Il rimedio miracoloso di H.G. Wells

IL RIMEDIO MIRACOLOSO di H. G. Wells – Fazi Editore

Come diceva la mia professoressa di lettere: “Un classico al giorno, toglie il medico di torno” e mai come in questa lettura mi è tornato in mente il proverbio rivisitato. Un vero e proprio capolavoro letterario scritto sottoforma di autobiografia, in uno stile unico e iconico che ci permette di conoscere il protagonista, George Ponderevo.

George nasce alla fine dell’Ottocento, sua madre lavora come governante in una grande casa padronale, ma il suo futuro verrà stravolto quando viene mandato a fare l’apprendista dallo zio farmacista.

Lo zio Edward lo porterà con sé a Londra, dove la sua vita e le sue realtà s’intrecceranno con la messa in commercio di un fantomatico sciroppo ricostituente, chiamato “Tono Bungay”, inventato proprio dallo zio: un uomo pieno di ambizioni e arroganza, che avrà un successo impreditoriale incredibile. In verità il “rimedio miracoloso” altro non è che una buffonata, ma permetterà alla famiglia di George di vivere una realtà completamente diversa, tanto effimera quanto fulminea visto che l’impero economico si sgretolerà come ghiaccio al sole. Nel frattempo George ci guiderà tra le vicissitudini della sua vita: dai suoi amori, ai suoi sogni, alle sue passioni.

Un grande romanzo che riafferma la bellezza della letteratura classica, e che affascina per il suo stile intramontabile. Buona lettura!

 

“Comprate oggi lo sciroppo per la tosse Ponderevo

OGGI!

PERCHÉ?

Costa due soldi di meno che in inverno.

Se fate provvista di mele perché non farla della medicina

della quale avrete sicuramente bisogno?”

 

Mirtilla Amelia Malcontenta

Annunci

Il mito della Dea

“Intendevamo semplicemente raccogliere le storie e le immagini delle dee per come erano state espresse nelle differenti culture […]. Ci sembrava valesse la pena farlo perché uno dei modi in cui le creature umane comprendono la propria esistenza è proiettandola nelle immagini delle loro dee e dei loro dèi”, scrivono le due autrici del volume Il mito della Dea (Venexia edizioni). Anne Baring e Jules Cashford vanno oltre la mera raccolta, si accorgono fin da subito, infatti, che nel corso della storia e in culture all’apparenza differenti vi erano similitudini e parallelismi nei miti riguardanti la Dea. La continuità era così impressionante da spingerle parlare del mito della Dea come di un’unica entità, dalle constanti varianti e raffigurazioni. Perché raffigurare la Dea era raffigurare la vita come unità. La Dea Madre è un’immagine che focalizza l’espressione dell’universo come un tutt’uno sacro in cui l’umanità è figlia.

Nella nostra epoca, a parte l’immagine della Vergine Maria come Regina del Cielo, le raffigurazioni della Dea sembravano scomparse, continuano le autrici. Così è nato in loro il desiderio di capirne il perché. Ai nostri giorni la natura è stata desacralizzata e la Terra non è più percepita come essere vivente. È avvenuto, per Baring e Cashford, un inquinamento del mito: la stessa parola pollution (che in inglese e in francese ha il significato di inquinamento) ha origini dal latino pollutio che etimologicamente vuol dire “profanazione di ciò che è sacro”. Ed era esattamente ciò che era avvenuto: era stato profanato il mito. Ma per quali ragioni?

Nel saggio è ricostruita la storia dell’evoluzione della coscienza umana dalla fase della sintonia e della sacralità della Natura, venerata come Grande Madre per lunghissimi millenni (dal Paleolitico e all’Età del Bronzo), a quella tuttora dominante affermatasi con la vittoria delle religioni monoteiste e trascendenti, con effetti disastrosi sia sulla psiche umana che sul rapporto con la vita del pianeta.

Uno studio monumentale che si presenta come una sintesi di agile lettura e riccamente illustrata su temi di vitale attualità non solo per la spiritualità femminile. L’archeologa Marija Gimbutas (Il Linguaggio della Dea) ha definito questo testo “un magnum opus indispensabile per chiunque si accosti allo studio della genesi e dello sviluppo delle idee religiose”.

L’obiettivo di questo poderoso saggio è dunque capire il modo in cui il mito della Dea è stato perso; quando, dove e come sono emerse le immagini di un Dio uomo e come si è relazionato con la Dea; nel corso della lettura si giunge così alla conclusione che negli ultimi quattromila anni il principio femminile come espressione di santità è stato perso ma non è affatto sparito. Continua anzi a vivere in “incognito” e attraverso le immagini e le credenze popolari.

Joseph Campbell ha scritto che il mito è un sogno che ognuno di noi ha: “Non sarebbe eccessivo sostenere che il mito è la porta segreta attraverso cui le inestinguibili energie del cosmo si riversano nella manifestazione culturale umana”. Sognare il sogno perpetuo dandogli un abito moderno, secondo Jung.

Love’s Kamikaze

img_8086LOVE’S KAMIKAZE

di Mario Moretti

regia Claudio Boccaccini

con Marco Rossetti e Giulia Fiume

Dopo il debutto al Teatro Torlonia, torna in scena dal 7 al 17 febbraio al Teatro Marconi, LOVE’S KAMIKAZE, scritto da Mario Moretti per la regia di Claudio Boccaccini.

Un testo crudo, pieno di pathos e drammatica tensione, difficile da interpretare e anche da assorbire ma necessario.

I due attori protagonisti, Marco Rossetti e Giulia Fiume, sono credibili e spudorati, passionali e teneri quando raccontano del loro amore, della politica che li separa e del sangue che scorre nelle loro vene e che li porta ad amarsi e ad amare le loro tradizioni nonostante tutto. Il conflitto israeliano-palestinese è palpabile in ogni loro singola parola. Persino quando fanno l’amore sgorga dal loro trasporto l’unicità del momento. Quando spudorati e innamorati si uniscono, sperando che un domani tutto cambi.

