Undici donne nelle pagine di un diario

Ciao booklovers,

non avete ancora deciso cosa leggere nel weekend? Ecco un consiglio per voi.

UndiciDonneCover

“Ci vuole forza per potersi permettere di mostrarsi fragili”

Undici racconti brevi di donne comuni, come tutte noi, donne che hanno un lavoro soddisfacente o che lottano per averlo, donne in cerca di un amore e donne che cercano di capire perché quell’amore che tanto aveva scaldato il loro cuore ora gli si rivolta contro.

Donne che esprimono la loro essenza di donne, che combattono giorno dopo giorno con le difficoltà della Vita. Undici testimonianze di donne diverse fra loro, con diversi problemi e diverse gioie, ma così simili nelle loro fragilità e nella loro forza: undici donne o undici aspetti della stessa donna, perché dentro ognuna di noi c’è un caleidoscopio di emozioni che ci rende enigmatiche, discontinue e originali.

Da Giulia che combatte con la depressione a Monica che affronta un tradimento d’amore passando per Serena che scrive una lettera alla bambina che tiene in grembo: questo testo di Ginevra Roberta Cardinaletti ci permette di leggere una pagina del loro diario, una fotografia dei loro pensieri, un fermo immagine della loro storia in cui scopriamo la loro voglia di non arrendersi e di non fermarsi, e in cui, soprattutto, troviamo una parte di noi che forse teniamo nascosta. E che invece ci permetterebbe di volare.

Perché attraverso i loro occhi possiamo analizzare meglio la nostra vita, attraverso i loro pensieri, i loro sfoghi rabbiosi o le loro manifestazioni di felicità possiamo capire meglio noi stessi.

Passiamo ore e giorni interi a leggere quello che le persone scrivono sui social, ma vediamo solo ciò che vogliono far vedere e questo non ci fa crescere. Ginevra Roberta Cardinaletti, invece, ci porta oltre lo “stato” dei social network, oltre i sorrisi di circostanza, oltre i “ma sì, va tutto bene dai, non possiamo lamentarci”, e ci mostra la loro anima. La nostra anima.

 “Forse stiamo fingendo tutti, ma per dimostrarci cosa?

Non sarebbe più facile se ci aprissimo agli altri, se ammettessimo le nostre incertezze?

Parlare con sincerità di noi ci farebbe sentire più libere, e sentire le storie e i sentimenti delle altre donne ci aiuterebbe a capire che non siamo poi così strane”.

Link di acquisto: Undici donne nelle pagine di un diario

Io viaggio da sola

In una società aperta e libera come la nostra, sicuramente la donna trova mille opportunità e mille stimoli, ma siamo sicuro che siano egualitari a quelli degli uomini? Io direi proprio di no! Ci sono ancora molti tabù e limiti per noi donne, uno di questo è per esempio, viaggiare da sole. Se un uomo viaggia da solo per lavoro o per piacere nessuno si preoccupa, né corre grossi rischi, una donna che viaggia da sola, soprattutto per piacere è ancora vista con sospetto, corre molti più rischi di un uomo e deve limitarsi molto di più, si ha la stupida credenza che se sei in viaggio da sola sei in cerca di qualcosa, di avventure o esperienze estreme che possono in qualche modo metterti in pericolo, ecco perché vi do qualche regola per tutelare i vostri viaggi e viaggiare da sole in tranquillità, non rinunciando al vostro divertimento:

1 – innanzitutto cercare di arrivare nella città che si visita, con un volo aereo del mattino o al massimo del pomeriggio, in modo da avere tutto il tempo con la luce del sole e in orari molto frequentati, di trovare con comodo il vostro albergo.

2- prenotare sempre prima l’albergo, il bad and breakfast o l’airbn, in modo da essere tranquille ed avere dei punti di riferimento quando arrivate nella città sconosciuta.

3- la notte preferibilmente muoversi con il taxi, per chi ama guidare e ha un buon rapporto con il navigatore, si può facilmente affittare una macchina a noleggio, sarà sempre più sicuro di passaggi con sconosciuti o mezzi pubblici .

Queste sono le regole principali che io seguo quando viaggio da sola, e capita spesso, per tutto il resto, è divertente e appagante trovarsi sola in una grande città e godersela a pieno, sia per lavoro che per piacere, è bello perché ti misuri solo con te stessa e con i tuoi limiti per affrontare sorprese o imprevisti che sono sempre il sale della vita, per cui mi sento di dirvi, non rinunciate a viaggiare da sole, perché si possono vivere e incontrare emozioni e persone magiche che ti aiutano a diventare una donna migliore, si possono conoscere tante persone e vedere ed incontrare luoghi magici in cui perdersi per poi ritrovarsi. Per cui divertitevi e andate in giro per il mondo senza paura di sentirvi sole o indifese, perché ogni donna ha una forza e delle risorse molto più grandi di quelle di un uomo, basta solo ricordare la maternità, credo che dio quando abbia fatto l’esempio del cammello che passava nella cruna di un ago pensasse al parto, se sei riuscita nello stesso anno a partorire, accudire il bimbo, la casa, fare sport e tornare in forma, supportando e sopportando tuo marito, credo che non ti possa fermare niente e che ti sia giustamente meritata una vacanza solo per te!

 

 

Le stanze dei ricordi

Ciao booklovers,

oggi Antonella Maffione ci racconta un bellissimo romanzo Sperling & Kupfer.

