Tra poco in libreria per Neri Pozza

 

L’assassinio di Florence Nightingale Shore: Primo romanzo della serie I delitti di Mitford

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Il 12 gennaio 1920 l’infermiera Florence Nightingale Shore arriva a Victoria Station nel primo pomeriggio, in taxi, un lusso che ritiene di meritare a un passo dalla pensione e dopo una vita di sacrifici. Il mezzo di trasporto si intona, infatti, alla sua pelliccia nuova, regalo che si è concessa per il compleanno e che ha indossato per la prima volta solo il giorno precedente. Dopo aver acquistato un biglietto di terza classe per Warrior Square, Florence Nightingale Shore si accomoda nell’ultimo vagone, dove attende che il treno si metta in movimento. Poco prima della partenza nel suo scompartimento entra un uomo con un completo di tweed marrone chiaro e un cappello. È l’ultima volta che qualcuno la vedrà viva.
Il giorno stesso, sulla medesima tratta, la diciottenne Louisa Cannon salta giù da un treno in corsa per sfuggire all’opprimente e pericoloso zio, che vorrebbe sanare i propri debiti «offrendo» la nipote a uomini di dubbia reputazione. A soccorrerla è un agente della polizia ferroviaria, Guy Sullivan, un ragazzo alto e allampanato, gli incisivi distanti e gli occhiali spessi e tondi che gli scivolavano sempre sul naso. Affascinato dalla determinazione della giovane, Guy si offre di aiutarla a raggiungere Asthall Manor, nella campagna dell’Oxfordshire, dove la ragazza deve sostenere un colloquio di lavoro come cameriera addetta alla nursery presso la prestigiosa famiglia Mitford.
Louisa riesce a farsi assumere, divenendo istitutrice, chaperon e confidente delle sei sorelle Mitford, specialmente della sedicenne Nancy, una giovane donna intelligente e curiosa con un talento particolare per le storie, talento che le permetterà poi di essere una delle più sofisticate e brillanti scrittrici britanniche del Novecento.
Sarà proprio la curiosità di Nancy a spingerla a indagare, con l’aiuto di Guy, sul caso che sta facendo discutere tutta Londra: quello dell’infermiera assalita brutalmente sulla linea ferroviaria di Brighton.
Basato sul vero omicidio, rimasto irrisolto, di Florence Nightingale Shore, questo è il primo romanzo di una serie di avvincenti gialli ambientati nell’Inghilterra degli anni Venti e Trenta, con protagoniste le sei «leggendarie» sorelle Mitford.

Sei celeberrime sorelle – figlie del barone Redesdale, David Freeman-Mitford, – il glamour, il gossip che le circonda in un’avvincente serie di gialli.

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Napoli vista con gli occhi di Ashenden, l’inglese di W. S. Maugham

Là, nel Sud, la primavera era già inoltrata e nelle strade animate il sole ardeva. Ashenden conosceva bene Napoli. La piazza San Ferdinando, col suo trambusto, la piazza Plebiscito, con la sua bella chiesa, destavano nel suo cuore piacevoli ricordi. Via Chiaia era rumorosa come sempre. Sostò agli angoli e guardò su per gli stretti vicoli che scalavano ripidi la collina, quei vicoli di case alte con la biancheria stesa ad asciugare sui fili che attraversavano la strada come bandiere al vento in un giorno  di festa; e passeggiò lungo la spiaggia, guardando il mare lucente con Capri che si stagliava vagamente contro luce, finché arrivò a Posillipo, dove c’era un vecchio, malconcio, sconnesso palazzo nel quale, in gioventù, aveva trascorso parecchie ore romantiche. … Poi prese una carrozza tirata da un piccolo e scheletrico ronzino e tornò, sussultando sul selciato, alla Galleria dove sedette al fresco e bevve un americano e guardò la gente che bighellonava chiacchierando, chiacchierando sempre con un gesticolare vivace; esercitando la sua fantasia, tentò di indovinare dall’aspetto chi fossero in realtà.