Il difficile ma scorrevole testo ci pone dinnanzi alle motivazioni che spingono due giovani innamorati, lui palestinese, lei ebrea, l’uno verso l’altra quando invece dovrebbero respingersi: ciascuno inevitabile rappresentante involontario del proprio popolo e delle proprie tradizioni.

La scena è spoglia: un materasso, un tavolo con delle stoviglie e qualche scaffale. Naomi, bella e colta ebrea, fa l’amore con Abdel, palestinese, nel sottosuolo dell’Hotel Hilton di Tel Aviv. I due ragazzi si amano cercando di dimenticare la guerra che divide i loro popoli. Nell’intimità di quel luogo essenziale si confrontano, discutono, si scambiano idee a proposito del proprio posto nel mondo, riflettendo sulle diverse motivazioni che animano le due parti di cui sono involontari rappresentanti, fino ad arrivare a una conclusione tanto inaspettata quando tragicamente reale. Fra le pieghe di una quotidianità soltanto apparente, tra il rito del caffè e quello dell’amore, si insinua il desiderio di un impegno civile che salvi i due protagonisti dal ruolo di passivi spettatori di morte in cui si sentono precipitati. «Qualcosa deve cambiare!», grida disperata Naomi dopo l’ennesimo attentato. Sulle loro spalle grava il fardello di una colpa il cui principio si perde nel tempo, ma rimane tragicamente presente nelle vite di coloro che devono farsi carico delle sue conseguenze.

img_8085

«Due ragazzi liberi da idee preconcette, alieni da qualsiasi fondamentalismo religioso e da ogni distruttivo nazionalismo, lontani dai calcoli bizantini della politica dei vari paesi – tutti – che sono, in un modo o nell’altro, implicati nella questione arabo-israeliana: due ragazzi che, malgrado le differenze di religione, di classe, di storia, sono e si sentono ancora fratelli e figli della stessa terra, sono costretti alla fine a cadere nel baratro che separa due famiglie nemiche», raccontava l’autore Mario Moretti (scomparso nel 2010). «È la rinnovata tragedia, se si vuole, di Giulietta e di Romeo, è la vicenda della cecità umana che si fa stupidità storica e che si infrappone come un muro, sì, ancora un muro, fra i sentimenti puri e maturi di due giovani vite. Ecco: il teatro non racconta solo favole, vuole anche essere carne, viscere, sangue della nostra faticosa, assurda, impietosa esistenza. E, soprattutto, vuole portare un granello di sabbia, una pietra, un mattone, alla costruzione dell’edificio della pace. Un discorso utopistico? Senza dubbio. Ma le utopie dei deboli sono le paure dei forti. Perché l’utopia è l’anticipazione di una ricerca che deve solo superare le strettoie del presente».

«Quando dieci anni fa portammo in scena per la prima volta Love’s Kamikaze, pensammo che quello fosse il periodo più giusto per raccontare una storia d’amore che avesse come scenario il conflitto arabo-israeliano», commenta il regista Claudio Boccaccini. «A dieci anni di distanza la questione arabo-israeliana è purtroppo ancora al centro delle tragedie mondiali e, anzi, lontana dal mostrare anche solo lievi segni di pacificazione – complice probabilmente una miope e sciagurata politica internazionale che ha portato ulteriore destabilizzazione in un contesto estremamente critico – si tinge quotidianamente di nuovi inquietanti sviluppi. Love’s kamikaze continua quindi a mostrare la sua tragica attualità e rappresenta oggi, da parte nostra, la disperata volontà di continuare a contrapporci alle barbarie e alle ingiustizie con le uniche armi a nostra disposizione: il teatro e la poesia».

Uno spettacolo dunque necessario ma che non vi deluderà. Si ride, si piange, ci si indigna e si prova amore. È questo un testo palpitante che vive grazie all’ottima interpretazione dei due protagonisti. Andate a vederlo. Merita.

 

LOVE’S KAMIKAZE

di Mario Moretti

regia Claudio Boccaccini

con Marco Rossetti e Giulia Fiume

scene Eleonora Scarponi

costumi Antonella Balsamo

luci Marco Macrini

musiche originali Antonio Di Pofi

foto Tommaso Le Pera

 

 

Teatro Marconi

viale Guglielmo Marconi 698 e

dal 7 al 17 febbraio

tel 065943554 -info@teatromarconi.it

info@teatromarconi.it

http://www.teatromarconi.it

dal giovedì al sabato ore 21.00

domenica ore 17.30

biglietti Intero 24€ ridotto 20€

 

 

Nel cuore della notte di Rebecca West

Dopo La famiglia Aubrey, Nel cuore della notte è il secondo capitolo della trilogia di Rebecca West, poliedrica autrice inglese che riesce a integrare perfettamente il romanzo squisitamente d’ambiente con le tematiche sociali più scottanti. Il garbo che la contraddistingue ma anche la sua ironia pungente e solida ne fanno una delle autrici più interessanti di tutti i tempi. La sua riscoperta, grazie a queste pregevoli edizioni di Fazi, è tra i pochi piaceri letterari degli ultimi anni.

