La Primula Rossa #Anteprima

Parigi, anno di grazia 1792. Il Regime del Terrore semina il caos. I “maledetti aristos”, sventurati discendenti delle famiglie aristocratiche francesi, vengono mandati a morte dall’implacabile tribunale del popolo: ogni giorno le teste di uomini, donne e bambini cadono sotto la lama della ghigliottina. Ma in loro aiuto interviene un personaggio inafferrabile e misterioso, il quale, attraverso rocambolesche e ingegnose fughe, riesce a portare oltremanica i perseguitati del regime, nella libera Inghilterra. Dietro di sé non lascia tracce, se non il proprio marchio: un piccolo fiore scarlatto, che gli varrà il soprannome di Primula Rossa. Ma quale identità si cela dietro questo pseudonimo? Chi è l’audace salvatore, disposto a rischiare la propria vita in nome della nobile causa? L’incognita ossessiona l’astuto e crudele funzionario del governo francese Chauvelin e affascina l’alta società inglese: ma la soluzione del mistero si rivelerà tanto insospettabile quanto geniale. “La primula rossa”, primo di un ciclo di romanzi scritto da Emma Orczy, è stato pubblicato nel 1905.

“La Primula Rossa, Mademoiselle, è il nome di umile fiore inglese che cresce ai margini delle strade, ma è anche il nome scelto per celare l’identità dell’uomo migliore e più coraggioso al mondo, in modo che le nobili imprese che decide di compiere possano avere maggior successo.”

In questo romanzo, da oggi in libreria, troverete tutta la bellezza universale di quei libri che diventano “classici” della letteratura.

Lo stile narrativo vi lascerà spiazzati, abituati a nuovi stili di racconto, ma questo non inficia il coinvolgimento del lettore, al contrario renderà questa avventura letteraria ancor più coinvolgente.

Per noi ragazzini degli anni ’90 cresciuti a pane, Lady Oscar e Tulipano Nero, la Primula Rossa è davvero un tuffo nel passato che scalda il cuore. Un antieroe che lascia come firma una primula rossa nel contesto della rivoluzione francese, non può non affascinare giovani e meno giovani, lo potremmo definire un fantasy dal carattere vintage.

L’occasione giusta, con questa nuova traduzione, per regalarlo ai lettori più giovani sempre in cerca di avventure coinvolgenti e ai lettori meno giovani che ne sapranno riscoprire la magia.

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Ritratto della scrittrice da giovane, Virginia Woolf con un saggio di Nadia Fusini. Utet Edizioni

Risultati immagini per ritratto della scrittrice da giovaneUna raccolta davvero sorprendente di lettere che mostrano, senza filtri e ipocrisia, gli entusiasmi e i momenti tristi di una ragazza nel pieno della sua giovinezza. Ma si tratta assolutamente di una ragazza fuori dal comune.

Sembra di sbirciare dal buco della serratura di quella che è la vita privatissima della giovane Virginia Stephen e nei suoi pensieri più intimi. Conquista con la sua simpatia per come sa essere spiritosa nelle lettere del primo periodo, divertente e divertita dalle sue amicizie e conoscenze le cui idiosincrasie e peculiarità coglie con sguardo irriverente, spesso ricorrendo a somiglianze e similitudini zoomorfe.

Mi ricorda un altro epistolario dove l’ironia sempre vigile interviene puntualmente a salvare dall’autocommiserazione e l’intelligenza vivida è pronta a colpire a ogni giro di frase. Anche Jane Austen riserva la stessa vena caustica ai difetti altrui e per il cambio di tono che dall’esuberanza giovanile passa attraverso le dure prove della vita stemperandosi in malinconico-crepuscolare, rimanendo sagace. Anch’ella si rivela una corrispondente esigente, che riesce a scrivere e a toccare svariati argomenti con la stessa velocità con cui ne discorrerebbe a voce, e che infine, diventa esperta dell’arte della composizione epistolare:

Una lettera dovrebbe essere limpida come una pietra preziosa, uniforme come un guscio d’uovo, e trasparente come vetro.

Molto interessante è scoprire e seguire anche i primi passi mossi nella sua carriera da scrittrice a cominciare dall’amore spasmodico per i libri e lo studio, passando per le recensioni e all’insegnamento, fino ad approdare alla tanto sospirata e faticosa scrittura.

