Le confessioni di Mr Harrison di Elizabeth Gaskell

Un libro di Elizabeth Gaskell si riconosce subito perché sin dal primo momento, allo scorrere delle prime parole, predispone all’ascolto di una bella storia.

Le confessioni di Mr Harrison è un gioiellino nascosto tra le pieghe di una pubblicazione a puntate su una rivista di moda femminile, e chi meglio di un valente medico agli inizi della sua carriera poteva attirare l’attenzione e l’interesse di quel pubblico femminile?

Con un incipit che riecheggia non troppo da lontano quello di Orgoglio e Pregiudizio, Gaskell affidando la voce narrante allo stesso protagonista, ci racconta le vicende di Mr Harrison con un vero e proprio esordio favolistico:

C’era una volta un giovane e valoroso scapolo…”.

Pubblicato sei mesi prima di Cranford, Le confessioni di Mr Harrison è ambientato a Duncombe che si trova nella stessa regione letteraria di Cranford e vive delle stesse atmosfere descritte con identica deliziosa ironia.

Mr Harrison, in quanto scapolo e in quanto medico, piomba in mezzo alle amazzoni cugine delle comari di Cranford con lo stesso effetto dirompente della ferrovia in Cranford scombinando la tranquilla società di Duncombe, anche questa quasi tutta al femminile.

Tra pettegolezzi, equivoci e malintesi, il povero Mr Harrison dovrà barcamenarsi per difendere se stesso e il suo operato: signorine più o meno giovani che pensano di essere state illuse dai suoi modi premurosi e cortesi pretendono da lui che onori il suo presunto impegno. Come la vita è fatta di momenti gai e tristi, anche qui si passa dalla leggerezza del tema sempreverde della sistemazione matrimoniale alla dura realtà della malattia e della morte con cui la professione medica deve fare i conti.

Ma non voglio rovinarvi il piacere della lettura:

Il fuoco scoppiettava vivace. Mia moglie era appena andata al piano di sopra per mettere a letto il bambino. Charles sedeva davanti a me, era abbronzato, di bell’aspetto. Era bello già avere solo la certezza di poter trascorrere assieme qualche settimana sotto lo stesso tetto – un’esperienza che non ripetevamo da quando eravamo poco più che ragazzini. Mi sentivo troppo stanco per chiacchierare, così mi misi a mangiare noci mentre contemplavo il fuoco, ma Charles divenne smanioso. …

Ottima come sempre la pubblicazione delle Edizioni Croce, grazie all’introduzione di Michela Marroni e alla traduzione di Salvatore Asaro e Mara Barbuni.

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Intervista a Sara Grosoli, traduttrice e studiosa di letteratura d’epoca

Oggi faremo una chiacchierata con una persona molto speciale che come tante lavorano nell’ombra ma il cui contributo alla letteratura è prezioso per tutti noi. C’è un lato positivo dei social che è quello di annullare le barriere e mettere in comunicazione, o anche solo far conoscere, qualcosa o qualcuno che prima si ignorava. Ho iniziato a vedere il tuo nome, Sara Grosoli, in interventi interessanti e approfonditi fatti su alcune pagine tematiche da me curate e stabilire un contatto per sapere un po’ più di te è stato automatico, oltre che doveroso.

Poiché si intravede la tua matrice, che cos’è la Letteratura per te?

La Letteratura per me è la forma più alta d’espressione artistica e, contemporaneamente, uno strumento indispensabile per chi voglia esplorare in profondità la psiche umana.

Come è nato il progetto di tradurre proprio Hospital Sketches di Louisa May Alcott per L’Iguana editore?

Mi ha affascinato la determinazione della Alcott nel superare le barriere che dividevano i sessi nella società ottocentesca: non potendo partecipare in prima linea alla guerra civile, scelse di dare un fondamentale contributo sia come infermiera che come cronista (all’epoca i proventi del libro andarono alle famiglie dei caduti).