È trascorso un po’ di tempo da quando abbiamo salutato la famiglia Aubrey. Le bambine non sono più tali: i corsetti e gli abiti si sono fatti più attillati, le acconciature più sofisticate; l’ozio delle giornate estive è solo un ricordo. Oggi le Aubrey sono giovani donne, e ognuna ha preso la sua strada: le gemelle Mary e Rose sono due pianiste affermate e vivono le difficoltà che comporta avere un talento straordinario. La sorella maggiore, Cordelia, ha abbandonato le velleità artistiche per sposarsi e accomodarsi nel ruolo di moglie convenzionale. La cugina Rosamund, affascinante più che mai, lavora come infermiera. La madre comincia piano piano a spegnersi, mentre il padre è sparito definitivamente. Poi c’è lui, il piccolo Richard Quin, che si è trasformato in un giovane seduttore brillante e, sempre più, adorato da tutti. La guerra, che piomberà sulla famiglia come una catastrofe annunciata, busserà anche alla sua porta, e sconvolgerà ogni cosa. Mentre l’Inghilterra intera è costretta a separarsi dai suoi uomini, l’universo delle Aubrey si fa sempre più esclusivamente femminile: gli uomini e l’amore rimangono un grande mistero, un terreno inesplorato da attraversare, pagine ancora tutte da scrivere che, forse, troveranno spazio nel prossimo volume di questa appassionante saga familiare.

Rebecca West tratteggia con cura i suoi personaggi, dona loro passione e vitalità; talvolta è spietata nelle descrizioni delle loro debolezze, che però ce li rendono umani, carichi di difetti e di pregi. In una parola: vivi. Una famiglia convenzionale e anticonvenezionale allo stesso tempo. E sono proprio queste contraddizioni a rendere la lettura del romanzo Nel cuore della notte avvolgente, scorrevole. Si chiude il romanzo con la sensazione di aver lasciato degli amici, lì, in quel salotto, intenti a bere il tè delle cinque. Ma si ha anche la sensazione di aver appreso più di una semplice storia, di aver afferrato la vita.

Tutto questo è Rebecca West.

Il mio nome è Bond, James Bond!

BOND AGES

007 SGUARDI SUL CINEMA DI JAMES BOND

Saggio di Marco Paracchini

Pubblicato da Undici Edizioni

Uscito il 18 dicembre 2018

(Illustrazioni interne di Pierfrancesco Stenti)

 

007 DOMANDE A MARCO PARACCHINI

 

James Bond è un mito senza tempo.

Nonostante diversi volti abbiano interpretato la spia più famosa (e longeva) del mondo e nonostante l’inventore dell’agente doppio zero sia passato a miglior vita da ormai diversi anni, la figura di 007 continua (e continuerà) a far parte della Storia e non solo di quella cinematografica.

E proprio da questo spunto parte il saggio dello storyteller novarese Marco Paracchini che propone, per la seconda volta, una diligente analisi sull’evoluzione di questo personaggio fictional che perdura da quasi sessant’anni. Il libro, pubblicato dalla giovane, ma brillante realtà editoriale che risponde al nome di Undici Edizioni (che fa parte delle realtà “No EAP”/nda) contiene un’analisi sociologica, nonché economica, di questo eroe che ha saputo influenzare stili e tendenze della Settima Arte (e non solo).

L’autore non si limita a trattare solo della spia britannica, ma parte da molto lontano, offrendo delucidazioni legate alla storia dello spionaggio. Grazie ad alcune domande, abbiamo potuto cogliere il valore aggiunto di questo testo.

Marco Paracchini

#001 – È stato necessario partire dalla realtà per affrontare l’agente segreto al servizio di Sua Maestà?

Ho pensato fosse imprescindibile. Credo sia indispensabile carpire anche alcuni dati storici al fine di avere così un quadro completo sullo spionaggio.

#002 – Dagli Antichi Egizi sino ai Ninja, ma il focus va principalmente su una figura delicata, ma ben definita che è quella di “M” dal 1995 sino al 2012, puoi spiegarci il perché?

Perché in un mondo scaltro, oscuro e un po’ maschilista come quello di 007, la figura di M, interpretata dalla meravigliosa Judy Dench, era un punto di svolta per la storia cinematografica di Bond. Tuttavia nello spionaggio inglese c’è stata veramente una donna che aveva rivoluzionato il sistema dell’intelligence e per lungo tempo aveva davvero ricoperto quel ruolo. Mi sembrava doveroso farlo presente.

#003 – Questo è il tuo secondo libro su 007 poiché nel 2012 sei stato l’unico autore italiano a dare spazio al 50° di James Bond. Cosa c’è di innovativo in questo testo rispetto al precedente?

“BOND AGES” è un libro decisamente più completo e ricco rispetto al predecente, ma alcuni aspetti di contenuto sono similari. Undici Edizioni ha poi impreziosito il testo con un’impaginazione molto curata e le illustrazioni di Pierfrancesco Stenti fanno il resto. È un volume ricco di notizie, curiosità e analisi. Nel 2012 il libro sarebbe dovuto uscire per una grande casa editrice, ma cambiarono i vertici della collana dedicata a questo personaggio e tre mesi prima dell’uscita di “Skyfall”, il chief editormi scrisse che non avrebbero pubblicato l’opera. Quindi, dopo otto mesi di missive virtuali assolutamente inutili, arrivò il momento di pubblicarlo. I tempi purtroppo erano risicati per cominciare una nuova ricerca quindi ripiegai sul book on demandin modo da far uscire il libro qualche giorno prima del “Cinquantesimo” di 007 (“James Bond 1962/2012 – Cinquant’anni di un fenomeno cinematografico”, Phasar Edizioni 2012) che è stato, manco a dirlo, il mio best seller.

#004 – Il sottotitolo “007 sguardi sul cinema di James Bond” parla chiaro: sette capitoli che analizzano lo spionaggio e le peculiarità di questo eroe. C’è un capitolo a cui ti senti particolarmente legato?

Pur essendo legato a tutti i capitoli del saggio, la parte 005 è forse quella a cui sono maggiormente affezionato: c’è un parallelismo con un’altra figura di spicco dell’entertainment “Made in Uk”, ma per scoprirlo dovrete sfogliare il libro!

#005 – Una domanda che credo ti ponga chiunque: qual è, secondo te, il miglior 007?

