Dea Mitica (in tutti i sensi)

La cosa bella dei miti è che non passano mai di moda. E non stancano mai.

Chi ha rubato il fuoco agli dei, e le vacche al dio Sole? Da quale fatto è nata la guerra di Troia, e perché Elena è fuggita con Paride?

Persefone può fuggire dall’Ade, oppure in fondo in fondo ama il suo sposo? Afrodite, la più bella, la più desiderata, riuscirà a non struggersi d’amore per Adone, e a fare in modo che lui non la lasci?

Quante volte abbiamo sentito queste storie, e quante le abbiamo raccontate, da bambini e da adulti. Eppure eccole pronte a stupirci, di nuovo.

La casa editrice DeAgostini ha pubblicato una selezione di miti in due volumi: Grandi lotte e avventure, e Dee ed eroine, nella collana (dal nome azzeccatissimo) DeA Mitica. La selezione è più che esaustiva, raccoglie le leggende più amate e ricche di significati, e lo stile  narrativo accattivante. E l’idea di creare in appendice una sorta di enciclopedia degli eroi e delle eroine, in cui indicare i loro valori come fossero quelli dei protagonisti di un gioco di ruolo, è davvero simpatica.

Ma soprattutto i due volumi sono arricchiti da splendidi disegni. I colori sapienti e il tratto rendono molto difficile staccare gli occhi dalla pagina. Complimenti a Fabio Mancini, l’illustratore!

Questi libri sono un modo perfetto per dare vivacità e corpo ai sogni di bambini a cui leggere e rileggere le avventure degli abitanti dell’Olimpo, ma non solo a loro. Chi ha detto che esiste un limite d’età per innamorarsi di Ulisse, o per galoppare in sella a Pegaso?

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Virginia Woolf e i suoi contemporanei

Questa raccolta curata da Liliana Rampello dimostra come può sezionarsi e moltiplicarsi il ritratto di una scrittrice e di donna vista da diverse angolazioni, ciascuna capace di cogliere aspetti sfuggiti all’altra.

Un gioco di specchi è stato intessuto dalla scrittrice nell’introduzione -che vale da sola il libro tanto estremamente propedeutica e persuasiva-, perché l’immagine di Virginia si riflette nel ricordo dei suoi interlocutori che la rimandano ora con accenti di venerazione, ora di sguardo critico; allo stesso tempo scopriamo cosa lei pensava di loro, in un giro di frase preciso e tagliente come una stilettata dedicato a ognuno.

Come in un prisma che con le sue molteplici facce compone il poliedrico risultato finale, frutto della somma dei singoli apporti, ritroviamo una Virginia differente come zia, sorella, padrona di casa, scrittrice, editrice.

Diversi punti di vista offrono tantissime sfaccettature che ci restituiscono una Virginia Woolf dalla personalità complessa, smentendo giudizi pressapochisti che l’hanno etichettata come scrittrice malata o snob. Diretta e chiara come saggista tanto quanto poetica e visionaria come romanziera, rivive nelle testimonianze più disparate di coloro che frequentavano a vario titolo casa sua e del devoto marito Stephen, una donna piena di umanità, di contrasti, di luminosa malizia, di vitalità.

Il giudizio di E. M. Forster è il più illuminante secondo me:

Lei amava scrivere. […] Amava ricevere sensazioni -visive, uditive e gustative- che lasciava attraversassero la sua mente, dove incontravano idee e ricordi, per poi esprimerle di nuovo attraverso una penna o un pezzo di carta. A questo punto iniziavano i più grandi piaceri della professione di autore. Perché quelle note sulla carta rappresentavano solamente un preludio alla scrittura, poco più che segni su un muro. Bisognava combinarle, organizzarle, enfatizzarle in un punto, eliminarle in un altro, dovevano crearsi nuove relazioni, nascere nuove note, fino a quando, da tutte queste interazioni, scaturiva qualcosa, una cosa, una sola. Questa cosa, sia che fosse un romanzo, un saggio, un racconto, una biografia o uno scritto privato da leggere agli amici, se otteneva un buon risultato, era in se stessa analoga a una sensazione.