51mFEmahzbL

Londra, Kennington Road. La grande casa georgiana al numero 137 è in vendita. Tanto affollata un tempo, ora è soltanto un nido vuoto, troppo grande per una donna sola. Troppo carica di ricordi per chi non vuole più essere prigioniera del proprio passato. E così Edwina Spinner, ex artista e illustratrice, ha deciso di andarsene. Mentre conduce l’agente immobiliare di stanza in stanza, si sente trasportare indietro nel tempo. La sua mente torna a cinquant’anni prima, quando si era trasferita lì dopo le nozze, giovanissima, con il primo, grande amore. Torna ai suoi bambini, i gemelli Rowena e Charlie, così imprevedibili, così diversi. Torna al secondo marito e al figlio acquisito, che l’ha sempre detestata – e che lei ora non riesce nemmeno a nominare. Ogni angolo della casa è intriso della loro gioia, delle loro lacrime, del loro sangue. Ci sono porte da cui Edwina sente ancora risuonare risate cristalline. Altre che preferirebbe non aprire mai più, per non lasciare uscire i segreti più inconfessabili. Come il ricordo della notte che ha spezzato per sempre la sua famiglia. Ma nemmeno Edwina conosce davvero tutta la storia. La verità su quella notte è un mosaico al quale mancano alcune tessere: un indizio nascosto in un baule mai aperto, una confessione rimandata da troppo tempo. E, per scoprire tutta la verità, Edwina dovrà affrontare proprio l’unica persona che non avrebbe voluto rivedere mai più.

Chi ama tanto la lettura ha il potere di vivere la vita di ogni personaggio che incontra nei libri e a volte è difficile staccarsene, ma è altrettanto facile entrare a far parte della vita di un nuovo personaggio e camminare passo passo con lui nel sentiero di una nuova storia. Ogni nuovo libro ci consente una nuova porta per l’altrove, ed oggi io l’ho trovata leggendo questo romanzo.
Edwina, è un’anziana signora di Londra che decide di mettere in vendita la sua casa georgiana, un tempo un rifugio traboccante d’amore, ora una dimora dove sono annidati solo tanti ricordi tristi dai quali vuole solo allontanarsi. Quando mostra la casa all’agente immobiliare, Edwina è stordita perché stanza dopo stanza rivive continui flashback. Come se una botola le si fosse aperta sotto i piedi trascinandola indietro nel tempo, riportandola con la mente a  cinquant’anni prima, quando si era trasferita con suo marito Ollie, con il quale ha vissuto un amore travolgente dal quale sono nati due splendidi gemelli; ma la sua morte prematura su una spiaggia ha cambiato la vita di Edwina. Lei non  ha mai mollato, anche quando le persone l’hanno additata, ha continuato ad andare avanti, dedicandosi alla pittura.
Pagina dopo pagina, in compagnia della protagonista, ho viaggiato tra passato e presente, insieme abbiamo percorso le antiche cicatrici della sua vita famigliare colma di dolori e affetti sinceri. Le stanze dei ricordi è una storia commovente, ma con un pizzico di mistero, che cattura l’attenzione del lettore, il quale resta affascinato dalle vite segrete e piene di implicazione dei diversi personaggi che si susseguono “stanza dopo stanza”.

“Queste stanze sono come cipolle, uno strato dopo l’altro di memorie. Ne togli uno e – magia! – sotto ce n’è un altro e un altro e un altro ancora”.

Link di acquisto: Le stanze dei ricordi

Un omaggio a zia Jane

Ciao booklovers,

oggi vi proponiamo una bellissima novità editoriale da non perdere.Jane Austen donna e scrittrice-500x500

Il volume si compone di quattro sezioni con le quali si vuole ricostruire il mondo di Jane Austen come donna, nei suoi interessi, legami, affetti, e come scrittrice, esaminando le tematiche e lo stile con cui ha lasciato un segno indelebile nella letteratura inglese di primo Ottocento. Lo sguardo si allarga poi a considerare i rapporti con gli altri scrittori e le loro opere, cercando di stabilire influenze, collegamenti e commenti. Si offre, infine, una panoramica sui derivati e gli inspired usciti in italiano e una rassegna bibliografica di tutti i contributi critici esistenti, dalle monografie agli articoli, frutto di un lungo lavoro di ricerca bibliografica.
Jane Austen. Donna e scrittrice vuole essere un omaggio, maturato nel tempo attraverso le riletture e gli approfondimenti, a una scrittrice che si desidera far conoscere e amare con le sue emozioni, i suoi segreti taciuti, le sue battute, i momenti tristi e felici, come una donna qualsiasi e allo stesso tempo molto speciale.

Carissime lettrici e lettori, è questo un momento molto importante della mia vita di cui voglio mettervi a parte con piacere ed emozione. Finalmente sono riuscita a coronare il mio sogno che è quello di pubblicare un saggio su Jane Austen la quale è da sempre la mia scrittrice preferita. Poiché sin da subito ho iniziato a dolermi dei pochissimi romanzi che è riuscita a lasciarci, ho cercato di approfondirne la conoscenza tramite altri scrittori e studiosi che mi parlassero di lei arrivando così a comporre una specie di summa di tutto ciò che è stato pubblicato e che la riguarda, che è stato ispirato dalle sue opere, che è stato studiato dalla critica. Ho quindi pensato che il mio modo di renderle omaggio poteva essere proprio una raccolta del genere che mi permettesse di avere il piacere di scrivere di lei e allo stesso tempo leggerne. Il lavoro ha richiesto molto tempo, frutto sia di una ricerca bibliografica durata anni, sia del mio amore incondizionato per Jane Austen che ho scoperto condiviso da tante altre lettrici come me. Ecco dunque che, grazie a Jane Austen, dalla biblioteca al web, mi si è aperto un mondo di collegamenti, nuove conoscenze, associazioni e amicizie. Ovviamente, Jane Austen. Donna e scrittrice non ha la pretesa di essere un saggio dottrinale ma un contributo -spero- utile a chi voglia approfondire la conoscenza di Jane Austen, a chi necessiti di riferimenti bibliografici, a chi voglia documentarsi sui derivati, a chi voglia semplicemente sentir parlare ancora un po’ di lei. Oltre a tutte le janeites che ho conosciuto tramite facebook, devo ringraziare i soci fondatori di Jasit per tutti i suggerimenti e i consigli preziosi che in diversi modi mi hanno prestato, e inoltre due persone in particolare: Michela Alessandroni che ha reso possibile tutto questo e mi ha accolto incondizionatamente e Cinzia Giorgio per avermi spronato e aver sempre creduto in me. Sono impaziente di ricevere i vostri commenti e le vostre impressioni per poter chiacchierare insieme della nostra cara zia Jane. Romina

