I segreti di bellezza di Cleopatra

Su Cleopatra VII, ultima regina d’Egitto, si è scritto e detto tantissimo. Tutto e il contrario di tutto, verrebbe da dire. La Storia si è mescolata con la leggenda, le ipotesi, le congetture e, talvolta, perfino con la fantasia.
Una donna e una sovrana che ha lasciato un segno indelebile nel cammino dell’uomo, un personaggio la cui indole è ancora parzialmente avvolta dal velo del mistero.
Cleopatra erudita, ammaliatrice, avvelenatrice, seduttrice, indipendente, carismatica, intelligente, poliglotta, astuta, determinata a difendere l’Egitto dal potere dilagante di Roma.

Cleopatra era l’Egitto e questo straordinario Paese la rappresentava, era parte di lei.
Gli studiosi, gli artisti, gli scrittori e i registi l’hanno immaginata in modi diversissimi tra loro eppure, nella memoria collettiva, Cleopatra ha il volto della celebre Liz Taylor.
In verità, però, non sappiamo affatto quale fosse l’aspetto di Cleopatra. Il fatto che sia uscita sconfitta dallo scontro con Roma e che di questa fosse nemica ha compromesso inevitabilmente il giudizio estetico e morale che di lei avevano i contemporanei e non solo.

Asterix and Obelix: Mission Cleopatra. Monica Bellucci. (pic by The Pathe Press)

Per Plutarco (46/48-125/127), per esempio Cleopatra era tutt’altro che bella, mentre Cassio Dione (155-235) sosteneva tutto il contrario.
L’effigie riportata sulle monete non è certo un ritratto attendibile, bensì una rappresentazione di potere, un simbolo di comando che poco o nulla aveva a che fare con la realtà e con il concetto di bellezza.
Sempre Plutarco ci rivela dei particolari molto interessanti: Cleopatra aveva una voce suadente ed era una donna molto colta e raffinata. Insomma, forse non era irresistibile a prima vista (ma dobbiamo sottolineare “forse”), però aveva fascino, classe e queste doti, se in parte sono innate, d’altro canto devono essere coltivate per non morire come un fiore senz’acqua.

Cleopatra fu maestra nell’arte di “educare” se stessa, di apprendere con curiosità e vivacità, diventando di giorno in giorno più intelligente. Imparò tutto ciò che le sarebbe servito per diventare una sovrana senza pari, dalla fama immortale.
Del resto un bel visetto dietro al quale non vi è una testa pensante è ben poca cosa, soprattutto nella pericolosa e intrigante corte dei faraoni.
La regina non divenne esperta solo di politica, ma anche di un’arte raffinata, quella della seduzione.

Il fascino, la malia che partivano dal cervello, ma anche dalla capacità di saper valorizzare il corpo, nascondendo i difetti e mettendo in risalto i punti di forza.
Si dice che Cleopatra sia l’autrice di un trattato dedicato alla cosmesi; a quanto pare, infatti, padroneggiava alla perfezione la conoscenza di erbe, profumi e unguenti e questa conoscenza arricchì il suo carattere già intraprendente, consentendole di conquistare Giulio Cesare e Marco Antonio.

Le ricostruzioni della vita quotidiana nell’Antico Egitto e lo studio della vita della sua ultima regina ci raccontano in che modo il potere passasse anche attraverso i cosmetici e la bellezza.
La figlia di Tolomeo XII Aulete usava, per tingere le labbra, l’ocra rossa, (ricca di ferro in quanto derivata dall’ematite), applicava sulle palpebre pigmenti derivati dall’antimonio, che è un minerale di colore argenteo, dal nero di carbone, oppure dalla malachite.
Questi pigmenti, di solito mescolati con grassi animali o vegetali, non dovevano soltanto conferire agli occhi profondità e mistero, ma soprattutto proteggerli dalle infezioni.
La biacca (carbonato basico di piombo, molto tossico) rendeva la sua pelle più luminosa, mentre l’henné e l’alcanna (alkanna tinctoria, una pianta mediterranea dagli stupendi fiori azzurri) dipingevano le sue unghie e i suoi capelli di un colore rosso acceso.
Per i capelli Cleopatra usava l’henné; gli egizi, infatti, amavano il colore rosso vivo conferito dalle foglie di questo arbusto, poiché lo associavano al potere, alla forza e alla seduzione.

Le donne, tra cui l’ultima regina d’Egitto, preferivano le acconciature elaborate, fatte anche con trecce e crocchie e indossavano il cono profumato, ovvero una sorta di copricapo aromatizzato. Il grasso con cui le essenze erano mescolate si scioglieva sui capelli (o sulle parrucche) spandendo un profumo inebriante.
Gli egizi, poi, si prendevano cura della pelle con ricette a base di miele, sale marino e carbonato di soda (natron rosso), oppure di gomma polverizzata per contrastare l’inevitabile presenza, dopo una certa età, delle temibili rughe.
Cleopatra conosceva questi rimedi, come pure l’uso dell’argilla, o degli olii uniti a sostanze alcaline per detergere la pelle.

