Massimo Cantini Parrini – Passione e genialità

Serietà, tanta Passione, Umiltà, grande Talento e un pizzico di sanissimo Egoismo sono gli indispensabili ingredienti per realizzare un grande successo!

Massimo Cantini Parrini il costume designer di cinema e teatro indiscutibilmente più affermato in Italia, non soltanto perché grazie al suo talento, allo studio e alla passione ha già collezionato quattro David di Donatello, su cinque nomination, come miglior costumista; ma anche per i Nastri d’argento, i Ciak d’oro e l’European Film Awards e molti altri riconoscimenti internazionali per i migliori costumi. Traguardi non facili e decisamente meritatissimi.

Massimo è anche uno dei più grandi collezionisti di abbigliamento, a mio parere, la sua collezione in realtà è un vero e proprio archivio della moda composto da oltre 4mila capi, tutti originali, molti dei quali anche di celebri stilisti, compresi quelli più iconici e molti di quelli che oggi risultano sconosciuti al grande pubblico. La sua collezione si compone di abiti e accessori a partire dal 1630 e via via percorre tutti i secoli fino agli anni ’90 del ‘900.

Massimo, come nasce questa tuo amore per l’abbigliamento?

Sin da bambino mi piaceva andare nella sartoria dove lavorava la nonna, vedevo nascere gli abiti, in seguito a casa scoprii che nei grandi armadi guardaroba erano conservati molti abiti belli e particolari, chiedendo perché erano stati conservati iniziai a capire l’importanza dell’abbigliamento. Un abito non serve solo per coprire il corpo umano ma anche per esaltarlo o migliorarne l’aspetto; un abito è importante anche a livello sociale per identificare le persone e il loro ruolo nel mondo, anche l’arte è testimone di questo: attraverso l’abbigliamento, nei ritratti, possiamo non soltanto capire il ruolo nella società di colui che vi è raffigurato ma possiamo vedere l’evoluzione propria della moda nei secoli. Sin dagli anni ’80 nei mercatini dell’antiquariato, ho cominciato a comprare abiti antichi e complementi legati alla moda, cose che mi piacevano per come erano realizzate: per il loro design, per i modelli, per la preziosità di alcuni tessuti, dei broccati, dei ricami antichi, per i bottoni, per lo stile di un periodo che ben rappresentavano, tutti dettagli che accrescevano il mio interesse verso questo mondo. La moda del vintage in Italia era ancora lontana e si potevano trovare cose davvero interessanti con prezzi molto ragionevoli e anche questo per me era una grande soddisfazione. Oggi non è più possibile trovare cose antiche a buon mercato, ormai tutti conoscono il valore di queste cose e spesso alcune sono anche sopravvalutate a livello commerciale. Insomma è così che ho iniziato a collezionare, in seguito strada facendo, questa passione si è trasformata in uno studio sempre più serio e approfondito durante il quale ho capito che la mia passione poteva permettermi di fare delle esperienze anche di lavoro e alla fine è diventato il mestiere che faccio oggi, il costumista. Continua a leggere

Bocciarelli Home Theatre

Amatissimo dal pubblico teatrale e televisivo, osannato dalla critica, Vincenzo Bocciarelli ha mosso i suoi primi passi nel mondo del teatro internazionale al Piccolo Teatro d’Europa di Milano, diretto da Giorgio Strehler, dove inizia gli studi di Discipline Artistiche con Marcel Marceau, Carolyn Carlson, Micha van Hoecke, Klaus Maria Brandauer, Teodoros Terzopoulos, Ferruccio Soleri, Andrea Jonasson, Enrico D’Amato e dove consegue il diploma sotto la guida di Giorgio Strehler. Bocciarelli è un attore poliedrico, dal gradissimo talento e animato da una straordinaria sensibilità.

Vincenzo Bocciarelli, classe ’74 è figlio di genitori cremonesi, giramondo che, mossi dall’amore per il verde delle colline e campagne in Toscana, decisero di trasferirsi nella bellissima Siena. Fin da piccolo, ha mosso i suoi passi a contatto con l’arte e la natura, sviluppando il suo amore per la pittura e frequentando l’Istituto d’arte “Duccio di Buoninsegna” dove si è diplomato con il massimo dei voti.