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Pisa vista con gli occhi di Virginia Woolf

Da Diario di una Lettrice:

“Non riesco a pensare stasera, in una stanza altissima al Nettuno di Pisa, popolatissimo di turisti francesi.

L’Arno scorre via, con la solita spuma color caffè.

Passeggiavo nei chiostri: questa è la vera Italia, con l’antico odore di polvere, la gente che brulica nelle strade, sotto la -come si chiama?- credo che le strade coi portici si chiamano gallerie […]

Tutti i colori, qui, sono marmo bianco-azzurrastro contro un cielo molto luminoso e purissimo. La torre pende, prodigiosa.”

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Mary: a Fiction

Una prosa disadorna e uno stile asciutto raccontano la storia di una fanciulla desiderosa di affetto e di compiacere gli altri. Mary Wollstonecraft dà il suo nome alla protagonista del suo romanzo, una giovane donna che paga lo scotto di un’educazione familiare sbagliata e piena di pregiudizi, condotta al matrimonio sulla base di un ricatto morale esercitato sulla sua natura emotiva e legata per sempre e suo malgrado a un uomo che non conosce e non ama.

Una storia scarna, che non indugia morbosamente nell’analisi dei sentimenti ma non disdegna l’impiego dei tipici topoi sentimentali (la malattia, l’amore sfortunato, l’amicizia come legame alternativo, il viaggio catartico) e a volte strizza l’occhio a qualche considerazione etica dell’autrice.

Tale è la natura umana, le cui leggi non possono certamente essere invertite per compiacere la nostra eroina, e arrestare lo svolgimento dei suoi pensieri: la felicità fiorisce soltanto in paradiso, non possiamo goderne nella vita (p. 25).

Oltre al fatto che i due romanzi di Mary Wollstonecraft sono intitolati Mary e Maria, si può rilevare che entrambi criticano il matrimonio, considerato un’istituzione patriarcale che ha deleteri effetti sulle donne. In Mary: A Fiction, la protagonista è costretta a un matrimonio di convenienza, senza amore, e deve così cercare di realizzare i propri desideri d’amore e di affetto fuori di esso in due amicizie romantiche a appassionate con una donna e con un uomo. Ma la sua integrità morale e il suo sentimento religioso non le permetteranno di essere scalfita dalla tentazione.

La vita di Mary Wollstonecraft fu breve ma intensa e la protagonista la rispecchia nella sua generosità di slanci ma anche nel suo essere volitiva cogliendone al contempo quegli aspetti di ingenuità iniziali che qui sono portati a esempio e ammonimento educativo per le inesperte esponenti del cd. sesso debole.

Fu lasciata sola con i propri sentimenti: l’abitudine a riflettere su di essi li rafforzò, tanto che il suo carattere rapidamente si fece deciso e singolare. La sua mente era chiara e forte, quando non fosse oscurata dai moti del cuore; ma troppo era creatura d’impulso, e schiava della compassione (p. 12).

Mary Wollstonecraft Godwin (Londra, 27 aprile 1759 – 10 settembre 1797) filosofa e scrittrice britannica, è conosciuta per essere la madre della più famosa Mary, moglie del poeta Percy Shelley, autrice di Frankestein.

Ebbe una vita relativamente breve e avventurosa: dopo un’adolescenza passata in una famiglia condizionata dalla povertà e dall’alcolismo del padre, si rese indipendente con il proprio lavoro e un’istruzione formata attraverso i suoi studi personali. Visse amicizie di grandi dedizioni ed ebbe relazioni tempestose fino al matrimonio con il filosofo William Godwin, precursore dell’anarchismo, dal quale ebbe la figlia Mary, preconcepita.

Un’audacia enorme ci volle per sostenere nel suo libro A Vindication of the Rights of Woman, contro la prevalente opinione del tempo, che le donne non sono inferiori per natura agli uomini, anche se la diversa educazione a loro riservata nella società le pone, per colpa degli uomini, in una condizione di inferiorità e di subordinazione. Mary Wollstonecraft prendere così apertamente posizione contro il tradizionale sistema educativo maschilista che voleva la donna qualcosa simile a un soprammobile, una compagnia docile per l’uomo, allevata solo per il matrimonio.