A quanto pare faceva il bagno nel latte a cui veniva aggiunto l’aloe. Quest’ultimo elemento fu di primaria importanza per gli egiziani, non solo per la qualità puramente cosmetica, ma soprattutto per il valore terapeutico: veniva utilizzato, per esempio, nei casi di acne o alopecia.
Come dimenticare, poi, il valore e il ruolo del profumo nell’antico Egitto? Non si trattava solo di uno strumento di seduzione, ma di un mezzo per comunicare con le divinità, purificando il corpo e lo spirito. Pensiamo agli incensi che bruciavano nei templi e il cui fumo, appunto, saliva verso il cielo, cioè verso Ra.

Abbiamo accennato al cono profumato parlando dei rimedi per capelli, ma tra le essenze più ricercate in Egitto (e di cui la stessa Cleopatra si serviva), vi erano l’incenso e il khyphi.
Il primo, carbonizzato, si usava perfino per produrre il kohl, il tipico trucco per gli occhi, ma anche per profumare i corpi imbalsamati con la mirra.
Il khyphi, invece, era il profumo più celebre nella terra dei faraoni. Di nuovo Plutarco ci spiega che questo composto di essenze (ben sedici, ma su questo numero ci sono pareri discordanti), avesse il potere di tranquillizzare l’anima e conciliare il sonno.
Tra gli ingredienti si trovano il miele, la resina di cedro e lo zafferano. Anche il kyphi veniva bruciato in onore degli dei.

Non mancavano neppure i deodoranti a base di farina d’avena e resine per evitare le spiacevoli conseguenze della sudorazione. Gli egiziani, tra l’altro, conoscevano anche dei rimedi, fatti con mirra e resina di terebinto (Pistacia terebinthus, un arbusto che produce bacche simili al pistacchio) per combattere l’alito cattivo.
Questi sono solo alcuni dei ritrovati cosmetici e terapeutici usati da Cleopatra e dal suo popolo.

Gli egizi furono dei veri e propri esperti nel campo della cosmesi. Seppero inventare, sperimentare, analizzare e servirsi con consapevolezza di ciò che la natura, talvolta capricciosa, del loro Paese poteva offrire loro, benché non disdegnassero di importare da altre zone (per esempio lo Yemen), le materie prime introvabili in Egitto.
Cleopatra accostò consapevolmente la cura del corpo a quella della mente e dello spirito. Apprese le conoscenze tramandate dai suoi avi e le mise in pratica con ingegno e astuzia.
Le terre del Nilo, del resto, avevano bisogno di una sovrana in grado di prendere delle decisioni, non di un involucro bello da guardare, ma vuoto all’interno.
L’ultima dei Tolomei si servì del fascino, ma non ne fu schiava. Nella sua incredibile forza è la sua bellezza ancora oggi.

 

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Irene #GraphofeelEdizioni

Irene_500x700La biografia romanzata di Maria Vittoria Rossi, giornalista di costume, inviata di guerra, traduttrice, icona fashion del suo tempo, per la quale Leo Longanesi coniò lo pseudonimo di Irene Brin. Estrosa, anticonformista, Irene attraversò la prima metà del ’900 con la forza della sua personalità.Armata di macchina da scrivere, di pantofoline dai tacchi altissimi e di una trousse a forma di colomba disegnata per lei da Salvador Dalì, captò il mondo con le sue antenne da pipistrello (così le definisce Montanelli) e lo descrisse con tono divertito e dissacrante. Un passaggio lieve ma intenso nella cultura e nella società italiana, dagli anni ’30 al boom economico degli anni ’60, che l’autrice ci racconta con appassionata complicità.

 

Leonilde Bartarelli mi ha fatto vivere un bellissimo viaggio letterario nella vita di una donna dalle mille sfaccettature di cui sapevo ben poco. Questo romanzo-biografia è per il lettore un’occasione di scoperta, riflessione, crescita. Una macchina del tempo che ci fa rivivere un passato spesso ancora tanto presente. Dalle inchieste giornalistiche sui luoghi martoriati dalle guerre che hanno segnato il secolo scorso, “Alla fine del viaggio, a Belgrado, ha incontrato la guerra, cruda, spietata. Non quella diretta delle incursioni aeree e dei combattimenti, ma quella susseguente, drammatica e desolante, che lascia i superstiti attoniti, spauriti, sconfortati: la città è bombardata, devastata, silenziosa nella immobilità agghiacciante che segue il dramma. Irene ne rimane smarrita e annichilita. È sola, completamente sola; e tale sensazione in un certo senso l’aggrada, la fa sentire titolare di quella auto‐responsabilità che la fa agire in piena autonomia, rendendo irrilevante ogni pregiudizio di genere.” , al mondo della moda e del costume. “…eccola comunque e dovunque, elegante e raffinata con i sandali Chanel dal tacco vertiginoso, i turbanti stravaganti, gli occhiali a forma di farfalla adorni di strass, i lunghi guanti di pizzo, le fusciacche strette in vita.”