Desidero tanto una grande stanza tutta per me, piena di libri e nient’altro, in cui possa rinchiudermi, senza vedere nessuno e leggere fino a calmarmi completamente.

Risulta incredibile assistere alle stesse incertezze e paure che assalgono una scrittrice alle prime armi, la ricerca continua di pareri e rassicurazioni, come quando domanda all’amica Violet Dickinson:

Nessuno s’interessa molto -e perché dovrebbe?- a quel che scribacchio. Credi che arriverò mai a scrivere un libro veramente buono. Ad ogni modo, me la cavo decisamente meglio di prima, anche se ci sono ancora zone tremendamente scoperte e sterili.

Capace di grandi slanci e profondi affetti, tradisce il suo fortissimo bisogno di sentirsi amata, abbarbicandosi come un’edera ai rapporti interpersonali che tesse con lettere dall’ammiccante tono confidenziale. Lucida fino alla follia, cammina in bilico sul filo della consapevolezza lasciandosi cadere ogni tanto:

Il mondo degli esseri umani va facendosi troppo complicato, mi meraviglio soltanto che non si riempia di un maggior numero di manicomi: molte cose, nella visione della realtà dei folli, sono condivisibili. Dopo tutto è forse quella la visione equilibrata, e noi, tristi, assennati e rispettabili cittadini, non facciamo che delirare ogni istante della nostra vita, e meriteremmo d’esser rinchiusi per sempre. Con questo caldo la mia melanconia primaverile matura, e diventa follia estiva.

Il forte legame coi fratelli, il sodalizio culturale instaurato al n. 46 di Gordon Square di Bloomsbury, i viaggi in Europa, i soggiorni estivi al mare, suo grande amico. Scrive dalla pensione della signora Turner a Giggleswick nello Yorkshire:

La mia vita qui è d’una austerità da Grecia antica, bellissima: potrebbe entrare, pari pari, in un bassorilievo. Come puoi immaginare, non mi alvo mai, e non mi pettino; percorro la brughiera selvaggia a passi enormi; declamo odi di Pindaro, balzando di roccia in roccia; esulto nell’aria che un po’ mi schiaffeggia e un po’ mi accarezza, come un padre severo ma affettuoso! Una specie di Stephen brontizzata quasi bella come l’originale.

Assillata dai discorsi di matrimonio che la cerchia di parentele e conoscenze dalla morte di Thoby va facendo nemmeno tanto velatamente, affinché si sistemi, la rendono nervosa e irritabile:

Tu almeno non sei costretta a batterti con oscene vecchiacce e signorine dai becchi grondanti di sangue che ti consigliano di sposarti. Da sei mesi a questa parte è questa la mia penitenza.

Rifiuta diverse proposte per poi accettare con straordinari disincanto e sincerità, quella di Leonard Woolf:

 Gli ovvi vantaggi del matrimonio mi impediscono di prendere una decisione. Mi dico: in ogni caso con lui sarai abbastanza felice, ti darà la sua amicizia, dei bambini, una vita attiva -ma poi mi dico anche: per Dio, mi rifiuto di fare del matrimonio una vera professione. … non so cosa ci porterà il futuro. Ho quasi paura di me stessa… Dunque un momento son quasi innamorata, voglio che tu sia sempre con me, sappia tutto di me, e un attimo dopo sono selvatica e distante. A volte penso che sposandoti avrei tutto… ma poi… Ci sono dei momenti -l’altro giorno quando mi hai baciata per esempio- in cui non sono più sensibile di un sasso. Eppure son quasi sopraffatta dall’affetto che mi dimostri. E’ una cosa così concreta, strana. Perché dovresti volermi bene?

Purtroppo il finale lo conosciamo tutti, con la sua immensa tristezza. Per fortuna nel mezzo ci sono stati i suoi romanzi indimenticabili con cui ci ha lasciato la parte migliore di sé.

Fabbricare ombre e coltivare querce: i consigli di Luigi Malerba

Luigi Malerba è probabilmente uno degli autori più interessanti e originali del secondo Novecento italiano. Nei suoi Consigli inutili (Quodlibet) sono raccolti una serie di suggerimenti grotteschi e stravaganti per chi abbia tempo da perdere. Fin dal prologo Malerba rileva che non ha senso attribuire al lavoro un ruolo privilegiato quando tutti sappiamo benissimo che l’ozio è il massimo produttore di idee, e quindi di civiltà.

