Splendori e miserie dei Borgia con Elena e Michela Martignoni

Intervista a Michela Martignoni

Assetati di potere, spietati e superbi. Affascinanti, geniali e magnifici anche se schiavi delle passioni umane. Sono i Borgia. Le loro armi sono il delitto, la vendetta e l’inganno.

 

Il Correre della Sera lo ha definito: «Folgorate nella via del giallo storico, Elena e Michela Martignoni giocano sul sapiente equilibrio tra storia e immaginazione». È l’ultimo libro di Elena e Michela Martignoni: I Borgia. Il delitto. La vendetta. L’inganno (Corbaccio), un’antologia che raccoglie tre romanzi con protagonisti i membri della famiglia più chiacchierata del Rinascimento italiano.

Le vicende narrate in questo libro si snodano nel lustro 1497-1502, quando la famiglia catalana dominava il centro della Penisola e ambiva alla creazione di un regno, a discapito delle famiglie nobili italiane da secoli feudatarie della Chiesa. I protagonisti vivono esistenze tanto estreme da apparire invenzioni letterarie. Rodrigo, papa Alessandro VI, passionale e scaltro; Cesare, detto il Valentino, il Principe preso a modello da Machiavelli, e Lucrezia, che dopo secoli di infamie, ora la storia giudica una vittima e non più solo una peccatrice. Fra oscure trame di palazzo, splendori e miserie della Roma papalina, tra amori impossibili e colpi di scena, realtà e fantasia, Elena e Michela Martignoni raccontano il nero del Rinascimento.

Dotate della rara abilità di far rivivere il passato come se fosse un presente vivo e pulsante, Elena e Michela Martignoni sono due autrici potenti, colte e raffinate, che hanno saputo coniugare la capacità di descrivere personaggi intramontabili – e anche discussi – con la passione per le vicende umane. Perché la storia si ripete, è uguale a se stessa: gli uomini e i sentimenti non cambiano e la modernità di alcuni personaggi descritti dalle sorelle Martignoni ci lascia talvolta senza fiato.

Perché i Borgia?

Folgorate sulla via della lettura di un saggio: Lucrezia Borgia di Maria Bellonci. Trent’anni fa leggemmo la Bellonci e studiammo poi tutto lo scibile umano su di loro. Abbiamo letto di tutto e incontrato esperti della famiglia Borgia, siamo andate anche in Spagna. Nel 2004 è uscito così Requiem per il giovane Borgia. Non abbiamo mai trattato Lucrezia per rispetto al saggio di Maria Bellonci: che è scorrevole come un romanzo, è struggente e ha aperto una nuova prospettiva sul personaggio di Lucrezia, troppo spesso usata come pedina dal padre e dai fratelli. Ma amiamo i Borgia anche perché sono personaggi emblematici, che incarnano i vizi e le virtù umane. Sono talmente estremi che suscitano ancora tanto interesse.

Il tuo/vostro preferito?

Noi siamo pazze di Cesare! Alle medie sul mio libro di storia avevo disegnato tanti cuoricini intorno alla sua immagine. La sua morte è l’apoteosi della sua vita e della dinastia: tutto e subito, se no non vale la pena vivere.

Avete lavorato anche a un film sui Borgia.

Sì, con Sergio Muniz facemmo un bellissimo lavoro, lui interpretava Juan Borgia. Film che non arrivò mai in Italia, peccato perché era ben fatto. La produzione e era di Antena Tre e de Angelis. Organizzammo un tour in Spagna con Sergio per promuovere sia il film che il libro. Un bel lavoro di ricerca e una bella esperienza di promozione. Gli spagnoli erano in un momento felice anche economicamente. Siamo andate molto bene, lì in terra iberica.

Progetti futuri

Ora usciamo in Germania con i Borgia, 2019 per Random House, non nella trilogia riunita in un unico volume ma con i romanzi pubblicati uno alla volta. Da anni abbiamo in mente un romanzo sugli Sforza. Stavamo per iniziarlo ma ecco che ci è capitato altro da fare. Abbiamo proprio voglia di scrivere un romanzo storico ambientato a Milano da brave milanesi, vorremmo fare ricerca qui a casa nostra. Nel frattempo abbiamo scritto sui Montefeltro. (https://www.amazon.it/Montefeltro-duca-che-poteva-amare-ebook/dp/B07B8M8K18/ref=sr_1_4?ie=UTF8&qid=1545044324&sr=8-4&keywords=elena+e+michela+martignoni)

Scrivi con tua sorella Elena. Come lavorate?

Abbiamo delle famiglie complicatissime. Per le donne è difficile emergere: per chi ha figli e famiglia è quasi una discriminante. Noi scriviamo apparecchiando la tavola! Elena è anche nonna, ha due nipotini. Da anni scriviamo pur continuando a svolgere il nostro ruolo di madri e di mogli. È un lungo sodalizio, il nostro. Spesso scriviamo al telefono mentre siamo affaccendate in altro: non viene considerato un lavoro se sei a casa, ma non è così. Le donne fanno più fatica a emergere perché hanno un doppio ruolo. Per farti un esempio: io ai festival spesso non ci posso andare perché ho famiglia e mi precludo tante attività promozionali. Io e mia sorella scriviamo al telefono, o quando ci vediamo; ci scambiamo email e poi ci confrontiamo: abbiamo una scrittura piana, che uniformiamo e inoltre abbiamo una buona editor che ci conosce da tanti anni. Non c’è un metodo scientifico, siamo due appassionate, convinte di poter trovare la soluzione a delitti impossibili. Non siamo organizzate ma nel nostro caos ci troviamo benissimo. Spesso litighiamo per delle trame. È una scuola di umiltà scrivere in team, siamo sorelle e quindi risolviamo sempre i nostri conflitti. Il lavoro di squadra comporta umiltà perché tutto si relaziona all’altro. Alla fine deve prevalere il bene del libro e si scende a compromessi.

Parlaci del vostro esperimento con lo pseudonimo maschile di Emilio Martini: le indagini del commissario Bertè.

Siamo andate meglio che con gli storici… anche perché lo pseudonimo maschile ha avuto il suo peso! Il personaggio ce l’ha con le donne grasse anche se poi si innamora di Marzia, che è sovrappeso, perché è la morbidezza, la femminilità. Non sapendo che eravamo due donne a scrivere ci hanno massacrate accusandoci di maschilismo. Appena abbiamo rivelato la nostra identità ecco che Bertè è diventato all’improvviso troppo femminile. Il mondo del noir è prettamente maschile. Stiamo scrivendo l’ottavo romanzo della serie, che va molto bene in digitale: è il classico seriale con il protagonista in divenire. (https://www.amazon.it/Invito-Capri-delitto-indagini-commissario-ebook/dp/B071FM39K5/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1545044428&sr=8-1&keywords=commissario+bertè).