Dietro questa immagine di donna intraprendente, elegante, colta e pronta a vivere ogni situazione, si celano però insicurezze e malesseri non solo psicologici. “Il Male si è presentato con aggressività un anno fa. Al colon. A luglio un intervento chirurgico invasivo sembrava averla riportata in salute, ma la profonda stanchezza e il senso di affaticamento sono continuati. Maria ha provato ad attribuire la responsabilità della sua malattia ai cambiamenti nella società sua contemporanea che non riesce ad accettare; che i nuovi canoni della cultura e dell’arte mortificano indistintamente le sue molteplici personalità, relegandole in ambiti marginali.”

Il romanzo-biografia si conclude con una meravigliosa scena che non posso anticiparvi, posso solo dirvi che l’autrice ha saputo, in modo molto semplice e originale, raccontare non solo una storia di vita, ma anche il suo approccio personale di scrittrice alla stesura “Tutte le biografie sono in un certo senso una bugia. Chi vorrà leggerà per conto suo e sceglierà un’altra sfaccettatura, quella che parla al suo cuore”.

Buona lettura

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Maria Maddalena di Cinzia Giorgio

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In arrivo per #NewtonComptonEditori una novella davvero da non perdere in occasione dell’uscita al cinema del film evento dedicato a Maria Maddalena.

Maria è una giovane ebrea ricca ma biasimata per il suo stile di vita ribelle: rimasta orfana ha portato avanti da sola l’attività di famiglia, sopportando le critiche della cittadina in cui vive, Màgdala. I suoi compaesani sono addirittura convinti che una donna con quel carattere non può che essere posseduta dal maligno. Un giorno Maria ascolta per caso Gesù, il profeta di Nazareth, che predica rivolgendosi alla folla rapita dalle sue parole. Qualcuno dice che sia il Messia tanto atteso…

In redazione abbiamo letto in anteprima questa novella che vi assicuriamo essere emozionalmente molto “potente” come già preannuncia la cover.

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L’evoluzione parte dalla rivoluzione

Dall’infanzia ai romanzi passando per le grafic novels e la saggistica, l’evoluzione dell’editoria passa attraverso la rivoluzione della scrittura e dei canali di diffusione.

Scrivere, al giorno d’oggi, è una rivoluzione e gli scrittori stessi devono essere dei veri e propri rivoluzionari, abbandonando il nichilismo moderno e trovando nuove forme per raccontare la vera e propria rivoluzione che sta attraversando la società moderna e, in particolar modo, l’editoria. La narrazione passa attraverso la realtà, al fine di descriverla nel miglior modo possibile, attraverso gli occhi dello scrittore che deve narrare il reale attraverso fatti, luoghi e vicende più o meno frutto della propria fantasia.

È sulla rivoluzione che si è concentrata la seconda giornata della Fiera Internazionale di Milano, rivoluzione nel campo dell’editoria, della scrittura e della tecnologia, con un occhio al passato e pronti a fare un salto nel futuro, nell’evoluzione dei nuovi mezzi di diffusione a cui i libri devono fare ricorso.

La rivoluzione a Tempo di Libri passa per l’infanzia e l’adolescenza, avvicinandosi ai giovani, toccando temi semplici e complessi e arrivando a tutti con la forma più immediata di comunicazione: le immagini. Immagini che diventano veri e propri romanzi, che abbandonano la semplicistica definizione di fumetto e approdano in quella più realistica e complessa delle grafic novels, in un mercato in forte e costante espansione, sia per la qualità artistica che per l’offerta editoriale di questi veri e propri romanzi. Con le grafic novels si arriva a comunicare con i ragazzi, con quella grande fetta di mercato che si tiene a distanza dalle pagine piene di caratteri stampati ma che resta affascinata da quei disegni, magistralmente eseguiti, che narrano una storia tanto quanto le parole.

Ma a Milano la rivoluzione non si limita al modo di narrare qualcosa ma passa anche attraverso il cosa narrare. È su questo che le bambine ribelli, ormai cresciute, Francesca Cavallo e Elena Favilli si sono concentrate, basando il loro pensiero sull’evoluzione non del come comunicare ma sul cosa voler davvero insegnare e trasmettere alle future generazioni, su come crescere le bambine di oggi, le donne del domani. È di questo che parla il loro libro, Storie della buonanotte per bambine ribelli vol. II.