La Mary del libro non compie atti eroici o imprese straordinarie ma ricerca nell’amicizia di Ann un affetto sostitutivo di quello coniugale che le è precluso. Durante un lungo viaggio nel continente, per recare sollievo all’amica malata che necessita di un clima mite, conosce Henry, un gentiluomo discreto e riservato che riconosce come uno spirito affine con il quale, consapevole di non essere una donna libera, può accettare di avere solo un legame amicale casto e puro.

Non senza, però, lotta o un notevole sforzo interiore:

La tempesta del suo animo rendeva tutte le altre trascurabili: non gli elementi avversi temeva, ma se stessa! (p. 51).

La storia è pervasa da una triste atmosfera di rassegnazione che fa intravedere a Mary, rimasta ormai sola, un’unica via di uscita:

Pensava che si stava affrettando verso quel mondo ‘dove non si è sposate, né date in sposa’ (p. 93).

 

Il viaggio di Oddo nella sua Valle della Decisione: l’Italia, la pittoresca

La Valle della Decisione è un romanzo di Edith Wharton, diverso da quelli che siamo abituati a leggere firmati dalla scrittrice americana.

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Romanzo monumentale per dimensioni e temi, Edith Wharton spiega di averlo costruito per “graduale assorbimento” attraverso cioè il contatto con il suolo, la cultura, la storia, l’ideologia, i paesaggi italiani. Certo la visione che ci viene presentata è piuttosto artefatta, soprattutto nella riduzione semplicistica delle distanze geografiche così come delle peculiari realtà locali di cui è costituita l’Italia. Non basta definirlo un romanzo storico perché è anche un romanzo di formazione e anche un romanzo ideologico. Sullo sfondo: un’Italia di provincia, del XVIII secolo, divisa in tanti staterelli, ostaggio della Chiesa che tiranneggia le coscienze più di qualsiasi ideale politico. L’ascesa del duca Oddo, la sua obbedienza alla ragione di stato, la sua ispirazione proveniente dalle idee illuministe dell’amata Fulvia non fanno che riproporre il conflitto interiore in cui si dibattono i personaggi della Wharton nei suoi romanzi.

Trovate qui alcuni passi che segnano i momenti salienti del viaggio del nobile Oddo Valsecca in cerca di ispirazione per realizzare la sua importante missione: realizzare l’illuminato “Gran Ducato di Pianura”.

L’arrivo in Piemonte:

… gli anni sembravano essere volati su di lui, e vedeva il mondo con occhi nuovi. Ogni suono e ogni profumo, lo attiravano al passaggio: al margine della strada spiccava nei dettagli come il primo piano di qualche minuzioso pittore olandese; ogni massa sospesa di rocce lontane, umide e scure, ogni ciuffo tardivo di campanule gli urlava: “Osservaci bene perché questa è l’ultima volta che ci vedi!”. Sembrava anche la prima, dato che aveva vissuto dodici estati italiane privo della sensazione di un’atmosfera imbevuta di sole che dà ad ogni oggetto, anche nell’ombra, un rilievo dorato. Ne era cosciente solo adesso che veniva invitato, per così dire, a sfiorare con le dita un messale rigido nelle sue foglie dorate e orlato da una varietà brulicante di insetti e germogli. La carrozza si muoveva tanto lentamente che Oddo non aveva alcuna fretta di girare le pagine; e ogni giallognola spiga di digitale, ogni nugolo di farfalle intorno ad un intrico di veroniche, ogni tremolio nell’erba sopra un filo nascosto di rugiada diveniva una meraviglia da toccare e di cui fare tesoro. Fu distolto da questo stato d’animo dalla svolta successiva della strada. Il sentiero, fino ad allora serpeggiante attraverso gole strettissime, ora si inerpicava su una cornice di rocce a strapiombo, sull’ultima scarpata delle montagne; e lontano nella vallata la pianura piemontese srotolava verso sud le sue interminabili lontananze verde-blu chiazzate di foreste. Una vista che elevava l’animo, poiché su quelle distanze soleggiate Ivrea, Novara e Vercelli si posavano come uccelli marini su un mare estivo. Era il futuro che si rivelava al ragazzo: foreste buie, ampi fiumi, città straordinarie e un nuovo orizzonte: tutto il mistero degli anni a venire era raffigurato per lui in quella grande pianura che si estendeva verso i più grandi misteri del paradiso. A tutto questo Cantapresto esprimeva approvazione con il suo sonoro russare. (pp. 68-69)