Link di acquisto: Jane Austen

Chiara Samugheo, un’amazzone della fotografia

Ciao booklovers,

Oggi per la nostra sezione #HerStory vi consigliamo questo bellissimo volume dedicato ad una grande donna edito Les Flaneurs Edizioni.

samugheo2-copia-768x768

Chiara Samugheo, la fotografa delle stelle, ma anche prima donna fotografa in Italia. Universalmente nota per i ritratti delle grandi star, detiene anche un altro primato: quello di aver immortalato, negli anni del Dopoguerra, il fenomeno delle tarantolate in Puglia. Il suo obiettivo ci ha svelato un mondo arcaico, quello del Sud d’Italia, ancora impregnato di superstizione e miseria e ben lontano dalla ripresa economica che stava interessando il resto del paese. È proprio sulla produzione “neorealista”, forse meno nota, della fotografa barese che si concentrano i saggi raccolti in questo volume: delle vere e proprie istantanee sul percorso umano e professionale della Samugheo, in cui analisi critiche e ricordi personali si alternano in maniera coinvolgente.

A cura di Daniela Ciriello, Germana Ciriello, Piero Fabris e Renato Longo. Prefazione di Denis Curti. Postfazione di Claudio Pastrone.
Interventi di: Giacomo Annibaldis, Paolo Barbaro, Angelo Cherchi, Daniela Ciriello, Germana Ciriello, Cesare Colombo, Piero Fabris, Guido Harari, Cosmo Laera, Mauro Raffini, Sergio Torsello e Italo Zannier.

Link di acquisto: Chiara Samugheo

Una dolce carezza

Ciao booklovers,

Un nuovo consiglio di lettura per voi dalla nostra Antonella Maffione.

una_dolce_carezza_01

Amory Clay nasce il 7 marzo 1908 a Londra da Beverley e Wilfreda Clay. Nell’Inghilterra del tempo è usuale dare ai figli maschi nomi androgini, come appunto Beverley o Evelyn, Hilary, Vivian. Amory è un nome che appartiene alla medesima specie, solo che Amory Clay è una bambina, chiamata così, con disappunto della madre Wilfreda, da Beverley Clay, il padre, un eccentrico uomo di lettere, autore di racconti di argomento soprannaturale e romanziere fallito. Un uomo volubile ma brillante, prima che la Grande Guerra lo faccia uscire di senno.
Amory cresce, diligentemente intenta agli studi. È il sodalizio con un altro eccentrico di famiglia, lo zio Greville Reade-Hill, ex ricognitore nei Royal Flying Corps, diventato una leggenda per essere uscito indenne da ben quattro schianti aerei, a segnare il suo destino. Trasformatosi, dopo il quinto incidente aereo, in «fotografo del bel mondo», Greville le regala il giorno del suo settimo compleanno una Kodak Brownie No. 2. Catturare le immagini e immobilizzarle per l’eternità, grazie alle facoltà prodigiose della sua macchina fotografica, diviene da allora la passione di Amory. Una passione che la conduce, giovane donna, nella Berlino della fine degli anni Venti per restituire all’eternità dei suoi scatti la licenziosa atmosfera dei club popolati di lesbiche vestite da marinai e di pingui uomini brizzolati in compagnia di giovani marinaretti. Da quel momento in poi, la promettente fotografa si muta in una preziosa testimone per immagini delle svolte fondamentali del secolo. Diventa reporter di Global-Photo-Watch, la prestigiosa rivista americana diretta da Cleveland Finzi; è a Londra durante le manifestazioni delle camicie nere di Mosley; è nella Parigi del 1944, una città appena liberata dalle truppe naziste e, dunque, dall’atmosfera inebriante; in compagnia della Settima Armata americana dislocata sulla catena dei Vosgi, durante gli ultimi fuochi del conflitto mondiale; a Saigon alla fine degli anni Sessanta, tra reporter pazzoidi, eccentrici, amanti della guerra. Una vita avventurosa costellata di sogni, passioni e amori: da Cleve Finzi, l’editor dal corpo snello e muscoloso sotto abiti raffinati, a Jean-Baptiste Charbonneau, lo scrittore dall’aria scanzonata,  a Sholto Farr, il soldato dagli occhi celesti. Una vita in cui l’eternità dell’arte si scontrerà inevitabilmente con la caducità dell’esistenza.

p032hkj0

William Boyd in questo libro racconta la vita della  fotografa inglese Amory Clay, una donna che ha vissuto la sua vita come “una dolce carezza”, anche se ha ricevuto tanti “schiaffi”. Amory è di famiglia benestante, il padre è  uno scrittore di racconti soprannaturali e romanziere squattrinato; ma grazie al suo racconto “The Belladonna Benefaction“, che andò in scena in teatro per bene tre anni, diventò ricco.  Amory, si interessò alla fotografia grazie a suo zio Greville, che nel giorno del suo settimo compleanno le regalò una Kodak. La sua prima fotografia fu l’inizio di una “corsa destinata a durare tutta la vita“. Amory si appassionò talmente tanto, che imparò a sviluppare le sue foto, e prese l’abitudine di dare un titolo a ciascuna di esse, in tal modo le sarebbero rimaste impresse nella mente. Amory ha vissuto una vita travolgente, fuori dai cliché alla continua ricerca di momenti di vita reale lontana dai luoghi comuni, tanto da riuscire a catturare in ogni scatto l’anima delle persone.  La protagonista è vissuta nel periodo delle due guerre mondiali, del nazismo e dei continui cambiamenti sociali, e tutto ciò ha influito positivamente sulla sua personalità, rendendola una donna combattiva, ha rischiato la vita pur di documentare attraverso uno scatto la tragicità della guerra. Una lettura avvincente, che esalta la forza e il coraggio di Amory, che ha vissuto la sua vita con voracità e trasgressione pur di portare avanti la sua passione, il suo unico obiettivo era di trattenere in uno scatto le immagine di vita reale e di immobilizzarle per l’eternità.