Date queste premesse, ci si può immaginare che genere di consigli inutili potranno seguire. Si comincia con un elogio dell’ombra, la nostra compagna più fedele e discreta: “Di lei puoi fidarti, non tradirà mai un segreto che le hai confidato, da lei non dovrai temere né tradimenti né pettegolezzi” (p. 35).

Ci sono poi preziosi suggerimenti su come coltivare querce – un’attività decisamente a lungo termine – e su come produrre un fango degno di questo nome: non la vile fanghiglia delle pozzanghere, ma una mota che ricordi “la nobiltà delle fertili sedimentazioni dove sono nati i primi insediamenti umani e le prime civiltà” (p. 26). Con un buon fango, suggerisce l’autore, si può modellare anche un’immagine a propria somiglianza e provare a soffiarci sopra: non si sa mai…

Non mancano consigli per gli scrittori, ai quali si suggerisce di evitare romanzi troppo malerbalunghi per non suscitare uno spontaneo raffronto con Guerra e pace o con il Don Chisciotte. Per ogni argomento Malerba ha pronta un’osservazione o una battuta, nella consapevolezza che non bisogna farsi troppi problemi a esternare i propri pensieri: se ogni volta ci si preoccupasse delle conseguenze che potrebbero scaturire da una battuta o da una sua cattiva interpretazione, si finirebbe infatti per restare in silenzio tutta la vita.

Ai consigli inutili fanno seguito anche alcune biografie immaginarie, divertenti e altrettanto inutili. Basti ricordare quella del buffone Callipide, che “viene ricordato nelle storie del teatro per essere riuscito, dopo estenuanti esercizi, a far mostra di correre senza muoversi dal punto dove si trovava. Non sapeva fare altro” (p. 132).

Dopo aver letto questo manualetto di Malerba, non ci resta che andare in giardino a piantare la nostra prima quercia.

Arthur Lombardozzi

Chi è la donna vestita di bianco?

Nell’Inghilterra vittoriana riscuotevano un grande successo le sensation novels, vale a dire quei romanzi rivolti al grande pubblico nei quali, come negli odierni thriller, abbondavano misteri, colpi di scena e avvenimenti sorprendenti.

fazi_-_la_donna_in_biancoForse il più noto in assoluto fra questi romanzi fu The Woman in White (La signora in bianco) di Wilkie Collins. Pubblicato inizialmente a puntate nel 1859 sulla rivista All the Year Round diretta da Charles Dickens, di cui Collins era amico, il romanzo uscì anche in volume nel 1860 e le mille copie iniziali furono tutte vendute nel giro di 24 ore.

Il successo del romanzo fu tale che a Londra vennero messi in vendita in quegli anni vestiti bianchi e cappelli analoghi a quelli indossati dalla protagonista del libro, oltre a un profumo e a un tema musicale esplicitamente ispirati al romanzo. D’altra parte già nel 1859, quando The Woman in White stava uscendo a puntate e non si conosceva ancora la conclusione della storia, tra gli argomenti più discussi nei salotti londinesi c’erano proprio le varie ipotesi sul possibile scioglimento della vicenda. Per non parlare di quei lettori che si convinsero della reale esistenza della signora in bianco e scrissero ai giornali offrendosi di sposarla. Il libro di Collins scatenò insomma un  vero e proprio fenomeno editoriale e culturale.

Ma di cosa tratta la vicenda che tanto appassionava gli inglesi in quegli anni? Al centro della trama c’è una misteriosa donna vestita di bianco che il giovane Walter Hartright incontra a tarda sera in una strada solitaria alla periferia di Londra. Chi è questa donna e perché si è avventurata da sola e di notte in una zona poco frequentata? Intorno a questa enigmatica figura si snoda una complessa serie di eventi che il lettore apprende dalla voce di diversi personaggi, finché il puzzle riesce infine a comporsi.

Chi volesse oggi appassionarsi alla vicenda narrata da Wilkie Collins potrà leggere il testo inglese originale edito da Wordsworth, oppure avvalersi della recente traduzione italiana di Stefano Tummolini (La signora in bianco, Fazi, Roma 2015). Da riscoprire.

La Tunica

Ci siamo meravigliati, ma non troppo, quando in redazione sono arrivate moltissime richieste di rispolverare e riparlare del romanzo storico The Robe (La Tunica) scritto dal pastore luterano statunitense Lloyd C. Douglas. La genesi editoriale di questo libro è di per sé una storia da raccontare. Dato alle stampe nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, il romanzo ottenne fin da subito un notevole successo.

