Jane The Virgin: quando la tv è ancora creativa

I corsi e ricorsi storici in televisione ci sono sempre stati, così come gli spunti, le emulazioni, e perché no, le vere e proprie imitazioni.

Oggi, al tempo di Netflix, che ha sbaragliato la concorrenza con serie originali, inaspettate, e di solito di un numero limitato di episodi, ai network americani restano poche carte sul tavolo.

Alcuni decidono di procedere con infinite stagioni di telefilm ormai in discesa, e come dicono gli americani di ‘mungere la mucca morta’, altri di riesumare vecchie serie chiuse da anni con reboot e remake, altri ancora tentano invano di seguire filoni che ormai stanno giungendo al termine.

La CW di certo non è mai stata molto affidabile sul fronte rinnovi/cancellazioni, e negli ultimissimi anni non è riuscita a mantenere il fascino delle serie veterane (come Supernatural, The Vampire Diaries e One Tree Hill) con i nuovi prodotti, ma tre anni fa, improvvisamente una idea apparentemente debole sul mercato americano, ha cambiato le sorti della rete, diventando una delle comedy/drama più seguite della tv a stelle e strisce, con successo di pubblico, critiche e portando a casa diversi premi.

Jane The Virgin racconta le vicende di una ragazza cattolica latina che vive a Miami con sua madre e la sua abuela (nonna) che viene per sbaglio inseminata artificialmente, e aspetta il figlio del suo capo (per il quale una volta aveva una cotta), pur restando una vergine. Apparentemente una trama debole, da soap opera, scusate da ‘telenovela’, ma il tutto sta proprio qui. La serie unisce elementi tipici della telenovela sud americana, a elementi delle commedie brillanti americane, a elementi di crime e di giallo, con l’elemento musicale che non guasta mai (vi dico solo che tra le guest ci sono anche Gloria Estefan, Charo, Paulina Rubio, Juanes e Britney Spears!), a input da romanzo. Sì, perché c’è una voce narrante onnisciente (o quasi!), che ci narra le disavventure della protagonista.

Lo so, lo so, vi siete un po’ persi, ma semplicemente si parte da questo incidente medico per narrare la vita di una ragazza che sogna di diventare una scrittrice e che vive una serie di inaspettati avvenimenti che cambieranno totalmente la sua vita. Una trama all’inizio solo divertente, che diventa commuovente e appassionante, perché riderete come Jane, vi emozionerete come Michael, rifletterete come abuela, canterete come Xiomara, vi sentirete una star come Rogelio, tramerete come Petra, cambierete come Rafael, e con la semplice trama da telenovela dovrete restare al passo per non sottovalutare il giallo da risolvere, degno di un qualunque altro crime.

Una serie creativa, mi piace definirla così, perché unisce elementi di vari ambiti televisivi e non riuscendo a farli convivere tutti insieme. Un riflesso sulla cultura mista americana, dove si fondono culture, religioni, stili di vita differenti.

A questo si aggiunge un cast eccezionale, all’altezza della difficile impresa del passare dal comico al drammatico, perché l’elemento pathos è sempre dietro l’angolo, e ogni volta che penserete che i sogni di Jane si stiano per avverare, qualcosa stravolgerà la trama… di nuovo.

Remix – Cinema, Cultura, Migrazioni al Kino di Roma

REMIX

CINEMA|CULTURA|MIGRAZIONI

II edizione

26|28 maggio 2017

Cinema KINO – Roma

(via Perugia, 34)


INGRESSO GRATUITO con tessera Arci

REMIX, rassegna cinematografica in collaborazione con il CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche che coniuga racconto cinematografico e approccio scientifico sul tema delle migrazioni e della convivenza

Proiezioni e incontri con registi e ricercatori,

tre documentari che raccontano le migrazioni

da punti di vista inediti

Dal 26 al 28 maggio si svolgerà presso il cinema KINO di Roma (via Perugia 34) la seconda edizione della rassegna REMIX, evento che intende coniugare racconto cinematografico e approccio scientifico per affrontare la sfaccettata realtà delle migrazioni e della convivenza. Il progetto è realizzato dal cinema nel quartiere Pigneto, dal DSU (Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale) e dall’ILIESI Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee del CNRTre le opere attorno alle quali ruotano proiezioni e incontri della rassegna: I Migrati, diretto da Francesco Paolucci, lo spagnolo En tierra extraña di Icíar Bollaín e Sponde. Nel sicuro sole del nord, diretto da Irene Dionisio.