Lo scorgere Torino è fonte di ammirazione continua:

La vicinanza di una grande città cominciava già a rendersi evidente. La campagna densa di colori era disseminata di fattorie; le piccionaie dalle tegole rosse e le cascine coi loro graticci in mattoni a facciavista rompevano piacevolmente le distese di gelsi e granoturco; alcuni villaggi giacevano lungo le rive dei canali che intersecavano la pianura; e le colline oltre il Po erano punteggiate di ville e monasteri.

Per tutto il pomeriggio viaggiarono attraverso parchi ombrosi e sotto le mura di vigneti a terrazza. Era quella una regione dalle sfumature deliziose, con scorci qua e là di giardini sfolgoranti di fontane e ville con tetti adornati di statue e vasi; e finalmente, verso il tramonto, una svolta della strada li mise di fronte a una città piuttosto estesa, così rigogliosa di edifici e circondata di colline ridenti, che Oddo, balzando dal sedile, non poté trattenere un grido di pura gioia per quello spettacolo. Dovevano ancora attraversare la periferia e l’oscurità stava scendendo, quando oltrepassarono le mura di Torino. Nuove meraviglie si fecero incontro a Oddo: ampie strade illuminate dalle lampade, pulite e luminose come una sala da ballo, fiancheggiate da palazzi e colme di passanti ben vestiti; ufficiali in brillante uniforme sarda, eleganti gentiluomini in parrucca francese e giacche dalle maniche strette; mercanti che, dopo il lavoro, si affrettavano verso casa; ecclesiastici in carrozze oscillanti, e damerini lanciati nei loro calessi. I tavolini davanti ai caffè erano affollati di gente oziosa che sorseggiava una cioccolata e leggeva le gazzette, e qua e là le entrate a volta di un palazzo lasciavano intravedere qualche gruppetto allegro di persone che cenava al fresco nei giardini rischiarati dalle lampade.

… “Ah cavaliere, state ammirando una grande città, una città famosa e felicemente definita “la Parigi d’Italia”. In nessun altro posto trovate strade così ben illuminate e ottimamente lastricate, negozi così pieni di articoli parigini, passeggiate così affollate di carrozze eleganti e di cavalli. Pensate che vita che può condurre qui un giovane gentiluomo! La corte è ospitale, la società amabile, i teatri hanno i migliori cartelloni d’Italia”.   (pp. 75-76)

Da Torino a Genova il passaggio è obbligato:

Oddo ne approfittò per visitare parecchi fra i piccoli principati a nord degli Appennini, prima di dirigersi verso Genova, da dove si doveva imbarcare per il sud. Quando lasciò monte Alloro, la campagna mostrava il volto sbiancato di febbraio, e i suoi occhi di nativo del nord rimasero stupefatti nel ritrovarsi, sulla costa marittima, nella piena esuberanza dell’estate. Adagiata su queste sponde alcionie, Genova, nel suo splendore scolpito e affrescato, proprio allora intenta a celebrare con il consueto rituale sfarzoso, l’ascesa di un nuovo doge, sembrava a Oddo la cornice riccamente intarsiata di certi “trionfi” del Rinascimento. Ma le sontuose dimore con i loro peristili di marmo, e le colorate ville immerse negli aranceti lungo la costa, ospitavano una società ottusa e dalle vedute ristrette, paga di ammucchiare ricchezze e giocare a biribì sotto gli occhi degli avidi ritratti di Van Dyck, senza alcun interesse per le questioni che si stavano dibattendo nel mondo. Una sorta di grassa insensibilità commerciale, una mancanza di distinzione personale, che giustifica la magnificenza, pareva a Oddo la nota prevalente del luogo (p. 285).