Lloyd C. Douglas aveva cominciato la sua carriera letteraria dopo i cinquant’anni, quando aveva lasciato il suo ministero per dedicarsi alle lettere. Tuttavia le tematiche che affrontò nei suoi saggi e nei suoi romanzi ebbero tutte a che vedere con il suo passato di ministro di Dio. All’apice della sua popolarità, Douglas ricevette una lettera da parte di una sua ammiratrice, Hazel McCann, che faceva la commessa di un grande magazzino nell’Ohio. Hazel scrisse a  Douglas chiedendogli che fine avessero fatto gli abiti di Gesù dopo la crocifissione. Era la scintilla creativa che Douglas aspettava per scrivere The Robe. Douglas mandò anche a Hazel il manoscritto, capitolo per capitolo, per avere un parere dalla sua musa ispiratrice.  Quando finalmente i due si conobbero, nel 1941, Douglas decise di dedicarle il libro.

Il romanzo narra le vicende del tribuno Marcello Gallio, che ha un alterco con  Gaio, figliastro del vecchio imperatore Tiberio. Il giovane tribuno, dotato di un forte spirito critico e un alto senso della giustizia, viene “promosso” e  inviato in Palestina, nella sudicia cittadina di mare di Minoa, dove si trova la guarnigione romana più tremenda di tutte quelle presenti in Palestina. A questi legionari, giunti a Gerusalemme per dare man forte alle altre guarnigioni durante la Pasqua,  viene dato l’incarico di crocifiggere un ribelle sognatore, tale Gesù di Nazareth.

Ubriachi fradici, Marcello e il suo sottoposto Paolo si giocano la tunica del Galileo che dalla croce li perdona. Marcello rimane colpito da quell’uomo, e si sente sempre più a disagio. Dopo un lungo periodo di depressione che lo porta sull’orlo del suicidio Marcello tocca, sono trascorsi ormai molti mesi, la Tunica di Gesù e sente di avere una missione da compiere: redimersi dal peccato di aver crocifisso un innocente. Comincia a indagare sulla vita del Galileo, con l’aiuto del suo fedelissimo schiavo greco Demetrio. Incontrerà lungo il suo cammino Pietro, Stefano, Giovanni e molti di coloro che avevano conosciuto Gesù. La sua indagine su quel giusto a cui Marcello si sente sempre più vicino, lo porterà alla conversione.

the-robe-movie-poster-1953-1020510685Dal romanzo è stato tratto il Colossal hollywoodiano The Robe, del 1953, vincitore di ben due premi Oscar,  con un cast stellare: Richard Burton nel ruolo di Marcello, Jean Simmons in quello di Diana, Victor Mature nel ruolo di Demetrio e infine Richard Boone, che interpreta Ponzio Pilato.

Perché non se ne parla più? In Italia il romanzo  La Tunica è stato ripubblicato di recente dall’editore Castelvecchi, che però non gli ha fatto un favore. La traduzione è antiquata e l’edizione è piena di refusi, alcuni dei quali insopportabili. Un vero peccato, perché il romanzo vale appieno il successo che aveva avuto negli anni Quaranta. Douglas era stato osannato come un novello Walter Scott e rammarica molto che se ne siano poi perse le tracce.

 ”Tu sei già molto avanti con la fede!” disse Pietro con veemenza “Qualsiasi colpa tu abbia commesso non potrà mai reggere al confronto con il mio peccato. Per alleviare il tuo peso, ti rivelerò il mio: io l’ho rinnegato tre volte.” Pietro si coprì il volto e poi alzò lo sguardo: “E ora dimmi cosa sai di Gesù”. Marcello non ripose subito e quando aprì la bocca sentì se stesso dire: “Io l’ho crocifisso…”.

De Amicis maestro dell’horror

Ogni volta che riprendo in mano il libro Cuore (1886) di Edmondo De Amicis mi stupisco di come possa essere stato considerato una lettura adeguata e istruttiva per gli allievi delle scuole elementari. A parte ogni considerazione sulle tirate guerrafondaie che esaltano l’esercito e il sangue versato per la patria, nel libro Cuore sono presenti con grande abbondanza descrizioni orripilanti, narrazioni agghiaccianti e anche un certo compiacimento nell’insistere su particolari macabri.