A soli quindici anni debutta al Piccolo teatro senese di Palazzo Sergardi, interpretando il ruolo di Fulgenzio nella pièce Gli innamorati di Goldoni. Entusiasmato da questa esperienza partecipa alle audizioni per entrare nella prestigiosa scuola di teatro del Piccolo teatro d’Europa a Milano diretta da Giorgio Strehler, per cominciare a lavorare con il grande maestro nel Faust Festival accanto a grandi nomi del teatro come Tino Carraro, Franco Graziosi, Giulia Lazzarini, Andrea Jhonasson. Diplomatosi nel 1993 alla Scuola del Piccolo teatro d’Europa con il massimo dei voti, ha vinto nello stesso anno il Premio alla Vocazione a Montegrotto Terme, premiato dal grande Vittorio Gassman per essere subito ingaggiato dalla compagnia Glauco Mauri nella pièce Tutto per Bene di Luigi Pirandello nel ruolo del marchese Giorgio Lanza, poi, nella stagione successiva nei Quaderni di Conversazione di Ludwig Van Bethoveen come co-protagonista nei panni del nipote Karl, sempre accanto a Glauco Mauri.
Questo spettacolo segna l’inizio della carriera teatrale di Vincenzo Bocciarelli nei più importanti teatri d’Italia, dove riscuote un grande successo di pubblico e di critica.

Dopo il grande debutto nel 1998 al teatro Greco di Siracusa come il figlio Polidoro di una straordinaria Valeria Moriconi in Ecuba, per la regia di Lorenzo Salveti, nel 1999 Mauri gli assegna il ruolo del figlio buono Edgar nel Re Lear di Shakespeare e proprio durante una delle recite al teatro Eliseo di Roma viene scoperto dal talent-scout Giuseppe Perrone, che lo catapulta bel mondo della fiction e del cinema facendolo conoscere al grande pubblico attraverso fiction di successo come Incantesimo, Il bello delle donne, Orgoglio, Cinecittà, Don Matteo, Un caso di Coscenza, Pompei, L’inchiesta (dove interpreta uno strepitoso Caligo, ruolo sofferto ma necessario, ci dice), e tante altre.

Inizia anche la carriera cinematografica con il grande Florestano Vancini che lo sceglie per interpretare il cardinale Ippolito D’Este in E ridendo l’uccise. Nel 2010 arrivano le pellicole internazionali di Bollywood : viene scelto come primo e unico attore europeo protagonista di un film prodotto e realizzato in India dal titolo Nirakazcha ovvero La strada dei colori nella versione italiana uscita sulle reti RAI.

Sempre per la tv pubblica italiana riscuote un grande successo con la proiezione di Red Land al fianco di Franco Nero, per la regia di Maximiliano Hernando Bruno colossal sulla tragica storia delle foibe che verrà trasmessa poi oltreoceano in America su Rai Italia e Amazon Prime.

Continua la carriera nel grande schermo partecipando al cast di Mission Possible per la regia di Bret Roberts con Jhon Savage, prodotto dalla Movie On casa di produzione e distribuzione internazionale con la quale ha attualmente una collaborazione per la realizzazione di nuovi progetti.

Oggi ha ideato il format “Bocciarelli Home Theatre” in seguito alla pandemia da coronavirus, coinvolgendo tanti colleghi attori e star dello showbiz a partecipare a molte attività benefiche da lui ideate. E ha aperto un suo canale YouTube, al quale vi invitiamo a  iscrivervi per gustare le puntate del “ Bocciarelli Home Theatre”

Parlaci del tuo format.

Durante il periodo di forzata clausura, mi sono chiesto cosa potessi fare anche io per contribuire ad alleviare le giornate a coloro che restavano a casa ma anche a chi lavorava indefessamente per combattere il Covid-19. E volevo farlo  con ciò che sapevo fare: la mia arte. Ho ideato così format “Bocciarelli Home Theatre”, coinvolgendo tanti colleghi  a partecipare. Anna Kanakis, per esempio, è stata una delle più fedeli sostenitrici del mio programma. Continua a leggere

La regia non è solo una questione maschile

Ph. by Angelo Puricelli

Ludovica Zedda è una giovane regista, che con un solo cortometraggio all’attivo, La viaggiatrice, ha già riscosso parecchio successo tra gli addetti ai lavori, vincendo diversi premi. Dopo aver visto il suo lavoro ho capito il perché, ma solo dopo averla intervistata ho concluso che non poteva essere altrimenti: passione, tenacia, voglia di arrivare sono le parole chiavi per descriverla e sono sicura che sentiremo ancora parlare di lei.

di Manola Mendolicchio

Chi è Ludovica Zedda, come ti sei approcciata al mondo della regia.