Sì, è un quesito che mi fanno tutti coloro che scoprono di avere a che fare con “uno che ha scritto di James Bond” e la mia risposta è più o meno sempre uguale, anche se non appaga mai i fruitori: ogni epoca ha avuto il suo 007 e tutto, o quasi, è legato all’esperienza emozionale diretta del primo film che si vede. Difficilmente uno che è cresciuto a “pane e Connery” amerebbe Daniel Craig, viceversa chi ha scoperto Bond con “Casino Royale” (2006) faticosamente accetterebbe l’iconico Moore. Io ho imparato ad amarli tutti, nessuno escluso. Offrono aspetti ed emozioni diverse e sarà così anche per il prossimo attore che lo interpreterà.

#006 – A cosa credi sia dovuto il successo di un personaggio simile? Qual è, secondo te, il segreto della sua longevità?

Ottima domanda. Credo che gli ingredienti del successo di 007 siano molteplici. Innanzitutto è un personaggio che si è saputo rinnovare, a volte con difficoltà, ma ha saputo farlo mantenendo fede agli stilemi narrativi originali. Inoltre è un eroe che stimola uomini e donne per aspetti differenti, ma soprattutto perché incarna una figura tutta d’un pezzo, peculiarità che è senza dubbio estremamente affascinante da qualsiasi punto lo si guardi.

#007 – Il libro accenna anche cosa potrebbe raccontare il prossimo capitolo cinematografico. Quali sono le aspettative per il 25° film in arrivo nel 2020?

Il condizionale è d’obbligo perché mentre rispondo a queste domande, ancora non v’è alcuna certezza sul plot. Posso giusto dire che rivedremo Lea Seydoux – che di per sé è già una novità perché non c’è mai stata una Bond Girl proposta in due film -, che la colonna sonora potrebbe avere un altro compositore rispetto ai precedenti film e che il cast potrebbe annoverare il giovane talento Rami Malek (appena visto in “Bohemian Rapsody”) e due nuove figure femminili: una spia al fianco di Bond e un’acerrima antagonista. In verità sono più curioso di immaginare il dopo Craig. Noi del fandom bondiano dovremo andare al cinema spinti solo da una gioiosa curiosità, ma senza avere aspettative poiché questa futura pellicola potrebbe “chiudere col botto”, ma anche essere un flop allarmante.

Harry Potter: un classico della letteratura per ragazzi! Intervista a Mariagrazia Mazzitelli

Babbani, Cioccorane, dissennatori, mezzosangue, in quali romanzi troviamo queste parole? Nella saga di Harry Potter naturalmente. Sono passati vent’anni dall’uscita del primo libro di J.K. Rowling ma il successo del piccolo maghetto non accenna a diminuire. Qual è il suo segreto? Lo abbiamo chiesto a Mariagrazia Mazzitelli, direttore editoriale di Salani, editore per l’Italia della saga.

Come arriva la Salani a comprare i diritti del libro? Che cosa ci ha visto di interessante?

Dobbiamo tornare indietro nel tempo al 1997. Salani continuava a ristampare Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Sepulvedaa testimonianza della determinazione della nostra casa editrice a credere che un libro per ragazzi di valore è un libro per tutti, senza limiti di età. Harry Potter e la pietra filosofale arrivò attraverso la nostra scout inglese e il nostro ufficio diritti, con la segnalazione di “romanzo di qualità di un’esordiente”, pubblicato da Bloomsbury

Fummo consigliati di guardarlo abbastanza in fretta. Lo lessero Luigi Spagnol e Donatella Ziliotto. Era in effetti un libro di qualità: la cosa che colpiva di più era la costruzione fantastica, l’inesauribile moltiplicarsi delle invenzioni, una fantasia senza limiti. Facemmo una sorta di riunione in redazione, in cui decidemmo che, considerata la qualità della produzione Salani, dovevamo fare un’offerta anche per questo, non poteva mancare nel nostro catalogo. Tutto qui. Non c’erano altre notizie sul libro e sull’autrice, non era ancora niente, neanche un caso. Dall’Inghilterra sapevamo solo che era stato proposto anche ad altre case editrici italiane e che, forse, ci sarebbero state altre offerte. Luigi diede la svolta, offrendo una cifra alta per i primi due libri della serie, un two books deal. Un’offerta con un anticipo da libro per adulti, per intenderci, allora che il mercato dei libri per ragazzi aveva parametri più bassi. L’offerta fu accettata, nell’ottobre del 1997 avevamo il contratto. Pensammo quindi di pubblicare la nostra edizione nel maggio del 1998; affidammo la traduzione a Marina Astrologo, e le illustrazioni a Serena Riglietti. Preparammo un dépliant per la riunione cedola estiva, abbastanza di impatto con lo slogan “Il debutto di un nuovo Roald Dahl”, e che, evidenziato in un punto, riportava come temi di fondo: “La fragilità dei rapporti umani, le relazioni di potere tra adulti e bambini, l’abuso di potere da parte di chi lo possiede”. Rileggendo questo brano a distanza di anni, be’ un po’ di intuito l’abbiamo proprio avuto.

Quando avete acquisito i primi due libri, sapevate che facevano parte di un progetto più ampio?

Sì, ma non sapevamo come la storia si sarebbe evoluta, come certe caratteristiche dei personaggi sarebbero state importanti e funzionali per l’intera vicenda. Per molti aspetti navigavamo a vista affidandoci esclusivamente sulla nostra lunga esperienza e professionalità nel settore di libri per ragazzi. Le racconto una curiosità: quando abbiamo pubblicato la nostra prima edizione, Harry Potter in copertina non portava gli occhiali e il nome dell’autrice era scritto per esteso. Ricevemmo a distanza di mesi una lettera di protesta dall’agente, con la richiesta di modificare entrambe le cose in una ristampa. Ma chi avrebbe mai potuto prestare tanta attenzione agli occhiali e chi sapeva che l’indicazione del contratto con le iniziali al posto del nome per esteso rispondeva a una scelta precisa dell’autrice, nel ricordo di A.A. Milne, e forse del fatto che era meglio non identificare il sesso dell’autore, nel caso di un’esordiente? Noi pensammo solo a una affrettata scrittura del contratto.