Già in data 21 ottobre, scrive il protagonista Enrico sul suo diario: “L’anno è cominciato con una disgrazia”. Si tratta del valoroso scolaro Robetti che, per salvare da un investimento un compagno più piccolo, è finito con un piede sotto una ruota dell’omnibus. Ma questo è niente rispetto alle ammonizioni che il padre rivolge a Enrico nella successiva giornata del 2 novembre, quando lo esorta così: “Sai quanti uomini si piantarono un coltello nel cuore per la disperazione di vedere i propri ragazzi nella miseria, e quante donne s’annegarono o moriron di dolore o impazzirono per aver perduto un bambino? Pensa a tutti quei morti”.

È lo stesso padre buontempone, si fa per dire, che all’apparire della prima neve, quando Enrico ne gioisce e gioca con gli amici, gli ricorda torvo: “Ci sono centinaia di scuole quasi sepolte fra la neve, nude e tetre come spelonche, dove i ragazzi soffocano dal fumo o battono i denti dal freddo, guardando con terrore i fiocchi bianchi che scendono senza fine. […] Voi festeggiate l’inverno, ragazzi. Pensate alle migliaia di creature a cui l’inverno porta la miseria e la morte”.

C’è poi il vecchio moribondo nel racconto mensile L’infermiere di tata, la cui agonia è descritta minuziosamente: “Il suo viso diventava color violaceo, il suo respiro ingrossava, gli cresceva l’agitazione, gli sfuggivan dalla bocca delle grida inarticolate, l’enfiagione si faceva mostruosa”. Per non parlare poi del passo sui bambini rachitici o di quello, addirittura grottesco, in cui il padre – ancora lui – ricorda a Enrico i suoi doveri morali verso i più deboli con una barocca elencazione di vecchi cadenti, accattoni, storpi, ciechi, rachitici, muti, orfani, famiglie in lutto, prigionieri incatenati, lettighe d’ospedale e funerali: come ha osservato il critico Tamburini, sembra che il quartiere dove vive Enrico a Torino sia un lazzaretto o una corte dei miracoli.

Ma l’apoteosi dell’orrido si raggiunge con il racconto mensile Sangue romagnolo: ricordo ancora il viso atterrito dei miei compagni delle elementari mentre la maestra ce lo leggeva ad alta voce. Il gesto eroico del piccolo Ferruccio, che fa scudo con il suo corpo per proteggere dal colpo mortale di un assassino l’amata nonna, ricevendo lui la fatale pugnalata, sarà probabilmente rimasto negli incubi di parecchie generazioni di scolari.

Senza condividere gli eccessi di Arbasino, che ha ravvisato nel libro Cuore una tendenza pedofila e sadica che raggiunge il suo acme solo con la morte (possibilmente violenta) di un bambino, non si può tuttavia trascurare la presenza di numerosi aspetti orrorifici nella narrazione del De Amicis. Il libro Cuore è ancora oggi una lettura per molti versi interessante, ma come Vangelo delle scuole elementari ci appare quanto meno inappropriato.

Arthur Lombardozzi

Una ghirlanda per ragazze

Una ghirlanda per ragazze – Louisa May Alcott – Trad. Riccardo Mainetti – Flower-ed – Roma, 2017

Nel gennaio del 1887, Louisa May Alcott si trasferì in una casa di cura a Roxbury, nel Massachusetts, appena fuori Boston; mangiava male e spesso aveva un sonno irrequieto che non la lasciava riposare: erano entrambi gli effetti del mercurio. Le mancava la sua famiglia e soffriva le loro mancate visite.

Durante questo periodo, che lei stessa definisce di forzato isolamento, deve aver composto i racconti intitolati Garland for girls. Una ghirlanda per ragazze: è una raccolta pubblicata nel 1887, diciannove anni dopo Piccole donne e oggi Flower-Ed la inscrive nella sua collana di Five Yards che ospita testi classici della letteratura inglese e americana, come in questo caso. Mai apparsa in italiano, Una ghirlanda per ragazze è stata tradotta da Riccardo Mainetti e ci riporta a quel tenero mondo di piccole forti donne, mai disposte a perdersi d’animo contro le avversità della vita facendo tesoro dei talenti che la natura comunque ha donato loro.