Ho 23 anni e sono appassionata di cinema da quando sono bambina. I miei genitori mi hanno sempre portata al cinema a vedere anche film impegnativi trasmettendomi questa passione. Ma il mio approccio con la regia non è stato immediato, alle superiori ho seguito corsi di teatro, seminari, stage, ma a un certo punto mi sono resa conto che nonostante recitare sia una forma d’arte bellissima e molto coinvolgente, la mia recitazione era fine a se stessa e non avevo l’esigenza di esprimermi attraverso la gestualità, la mimica, la mia voce. Questo mi ha portato a interrogarmi in che modo mi sarei potuta esprimere. Era l’estate del 2015 quando ho pensato seriamente alla regia, quindi star dietro alla camera a dirigere gli attori e decidere le inquadrature. Così mi sono iscritta all’Istituto cinematografico Michelangelo Antonioni, che ho frequentato per tre anni.

Come è stata l’esperienza in accademia.

Un’esperienza altalenante: a mio avviso si potrebbe fare di più per le accademie, per esempio trovo che si faccia poca esperienza sul campo, che invece sarebbe un ottimo modo per mettere gli studenti di fronte alle diverse problematiche che si possono incontrare su di un set.

Dunque hai scelto la regia. Le donne in regia ci sono, ma sono ancora un numero esiguo, per la maggior parte è ancora un mondo maschile. A livello accademico si percepisce questa disparità.

Un po’ sì. Non posso negare che un tantino sotto esame mi ci sono quasi sempre sentita, magari l’argomento non è mai stato affrontato in maniera diretta, ma la sensazione che ho sempre avuto è stata quella: la regia è un mestiere prevalentemente per uomini. Tra gli insegnanti sono quasi tutti uomini; ho avuto anche docenti donne – come la docente di sceneggiatura. Continua a leggere

La moda è una cosa seria

“Oh, ma certo, ho capito: tu pensi che questo non abbia nulla a che vedere con te. Tu apri il tuo armadio e scegli, non lo so, quel maglioncino azzurro infeltrito per esempio, perché vuoi gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti addosso, ma quello che non sai è che quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo, e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che nel 2002 Oscar de la Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee e poi è stato Yves Saint Laurent se non sbaglio a proporre delle giacche militari color ceruleo. E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e alla fine si è infiltrato in qualche tragico angolo casual, dove tu evidentemente l’hai pescato nel cesto delle occasioni, tuttavia quell’azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori delle proposte della moda quindi, in effetti, indossi un golfino che è stato selezionato per te dalle persone qui presenti… in mezzo a una pila di roba”.

Ve lo ricordate? È il famoso discorso di Meryl Streep, ovvero Miranda Priestly, sul maglione infeltrito che indossava Anne Hathaway (nei panni di Andrea Sachs) nell’iconico film Il diavolo veste Prada diretto da David Frankel. Quanto c’è di vero nel discorso della terribile ma sagace direttrice di Runway? Molto. Analizziamo la moda italiana, non per campanilismo ma perché l’Italia è uno dei paesi al mondo più importanti nel panorama internazionale della moda (che in Italia vale circa 22 miliardi di euro).

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“Sette minuti dopo la mezzanotte”

Il cinema è sempre stata una delle mie più grandi passioni e appena ho un momento libero cerco sempre di recuperare i film che mi sono persa e che mancavano alla mia collezione di cinefila. Uno di questi si intitola “Sette minuti dopo la mezzanotte” e ho deciso di parlarvene oggi in questo articolo perché credo che sia uno di quei film che non si dimenticano facilmente. È uno di quei film che hanno molto da insegnare tanto ai bambini quanto agli adulti e che alla fine ti mette davanti alla verità e alla capacità di accettarla come pochi film sanno fare.