Quest’anno ricorre il 150mo anniversario della pubblicazione di Piccole Donne, ma secondo te Louisa May Alcott è molto più che l’autrice di questo classico senza tempo?

Sì, fu un’autrice poliedrica: la sua produzione è molto vasta e copre diversi ambiti narrativi. Purtroppo per molto tempo sono stati tradotti in italiano solo i libri che compongono il ciclo della famiglia March.

Senti di avere delle particolari affinità con le scrittrici che scegli di tradurre e quali?

Indubbiamente sento una profondissima affinità con l’universo letterario creato dalle sorelle Bronte: dopo aver tradotto le lettere di Charlotte e gli scritti di Anne (“A soul so near divine. Le carte di Anne Brontë”, Amazon Kindle Direct Publishing), in occasione del bicentenario della nascita di Emily ho tradotto i suoi saggi  (“Re Harold prima della battaglia e altri scritti”, Amazon Kindle Direct Publishing ). Successivamente, come volessi scoprire una quarta sorella Bronte, ho curato la prima edizione italiana delle lettere di Mary Taylor, una strettissima amica di Charlotte che fu viaggiatrice e attivista femminista (“Dal nuovo mondo. Lettere a Charlotte Bronte” di Mary Taylor, Amazon Kindle Direct Publishing).

Occupandoti di letteratura inglese, francese, russa, puoi individuare delle caratteristiche distintive per tipologia di appartenenza o c’è un filo comune trasversale che le lega tutte insieme?

È una domanda a cui è molto arduo rispondere. Le storie di questi Paesi sono state molto diverse quindi la loro letteratura nazionale presenta caratteristiche peculiari. Tuttavia nel corso del XIX secolo la letteratura europea fu caratterizzata da un’omogeneità stilistica ed ideologica indubbiamente favorita dal dominio sociale delle classi più abbienti e dall’incremento degli scambi culturali. Fu il Novecento a dividere drammaticamente, fra guerre, rivoluzioni e totalitarismi, le esperienze umane e artistiche degli abitanti di queste nazioni.

Sono convinta che non si possa amare veramente un’opera letteraria se non conoscendone la storia, il contesto, il lavoro che lo ha accompagnato. Penso che trasmettere e diffondere l’amore per un libro sia un modo di fare del bene al mondo e a noi tutti.

La piccola bottega di Parigi di Cinzia Giorgio #anteprima

La piccola bottega di Parigi

€ 10,00

eBook  € 2,99
Cop. rigida  € 10,00

Una delle autrici italiane più amate dalle lettrici


Dall’autrice del bestseller La collezionista di libri proibiti

 

 

Esce oggi in tutte le librerie e negli store online il nuovo romanzo di Cinzia Giorgio per i tipi della Newton Compton.

Mirtilla Amelia Malcontenta lo ha letto in anteprima per Pink Magazine Italia:

Ho appena finito il libro: mi sono scollegata dal mondo di internet, ho mangiato un boccone e chiesto alla mia famiglia un attimo per me. Queste sono le mie impressioni: “Andiamo a Parigi, ci porta Cinzia Giorgio. Sì, aprite il libro e viaggiate con lei… questo romanzo è infatti un viaggio in un antico e suggestivo atelier di Parigi. Il frusciare delle stoffe, un profumo inconfondibile di Chanel n.5 sono i protagonisti secondari di questo racconto, che ti fanno compagnia mentre scopri le sfaccettature della protagonista Corinne, delle sue nonne che l’accudiscono e la plasmano nella sua vita densa di ricordi struggenti e con i quali convive in un silenzio che fa rumore più di un tuono.

Corinne e Chanel… una vita riflessa dall’iconica grandezza della stilista, che è come la stella polare nel romanzo. È la sua forza che cattura e dona alla protagonista questa sua unicità. Io non vi racconto nient’altro… No, vi toglierei il gusto più squisito che dona questo libro: la scoperta e l’evoluzione della protagonista e della sua realtà familiare e lavorativa. Personale e professionale. Complimenti Cinzia, ci hai donato di nuovo un altro piccolo grande diamante da leggere e assaporare.