Una raccolta, un viaggio, una scoperta di cento nuove storie e illustrazioni di donne coraggiose, per sognare più in grande, per mirare più in alto. Cento storie di donne, di grandi donne che, fin da bambine, avevano dei sogni, dei desideri, che non volevano essere le classiche principesse ma le eroine, quelle che scalavano la torre e uccidevano il drago – e di draghi ne hanno uccisi. Tante storie di tante donne, di ogni estrazione sociale, nazionalità e professione, da Nefertiti a Beyoncé, da J.K. Rowling a Sophia Loren, passando per Samantha Cristoforetti e Bebe Vio. Una rivoluzione da e per le giovani donne, tante piccole biografie divenute favole che insegnano alle bambine ad abbattere i pregiudizi, a capire che nulla è impossibile, che i sogni si realizzano. Cento nuove favole della buonanotte per essere loro la nuova generazione di ribelli, di ragazze e donne che non abbasseranno la testa davanti ad un uomo o un ostacolo, per comprendere che, nella nostra società, essere delle donne ribelli è una questione di felicità e sopravvivenza. Cento nuove favole della buonanotte per non mettere limiti alla nuova generazione di donne che combatteranno per i loro diritti, per i loro sogni e per la loro vita. Donne che combatteranno per la loro rivoluzione.

8 marzo con De Andrè

L’8 marzo è una data che crea scontri celebrativi con modi, tempi e riferimenti spesso contrastanti, talvolta estremi, di donne, per le donne e con le donne. Noi quest’anno abbiamo deciso di proporvi una lettura che ci ha colpito molto sia per i riferimenti che, soprattutto, per le forme espressive.

Il talento narrativo del poeta della musica italiana, Fabrizio De Andrè si incontra con la sensibilità giornalistica di Concita De Gregorio, ma soprattutto con artiste della parola, che sublimano le donne raccontate nelle canzoni del Faber e le riportano in luce con una forza inaspettata.

Un regalo che Giunti fa a tutte le donne e non solo, perché questo non è solo un profondo esperimento narrativo, ma anche un compendio di documenti storici dal valore inestimabile e dalla forza emotiva ineguagliabile.

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”Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?”
Le donne incontrate nelle canzoni di Fabrizio De André ci hanno accompagnato nella vita. E’ bastato incrociare il loro sguardo perché ne diventassero parte: con il loro mistero, il loro coraggio, la dignità. Senza etichette, senza giudizio: esistono, bisogna solo ascoltarle.
”Questo libro è nato così” scrive Concita De Gregorio, ”dalla meraviglia di trovarsi in tante, insieme, ad ascoltare (…). Queste voci hanno tutte, mi pare, un tratto in comune con Fabrizio De André. La fragilità inossidabile. La pervicacia nel procedere in direzione ostinata e contraria. Una ferita. Una debolezza nascosta dal movimento ed esibita nella solitudine. Un ciuffo di capelli che come una tenda lascia uno spiraglio e intanto ti ripara dal mondo, consentendoti di vederlo più a fuoco. (…) In venti, qui, abbiamo ascoltato la musica, condiviso le parole, curato queste pagine che adesso arrivano a voi nella speranza che sappiano, con voi, fare altrettanto. Che siano le storie a leggervi mentre le leggete.”
Un libro che è anche un oggetto speciale, un almanacco di ricchezza di talenti. Grazie a venti artiste le canzoni che abbiamo amato si alzano in piedi, Nina Teresa Marinella e tutte le altre ci fanno nuove domande, trovano un nuovo cammino e una nuova voce.

Maria Maddalena, il film

È un film potente, uno di quei film che lasciano senza fiato. Maria Maddalena, la seconda prova del regista Garth Davis, è un autentico capolavoro. Se ci si aspetta di vedere il classico film biblico con scene epiche e dialoghi “importanti” e “canonici”, questo film non fa per voi. Perché è rivoluzionario, intenso, puro.

Maria Maddalena racconta la storia di una giovane donna in cerca di una nuova vita, libera dalle tradizioni familiari e dalla società fortemente gerarchica e maschilista del suo tempo. Troverà l’occasione per intraprendere un cammino di crescita grazie al neonato movimento religioso e sociale fondato dal carismatico Gesù di Nazareth (un Joaquin Phoenix a dir poco strepitoso). In questo contesto riuscirà finalmente a trovare il proprio posto nel mondo, senza essere giudicata ma avviandosi piuttosto a un viaggio di maturazione interiore che culminerà nella città di Gerusalemme. Maria Maddalena è un ritratto autentico, umano, vero e semplice di una delle figure più enigmatiche e incomprese  della storia. Dopo i molti (e anche recenti) film incentrati su Gesù di Nazareth e che relegavano Maria Maddalena a figura di contorno, ex prostituta e semplice testimone, questo nuovo lungometraggio le rende giustizia, dopo secoli di silenzio. A interpretare Maria è una credibilissima e determinata Rooney Mara.

