Tom Riley. I miei demoni leonardeschi

 

L’attore britannico Tom Riley racconta del suo ruolo nella serie televisiva Da Vinci’s Demonsin cui interpreta il giovane – e insospettabilmente sexy – Leonardo da Vinci.

Nato a Maidstone – nella regione del Kent in Inghilterra – il 5 aprile del 1981, Tom Riley è un attore versatile e camaleontico. Si è dedicato alla recitazione fin dall’età di quattro anni, nel periodo scolastico aveva già scritto e diretto alcune opere teatrali. Dopo la laurea in letteratura inglese a Birmingham nel 2002 si è specializzato in recitazione alla London Academy of Music and Dramatic Art. Ha recitato poi in film come Happy Ever Afters (Indovina chi sposa Sally,2009), per la regia di Stephen Burke, ed ha anche partecipato a importanti produzioni televisive soprattutto britanniche (Miss Marple, Poirot, Doctor Who, per citarne alcune).

In Italia Tom è conosciuto per il ruolo di Leonardo da Vinci nella serie britannico-statunitenseDa Vinci’s Demons, scritta e ideata da David S. Goyer, già autore di Batman BeginsIl Cavaliere Oscuro. Trasmessa sul canale Starz dalla primavera del 2013 la serie si è da poco conclusa. Ne sono state fate solo tre stagioni e i fan di tutto il mondo chiedono a gran voce che riprendano i lavori per un’eventuale quarta serie. Tom appare piuttosto scettico riguardo alla possibilità che vi sia un prosieguo, ma è commosso per l’affetto che i fan hanno dimostrato fin dalla prima puntata.

La serie ha per protagonista il genio del Rinascimento italiano, Leonardo da Vinci, e segue la sua vita, romanzando fantasiosamente su eventi della sua gioventù, che sarebbero rimasti ignoti fino ai giorni nostri.

Il casting era cominciato già nel gennaio del 2012, quando Tom Riley venne selezionato tra molti attori per la sua impressionante somiglianza con il genio rinascimentale. Per sceglierlo, pare che si siano basati sul famoso autoritratto leonardesco, ovvero il disegno a sanguigna su carta, databile 1515 circa, e conservato nella Biblioteca Reale di Torino. Sembra che i produttori abbiano chiesto ai loro grafici un ringiovanimento dell’autoritratto torinese e che ne sia uscito un uomo molto somigliante all’attore inglese. Insomma, un’operazione fatta con tutti i crismi. Tra gli altri attori figurano anche Laura Haddock, che interpreta Lucrezia Donati – amante ufficiale di Lorenzo il Magnifico, che si concede più di una scappatella con il nostro Leonardo – e Lara Pulver, la bellissima Clarice Orsini, moglie di Lorenzo. Grande intesa sul set tra Riley e Gregg Chillin, interprete del fedele amico Zoroastro. Notevole anche la colonna sonora, composta da Bear McCreary, autore delle colonne sonore per le serie televisive Battlestar Galacticae The Walking Dead.

“Il mio Leonardo da Vinci”, dice Tom Riley, “è un personaggio moderno, insolente ma brillante. È un artista, un inventore, uno spadaccino, un amante focoso e un inguaribile idealista che ha una gran voglia di imparare e di scoprire il mondo”. A fargli da guida è un personaggio enigmatico, chiamato il Turco, che gli rivela l’esistenza di un misterioso testo esoterico, il “Libro delle Lamine”, che potrebbe condurlo a ritrovare la madre, Caterina oltre l’Atlantico.

Tom ammette di aver voluto dare al suo Leonardo un pizzico di spavalderia, pur sapendo che poteva essere criticato. L’idea, continua, era di far capire al pubblico che Leonardo era un genio, sì, ma “figo”, al quale non importava nulla delle convenzioni perché sapeva il fatto suo. Il mix che ne esce è una sorta di genio-sexy-ninja, poco fedele alla nostra idea di Leonardo. Gli storici dell’arte avrebbero arricciato i nasi e di questo Tom ne era ben consapevole quando aveva letto il copione. Tuttavia, secondo lui, la potenza del genio rinascimentale avrebbe messo tutto in secondo piano.

“Desidero ringraziare tutti i fan della serie tv, senza di loro, senza il loro supporto, tutto questo non sarebbe stato possibile. Siete meravigliosi, è un onore avervi come parte integrante della storia di Da Vinci’s Demons”, dice sorridendo. E ha ragione: la serie è stata un vero successo che rende incomprensibile la sua cancellazione.

Da Vinci’s Demonsè una serie fatta molto bene dal punto di vista tecnico e la si deve vedere sotto l’ottica non di una serie storica, assicura Riley, ma di una sorta di possibile alternativa alla storia ufficiale. Solo così si può arrivare ad amarla.