Link di acquisto: Una dolce carezza

Maria Messina, una scrittrice italiana troppo a lungo dimenticata

Intervista a Salvatore Asaro, curatore del progetto di rilancio della scrittrice Maria Messina per le Edizioni Croce.

Salvatore Asaro è laureato in Lettere alla Sapienza Università di Roma.
Successivamente ha perfezionato i suoi studi a Londra, approfondendo l’opera forsteriana. Di recente i suoi interessi si sono mossi verso i cultural studies e gli studi di genere, dedicando una particolare attenzione alle autrici italiane e in lingua inglese dell’Otto-Novecento, in particolare Elizabeth Gaskell, Charlotte Brontë e Goliarda Sapienza.

Come hai incontrato Maria Messina?

Il mio incontro con la scrittrice palermitana è piuttosto bizzarro. Cinque anni fa la redattrice di una casa editrice mi chiese di fare una ricerca su alcuni racconti – italiani e stranieri – che avevano per tema la migrazione, in prospettiva di una raccolta. Mi misi a fare una ricerca capillare, cominciai a spulciare i cataloghi delle biblioteche e portai alla luce fragilissimi libercoli che consultai con interesse e attenzione. Una mattina, per caso, mi imbattei in una recensione che rimandava a un’altra recensione che rimandava a sua volta a uno scritto di Leonardo Sciascia. Un gioco di scatole cinesi abbastanza aggrovigliato e polveroso che mi ha condotto fino a Maria Messina e alla sua singolare novella “La Mèrica”. Una scrittrice che non avevo mai sentito nominare ma che mi attrasse con forza magnetica che non potrei spiegare in alcun modo senza svilirne la misteriosa intensità. Di lì a breve scoprii che negli anni ’80 lo scrittore di Racalmuto era venuto a conoscenza della produzione narrativa di Maria Messina nel medesimo modo – solo che gli anni del ripescaggio messiniano ebbero vita effimera: morto Sciascia i libri della scrittrice palermitana caddero in un secondo oblio. La coincidenza – due uomini, tutti e due siciliani, che scoprono “la Mèrica” – mi ha suggestionato al punto da continuare la mia ricerca sulla scrittrice e quindi di non fermarmi a una semplice raccolta collettanea (per inciso, la redattrice non volle più inserire “La Mèrica” nell’antologia). La cercai all’interno delle università italiane, ma non trovai informazioni sufficienti, non quelle che cercavo almeno – le risposte delle docenti sono sempre state molto vaghe. Quindi ho recuperato i pochi libri riediti in Italia grazie al genio di Leonardo Sciascia, ho approfondito la conoscenza della scrittrice grazie alla lungimiranza di Giovanni Garra Agosta che, sempre negli anni ’80, aveva recuperato e pubblicato le lettere della scrittrice a Giovanni Verga in cui è possibile scoprire aspetti inediti e interessantissimi sulla donna.

Puoi raccontarci qualcosa di lei che ce la faccia conoscere meglio e imparare ad amare?

Inspiegabilmente dimenticata, Maria Messina è probabilmente una delle scrittrici del primo ’900 italiano più interessanti; ha una produzione letteraria sconfinata oltre che variegata: ha pubblicato una quantità vastissima di novelle, diversi romanzi e tante raccolte di racconti per bambini, riscuotendo un tale successo di critica e di pubblico, da costringere la nipote – Annie Messina – ad adottare un nome decisamente più esotico (Gamîla Ghâli) quando, più tardi, decise di intraprendere la stessa carriera della zia. Maria Messina esordisce nel 1909, con la raccolta Pettini-fini, dedicata al fratello Salvatore che l’aveva esortata allo studio delle lettere (A te, mio buon fratello – che mi sei stato affettuoso e generoso maestro – offro con gratitudine queste pagine che ti appartengono). Il fratello intuisce prima di chiunque altro il valore delle novelle della sorella e si impegna attivamente affinché possano essere lette e recensite in tutta Italia. Ne invia una copia a Giovanni Verga, che ne aveva ispirato lo stile e i contenuti. Lo scrittore etneo, sempre restio nei confronti degli esordienti, comprende immediatamente la potenza di quella raccolta e avvia un fittissimo scambio epistolare con la sua giovane “allieva”, la sprona a più riprese a continuare con l’arte della scrittura e la segnala ai suoi amici editori, affinché possano esaminare il materiale, e alle più prestigiose riviste letterarie dell’epoca, in particolare a «Nuova Antologia». L’invito di Verga è talmente sincero e partecipativo che Maria Messina decide di dedicare proprio a lui la sua seconda raccolta di novelle, Piccoli gorghi. È lei stessa a parlare dell’accoglienza che i critici dell’epoca le avevano riservato e dello stile che aveva deciso di adottare, sul numero di dicembre del 1919 de «Italia che scrive»:

«Pettini-fini e Piccoli gorghi sono gli inseparabili compagni del mio primo passo; mi fa piacere ricordare, dopo tanti anni, queste novelle rapide e secche, pensate laggiù a Mistretta. Pagine concise e senza aggettivi: come la parola di chi vive profondamente una sua vita interiore, come la mia prima giovinezza che si temprava in solitudine. La critica accolse Pettini-fini e, poi, Piccoli gorghi con espressioni così lusinghiere da far girare la testa ad una esordiente. La buona accoglienza non fu, per me, se non motivo di sgomento: la mia anima solitaria tremò e si chiese più volte: saprò io mantenere le mie promesse?».