Da una città di mare all’altra, abbagliato dal blu del golfo:

… fece vela per Napoli… Poche città potrebbero essere più affascinanti, a prima vista, per lo straniero… il mare e la terra la cingevano così splendidamente, il sole e la luna la irraggiavano con tale copiosità d’oro e d’argento, che sembrava immersa nei colori della natura circostante. E che natura, per occhi sottomessi alle sobrie tinte del nord! La sua qualità spettacolare -quella studiata sequenza d’effetti, che si estendeva dal profilo traslucido di Capri e delle montagne di un blu fantastico della costa, fino al Vesuvio, che levava alta la sua fiaccola sulla piana- questa generosa risposta alle rivendicazioni della fantasia faceva pensare alla sconfinata invenzione di qualche grande artista di paesaggi, qualche Veronese olimpico, con il mare e il cielo per tavolozza. E poi la città stessa, stipata tra la baia e le montagne, ribollente e gorgogliante come il calderone di un Titano! Qui c’era la vita alla sua fonte, non controllata, guidata, sfruttata, ma che sgorgava spontanea attraverso ogni fessura delle mura brunastre e delle strade maleodoranti: amore e odio, gioia e follia, insolenza e avidità se ne andavano nudi e spudorati, come i lazzaroni sulle banchine. Oddo trovava affascinante questa variegata superficie (p. 286).

Una visita rapita all’Abbazia di Montecassino:

…propose a Oddo che, sulla strada per Roma, visitassero… l’antica fondazione dei benedettini a Montecassino. Questo venerabile monastero, innalzato sulla cima del monte che sovrasta la trafficata valle del Garigliano, simile a qualche spirito che contempli, dall’alto, i contrastanti problemi della vita, potrebbe benissimo essere scelto per rappresentare il lato più nobile del celibato cristiano, poiché per quasi un millennio le sue mura fortificate sono state la roccaforte dell’umanità, e generazioni di studenti hanno conservato e accresciuto i tesori della sua celebre biblioteca. … per Oddo fu il periodo più piacevole che avesse conosciuto. Venire destati prima dell’alba dalla campana che chiamava alle laudi; alzarsi da quel lettuccio nella cella imbiancata e, aperta la finestra, guardare fuori sulla vallata avvolta nella foschia, con le scure colline degli Abruzzi e il remoto chiarore del mare riportati alla vita dal sole nascente… (p. 298).

Fino allo stupefacente arrivo a Roma, la divina:

“Conoscere Roma significa aver assistito ai concili del destino!” Questo proclama di un viaggiatore ben più celebre dev’esservi dibattuto nel cuore di Oddo, per trovare infine espressione quando quella grande città, la città della città, lo aveva avvolto col suo fascino irresistibile. La prima impressione, mentre si dirigeva nella luce chiara della sera, da Porta del Popolo al suo alloggio in via Sistina, fu di una prodigiosa accumulazione di effetti architettonici, un affollamento di secoli e secoli, tutti fusi nel crogiolo del sole romano, così che ogni stile sembrava collegato all’altro da qualche sottile affinità di colore. Certamente in nessun altro luogo il primo approccio del visitatore è talmente denso di sorprese, di sfide contrastanti per l’occhio e per la mente. Ecco, al passaggio, un frammento delle antiche mura di Servio Tullio; là, un tempietto moderno in stucco, incastonato nei mattoni di un palazzo medievale; da un lato, una terrazza elevata coronata da una fila di busti sgretolati, dall’altro, una torre con parapetto munito di piombatoi, con i fianchi rivestiti di pezzi di sculture romane e di stemmi dei papi del XVII secolo. Di fronte, forse una delle chiese marrone-dorate del Fuga, con santi battuti dal vento, che sbucano fuori dalle loro nicchie e dominano dall’alto le nereidi di una fontana barocca; o una vecchia casa, che si sorregge come un mendicante paralitico contro una fila di colonne corinzie; e dovunque scalinate che conducono su e giù per i giardini pensili o sotto passaggi a volta, e, a ogni svolta, rivelano una lontana veduta delle mura di un convento lungo un pendio a vigneto, oppure rovine rosso-brune profilate contro le estensioni simili al mare della campagna romana.