Leonardo seduttore, poi, a noi italiani fa pensare che se lo siano inventato di sana pianta per fare audience tra i giovani che amano Assassin’s Creede Game of Thornes: le abitudini sessuali dell’artista sono poco note e ci dicono più che altro che avesse tendenze omosessuali. I produttori, Goyer e lo stesso Riley scrollano le spalle: è evidente per loro quanto Leonardo amasse la vita e il sesso. E se lo dicono loro…

 

 

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Il genio di Stanley Kubrick

Autoscatto del giovane Stanley Kubrick nel 1949

Stanley Kubrick è considerato uno dei più grandi e geniali cineasti della storia del cinema, candidato tredici volte al Premio Oscar, e vincitore  solo nel 1969 per gli effetti speciali di 2001 Odissea nello spazio.

Le sue riprese rivoluzionarie nel campo cinematografico sono ben note alla maggior parte del pubblico: come non ricordare la scena del piccolo Danny sul  triciclo lungo i labirinti dell’Overlook Hotel nel thriller Shining , che terrorizza ancor oggi a distanza di quasi quarant’anni dalla sua uscita; o il colorito discorso iniziale del Sergente Hartman in Full Metal Jacket?

Ma una cosa che non tutti sanno è che il noto regista americano, naturalizzato britannico, nasce come fotografo.

Che strano il destino. Come successe a Elvis Presley, che ricevette in dono una chitarra  al posto della tanto sognata  bicicletta, al piccolo Stanley, introverso e mai a suo agio con i bambini della scuola altoborghese, a 13 anni gli fu regalata una macchina fotografica.

La sua carriera iniziò con la straordinaria foto di un edicolante rattristato della notizia della morte del Presidente  Roosvelt, che vendette alla nota rivista Look.

Il passo per lanciarsi in quel meraviglioso mondo di immagini fu breve e così iniziò  gli studi artistici di fotografia che però gli rallenteranno parecchio il percorso scolastico.

Grazie ai soldi che guadagnava lavorando come uno dei più giovani fotoreporter di New York  ebbe modo, a soli diciannove anni, di trascorre diverse sere della settimana nella sala di proiezione del Museo of Modern Art (MoMA) a guardare vecchi film e, dopo quattro anni di studio all’accademia di arte cinematografica, si dedicherà ai suoi primi cortometraggi che lo porteranno a essere il grande regista da tutti conosciuto.

In giro per il mondo spesso e volentieri oggi vengono allestite mostre fotografiche di Stanley Kubrick, come è avvenuto a Palazzo Ducale a Genova nel 2013. Sono foto che che coprono il lustro che va dal 1945 al 1950 e che rappresentano scene di vita quotidiana nella “Grande Mela”  stampate direttamente dal Museo della città di New York che ne custodisce un patrimonio di oltre ventimila negativi.

Claude del Gaiso

 

 

 

 

The Shape of Water

The Shape of Water è un film davvero necessario e non a caso ha vinto il Leone d’oro come miglior film alla 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e si è aggiudicato quattro premi Oscar, su tredici candidature ricevute, per miglior film, miglior regista, migliore scenografia e migliore colonna sonora.

Il film ambientato a Baltimora nel 1962, parla di una bellissima storia d’amore tra una creatura anfibia con forme umanoidi, e una donna muta perché da bambina le avevano reciso con violenza le corde vocali. La creatura anfibia era stata catturata in Amazzonia, dove gli indigeni locali lo veneravano come un dio, e portato prigioniero in un laboratorio filo governativo americano in cui lavorava come semplice addetta alle pulizie, Zelda, la donna muta. Zelda riuscirà a far scappare e a portare a casa sua e successivamente a liberare nell’oceano la creatura anfibia, che nel laboratorio era soggetta a terribili sevizie, e tra i due nascerà una splendida storia d’amore che durerà tutta la vita!

Una splendida favola, ma forse qualcosa in più di un semplice film, il racconto del diverso, il racconto del disagio che appartiene a ognuno di noi nel sentirsi brutto, giudicato, una creatura aliena e lontana dagli altri, e allo stesso tempo la rivincita del mostro che nonostante le sue forme riesce a essere amato e a vincere addirittura la morte, perché la sua mostruosità cela una bontà e una divinità che lo rende unico e invincibile.

Credo che gli Oscar e il leone d’oro alla mostra del cinema siano meritatissimi, perché questo film ti regala un dono prezioso e unico: la speranza. La speranza di un amore assoluto tra esseri completamente diversi per razza, specie, forma e colore, che riescono a vincere queste differenze e questi limiti fisici, trovando il modo perfino di fare l’amore, unendosi in un piacere sublime, e rimanere uniti per sempre vincendo anche la morte . A tutti è capitato di sentirsi mostruosi e diversi dal resto del mondo, a me spessissimo, a tutti è capitato il disagio di sentirsi alieni, non solo per l’aspetto fisico, ma spesso per idee sostenute, posizioni controcorrente, questa magnifica favola codifica e amplifica il diritto di tutti noi, nonostante la nostra mostruosità ad essere felici e soprattutto amati! L’amore come l’acqua, possente, vitale, capace di riempire e di assumere la forma di ciò che la contiene, senza distinzione alcuna. Lo trovo un concetto bellissimo, come il film. Zelda: “Quando mi guarda, lui non vede quello che mi manca o quanto io sia incompleta. Lui mi vede per quel che sono. Essere se stessi è la parte più bella e vera di noi…”.