La piccola bottega di Parigi. Corinne Mistral è un giovane avvocato che non perde mai una causa. Vive a Roma e lavora presso il prestigioso studio legale della famiglia del fidanzato. Si sta dedicando anima e corpo a una causa molto importante quando la raggiunge la notizia della morte di sua nonna e dell’eredità che le ha lasciato: un atelier di alta moda a Parigi, nel bellissimo quartiere del Marais. Corinne parte immediatamente, decisa a sistemare il più presto possibile la faccenda e tornare poi al suo lavoro. Ma, una volta lì, resta affascinata dalla straordinaria storia di sua nonna, una donna che lei ha potuto conoscere pochissimo e che è stata persino allieva e amica della grande Coco Chanel. Il ritorno a Roma è rallentato ulteriormente dalla presenza dell’esecutore testamentario: qualcuno che Corinne conosce bene, troppo bene… Che non si tratti di un incontro casuale?

Un’eredità inaspettata
Un viaggio a Parigi
Un passato tutto da scoprire

Hanno scritto di lei:

«Cinzia Giorgio imbastisce sapientemente una storia tutta costruita sulla passione per la lettura dimostrandosi una scrittrice colta, che sa maneggiare molto bene la lingua e le parole.»
Leggendaria

«Cinzia Giorgio ha compiuto l’impresa: presentare nel panorama della contemporanea narrativa italiana un libro che costruisce un ponte tra romanzo storico, romanzo di formazione e romanzo d’amore.»
sulromanzo.it

 

Dea Mitica (in tutti i sensi)

La cosa bella dei miti è che non passano mai di moda. E non stancano mai.

Chi ha rubato il fuoco agli dei, e le vacche al dio Sole? Da quale fatto è nata la guerra di Troia, e perché Elena è fuggita con Paride?

Persefone può fuggire dall’Ade, oppure in fondo in fondo ama il suo sposo? Afrodite, la più bella, la più desiderata, riuscirà a non struggersi d’amore per Adone, e a fare in modo che lui non la lasci?

Quante volte abbiamo sentito queste storie, e quante le abbiamo raccontate, da bambini e da adulti. Eppure eccole pronte a stupirci, di nuovo.

La casa editrice DeAgostini ha pubblicato una selezione di miti in due volumi: Grandi lotte e avventure, e Dee ed eroine, nella collana (dal nome azzeccatissimo) DeA Mitica. La selezione è più che esaustiva, raccoglie le leggende più amate e ricche di significati, e lo stile  narrativo accattivante. E l’idea di creare in appendice una sorta di enciclopedia degli eroi e delle eroine, in cui indicare i loro valori come fossero quelli dei protagonisti di un gioco di ruolo, è davvero simpatica.

Ma soprattutto i due volumi sono arricchiti da splendidi disegni. I colori sapienti e il tratto rendono molto difficile staccare gli occhi dalla pagina. Complimenti a Fabio Mancini, l’illustratore!

Questi libri sono un modo perfetto per dare vivacità e corpo ai sogni di bambini a cui leggere e rileggere le avventure degli abitanti dell’Olimpo, ma non solo a loro. Chi ha detto che esiste un limite d’età per innamorarsi di Ulisse, o per galoppare in sella a Pegaso?

Virginia Woolf e i suoi contemporanei

Questa raccolta curata da Liliana Rampello dimostra come può sezionarsi e moltiplicarsi il ritratto di una scrittrice e di donna vista da diverse angolazioni, ciascuna capace di cogliere aspetti sfuggiti all’altra.

Un gioco di specchi è stato intessuto dalla scrittrice nell’introduzione -che vale da sola il libro tanto estremamente propedeutica e persuasiva-, perché l’immagine di Virginia si riflette nel ricordo dei suoi interlocutori che la rimandano ora con accenti di venerazione, ora di sguardo critico; allo stesso tempo scopriamo cosa lei pensava di loro, in un giro di frase preciso e tagliente come una stilettata dedicato a ognuno.