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African Trade Beads

Quella delle perle di vetro è una storia lunga ma soprattutto una storia antichissima che inizia circa millecinquecento anni prima di Cristo in Mesopotamia per giungere, nel corso dei secoli, fino a Venezia.

È la storia della lavorazione del vetro colorato e decorato con piccoli disegni che, nel periodo alessandrino, conobbe un periodo di grande fama durante il quale si produsse anche del vasellame che era considerato talmente prezioso da essere adoperato nei templi.

Nel 61 a.C. giunsero fino a Roma dei vasi in “murrha” che furono posti nel tempio di Giove; questi vasi vetrosi avevano oltre alla caratteristica decorazione di colore stratificato, anche la caratteristica di emanare un gradevole odore perché erano adoperati per contenere essenze   profumate, da qui l’origine del nome vasi di Murrha dal latino Mirra che significa, appunto, profumo.

Plinio il vecchio nel suo libro Naturalis Historia parla di questi vetri chiamandoli, per primo, “vasa murrhina”.

Nel Medioevo la produzione di questi particolari vetri fu dimenticata, bisognerà aspettare il XIII/XIV  secolo e i maestri vetrai di Venezia, per ritrovare una produzione di vetri che, ispirata a questi antichi monili e vasi, darà vita a quelle perle di vetro che oggi chiamiamo murrine.

I maestri veneziani usando dei crogioli contenenti del vetro fluido, ognuno di diverso colore, realizzavano, con una tecnica ingegnosa, dei cilindri di vetro a più strati, prelevando dai vari crogioli, con una bastone di ferro caldo, il vetro colorato ancora morbido, con il quale, formavano un cilindro di peso e spessore variabile. Con questa lavorazione ottenevano le cosiddette “canne” che servivano per produrre le perle di vetro.

Nel corso del tempo crearono perle veneziane di tre tipi: di conteria, a rosetta o a lume.

Le perle di conteria, risalenti al XIV secolo, sono monocrome, molto piccole e la loro lavorazione è fatta con sottili canne vitree forate; queste perline erano utilizzate anche per ricamare tessuti preziosi sia per abiti che destinati ad altri usi.

Le perle rosetta, inventate nel XV secolo da Marietta Barovier, figlia di Angelo, una delle più famose famiglie di vetrai muranesi, erano prodotte con canne forate e composte da più strati policromi, possiamo considerarle le prime vere e proprie murrine. Per ottenere i disegni nel vetro ancora morbido queste canne venivano inserite in un cilindro verticale nel quale veniva impressa la decorazione desiderata, il vetro era ripassato in uno o più strati di altri colori.

Le perle a lume invece sono una produzione del seicento, realizzate con una canna non forata, riscaldata a fiamma (a lume) e poi colata su un filo metallico tenuto, a mano, in costante rotazione durante la quale, si potevano aggiungere infinite varianti di effetti e colore.

Queste perle colorate erano molto amate da vari popoli e se esploratori, mercanti e missionari ne portavano con se delle quantità per offrirle in dono, ben presto capirono che potevano usarle come merce di scambio per attraversare i vari territori o per scambiarle con prodotti locali anche preziosi.

In Africa, per esempio, venivano scambiate con avorio, oro, pietre preziose e perfino con gli schiavi. I popoli africani amavano talmente queste perle colorate che i capi tribù si ornavano il corpo con le rosette veneziane, le quali, divennero il simbolo del loro prestigio, tanto preziose che il loro uso era concesso, solo in alcune particolari occasioni, alle loro mogli.

In Ghana alcune etnie di stampo matriarcale, usavano le perle multicolori per i cosiddetti riti di iniziazione delle fanciulle che passavano allo stato di donne pronte per il matrimonio; il corpo di queste ragazze era ornato interamente con chili e chili di perline di vetro colorate. Queste perle  di vetro divennero la dote preziosa di ogni donna, si ereditavano da madre a figlia, e rappresentavano un vero e proprio tesoro.

Inoltre, a ogni tipo di perla e a ogni colore era dato un significato magico: le perle blu erano simbolo di tenerezza e affetto, le gialle di maturità e prosperità, le rosse di passioni intense nel bene e nel male e così via.

Ovviamente avevano anche la funzione di amuleti per proteggere dalle malattie, per curarle, per favorire la gestazione e ovviamente, per proteggere dal malocchio. Nessuna donna in gravidanza andava in giro senza le sue collane, vi erano collane per i bambini, per le ragazze, per i giovani, per i guerrieri, per le persone ammalate, per i vecchi.

Questi alcuni dei motivi per cui furono dette perle africane o anche “African trade beads”.

In realtà dal XV secolo in poi il mercato dello scambio di merci con le perle di vetro ha avuto una platea decisamente mondiale, dagli indiani d’America, all’estremo oriente, nel corso dei secoli merci preziose furono scambiate con queste perle fino a un punto tale che i maestri veneziani arrivarono a creare più di 100 mila tipi di perline. Nel XVIII secolo le vetrerie di Murano giunsero a sfornare diciannovemila chili di perle a settimana, quasi tutte destinate al mercato estero.

Ovviamente, ci furono anche dei veri e propri tentativi di imitazione delle perle veneziane e in vari paesi europei, fra i quali, Inghilterra, Francia, Belgio, Moravia e Boemia, si produssero centinaia di chili di perle di vetro, che non eguagliarono mai la qualità di quelle veneziane. Oggi sono prodotte oltre che in Europa anche in Cina.

Le antiche perle di vetro sono oggetto di un prezioso collezionismo, quelle più antiche hanno la base colorata, mentre quelle con il fondo nero furono prodotte soltanto dal XIX secolo in poi.

Spesso si trovano collane di perle di vetro mescolate con pezzi di corniola, di ambra, con conchiglie e più raramente con altre pietre.

Sul mercato i monili di perle di vetro si trovano da tutti i prezzi ma quelle realmente antiche sono molto costose, pertanto, se vi chiedono poche decine di euro diffidate della loro autenticità e come sempre, per essere sicuri di fare buoni acquisti, rivolgetevi a persone di vostra fiducia e di provata competenza.