Incapace di percepire la forma di Te, ti trovo tutto intorno a me. La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, umilia il mio cuore, perché tu sei ovunque.” Una bellissima storia d’amore, la favola che tutti dovremmo poter vivere in un mondo migliore.

Vanessa Aresu

Maria Maddalena, il film

È un film potente, uno di quei film che lasciano senza fiato. Maria Maddalena, la seconda prova del regista Garth Davis, è un autentico capolavoro. Se ci si aspetta di vedere il classico film biblico con scene epiche e dialoghi “importanti” e “canonici”, questo film non fa per voi. Perché è rivoluzionario, intenso, puro.

Maria Maddalena racconta la storia di una giovane donna in cerca di una nuova vita, libera dalle tradizioni familiari e dalla società fortemente gerarchica e maschilista del suo tempo. Troverà l’occasione per intraprendere un cammino di crescita grazie al neonato movimento religioso e sociale fondato dal carismatico Gesù di Nazareth (un Joaquin Phoenix a dir poco strepitoso). In questo contesto riuscirà finalmente a trovare il proprio posto nel mondo, senza essere giudicata ma avviandosi piuttosto a un viaggio di maturazione interiore che culminerà nella città di Gerusalemme. Maria Maddalena è un ritratto autentico, umano, vero e semplice di una delle figure più enigmatiche e incomprese  della storia. Dopo i molti (e anche recenti) film incentrati su Gesù di Nazareth e che relegavano Maria Maddalena a figura di contorno, ex prostituta e semplice testimone, questo nuovo lungometraggio le rende giustizia, dopo secoli di silenzio. A interpretare Maria è una credibilissima e determinata Rooney Mara.

Interessante la scelta delle ambientazioni: Matera, Craco, il mare della Sicilia e della Puglia. Così come i costumi molto accurati. La fotografia è una delizia per gli occhi e il film ha picchi di autentica poesia. I dettagli sugli sguardi, sui volti e sulle mani sono intensi e l’ultima cena è un’assoluta novità, da quel momento la storia non è come ci si aspetta di vederla, la scelta del regista è innovativa e originale: dalla resurrezione di Lazzaro a quella dello stesso Gesù. La scena iniziale, inoltre, con la voce di Maria che predica il Vangelo, è suggestiva e mette subito in chiaro che non sarà il solito film biblico. Il finale non nasconde una critica a ciò che poi è diventata la Chiesa, dopo la morte e la resurrezione di Cristo. Una critica che poi trova la sua spiegazione nei titoli di coda, dove il regista, in poche righe, ci dice il perché della sua scelta stilistica. Non alzatevi dalla sedia, leggetele.

Info.

DATA USCITA: REGIA: Garth Davis

CAST: Rooney Mara, Joaquin Phoenix, Ariane Labed, Chiwetel Ejiofor, Ryan Corr, Lubna Azabal, Tahar Rahim, Shira Haas, Charles Babalola, Denis Ménochet, Hadas Yaron, Tawfeek Barhom, Zohar Shtrauss, Uri Gavriel, Michael Moshonov

Universal Pictures

Le streghe di Melissa de la Cruz

La saga Witches of East End (Le streghe dell’East End, Leggereditore, 2011)  segue le vicende di tre donne: Joanna Beauchamp e le sue figlie Ingrid e Freya. Joanna si occupa di giardinaggio e ama ridipingere la vecchia casa in cui abitano a Long Island; Ingrid lavora in biblioteca mentre Freya fa la barista. I loro amici e gli abitanti del paese in cui vivono ignorano del tutto che le tre donne sono in realtà delle potenti streghe. Joanna è capace di riportare in vita i morti, Ingrid è una guaritrice mentre Freya aiuta a risolvere problemi d’amore. Le streghe dell’East End è il primo romanzo della serie ed è anche la prima prova di scrittura “per adulti” di Melissa de la Cruz, che si era cimentata finora nei romanzi Young Adult della serie Blue Blood. La Cruz ha una scrittura elegante, molto sensuale e sensoriale. Le sue streghe si muovono con naturalezza nel mondo umano, senza che il lettore abbia la percezione di un elemento paranormale stonato, messo a casaccio, come spesso succede nelle saghe di questo tipo. Devo ammettere di aver cominciato a leggere il libro senza grandi aspettative, anzi anche un po’ prevenuta. Eppure la Cruz è riuscita a farmi cambiare idea fin dalle prime battute. La descrizione delle scene di magia o delle scene di sesso è affidata alla dimensione sensoriale e percettiva, e non vi è nulla di assurdo (anche se si sta compiendo un incantesimo) o di volgare (negli amplessi della sensuale Freya).