Alla luce di tutto ciò come è stata affrontata la traduzione e di seguito l’editing dei testi?

Dal punto di vista della traduzione, è stato un lavoro molto impegnativo (abbiamo dovuto inventare tutti i nomi), un lavoro collegiale, molto divertente; sono nostre creazioni parole come: i Babbani, le Cioccorane, le Caramelle Tuttigusti +uno. In Harry Potter i nomi di persone o di luoghi contengono quasi sempre un’allusione, una parodia, un gioco di parole. Molto spesso è stata mantenuta la forma inglese, perché più evocativa e immediata, altre volte si è scelta una traduzione che ricalcasse il significato dell’originale o privilegiasse l’assonanza, altre ancora un’interpretazione che rendesse la suggestione comica o fiabesca o quotidiana del contesto. Ma solo dopo l’uscita di tutti e sette i volumi abbiamo pensato di rimettere mano all’intero corpo del testo cercando di dare maggior voce al romanzo originale. Le prime traduzioni seguivano esclusivamente il testo in questione, non avevamo la possibilità di capire che cosa sarebbe accaduto dopo, questo ha comportato un lavoro maniacale sul libro in uscita, mentre l’aspetto corale non veniva toccato e soprattutto non era possibile mettere nella giusta prospettiva l’evoluzione di tutti i personaggi. Stefano Bartezzaghi insieme a un team molto competente e preparato sul mondo di Harry Potter ha rimesso mano a tutto ciò, soffermandosi su ogni singola parola, cercando di capire se mantenere il nome dato da noi, utilizzare la parola originale, oppure cercarne una nuova, alla luce di tutto ciò che ormai sapevamo sulla saga e su ciascun personaggio. È stato un lavoro enorme e di grossa responsabilità, ma crediamo di avere centrato l’obiettivo finale: quello di dare ancora più spessore all’intera vicenda e ai suoi protagonisti, come era nelle intenzioni dei testi originali.

Alle case editrici non capita tutti i giorni di imbattersi in un libro che entrerà negli annali dell’editoria, oltre a diventare un classico della letteratura. Come definisce questo successo?

Magico? Sicuramente unico in questa vicenda editoriale è il rapporto creatosi con gli agenti Mr Christopher Little prima e con Neil Blair dopo e con le persone che hanno lavorato e lavorano con loro, e anche quel comitato di editori europei di Harry Potter che due volte l’anno si sono incontrati  per parlare e per scambiarsi idee sulle situazioni delle vendite e della promozione nei vari paesi.

Poi bisogna credere nella qualità e avere fortuna. Non trovo altre parole, non ci sono stati altri segreti. 70% di fortuna avrebbe detto Mario Spagnol, sulla base della sua ricetta di editoria, 10% di intuito (il restante 20% 10 umiltà, 10 curiosità, ma non in questo caso). In questa vicenda fortunata, ho solo il rammarico che lui non abbia fatto in tempo a vivere con noi questo successo.

Quando avete capito che Harry Potter sarebbe diventato un fenomeno di livello mondiale e che anche in Italia avrebbe fatto impazzire milioni di ragazzi?

L’8 luglio del 1999 esce in Inghilterra il terzo volume Harry Potter e il prigioniero di Azkaban; La rivista americana “Time” dedica la copertina a Harry Potter, i cui primi due volumi sono già usciti sul mercato americano in tempi molto ravvicinati. È la consacrazione. Dilaga la Harrypottermania nel mondo. E anche da noi il decollo è immediato, la nostra azione di promozione è sicuramente facilitata, sostenuta dall’impegno di tutti: il 22 ottobre del 1999 esce il secondo volume Harry Potter e lacamera dei segreti, con una tiratura di 21.000 copie ed è subito richiesta una ristampa del primo volume. Il resto è storia.

Quali potrebbero essere le ragioni di un così enorme successo che non accenna a diminuire?

Harry Potter ha intercettato lo spirito di quel tempo, ha segnato un’epoca e una generazione, ormai chiamata appunto “generazione Harry Potter”. Ma poi è andato oltre ridefinendo i canoni di ciò che i ragazzi ricercano in generale nelle loro letture: uno specchio della loro vita, una lettura che sia alla loro altezza e storie appassionanti. Harry Potter è questo.

Chi è la signora Rowling?

Joanne Kathleen Rowling, J.K. Rowling sulle copertine, ormai, come tutti sanno, è più ricca della regina d’Inghilterra. Una donna particolare, dotata di una logica ferrea e di una visione morale della vita, che in un’ansa del suo straordinario cervello (“La sua immaginazione,” dice Stephen King, “dovrebbe essere assicurata presso i Lloyds di Londra per due o tre miliardi di dollari.” Entertainment Weekly, 11 agosto 2003),sin da bambina, si è abituata a costruire storie e si è raccontata la realtà. Non si possono altrimenti scrivere sette romanzi in cui ogni elemento è così prezioso per l’architettura generale dell’opera.

La case editrice come ha affrontato il successo della saga?

Non sedendosi sulla fortuna. Migliorare sempre la qualità del prodotto attraverso un lavoro costante e continuo.

Harry Potter si può già definire un classico della letteratura per ragazzi?

Sì, sono 20 anni dalla prima uscita e non c’è bambino o ragazzo che non si approcci alla saga. A oggi si può ben dire che Harry Potter è un vero classico della letteratura per ragazzi.

A suo avviso all’orizzonte c’è sentore di qualche manoscritto che potrebbe ricalcare, almeno in parte, il successo del maghetto?