Il fiume della colpa di Wilkie Collins

Leggere Wilkie Collins è come bere un bicchiere d’acqua fresca tutto d’un fiato  e restarvi incollati in un giorno d’arsura.

Mentre si è intenti a divorare con avidità ogni particolare della storia, ci si rende conto che le varie tessere di quel puzzle si stanno componendo sotto ai nostri occhi in un incastro fatale.

Davanti a un romanzo di Collins non si può fare a meno di riconoscere che si tratta di un prodotto ben confezionato, in cui gli ingredienti di mistero e suspense sono stati magistralmente dosati e il narratore interviene a pungolare e sobillare anche i più sereni d’animo, che un qualche misfatto sta per compiersi ed è in atto un caso complicato che dovrà essere risolto.

Attenzione e interesse del lettore sono abilmente avvinti attraverso un sapiente centellinare indizi veri e falsi che, sparsi qua e là lungo il cammino, dovrebbero condurre alla soluzione del mistero.

Allievo del grande Dickens, grande a sua volta nel suo genere antesignano del poliziesco e del giallo, Wilkie Collins può considerarsi creatore di una narrativa sui generis che combina topoi del romanzo ottocentesco insieme a elementi nuovi, moderni, che coinvolgono il lettore e movimentano la rappresentazione drammatica.

L’incipit del libro contiene già sufficienti ingredienti per introdurre a un clima di attesa e paura solo grazie alla descrizione dell’intrico di rovi e alberi nel bosco lungo il fiume torbido, l’alone cupo dell’oscurità, l’aggettivazione negativa e abnorme.

Me ne stavo sulla riva del peggior torrente di tutta l’Inghilterra. La luce lunare dispensando il suo sereno fulgore allo spazio aperto, s’era ben guardata dal gettare la propria bellezza sulle acque indolenti di quel fiume ampio e fangoso.

Il protagonista della storia è anche la voce narrante che, avendo vissuto l’intera esperienza, guida il lettore nel ripercorrerla con un flashback di cui però gestisce le fila, le pause, le comparse sulla scena dei singoli personaggi.

Un giovane tenutario inglese, Mr Gerard ha ereditato tutto alla morte del padre ma avendo sempre studiato fuori, principalmente in Germania, ha perso il contatto con etichetta e usanze del suo paese. C’è la sua matrigna, Mrs Roylake, la donna sposata dal padre in seconde nozze, a curare i rapporti con il circondario mentre Gerard si fa trasportare dai ricordi alla casa sul mulino dove sua madre lo conduceva a giocare con una bambina strana e schietta, Cristel Toller, la figlia del mugnaio. Lì la ritrova ma insieme a una presenza inquietante, inquilino del cottage, che per avidità, suo padre ha deciso di alloggiare.

L’uomo è sordo e palesemente geloso di chiunque si avvicini alla ragazza. Tra i tre si innesca uno strano rapporto, Mr Roylake si sente inspiegabilmente attratto verso il cottage in direzione del quale indirizza tutte le sue passeggiate, disdegnando i rapporti mondani. L’inquilino ha un aspetto bellissimo ma nasconde orribili segreti e un passato di sofferenza.

Gradualmente, ma in un crescendo di ritmo e tensione narrativa, la visuale ingenua dell’epoca del narratore, ci porta a risolvere il mistero che si nasconde dietro agli strani comportamenti dell’inquilino e degli altri abitanti della casa sul mulino, sullo sfondo lugubre di Il fiume della colpa.

Daniel Deronda di George Eliot

Fazi riscopre i classici e riporta alla luce un capolavoro troppo a lungo dimenticato e che merita invece un posto in primo piano sugli scaffali delle librerie. Grazie alla scrittura della sua autrice, George Eliot, una scrittura profonda, mai scontata, pregna di significati e piena, Daniel Deronda deve considerarsi un classico a buon diritto anche perché evade tutti i criteri elencati da Calvino per rientrare in tale categoria, in modo particolare quello di essere una ricchezza inesauribile.