Interessante la scelta delle ambientazioni: Matera, Craco, il mare della Sicilia e della Puglia. Così come i costumi molto accurati. La fotografia è una delizia per gli occhi e il film ha picchi di autentica poesia. I dettagli sugli sguardi, sui volti e sulle mani sono intensi e l’ultima cena è un’assoluta novità, da quel momento la storia non è come ci si aspetta di vederla, la scelta del regista è innovativa e originale: dalla resurrezione di Lazzaro a quella dello stesso Gesù. La scena iniziale, inoltre, con la voce di Maria che predica il Vangelo, è suggestiva e mette subito in chiaro che non sarà il solito film biblico. Il finale non nasconde una critica a ciò che poi è diventata la Chiesa, dopo la morte e la resurrezione di Cristo. Una critica che poi trova la sua spiegazione nei titoli di coda, dove il regista, in poche righe, ci dice il perché della sua scelta stilistica. Non alzatevi dalla sedia, leggetele.

Info.

DATA USCITA: REGIA: Garth Davis

CAST: Rooney Mara, Joaquin Phoenix, Ariane Labed, Chiwetel Ejiofor, Ryan Corr, Lubna Azabal, Tahar Rahim, Shira Haas, Charles Babalola, Denis Ménochet, Hadas Yaron, Tawfeek Barhom, Zohar Shtrauss, Uri Gavriel, Michael Moshonov

Universal Pictures

Donne come noi

Donna Moderna, il magazine del Gruppo Mondadori diretto da Annalisa Monfreda, in occasione dei suoi 30 anni, lancia con L’Oréal Paris un progetto di empowerment femminile: Donne come noi (#donnecomenoi).
Empowerment sta per dare potere e insieme responsabilità a qualcuno. In questo caso significa spingere le donne a desiderare in grande. Donna Moderna intende farlo con un libro che ispiri, uno spettacolo teatrale che tocchi le corde dell’emozione, un percorso di formazione che fornisca competenze concrete.
L’Oréal Paris è al fianco di Donna Moderna in questo progetto così come da sempre è al fianco delle donne, offrendo gratuitamente lo spettacolo e i corsi di formazione alle donne italiane, perché tutte possano imparare a credere in loro stesse.

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Il libro
Donne come noi è il titolo del libro che la redazione di Donna Moderna ha scritto per Sperling & Kupfer (nelle librerie da oggi 6 marzo e presentato nell’ambito di Tempo di Libri presso FieraMilanoCity, giovedì 8 marzo alle ore 17.30).
34 giornalisti raccontano 100 storie di italiane contemporanee che con la forza della loro tenacia, competenza e coraggio hanno fatto qualcosa di importante. Dalla pugile Irma Testa alla fisica Fabiola Gianotti, dalla restauratrice dell’Ultima cena Pinin Brambilla Barcilon alla manager dei rapper Paola Zukar.  Racconti forti ed emozionanti che attraverso conquiste e successi ispirano le donne a continuare la loro rivoluzione in famiglia, nel mondo del lavoro, nella società.
Per 10 settimane, a partire dall’8 marzo alcune di queste storie saranno raccontate su R101 nella fascia di Isabella Eleodori, il giovedì alle 10.30.
«Oggi c’è sempre più bisogno di una narrazione delle conquiste e dei successi delle donne. Di una galleria di modelli a cui ispirarsi. Raccontare storie non è mai stato così importante. È questo il senso del libro che i giornalisti di Donna Moderna hanno voluto scrivere a 30 anni dalla nascita del magazine che ha accompagnato le battaglie e festeggiato i progressi del genere femminile. Mentre esce la prima edizione, stiamo già pensando alla seconda, nella quale raccoglieremo le storie che le lettrici potranno raccontarci alla email storie.donnecomenoi@mondadori.it», ha dichiarato il direttore Annalisa Monfreda.

Lo spettacolo teatrale
Per continuare a narrare e a ispirare, Donne come noi è anche il titolo di uno spettacolo prodotto da Donna Moderna in collaborazione con il Teatro Franco Parenti, che girerà l’Italia a partire dal 17 aprile. Cinque artiste sulla scena interpretano di volta in volta alcune delle protagoniste del libro, ma anche le giornaliste che le hanno incontrate, le sorelle, le amiche, le insegnanti. Un pianoforte, un violoncello e una fisarmonica si intrecciano con i racconti. Sullo sfondo, una parete prende colore e si anima di parole chiave. Il teatro fa da detonatore delle emozioni. Dopo un’ora e mezza di spettacolo, il pubblico si sente pervaso dal senso di possibilità e dalla percezione che l’unico limite che lo separa dal raggiungere grandi obiettivi è l’immaginazione.

Il percorso di formazione
Lavorare in team, gestire il tempo, riprogrammare la propria carriera, pensare fuori dagli schemi, imparare a raccontarsi: sono alcune delle competenze che cercherà di sviluppare il corso di formazione ideato da Donna Moderna e offerto gratuitamente in molte città italiane.
Negli ultimi trent’anni le donne hanno conquistato spazi professionali che prima erano loro preclusi e hanno ridisegnato gli equilibri all’interno della famiglia in una direzione più paritaria. Eppure in Italia lavorano il 48,8% delle donne a dispetto del 66,8% degli uomini. Sono i peggiori dati d’Europa, fatta eccezione per la Grecia.
L’obiettivo di questo percorso formativo è contribuire a migliorare queste percentuali, fornendo alle partecipanti le cosiddette soft skills, che oggi pesano sempre di più nella scelta di un candidato. Il team di formatori sarà affiancato da alcuni professionisti dal mondo delle aziende che interverranno con le loro testimonianze.