I riferimenti sono all’edizione Diabasis.

Potete perdonarla?

Il primo romanzo di una serie di sei, detta Ciclo Palliser, parla di donne e amori, di occasioni perdute o ritrovate, mentre sullo sfondo scorre la vita della Londra vittoriana con le sue passioni, i suoi luoghi, i suoi ritmi, abilmente dipinti da Anthony Trollope.

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Alice Vavasor, giovane e per bene, è imparentata con una delle famiglie più in vista di Londra. È stata la fidanzata del cugino George, uomo con fama di scapestrato e per questo lo ha lasciato. Adesso manca solo la data ufficiale per il suo matrimonio con Grey, un gentiluomo perfetto in tutto, forse troppo, pensa a volte Alice. Per il suo tour in Svizzera, l’ultimo da signorina assieme all’inseparabile Kate, le due amiche scelgono di farsi accompagnare dal fratello di questa, che è proprio George, l’ex pretendente. Succederà «qualcosa di dolce, indefinibile e pericoloso», nulla in realtà di irreparabile, ma quello che sconvolge la folla dei benpensanti è la sete di indipendenza di Alice, il suo desiderio di non curarsi dell’ipocrisia. Un piccolo sasso scagliato nello stagno morale della rispettabilità vittoriana, i cui cerchi sempre più larghi il Narratore segue onda per onda, in tutti i salotti e le camere private, con la sua voce di placida eleganza descrittiva, con la sua «totale comprensione dell’usuale» (Henry James), con il suo talento di offrire al lettore uno spaccato preciso al millimetro della società che racconta.
Primo romanzo di una serie di sei, detta Ciclo Palliser (dal personaggio di riferimento di tutto l’insieme) o Ciclo politico, Potete perdonarla? di politico ha ancora molto poco. Parla di donne e di amori, di donne migliori dei loro uomini, in cerca di una affermazione indipendente che non possono ottenere se non proiettando se stesse nei successi dei loro mariti, di occasioni d’amore perdute o ritrovate. Ma qualcosa dentro l’antifemminile crosta vittoriana si sta rompendo e questa storia, senza dichiararlo esplicitamente, lo registra (leggevano i libri dello scrittore migliaia e migliaia di signore inclini a identificarsi). E c’è un’altra protagonista, Londra, la meravigliosa città dove «quella di uno scapolo è la più felice di tutte le vite» ma in cui non si piantano radici perché le radici sono in campagna.
Trollope, scrittore sommo dell’età più felice del romanzo inglese, fa scorrere l’infinità di cose che succedono in modo coinvolgente ma lieve, come l’ininterrotto pettegolezzo di un’élite che non ha niente da fare, raccontato da un ospite intrigante ma tanto intelligente da buttare qui e là un’ironia, costruire un paradosso, adombrare una critica, e soprattutto capace di colorire il tutto di un distaccato umorismo sottilmente pessimista per chi lo sa vedere.

 

Afrodite bacia tutti di Stefania Signorelli

Ma non è mica vero che gli dei greci vivono solo sull’Olimpo.

In Afrodite bacia tutti, dei e dee sono uomini e donne dei giorni nostri alle prese con i problemi e la quotidianità di questi tempi nemmeno poi così strampalati.

cover-web.jpgLe caratteristiche impersonate da Afrodite, Narciso, Achille, Ettore, sono sempre valide, perché connaturate alla natura umana e quindi destinate a incarnarsi in tipologie antropologiche prodotte dalla società moderna.

Mariti separati, mogli abbandonate, uomini traditi, donne alla ricerca di amore: la vita offre un campionario di situazioni terra terra, affatto idilliache.

Questo libro mostra, con una sorta di verismo plastico, gli aspetti meno romantici delle relazioni umane con i loro difetti e le loro incapacità, ai limiti del patologico.