Tre documentari che raccontano la percezione – e il vissuto – delle migrazioni da parte di persone comuni e si tramutano in tre occasioni di riflessione sui temi del viaggio e della mobilità umana. Un approccio che racconta i sentimenti e le scelte di vita, senza false retoriche. Perché una cultura delle migrazioni sottolinea Maria Eugenia Cadeddu si costruisce non solo con studi e dati, ma anche attraverso il racconto di storie, incontri, esperienze di quotidiana convivenza”. Ogni proiezione sarà accompagnata da un incontro fra autori dei documentari ed esperti. In questa edizione della rassegna si segnala in particolare l’autorevole presenza di Daniela Di Capua, Direttore del Servizio Centrale SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati).

Venerdì 26 maggio, alle ore 20.30 la proiezione de I Migrati, diretto da Francesco Paolucci e a seguire incontro con il regista e con Daniela Di Capua, Direttore del Servizio Centrale SPRAR. Ore 22.30, seconda proiezione. Prodotto dalla “Comunità XXIV luglio – handicappati e non” de L’Aquila, il documentario racconta il viaggio di quattro ospiti della comunità, divenuti giornalisti per l’occasione, nei paesi dell’Appennino che accolgono richiedenti asilo e rifugiati. Attraverso interviste ai migranti e agli abitanti dei luoghi visitati, discussioni e riflessioni, il risultato è un’Italia differente da quella spesso descritta dai media.

Sabato 27 maggio, sempre alle ore 20.30 e alle 22.30, proiezione del documentario spagnolo En tierra extraña, di Icíar Bollaín, che sarà discusso in sala da Iris Martín Peralta, direttore del Festival del Cinema Spagnolo, e da Maria Eugenia Cadeddu, ricercatore CNR-ILIESI. Il documentario presenta la storia di Gloria e di altri spagnoli emigrati a Edimburgo per sfuggire alla crisi economica e costruirsi una vita migliore. Attraverso la simbologia di un guanto perduto e l’opera d’arte collettiva Ni perdidos, ni callados, gli spagnoli intervistati raccontano in modo originale la loro condizione di migranti, emblematica dei flussi migratori interni all’Europa.

Ultimo appuntamento della rassegna domenica 28 maggio, alle ore 20.30 e 22.30, con la proiezione del documentario Sponde. Nel sicuro sole del nord, diretto da Irene Dionisio, che sarà presente in sala per discutere con Michele Colucci, ricercatore CNR-ISSM. A Lampedusa, Vincenzo, custode (in pensione) del cimitero, si preoccupa di seppellire i migranti vittime dei naufragi, nonostante le critiche per l’uso della croce in tombe destinate a persone non di fede cattolica. A Zarzis, in Tunisia, il postino Mohsen Lidhabi raccoglie indumenti e oggetti restituiti dal mare alla terra, a seguito di naufragi. Fra i due inizia una singolare corrispondenza.

Il cinema Kino ha creato negli anni un marchio riconosciuto nella diffusione del cinema di qualità a livello nazionale ed europeo. Il DSU è istituzione di riferimento nei migration studies e diversi Istituti ad esso afferenti sono impegnati in progetti di ricerca sulle migrazioni, promossi anche dal Ministero dell’Interno e dal Ministero del Lavoro. La rassegna Remix rientra in un progetto di collaborazione incentrato sulla relazione tra fenomeni migratori e loro rappresentazione audiovisiva, al fine di esaminare i modi in cui tali fenomeni sono narrati nella contemporaneità.


Consulenza scientifica CNR Maria Eugenia Cadeddu

Coordinamento e gestione CNR Rosanna Godi

Coordinamento generale Claudia Pecoraro


Per informazioni

KINO
via Perugia 34 – Roma

tel. 06 96525810

info@ilkino.it
www.ilkino.it

Doris, quando l’amore ti fa vivere di nuovo

Molto spesso sottovalutiamo la commedia americana moderna, considerandola superficiale, banale, a tratti triviale. Questo stranamente accade oggi più spesso con grandi produzioni con grandissimi nomi del momento, mentre una larga fetta di commedia meno nota al grande pubblico porta spesso con simpatia tematiche e riflessioni che non ci aspetteremmo.