Pubblicato nel 1876, ultimo dei suoi romanzi, Daniel Deronda non esaurisce il soggetto principale della storia nel protagonista eponimo, ma nel grande e placido alveo del fiume della sua vicenda personale -che comunque rimane centro della scena, movente delle altrui azioni- scorrono come rigagnoli, affiancandolo, affluenti esterni rappresentati dalle storie degli altri personaggi di questo imponente dramma.

Seguendo un modulo narrativo caro alla scrittrice, ormai affezionata al suo pseudonimo maschile, in Daniel Deronda procedono due storie su un doppio binario, due storie che vengono a incontrarsi apparentemente per mere coincidenze fortuite.

Era bella o no? E quale segreta forma o espressione conferiva al suo sguardo quella qualità dinamica? Nel brillare dei suoi occhi dominava il genio del bene o quello del male? Forse il secondo, altrimenti l’effetto non sarebbe stato di irrequietudine, bensì di tranquillo sortilegio. E perché la brama di tornare a guardarla sapeva di costrizione e non di spontaneo assenso al desiderio da parte di tutto l’essere? La donna che evocava tali domande nella mente di Daniel Deronda era tutta presa dal gioco.

Questo è il famoso incipit del romanzo che si apre proprio con l’incontro tra Gwendolen e Daniel Deronda e farebbe pensare a un’insondabile attrazione tra i due che il lettore, anche se segretamente, non smette di augurarsi. Invece l’autrice si impegna a dimostrare che, appartenendo a mondi e valori troppo diversi, i due ragazzi non potranno mai incontrarsi e ancor meno stringersi in una relazione sentimentale.

La giovane e viziata Gwendolen deve ridimensionare le sue aspettative e se stessa dopo che la sua famiglia cade in rovina e accettare un matrimonio con cui sistemarsi. I suoi piani di ottenere autonomia economica e personale si devono presto scontrare contro un marito prepotente e vessatorio. Dall’altra parte c’è il giovane Daniel che, allevato da sir Hugo Mallinger, è alla ricerca di se stesso e delle sue origini. Di nobili principi e animo, egli salva una giovane ebrea dal suicidio, Mirah, ridotta in miseria e disperata per la ricerca del fratello, affidandola alle cure di una famiglia di suoi fidati conoscenti. L’incontro, apparentemente casuale di Deronda con il filosofo ebreo Mordecai segnerà l’inizio della vera conoscenza, nell’ambito di un disegno superiore perfetto che dà conto di tutte quelle che sembravano a un primo sguardo solo coincidenze.

Il libro ha l’onere di affrontare anche il tema del sionismo, da Eliot volutamente trattato dopo aver assistito a una lezione del prof. Immanuel Oscar Menahem Deutsch in Germania, per sconfiggere i pregiudizi inglesi sull’ebraismo, ma la gravità degli argomenti toccati è stemperata dalle storie dei personaggi che gravitano intorno a esso nella complessità delle relazioni umane e nel loro -sempre sorprendente- reticolato di coinvolgimenti tra casualità e destino.

Leggere George Eliot è un’esperienza totalizzante, è come entrare in un mondo di cui sentirsi parte, per tutto il tempo della lettura e anche oltre, la cui influenza rivive nelle pieghe della memoria. Oltre che nella sua impalcatura, quest’opera trasuda erudizione da tutti i pori (vedi le citazioni premesse a ogni capitolo a scandire la narrazione) ma allo stesso tempo è un pregevole studio anche della psicologia umana, per come scandaglia l’animo e i pensieri dei vari personaggi che in definitiva non si può fare a meno di amare così come sono, con i loro limiti e le loro debolezze.

Nel cuore di Jane – Ri-leggendo Persuasione

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Beatrice Battaglia rilegge Persuasione, l’ultimo romanzo compiuto di Jane Austen. L’unico in cui parla d’amore senza filtri e senza ricorrere alla sua notoria ironia.

Si è parlato molto della quota autobiografica inserita da Jane Austen nella creazione delle sue eroine e Anne Elliot è quella che maggiormente sembra rappresentarla ed esprimere tutto il suo rimpianto per l’amore della vita perduto.