L’Oréal Paris è partner del progetto “Donne Come Noi” e come afferma il claim “Perché tu vali” sostiene l’autostima delle donne di qualsiasi età, in tutto il mondo, perché non esiste un modello unico di bellezza.
Ogni donna ha la propria idea di essere bella, un modo autentico di affermarsi, esprimere se stessa e i propri valori. L’Oréal Paris supporta le donne di tutto il mondo incoraggiandole a considerarsi “unlimited”, senza limiti, nella realizzazione del proprio valore e potenziale e da anni è  in prima linea sul fronte dell’empowerment femminile, sempre attento alle discriminazioni di genere e alle pari opportunità.

A sostegno dell’iniziativa è stata realizzata una campagna su più mezzi: stampa, web e canali social.

Donne come noi è realizzato in collaborazione con Mondadori Store, che ospiterà i corsi formazione e le presentazioni del libro all’interno dei suoi Bookstore: Genova 13 marzo, Torino 14 marzo, Mestre 15 marzo, Trento 17 marzo, Bologna 22 marzo, Firenze 23 marzo, Tolentino 24 marzo, Parma 26 marzo, Velletri 12 maggio, Bisceglie 19 maggio, Salerno 26 maggio.
Tutti gli indirizzi e gli orari della presentazioni sono disponibili su eventi.mondadoristore.it.

I dettagli di Donne come noi e per info e prenotazioni www.donnamoderna.com/donne-come-noi (la disponibilità è limitata).

Dall’8 marzo in libreria ICONIC FRIDA #CentauriaLibri

“Certe gringas mi hanno imitata; vogliono vestirsi come le messicane, ma quelle povere donne somigliano a delle rape, e a dire il vero hanno un aspetto davvero orribile.”  Frida Kahlo

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Frida Kahlo ha ispirato la moda, l’ha sempre fatto e continua a essere un punto di riferimento per fashion designers che trovano nel suo abbigliamento uno stimolo creativo per reinventare il passato. L’abito per Frida è l’espressione della sua identità, una maschera per esorcizzare il dolore e anche un mezzo per comunicare messaggi politici e d’amore. Con il suo abito tradizionale messicano Frida costruisce una seconda pelle, una nuova tela su cui incidere con forza i suoi valori, il desiderio di centralità della donna e dell’artista nella società contemporanea.

Nel suo primissimo autoritratto, datato settembre 1926, Frida indossa “un romantico vestito di velluto color vinaccia con bavero e polsini, apparentemente di broccato d’oro”. Nulla che faccia pensare a un abito tradizionale, eppure, a soli diciannove anni, la resa semiotica di ciò che indossa è già ben chiara e precisa. Ecco dunque che trova, proprio nella moda, la cornice perfetta per mettersi in mostra, una maschera per esorcizzare il dolore e la solitudine.

La tragicità della sua vita è allora compensata dalla gioia del suo guardaroba ed è così che il mondo del glamour s’inchina e le rende omaggio come testimoniato dall’ampia selezione presentata in questo libro di abiti e collezioni a lei ispirate, dagli anni trenta ad oggi.

Frida ha sempre osteggiato il Fashion System in quanto espressione di splendore effimero, considerato nel suo quadro Il mio vestito è appeso là (1933) alla stregua dei simboli del consumismo americano, dal dollaro all’effige di Mae West. L’abito vuoto da tehuana, con huipil e enauga che si staglia nel quadro contro Manhattan, è lì per ricordarci l’identità meticcia di Frida, che mai potrà fondersi con il capitalismo della società moderna, quella stessa società che, suo malgrado, l’ha trasformata in un’icona di stile.

Intervista a Eleonora Angelici, traduttrice.

Eleonora, come si diventa traduttrice?

Con passione, tanto studio e soprattutto esperienza. È una professione altamente specializzata, richiede competenze specifiche che vanno ben oltre quelle meramente linguistiche, anche se l’esistenza di software e macchine in grado di tradurre al posto dell’uomo fa sì che molte persone la pensino diversamente. Un occhio esperto, o semplicemente uno sguardo approfondito, rivelano quasi sempre che una macchina non traduce affatto come una persona.

Se si svolge questa professione in proprio, come sto facendo io, queste competenze non bastano più: si apre un’intera nuova dimensione, quella dell’imprenditorialità, che purtroppo non insegnano all’università e che bisogna imparare in prima persona, studiando (non si smette mai), compiendo errori, sudando varie camicie… insomma: facendo esperienza.

Quando hai deciso che da grande avresti fatto questa professione?