Questo è il caso di Hello, my name is Doris, una commedia stralunata come l’hanno definita in molti, che riporta sul grande schermo una scatenata e disarmante Sally Field, nota negli ultimi anni soprattutto per i suoi ruoli televisivi (Nora Walker di Brothers & Sisters per dirne uno degli ultimi).

Senza fare spoiler su questa pellicola del 2015 che dovete assolutamente recuperare (per gli appassionati di Netflix lo trovate sulla piattaforma), Doris, interpretata dalla Field, è una stramba signora single sulla sessantina, che dopo la morte della madre, che ha accudito per tutta la vita, si accorge delle occasioni perse, e decide di recuperarle nel minor tempo possibile, innamorandosi di un suo collega molto più giovane di lei. Ve lo assicuro, non vi ho fatto spoiler di nulla, perché tutto questo accade nei primissimi minuti del film, quindi quello che dovete davvero vedere è come Doris riuscirà o fallirà in questa impresa.

Una commedia brillante, positiva, che fa riflettere, sulle occasioni perse, sul coraggio che dobbiamo tirar fuori per non perderle, sul ricominciare e sul rimettersi in gioco, a qualunque età, specie se non ci siamo mai messi davvero in gioco.

Un’analisi sugli over moderni, che devono destreggiarsi tra i social, mondo sconosciuto a molti di loro (sempre meno negli ultimi mesi), le nuove tendenze, il nuovo modo di rapportarsi con l’altro sesso, tutto in bilico tra rispetto della propria età e del proprio bagaglio, e il rischio di cadere nel ridicolo.

Il personaggio di Doris è tutto questo, è quel pizzico di stravaganza necessario per sopravvivere, quel plus che si necessita oggi per non sparire nella folla.

L’interpretazione di Sally Field è superba, e rende una pellicola di nicchia, una piccola gemma nel panorama della commedia indipendente.

Pretty Little Liars: la nuova vita degli adolescenti

Per chi come il sottoscritto è cresciuto negli anni ‘90, il teen drama è un genere televisivo intoccabile, il genere che ci ha fatto appassionare alle serie tv, che ci ha fatto ridere, piangere, immedesimare, capire, e alle volte idealizzare, il mondo adolescenziale.

Crescendo abbiamo capito ben presto che non avremmo avuto come migliori amiche Kelly e Donna (Beverly Hills 90210), non avremmo vissuto per sempre di sogni come Dawson (Dawson’s Creek), non avremmo mai amato un vampiro (Buffy The Vampire Slayer) e non tutti saremmo diventati campioni di basket (One Tree Hill), e soprattutto, difficilmente avremmo avuto l’armadio di Serena o il fascino di Nate (Gossip Girl).

I teen drama ci creavano delle aspettative enormi, che però ci permettevano di sognare, e forse ci hanno reso quello che siamo oggi, una generazione che crede sempre più in se stessa (troppo alle volte?), e che fa di tutto per raggiungere i propri obiettivi.

Un giorno, però, tutto è cambiato. I teen drama sono passati di moda, i vampiri hanno avuto strada libera (Twilight, The Vampire Diaries, Moonlight, True Blood), e i personaggi adolescenziali, con i loro problemi, i loro sogni, e le loro insicurezze hanno lasciato spazio alla lotta tra il bene e il male, o semplicemente alle sgomitate per salire sul palco e splendere più degli altri (Glee).

Nessun produttore televisivo era in grado di portare più sul piccolo schermo la realtà degli adolescenti, oggi molto diversi da quelli degli anni ‘90, i cui unici problemi erano avere l’ultimo giacchetto di pelle o andare a una festa nella villa con piscina del compagno di classe. Nessuno voleva tentare di raccontare cosa stava cambiando, nessuno voleva parlare dell’accettazione del proprio corpo, della ghettizzazione di nerd e geek, dell’omosessualità tra gli adolescenti, del bullismo.

E qui, da questi punti, nasce una nuova idea, tratta dai romanzi di Sara Shepard. Qui nasce Pretty Little Liars.

Nonostante la presenza dei classici ingredienti del teen drama, ovvero le storie d’amore, i conflitti con i genitori, le amicizie, e le disavventure tra i corridoi del liceo, Pretty Little Liars riesce a distaccarsi da tutti i suoi predecessori grazie a nuovi ingredienti: il giallo e la rivincita dei reietti. L’ideatrice, Marlene King, riesce a dare nuova vita a un genere ormai scomparso dai nostri teleschermi, rendendolo attuale e fonte di ispirazione per tante nuove serie tv degli ultimi anni.