Maria Messina ha scritto, a mio avviso, alcune delle pagine più belle della nostra letteratura; i suoi personaggi, in particolar modo le figure femminili, hanno una forza paragonabile forse solo a quelli della letteratura vittoriana o del grande romanzo russo. La costruzione dei personaggi di Marcello e Simonetta de Alla deriva non ha eguali nella narrativa italiana moderna, nemmeno se prendiamo in esame testi e autori a noi più vicini; la potenza di Orsola de Primavera senza sole si può ritrovare soltanto in personaggi come Molly Gibson di Elizabeth Gaskell o Nasten’ka di Fëdor Dostoevskij, così come la modernità di Paola Mazzei de Le pause della vita, un personaggio attuale e descritto con una crudezza quasi spietata. L’autrice ha una capacità narrativa formidabile, elemento che la rende immediatamente riconoscibile; possiede uno stile asciutto, tagliente, un fraseggio quasi tolstojano, con periodi rapidi e ad effetto; riesce inoltre a condensare particolari fondamentali in porzioni circoscritte di testo, celando nel non-detto i punti nevralgici delle sue storie. Leggere Maria Messina significa immergersi totalmente nelle sue storie, alcune brevissime – alla maniera di Čechov – e imparare a dialogare con i suoi personaggi, in particolare con le molte donne che popolano le sue storie. È stata definita un’“attardata”, nel senso di epigona, perché aveva deciso di aderire alla corrente del Verismo, quando questo, effettivamente, era agli sgoccioli; lo stesso Borgese, nel 1928, l’aveva definita una «scolara di Verga». In realtà è un punto su cui bisognerà ritornare, infatti non sono molto d’accordo sulla definizione che la vuole una verista tout court. Amare Maria Messina è naturale, come naturale è stata la scrittura per lei.

Si tratta di una scrittrice che è rimasta pressoché sconosciuta fino a oggi, mai entrata nei libri di scuola per intenderci…

Questa è una nota dolente. Quando ho iniziato a occuparmi più concretamente del suo recupero, ho portato all’attenzione delle studiose la grande assenza della scrittrice palermitana dai programmi universitari, dai convegni, dai laboratori che si occupano di autrici donne, ma non ho ottenuto i risultati che speravo. Ripubblicare Maria Messina non è stato semplice. Curiosamente la produzione della scrittrice è sempre stata promossa da uomini: prima dal fratello, da Giovanni Verga, da Alessio Di Giovanni e da G.A. Borgese, che hanno agevolato la diffusione dei libri in tutta Italia; poi negli anni ’80 è stato il turno di Leonardo Sciascia e di Garra Agosta e ora sono io a raccogliere il testimone… In questi ultimi anni, fra gli altri, Salvatore Ferlita, Luca Ricci – così come anche Simona Lo Iacono – hanno portato all’attenzione degli studiosi l’assenza quasi paradossale di Maria Messina dal panorama culturale, pubblicando articoli sui maggiori quotidiani nazionali. In questi mesi mi sono occupato in maniera specifica di Primavera senza sole; a tal proposito ho consultato diversi manuali di letteratura, scoprendo che nella quasi totalità, anche in quelli redatti da studiose donne, anzi soprattutto nei loro, l’autrice non è neppure mai menzionata. A uno stupore iniziale è subentrato, lentamente, un sentimento di rabbia. Mi sono chiesto il perché. Eppure nel 1935 Alfredo Galletti – un altro uomo – scriveva nel suo manuale di letteratura italiana: «La produzione romanzesca femminile poi è oggi in Italia di una esuberanza incredibile e veramente strabocchevole […]. Lettori e critici tuttavia sembrano accordarsi nel lodare nella folla dei romanzi muliebri certi lavori di Maria Messina». E pensare che a quell’altezza cronologica la scrittrice si era allontanata dalla scena pubblica già da diverso tempo a causa di una tremenda malattia. Fortunatamente nella difficile operazione di recupero, mi sono potuto avvalere della collaborazione di diverse intellettuali e studiose: innanzitutto Elena Stancanelli, un’acuta scrittrice e giornalista, che ha contribuito alla prefazione de Alla deriva; ma poi c’è stata Barbara Dotti, scrittrice e traduttrice, che mi ha affiancato durante il mio complesso lavoro di ricerca di archivio; Flavia Rossi, che ha introdotto e curato con rigore scientifico Le pause della vita, cogliendo l’aspetto migliore non solo del singolo titolo ma dell’intera produzione messiniana, anche sotto un profilo strettamente biografico; Mara Barbuni che ha letto e accolto con vivo entusiasmo una novella della Messina, decidendo di inserirla all’interno di un’antologia da lei curata e Cristina Pausini, docente di Lingua e letteratura italiana a Tufts (Boston).

A lei è stato intitolato un premio letterario?

Sì, da diversi anni è stato dedicato un premio letterario a Maria Messina, a Mistretta, cittadina che ospitò la scrittrice negli anni dell’adolescenza. Di recente, su mio consiglio, due miei amici hanno dato vita a una pagina Facebook, “Leggere Maria Messina”, con lo scopo di sensibilizzare i lettori che oggi dedicano sempre più tempo ai social.

Sei stato chiamato a curare il progetto di rilancio di Maria Messina per le Edizioni Croce, con quali obiettivi?