Maledizione, doveva proprio essere così bello? Si riteneva immune a quel genere di cose: il cliché dell’uomo alto, moro e di bell’aspetto. Ma c’era qualcos’altro. Sembrava che, quando la guardava, sapesse esattamente chi era e com’era fatta. Una strega. Una dea. Non di questa terra, ma neppure estranea a essa. Una donna da amare, temere e adorare. Alzò lo sguardo da dietro il vaso e lo trovò ancora che la fissava. Era come se Killian avesse aspettato tutto quel tempo soltanto per quell’istante. Fece un cenno col capo, muovendosi verso una porta lì vicino. Davvero? Qui? Adesso? Stava davvero entrando in bagno con un altro uomo, il fratello del suo fidanzato, alla sua festa di fidanzamento? Sì. Freya avanzò, come stordita, verso quell’appuntamento. Chiuse la porta dietro di sé e rimase in attesa. Il pomello girò, e lui entrò, chiudendo a chiave la porta. Le labbra gli si incurvarono in un sorriso, una pantera con la sua preda. Fuori, nel bel mezzo del ricevimento, le rose centifolie presero fuoco.

Nel 2012 la casa di produzione americana Lifetime aveva annunciato l’intenzione di girare una serie televisiva tratta dai libri della Cruz. L’episodio pilota di Witches of East End era stato filmato a Macon, in Georgia e a Wilmington in North Carolina. Il cast stellare: Julia Ormond vestiva i panni di Joanna Beauchamp. Rachel Boston e Jenna Dewan-Tatum erano rispettivamente Ingrid e Freya. Dopo due stagioni, però, nonostante il successo di critica e i numerosi blog sulle Beauchamp, la Lifetime ha cancellato Witches of East Endper via degli scarsi ascolti della seconda stagione, a mio avviso migliore della prima. Peccato.

Canto di Natale di Charles Dickens

Canto di Natale di Charles Dickens, L’uomo che inventò il Natale

Siete stati a vedere al cinema il film “Dickens – L’uomo che inventò il Natale”? Non è il classico film di Natale né il classico film in costume, è qualcosa di più. La storia di un uomo e dei suoi fantasmi interiori e la storia di un’opera, il famosissimo Canto di Natale e come è venuta al mondo.

Non poteva esserci modo meno scontato di raccontare il processo creativo di uno scrittore che prima di tutto covava in sé storie di dolore e di abbandono mai dimenticate, pronte a risvegliarsi sulla scia di ricordi messi a tacere, ma inevitabilmente troppo forti per essere ignorati.

Tra i fantasmi del passato di Charles Dickens, scrittore di successo, che ha già pubblicato Oliver Twist ed è di ritorno da un significativo Tour delle Americhe, c’è quello che accende i riflettori sulla disumana realtà delle case lavoro in cui erano relegati i bambini abbandonati dalle famiglie (il padre era stato arrestato per debiti e il piccolo Charlie si era visto separare dai genitori e dalla sorella). Anche se vive in una bella casa con la moglie e la numerosa prole, lo spettro della povertà fa continuamente capolino dai recessi della sua mente, presa nella morsa della paura per il prossimo insuccesso. L’intuizione di scrivere una storia natalizia che parli di buoni sentimenti giunge così a dare una boccata di sollievo allo stato delle sue finanze già provate, ma l’ispirazione tarda a materializzarsi sulla pagina scritta e Dickens decide di autopubblicarsi, anche se spese e fatica raddoppiano. Per le strade di Londra, frequentando i quartieri più malfamati, in mezzo alla gente curiosa e strana, Dickens come una spugna assorbe i mille stimoli che gliene derivano e cerca il materiale per il suo nuovo racconto.

Grazie alla sua ossessione per i nomi strambi che annota su un taccuino, dà forma e corpo nel suo studio al personaggio di Scrooge che verrà condotto dagli spiriti del Natale passato, presente e futuro ad assistere alla peggiore rappresentazione di sé.

Ecco allora che si presenta a questo punto l’interrogativo su quale finale dare a questa storia e senza timore di spoilerare alcunché, tutti noi sappiamo come Dickens lo risolse e anche che il libro fu terminato in tempo per essere stampato per il Natale del 1843. Quell’anno in Inghilterra si registrò un considerevole aumento delle devoluzioni in beneficienza e non è sbagliato dire che Dickens ha da quel momento in poi cambiato il nostro modo di festeggiare il Natale colorandolo di quei sentimenti universalmente riconosciuti come l’amore, la generosità e la speranza.

Non stupisca nemmeno allora che, dopo la visione di un così emozionante e ben fatto film, si vada a riaprire The Christmas Carol nella recentissima edizione Bompiani, corredata dalle foto del manoscritto originale conservato alla Morgan Library &Museum di New York.

La sovracopertina con silhouette dorate di un gruppo variegato vittoriano, la prefazione curata da Colm Toibin e l’introduzione del capo settore manoscritti della Morgan Library, Declan Kiely, ci raccontano ancora meglio la genesi e la conservazione del manoscritto, dalla composizione dell’inchiostro usato da Dickens al metodo di lavoro e ai guadagni.