La storia.

Alison, l’ape regina di un gruppo di amiche, scompare in una notte d’estate, e da allora l’ombra dei suoi errori, e le colpe delle azioni commesse dalla ragazza, ricade sulle sue inseparabili amiche, viste come la sua corte, le sue aiutanti, le uniche che dovranno pagare per tutto ciò che è successo prima di quell’ultima estate. Questo però è solo l’inizio, il primo giallo da svelare, la scomparsa della bionda più famosa, e più odiata di Rosewood. Perché qualcuno inizia a perseguitare Aria, Emily, Hanna e Spencer, e il loro nemico avrà molte facce, tante quante le persone che Alison, e infondo anche loro, hanno ferito. Non mi soffermo a svelarvi il resto, forse già lo conoscete, o lo scoprirete quando inizierete a vedere la serie, perché credetemi, prima o poi la vedrete, tutta d’un fiato, e salterete sulla sedia, a ogni colpo di scena.


I personaggi
e le dinamiche.

Uno dei punti forti della serie sono i personaggi, ovvero le Liars (bugiarde), termine utilizzato per denominare le protagoniste, i loro fidanzati, spesso messi in discussione dalle dinamiche della narrazione, e dagli imprevisti posti sul cammino delle ragazze, le loro famiglie, la fonte principale dei loro segreti e delle loro bugie, i personaggi secondari, senza i quali buona parte della storia non avrebbe spiegazione, e poi, ovviamente loro, gli antagonisti, i nemici, i cattivi, che poi forse così cattivi non sono, o almeno alcuni di loro.

Le liars fronteggiano nemici sconosciuti, che le ricattano continuamente, per le loro bugie, i loro segreti, i loro scheletri negli armadi. Ma quale adolescente non ha dei segreti? Quale adolescente non nasconde qualcosa ai suoi genitori? Qui nasce l’innovazione della serie. Tralasciando le esagerazioni televisive (anche quelle necessarie alla riuscita del telefilm) l’argomento su cui si punta è il bullismo, quello reale e quello virtuale. Le offese, le ghettizzazioni, i ricatti, le foto rubate, le aggressioni, stralci di vita usati come armi, come qualcosa che ci rende potenti/prepotenti, come se la vita degli altri ci appartenesse.

-A, l’eterno antagonista, usa ogni angolo buio delle protagoniste a suo vantaggio, ogni loro debolezza diventa un coltello pronto a ferirle, ogni bugia diventa una trappola. Con le dovute proporzioni questo accade nelle scuole odierne, dove bullismo e cyber bullismo sono usati contro chiunque per raggiungere il proprio scopo. E non solo. Lo stalking, le violazioni della privacy, le ossessioni, sono veri protagonisti della serie quanto della nostra vita quotidiana, e nessuno aveva avuto il coraggio di narrare tutto questo in tv fino a questo momento.

Arriva un punto in cui, pur condannando le azioni degli antagonisti, ci viene il dubbio su cosa sia giusto e cosa sbagliato. I cattivi sono davvero così cattivi? Il loro comportamento è solo una reazione a quello che hanno vissuto? Sì e no. La vendetta non è certo la reazione giusta, non lo è mai, ma non è difficile immedesimarsi nei reietti, in quei personaggi che dopo essere stati scherniti per anni, decidono di prendere il sopravvento, distruggendo la vita di chi ha a sua volta distrutto la loro. Una rivincita che forse molti di noi avrebbero voluto prendersi durante i temibili anni delle superiori, ma che ovviamente abbiamo scacciato via per l’insensatezza dell’azione.

Eppure alcuni di loro ci riescono, ci riescono talmente bene da diventare personaggi prima odiati e poi amati dal pubblico, come Mona, che da looser diventa burattinaio della vita di tutti, fino a diventare fonte indispensabile per risolvere qualunque mistero (ammettiamolo, nonostante tutto, senza Mona, le Liars non sarebbero mai arrivate a capo di nulla).

Siamo arrivati davvero a questo? Chi si sente perdente, per colpa degli altri, si crede autorizzato a distruggere gli altri? Forse, purtroppo, sì.

Il pubblico.

L’ultimo fondamentale tassello, che rende questa serie quella di maggiore tendenza degli ultimi anni, è la partecipazione attiva del pubblico alla storia. Come? Staremo pur parlando di un teen drama, ma non dimentichiamoci che Pretty Little Liars è un giallo, forse il più intricato mai apparso sugli schermi televisivi. La genialità degli autori è stata quella di rendere il pubblico partecipe, di rendere ogni telespettatore un piccolo investigatore.