Non si può prevedere. Sicuramente il successo di Harry è stato straordinario e forse per certi aspetti irripetibile. Molto probabilmente noi non lo vedremo.

Che lettori sono i ragazzi?

Non c’è una tipologia di lettore. Ci sono quelli che leggono in maniera bulimica, chi solo per dovere, altri saltuari e solo determinate cose.

Quali sono i criteri, se essi ci sono, per la scelta di un testo per ragazzi?

Bisogna scegliere con gli occhi dei ragazzi, calarsi nei loro panni. Non si può editare un libro per questa fascia di età e pensarlo con la mente di un adulto.

Che cosa vuol dire essere direttore editoriale di una casa editrice per ragazzi?

Vuol dire una grossa, ma bellissima, responsabilità. Di fatto la lettura di un libro può segnare profondamente il modo di essere di un ragazzo anche da adulto. Io ne sono un esempio, se sono quella che sono oggi lo devo anche a un libro che lessi da bambina e che mi segnò molto. Non sempre, poi, i libri più famosi sono quelli che di più influenzeranno le nostre scelte. Ognuno ha il proprio romanzo di riferimento. L’importante è trovarlo. Per chi come noi fa libri per ragazzi la cosa più importante è gettare un seme, poi ognuno raccoglierà quello che maggiormente avrà un senso per lui.

Manola Mendolicchio

10 film natalizi (+1) per arrivare alla Vigilia belle cariche

Che siano d’amore, comici, o strappalacrime, ci sono dei cult movie che esattamente come l’albero e il presepe, fanno ormai parte della tradizione e se vogliamo stimolare uno spirito natalizio anche nel più Scrooge degli animi.

Niente paura, ce n’è per tutti i gusti.

  1. Piccole donne (versione del 1994)

Dal romanzo di formazione di Louisa May Alcott al grande schermo, la narrazione segue le vite delle sorelle March, che da ragazzine, appunto, crescono fino a diventare giovani donne. Essendo una storia spalmata su più anni, le vicende si svolgono in più stagioni, ma gli eventi più marcanti e toccanti cadono quasi sempre durante le loro festività natalizie, e ciò fa di Piccole donne, una delle tradizioni intramontabili dell’Advent calendar cinematografico. Tanto amore, tanta famiglia, tanta amicizia e tante lacrime. Prendete i pop-corn e la coperta per scoprire se siete più Meg, più Jo (io sono Jo), più Beth o più Amy.

  1. Il diario di Bridget Jones

Perfetto per una serata natalizia tra amiche durante la quale mandare al diavolo diete e regimi depurativi per festeggiare alla grande come Bridget. La single più imperfetta e pasticciona di sempre ci trascinerà nel suo vortice di feste natalizie durante le quali non si risparmia figure pessime al limite dell’imbarazzante. E poi ci sono Hugh Grant e Colin Firth… devo aggiungere altro?

  1. Love Actually

Colonna sonora stre-pi-to-sa. Commedia super-romantica che intreccia le storie d’amore e di guai di 5 coppie/single sullo sfondo di una Londra che più natalizia non si può. È sicuramente passato alla storia per una delle dichiarazioni d’amore più romantiche della storia del cinema, quindi… perfetto per sognare con gli occhi a cuoricino, abbracciati sul divano, bevendo cioccolata calda.

  1. L’amore non va in vacanza

E continuiamo alla grandissima con le rom-com! Qui abbiamo un’algida Cameron Diaz che scambia la sua villa di Los Angeles con il cottage nella campagna inglese di Kate Winslet, gattara dal cuore infranto. Natale nella neve per una e Natale al sole dalla California per l’altra, le due ragazze si scambieranno la vita per 10 giorni magici, che stravolgeranno il loro (e nostro) cuore. A mio parere, una delle commedie natalizie più riuscite degli ultimi tempi.

  1. Edward mani di forbice

Vintage anni ’90 con un indimenticabile Johnny Depp e una giovanissima Wynona Ryder, favola che alterna buio e colori supersaturi. Edward è un moderno Pinocchio, “figlio” di un inventore che muore prima di potergli costruire le mani, lasciandolo così con dieci lame al posto delle dita (e un biscottino di pastafrolla al posto del cuore). L’outsider puro di cuore e la bella della città. Una poesia d’amore, una dedica eterna, una ninna nanna, Edward Mani di forbice è quel film che tutti nella vita dovrebbero vedere. E rivedere.

  1. O.S. fantasmi

È il retelling in salsa anni ’80 del Canto di Natale di Dickens, impregnato della comicità di Bill Murray. E siccome ogni Natale, la tradizione del Christmas Carol va onorata, questa versione la stra-consiglio.

  1. Mamma ho perso l’aereo

Che ve lo dico a fa’?!

Ok, questo punto in realtà vale doppio, perché non si può guardare Mamma ho perso l’aereosenza Mamma ho riperso l’aereo, mi sono smarrito a New York. Perché tutti, guardandolo, ci siamo sentiti un po’ Kevin!

  1. Un amore tutto suo

E rieccoci con le rom-com, questa è particolarmente dolce e tenere, con Sandra Bullock bigliettaia della metro, innamorata persa di un cliente abituale del quale non sa neanche il nome (il Sandy Cohen di O.C.). Da Miss Nessuno si ritrova sua fidanzata da un giorno all’altro, dopo avergli salvato la vita da un incidente mortale. E il Natale di Sandra, non sarà più lo stesso.

  1. Scrivimi fermo posta

Questa è una autentica chicca. Alzi la mano che ha visto C’è posta per te con Meg Ryan e Tom Hanks! Ora alzi la mano chi sapeva che è un remake!… Nessuno? Immaginavo. Il film originale è del 1940 e si chiama proprio Scrivimi fermo posta, in inglese The shop around the corner.

