoli merci preziose furono scambiate con queste perle fino a un punto tale che i maestri veneziani arrivarono a creare più di 100 mila tipi di perline. Nel XVIII secolo le vetrerie di Murano giunsero a sfornare diciannovemila chili di perle a settimana, quasi tutte destinate al mercato estero.

Ovviamente, ci furono anche dei veri e propri tentativi di imitazione delle perle veneziane e in vari paesi europei, fra i quali, Inghilterra, Francia, Belgio, Moravia e Boemia, si produssero centinaia di chili di perle di vetro, che non eguagliarono mai la qualità di quelle veneziane. Oggi sono prodotte oltre che in Europa anche in Cina.

Le antiche perle di vetro sono oggetto di un prezioso collezionismo, quelle più antiche hanno la base colorata, mentre quelle con il fondo nero furono prodotte soltanto dal XIX secolo in poi.

Spesso si trovano collane di perle di vetro mescolate con pezzi di corniola, di ambra, con conchiglie e più raramente con altre pietre.

Sul mercato i monili di perle di vetro si trovano da tutti i prezzi ma quelle realmente antiche sono molto costose, pertanto, se vi chiedono poche decine di euro diffidate della loro autenticità e come sempre, per essere sicuri di fare buoni acquisti, rivolgetevi a persone di vostra fiducia e di provata competenza.

Angela Arcuri

Personaggi femminili forti: Ritratto di donna in cremisi di Simona Ahrnstedt

Titolo: Ritratto di donna in cremisi

Autrice: Simona Ahrnstedt

Casa editrice: Sperling&Kupfer

Genere: Narrativa

Pagine: 430

Formato: Rilegato/eBook

Ritratto di donna in cremisi, romanzo di Simona Ahrnstedt, edito Sperling & Kupfer, ci porta nelle atmosfere della Svezia di fine Ottocento più precisamente a Stoccolma nel 1880 e ci racconta una storia d’amore, la storia di una donna molto forte.
Questo libro è un romanzo di formazione e resilienza, racconta infatti di una giovane donna, Beatrice, che, rimasta orfana  cresce a casa dello  zio paterno, ma purtroppo Beatrice riesce a stabilire un legame affettivo unicamente con la cugina Sofia, unico suo punto di riferimento in famiglia.
Bea a diciotto anni non sa ancora di non essere padrona della sua vita e del suo destino, infatti lo zio e il cugino decidono di vendere la ragazza al migliore offerente  e di imporle  così, sotto minaccia, il matrimonio con il viscido e anziano Conte Rosenschiold, un uomo senza scrupoli, misogino e violento. Beatrice cerca di opporsi  a questo matrimonio, ma per salvare la cugina Sofia, unico affetto che le è rimasto, che rischierebbe altrimenti di prendere il suo posto, decide di cedere al ricatto del crudele zio.
La ragazza però nel frattempo si innamora di Seth, un giovane imprenditore norvegese dal carattere cupo ma dall’animo generoso. Seth, un’uomo che, al contrario del misogino conte, rispetta le donne, tenterà di sottrarre Beatrice al suo destino e si batterà per lei per tutta la durata della storia.
Bea passerà in pochi anni dall’essere una giovane adolescente a diventare una donna forte e risoluta.
Ciò che mi ha colpito negativamente è stata la mentalità ristretta e gretta della Svezia di fine Ottocento nei confronti delle donne, totalmente sottomesse al volere dei padri e dei mariti, in contrasto, con quella più aperta di altri paesi europei, come Francia o Inghilterra, dove la situazione si stava un po’ evolvendo.
La donna era considerata un oggetto dell’uomo, una bambola senza personalità gestita prima dal padre e poi dal marito, costretta a dedicarsi ad attività domestiche Il mondo della donna si limitava a al salotto e alla camera da letto.
È sconvolgente leggere di donne ritenute “affette da isteria”, a cui veniva praticata l’isterectomia per renderle più “docili”.

“Per quanto mi riguarda sono molto esigente quando si tratta della mente che deve decidere per me”. Poi sollevò il bicchiere.”Non credete che dovrei meritare una mente tutta mia, anche se sono soltanto una donna?”

A Beatrice viene infatti negata la possibilità di leggere libri e quotidiani, ma la ragazza ribelle per natura, decide di non sottostare a tutto questo. Inizia a leggere di nascosto ed esprime le proprie idee in pubblico a dispetto delle regole imposte dalla società in cui vive, provocando le ire degli uomini della sua famiglia e di suo marito. Questo atteggiamento le costa spesso punizioni corporali e psicologiche, prima da parte di suo zio che la lascia chiusa nella sua stanza senza acqua né cibo, per giorni a deperire e disidratarsi, per farle “abbassare la testa” e decidere di sottomettersi al suo volere, poi da suo marito che la violenta nel modo peggiore, creandole ferite fisiche e psicologiche difficili da rimarginare.
Nella prima parte del romanzo sono descritte alcune scene piuttosto cruente, necessarie alla veridicità della storia, che successivamente nella seconda parte , lasceranno spazio a più leggerezza spensieratezza.
Il carattere ribelle di Beatrice e il suo grande amore per Seth, le costeranno quasi la vita.

Lo stile di scrittura di Simona Ahrnstedt è scorrevole e chiaro e le descrizioni degli ambienti e dei personaggi, estremamente minuziose, permettono al lettore di figurarsi visivamente ogni scena del romanzo come una sequenza cinematografica.
Consiglio il romanzo Ritratto di donna in cremisi a chi ha voglia di leggere uno spaccato della Svezia di fine Ottocento, di conoscere la posizione della donna nella società dell’epoca e leggere una bellissima e travolgente storia d’amore, passionale e travagliata.