Tracce, indizi, indovinelli, un sottotesto nascosto, cura nei dettagli, nei riferimenti letterari e artistici, indizi pop su film e canzoni, tutto serve a risolvere i gialli che le Liars devono risolvere. Nascono così pagine e blog di teorie scritte dai fan, spesso vincenti, perché in tanti siamo riusciti a scoprire il finale di stagione prima degli stessi protagonisti. Storie intricate, ma con grande intelligenza e attenzioni risolvibili dai telespettatori, una serie televisiva ‘interattiva’, dove il pubblico si sente partecipe delle vicende narrate. La dimostrazione sono i record social della serie, i cui finali di stagioni sono persino tra i momenti televisivi più twittati di sempre.

Tanti i temi trattati con naturalezza, come l’omosessualità di alcuni protagonisti adolescenti, narrata con spontaneità e trattata al pari dell’amore degli altri, come è giusto che sia, o le difficoltà reali per entrare nei college, oppure il contrasto con i genitori, oggi all’oscuro delle vere vite dei propri figli. La depressione, e i disturbi mentali, tema caldo della serie, un lungo viaggio in ciò che turba i ragazzi di oggi, problemi molto seri, spesso ignorati dagli adulti che li circondano. Non per ultimo il tema della transessualità e del cambiamento di sesso in età adolescenziale, argomento molto discusso negli Stati Uniti, anch’esso trattato con l’adeguato rispetto.

Pretty Little Liars unisce un genere televisivo con un glorioso passato, all’oscuro mondo adolescenziale dei nostri giorni, spesso una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

Tutto questo, unito al thriller e alla partecipazione attiva dei telespettatori, hanno reso Pretty Little Liars una delle serie che hanno cambiato la scena televisiva moderna, dimostrando che il pubblico oggi non è più spettatore, ma sempre più protagonista.

Adaline L’Eterna Giovinezza – Lasciatevi andare all’amore

Freddy Mercury creava un’atmosfera eterea, destinata a fare da colonna sonora al film Highlander l’Ultimo Immortale, ponendoci un unico grande interrogativo: chi vuole vivere per sempre se l’amore è destinato a morire?

E se fosse così? Se accadesse, per uno strano e incomprensibile incidente, che la nostra vita fermasse il suo naturale processo di invecchiamento, consegnandoci all’eternità, chi ci assicura che la formula della vita eterna potrebbe davvero darci la felicità? È un dilemma a cui risponde la meravigliosa storia di Adaline – L’Eterna Giovinezza, interpretata da Blake Lively.

Siamo nel 1937 e Adaline Bowman sta per annegare a causa di un incidente automobilistico. Il destino ferma la sua corsa e, quello che doveva porre fine alla sua vita, consegna Adaline all’eternità. Smette di invecchiare. Smette di crescere. Smettere di vivere come tutti gli altri esseri umani. Tutto si ferma, tutto tranne il cuore. Il cuore che ama, il cuore che soffre, che sente la malinconia del tempo che passa, delle persone che naturalmente, giorno dopo giorno, invecchiano, proprio come sua figlia

Una donna immortale desta sospetto e la sua vita, mai incrinata dal passare del tempo, può essere pericolosa. È per questo motivo che Adaline ogni decennio si trasferisce e inizia una nuova vita.

Tutto sembra essere perfetto, fino al giorno in cui conosce il giovane Ellis e ogni cosa viene messa in discussione. Chi è davvero Ellis e perchè la sua presenza implode nella vita di Adaline così profondamente? Impossibile immaginare di svelargli la sua vera natura, così Adaline, in un primo momento cede al cuore e si lascia amare, finalmente. Ma è un attimo, una parentesi di vita in un lasso di tempo immortale. Non può restare, lei che ha dimenticato come si fa a non andare via, a non fuggire da tutto.