Dopo un viaggio a ritroso nelle sue opere precedenti, analogo a quello percorso dalla prof. Battaglia, con il suo romanzo Nel paese degli amori maledetti -che altro non è se non la sua personalissima versione di Persuasione-, Jane Austen è pronta a parlare di “quella passione, quel desiderio che la società patriarcale con i suoi valori le ha negato”.

Scomparsa la leggera risata di Elizabeth e archiviata la verve dissacrante e irriverente di Mary Crawford, la scrittrice si astiene da qualsiasi intervento o commento e la lettrice rimane sola a identificarsi con Anne attraverso la quale vede e sente identificandosi completamente con le sue emozioni, i suoi sussulti, i suoi sentimenti.

Improvvisamente giunge la consapevolezza che Jane Austen non poteva parlare di amore, come fa in Persuasione, con quegli accenti accorati e struggenti, se non avesse amato e perso. Persuasione è la più bella e sincera rappresentazione dell’amore femminile. E quando chiudiamo il libro, e avvertiamo un’ombra a oscurare quel lieto fine, non è la tristezza di Anne che sentiamo, ma è perché intravvediamo le lacrime dell’autrice, scrive il poeta Harold Bloom.

Una Beatrice Battaglia decisamente ispirata individua il giusto registro lirico che conduce irrimediabilmente ad amare ancora di più -se possibile- questo romanzo e la sua autrice.

Dopo aver ammesso di aver sempre tralasciato, nelle sue analisi, Persuasione, la studiosa sceglie questo particolare momento della sua vita per rileggerlo e lo fa raggiungendo vette di struggente poesia:

Ma qui, in Persuasion, è il grande amore perduto per sempre. E che era il grande amore, te ne puoi accorgere solo quando l’hai perduto; solo quando il passare del tempo ti dice che l’hai perduto per sempre.

Fa parte del volume anche una sezione intitolata Austeniana che comprende gli atti di una conferenza tenuta dalla stessa professoressa Battaglia a Mirandola nel febbraio 2017 e delle recensioni di opere critiche inglesi.

Un saggio che non può mancare nella biblioteca personale di ogni janeite che si rispetti e di cui ringrazio, lusingata, Beatrice Battaglia. E ora, tutti a ri-leggere Persuasione!

http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=6761

 

Addio a Philip Roth

Di solito non scriviamo articoli commemorativi, ma la morte di uno dei grandi della letteratura contemporanea ci ha scosso e ci ha lasciato con un senso di perdita tale da non poter tacere.

Preferiamo però non dire noi qualcosa su di lui, ma lasciare che le parole di Philip Roth siano il nostro modo di dirgli: “Arrivederci”

Rimane il fatto che, in ogni modo, capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Be’, siete fortunati.

Pastorale Americana

L’unica ossessione che vogliono tutti: l’amore. Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso. O te ne sbarazzi o lo incorpori con un’autodistorsione. Ed è quello che hai fatto e che ti ha ridotto alla disperazione.

L’animale morente

Sotto gli alberi di Thomas Hardy

Anteprima Fazi Editore

Oh felice Hardy! Chi l’avrebbe detto che anche tu nascondevi un lato così leggero e ilare. In Sotto gli alberi c’è lo sguardo divertito e affascinato di chi guarda con tenerezza e un po’ di nostalgia a un passato che si è perso, a un piccolo mondo che è andato perduto.

Il libro si apre con uno strampalato corteo di figurine che si addentrano come silhouette nel bosco, lungo il sentiero che conduce alla casa del carrettiere per brindare con il sidro nuovo, appena spillato.

Mai avrei potuto immaginare un sentiero più magico di quello di Mellstock, attraversato dal coro dei cantori tra gli alberi argentati splendenti nella notte della vigilia di Natale.

Il crepitare delle fiamme nel focolare e l’aroma del vischio di cui è addobbata la casa del carrettiere giungono fin qui a rallegrare l’animo e a riscaldare il cuore.