Louisa May Alcott scrisse le sette storie che compongono la raccolta durante la convalescenza da una malattia, ispirandosi per ciascuna di esse a un fiore diverso usato come pretesto per tratteggiare il carattere delle protagoniste. È lei stessa a presentarcele:

Queste storie sono state scritte per mio personale diletto durante un periodo di forzato isolamento. I fiori che erano mia consolazione e mio piacere mi hanno suggerito i titoli per i racconti e hanno fornito maggior motivo d’interesse al mio lavoro. Se le mie ragazze troveranno un poco di bellezza e di calore solare in questi piccoli boccioli, la loro vecchia amica non avrà creato la sua Ghirlanda invano”. L. M. Alcott. Settembre 1887.

Mi sembra di ritrovare quello spirito didascalico e il tono materno di Piccole donne, di chi parla credendo nei buoni sentimenti e nutrendo una speranzosa fiducia nella Provvidenza, e non per obbedienza alle esigenze di mercato. Ancora una volta questi racconti diventano occasione di celebrazione dell’affetto sororale come precipua fonte di sostegno morale fino all’abnegazione (ulteriore e indiretta testimonianza del forte legame tra le sorelle Alcott).

Gli argomenti dei vari racconti sono in realtà diversi, di evidente interesse autobiografico, e vanno dalla celebrazione dell’amore per i libri a quello per i viaggi, il ballo, il disegno. Le storie hanno la particolarità -che diventa anch’essa nota autobiografica- di contenere tantissime e frequenti citazioni letterarie ad altri autori, per lo più europei, a dimostrazione della vasta preparazione di Louisa che davvero aveva letto di tutto. È menzionato Scott durante un viaggio che tocca anche la Scozia, George Eliot viene inclusa tra le letture meritevoli, è affermata la superiorità di Maria Edgeworth tra le scrittrici moderne, per fare qualche esempio.

Ornarsi di un pregio diventa l’equivalente dell’ornarsi di un bel fiore e conduce al rifulgere dello stesso stupefacente sbocciare partecipando del suo significato simbolico. Ecco sfilare dunque un assortito campionario di donnine ammodo nella ghirlanda dei suoi racconti, intrecciata da sapienti e benevole mani che conoscono l’effimero fascino del papavero e il duraturo valore delle spighe di grano, sorridono accarezzando un incantevole bocciolo di rosa, regalano mazzetti di biancospini e sollievo ai meno fortunati.

Li percorre uno spirito provato ma fiducioso, un tono benigno e uno sguardo compassionevole, conscio delle tante difficoltà di cui è disseminata la vita, specie per le giovani ragazze ma certo delle loro innumerevoli risorse per superare con buona grazia e buon carattere gli ostacoli frapposti al loro cammino. La traduzione sa esprimere tutto questo così bene, restituendoci la delicatezza femminile e la premura materna contenute in queste pagine. L’incoraggiamento allora diventa anche insegnamento morale:

Il dovere è una cosa giusta ma non è una cosa facile e l’unica cosa che rinfranchi al riguardo è una sorta di sentimento di pace che ti avvolge dopo un po’ e la forte convinzione di aver trovato qualcosa di cui occuparsi e che vi mantenga salde.