Un magistrale Michiel Huisman, presta il volto all’interpretazione di Ellis, giovane uomo innamorato perdutamente di Adaline; un uomo inconsapevolmente legato al passato e al futuro della ragazza immortale. Adaline cerca di allontanarsi da lui. Cerca di allontanare ogni respiro di Ellis dal suo cuore. Eppure lui non si tira indietro, così come non l’ha fatto già dal loro primo incontro:

– Lo sai, è stata una mossa un po’ rischiosa.
– Quale scusa?
– Non esserti presentata prima di andartene.
– Io amo il rischio.
– Io sono Ellis, molto piacere.
– Come l’isola?
– Nessun uomo è un’isola

Adaline vorrebbe essere amata. Ecco che il bisogno d’amore, e la mortalità dell’essere umano, vincono sull’atavico desiderio di tendere a una vita immortale. Adaline farebbe di tutto per tornare un essere umano e lasciarsi amare. Lo spera. Lo spera più di ogni altra cosa, anche in quei momenti in cui , con Ellis, respira la normalità di un amore intenso.

– Ti prego dimmi qualcosa che possa portare con me per sempre.
– Lasciati andare!

L’unica persona al mondo che conosce il suo segreto è sua figlia, ormai anziana. Ed è proprio sua figlia che desidera per la madre l’abbandono di ogni paura e la possibilità finalmente di sentirsi parte di una coppia. Ma Adaline ha paura, vivrebbe un amore al di fuori delle regoli comuni e, come dice lei stessa: “Non è la stessa cosa quando non si può invecchiare insieme.”

Il cast della pellicola vanta il nome di Harrison Ford nel ruolo di William, padre di Ellis. William irrompe letteralmente nella trama. Un segreto lo unisce ad Adaline e, nel momento in cui si rende conto che il figlio ama davvero quella donna, spera che Adaline stavolta resti, che combatta la sua paura, che si lasci amare

– In tutti questi anni hai vissuto ma non hai avuto un vita… ti prego per te stessa, per Ellis, resta Adaline!
– Non so come si fa!

Una pellicola densa di significato, che affronta un tema quasi fra le righe, un tema che coinvolge molti di noi: scappare dall’amore, dai sentimenti, dalla passione. Non importa quale paura nascondiamo, molti di noi è questo che fanno di fronte all’amore… scappano, perchè hanno imparato a gestire il cuore, hanno imparato a controllare il destino, a non dipendere da nessuno. Mettere il proprio destino nelle mani di un’altra persona significa esporsi, rischiare e, forse, soffrire ancora.  Cosa conviene davvero fare? Cosa vince davvero tra una modesta vita di certezze e di tranquillità, lontana da ogni sentimento, e una vita in cui scegliamo di rischiare, una vita in cui accettiamo di lasciarci andare, di essere noi stessi e, cosa ancora più importante, ci lasciamo amare?

Adaline scappa. Stavolta però il suo destino cambia per sempre. Amare qualcuno significa concedergli la verità, renderlo partecipe di un quadro dipinto solo per noi, un quadro che ci ha reso ciò che siamo, in ogni sfumatura di colore. Solo quando l’altra persona avrà davvero in mano le chiavi di tutto ciò che siamo, solo allora potrà decidere se entrare nella nostra vita o se lasciarci andare per sempre.

Che cosa deciderà Ellis?
Che cosa ne sarà di Adaline?

Interrogativi evasi in un emozionante finale.

The Age of Adaline, titolo originale della pellicola, è diretto da Lee Toland Krieger ed è stato distribuito in Italia il 23 aprile 2015 da Eagle Pictures. I protagonisti, Blake Lively e Michiel Huisman, sono stati candidati ai Teen Choise Award per il miglior bacio in un film.

 

Tutti pazzi per Indiana Jones!

Pasqua è appena finita e, come di tradizione, ognuno se ne torna a casa con la sorpresa trovata nell’uovo. Chi un portachiavi, chi un ciondolo, un giocattolo o dei cioccolatini.

Ora, alzino la mano tutte le donne che avrebbero preferito trovarci dentro, in carne e ossa e con tanto di fiocchetto, Indiana Jones con cappello e sorriso sghembo. Magari non quello leggermente stagionato dell’ultimo film. Diciamo il bell’archeologo di frusta munito dei tempi d’oro, ecco. Tanto perché le donne si accontentano sempre, eh.

Mettendo da parte sogni post-pasquali, resta il fatto che indubbiamente Indiana Jones si, fin dalla sua prima uscita nel lontano (ma nemmeno tanto) 1981 un’icona di bellezza maschile difficilmente superabile. Sicuramente impossibile da dimenticare. Harrison Ford era allora un giovane attore poco conosciuto, fresco fresco di partecipazione al cast del primo Guerre Stellari, in cui interpretava la parte del contrabbandiere Han Solo. Proprio l’essersi fatto notare in quella performance, unita al fatto fortuito che Tom Selleck l’attore contattato per primo per il ruolo di Indiana avesse appena rinunciato alla parte, lo lanciarono nel tunnel di un inarrestabile successo di pubblico.