Non ricordo il momento preciso, ma so che fino ai 17 anni, come la maggior parte delle persone, non ero consapevole dell’importanza dei traduttori e di come toccassero la nostra vita da vicino. Sapevo che c’erano, ma non me ne rendevo conto, come un oggetto che si intravede solo con la coda dell’occhio, o un pensiero in fondo alla mente che non viene mai a galla.
Iniziato l’orientamento per l’università, vista la mia passione dichiarata per le lingue (in particolare l’inglese, in cui andavo così bene), venni a sapere che c’era questa particolare facoltà, la SSLMIT (che ha avuto molti altri nomi, fosse anche solo perché questo è impronunciabile, tipo Scuola interpreti o DIT, Dipartimento di Interpretazione e Traduzione, come si chiama oggi) che era il top per chi voleva studiare “Lingue”. E informandomi su questa facoltà scoprii non solo che preparava a molto più che il semplice studio delle lingue, ma anche che, con queste ultime, si potevano fare molte più cose che studiarne la grammatica e la letteratura. Una volta superato il test e iniziato a frequentare, ho avuto la mia conferma e non ho mai rimpianto questa scelta.

Quali competenze linguistiche vanti?

Traduco dall’inglese e dal tedesco in italiano. L’inglese lo studio da che ho memoria, il tedesco l’ho iniziato e “recuperato” durante gli anni dell’università, con grande fatica e sudore, ma anche grazie a professori preparatissimi (madrelingua e non) che mi hanno presto portato a un livello paragonabile a quello degli altri studenti che studiavano tedesco sin dal liceo.

Ti piace viaggiare? Quali esperienze hai avuto all’estero?

Moltissimo. Di solito non aspetto neanche di essere tornata da un viaggio prima di programmare il successivo. Tra le esperienze più lunghe ci sono un’estate passata nel sud dell’Irlanda a lavorare come au pair (ero al primo anno di università) e una vacanza studio a Berlino, città di cui mi sono innamorata per la sua storia e le sue sfaccettature.

Sapresti indicare un pregio e un difetto di essere freelance?

Un pregio è la possibilità di lavorare come si vuole, su che cosa e con chi si vuole. Vorrei aggiungere “quando si vuole”, ma la realtà è che il mio lavoro è basato sulle scadenze e che faccio di tutto per accontentare i clienti.
Un difetto è, sicuramente, la solitudine: lavoro da casa e a volte questo significa non mettere mai il naso fuori dalla porta in una giornata né vedere un altro essere vivente. La città in cui vivo, per fortuna, mette a disposizione spazi di co-working (cioè uffici condivisi) e locali in cui ci si può fermare a leggere o lavorare, usufruire del Wi-Fi e magari concedersi un pezzo di torta senza essere disturbati troppo.

Tra i settori in cui sei specializzata ci sono quelli che coincidono con le materie di tuo interesse o segui una logica di mercato derivante dalla maggiore domanda in quegli ambiti?

Entrambe le cose. Buona parte della mia esperienza riguarda il settore tecnico e il marketing, che oggigiorno sono alcuni degli ambiti più richiesti, ma insisto comunque per portare nella mia professione due mie grandi passioni: i viaggi, appunto, e la gastronomia. Il mio obiettivo è avere un lavoro che possa svolgere con così tanta passione da non sembrarmi tale, e mi sto impegnando in questa direzione. Work in progress!

Un discorso a parte richiede l’editoria, vero?

Ebbene sì, almeno l’editoria-narrativa. Il lavoro di un traduttore tecnico può essere molto diverso da quello di un traduttore editoriale: cambiano i committenti (non più necessariamente aziende o agenzie di traduzione, bensì case editrici), i tempi di realizzazione (la lunghezza media di un testo di narrativa è molto superiore a quella di un testo tecnico), il modo di scrivere e quindi le competenze. A volte un traduttore editoriale deve attivarsi in prima persona, fare lui stesso una proposta di traduzione e, se viene accettata, a libro pubblicato può anche essere chiamato a promuoverlo nel proprio Paese.

Qual è stato il progetto della tua tesi di laurea?

Lo studio dello shock culturale (in tedesco Kulturschock) e degli stereotipi nell’opera narrativa dello scrittore tedesco Uli T. Swidler, di cui ho fatto una proposta di traduzione parziale. Il destino ha voluto che durante il mio soggiorno a Berlino pescassi il suo libro Toskana für Arme da una cesta di occasioni e scoprissi che, a dispetto del titolo, parlava dell’arrivo di un giovane tedesco nella mia regione, le Marche, e del suo incontro/scontro con i personaggi e la cultura locale. Il confronto tra culture è sempre stato al centro dei miei interessi; è anche per questo che adoro viaggiare. Fare la tesi di laurea su questo tema, a quel punto, mi è venuto completamente naturale.

Qual è lo strumento indispensabile del tuo lavoro?

Il computer. Lo sviluppo delle tecnologie e di Internet avvenuto negli ultimi 10-15 anni ha avuto effetti determinanti sulla professione del traduttore: ciò che prima si faceva a mano, scrivendo a penna, consultando dizionari cartacei e recandosi a fare ricerche in biblioteca, adesso viene fatto di regola al computer, servendosi di software specifici, dizionari digitali e di quell’immensa enciclopedia che è il Web.