Come in un prisma che con le sue molteplici facce compone il poliedrico risultato finale, frutto della somma dei singoli apporti, ritroviamo una Virginia differente come zia, sorella, padrona di casa, scrittrice, editrice.

Diversi punti di vista offrono tantissime sfaccettature che ci restituiscono una Virginia Woolf dalla personalità complessa, smentendo giudizi pressapochisti che l’hanno etichettata come scrittrice malata o snob. Diretta e chiara come saggista tanto quanto poetica e visionaria come romanziera, rivive nelle testimonianze più disparate di coloro che frequentavano a vario titolo casa sua e del devoto marito Stephen, una donna piena di umanità, di contrasti, di luminosa malizia, di vitalità.

Il giudizio di E. M. Forster è il più illuminante secondo me:

Lei amava scrivere. […] Amava ricevere sensazioni -visive, uditive e gustative- che lasciava attraversassero la sua mente, dove incontravano idee e ricordi, per poi esprimerle di nuovo attraverso una penna o un pezzo di carta. A questo punto iniziavano i più grandi piaceri della professione di autore. Perché quelle note sulla carta rappresentavano solamente un preludio alla scrittura, poco più che segni su un muro. Bisognava combinarle, organizzarle, enfatizzarle in un punto, eliminarle in un altro, dovevano crearsi nuove relazioni, nascere nuove note, fino a quando, da tutte queste interazioni, scaturiva qualcosa, una cosa, una sola. Questa cosa, sia che fosse un romanzo, un saggio, un racconto, una biografia o uno scritto privato da leggere agli amici, se otteneva un buon risultato, era in se stessa analoga a una sensazione.

Il fiume della colpa di Wilkie Collins

Leggere Wilkie Collins è come bere un bicchiere d’acqua fresca tutto d’un fiato  e restarvi incollati in un giorno d’arsura.

Mentre si è intenti a divorare con avidità ogni particolare della storia, ci si rende conto che le varie tessere di quel puzzle si stanno componendo sotto ai nostri occhi in un incastro fatale.

Davanti a un romanzo di Collins non si può fare a meno di riconoscere che si tratta di un prodotto ben confezionato, in cui gli ingredienti di mistero e suspense sono stati magistralmente dosati e il narratore interviene a pungolare e sobillare anche i più sereni d’animo, che un qualche misfatto sta per compiersi ed è in atto un caso complicato che dovrà essere risolto.

Attenzione e interesse del lettore sono abilmente avvinti attraverso un sapiente centellinare indizi veri e falsi che, sparsi qua e là lungo il cammino, dovrebbero condurre alla soluzione del mistero.

Allievo del grande Dickens, grande a sua volta nel suo genere antesignano del poliziesco e del giallo, Wilkie Collins può considerarsi creatore di una narrativa sui generis che combina topoi del romanzo ottocentesco insieme a elementi nuovi, moderni, che coinvolgono il lettore e movimentano la rappresentazione drammatica.

L’incipit del libro contiene già sufficienti ingredienti per introdurre a un clima di attesa e paura solo grazie alla descrizione dell’intrico di rovi e alberi nel bosco lungo il fiume torbido, l’alone cupo dell’oscurità, l’aggettivazione negativa e abnorme.

Me ne stavo sulla riva del peggior torrente di tutta l’Inghilterra. La luce lunare dispensando il suo sereno fulgore allo spazio aperto, s’era ben guardata dal gettare la propria bellezza sulle acque indolenti di quel fiume ampio e fangoso.

Il protagonista della storia è anche la voce narrante che, avendo vissuto l’intera esperienza, guida il lettore nel ripercorrerla con un flashback di cui però gestisce le fila, le pause, le comparse sulla scena dei singoli personaggi.