Angela Arcuri

Personaggi femminili forti: Ritratto di donna in cremisi di Simona Ahrnstedt

Titolo: Ritratto di donna in cremisi

Autrice: Simona Ahrnstedt

Casa editrice: Sperling&Kupfer

Genere: Narrativa

Pagine: 430

Formato: Rilegato/eBook

Ritratto di donna in cremisi, romanzo di Simona Ahrnstedt, edito Sperling & Kupfer, ci porta nelle atmosfere della Svezia di fine Ottocento più precisamente a Stoccolma nel 1880 e ci racconta una storia d’amore, la storia di una donna molto forte.
Questo libro è un romanzo di formazione e resilienza, racconta infatti di una giovane donna, Beatrice, che, rimasta orfana  cresce a casa dello  zio paterno, ma purtroppo Beatrice riesce a stabilire un legame affettivo unicamente con la cugina Sofia, unico suo punto di riferimento in famiglia.
Bea a diciotto anni non sa ancora di non essere padrona della sua vita e del suo destino, infatti lo zio e il cugino decidono di vendere la ragazza al migliore offerente  e di imporle  così, sotto minaccia, il matrimonio con il viscido e anziano Conte Rosenschiold, un uomo senza scrupoli, misogino e violento. Beatrice cerca di opporsi  a questo matrimonio, ma per salvare la cugina Sofia, unico affetto che le è rimasto, che rischierebbe altrimenti di prendere il suo posto, decide di cedere al ricatto del crudele zio.
La ragazza però nel frattempo si innamora di Seth, un giovane imprenditore norvegese dal carattere cupo ma dall’animo generoso. Seth, un’uomo che, al contrario del misogino conte, rispetta le donne, tenterà di sottrarre Beatrice al suo destino e si batterà per lei per tutta la durata della storia.
Bea passerà in pochi anni dall’essere una giovane adolescente a diventare una donna forte e risoluta.
Ciò che mi ha colpito negativamente è stata la mentalità ristretta e gretta della Svezia di fine Ottocento nei confronti delle donne, totalmente sottomesse al volere dei padri e dei mariti, in contrasto, con quella più aperta di altri paesi europei, come Francia o Inghilterra, dove la situazione si stava un po’ evolvendo.
La donna era considerata un oggetto dell’uomo, una bambola senza personalità gestita prima dal padre e poi dal marito, costretta a dedicarsi ad attività domestiche Il mondo della donna si limitava a al salotto e alla camera da letto.
È sconvolgente leggere di donne ritenute “affette da isteria”, a cui veniva praticata l’isterectomia per renderle più “docili”.

“Per quanto mi riguarda sono molto esigente quando si tratta della mente che deve decidere per me”. Poi sollevò il bicchiere.”Non credete che dovrei meritare una mente tutta mia, anche se sono soltanto una donna?”

A Beatrice viene infatti negata la possibilità di leggere libri e quotidiani, ma la ragazza ribelle per natura, decide di non sottostare a tutto questo. Inizia a leggere di nascosto ed esprime le proprie idee in pubblico a dispetto delle regole imposte dalla società in cui vive, provocando le ire degli uomini della sua famiglia e di suo marito. Questo atteggiamento le costa spesso punizioni corporali e psicologiche, prima da parte di suo zio che la lascia chiusa nella sua stanza senza acqua né cibo, per giorni a deperire e disidratarsi, per farle “abbassare la testa” e decidere di sottomettersi al suo volere, poi da suo marito che la violenta nel modo peggiore, creandole ferite fisiche e psicologiche difficili da rimarginare.
Nella prima parte del romanzo sono descritte alcune scene piuttosto cruente, necessarie alla veridicità della storia, che successivamente nella seconda parte , lasceranno spazio a più leggerezza spensieratezza.
Il carattere ribelle di Beatrice e il suo grande amore per Seth, le costeranno quasi la vita.

Lo stile di scrittura di Simona Ahrnstedt è scorrevole e chiaro e le descrizioni degli ambienti e dei personaggi, estremamente minuziose, permettono al lettore di figurarsi visivamente ogni scena del romanzo come una sequenza cinematografica.
Consiglio il romanzo Ritratto di donna in cremisi a chi ha voglia di leggere uno spaccato della Svezia di fine Ottocento, di conoscere la posizione della donna nella società dell’epoca e leggere una bellissima e travolgente storia d’amore, passionale e travagliata.

Dentro le case (e nelle camere da letto) dei reali con Cinzia Giorgio

Foto di Felicia Kingsley

Da quando ho saputo di questo suo nuovo progetto, ho contato i giorni all’uscita di Amori Reali, l’ultimo saggio di Cinzia Giorgio dedicato alle storie d’amore delle teste coronate d’Europa e oltre.

Io ho un debole per le storie delle dinastie regnanti e il 22 novembre ho fatto irruzione in libreria per mettere le mani sulla mia preziosa copia.

Se come me siete appassionate delle vite di principi, principesse, re e regine, nella vostra libreria Amori Reali non può mancare.

Molte persone che conosco, alla parola “saggio”, sbuffano e alzano gli occhi al cielo, immaginando già un mattone pieno di pistolotti accademici da narcolessia, ma è qui che si sbagliano: Cinzia Giorgio non fa la maestrina, ma ci racconta le vite di questi personaggi con la fluidità e il brio di un’amica con la quale prendiamo il tè.

Il progetto è divisibile in due parti: storie del passato e storie del presente. La differenza tra i due blocchi è che nel primo, abbiamo matrimoni di stato, nel secondo, matrimoni d’amore.

Lo spartiacque tra i filoni è segnato dal ‘900 (e dalla prima guerra mondiale), quando le monarchie perdono potere governativo, per cederlo appunto ai governi; i matrimoni non servono più per creare assi o alleanze politiche, unire eserciti o allargare i confini di un regno, ma solo per garantire continuità a una linea dinastica.

Nella prima parte del saggio, Cinzia ci parla dei grandi condottieri e delle loro numerose avventure tre prime, seconde, terze mogli e le decine di amanti: pensate che Giulio Cesare usava sedurre le mogli dei nemici come risarcimento danni “simbolico”.

O ancora, Caterina de’ Medici, costretta a guardare gli amplessi del marito, re Enrico II di Francia con l’amante Diane de Poitier.

Per non parlare di Enrico VIII e della sua disperata ricerca di un erede maschio che lo portò a cambiare ben sei mogli (è famosa la filastrocca “Divorziata, decapitata, morta, divorziata, decapitata, morta”, per memorizzare la fine di ciascuna delle sue sei consorti).

Amore poco, capricci tanti, ma soprattutto molta, molta strategia.

Nel ‘900, Cinzia ci dipinge un affresco a colori vivaci delle monarchie contemporanee, intrecciando le trame dei loro amori privati a quelle del gossip.