Li sentiamo discorrere e vantare la maggiore o minore celestialità dei loro strumenti:

“Per quanto riguarda l’aspetto”, disse il carrettiere, “non mi sembra che un violino sia molto più vicino al regno dei cieli di un clarinetto. Anzi è ancora più lontano. Nell’aspetto di un violino c’è sempre quel qualcosa di vizioso e canagliesco che fa pensare che il Maligno ci abbia messo le mani; invece i clarinetti li dovrebbero suonare gli angeli del paradiso o qualcosa del genere, sempre che uno voglia credere ai dipinti”. […]

E nel silenzio vediamo perdersi i loro discorsi in un disegno superiore:

Nelle pause della conversazione si avvertiva oltre il soffitto la presenza di un piccolo mondo di sommessi rumori e scricchiolii generati dagli zoppicanti ingranaggi dell’orologio, un mondo che non si era mai spinto più in là della torre campanaria in cui erano nati, sollevando nelle menti più meditative la suggestione che proprio di lì passasse il sentiero del tempo.

Delizioso racconto, giocato sull’incastro di due storie, quella del coro che viene estromesso dalla chiesa dal nuovo vicario deciso a soppiantarlo con il più moderno organo, e quella del corteggiamento di Dick a Fancy, la graziosa e ricca maestra, grazie a un magistrale dosaggio di tempi e cambi di scena perfettamente teatrali, suggeriti dai lunghi scambi di battute e dalle descrizioni evocative.

Croci e delizie del corteggiamento ci vengono presentate ora con la frenesia e l’eccitazione della danza, ora con gli appostamenti furtivi a caccia di un incontro rubato dell’innamorato silenzioso Dick, figlio del carrettiere:

Il saluto amichevole che risultò da questo incontro venne considerato un elisir tanto prezioso che Dick prese a passare ancora più spesso e, quando ormai aveva quasi scavato sotto il recinto il solco di un piccolo sentiero, che non c’era mai stato, venne premiato con un vero e proprio incontro frontale sulla strada dinanzi al cancello.

Al di là dell’intreccio condotto con soavità e disincanto, il mondo della campagna inglese è riprodotto così bene con i suoi aneddoti, le usanze, la mentalità della gente semplice in splendidi dialoghi (come quello tra padre e figlio sulle pene d’amore), con un realismo disarmante e poetico a tratti.

Doveva essergli ben familiare una casa del genere se Hardy ce ne lascia una descrizione così vivida e luminosa:

Un ricciolo di fumo saliva dal camino andando a cadere sopra il tetto come una piuma azzurra sul cappello di una signora e il sole splendeva obliquo sullo spiazzo erboso dinanzi alla casa, riflettendo la sua luce oltre la soglia aperta e su per le scale dirimpetto, illuminando il dorso degli scalini con un radioso riverbero verde e lasciandone in ombra la parte superiore.

Traspare l’amore e il trasporto di Hardy per quell’angolo di Inghilterra legato ai ricordi e agli affetti di infanzia che non a caso comincia a pensare a questa novella dopo la morte del padre che si chiamava anche lui Thomas e che era uno degli ultimi cantori a Stinford.

Pubblicata nel 1872, quando Hardy poco più che trentenne, voleva tenacemente affermarsi nel mondo della letteratura come scrittore, venne accettata, dopo Estremi rimedi, dall’editore Tinsley. Anche se questo genere di racconto non era molto in linea con le politiche editoriali rivolte preferibilmente ai sensation novels, Tinsley lo accettò in ragione della sua incondizionata fiducia nel genio di Hardy che qui racchiude le sue migliori qualità di narratore di un pastorale idillio e di un umoristico “rural sketch” (come lo definisce il prof. Francesco Marroni, nella sua recensione a Under the greenwood tree, contenuta nella “Rivista di Studi Vittoriani” Anno XVIII-XIX Luglio 2013-Gennaio 2014 Fascicoli 36-37, che ha molto gentilmente messo a mia disposizione).