Un giovane tenutario inglese, Mr Gerard ha ereditato tutto alla morte del padre ma avendo sempre studiato fuori, principalmente in Germania, ha perso il contatto con etichetta e usanze del suo paese. C’è la sua matrigna, Mrs Roylake, la donna sposata dal padre in seconde nozze, a curare i rapporti con il circondario mentre Gerard si fa trasportare dai ricordi alla casa sul mulino dove sua madre lo conduceva a giocare con una bambina strana e schietta, Cristel Toller, la figlia del mugnaio. Lì la ritrova ma insieme a una presenza inquietante, inquilino del cottage, che per avidità, suo padre ha deciso di alloggiare.

L’uomo è sordo e palesemente geloso di chiunque si avvicini alla ragazza. Tra i tre si innesca uno strano rapporto, Mr Roylake si sente inspiegabilmente attratto verso il cottage in direzione del quale indirizza tutte le sue passeggiate, disdegnando i rapporti mondani. L’inquilino ha un aspetto bellissimo ma nasconde orribili segreti e un passato di sofferenza.

Gradualmente, ma in un crescendo di ritmo e tensione narrativa, la visuale ingenua dell’epoca del narratore, ci porta a risolvere il mistero che si nasconde dietro agli strani comportamenti dell’inquilino e degli altri abitanti della casa sul mulino, sullo sfondo lugubre di Il fiume della colpa.

Daniel Deronda di George Eliot

Fazi riscopre i classici e riporta alla luce un capolavoro troppo a lungo dimenticato e che merita invece un posto in primo piano sugli scaffali delle librerie. Grazie alla scrittura della sua autrice, George Eliot, una scrittura profonda, mai scontata, pregna di significati e piena, Daniel Deronda deve considerarsi un classico a buon diritto anche perché evade tutti i criteri elencati da Calvino per rientrare in tale categoria, in modo particolare quello di essere una ricchezza inesauribile.

Pubblicato nel 1876, ultimo dei suoi romanzi, Daniel Deronda non esaurisce il soggetto principale della storia nel protagonista eponimo, ma nel grande e placido alveo del fiume della sua vicenda personale -che comunque rimane centro della scena, movente delle altrui azioni- scorrono come rigagnoli, affiancandolo, affluenti esterni rappresentati dalle storie degli altri personaggi di questo imponente dramma.

Seguendo un modulo narrativo caro alla scrittrice, ormai affezionata al suo pseudonimo maschile, in Daniel Deronda procedono due storie su un doppio binario, due storie che vengono a incontrarsi apparentemente per mere coincidenze fortuite.

Era bella o no? E quale segreta forma o espressione conferiva al suo sguardo quella qualità dinamica? Nel brillare dei suoi occhi dominava il genio del bene o quello del male? Forse il secondo, altrimenti l’effetto non sarebbe stato di irrequietudine, bensì di tranquillo sortilegio. E perché la brama di tornare a guardarla sapeva di costrizione e non di spontaneo assenso al desiderio da parte di tutto l’essere? La donna che evocava tali domande nella mente di Daniel Deronda era tutta presa dal gioco.

Questo è il famoso incipit del romanzo che si apre proprio con l’incontro tra Gwendolen e Daniel Deronda e farebbe pensare a un’insondabile attrazione tra i due che il lettore, anche se segretamente, non smette di augurarsi. Invece l’autrice si impegna a dimostrare che, appartenendo a mondi e valori troppo diversi, i due ragazzi non potranno mai incontrarsi e ancor meno stringersi in una relazione sentimentale.