Il ‘900 ha cambiato il volto alle monarchie non solo per la loro mutata influenza politica ma anche trasformandole in fenomeni popolari e cultura di massa. Fino al secolo precedente, le notizie sui monarchi erano solo quelle fatte trapelare dai canali ufficiali, il popolo poteva vedere i propri regnanti solo negli eventi ufficiali, percependoli come personaggi inumani e distanti.

I media hanno rivoluzionato la monarchia avvicinandola al nostro quotidiano.

La prima a diventare una regina mediatica è stata infatti Elisabetta II, l’attuale Queen of England, che apparì nelle case di tutto il mondo, con la sua incoronazione televisiva, cerimonia, prima di allora, riservata ai pochi eletti presenti.

Il suo è stato un matrimonio di stato, ma di certo anche d’amore, perché Elisabetta è stata colpita da un vero e proprio colpo di fulmine per il bel Filippo.

La parte più consistente degli amori reali contemporanei è dedicata a Diana, e ai suoi figli William e Harry, per poi passare ad Alberto di Monaco e Charlene, i reali scandinavi, la monarchia Spagnola retta oggi da Felipe e dalla volitiva Letizia, fino a toccare l’impero giapponese.

Che si sia trattato di matrimonio di stato o d’amore, certo una verità è indiscutibile: il privilegio ha un prezzo che si paga caro.

Vedremo coppie unite in pubblico e scoppiate nel privato, matrimoni a tre (lui, lei e l’altra), matrimoni che abbattono le barriere di classe, suocere ingombranti, divorzi eclatanti, e se le nozze reali ci vengono sempre servite come una favola, per rispondere alla domanda: “Vissero per sempre felici e contenti?”, l’unico modo, è leggere questo nuovo, appassionante saggio di Cinzia Giorgio.

Il prezzo delle ali di Palma Gallana

IL PREZZO DELLE ALI, UN ROMANZO CHE TUTTE LE DONNE DOVREBBERO TENERE SUL PROPRIO COMODINO

Secondo i dati Istat relativi al 2014, in Italia 6 milioni 788 mila donne hanno subito nel corso della propria vita una violenza fisica o sessuale: quasi una donna su tre (31,5% delle donne). Solo il 12% di queste donne ha avuto la forza di denunciare la violenza.

Ilaria B. la protagonista di Il prezzo delle ali, scritto da Palma Gallana (La Ruota Edizioni), è una di queste. Maltrattata per anni dal suo compagno, Ilaria B. trova il coraggio di dire basta e denuncia il suo amore malato. Questo ritorno alla vita lo deve a lei e alle sue due figlie. Perché, come le dice una sua amica: “Proteggiti per proteggere”. Questa frase diventerà un mantra che porterà Ilaria fuori dal buco nero.

 Chi rappresenta Ilaria B.?

Rappresenta tutte le donne di qualunque estrazione esse siano. Nessuna può ritenersi fuori pericolo. In tempi nemmeno troppo lontani si pensava che solo in determinati contesti potessero nascere e prosperare le violenze domestiche. Non è più così. Le violenze sono sempre frutto di un amore, e questo non è mai un sentimento razionale ma si basa sulla passione, sull’irrazionale, sul vivere il momento senza pensare al domani. L’amore non ha vincoli economici, sociali, culturali. Ecco perché anche le donne culturalmente, socialmente e anche economicamente più elevate non sono immuni dalla violenza. Ilaria B. fa parte di questa categoria: lei è indipendente da ogni punto di vista, è laureata, ha un lavoro e una casa. Razionalmente capisce che cosa sta accadendo, ma il suo cuore si rifiuta di appoggiare la ragione. La giustificazione per ogni violenza subita è sempre pronta.

Come è possibile che una donna con il bagaglio di Ilaria non capisca che deve porre la parola fine alla sua storia?

È una donna innamorata e il compagno lo sa molto bene. Qui sta il passaggio successivo. Gli uomini maltrattanti sono dei grandi manipolatori, sanno benissimo dove andare a colpire per creare paura, sottostima, dipendenza. Il maltrattante sfrutta al massimo il punto debole della donna per ottenere ciò che vuole.

Che cosa sono i periodi up and down? Tu nel libro li definisci proprio così.

I maltrattamenti non sono mai reiterati in maniera costante e continua, se così fosse per la donna sarebbe più semplice capire che così non può e non deve vivere e mettere alla porta il proprio maltrattante. Invece la cosa è molto più subdola: gli abusi sono ciclici, a momenti di calma apparente, dove sembra che tutto sia rientrato, si ha quasi l’illusione di avere una vita normale, con un uomo che ti ama e ti rispetta, si alternano momenti in cui basta il più piccolo dei pretesti per scatenare la furia e far ripiombare la donna nel baratro più nero.

Che tipo di amore è quello che vive Ilaria B.?

Sicuramente un amore malato,ma da lei riconosciuto solo a metà. Di fatto dopo le botte c’è sempre una riconciliazione, un chiedere scusa, un dire non accadrà più. Dopo le botte c’è la passione, l’amore, lo stare insieme. Ilaria B. accetta per tutto quello che c’è dopo le botte. Pensa che in fondo va bene così, l’importante sono quei momenti; le botte, le umiliazioni fanno parte del pacchetto, ma si possono sopportare se poi lui vuole solo lei.

Eppure Ilaria B. capisce quando sta per accadere qualcosa, sente che l’idillio sta per interrompersi.

Qui sta il maltrattamento psicologico. La donna è sempre all’erta, inconsciamente sa che prima o poi l’incantesimo si spezzerà, non sa che cosa lo spezzerà, ecco quindi la costante insicurezza e la paura di fare o dire qualcosa di sbagliato.

Quanto incide il retaggio familiare.

Noi siamo un gomitolo, dalla sala parto in poi iniziamo a vivere, e cominciamo ad assorbire e a tessere il nostro filo. Attraverso diversi studi e ricerche si è arrivati alla conclusione che la maggior parte delle donne maltrattate, nella loro infanzia adolescenza, ha assistito a maltrattamenti (la cosiddetta violenza assistita), se non addirittura averli subiti loro stesse. Dunque queste donne conoscono solo questo tipo di rapporto uomo/donna, questo tipo di amore e nella loro vita saranno più soggette a cadere nella trappola di uomini manipolatori e a credere che sia tutto normale.

A un certo punto Ilaria capisce che così non si può andare avanti; si rivolge, sollecitata e incalzata, a un centro antiviolenza; ma nel momento stesso in cui telefona si è già pentita.