Mi ci sono voluti anni prima di riuscire a riportare in libreria Maria Messina e, nonostante il rischio dell’operazione, la casa editrice Croce ha deciso comunque di impegnarsi nel progetto. Il mio obiettivo è essenzialmente quello di far riscoprire al pubblico questa scrittrice straordinaria. E anche sensibilizzare il mondo accademico affinché faccia rientrare la scrittrice nei programmi universitari e quindi renderla oggetto di studio e di dibattito.

Quali opere avete deciso di riportare alla luce e perché?

Il progetto è vasto. Ci sono diversi titoli in cantiere. È già uscito Alla deriva con la bella prefazione di Elena Stancanelli, la quale, come ho detto, si sta impegnando affinché questa grande scrittrice possa riemergere. Tra qualche settimana uscirà Le pause della vita a cura di Flavia Rossi e tra un paio di mesi Primavera senza sole. Il calendario non si chiude qua, ma la casa editrice non dà mai anticipazioni che superano i tre mesi.

Quale opera di Maria Messina consiglieresti di leggere a chi volesse accostarsi a questa autrice per la prima volta?

Tutte, è banale?

Che cosa intendeva secondo te Sciascia quando la definì la Katherine Mansfield italiana? Fu una provocazione per attirare l’interesse della critica o è un paragone calzante? Se sì, su quali basi?

Maria Messina e Katherine Mansfield sono coetanee e condividono la stessa biografia disgraziata. Chi conosce la vita della Mansfield non può non accostarla a quella di Maria Messina. Entrambe le donne hanno attinto a piene mani dalla fontana della vita e hanno regalato al mondo pagine meravigliose, piene di dolore – perché la vita fa male. Dubito che Maria Messina abbia avuto modo di leggere i racconti della scrittrice neozelandese; credo che Sciascia si riferisse piuttosto allo stile narrativo adottato da entrambe le donne. Lo stile mansfieldiano non si discosta affatto da quello della scrittrice palermitana; l’indescrivibile poesia dei loro scritti è contraddistinta da un’aspra ironia. Un altro dato le accomuna e forse le ha indirettamente influenzate: la passione per la letteratura russa. Čechov condizionò e plasmò il modo di scrivere di entrambe, non solo per quanto riguarda la tecnica del racconto breve e brevissimo, ma anche per i temi trattati. L’intera produzione messiniana è infatti intrisa di letteratura russa, esattamente come quella della neozelandese. Il parallelismo sciasciano non è dunque azzardato. Ma al contrario degli inglesi con la Mansfield, gli italiani hanno riservato alla Messina un destino decisamente più crudele.

Alcune situazioni mi fanno pensare al primo Pirandello: è un po’ azzardato questo riferimento?

La letteratura siciliana che in quegli anni, bisogna specificarlo, era la letteratura nazionale, è tangenziale a se stessa. Come la Mansfield, anche Luigi Pirandello era coetaneo di Maria Messina e dunque le letture, i modelli cui ispirarsi erano gli stessi: la grande stagione del romanzo russo, l’ironia disarmante di Colette, lo sperimentalismo narrativo di Virginia Woolf e l’ombra immensa del padre della letteratura moderna: Giovanni Verga. Luigi Pirandello, specie all’interno delle novelle, «analizza la piccola e infima borghesia siciliana e, dentro l’angustia e lo spento grigiore di una tal classe, la soffocata e angosciante condizione della donna». In pratica quello che fa pure Maria Messina, ma lei lo fa da donna. Nelle sue storie i personaggi maschili non parlano, sono quasi sempre parlati. E trovo grandioso tutto ciò, non ci sono casi analoghi in Italia, non prima di lei almeno. La sua letteratura è inedita, e sono sicuro che se non fosse stata stroncata dalla malattia nel pieno della sua attività letteraria, avrebbe dato vita a qualcosa di grandioso in Italia, qualcosa non troppo diverso da quello che hanno fatto Virginia Woolf in Inghilterra o Gertrude Stein in America.

Credi in un’affinità metatemporale che ci fa eleggere certi scrittori a nostri autori preferiti?

La letteratura è uno strano luogo. Sicuramente c’è qualcosa di metatemporale che ci porta ad amare certi autori a noi lontani, nel tempo e nello spazio. La letteratura è universale e parla agli uomini di ieri, di oggi e di domani. Può sembrare una frase scontata, ma non lo è.

Le Edizioni Croce hanno in programma l’uscita di un altro romanzo di Maria Messina, Le pause della vita: potresti introdurcelo?

Le pause della vita è un romanzo “anomalo” all’interno della produzione messiniana. Come soltanto in poche altre occasioni, l’ambientazione non è la Sicilia ma la Toscana e soprattutto non si parla della vita degli umili e della condizione dei contadini; si tratta di una storia quasi borghese. Uscito per i tipi della Treves nel 1926, ruota attorno alla figura di Paola Mazzei. Abbandonata dal padre, la giovane spende le sue giornate a San Gersolè, un piccolo paese toscano, con lo zio e la madre. Ottenuto temporaneamente un impiego alle poste, Paola non riesce a intrecciare nessun rapporto con le altre donne dell’ufficio. Si rifugia nei libri e inizia a tradurne uno. Nel frangente, si avvicina sempre più a un vecchio compagno di scuola, uno squattrinato che da lì a breve è costretto a lasciare il paese. Il dolore della solitudine, che nemmeno la traduzione riesce a lenire, spinge Paola a prendere delle decisioni infelici che comprometteranno inevitabilmente il suo futuro. Il romanzo, curato da Flavia Rossi, vanta anche un’introduzione in cui vengono analizzati tutti i meccanismi che muovono la macchina narrativa di Maria Messina. Come ci dice la Rossi all’interno della sua introduzione «“Tutto avviene bruscamente nella vita: il male e il bene. Ma il bene giunge troppo tardi, quando non siamo pronti a riceverlo”. È questa la cupa morale attorno a cui ruota Le pause della vita».