Cenerentola moderna e altri racconti

I consigli di lettura di Antonella Maffione.
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La scrittrice Louisa May Alcott, colei che ha fatto sognare tutte le ragazze con un intramontabile capolavoro, Piccole Donne, in questo libro ci regala dei racconti che affrontano tematiche serie con quella delicatezza che riesce ad accarezzare il cuore del lettore.
L’autrice ci parla di uomini e donne che superano le avversità della vita con coraggio e amore tanto da diventare eroi.
Nel primo racconto Nan, una ragazza semplice che ama tanto la lettura e “si sveglia col canto degli uccelli”, è la cenerentola moderna che si occupa delle faccende di casa, delle sue sorelle e del suo amato padre. Nan, ha un carattere semplice, non ha particolari ambizioni, le uniche preoccupazioni della sua vita quotidiana sono i lavori domestici “silenziosa e allegra come un raggio di sole”. Non sogna principi e carrozze, ma nel profondo del suo cuore vorrebbe sposare il suo amico Jhon; Sarà lei a liberarsi della scarpa lanciandogliela come gesto di buon augurio, quando lui dovrà partire.  Jhon, un uomo dal cuore sincero, la raccoglierà dalla strada e riprenderà il suo cammino, pronto però a tornare presto per renderla felice.
Nel secondo racconto incontriamo Debby, una ragazza dallo spirito vitale, amante della  natura “poesia della vita”, che trascorre l’estate con la ricca zia Pen. Troppo semplice per essere una dama, non riesce ad adattarsi a una società raffinata e colma di frivolezze.
Le Signore civettavano alle sue spalle e la guardavano con disprezzo. La sua vivacità era come “un vento fresco in una stanza senz’aria”, che solo Evan riusciva ad apprezzare; gli occhi di Debby si illuminavano di ammirazione alla vista del giovane, il quale riusciva ad ammettere con disinvoltura la sua povertà.
Nel terzo racconto “I Fratelli”, l’autrice ci trasporta nel mondo crudele della guerra. Stavolta percorriamo una triste storia in compagnia di un’infermiera pronta a sacrificare la propria vita pur di tener fede ai suoi ideali. Lucy aiuta un soldato ribelle a fuggire, un uomo a cui la vita aveva riservato poche gioie e molti affanni.
Nell’ultimo racconto, “L’ospedale di Nelly”, viviamo come una favola il sogno della piccola Nelly, che rappresenta un po’ quello di tutte quando proiettavamo la nostra vita verso il futuro. Nelly voleva diventare infermiera, ma prima di realizzare questo sogno aveva un progetto: voleva avere un piccolo ospedale e curare piccole creature. Le sue piccole manine aiutavano la mamma a selezionare le filacce per fare le garze per i soldati, e la stessa Nelly si era presa cura di loro, quindi sarebbe stata capace di curare con lo stesso amore anche piccole creature sofferenti che avrebbe trovato intorno casa sua. L’entusiasmo che sprigionava tutto il suo corpo nel voler vedere realizzato il suo progetto, fu supportato dal compagno di giochi Tony e da suo fratello Will.
“Prega meglio colui che più sa amare le grandi e le piccole creature: poiché il buon Dio che ci vuole bene, tutto ha creato, e ciò che ha fatto Egli ama”.
Una lettura consigliata a tutti per lo stile inconfondibile dell’autrice e l’intensità dei racconti.

Nikolaj Leskov, viaggiatore incantato

Oltre agli arcinoti Tolstoj e Dostoevskij, la letteratura russa dell’Ottocento offre altri ottimi narratori. Tra i migliori autori di racconti si distingue Nikolaj Leskov (1831-1895), capace di narrare con la stessa piacevolezza vicende amene e drammi terribili. Vissuto prevalentemente nelle città di Kiev e Orjòl, Leskov è autore di un buon numero di racconti lunghi, fra cui spiccano due testi fra loro molto diversi: Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk e Il viaggiatore incantato, quest’ultimo considerato il suo capolavoro da buona parte della critica.

Il primo dei due racconti è, fin dal titolo, esplicitamente ispirato a Shakespeare. La diabolica protagonista è Katerina Lvovna, annoiata moglie di un mercante di campagna, che approfitta dell’assenza del marito per avviare una tresca con uno dei suoi garzoni. Sorpresa sul fatto dall’arcigno suocero, Katerina non esita a servirgli per cena una zuppa con funghi avvelenati; né si farà tanti scrupoli nell’eliminare in seguito tutti quelli che in un modo o nell’altro intralciano i suoi piani. Simile per certi aspetti alla Teresa Raquin di Zola, Katerina è in definitiva un’anomala serial killer ottocentesca immersa nel torpore della campagna russa.

leskovCompletamente diverso è invece il percorso attraversato dal protagonista del racconto Il viaggiatore incantato. In gioventù un prete gli era apparso in una visione profetizzando che la sua vita sarebbe stata difficile, ma si sarebbe conclusa nella pace. E in effetti il protagonista ne passa di tutti i colori: doma cavalli selvaggi, salva un equipaggio, prende a scudisciate un principe tataro, si fa beffe degli zingari, apprende la potenza del magnetismo e recita in un teatro popolare, per giungere infine alla pace di un convento dove trascorre serenamente gli ultimi anni di vita. Il tutto narrato con brio e umorismo da un autore, Nikolaj Leskov, che vale la pena riscoprire.

Arthur Lombardozzi

La Felicità domestica

Lev Nikolaevic Tolstoj – traduzione e note di Clemente Rebora – Fazi

Anteprima

Che ameno quadretto domestico è quello tratteggiato da un giovane Tolstoj che per ambientarlo sceglie la casa o meglio la tenuta dove ha trascorso la sua infanzia.