La giovane e viziata Gwendolen deve ridimensionare le sue aspettative e se stessa dopo che la sua famiglia cade in rovina e accettare un matrimonio con cui sistemarsi. I suoi piani di ottenere autonomia economica e personale si devono presto scontrare contro un marito prepotente e vessatorio. Dall’altra parte c’è il giovane Daniel che, allevato da sir Hugo Mallinger, è alla ricerca di se stesso e delle sue origini. Di nobili principi e animo, egli salva una giovane ebrea dal suicidio, Mirah, ridotta in miseria e disperata per la ricerca del fratello, affidandola alle cure di una famiglia di suoi fidati conoscenti. L’incontro, apparentemente casuale di Deronda con il filosofo ebreo Mordecai segnerà l’inizio della vera conoscenza, nell’ambito di un disegno superiore perfetto che dà conto di tutte quelle che sembravano a un primo sguardo solo coincidenze.

Il libro ha l’onere di affrontare anche il tema del sionismo, da Eliot volutamente trattato dopo aver assistito a una lezione del prof. Immanuel Oscar Menahem Deutsch in Germania, per sconfiggere i pregiudizi inglesi sull’ebraismo, ma la gravità degli argomenti toccati è stemperata dalle storie dei personaggi che gravitano intorno a esso nella complessità delle relazioni umane e nel loro -sempre sorprendente- reticolato di coinvolgimenti tra casualità e destino.

Leggere George Eliot è un’esperienza totalizzante, è come entrare in un mondo di cui sentirsi parte, per tutto il tempo della lettura e anche oltre, la cui influenza rivive nelle pieghe della memoria. Oltre che nella sua impalcatura, quest’opera trasuda erudizione da tutti i pori (vedi le citazioni premesse a ogni capitolo a scandire la narrazione) ma allo stesso tempo è un pregevole studio anche della psicologia umana, per come scandaglia l’animo e i pensieri dei vari personaggi che in definitiva non si può fare a meno di amare così come sono, con i loro limiti e le loro debolezze.

Nel cuore di Jane – Ri-leggendo Persuasione

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Beatrice Battaglia rilegge Persuasione, l’ultimo romanzo compiuto di Jane Austen. L’unico in cui parla d’amore senza filtri e senza ricorrere alla sua notoria ironia.

Si è parlato molto della quota autobiografica inserita da Jane Austen nella creazione delle sue eroine e Anne Elliot è quella che maggiormente sembra rappresentarla ed esprimere tutto il suo rimpianto per l’amore della vita perduto.

Dopo un viaggio a ritroso nelle sue opere precedenti, analogo a quello percorso dalla prof. Battaglia, con il suo romanzo Nel paese degli amori maledetti -che altro non è se non la sua personalissima versione di Persuasione-, Jane Austen è pronta a parlare di “quella passione, quel desiderio che la società patriarcale con i suoi valori le ha negato”.

Scomparsa la leggera risata di Elizabeth e archiviata la verve dissacrante e irriverente di Mary Crawford, la scrittrice si astiene da qualsiasi intervento o commento e la lettrice rimane sola a identificarsi con Anne attraverso la quale vede e sente identificandosi completamente con le sue emozioni, i suoi sussulti, i suoi sentimenti.

Improvvisamente giunge la consapevolezza che Jane Austen non poteva parlare di amore, come fa in Persuasione, con quegli accenti accorati e struggenti, se non avesse amato e perso. Persuasione è la più bella e sincera rappresentazione dell’amore femminile. E quando chiudiamo il libro, e avvertiamo un’ombra a oscurare quel lieto fine, non è la tristezza di Anne che sentiamo, ma è perché intravvediamo le lacrime dell’autrice, scrive il poeta Harold Bloom.

Una Beatrice Battaglia decisamente ispirata individua il giusto registro lirico che conduce irrimediabilmente ad amare ancora di più -se possibile- questo romanzo e la sua autrice.

Dopo aver ammesso di aver sempre tralasciato, nelle sue analisi, Persuasione, la studiosa sceglie questo particolare momento della sua vita per rileggerlo e lo fa raggiungendo vette di struggente poesia:

Ma qui, in Persuasion, è il grande amore perduto per sempre. E che era il grande amore, te ne puoi accorgere solo quando l’hai perduto; solo quando il passare del tempo ti dice che l’hai perduto per sempre.