Ilaria B. fa già un grosso passo avanti rispetto a molte altre donne. Chi chiama i centri antiviolenza in autonomia è già in grado di capire che la situazione ha raggiunto il punto del non ritorno. Di solito, purtroppo, le donne giungono ai centri direttamente dalle questure o peggio ancora dai pronto soccorso degli ospedali. Arrivate ai centri iniziano le grandi paure. Ce ne sono milioni, ma per chi ha figli quella peggiore è la possibilità di perderli. La donna quando denuncia ciò che ha subito vorrebbe già ritrattare; l’idea di essere reputata una cattiva madre, una donna labile, debole, non in grado di non far subire determinate cose la distrugge e la porta a credere che il suo bene più prezioso le verrà portato via. Qui i centri fanno un grande lavoro – le équipe sono formate da avvocati, assistenti sociali, psicologi, medici, nulla è lasciato al caso – per far capire che le cose si muovono in modo diverso e che solo ora la donna potrà iniziare a vivere ancora senza aver più paura per sé e per i propri figli.

Ilaria B. ce la fa. Il finale è positivo. Dalle violenze, dunque, si può uscire.

Si può e si deve uscire per noi stesse e per chi ci vive accanto. Il mantra di Ilaria B. è: proteggiti per proteggere. Questo è il messaggio che tutte le donne che subiscono violenza dovrebbero avere ben presente e dovrebbero sentirselo ripetere da ogni persona che entra in contatto con la loro vicenda. La vergogna, l’apparente inadeguatezza, il sentirsi sporca e fuori posto, sono tutte sensazioni che non hanno ragione d’essere. La donna ha il diritto di essere rispettata e accettata per quello che è: una persona. Ilaria B. sa di aver gettato in piazza tutte le sue vicende personali, ma per lei non è più motivo di vergogna, perché non è lei che deve vergognarsi, ma colui che le ha imposto quella vita.

Perché hai voluto scrivere di questo tema? Le cronache non ne parlano già abbastanza?

Il romanzo trae ispirazione da ciò che ho vissuto io. Mi ha aiutato molto scriverlo, e ho voluto anche dare un messaggio positivo. Dalle violenze si può uscire. Costa fatica, ma solo così ci si libera. Con questo libro faccio cadere un seme, non importa dove, importa che finirà per incoraggiare una donna a denunciare, a ribellarsi, a rinascere.Sono del parere che un romanzo abbia la capacità di mettere in luce tutto ciò che una donna pensa e sente quando vive questi episodi. La cronaca ci racconta fatti già accaduti ed è avulsa da qualsiasi tipo di sentimento ed emozione, come è giusto che sia. Spero solo che questo mio libro possa aiutare altre donne a prendere coscienza di sé, del problema e di quanto valiamo.

Che altro dire? Non chiudiamoci in noi stesse, parliamo, denunciamo. Non siamo noi le sbagliate, le inadeguate. Come tutti abbiamo i pregi e i difetti, accettiamoci per ciò che siamo, e non permettiamo a nessuno di mettere in dubbio la nostra persona. MAI. Lo dobbiamo innanzitutto a noi stesse, ma anche alle donne del domani. PROTEGGIAMOCI PER PROTEGGERE.

Manola Mendolicchio

Amori Reali di Cinzia Giorgio

Esce oggi in libreria e in tutti gli store online il saggio Amori Reali di Cinzia Giorgio (Newton Compton editori). Il mio desiderio e la mia curiosità di leggere l’ultimo libro di Cinzia Giorgio, si soddisfano subito. La prima cosa che penso, osservando la copertina è: “Ok! Facciamo un bel tuffo nei miei sogni di bambina, quando anch’io sospiravo per il Principe Azzurro!” (e poi fortunatamente, l’ ho pure sposato!).

Tra queste pagine, tra queste storie, c’è molto di più: c’è la dedizione e la superlativa capacità della Giorgio di giocare con le parole rendendo il suo stile letterario unico e diretto. Con la sua prosa degna del miglior saggio storico, le storie d’amore dei reali si fanno conoscere sotto molte sfaccettature.

È un viaggio nell’amore e nelle condizioni e contraddizioni dei matrimoni sfarzosi, imponenti, a volte anche tragici, che hanno accompagnato l’evoluzione dell’umanità. Si parte da Cesare e Cleopatra, per arrivare a ripercorrere la navata dell’Abbazia di Westminster insieme a Kate e al Principe William.

Non si parla solo d’amore, non è un libro romantico, ma è un saggio che attraverso il profondo lavoro di studio e ricerca fatta dell’autrice, ti permette di leggere e capire le situazioni politiche e sociali. La figura della donna e sua immensa capacità d’adattarsi anche alla ragion di stato (esempio lampante: Soraya con Reza Pahlavi); e di continuare a farci sognare anche quando prima dell’amore veniva la geo-politica!

“Non hai idea di quanto sia difficile vivere una grande storia d’amore ” diceva Wallis Simpson… io le risponderei: “Ha ragione, duchessa, ma leggendo questo saggio avrò sicuramente le idee più chiare.”

E così è stato.

Mirtilla Amelia Malcontenta

Barbarie Italiana a Montecitorio

A Palazzo Montecitorio arriva
“BARBARIE ITALIANA”
Fateci smettere questo spettacolo!

Giovedì 22 novembre, in vista della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio ospiterà il format teatrale, ideato e scritto da Betta Cianchini che sarà presentato a cento studenti di istituti romani.

La storie italiane di una madre e di suo figlio, quella di un uomo e quella di una donna sono state scelte tra i diciannove racconti del format, proprio per restituire la visione di un vissuto maschile e di uno femminile. Seguirà la lettura delle testimonianze raccolte per le strade di Roma e provincia dalla stessa autrice. Testimonianze che tradiscono la vera natura del fenomeno, dimostrando che ci troviamo in presenza di un fenomeno culturale e trasversale.

Alcune testimonianze saranno lette dalla Vice Presidente della Camera Maria Edera Spadoni, da deputati, dagli stessi ragazzi degli istituti invitati, dalle giovanissime attrici della Compagnia Tacco 16 di Laura Milani e Francesca R. Miceli Picardi.

“Barbarie italiana” – Fateci smettere questo spettacolo! – è un progetto formativo, informativo e performativo di sensibilizzazione artistica sul tema della violenza contro la donna, presentato in tante parti d’Italia in collaborazione con le associazioni che ne hanno condiviso il contenuto: BeFree, AssoLei, DGayProject, Punto D, C.A.M. (Centro Ascolto Uomini Maltrattanti) e attualmente con il grande e prezioso lavoro de “Le Funambole”, di cui Betta è socia fondatrice.