Il personaggio del professor Jones non ha certo bisogno di presentazioni: archeologo americano dallo stile spiccatamente cowboy, professore praticamente per hobby ne prestigioso Marshall College, con le sue avventure ha incantato generazioni di spettatori. Oltre ad avere il merito di aver velato di mito una branca di studio prima piuttosto ignorata dai non addetti ai lavori, e di per sé un tantino noiosa come l’archeologia. Se il volto è stato prestato da Harrison Ford, gratitudine incredibile e fama imperitura vanno al creatore del personaggio di Indy, ovvero il mitico George Lucas. È stato lui ad inventare il personaggio, e le sue prime, indimenticabili avventure. Il successo del personaggio si deve anche a questo: immerso in un periodo affascinante e complicato come la fine degli anni Trenta, (la cosa garantiva anche di dargli come antagonisti nientemeno che i nazisti, i supercattivi più cattivi di sempre), atmosfere esotiche e retrò, alcuni dei più grandi misteri dell’umanità. Perché ancora adesso, dopo fiumi di inchiostro e pellicola utilizzati per sviscerarne i segreti, il destino e la leggenda di oggetti come l’Arca dell’Alleanza, e il sacro Graal, suscitano un’enorme curiosità. E poi c’è poco da fare, a parlare di misteri religiosi si fa sempre centro. Non è un caso che la prima volta che lo vediamo in azione, Indiana Jones sia alle prese con il ritrovamento dell’Arca dell’alleanza, prima che i seguaci della svastica gli soffino la scoperta. Se gli effetti speciali un po’ datati a noi smaliziati spettatori di oggi fanno un po’ sorridere, di sicuro ancora reggono perfettamente la struttura solida del film, la sua scanzonata scorrevolezza e il sottofondo misto di storia e leggenda. Il seguito di Indiana Jones e i predatori dell’Arca perduta, (frase peraltro entrata nel novero dei cult e rimaneggiata mille volte in questi decenni), Indiana Jones e il tempio maledetto, sembra avere poco a che fare col primo: stavolta si punta più sul fattore esotico, spostando il mitico nel cuore dell’India, e se si ha sempre a che fare con il divino e il sovrannaturale, magia e superstizione hanno sostituito la fede.

Una menzione speciale va però al terzo capitolo, quello originalmente pensato per essere l’ultimo. Indiana Jones e l’ultima crociata riprende le tematiche del primo film. La caccia è aperta al Sacro Graal, che se non promette l’onnipotenza al suo possessore come l’Arca, garantisce però l’immortalità. Una cosa da niente. Tornano i cattivissimi nazisti in pompa magna, ma soprattutto a rendere unica questa pellicola è l’apparizione di un nuovo, formidabile personaggio: Henry Jones, il padre di Indiana. Onore a chiunque abbia scelto Sean Connery per interpretarlo. Nonostante i due attori protagonisti avessero solo dodici anni di differenza, ogni loro interazione risulta credibile. Inoltre, l’aver inserito la dinamica padre-figlio ha dato spazio ad una comicità sorniona molto più spiccata rispetto ai precedenti due film. Il cocktail di fattori regge, e L’ultima crociata resta forse il miglio film della serie.

Un discorso a parte andrebbe fatto per il quarto film, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, uscito appena nel 2008. Insomma, è vero che quando una cosa bella finisce vorremmo tutti che riprendesse, ma siamo sicuri che ritrovare il professore sullo schermo, alla veneranda età di settant’anni e con tanto di figlio spaccone al seguito sia proprio una buona idea? I fan non sono rimasti troppo convinti. Nel frattempo però George Lucas e la sua casa di produzione hanno venduto i diritti sulla serie di Indy, e già si pensa ad un quinto film, magari con Chris Pratt nei panni del giovane professore. In pratica si vorrebbe replicare la fortuna del personaggio di James Bond, affidato di volta in volta a numerosi attori.

Be’, fate vobis. I fan di lunga data si terranno stretto il loro mito delle origini, con la sua prima, impagabile trilogia.

Certi miti semplicemente non si sostituiscono.

Diletta A. Parisella