Il personaggio di Scrooge -il cui nome è un amalgama onomatopeico di screw (fregare, estorcere; avvitare, stringere) e gouge (cavare; spennare)- è una delle creazioni più vividamente grottesche di Dickens. Forse Scrooge vive e respira sulla pagina in modo così genuino perché Dickens fu in grado di infondergli, esagerando ed enfatizzando per ottenere un effetto più convincente, un po’ della rabbia, della misantropia e dell’ossessiva preoccupazione per il denaro che opprimevano la sua anima quando iniziò a scrivere la storia.

La premessa al racconto firmata dallo stesso autore è un’ammissione esplicita:

Con questo libriccino di fantasmi ho tentato di evocare il fantasma di un’idea che non indisponga i miei lettori nei confronti di loro stessi, del prossimo, del periodo natalizio o del sottoscritto. Mi auguro che esso infesti piacevolmente le loro dimore e che nessuno voglia liberarsene.

Il loro fedele amico e servitore, CD.

Dicembre 1843

Siamo pronti dunque per cominciare: che questo splendido Canto di Natale abbia inizio…

Marley era morto, tanto epr cominciare. Su questo non c’è alcun dubbio. Il registro del suo funerale era stato firmato dal pastore, dall’assistente, dall’impresario delle pompe funebri e dal principale ospite delle esequie. L’aveva firmato Scrooge, e tra i cambiavalute il nome di Scrooge faceva testo su qualunque pezzo di carta decidesse di firmare. Il vecchio Marley era morto quanto un chiodo di porta.

Dicembre 2017

Amore e Inganni

È stato scelto questo come titolo per il recente adattamento cinematografico del romanzo epistolare giovanile di Jane Austen, Lady Susan. Il titolo in inglese è  invece Love and Friendship (emendato dall’inversione delle vocali tipico della grafia di Jane Austen che scriveva: Love and Freindship) che in realtà è un racconto giovanile della scrittrice, ma che per sillogismo è diventato, tradotto in italiano, Amore e inganni rimandando così per metà a un’opera contenuta negli Juvenilia e per metà alla natura intrigante della protagonista.

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Un’operazione un po’ tortuosa che però non disturba più di tanto. Lo stesso può dirsi per le numerose citazioni tratte dalle Sacre Scritture che ricorrono spesso nella sceneggiatura, inserti assolutamente esterni al testo scritto originale, ma funzionali alla chiave umoristica data al lavoro. Sentire che Lady Susan con la sua specchiata moralità, cita la saggezza di Re Salomone che propose di sanare la contesa del figlio tra due donne tagliando a metà il bambino, la dice lunga sulla sensibilità e probità della gentildonna.

Gli intrighi della perfida Lady Susan sono smorzati dall’aspetto caricaturale dei personaggi che popolano la sua cerchia di conoscenze e che creano situazioni esilaranti e divertenti. Come frecce spuntate, le manovre matrimoniali della bella vedova finiscono per annullare il loro effetto più devastante e innescano una serie di piani sventati ed esiti drammatici appena sfiorati. Da madre premurosa quale è, Lady Susan vorrebbe infatti che sua figlia Frederica sposasse sir. James Martin, molto più grande e anziano ma benestante, e sistemasse così entrambe. Ma Frederica si dimostra ostinata e gli zii paterni sono così invadenti da appoggiarla. Mr. De Courcy ha anche il cattivo gusto di non invaghirsi perdutamente di lei ma anzi di mostrare una certa simpatia per Frederica, più vicina d’età.

Il pretendente sir James è una macchietta che getta brio su tutte le scene a cui partecipa con le sue uscite e le sue prove di intelligenza rara; non sono da meno sir Reginald De Courcy (padre) duro d’udito -quando vuole- e Mrs Johnson, a motivo del suo peculiare menage matrimoniale con Mr Johnson, oggetto di benaugurale stima da parte di Lady Susan che si vede contrastata dai divieti dell’uomo nel coltivare  la sua amicizia con la moglie:

Mia cara Alicia, che errore hai fatto a sposare un Uomo della sua età! – vecchio abbastanza per essere compassato, ingovernabile e per avere la Gotta – troppo vecchio per piacere, troppo giovane per morire.

Si è già detto della peculiarità di questa opera giovanile che nella forma appunto risente dell’influsso settecentesco e che nella scelta della protagonista “cattiva” si distingue per la sua originalità, per la freschezza e la straordinaria padronanza della penna che a diciannove anni francamente stupisce e conquista con un fascino senza tempo.

Non era facile tradurre la forma epistolare, che invece ben serviva a mostrare la doppiezza della protagonista e il suo incredibile trasformismo, e dimostra per l’ennesima volta l’estrema versatilità della produzione austeniana sul versante cinematografico.

Attori, scenografia e costumi del film sono perfetti e tutto considerato, anche la sceneggiatura che, pur con aggiustamenti e naturalmente con la precisazione che è “liberamente tratto” dall’opera minore di Jane Austen, risulta gradevole e divertente.