Le quattro storie raccontate, tra cui Il cassetto dei calzini con Gabriela Eleonori e Simone Bobini, Il buon padre di famiglia con Valerio Morigi e Amavo quell’uomo con Federica Quaglieri e le Tacco 16 di Laura Milani, prendono vita dall’analisi di fatti di cronaca e di centinaia casi di violenza domestica, nonché dalle testimonianze raccolte dalla stessa autrice.

“Questo progetto si ripromette di portare alla ribalta il problema da un punto di vista troppo spesso ignorato: gli uomini violenti sono stati prima di tutto figli, fratelli, quindi alunni. È soprattutto a loro che dobbiamo parlare. Una vera e propria maratona teatrale per raccontare e denunciare una barbarie italiana che non smetteremo di raccontare fino a quando ci saranno ancora casi di femminicidio”, spiega Betta Cianchini.

Le testimonianze da lei raccolte sono spesso oggetto di studio e occasione di dibattito nei Congressi, nelle Conferenze, nelle scuole e nelle tavole rotonde sulle pari opportunità e sulle problematiche di genere. Le storie raccontate sono storie italiane. Ognuna di queste storie non è la mera narrazione di un unico fatto di cronaca perché raccontarne la crudeltà rischierebbe di abusare di una vita che già di suo è stata intrisa di soprusi e dolorosa profanazione. Ogni storia messa in scena è il puzzle di tante storie di vita quotidiana che hanno alla base le stesse violente dinamiche culturali ed emotive.

“È importante portare nelle scuole la testimonianza della fondamentale differenza tra amore e possesso”, prosegue l’autrice, che realizzerà il suo spettacolo all’interno delle scuole romane in collaborazione dell’artista Alan Bianchi e l’Associazione Le Funambole grazie al sostegno di Squadra Credit, azienda da sempre attenta alle problematiche sociali, che ha deciso di sostenere e promuovere il progetto.

Betta Cianchini ha già presentato il suo lavoro in diverse sedi istituzionali ed è stata invitata per ben due volte a prendere parte alla Giornata Mondiale contro la Violenza sulla donna indetta dall’O.N.U. nel 2013 e nel 2014. Nel 2015 ha avuto l’onore di essere invitata al Quirinale per la celebrazione della giornata della donna dal Presidente Napolitano per il suo “importante lavoro e zelo nella battaglia contro la violenza sulla donna”.

Ufficio stampa: Madia Mauro

Libere di Vincere! Intervista alla campionessa Manuela Di Centa

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di intervistare Manuela Di Centa, che oltre a essere un’amica è una grande atleta che ha regalato all’Italia, al suo Friuli-Venezia Giulia e allo sport molte emozioni e medaglie.

Il suo sorriso ha sempre incantato tutti, come la sua forza e la sua determinazione nello sport e nella vita. Con questa chiacchierata scopriamo l’atleta, ma anche la donna che è Manuela Di Centa. Una donna che con la sua caparbietà ha rotto molti schemi, lasciando alle generazioni future di donne un’eredità da custodire, perché siamo tutte “Libere di vincere”.

Ciao Manuela e grazie per aver accettato l’invito di Pink Magazine Italia per questo caffè. Possiamo iniziate questa chiacchierata chiedendoti della tua carriera di sciatrice, che è iniziata molto presto…

Grazie a voi per l’invito. Provengo da una famiglia di atleti e il mio primo insegnate e allenatore è stato mio padre. Babo portava a sciare me e i miei fratelli non facendo differenze di sesso; ci allenavamo, sciavamo e giocavamo tutti assieme. Sono cresciuta con la convinzione che non ci fossero divisioni – come le chiamano ora – di genere, quindi vivevo come tutti gli altri. L’atleta non è né femmina né maschio. Per me è sempre stata la persona a esprimere il suo valore di sportivo, non il sesso. Babo ci ha sempre detto che ci sono gli atleti e gli atleti si allenano al massimo. Logicamente tutto cambia quando si entra nell’adolescenza e si capisce che ci sono differenze e si entra nell’ufficialità dello sport, ma il mio pensiero non è cambiato. Anche da adulta ho mantenuto questa convinzione; erano differenze date dalla natura, quando si gareggiava non c’era una distinzione sessuale. Proseguendo la carriera ho compreso cosa volesse dire essere una sportiva donna, con la conseguenza di essere valorizzata meno degli atleti uomini.

Quindi ora la domanda che sorge spontanea è: quanti sacrifici fa una donna per raggiungere certi traguardi? Ricordiamo ai lettori che hai vinto sei medaglie olimpioniche, sette medaglie mondiali e le due coppe del mondo. 

Stringi i denti, fai molti sacrifici e allenamenti: una lotta quasi continua per avere le stesse opportunità che gli uomini, in maniera naturale, hanno sempre avuto e hanno. Overcoming è una parola che mi piace molto: andare oltre cioè fare quello che ti viene chiesto con il pensiero che lo puoi fare meglio. A volte non si può fare la rivoluzione e non serve rivendicare, perché è un dispendio di energie e alcuni blocchi culturali devono sciogliersi naturalmente. Quindi negli anni ho imparato che chiedere pari considerazioni per tutti, ragazze e ragazzi, e per raggiungere questi cambiamenti, devi passare per dei momenti in cui devi sopportare e mandare giù bocconi amari. Il pensiero che tu sei più brava, più capace degli altri è un’ancora di rigenerazione che dal negativo ti porta al positivo. Di episodi che hanno segnato la mia vita di atleta ce ne sono molti e posso dire che le nuove generazioni hanno la forza di essere quelle che sono, perché atlete come me si sono battute per il riconoscimento di titoli, retribuzioni e onori. Bisogna comprendere che il campione è senza sesso, non ha bisogno di un tesserino per accertare il suo genere, ma lo dimostra sul campo.

Dopo la tua ultima gara olimpionica hai annunciato il ritiro dalle competizioni e sei diventata una deputata italiana al parlamento Europeo, un membro del CONI e membro CIO eletto, la prima donna italiana a ricoprire queste cariche; come la prima donna a conquistare la vetta dell’Everest. Quanto è difficile per una donna raggiungere alcune posizioni dirigenziali?