Come ogni buon marinaio, prima di partire per i grandi viaggi in mare aperto di Guerra e Pace e Anna Karenina, Tolstoj decide di esplorare i fondali più vicini e non si fa scrupolo di utilizzare una propria esperienza autobiografica per cominciare a scandagliare le insondabili profondità dell’animo umano.

Soffuso da un senso di tranquillità bucolica e isolamento protetto, il romanzo breve diviso in due ben distinte parti, La felicità domestica ha il profumo della primavera che sboccia, come la giovinezza di Mascia (che in realtà sarebbe il vezzeggiativo di Maria) si schiude ai primi palpiti dell’amore. Sottolineata da un accompagnamento musicale costante e struggente insieme, composto da malinconie, rimembranze e teneri affetti.

Orfana di entrambi i genitori, vive da sola con la governante Katia e la piccola sorellina Sonia in questo piccolo angolo di paradiso agreste dove gli echi del mondo giungono dall’amico di famiglia che si reca in visita da loro.

Giunse, la prima volta, sul far della sera, proprio quando egli era meno aspettato da noi. Sedevamo in veranda, e ci si disponeva a prendere il tè. Il giardino saliva ormai in pieno verde, e nelle aiuole infoltite gli usignoli avevano già preso dimora per starci fino a San Pietro. Cespugli fronzuti di serenelle, qua e là, davano come se fossero stati aspersi per disopra con un che di bianco e di lillà: poi che i fiori buttavan già lì pronti a sbocciare. Il fogliame del vialetto di betulle era trasparente al sole tramontante. Sulla veranda, fresc’ombra. Forte rugiada serale andava certo posando sull’erba. Nella corte, dietro il giardino, gli ultimi suoni del giorno: il trambusto del ricondotto gregge.

Viviamo insieme a Mascia la trepidazione per l’attesa di Serghiei partecipando a quei piccoli turbamenti dell’anima che si scopre desiderata e non più ignara. Assistiamo con un sorriso al piccolo rituale di corteggiamento fatto di ritrosie, ammiccamenti e indecisioni, come tra due splendidi uccelli piumati che ora avanzano ora indietreggiano per poi librarsi insieme nel cielo in un melodioso canto.

È la differenza d’età a impensierire Serghiei, conscio che la sua maggiore esperienza della vita lo porterà ad amare in modo incondizionato, mentre l’ardore mostrato dalla ragazza potrà accendersi e spegnersi con la stessa rapidità di un fuoco di paglia giovanile. Ma con tutto l’entusiasmo contagioso di cui è capace, Mascia convince Serghiei a capitolare. Non avvenne altrettanto per Lev Tolstoj che, divenuto tutore di Verija Vladimirovna Arsen’eva, giovane ventenne e orfana di entrambi i genitori, decise di spezzare ogni legame con lei, rimanendo fermo nei suoi propositi e scegliendo forse poi questo racconto come manifesto delle sue ragioni.

“La felicità domestica” raggiunta dalla neo coppia è troppo bella, troppo perfetta per durare e come ogni lieto fine raggiunto troppo presto, si avverte tra le righe del racconto che una nube si sta addensando sui due novelli e ingenui sposi.

Soprattutto Mascia si trova stretta nel suo nuovo ruolo, impaziente di conoscere e vedere come va il mondo, com’è la città, che cosa accadde nell’alta società, per poi ritrarsene disgustata.

Ma peggio era per me sentire come giorno per giorno le abitudini quotidiane ribadissero la nostra vita in una forma fissa, come il sentimento nostro, non che libero, divenisse anzi schiavo di un impassibile fluire monotono del tempo. Al mattino si era allegri -per pranzo, rispettosi – di sera, teneri.

Un intento didascalico contro i facili entusiasmi giovanili o una prova per saggiare i propri mezzi, le proprie capacità narrative? Il trentaduenne Tolstoj non poteva sentirsi così anziano da dispensare consigli dall’alto delle sue esperienze, essendo più probabile semmai che le volesse mettere a frutto per l’occasione.

No, il modo in cui si insinua nell’animo femminile, decidendo di adottare in modo sorprendente il punto di vista di Mascia in prima persona, pur continuando a tenere a bada il Serghiei che c’è in lui, ha un qualcosa di disarmante, almeno quanto il finale di una precoce felicità domestica.

Stupende la traduzione e la resa linguistica in italiano confluite in una pregiata prosa poetica. Da leggere!