Si tratta di una raccolta di racconti che hanno come protagonisti gli eroi e le eroine della mitologia greca che per l’occasione però, vestono i panni di persone comuni; perciò può accadere che Afrodite sia una bambina che regala baci a tutti ma da grande diventa una donna che non dona il suo cuore a nessuno, o che Achille sia uno spietato capoufficio la cui ira può scatenarsi in modo terribile.

“La bambina più bella che abbia mai visto” dicevano un po’ tutti… Lei ci mise un po’ a capire che Bellissima non era il suo nome di battesimo. Anche perché Afrodite lo si usava poco, era un nome da adulta, il nome che avrebbe portato ma che ora le stava come un vestito della madre.

O, viceversa sui potrebbe anche dire che il mito si aggiorna, si attualizza e si cala nella vita che ci circonda: Ulisse, re di tempeste e di bugie, diventa un marito fedifrago che infrange più di una promessa e non si decide a tornare dalla sua Penelope tradita, le fatiche di Ercole sono dover sopravvivere a un divorzio che ha prosciugato tutte le sue energie.

Il cielo ha l’aria di avere esaurito i fiocchi di neve e riposa come se sgravarsi l’avesse reso più gelido. Ercole cammina, rabbia e neve sparse attorno. Dai giorni del divorzio occupa un monolocale nel centro storico, in un quartiere che sembra un abito smesso, ancora abbastanza buono per non farsi buttare da chi non può disporre d’altro.

Un’idea originale, confezionata con uno stile asciutto, assolutamente efficace e diretto, che ottiene un risultato curioso e ha il pregio di rispolverare antiche reminiscenze classiche di liceo per decretarne l’assoluta e vera immortalità.

 

Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim di Carmela Giustiniani. Flower-ed

Perché è stato scelto questo pseudonimo per Mary Annette Beauchamp? Di che nazionalità era? Quando è nata la sua passione per i giardini?

Questo volume, scritto da Carmela Giustiniani e pubblicato da flower-ed, risponde a tutte queste domande e curiosità raccontandoci la storia di Elizabeth von Arnim. Un contributo che va a colmare una vistosa lacuna e che diventa all’occorrenza guida e/o consiglio di lettura.

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Che è anche un pregiatissimo studio sulla vita e le opere scrittrice molto conosciuta nella sua produzione letteraria, meno nota dal punto vista personale per la mancanza di una vera e propria biografia edita in italiano.

Carmela Giustiniani ripercorre infatti la vita della scrittrice attraverso le sue stesse opere che corrono parallelamente alle esperienze, per lo più fallimentari e drammatiche che ne hanno segnato lo svolgimento. I romanzi di Elizabeth seguono la parabola discendente della sua esistenza, riproducendone gli stati d’animo, la ricerca di solitudine, i dolori, le consapevolezze. Dapprima le sue eroine sono ragazze ingenue, convinte della bellezza della vita e poi diventano donne ciniche e disilluse.

Il ritratto di Elizabeth von Arnim che ci consegna è quello di una donna che ha cercato sempre di trovare la felicità della sua dimensione, capace di teneri affetti e disillusa dall’amore coniugale, a suo agio sperduta tra le montagne più che nelle occasioni mondane che pure frequentava assiduamente, consapevole della propria eccentricità e della necessità di compromessi per potersi dedicare alla sua passione, dotata di una squisita sensibilità moderna venata di sottile ironia.

Nonostante l’altisonante titolo di Contessa con cui era ufficialmente nota non si prese mai troppo sul serio, e attraversò la vita con una levità che non era superficialità ma consapevolezza che ovunque, e nonostante tutte le avversità della vita, le sarebbero bastati un giardino, la scrittura e un cane per essere perfettamente, completamente felice.

Una guida semplice ed efficace per conoscere Elizabeth von Arnim come donna, come moglie e come madre, indispensabile per capire meglio la sua opera e la sua scrittura.

Un ottimo sussidio per come è strutturato facendo sì che la vita e le opere appunto procedessero ora parallelamente, ora intersecandosi attraverso passaggi nascosti e cunicoli segreti. Così appendiamo chi ha ispirato il barone Otto e che Mary Annette ha partecipato davvero a una gita in carrozzone nel Kent, che c’era uno chalet in Svizzera in cui andava a rifugiarsi tutta sola e che purtroppo la storia di Christine è ispirata al tragico destino di una delle sue figlie che per una di quelle ironie della vita si chiamava Felicitas.