Maria Messina non è famosissima ma di lei hanno detto che dopo averla letta non è possibile dimenticarla e anzi sorge spontaneo il desiderio di leggere ancora e altro su di lei.

Maria Messina non è famosa in Italia, ma nel resto del mondo è tradotta, venduta e anche studiata all’interno delle università. Da quando ho iniziato a occuparmi in maniera più organica della scrittrice, ricevo numerose mail di studiosi e studenti da tutto il mondo, perfino dall’Australia, in cui mi chiedono informazioni; la domanda più frequente è: «Perché in Italia nessuno conosce Maria Messina?». È un quesito che mi lascia interdetto e mi imbarazza non poco. Una volta letto qualcosa di suo, anche solo una brevissima novella, non si può più smettere. È proprio così. In Alla deriva si avverte l’ironia tagliente, come è stato notato altrove, di Chéri di Colette, in Un fiore che non fiorì si legge la modernità di alcuni scritti della Ortese (che deve averla sicuramente letta e perfino suggestionata), in Primavera senza sole l’amarezza disadorna della condizione femminile rimanda inevitabilmente ad alcune delle migliori pagine di Virginia Woolf. Maria Messina è unica, e forse è proprio per questo che è stata volutamente dimenticata.

Grazie per questa interessante e affascinante presentazione e per il tuo lavoro. Non si può non raccogliere l’appassionato invito ad approfondire la conoscenza di Maria Messina da cui spero i nostri lettori si lascino conquistare.

Raffaello di Cinzia Giorgio

Quando l’Arte è tradotta in parole.

La storia, la pittura, la vita, si fondono per creare un’unica emozione.

La storia è affascinante e costruita su un doppio binario spazio temporale (tra la Roma del Cinquecento e la Parigi di oggi) a incastro, strato su strato: sovrapposti come quelli che un bravo restauratore deve rimuovere per recuperare l’opera originale che si disvela in tutto il suo splendore.

Accanto alla vicenda privata e pubblica di Raffaello, che si sviluppa a ritroso, corre parallela quella di una restauratrice, Bianca, ambientata al giorno d’oggi, la cui vita è strettamente legata all’arte e allo sfortunato pittore urbinate per diversi motivi.

Le storie procedono in senso inverso, legate da un comune denominatore, avvolto nel mistero.

L’autrice lascia che Bianca ci racconti la sua, in prima persona, nella concitazione tutta moderna di ritmi e spostamenti e di complessi rapporti interpersonali, e lascia sullo sfondo la vicenda umana dell’artista rinascimentale che gradualmente si compone in tutta la sua tragica intensità.

È come fare un salto nel tempo, ai giorni in cui la vita di un artista era drammaticamente combattuta tra le preoccupazioni quotidiane, la fatica fisica e la bellezza, in qualsiasi forma egli avesse deciso di esprimerla. Trasuda aria rinascimentale da tutti i pori: quella che si respira per le strade di Roma intrisa di arte e storia, che si insinua per i corridoi dei palazzi vaticani tra stanze e loggette affrescate, origlia dietro alle porte degli illustri prelati, sbircia i progressi di Michelangelo.

L’effetto indiretto del fascino esercitato da queste pagine induce ad analizzare molta della produzione raffaellesca a Roma dove Raffaello conobbe quella che sarebbe stata la sua Musa ispiratrice di numerosi visi femminili, in primis La Fornarina ma anche la Velata, la Galatea del Trionfo, e altrove più di un viso della Madonna.

Il restauro al Louvre di un ritratto del maestro urbinate che vede affiancati Raffaello e molto probabilmente il suo giovane amico e collaboratore, Giulio Romano, fa da raccordo tra la realtà storica dell’uomo con i suoi affetti e le sue passioni, e l’espressione artistica del suo talento.

Notevole tutto il lavoro di studio, ricerca e documentazione che c’è dietro al libro: la padronanza e gestione dell’argomento, l’originalità del modulo narrativo scelto, il desiderio di arte suscitato, la sete di bellezza accesa.

Cinzia Giorgio, scrittrice di romanzi e storica dell’arte, ha trovato la formula giusta per insegnare senza annoiare, raccontando la storia dell’arte rinascimentale attraverso uno dei suoi insigni esponenti, ridestando quel senso di appartenenza e di orgoglio nazionale che ci fa considerare l’insuperabilità del Genio che ha realizzato quei dipinti inestimabili. Uno di quei rari casi in cui le qualità umane sembrano perdere quei limiti insiti di finitezza e avvicinare l’artista, molto più di altri, a una dimensione divina.

L’epitaffio composto per Raffaello da Pietro Bembo lo esprime molto bene.

Raffaello e Pietro Bembo erano amici affiatatissimi. Il pittore muore giovane, nel 1520, lo stesso giorno della sua nascita, il 6 aprile, ed è Pietro a comporre il suo epitaffio, poi inciso sulla tomba al Pantheon a Roma:

«Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori».

Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire.

Acquista qui: Cinzia Giorgio – Raffaello (kindle edition)

Su e giù per le scale di Monica Dickens

Quando ami l’Inghilterra, cerchi di studiare da autodidatta la letteratura inglese, praticamente sei di casa a Downtown Abbey e un’amica ti consiglia Su e giù per le scale di Monica Dickens, non puoi non ammettere che ti conosce benissimo!

E infatti lo apro e inizio a leggerlo e scopro che si tratta di un campionario assortito di innumerevoli e insolite situazioni-tipo di cuoche di interni inglesi. Sì, perché quello che ci presenta Monica Dickens è un fenomeno tipicamente inglese, quello di avere una cuoca a servizio, e di conseguenza l’ingenerato brulicante mercato di incontro tra la domanda e l’offerta di questo particolare tipo di lavoro domestico, spesso per il tramite di agenzie e annunci sui quotidiani. L’autrice ci racconta in un memoir la sua esperienza personale attraverso una successione di incontri con datori di lavoro strani improbabili, simpatici, in casi sporadici anche gentili, aprendo allo stesso tempo le porte di servizio dei piani inferiori su diverse tipologie domestiche e familiari: l’appartamento di città, la casa in periferia o il cottage di campagna.