Credo possa dirsi ragionevolmente rispettato lo stile di Jane Austen e soprattutto il suo wit inconfondibile, con una strizzatina d’occhio ai pezzi teatrali di Oscar Wilde.

 

13 & Thirteen reasons why

Dal libro alla serie di Netflix, scandalo del 2017, in molti hanno sentito parlare di Hannah Baker. Dalle pagine allo schermo risuona la sua voce, cupa, triste, ormai disillusa dalla vita, rassegnata a quell’effetto valanga che trascina chiunque, lettore o spettatore, insieme a lei in un vortice da brividi e, al contempo, così crudelmente reale.

Ciao. Sono Hannah Baker, in diretta e stereo”.

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Ambientato negli Stati Uniti del 2000, la storia inizia quando un ragazzo, Clay Jensen, inizia ad ascoltare dei nastri che qualcuno ha impacchettato e lasciato fuori dalla porta di casa. “Ciao a tutti. Spero per voi che siate pronti, perché sto per raccontarvi la storia della mia vita. O meglio, come mai è finita. E se state ascoltando queste cassette è perché voi siete una delle ragioni. Non vi dirò quale nastro vi chiamerà in causa. Ma non preoccupatevi, se avete ricevuto questo bel pacco regalo, prima o poi il vostro nome salterà fuori… Ve lo prometto.” Hannah è morta, a scuola non si è parlato d’altro per le ultime settimane; ma nelle orecchie di Clay c’è la sua voce, quella della ragazza di cui era innamorato fin dal primo anno di liceo. Hannah è morta, Hannah si è suicidata ingoiando delle pasticche mentre era sola in casa. A cosa serve conoscere il perché di quel gesto? Hannah è morta e i suoi segreti dovrebbero essere seppelliti con lei. Ma lui non ha voce in capitolo: lei ha deciso di uccidersi e di rivelare tredici segreti, tredici vicende che riguardano tredici persone.

Le Tredici ragioni del perché si è tolta la vita.

Pubblicato nel 2007, ma arrivato solo quest’anno in vetta alle classifiche mondiali grazie all’omonima serie prodotta da Netflix, con 13, Jay Asher ha aperto il proverbiale Vaso di Pandora. Da anni, ormai, l’argomento bullismo tra gli adolescenti è tra i più attuali in circolazione e chiunque di noi ne può dare conferma: che fossimo vittime, carnefici o semplici spettatori, sembra che in tutte le scuole ci siano i più forti che se la prendono con i più deboli. E se i più deboli sono delle ragazze e i carnefici i ragazzi – beh, ecco che arriviamo a 13.

Sia ben chiaro, non sono solo i ragazzi a ricoprire il ruolo dei cattivi. Tra i tredici vi sono anche tre ragazze che, per motivi diversi, svolgono il ruolo dei carnefici; ma qui la vittima è una ragazza e per quanto vogliamo parlare di potere rosa e di sorellanza, raramente il gentil sesso si schiera contro i ragazzi fighi della scuola, contro il proprio fidanzato o, semplicemente, quello che ti piace.

Il libro copre due anni della vita di Hannah, due anni in tredici avvenimenti con tredici persone che le hanno cambiato la vita. O, per meglio dire, distrutta.

Da un bacio in un parco giochi per bambini nascono pettegolezzi sul fatto che sia una ragazza facile, da una lista arrivano le molestie verbali e fisiche, con stalker che si appostano sotto le finestre per scattare fotografie e pseudo editori che pubblicano materiale rubato, il tutto condito da amiche non proprio amiche e altre che, semplicemente, se ne approfittano. E il ragazzo perfetto che guarda, troppo timido per parlare, a tratti troppo influenzato da quei pettegolezzi per guardare oltre le apparenze – fino a giungere alla violenza finale, l’incubo di tutte le donne, adolescenti o adulte, quella più sporca, più disgustosa, da parte di uomini con manie di potenza. Infine, per non far mancare nulla, gli adulti: i genitori che non capiscono, i professori che non vogliono vedere quello che succede ai ragazzi a cui dovrebbero insegnare non solo formule e nozioni ma a vivere, con gli altri e con se stessi, ad affrontare la vita. Gli adulti che, a volte, fingono di non accorgersi delle cose perché è più facile – anche quando queste vengono a bussare alla tua porta invocando disperatamente, con i gesti e le parole non dette, il tuo aiuto.

Ecco cos’è 13: un urlo di aiuto, uno straziante grido silenzioso in una sala affollata e rumorosa.

E quel che salta più di tutto all’occhio del lettore è lo stile della narrazione, quell’alternanza tra caratteri normali e corsivo, la storia di una ragazza e i pensieri di un ragazzo. È quel prendere e interrompere, il premere pause e play che dura una sera, il racconto di una macabra favola della buonanotte, con il C’era una volta ma senza il lieto fine alla sua conclusione. Nessun Principe Azzurro che uccide il drago e che salva la Principessa – il drago ha vinto, ha bruciato tutto e il mondo non ha fatto altro che riprendere in diretta l’avvenimento.