Come documento dei tempi andati, verso cui trasmette tutta la sua nostalgia e il suo amore, Hardy guarda al passato e ai luoghi della sua infanzia come ad armoniche e incrollabili certezze, eleggendo se stesso a storico del Wessex per narrarne le storie senza tempo, partendo da un microcosmo di rurale dettagliatamente descritto e particolareggiato, nella topografia e negli stili di vita. Rimane l’antica contrapposizione tra presente e passato che fa guardare con accenti sentimentali pacifici, ancora ignari di quando la natura assumerà quell’aspetto minaccioso e lugubre presago di qualche disgrazia incombente sui miseri umani. Ignari ma tristemente consci di alcune stonature, che non sono quelle musicali.

L’antagonismo sotteso alla latente conflittualità sociale preannuncia i suoi futuri sovvertimenti: se istintivamente facciamo il tifo per Dick affinché riesca a conquistare l’amata, in fondo però sappiamo che l’onesto ragazzo di campagna è considerato solo la terza scelta rispetto agli altri due partiti migliori di lui e la vittoria che riporta su Fancy è guastata da questa frustrante consapevolezza.

Se è vero che quando il lettore chiude il libro non necessariamente è l’ultima pagina a rimanergli in mente, è vero anche che questo apparente lieto fine lascia l’amaro e il lettore avverte in quel segreto di Fancy la stonatura al coronamento di un sogno d’amore perfetto che comincia già con un’incrinatura e non lascia presagire nulla di buono per la coppia di neo sposi. Con Sotto gli alberi comincia a insinuarsi quella malinconica rassegnazione tipica della visione esistenziale di Thomas Hardy  secondo la quale non bisogna mai fermarsi alle apparenze perché le cose non sono mai come sembrano.

La Primula Rossa #Anteprima

Parigi, anno di grazia 1792. Il Regime del Terrore semina il caos. I “maledetti aristos”, sventurati discendenti delle famiglie aristocratiche francesi, vengono mandati a morte dall’implacabile tribunale del popolo: ogni giorno le teste di uomini, donne e bambini cadono sotto la lama della ghigliottina. Ma in loro aiuto interviene un personaggio inafferrabile e misterioso, il quale, attraverso rocambolesche e ingegnose fughe, riesce a portare oltremanica i perseguitati del regime, nella libera Inghilterra. Dietro di sé non lascia tracce, se non il proprio marchio: un piccolo fiore scarlatto, che gli varrà il soprannome di Primula Rossa. Ma quale identità si cela dietro questo pseudonimo? Chi è l’audace salvatore, disposto a rischiare la propria vita in nome della nobile causa? L’incognita ossessiona l’astuto e crudele funzionario del governo francese Chauvelin e affascina l’alta società inglese: ma la soluzione del mistero si rivelerà tanto insospettabile quanto geniale. “La primula rossa”, primo di un ciclo di romanzi scritto da Emma Orczy, è stato pubblicato nel 1905.

“La Primula Rossa, Mademoiselle, è il nome di umile fiore inglese che cresce ai margini delle strade, ma è anche il nome scelto per celare l’identità dell’uomo migliore e più coraggioso al mondo, in modo che le nobili imprese che decide di compiere possano avere maggior successo.”

In questo romanzo, da oggi in libreria, troverete tutta la bellezza universale di quei libri che diventano “classici” della letteratura.

Lo stile narrativo vi lascerà spiazzati, abituati a nuovi stili di racconto, ma questo non inficia il coinvolgimento del lettore, al contrario renderà questa avventura letteraria ancor più coinvolgente.

Per noi ragazzini degli anni ’90 cresciuti a pane, Lady Oscar e Tulipano Nero, la Primula Rossa è davvero un tuffo nel passato che scalda il cuore. Un antieroe che lascia come firma una primula rossa nel contesto della rivoluzione francese, non può non affascinare giovani e meno giovani, lo potremmo definire un fantasy dal carattere vintage.

L’occasione giusta, con questa nuova traduzione, per regalarlo ai lettori più giovani sempre in cerca di avventure coinvolgenti e ai lettori meno giovani che ne sapranno riscoprire la magia.