Seguendo la scia del sempre crescente interesse per la categoria dei domestici e del loro peculiare punto di vista con cui assistono svolgersi la vita al piano di sopra, come dimostrano il successo televisivo della serie Downton Abbey e quello letterario di M. C. Beaton, con 67 Clarges Street (tradotta in italiano dalle Edizioni Astoria) o lo stesso romanzo Longbourn House di Jo Baker (per citare i più famosi), qui la prospettiva è individuale: è l’occhio del singolo, della cuoca tuttofare che, di estrazione borghese, veste gli abiti dimessi di Monty, col suo cappello sbiadito, per cogliere le particolarità, le fatiche, le ingiustizie e i difetti umani venuti alla luce in questa inferiore posizione sociale.

Monica Dickens – portrait of the British writer, the great-granddaughter of Charles Dickens. 10 May 1915 – 5 December 1992 — Image by © Lebrecht Music & Arts/Corbis

Monica è simpatica, un po’ imbranata, brava in cucina ma non perfetta, colleziona soufflè sgonfiati e arrosti bruciati accanto a succulente omelette, della cui riuscita si stupisce da sola. La storia è autobiografica: figlia di una famiglia di ceto medio-alto, ribelle e anticonformista, espulsa da una rinomata scuola-bene di Londra, vuole sperimentare cosa significa guadagnarsi da vivere in questo caso cucinando. I menù presentati non sono molto utili in quanto offrono poche idee mutuabili, ma sono sicuramente interessanti per la luce che gettano sull’alimentazione inglese e sui piatti e le ricette che circolano tutti i giorni sulla tavola delle famiglie.

Il racconto non conosce soste e anzi, a tratti comunica il senso di sfinimento e fatica addossato alla povera cuoca (che spesso deve improvvisarsi anche domestica e cameriera) e con lo stesso ritmo trafelato e ansiogeno, in preda al timore di non rientrare mai nei tempi della cena e delle varie portate, piomba nelle situazioni più stravaganti e nei contesti più diversi: dalla cena di una sera al ricevimento per fidanzati, al clima accogliente di un cottage di campagna, presso una coppia appena sposata o un single sfruttatore. L’unico ingrediente di cui Monica non rimane mai a corto è l’ironia, con cui sa condire e risolvere tutte le situazioni che le si presentano.

Non saprei che tipo di bilancio, dal punto di vista umano,  possa trarre da questo esperimento di vita, la ragazza Monica Dickens; certo è che dal punto di vista letterario, il risultato è più che positivo. Degno di cotanto antenato!

Racconti di Elizabeth Gaskell

È in stampa, e quindi uscirà tra breve, la raccolta Racconti di Elizabeth Gaskell.

Scrittrice prolifica e versatile, ella riesce a essere intensa nelle short stories tanto quanto nei grandi romanzi, e le Edizioni Croce hanno deciso di tradurre e pubblicare dieci racconti dei suoi, inediti o introvabili in italiano.

Avvolti da questa meravigliosa copertina che in un gioco di luci e ombre lascia presagire una lettura appassionante e intenta, i dieci titoli sono: Casa Clopton, L’eroe del Sagrestano, Casa Morton, Lo zio Peter, Tempeste e raggi di sole natalizi, Le vicissitudini domestiche di Bessy, Il cuore di John Middleton, Storia di un proprietario terriero, Le tre ere di Lizzy Marsh, Visita a Eton.

Si tratta degli scritti brevi gaskelliani a tema non gotico, forse qualcuno ispirato dai suoi viaggi e dai suoi spostamenti durante i quali raccoglieva aneddoti preziosi, le cui date di composizione abbracciano più di un ventennio.

Il volume, appartenente alla collana “Participio Passato”, va ad aggiungersi con le sue 394 pagine, a quelli già pubblicati: La casa nella brughiera, I fratellastri, Mary Barton, (oltre a Bran e altre poesie). A curare questa edizione è la prof.ssa Anna Enrichetta Soccio, professoressa di letteratura inglese all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara. Tra i traduttori spiccano i nomi di Mara Barbuni e Salvatore Asaro, già uniti da un legame speciale a Elizabeth Gaskell.

Un volume don pregio fin dalla prima pagina della raccolta che raffigura, riproducendola in filigrana, la litografia di Casa Clopton, la stessa che ha ispirato il racconto a Gaskell. E alla fine del libro ci aspetta una splendida sorpresa come ormai le Edizioni Croce ci hanno abituato a pregustare.

Racconti raccoglie la narrativa breve di una delle maggiori scrittrici dell’Ottocento inglese, colei che è riuscita a entrare nelle grazie di Charles Dickens e a dare voce a una moltitudine di personaggi – non solo figure riprese dalla nobiltà ma anche uomini recuperati dalla periferia umana, storie di reietti, di esclusi. La scrittura breve ha accompagnato Elizabeth Gaskell per tutta la vita, dal suo esordio fino alla morte improvvisa avvenuta durante un tè nel suo salotto, nel 1865. Pubblicati sulle maggiori riviste dell’epoca, i suoi racconti hanno entusiasmato generazioni di lettori. La modernità con cui Elizabeth Gaskell riesce a investigare all’interno dell’animo umano non ha pari nella storia della letteratura vittoriana. Le sue storie ci coinvolgono da vicino, ci toccano e alla fine ci disarmano. Racconti ambisce ad avere un carattere “definitivo”, mettendo assieme una serie di titoli finora mai tradotti in italiano, al fine di confermare l’importanza della scrittrice all’interno del panorama letterario inglese.