“Sette minuti dopo la mezzanotte” (A Monster Calls) è un film del 2016 diretto dal regista spagnolo Juan Antonio Bayona ed interpretato da Lewis MacDougall, Sigourney Weaver, Liam Neeson e Felicity Jones. La pellicola è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2011 scritto da Patrick Ness, il quale è anche sceneggiatore del film.

Il protagonista, Conor O’Malley, è un ragazzino solo, senza amici, vittima di bullismo a scuola, con un padre assente e una nonna dai modi un po’ freddi, che si ritrova a dover affrontare una delle cose più terribili che possano mai accadere a un essere umano: il lento spegnersi della sua mamma malata di cancro. L’unica cosa che entra come uno spiraglio di luce nella sua vita tenebrosa è il disegno, passione che gli è stata trasmessa da sua madre e che, se vogliamo, rappresenta un modo per sentirsi ancora più vicino a lei, per tenerla in vita attraverso la linfa vitale di un tratto di matita.

Una notte però Conor viene visitato da un mostro, un enorme albero di tasso dalle forme antropomorfe, venuto a raccontargli tre storie e ad averne una quarta in cambio da Conor, dove il ragazzo “troppo grande per essere un bambino ma troppo piccolo per essere un uomo” dovrà raccontare la sua “verità”. Così ogni notte, in particolare sette minuti dopo la mezzanotte, il mostrò farà visita a Conor per condurlo in un viaggio all’interno di se stesso e, di conseguenza, fargli superare la sua infelicità.

È evidente che uno dei pilastri di questo film è il potere che hanno le storie. Le storie non sono inutili, non raccontano bugie – come pensa Conor all’inizio – ma ci aiutano a superare momenti difficili e a renderli più accettabili. È questo quello che fanno le storie: ci mettono davanti a una verità dolorosa ma ci forniscono anche gli strumenti per guardarla in faccia senza avere paura. Ed è proprio questo quello che il mostro chiede a Conor: raccontare la sua verità, ovvero dare voce alla sua paura più grande, al suo peggior incubo, quello di perdere per sempre sua madre.

In questa fiaba non troviamo il “e vissero per sempre felici e contenti”. Non siamo in un mondo fantastico dove alla fine tutto si risolve. Il mondo che questo film dipinge è quello di tutti i giorni: c’è sofferenza, dolore, perdita, morte. E poi ci sono le storie, quelle creature selvagge che hanno il potere di guarirci perché, come dice il mostro a Conor, “c’è sempre del verde se sai dove guardare”.

Tutti i cuori di Milo Ventimiglia

Milo Ventimiglia

Milo Ventimiglia nasce ad Anaheim, in California, l’8 luglio del 1977 da padre americano di origini italiane, Peter Ventimiglia, e da madre americana di origini irlandesi, inglesi, scozzesi e francesi, Carol Wilson. Si diploma all’El Modena High School di Orange nel 1995 e vince una borsa di studio estiva per studiare all’American Conservatory Theater di San Francisco. Tornato in California, si laurea in teatro all’UCLA.

La sua prima apparizione televisiva fu in Willy, il principe di Bel Air cui seguirono altri piccoli ma importanti ruoli poiché l’hanno fatto diventare l’attore che è oggi.

Il primo vero successo fu nell’interpretazione di Jess, nella serie Una mamma per amica, il suo ruolo di adolescente scontroso, problematico ma incredibilmente intelligente e appassionato, lo rende un personaggio da subito indimenticabile nel rappresentare quell’interiorità in cui molti giovani potevano e possono ritrovarsi. Perché in realtà il suo cuore era solo spezzato ma ricco di un amore che solo con il passare del tempo e con la delusione d’amore per Rory, cresce sempre un po’ di più fino a sbocciare.