C’è una richiesta curiosa che ti è stata rivolta e che puoi raccontarci?

Amo il mio lavoro perché è imprevedibile e diverso ogni volta. Di solito non mi occupo di queste cose, ma in un’occasione ho ricevuto una richiesta per la traduzione di un “fumetto”. Approfondendo, ho capito che si trattava di una strategia di marketing adesso molto in voga per la sua efficacia: lo storytelling. Il fumetto non era insomma per uso puramente ricreativo, ma raccontava l’esperienza di due persone normali con i prodotti del committente (caravan). Un modo creativo e divertente di farsi pubblicità.

Quali progetti hai per il futuro?

Voglio concentrarmi sempre di più nel campo della traduzione creativa, in ambiti come il turismo e la gastronomia. C’è ancora tanta esperienza che posso fare e il mondo della traduzione, così profondamente influenzato dallo sviluppo delle tecnologie, non potrà che evolversi in maniere che non possiamo del tutto prevedere. Essere aperti, positivi e “agili” ci permetterà di affrontare qualsiasi cosa.

Esiste l’equivalente di “in bocca al lupo” nelle altre lingue per augurarti “buona fortuna”?

Anche l’inglese e il tedesco hanno espressioni di “scongiuro” come la nostra: gli inglesi usano “Break a leg”, un’espressione nata nel contesto teatrale, e i tedeschi “Hals- und Beinbruch!” (“rottura del collo e della gamba”, ancora più macabri!). Facciamo che va bene un semplice “Good luck” o “Viel Glück”!

http://www.eleonoraangelici.com

Il J’accuse di Laurence Cossé

La Libreria del Buon Romanzo (Edizioni E/O, 2010) non è un romanzo qualsiasi. Prima di tutto è scritto da una pluripremiata autrice, la francese Laurence Cossé, che ha un passato di critica letteraria. In seconda istanza perché è una feroce, ma al tempo stesso raffinatissima, critica all’establishment editoriale francese, benché tale critica sia estendibile al mondo editoriale nel suo insieme. La trama è semplice: due amici, Francesca e Van, decidono di aprire una libreria dove si vendano però solo ed esclusivamente romanzi di qualità. Il primo intoppo è, com’è ovvio, stabilire quali romanzi abbiano un certo valore letterario e quali no. Dal momento che il giudizio di due sole persone potrebbe essere arbitrario, i due decidono di istituire un comitato di otto scrittori, che in completa autonomia e godendo dell’anonimato, stilano ciascuno una lista di seicento romanzi, che non devono assolutamente mancare in una libraria in cui venga privilegiata la qualità e non il profitto economico.

L’operazione riesce, la libreria “Au Bon Roman” (Al Buon Romanzo) viene aperta e tutto sembra filare liscio. Per lo meno fino a quando le case editrici di libri commerciali, che la Cossé definisce senza tanti preamboli “spazzatura”, non si ribellano. Far tornare di moda il talento e la qualità a discapito degli introiti? Mai sia! Si scatena così una lotta senza esclusione di colpi fra i due coraggiosi librai e l’intero establishment culturale francese. Si arriva persino alle aggressioni fisiche ai singoli membri del comitato in un crescendo di colpi di scena che farebbe invidia al più accorto autore di gialli. Laurence Cossé non risparmia nessuno e sferza un durissimo attacco al sistema:

“Quelli che accuso, e che ho definito una sfera d’influenza, sono in realtà non più di un centinaio di persone. Un dato che stupisce, visto che comprende il mondo degli autori, dell’editoria, della stampa e delle librerie, anche contando che molti di loro ricoprono vari incarichi, cioè sono contemporaneamente scrittori, giornalisti, editori e giurati. Tra i romanzieri furiosi perché nessun loro libro figura al Buon Romanzo alcuni hanno la mano lunga. Per esempio fanno parte di giurie letterarie, quindi hanno in pugno quei giornalisti che sono anche autori loro stessi e che anelano a un premio. Altri, o magari gli stessi, occupano una posizione all’interno della stampa, motivo per cui, se ben disposti verso gli editori e le loro pubblicazioni, vengono favoriti nei premi, tanto più sapendo quanto alcuni editori puntino a negoziare i premi direttamente con i giurati. Per assicurarsi la loro fedeltà, quegli stessi editori li pubblicano indipendentemente dalla mediocrità di quel che scrivono.”

Un libro, La Libreria del Buon Romanzo, che fa riflettere il lettore meno accorto e che dà delle risposte anche al lettore attento e atterrito dai troppi titoli in commercio. Non stupisce che della traduzione e pubblicazione in Italia di questa perla rara si sia occupata la casa editrice E/O che da sempre si distingue per la scelta dei titoli (italiani e stranieri) che pubblica.