Effettivamente nella mia vita ci sono state tante prime volte. Sono stata la prima donna e atleta a livello internazionale a diventare membro eletto CIO, sostanzialmente il parlamento mondiale dello sport. Per cercare di cambiare qualcosa per te e per gli altri bisogna farlo ai tavoli dirigenziali. Ho aperto una porta importante, ma l’ho aperta troppo presto. Sono stata la prima donna in Friuli-Venezia Giulia eletta al Parlamento, certamente io sono atipica perché arrivo dal mondo dello sport e della dirigenza sportiva che hanno aperture mentali diverse, in quanto lo sport ha contatti con diverse Nazioni. Questa contaminazione l’ho portata anche nella politica, ma certamente la mia apertura si è scontrata con delle chiusure mentali maschili. Come donna si può dire che le difficoltà sono maggiori nel ricoprire certe posizioni, basta pensare che nella dirigenza sportiva non c’è una presidente donna in nessuna federazione italiane; ci sono le atlete, ma non ci sono le dirigenti. Nei vari settori troviamo difficoltà negli equilibri di genere, oppure di avere pari opportunità per esprimere nel lavoro quello che un maschio farebbe normalmente, invece una donna deve spiegare perché lo fa, non si dà per scontato che lo può fare. Essendo stata un’atleta ho avuto la possibilità di parlare anche per gli altri e così di accelerare i processi di riconoscimento dei livelli, perché non è entusiasmante sentirsi dire che “essendo una donna, tu vali di meno”.

A tutte noi, in particolare alle donne delle nuove generazioni, quale messaggio vuoi far arrivare?

Di essere sempre se stesse, perché questa è la nostra forza. Di essere libere di esprimersi, di pensare e di agire, di trovare sul loro percorso di vita qualche persona che mostri loro nuove aperture mentali. Una ragazza di adesso deve prendere coscienza, per capire il suo essere e l’area in cui vive o lavora. Questo pone tutte noi su una strada equilibrata, che vuol dire rispetto della propria dignità e quella degli altri. Spero che con i mezzi che ci sono adesso, le nuove generazioni comprendano come vogliono evolvere e dove vogliono andare. Hanno una forza interiore che deve solo esplodere. La grandezza delle donne, delle atlete è che hanno grandi energie per vincere. Una donna realizzata è soddisfatta, serena, tranquilla della propria vita.

Siamo in un momento molto delicato per le donne: un periodo, sfortunatamente lungo, fatto di abusi e omicidi… tu come lo vivi?

La vivo come una ferita; quando sento di questi atti ho dolore per tutte le situazioni che esistono nel segreto dei cuori delle donne che molte volte rimangono muti. Vivo un senso di impotenza, ma sono convinta che tutte queste situazioni, che fanno male a tutte noi, possano far capire a chi sta soffrendo di uscirne prima che sia troppo tardi, di avere il coraggio di cercare aiuto, di denunciare e di dire basta. Non deve essere assolutamente una condizione normale, perché certe azioni sono esecrabili.

Hai molti progetti e una causa che ti sta molto a cuore: le Portatrici Carniche. Dall’emozione che noto sul tuo volto, è un argomento che ti tocca: ce ne vuoi parlare? 

Con molto piacere, perché anche il Presidente Mattarella che le ha ricordare a Redipuglia. Sono figure poche conosciute, per fortuna tutto questo sta cambiando partendo proprio dalla culla della democrazia in Parlamento, Queste donne ora sono entrate nella memoria della grande storia, donne dalle quali trarre grande forza; sono un esempio per tutte noi. Io mi sento una Portatrice e sono nipote di una Portatrice Carnica, ma non ho mai saputo quello che realmente ha passato, la sua sofferenza e le angherie subite. Solo quando ho iniziato a documentarmi ho compreso certe sue frasi e atteggiamenti. Erano delle donne forti e audaci, che in un periodo storico importante per l’Italia, come la Prima guerra mondiale, hanno aiutato il Regio Esercito con coraggio e intraprendenza. I valori della donna che nelle Portatrici possiamo trovare, devono dare forza anche nelle situazioni di fragilità che a volte proviamo. A volte non possiamo cambiare tutto, ma possiamo mettere in moto un cambiamento. Assieme a un’amica, che poi saresti tu (ndr Stefania P. Nosnan), abbiamo aperto un sito www.portatricicarniche.it che è il sito ufficiale ed è nata anche la collaborazione per un romanzo che uscirà nei prossimi mesi.

Grazie Manuela per essere stata con noi, per averci aperto la porta sulla tua vita e sulle tue esperienze che sono state un “apripista” per le nuove generazioni.

 

 

Donne difendetevi dal terrorista psicologico!

Terrorismo psicologico:
“Metodo di intimidazione basato su una continua pressione psicologica finalizzata a influenzare i comportamenti e le opinioni delle persone.” 

Purtroppo le vittime più comuni di questo terrorismo psicologico sono le donne e la maggior parte delle volte questa oppressione si consuma tra le pareti domestiche.
L’intimidazione può arrivare da ogni membro del nucleo familiare, marito, padre, fratelli, figli.
Le donne considerate da anni, da uomini vigliacchi, il sesso debole, sono spesso costrette a sottostare a soprusi psicologici che trovano la loro espressione in minacce, svilimenti, insulti, umiliazioni fuori e dentro le mura della propria casa.

Il  genere di maschio che effettua il terrorismo psicologico su una donna, non è un uomo, è addirittura inumano. Sono persone (se così le vogliamo chiamare convenzionalmente…) che nascondono dietro questi atteggiamenti gravi frustrazioni e disagi inespressi. Persone che non sentendosi appagate dalla propria vita, si creano un loro mondo fatto di sudditi, ma che in realtà sono oppressi e loro ne sono i dittatori.
Questi dittatori psicologici effettuano ogni giorno violenza, attraverso le parole e i gesti quotidiani.
La persona oppressa alcune volte non riesce immediatamente a rendersi conto della situazione in cui si trova, attribuendo a se stessa parte della colpa.

I metodi usati sono crudeli. Il terrorista psicologico fa spesso leva sui punti deboli e sulle paure della persona che sta sottomettendo. Minaccia di renderle la vita impossibile, utilizza parolacce, insulti e umiliazioni per minare l’autostima della vittima fino ad arrivare a distruggerla completamente. Si approfitta delle donne che gli sono intorno, perché le ritiene deboli, perché non è capace di confrontarsi con il mondo esterno e così riesce a sentirsi  padrone di qualcosa.
Chi mette in atto questi atteggiamenti non è altro che un bullo.

I bulli sono terroristi delle emozioni.