Negli USA hanno bloccato la visione di questa serie ai minori di quattordici anni perché affronta argomenti forti in maniera troppo cruda, quasi sperando che gli studenti più giovani non abbiano ancora provato sulla loro pelle il bullismo. Come ho detto, l’adulto si gira dall’altra parte, non volendo comprendere che gli adolescenti di oggi affrontano situazioni per loro sconosciute, che vivono esperienze che loro non hanno mai provato a quell’età o nella loro intera vita. E forse 13 avrà anche ampliato al massimo l’argomento, che tutto questo può succedere ad un’unica ragazza solo in un romanzo o in una serie tv – ma che si parli di uno, di dieci o di cento adolescenti, il risultato non cambia: il Vaso di Pandora è stato sollevato, il mondo ha aperto gli occhi sul mondo degli adolescenti… e, speriamo, che richiuderli non sia così facile.

 

Guarda qui la videorecensione di Riccardo Iannaccone:  Le videorecensioni di Pink

 

Fantafestival: al via la 37^ edizione

Al via dal 22 al 26 novembre la 37^ edizione del FANTAFESTIVAL (Mostra Internazionale del Film di Fantascienza e del Fantastico), diretta da Alberto Ravaglioli. Un appuntamento ricco di anteprime esclusive, eventi speciali, incontri, retrospettive, dibattiti e sezioni competitive.

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Tra gli incontri attesi Luigi Cozzi, regista di Star Crash – Scontri Stellari Oltre la Terza Dimensione e protagonista del documentario a lui dedicato Fantasticozzi, diretto da Felice M. Guerra, e l’effettista e regista Sergio Stivaletti, che presenterà in anteprima una clip tratta dalla sua ultima fatica dietro la macchina da presa: Rabbia Furiosa, liberamente ispirato al terribile fatto di cronaca riguardante il cosiddetto “Canaro della Magliana”.

Il 23 novembre si terrà un appuntamento dedicato al fantastico televisivo, volto a riportare alla luce l’unico esempio di serie televisiva fantascientifica realizzata per il circuito delle emittenti locali. Alla presenza degli autori e del cast artistico e tecnico, infatti, verranno proiettati tre episodi di un piccolo tesoro perduto della storia della TV italiana: la sconosciuta Ora Zero e dintorni, realizzata nel 1979 e di stampo antologico con ambientazione post-atomica.

Sabato 25 novembre sarà dedicato, invece, ad un grande del piccolo schermo fantastico (e non solo) tricolore: Biagio Proietti. Per l’occasione verranno proiettati il rarissimo Storia senza parole, appassionante giallo senza dialoghi, e La casa della follia, uno dei migliori episodi della serie Il fascino dell’insolito, tratto da un racconto del grande Richard Matheson. Alla serata parteciperà lo stesso Proietti, pronto a rispondere alle domande del pubblico e a raccontare la sua vita e la sua carriera.

Il 24 novembre, il Fantafestival dedicherà la serata al rapporto tra Cinema e Fumetto di genere fantastico: oltre alla presentazione dei progetti editoriali di Bugs Comics il ricco programma di proiezioni prevede, tra l’altro, il documentario Splatter – La rivista proibitae il primo cortometraggio da regista di Claudio Chiaverotti, sceneggiatore Sergio Bonelli Editore di Dylan DogBrendon e Morgan Lost: l’horror I vampiri sognano le fate d’inverno?

Domenica 26 novembre in chiusura, invece, sarà la volta di un omaggio al recentemente scomparso maestro del cinema horror George A. Romero: la proiezione su grande schermo della versione restaurata del cult Zombi. Il film sarà proiettato nella versione europea della pellicola, con il montaggio di Dario Argento e le musiche originali dei Goblin e sarà introdotto proprio dallo stesso Argento, che con il padre degli zombi ha condiviso lavoro e amicizia. Un omaggio oltretutto preceduto da un’intervista esclusiva allo stesso Romero realizzata da Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer.

Anche quest’anno la sezione Panoramica Italia si propone come vetrina privilegiata del lavoro dei giovani autori italiani di cinema fantastico e ospiterà, tra gli altri: il misterico fanta-horror The Antithesis con Crisula Stafida (Tulpa – Perdizioni mortali) e Marina Loi (Zombi 3); The Wicked Gift, opera prima di Roberto D’Antona, giovane attore/regista indipendente che ha già all’attivo diversi cortometraggi e webserie di genere e Almost Dead, thriller-horror di Giorgio Bruno, premiato a Miami al MiSciFi 2017 come “Miglior Thriller”.

Il 37° FANTAFESTIVAL dedica due proiezioni notturne agli Z-Movies e a due registi che sono riusciti ad entrare nella storia del cinema orgogliosamente dalla porta sul retro.

Andrea Marfori, regista del cult-trash horror Il Bosco 1, presenterà Zombie Soviet Invasion, episodio pilota di quella che è stata definita la risposta russa a The Walking Dead e il mediometraggio The Unfortunate Life of Georgina Spelvin Chained to a Radiator.