Ritratto della scrittrice da giovane, Virginia Woolf con un saggio di Nadia Fusini. Utet Edizioni

Risultati immagini per ritratto della scrittrice da giovaneUna raccolta davvero sorprendente di lettere che mostrano, senza filtri e ipocrisia, gli entusiasmi e i momenti tristi di una ragazza nel pieno della sua giovinezza. Ma si tratta assolutamente di una ragazza fuori dal comune.

Sembra di sbirciare dal buco della serratura di quella che è la vita privatissima della giovane Virginia Stephen e nei suoi pensieri più intimi. Conquista con la sua simpatia per come sa essere spiritosa nelle lettere del primo periodo, divertente e divertita dalle sue amicizie e conoscenze le cui idiosincrasie e peculiarità coglie con sguardo irriverente, spesso ricorrendo a somiglianze e similitudini zoomorfe.

Mi ricorda un altro epistolario dove l’ironia sempre vigile interviene puntualmente a salvare dall’autocommiserazione e l’intelligenza vivida è pronta a colpire a ogni giro di frase. Anche Jane Austen riserva la stessa vena caustica ai difetti altrui e per il cambio di tono che dall’esuberanza giovanile passa attraverso le dure prove della vita stemperandosi in malinconico-crepuscolare, rimanendo sagace. Anch’ella si rivela una corrispondente esigente, che riesce a scrivere e a toccare svariati argomenti con la stessa velocità con cui ne discorrerebbe a voce, e che infine, diventa esperta dell’arte della composizione epistolare:

Una lettera dovrebbe essere limpida come una pietra preziosa, uniforme come un guscio d’uovo, e trasparente come vetro.

Molto interessante è scoprire e seguire anche i primi passi mossi nella sua carriera da scrittrice a cominciare dall’amore spasmodico per i libri e lo studio, passando per le recensioni e all’insegnamento, fino ad approdare alla tanto sospirata e faticosa scrittura.

Desidero tanto una grande stanza tutta per me, piena di libri e nient’altro, in cui possa rinchiudermi, senza vedere nessuno e leggere fino a calmarmi completamente.

Risulta incredibile assistere alle stesse incertezze e paure che assalgono una scrittrice alle prime armi, la ricerca continua di pareri e rassicurazioni, come quando domanda all’amica Violet Dickinson:

Nessuno s’interessa molto -e perché dovrebbe?- a quel che scribacchio. Credi che arriverò mai a scrivere un libro veramente buono. Ad ogni modo, me la cavo decisamente meglio di prima, anche se ci sono ancora zone tremendamente scoperte e sterili.

Capace di grandi slanci e profondi affetti, tradisce il suo fortissimo bisogno di sentirsi amata, abbarbicandosi come un’edera ai rapporti interpersonali che tesse con lettere dall’ammiccante tono confidenziale. Lucida fino alla follia, cammina in bilico sul filo della consapevolezza lasciandosi cadere ogni tanto:

Il mondo degli esseri umani va facendosi troppo complicato, mi meraviglio soltanto che non si riempia di un maggior numero di manicomi: molte cose, nella visione della realtà dei folli, sono condivisibili. Dopo tutto è forse quella la visione equilibrata, e noi, tristi, assennati e rispettabili cittadini, non facciamo che delirare ogni istante della nostra vita, e meriteremmo d’esser rinchiusi per sempre. Con questo caldo la mia melanconia primaverile matura, e diventa follia estiva.

Il forte legame coi fratelli, il sodalizio culturale instaurato al n. 46 di Gordon Square di Bloomsbury, i viaggi in Europa, i soggiorni estivi al mare, suo grande amico. Scrive dalla pensione della signora Turner a Giggleswick nello Yorkshire:

La mia vita qui è d’una austerità da Grecia antica, bellissima: potrebbe entrare, pari pari, in un bassorilievo. Come puoi immaginare, non mi alvo mai, e non mi pettino; percorro la brughiera selvaggia a passi enormi; declamo odi di Pindaro, balzando di roccia in roccia; esulto nell’aria che un po’ mi schiaffeggia e un po’ mi accarezza, come un padre severo ma affettuoso! Una specie di Stephen brontizzata quasi bella come l’originale.