Nel corso degli anni continua con la sua partecipazione a diverse serie, ma non solo: interpreta anche l’ultimo film di Rocky nei panni di suo figlio Robert e, anche qui, dimostra di saper trasmettere un’altra importante sfaccettatura: coraggio e dedizione. Continua a leggere

Hungry Birds

L’ATTORE GIOVANNI AREZZO PROTAGONISTA DI “HUNGRY BIRDS”

SHORT FILM SCRITTO E DIRETTO DAL FILM MAKER RAFFAELE ROMANO ONLINE SU YOUTUBE DA OGGI

 

È online su YouTube, “Hungry Birds”, short film scritto e diretto dal film maker  Raffaele Romano, già vincitore del premio BEST INDIE SHORT al LOS ANGELES FILM AWARDS.

Protagonista l’eclettico e promettente attore e regista ragusano, Giovanni Arezzo, accanto al celebre Dominic Chianese ( indimenticabile Zio Junior de “I Sopranos” e Johnny Ola de “Il Padrino” pt.2) .

“Hungry birds”,  girato e ambientato interamente a Londra , offre una potente riflessione sulle dinamiche economico-sociali della nostra società accostandole al comportamento dei piccioni, attraverso uno stile innovativo e riconoscibile.

Giovanni Arezzo, nell’intenso ruolo di un clochard, rivela il suo eclettismo e la capacità di fondersi nelle storie e nelle scritture, come  ha più volte dimostrato in teatro, dove ha spesso dato voce a vicende e personaggi complessi e dalla forte personalità. Tra questi, Chet Baker, il più celebre trombettista bianco della storia della musica mondiale,  del quale tratteggia un ritratto sincero, sentito ed empatico, dell’uomo e dell’artista, del suo genio e della sua sregolatezza, in CHET!, monologo di cui è anche coregista con Laura Tornambene. Lo spettacolo, che ha debuttato nel 2018,  gira l’Italia da un anno, e sarebbe andato in scena in questi giorni al Teatro Due di Roma. Continua a leggere

Un’attrice dai mille volti

Letizia Dispare nasce a Genova nel 1984 ed è una grande sognatrice; ama, come dice lei, “fare fantasticazioni”; nel suo porsi obiettivi ambiziosi, non ha mai smesso di credere, lavorare sodo e alimentare le sue passioni e questo l’ha sempre portata a fare esperienze importanti, ma soprattutto a dare il giusto valore alle cose.

È un’artista dalle molte sfaccettature; inizia la sua carriera come attrice teatrale e cinematografica, ampliandola negli anni al cabaret, alla tv e posando anche come fotomodella.
Lavora in ambito pubblicitario, sponsorizzando brand nazionali e internazionali. Continua a leggere

C’era una volta un soldato di nome Jane

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Sin da piccolissima ho sempre avuto una passione smisurata per le principesse, e per principesse intendo sì quelle eteree fanciulle con abiti pomposi, luminosi e fiabeschi, e per principesse intendo sì quelle eteree fanciulle con abiti da guerriere e un po’ “maschiacci”.

Entrambe le categorie che le fiabe e i film da sempre ci propongono per me sono principesse, quindi non per il ruolo che ricoprono, non per i loro vestiti, ma solo ed esclusivamente per la loro fragilità, per il loro coraggio, per la loro passione, per la loro costanza.

Non credo che Cenerentola, solo perché buona e gentile anche con chi non la rispetta, non sia un esempio forte da seguire; la gentilezza è pur sempre un’arma potente contro il male. Continua a leggere

Un’amica come Maya Dolittle

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Maya Dolittle, interpretata dalla bravissima Kyla Pratt, è la protagonista dei tre film successivi de Il Dottor Dolittle, interpretati dall’iconico Eddie Murphy. Nei primi due film ha un ruolo marginale, è la figlia del dottore che parla con gli animali, solo dalla terza serie in poi diventa la protagonista indiscussa.

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Maya, proprio come il padre, ha un’incredibile dono: può comunicare con gli animali di qualsiasi specie attraverso l’uso della parola e loro possono risponderle. Un dono che sarebbe davvero bello poter ricevere nella vita reale.

Il suo personaggio è un mix di dolcezza, testardaggine, insicurezza, paura, malinconia e positività; tutti sentimenti che accomunano un po’ ognuno di noi. Tutti sentimenti che ci fanno sentire vivi e che apprezziamo in una storia di fantasia, proprio perché ci aiutano a immedesimarci nella vicenda regalandoci una buona dose di ironia che poi è alla base di una vita davvero completa e felice. Continua a leggere