Questa è violenza. La violenza non è solo fisica. Se qualcuno minaccia di usare violenza, anche se non lo fa nella pratica, sta già violentando la mente della vittima, e questa in quanto tale sta già subendo il trauma.
Le umiliazioni non sono tali solo se rese pubbliche. Le umiliazioni peggiori sono quelle che si consumano in privato, quelle che si insinuano nella psiche della vittima per renderla debole fino ad arrivare a credere agli insulti e agli svilimenti psicologici del proprio oppressore.
Se un uomo vi dice che non valete nulla, che non concluderete mai nulla di buono nella vita, che accanto a voi tutti soffrono, che nessuno vorrà mai starvi accanto, che siete il male del mondo e che gli avete rovinato la vita e lo farete con chiunque vi si avvicini, sta cercando di condizionarvi psicologicamente. Sta attuando una violenza psicologica.
Non credete a tutto questo e ripetete a voi stesse come un mantra che è solo un frustrato che cerca di chiudere anche voi nel suo mondo fatto di irrealizzazione e paura. Paura del confronto. E attribuisce a voi la colpa dei fallimenti della sua vita.

Allontanate da voi questa persona, se potete e se si tratta di un compagno o di un marito.
Se invece si tratta di un familiare che al momento non potete allontanare, siate forti, siate più forti di lui. Non fatevi scalfire. Ricordate che il terrorista psicologico non merita di essere nemmeno ascoltato.
Ricordate che sono persone che mirano a minare la vostra sicurezza e la vostra anima.
Cercate di farvi scivolare le sue parole come acqua e sedetevi tranquille. Fate altro. Pensate a voi stesse e alla vostra realizzazione personale. Quella che lui non otterrà mai davvero! Questa sarà la vostra migliore rivalsa nei confronti di chi ha cercato di rendervi una nullità sottomessa alla sua egemonia psicologica.
Un giorno li guarderete dall’alto, con il dovuto distacco, una sensazione che loro non proveranno mai, ossessionati come sono dal cercare di sottomettervi, non riusciranno mai ad essere veramente liberi.

Non lasciarti intimidire. Guarda avanti! Non soccombere! Tu sei più forte di lui, sei DONNA!

L’errore della lingua italiana

Viviamo nell’epoca di internet, delle notizie che viaggiano al secondo, della parola scritta che, dalle pagine stampate, è giunta su uno schermo a cristalli liquidi. Mai come nell’ultimo decennio, la parola scritta sta andando a sostituire l’oralità della lingua – e vedere una parola è ben diverso dal sentirla pronunciare. Quando si parla, gli errori – almeno in extremis – vengono perdonati, ci si passa sopra perché, si sa, si può parlare velocemente, in preda alle emozioni – e gli errori vengono accettati. Ma con la parola scritta, con le lettere digitate su una tastiera, la situazione è ben diversa. La parola scritta, a differenza di quella parlata, resta, continua a volare nell’etere digitale per mesi ed anni – e con sé anche ogni possibile errore che gli si voglia imputare.

Viviamo nell’epoca della parola scritta e del politicamente corretto – e solo ora la società sembra rendersi conto della profonda discriminazione sessista presente all’interno della lingua italiana.

Siamo italiani, viviamo in Italia, in un paese in cui solo nel dopoguerra le donne hanno avuto diritto di voto, dove solo nel ’48 le donne sono state dichiarate pari agli uomini, dove solo nel ’68 l’adulterio femminile non è più considerato reato. Siamo cittadini del mondo e ancora siamo costrette a parlare di disparità salariale, di molestie sul posto di lavoro o su un autobus, di licenziamenti per maternità.

Siamo donne – e la lingua italiana non ci aiuta a conquistare la parità.

Un cortigiano: un uomo che vive a corte.

Una cortigiana… una mignotta.

Un massaggiatore: un chinesiterapista.

Una massaggiatrice… una mignotta.

Un uomo di strada: un uomo del popolo.

Una donna di strada… una mignotta.

Un uomo disponibile: un uomo gentile e premuroso.

Una donna disponibile… una mignotta.

Un passeggiatore: un uomo che cammina.

Una passeggiatrice… una mignotta.

Uno squillo: il suono di un telefono.

Una squillo… dai, non la dico nemmeno. […]”

 

È stata Paola Cortellesi a esibirsi in questo monologo durante la premiazione dei David di Donatello del 2018… e sembra assurdo che – nel 2018! – si debba ancora sentire il sessismo all’interno di una lingua. Di una lingua antica, le cui radici affondano nel latino, la lingua dei sommi poeti fiorentini, delle grandi menti del Rinascimento. Di una lingua che, nel gergo comune, discrimina il sesso femminile.

Siamo nel 2018 e ancora non è uso comune usare le parole al femminile senza sentirsi insultati – e come dar torto? Viviamo in un mondo che, istituzionalmente, a livello profondamente formale, vedrà anche la parità tra uomini e donne; ma non a livello pratico. Viviamo in un’epoca in cui una donna deve battersi per diventare una professionista rispettata, che sia un avvocatessa, una dottoressa o una professoressa. Viviamo in un’epoca in cui una carica importante deve essere solo al maschile perché Ministro, Sindaco o Presidente sono sempre stati lavori da uomini – e che le donne facessero la casalinghe o le insegnanti elementari, con tutto il rispetto per le categorie!

Sinceramente, da profonda femminista quale sono, non riesco a dar torto ad una donna che diventa avvocato, medico o giudice, nonostante, essendo giornalista, la questione potrebbe riguardarmi ben poco. Se il mondo e la lingua italiana discriminano la donna non ponendole il giusto rispetto per la sua professionalità, come possiamo aspettarci di raggiungere – nel XXI secolo – la parità di diritti sotto ogni singolo aspetto della vita quotidiana?

Le donne, quelle che si battono, che affrontano il mondo a testa alta – tutte le donne! – lottano per essere riconosciute per quello che sono, per i sacrifici che hanno compiuto, per mostrare il proprio cervello prima del proprio corpo. E sì, si lotta per quel maschile, per quell’etichetta che, una volta, descriveva professioni a solo appannaggio degli uomini e di cui ora le donne si stanno appropriando. E non si deve discriminare una donna che ha detto a voce alta che ha lottato per diventare avvocat-O, che ha lottato per diventare Ministr-O… perché è qui che la lingua italiana sbaglia, è qui l’errore di Dante, Petrarca e Boccaccio: il femminile di alcune professioni, nonostante sia una battaglia della quale ogni donna dovrebbe farsi carico, porta ad una, seppur sottile, discriminazione, come a mettere un’ennesima etichetta su un qualcosa che dovrebbe essere normale – ma che, nel 2018, provoca ancora scalpore. E ben venga il maschile, allora, se questo vuol dire azzerare qualsiasi forma di sessismo… almeno nell’ambiente professionale (se ci si riesce).

P.S. Alla fine stiamo ancora attendendo un Presidente degli Stati Uniti donna.