Un libro davvero prezioso perché guida esplicativa alla lettura dei romanzi di Elizabeth von Arnim, suggerimento di nuovi titoli per chi non li conosce, un approfondimento per chi li conosce già; caratterizzato da uno stile sobrio e diretto che riserva pagine vibranti, arricchite da passi tradotti delle lettere:

Sono felice che Dio mi abbia fatta scrittrice, anziché qualcos’altro. Quanto avrei odiato avere una passione per la cucina.

Venezia nelle parole di Anna Radcliffe

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(Late Morning’, Joseph Mallord William Turner, 1819)

 

Indescrivibile la meraviglia della fanciulla [Emilia] allorché scoprì Venezia, i suoi isolotti, i suoi palazzi e le sue torri che tutti insieme sorgevano dal mare riflettendo i loro svariati colori sulla superficie chiara e tremolante. Il tramonto dava alle acque ed ai monti lontani del Friuli, che circondavano a tramontana l’Adriatico, una tinta giallastra di effetto mirabilissimo. I portici marmorei e le colonne di San Marco erano rivestite di ricche tinte e dell’ombra maestosa della sera. A misura che si avanzavano, la magnificenza della città disegnavasi più particolareggiatamente. I suoi terrazzi, sormontati da edifizi aerei seppur maestosi, illuminati, com’eranlo allora, dagli ultimi raggi del sole, parevano piuttosto fatti uscire dall’onde dalla bacchetta magica di un mago, che costruiti da mano mortale. 

Cap XV – II Volume – I Misteri del Castello d’Udolfo, di Anna Radcliffe

 

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Il giardino di Elizabeth von Arnim

Incantevolmente delizioso il modo in cui Elizabeth vive e descrive il suo giardino, in esso completamente immersa, come oasi di ristoro e bellezza, quanto inquietanti sono gli sprazzi di attualità e costume tedeschi gettati qua e là. Arrivano improvvisamente ogniqualvolta l’Uomo della Collera fa la sua apparizione.

La determinazione a voler immergersi nel suo giardino, a confondersi tra i suoi amati fiori, quasi a condividerne le vette di perfezione nella loro fioritura, è teneramente contagiosa.

Non solo un compendio di botanica e arte del giardinaggio, ma anche una immanente dichiarazione d’amore al suo giardino di cui con precisione diaristica annota i progressi, le migliorie, le fioriture, gli effetti dell’avvicendarsi delle stagioni.

Mi piace il mio giardino. Ci sto scrivendo proprio ora nell’incanto del tardo pomeriggio, con frequenti interruzioni dovute alle zanzare e alla tentazione di alzare gli occhi a contemplare tutto lo splendore delle foglie verdi novelle lavate mezz’ora fa da uno scroscio di pioggia gelida.

Parallelamente a esso però scorre un altro mondo pieno di brutture e stonature che evocano gli spari dell’Uomo della Collera quando va a caccia, le sue intransigenti idee maschiliste e religiose, gli echi della guerra, dal cui contatto corruttivo cerca di fuggire Elizabeth con le sue bambine per preservare la loro ingenuità spontanea e il primordiale panteismo.

La scrittura di Elizabeth von Arnim è soave e lirica tanto da risultare commovente. Non può non affascinare e rapire con le sue descrizioni minuziose e suggestive:

15 settembre. Questo è il mese dei giorni che scorrono quieti, dei rampicanti che si colorano di rosso, e delle more; dei pomeriggi ricchi e dolci nel giardino che raggiunge la pienezza della maturazione; del tè sotto le acacie anziché sotto i faggi troppo ombrosi; del fuoco acceso in libreria nelle serate rigide.

Talmente poetica ed evocativa che riesce a farci immaginare il suo giardino diffondendone finanche il profumo, la sensazione di esserne avvolti e inebriati, insieme ai suoi colori.