Questa è la trama: Alfred e Klara, due commessi di Budapest che lavorano nello stesso negozio di articoli da regalo, corrispondono per lettera ignorando l’uno l’identità dell’altro: mentre per lettera hanno iniziato una romantica relazione epistolare che li ha portati a innamorarsi, nella realtà si detestano. La vicendevole antipatia cresce a mano a mano che aumenta la loro relazione epistolare. A fare da cornice alla storia, anche qui, è il Natale.

  1. Vacanze di Natale ‘95

Che top 10 sarebbe senza neanche uno dei cinepanettoni storici? Che piacciano o non piacciano, è innegabile che abbiano segnato un’era e a mio parere, questo rappresenta l’apice del duo Boldi-De Sica. Boldi porta in vacanza ad Aspen la figlia quindicenne innamorata di Luke Perry, De Sica invece è un giocatore d’azzardo sfortunatissimo, che dopo essere stato ripulito al tavolo da poker, deve scegliere se pagare il debito o “cedere” la sua bellissima moglie per una notte con l’avversario.

Equivoci, scambi di persona, qui pro quo, do ut des… chi più ne ha più ne metta.

E se questi dieci film non vi sono bastati, avremo sempre la certezza che la notte della vigilia, in tv passerà Una poltrona per due.

 

Amori Reali di Cinzia Giorgio

Esce oggi in libreria e in tutti gli store online il saggio Amori Reali di Cinzia Giorgio (Newton Compton editori). Il mio desiderio e la mia curiosità di leggere l’ultimo libro di Cinzia Giorgio, si soddisfano subito. La prima cosa che penso, osservando la copertina è: “Ok! Facciamo un bel tuffo nei miei sogni di bambina, quando anch’io sospiravo per il Principe Azzurro!” (e poi fortunatamente, l’ ho pure sposato!).

Tra queste pagine, tra queste storie, c’è molto di più: c’è la dedizione e la superlativa capacità della Giorgio di giocare con le parole rendendo il suo stile letterario unico e diretto. Con la sua prosa degna del miglior saggio storico, le storie d’amore dei reali si fanno conoscere sotto molte sfaccettature.

È un viaggio nell’amore e nelle condizioni e contraddizioni dei matrimoni sfarzosi, imponenti, a volte anche tragici, che hanno accompagnato l’evoluzione dell’umanità. Si parte da Cesare e Cleopatra, per arrivare a ripercorrere la navata dell’Abbazia di Westminster insieme a Kate e al Principe William.

Non si parla solo d’amore, non è un libro romantico, ma è un saggio che attraverso il profondo lavoro di studio e ricerca fatta dell’autrice, ti permette di leggere e capire le situazioni politiche e sociali. La figura della donna e sua immensa capacità d’adattarsi anche alla ragion di stato (esempio lampante: Soraya con Reza Pahlavi); e di continuare a farci sognare anche quando prima dell’amore veniva la geo-politica!

“Non hai idea di quanto sia difficile vivere una grande storia d’amore ” diceva Wallis Simpson… io le risponderei: “Ha ragione, duchessa, ma leggendo questo saggio avrò sicuramente le idee più chiare.”

E così è stato.

Mirtilla Amelia Malcontenta

Il Vicario di Wakefield

Le Edizioni Fazi propongono un altro titolo classico riportato a nuovo per l’affezionato pubblico di lettori moderni. Nessuno si stupisca se dopo più di tre secoli le avventure/disavventure di Il Vicario di Wakefield fanno ancora sorridere. Il testo, tradotto dall’inglese, e reso ancor più brillante, da Barbara Bartoletti, si preannuncia già per il sottotitolo guardingo: “Una storia che si presume scritta da lui stesso”, irresistibilmente attraente e curioso.

Fare la conoscenza del protagonista è un’esperienza quanto mai singolare sin da subito presentandosi egli come benedetto da una duplice vocazione:

Sono sempre stato dell’opinione che un onestuomo che si sposi e che tiri su una famiglia numerosa sia più utile di colui che rimane celibe pur continuando a parlare di progenie. Per questa ragione cominciai a pensare seriamente al matrimonio già appena un anno dopo che ebbi preso gli ordini, e scelsi mia moglie allo stesso modo in cui lei scelse il suo abito nuziale: non per l’aspetto brillante e grazioso ma per quelle qualità che si sarebbero mantenute inalterate nel tempo.

Effettivamente capita davvero di tutto allo sfortunato (ed è già un eufemismo) vicario Primrose che perde tutto: la figlia, la casa, gli averi e infine anche la libertà, ma rimane saldo nella sua fede e incrollabile nella fiducia verso la Provvidenza, anche quando è veramente difficile.

Vivemmo così in questo stato di intensa felicità per molti anni, non senza che ci capitassero a volte quei piccoli inconvenienti che la Provvidenza ci invia per farci meglio apprezzare i suoi favori.

Un’opera parodica che, dopo aver suscitato un incredulo sorriso, lascia l’amaro in bocca per l’incessante serie di rovesci della fortuna, accolti con così tanta rassegnazione, quando non è addirittura accettazione. Un ammirabile spirito di sopportazione messo veramente a dura prova in una sequela di rovesci e colpi di scena davvero incredibili.

Disseminate lungo il cammino il nostro caro vicario trova il tempo e la forza d’animo per dispensarci anche edificanti perle di saggezza:

«Sia lo spirito che la comprensione», dissi, «non hanno valore senza l’integrità: è questa che conferisce valore a ogni carattere. Il contadino ignorante, senza colpa, vale più del filosofo che ne ha molte. Perché cos’è il genio o il coraggioso senza un cuore? Un uomo onesto è l’opera più nobile di Dio».