Assillata dai discorsi di matrimonio che la cerchia di parentele e conoscenze dalla morte di Thoby va facendo nemmeno tanto velatamente, affinché si sistemi, la rendono nervosa e irritabile:

Tu almeno non sei costretta a batterti con oscene vecchiacce e signorine dai becchi grondanti di sangue che ti consigliano di sposarti. Da sei mesi a questa parte è questa la mia penitenza.

Rifiuta diverse proposte per poi accettare con straordinari disincanto e sincerità, quella di Leonard Woolf:

 Gli ovvi vantaggi del matrimonio mi impediscono di prendere una decisione. Mi dico: in ogni caso con lui sarai abbastanza felice, ti darà la sua amicizia, dei bambini, una vita attiva -ma poi mi dico anche: per Dio, mi rifiuto di fare del matrimonio una vera professione. … non so cosa ci porterà il futuro. Ho quasi paura di me stessa… Dunque un momento son quasi innamorata, voglio che tu sia sempre con me, sappia tutto di me, e un attimo dopo sono selvatica e distante. A volte penso che sposandoti avrei tutto… ma poi… Ci sono dei momenti -l’altro giorno quando mi hai baciata per esempio- in cui non sono più sensibile di un sasso. Eppure son quasi sopraffatta dall’affetto che mi dimostri. E’ una cosa così concreta, strana. Perché dovresti volermi bene?

Purtroppo il finale lo conosciamo tutti, con la sua immensa tristezza. Per fortuna nel mezzo ci sono stati i suoi romanzi indimenticabili con cui ci ha lasciato la parte migliore di sé.

Fabbricare ombre e coltivare querce: i consigli di Luigi Malerba

Luigi Malerba è probabilmente uno degli autori più interessanti e originali del secondo Novecento italiano. Nei suoi Consigli inutili (Quodlibet) sono raccolti una serie di suggerimenti grotteschi e stravaganti per chi abbia tempo da perdere. Fin dal prologo Malerba rileva che non ha senso attribuire al lavoro un ruolo privilegiato quando tutti sappiamo benissimo che l’ozio è il massimo produttore di idee, e quindi di civiltà.

Date queste premesse, ci si può immaginare che genere di consigli inutili potranno seguire. Si comincia con un elogio dell’ombra, la nostra compagna più fedele e discreta: “Di lei puoi fidarti, non tradirà mai un segreto che le hai confidato, da lei non dovrai temere né tradimenti né pettegolezzi” (p. 35).

Ci sono poi preziosi suggerimenti su come coltivare querce – un’attività decisamente a lungo termine – e su come produrre un fango degno di questo nome: non la vile fanghiglia delle pozzanghere, ma una mota che ricordi “la nobiltà delle fertili sedimentazioni dove sono nati i primi insediamenti umani e le prime civiltà” (p. 26). Con un buon fango, suggerisce l’autore, si può modellare anche un’immagine a propria somiglianza e provare a soffiarci sopra: non si sa mai…

Non mancano consigli per gli scrittori, ai quali si suggerisce di evitare romanzi troppo malerbalunghi per non suscitare uno spontaneo raffronto con Guerra e pace o con il Don Chisciotte. Per ogni argomento Malerba ha pronta un’osservazione o una battuta, nella consapevolezza che non bisogna farsi troppi problemi a esternare i propri pensieri: se ogni volta ci si preoccupasse delle conseguenze che potrebbero scaturire da una battuta o da una sua cattiva interpretazione, si finirebbe infatti per restare in silenzio tutta la vita.

Ai consigli inutili fanno seguito anche alcune biografie immaginarie, divertenti e altrettanto inutili. Basti ricordare quella del buffone Callipide, che “viene ricordato nelle storie del teatro per essere riuscito, dopo estenuanti esercizi, a far mostra di correre senza muoversi dal punto dove si trovava. Non sapeva fare altro” (p. 132).

Dopo aver letto questo manualetto di Malerba, non ci resta che andare in giardino a piantare la nostra prima quercia.

Arthur Lombardozzi