Fa parte del volume anche una sezione intitolata Austeniana che comprende gli atti di una conferenza tenuta dalla stessa professoressa Battaglia a Mirandola nel febbraio 2017 e delle recensioni di opere critiche inglesi.

Un saggio che non può mancare nella biblioteca personale di ogni janeite che si rispetti e di cui ringrazio, lusingata, Beatrice Battaglia. E ora, tutti a ri-leggere Persuasione!

http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=6761

 

Addio a Philip Roth

Di solito non scriviamo articoli commemorativi, ma la morte di uno dei grandi della letteratura contemporanea ci ha scosso e ci ha lasciato con un senso di perdita tale da non poter tacere.

Preferiamo però non dire noi qualcosa su di lui, ma lasciare che le parole di Philip Roth siano il nostro modo di dirgli: “Arrivederci”

Rimane il fatto che, in ogni modo, capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Be’, siete fortunati.

Pastorale Americana

L’unica ossessione che vogliono tutti: l’amore. Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso. O te ne sbarazzi o lo incorpori con un’autodistorsione. Ed è quello che hai fatto e che ti ha ridotto alla disperazione.

L’animale morente

Sotto gli alberi di Thomas Hardy

Anteprima Fazi Editore

Oh felice Hardy! Chi l’avrebbe detto che anche tu nascondevi un lato così leggero e ilare. In Sotto gli alberi c’è lo sguardo divertito e affascinato di chi guarda con tenerezza e un po’ di nostalgia a un passato che si è perso, a un piccolo mondo che è andato perduto.

Il libro si apre con uno strampalato corteo di figurine che si addentrano come silhouette nel bosco, lungo il sentiero che conduce alla casa del carrettiere per brindare con il sidro nuovo, appena spillato.

Mai avrei potuto immaginare un sentiero più magico di quello di Mellstock, attraversato dal coro dei cantori tra gli alberi argentati splendenti nella notte della vigilia di Natale.

Il crepitare delle fiamme nel focolare e l’aroma del vischio di cui è addobbata la casa del carrettiere giungono fin qui a rallegrare l’animo e a riscaldare il cuore.

Li sentiamo discorrere e vantare la maggiore o minore celestialità dei loro strumenti:

“Per quanto riguarda l’aspetto”, disse il carrettiere, “non mi sembra che un violino sia molto più vicino al regno dei cieli di un clarinetto. Anzi è ancora più lontano. Nell’aspetto di un violino c’è sempre quel qualcosa di vizioso e canagliesco che fa pensare che il Maligno ci abbia messo le mani; invece i clarinetti li dovrebbero suonare gli angeli del paradiso o qualcosa del genere, sempre che uno voglia credere ai dipinti”. […]

E nel silenzio vediamo perdersi i loro discorsi in un disegno superiore:

Nelle pause della conversazione si avvertiva oltre il soffitto la presenza di un piccolo mondo di sommessi rumori e scricchiolii generati dagli zoppicanti ingranaggi dell’orologio, un mondo che non si era mai spinto più in là della torre campanaria in cui erano nati, sollevando nelle menti più meditative la suggestione che proprio di lì passasse il sentiero del tempo.

Delizioso racconto, giocato sull’incastro di due storie, quella del coro che viene estromesso dalla chiesa dal nuovo vicario deciso a soppiantarlo con il più moderno organo, e quella del corteggiamento di Dick a Fancy, la graziosa e ricca maestra, grazie a un magistrale dosaggio di tempi e cambi di scena perfettamente teatrali, suggeriti dai lunghi scambi di battute e dalle descrizioni evocative.

Croci e delizie del corteggiamento ci vengono presentate ora con la frenesia e l’eccitazione della danza, ora con gli appostamenti furtivi a caccia di un incontro rubato dell’innamorato silenzioso Dick, figlio del carrettiere:

Il saluto amichevole che risultò da questo incontro venne considerato un elisir tanto prezioso che Dick prese a passare ancora più spesso e, quando ormai aveva quasi scavato sotto il recinto il solco di un piccolo sentiero, che non c’era mai stato, venne premiato con un vero e proprio incontro frontale sulla strada dinanzi al cancello.