Il Vicario di Wakefield fin dalla prima pubblicazione, nel 1766, ebbe uno straordinario successo in tutta Europa. Ne sono state tratte diverse versioni cinematografiche ed è stato uno dei romanzi più̀letti e citati tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo: George Eliot in Middlemarch, Charles Dickens in David Copperfield, Mary Shelley in Frankenstein, Charlotte Brontë in Il Professore e Villette, e oltreoceano, anche Louisa May Alcott in Piccole donne. Johann Wolfgang Goethe non mancò di farvi riferimento ne I Dolori del giovane Werther e lo definì: «Uno dei migliori romanzi che siano mai stati scritti».

Anche Jane Austen cita l’opera in Emma come lettura che può dimostrare il grado di erudizione di Mr Martin, l’onesto ma campagnolo pretendente di Harriet Smith:

“Suppongo che Mr. Martin non sia un uomo che conosce molto al di là della sua professione. Non legge?”

“Oh, si! cioè, no… non lo so… ma credo che abbia letto un bel po’… anche se non quello che interesserebbe voi. Legge i Resoconti Agricoli e qualche altro libro, di quelli messi nei sedili delle finestre, ma li legge tutti per conto suo. Ma qualche volta, di sera, prima di giocare a carte, leggeva qualcosa a voce alta dagli Estratti eleganti… molto piacevoli. E so che ha letto il Vicario di Wakefield[1].

Sospetto che le sottili labbra di Jane Austen si siano arricciate più volte alla lettura delle disavventure dell’ecclesiastico, divertita dal susseguirsi delle vicende, ma ancor più dalla tipologia di personaggio che poi ritroveremo spesso ricorrente nei suoi romanzi.

Il Vicario di Wakefield ha tutte le carte in regola per diventarci caro e familiare, come una vecchia conoscenza, cosa che del resto accade con gli indiscutibili classici.

 

 

[1] Jane Austen, Emma, trad. Giuseppe Ierolli, jausten.it, “romanzi canonici”, cap. 4.

A tu per tu con Agatha Christie

Agatha Christie, Monumento, Christie

Agatha Mary Clarissa Miller nacque a Torquay, nel Devon, il 15 settembre 1890 in una famiglia dell’alta borghesia. La più giovane dei tre figli nati da Frederick Alvah Miller, un agente di cambio americano, e dalla moglie di origine britannica Clara Miller. Conosciuta in tutto il mondo come scrittrice intramontabile, prende il suo pseudonimo dal cognome del marito Archibald Christie, cognome che poi manterrà per tutti i suoi successi letterari.

Leggendo i suoi libri traspare il modo in cui lei è sempre stata descritta: come la scrittrice che, dai tempi dei tempi, è stata più tradotta e apprezzata seppur le critiche non sono mai mancate, per la scrittura semplice e senza troppi fronzoli che caratterizzava le sue storie. E, forse, è stato proprio questo il suo successo: la capacità di far amare la lettura anche a chi era ed è poco incline nei confronti di questo genere. Io però aggiungerei, essendo una sua grande ammiratrice e avendo letto la maggior parte delle sue opere, che il suo modo di narrare il mistero è sublime, crea la giusta atmosfera, con incredibile maestria, in un certo senso il suo è un dono. Quando si parla di Agatha Christie difficilmente si scende nel dettaglio della sua vita come donna in sé, si parla poco del suo essere, del suo stile, ma ciò è capibile in quanto difficilmente si trovano immagini che la ritraggono, se non quelle canoniche con cui ai più viene presentata.

Quando penso al suo, a mio parere, personaggio più interessante, Miss Marple, non posso far altro che pensare a lei: la Christie in quelle poche foto in cui viene ritratta ha un’espressione enigmatica, come poi ho sempre immaginato Miss Marple e come viene presentata anche nelle trasposizioni cinematografiche.

Entrambe donne semplici, vestite in stile bonton ma per nulla ricercato e i loro cappellini, poi… non passano di certo inosservati. Eppure, la loro mente va oltre ciò che noi possiamo lontanamente immaginare. Un gioco d’astuzia, intelligenza, caparbietà… Non a caso ho fatto questo esempio e non a caso riesco ad associare in tutto e per tutto la scrittrice alla sua beniamina letteraria.

Risultati immagini per miss marple

Dovete sapere che, quando a dieci giorni dopo la sua sparizione (3 dicembre 1926), la Christie venne ritrovata ad Harrogate, località termale dell’Inghilterra settentrionale, dove soggiornò in un albergo registrata con il nome dell’amante del marito, non seppe dare spiegazioni su quanto le era accaduto in quei giorni. Era in uno stato di amnesia, portatole dall’abbandono da parte del marito e dalla recente scomparsa della madre. Si ritrovò, così, protagonista di un mistero, proprio come i tanti creati dalla propria fantasia. Solo nel 2000 vennero ritrovati alcuni documenti che hanno portato al dubbio che il piano fosse stato architettato dalla stessa per far sì che il marito venisse accusato di omicidio e occultamento di cadavere, un connubio tra realtà e finzione che, se così fosse, spiegherebbe anche in parte il suo incredibile ingegno nel creare le sue indimenticabili storie. Solo con il suo secondo matrimonio con l’archeologo Max Mallowan, conosciuto nel corso di un viaggio in treno verso Baghdad, ritrova la sua armonia e, grazie ai tanti viaggi compiuti insieme, anche l’ispirazione per molti dei suoi scritti.

Un altro dei suoi successi fu la serie con protagonista Poirot: si seppe che in verità non amava molto questo suo personaggio, un pignolo detective belga. Ma perché? Io mi sono fatta un’idea leggendo i suoi scritti e guardando la trasposizione cinematografica di Poirot, personaggio che non ha destato molto le mie simpatie. E poi, dopo essere andata più a fondo con la sua storia, in particolare quel periodo ricco di mistero che l’ha caratterizzata, ho immaginato al perché il celeberrimo detective era stato pensato, in un certo senso, proprio così, come l’opposto di una Miss Marple…

Hercule Poirot, Figure, Persone, Personalità, Caratteri

Risultati immagini per in che anno sparì misteriosamente agatha christie