Protagonista della seconda serata Z-Movies sarà Marco Antonio Andolfi, regista e protagonista del film La Croce delle Sette Pietre. In occasione del trentennale di quello che è conosciuto anche come Il lupo mannaro contro la Camorra, sarà proiettato anche il mediometraggio sequel del film del 1987: Riecco Aborym!

Inoltre, all’inizio di febbraio il FANTAFESTIVAL organizzerà, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale, un’interessante rassegna sulla seconda generazione dei maestri del fantastico italiano.

LINEA D’OMBRA FESTIVAL XXII EDIZIONE 6-9 DICEMBRE 2017 – SALERNO

La ventiduesima edizione di Linea d’Ombra Festival si terrà a Salerno da mercoledì 6 a sabato 9 dicembre 2017 al Teatro Augusteo, alla Sala Pasolini e al Cinema Apollo.

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Il festival diretto da Peppe D’Antonio e Luigi Marmo presenta quattro giorni e quattro notti di eventi che indagano il vasto mondo della creatività giovanile, attraverso le quattro sezioni del programma: cinema, musica, performing art e – da quest’anno – realtà virtuale, ultima frontiera dell’audiovisivo contemporaneo, per la prima volta in una rassegna al Sud Italia.

Sono 30 le opere selezionate per il concorso internazionale CortoEuropa, dedicato ai cortometraggi di finzione realizzati da autori europei nell’ultimo biennio. I lavori scelti, tra i circa 2.000 iscritti al concorso, provengono oltre che dall’Italia anche da Germania, Spagna, Belgio, Francia, Grecia, Olanda, Regno Unito, Svizzera, Svezia, Slovacchia. Uno spaccato significativo delle nuove produzioni europee.

Sempre per la sezione cinema, nella notte tra l’8 e 9 dicembre si terrà la consueta maratona cinematografica notturna con premio finale, quest’anno dedicata ai fratelli Coen. Dalle ore 23 di venerdì 8 dicembre fino all’alba del giorno seguente passeranno in rassegna sul grande schermo alcune delle pellicole più significative dei due registi, sceneggiatori e produttori di Minneapolis. Tra i titoli selezionati, “Il grande Lebowski”, “L’uomo che non c’era”, “Fratello, dove sei?”, “Non è un paese per vecchi”, “Barton Fink – È successo a Hollywood” e “Fargo”. Un’occasione unica per i veri cinefili che possono già iscriversi compilando l’apposito modulo presente sul sito http://www.lineadombrafestival.it

Altro appuntamento significativo di questa sezione è l’omaggio a due grandi sceneggiatori del cinema italiano, Agenore Incrocci e Furio Scarpelli, in arte Age&Scarpelli. Dalla loro penna hanno preso vita film cult firmati da registi come Monicelli, Germi, Scola, Risi, Steno, Comencini, Zampa, Leone. Dal 6 al 9 dicembre nella sala cinema del Teatro Augusteo, infatti, saranno proiettati un documentario di Paolo Virzì “La strana coppia. Incontro con Age e Scarpelli” e tre capolavori assoluti: “I soliti ignoti” e “L’armata di Brancaleone” di Mario Monicelli, “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola.

Novità assoluta dell’edizione 2017 di Linea d’Ombra – che quest’anno lancia il tema/provocazione “senza tema” – è il contest teatrale “La quarta parete e poi c’è WhatsApp”: un esperimento di metateatro 2.0, dove lo spettatore, attraverso l’app di messaggistica più usata al mondo, potrà interagire con gli attori presenti sulla scena. Si tratta di un contest dedicato ai corti teatrali, pensato specificamente per la Sala Pasolini, che prevede la partecipazione di tre realtà del panorama teatrale salernitano – The LAAVers, Live e Teatro Grimaldello – selezionate dal curatore della sezione Performing Art, Antonello De Rosa, attore, regista e direttore artistico di Scena Teatro.

L’idea del contest individua come tema il ruolo ”sociale” di WhatsApp, applicazione che vede scambiarsi tra gli utenti 55 miliardi di messaggi al giorno. Un utilizzo creativo di questo strumento, che irrompe prepotentemente nella vita quotidiana, condizionando, in maniera attiva e passiva, la nostra percezione della realtà. Il teatro, con la sua performance live, supera la quarta parete e attraversa gli smartphone degli spettatori. Non si snatura ma gioca con gli strumenti moderni per mettere ancora una volta l’accento su un elemento essenziale: la storia.

Per partecipare al contest come spettatore è necessario inviare un messaggio WhatsApp al numero di telefono messo a disposizione e gestito da ciascuna compagnia, entro e non oltre il 30 novembre. Tutte le info sono presenti nell’apposita sezione del sito http://www.lineadombrafestival.it.

La XXII edizione di Linea d’Ombra Festival è promossa dal Comune di Salerno, organizzata dall’Associazione SalernoInFestival con il sostegno della Regione Campania e dell’Ente Provinciale per il Turismo di Salerno.

INFO: tel.089 662565 – http://www.lineadombrafestival.itinfo@lineadombrafestival.it.