Al di là dell’intreccio condotto con soavità e disincanto, il mondo della campagna inglese è riprodotto così bene con i suoi aneddoti, le usanze, la mentalità della gente semplice in splendidi dialoghi (come quello tra padre e figlio sulle pene d’amore), con un realismo disarmante e poetico a tratti.

Doveva essergli ben familiare una casa del genere se Hardy ce ne lascia una descrizione così vivida e luminosa:

Un ricciolo di fumo saliva dal camino andando a cadere sopra il tetto come una piuma azzurra sul cappello di una signora e il sole splendeva obliquo sullo spiazzo erboso dinanzi alla casa, riflettendo la sua luce oltre la soglia aperta e su per le scale dirimpetto, illuminando il dorso degli scalini con un radioso riverbero verde e lasciandone in ombra la parte superiore.

Traspare l’amore e il trasporto di Hardy per quell’angolo di Inghilterra legato ai ricordi e agli affetti di infanzia che non a caso comincia a pensare a questa novella dopo la morte del padre che si chiamava anche lui Thomas e che era uno degli ultimi cantori a Stinford.

Pubblicata nel 1872, quando Hardy poco più che trentenne, voleva tenacemente affermarsi nel mondo della letteratura come scrittore, venne accettata, dopo Estremi rimedi, dall’editore Tinsley. Anche se questo genere di racconto non era molto in linea con le politiche editoriali rivolte preferibilmente ai sensation novels, Tinsley lo accettò in ragione della sua incondizionata fiducia nel genio di Hardy che qui racchiude le sue migliori qualità di narratore di un pastorale idillio e di un umoristico “rural sketch” (come lo definisce il prof. Francesco Marroni, nella sua recensione a Under the greenwood tree, contenuta nella “Rivista di Studi Vittoriani” Anno XVIII-XIX Luglio 2013-Gennaio 2014 Fascicoli 36-37, che ha molto gentilmente messo a mia disposizione).

Come documento dei tempi andati, verso cui trasmette tutta la sua nostalgia e il suo amore, Hardy guarda al passato e ai luoghi della sua infanzia come ad armoniche e incrollabili certezze, eleggendo se stesso a storico del Wessex per narrarne le storie senza tempo, partendo da un microcosmo di rurale dettagliatamente descritto e particolareggiato, nella topografia e negli stili di vita. Rimane l’antica contrapposizione tra presente e passato che fa guardare con accenti sentimentali pacifici, ancora ignari di quando la natura assumerà quell’aspetto minaccioso e lugubre presago di qualche disgrazia incombente sui miseri umani. Ignari ma tristemente consci di alcune stonature, che non sono quelle musicali.

L’antagonismo sotteso alla latente conflittualità sociale preannuncia i suoi futuri sovvertimenti: se istintivamente facciamo il tifo per Dick affinché riesca a conquistare l’amata, in fondo però sappiamo che l’onesto ragazzo di campagna è considerato solo la terza scelta rispetto agli altri due partiti migliori di lui e la vittoria che riporta su Fancy è guastata da questa frustrante consapevolezza.

Se è vero che quando il lettore chiude il libro non necessariamente è l’ultima pagina a rimanergli in mente, è vero anche che questo apparente lieto fine lascia l’amaro e il lettore avverte in quel segreto di Fancy la stonatura al coronamento di un sogno d’amore perfetto che comincia già con un’incrinatura e non lascia presagire nulla di buono per la coppia di neo sposi. Con Sotto gli alberi comincia a insinuarsi quella malinconica rassegnazione tipica della visione esistenziale di Thomas Hardy  secondo la quale non bisogna mai fermarsi alle apparenze perché le cose non sono mai come sembrano.