Sulla soglia dell’eternità

img_8203Il film si colloca senz’altro nel genere biopic, ma con una cifra che lo distingue. La storia è pensata e il film girato e montato dal punto di vista di Van Gogh, con l’evidente e realizzato intento di mettere lo spettatore nella condizione d’immedesimarsi nel protagonista. Julian Schnabel prima che regista e sceneggiatore, è un pittore “espressionista d’oggi”, come lo definisce il critico Philippe Daverio. Di sé Schnabel ha detto: “Mi nutro di dissidi e contraddizioni. E’ dalla tensione dicotomica tra opposti che nasce l’equilibrio. Quando creo, mi abbandono all’intuito, mi lascio trascinare dalla forza di ciò che non posso comprendere. È una sottomissione, volontaria e prolifica, a forze invincibili e imperscrutabili. Allo stesso tempo, rincorro con esasperazione la novità e raccolgo, in modo inesausto, oggetti e materiali. Non posso rinunciare alla figurazione. Né all’astrazione. Se aderissi a un unico linguaggio mi sentirei imprigionato in una dimensione asfittica e stagnante.”(https://www.stilearte.it/julius-schabel-le-tele-immense-del-pittore-regista/). Sembra di sentire Van Gogh! “Perché devi dipingere sempre la natura?” domanda Gauguin nel film e lui: “Mi sento perso se non ho qualcosa da osservare!” Quanto questa sia risposta di Van Gogh o piuttosto del pittore-regista Schnabel poco importa. E’ chiara l’empatica immedesimazione tra regista e protagonista della storia. Un transfert che il regista fa di tutto per consentirlo anche allo spettatore, perciò gira molte scene usando la macchina da presa come fosse l’occhio del protagonista e, siccome è lui a girare, è anche l’occhio del regista.

Tutte le scene girate con questa prospettiva sono restituite sullo schermo sfocate nella parte bassa (eccellente la fotografia): l’immagine complessiva diventa così l’esplicitazione della lotta interiore sempre in atto nell’artistatra ciò che vede e ciò che sente nel guardare, tra l’immagine che la mente gli costruisce e la figurazione verso cui emozioni e spirito lo spingono. All’inizio del film mi sono sentito infastidito da quelle immagini e mi sono ritrovato a tentare di mettere a fuoco. Per fortuna ho preso presto consapevolezza del mio fastidio e me ne sono domandato, concludendoappunto che Schnabel ha cercato di rivivere e far rivivere anche allo spettatore quella lotta interiore, lo sforzo titanico che bisogna compiere per mettere a fuoco la realtà materiale col proprio sentire. E all’inizio sempre tutto appare nebuloso, come nelle immagini, perché la mente… mente. Van Gogh e Schnabel non si accontentano di ciò che la mente gli propone, cercando e sforzandosi fino allo spasimo d’andare oltre e, col loro sentire, dentro le cose. Le loro opere divengono il magnifico risultato di questa ricerca. Una ricerca che fece passare per folle Van Gogh, non più ovviamente Schnabel grazie a Van Gogh! Ma, in realtà, questi era folle (e Schnabel sarebbe folle) esattamente quanto era acerba l’uva della volpe di Esopo. Infatti non lo era, ma tutti (la volpe) ritenevano che lo fosse. Il motivo è semplice, ce lo dice Van Gogh all’inizio del film con la sua voce fuori campo e a schermo nero: “Ciò che voglio è essere uno di loro!”, più o meno queste sono le sue parole. Ed è quello che ciascuno di noi nella sua vita vuole e cerca: essere accettato. Perciò poi ci sembra folle chi percorre a piedi e in solitudine, quasi perso, chilometri nella campagna con sulle spalle il peso degli strumenti per dipingere, alla ricerca di non sapeva neppure lui cosa, ma che ogni volta trovava e ne era felice. Cosi com’era felice di tradurre sulla tela la sua figurazione e offrirla al mondo. Una felicità che avrebbe potuto condividere con ibambini se solo la maestra fosse stata in grado di sciogliere le reciproche paure invece di aizzarglieli contro, con la prevedibile conseguenza di aizzargli contro poi l’intero villaggio. Quel pittore è un folle! Così tutto va a posto: la comunità è salva, l’accettazione reciproca conservata, salvo il costante venticello del pettegolezzo che tutto tiene sotto controllo, immobile, frenato, ripetitivo, senza evoluzione. Il dramma del diverso non importa a nessuno, anzi è quasi sempre socialmente e individualmente affrancante.img_8204

 

Per fortuna ci sono stati e ci sono uomini e donne che hanno avuto e hanno il coraggio d’andare contro la corrente del farsi accettare a tutti i costi, fatta di senso comune, e di immergersi invece nella corrente dello spirito, indomito e sempre vivo. Tutti coloro che questo coraggio hanno avuto sono stati anche pienamente consapevoli della condizione umana. È ciò che il regista ci dice con l’accettazione e la proposizione dell’ipotesi dell’omicidio di Van Gogh invece del suicidio. Se solo per un attimo accettassimo l’ipotesi, potremmo anche comprenderne il senso e quanto il comportamento “omertoso” sia stato coerente ed in linea con la vita e le profonde convinzioni della vittima. Van Gogh aveva una profonda religiosità tutta rivolta al sociale. Sembrava quella all’inizio la sua vocazione; ma la strada gli fu preclusa dal suo modo di vivere sempre “eccessivo”. Non venne, infatti, confermato nell’incarico di predicatore nella regione mineraria belga del Borinage perché “aveva preso troppo alla lettera il modello evangelico”; ma nel frattempo aveva realizzato ‘I mangiatori di patate’ di cui andava molto fiero! Ebbene, come avrebbe potuto mai una persona tanto invisa a se stessa da annichilirsi e perciò essere allontanata da un incarico che pure aveva cercato, un artista che per tutta la sua vita è stato, in diverso modi, sempre alla costante ricerca di Dio, nelle persone prima e nella Natura poi, come avrebbe mai potuto denunciare dei ragazzi sapendo che avrebbe rovinato loro la vita? Certo nessuno gliel’avrebbe rimproverato, salvo poi vedere se gli avrebbero creduto; altrettanto certo è che non l’ha fatto. Il film narra solo gli ultimi due anni della tormentata vita di Van Gogh, ma chiarisce tutto il suo mondo interiore; spiega come la sua ricerca di Dio nella Natura lo abbia portato a cambiare l’uso dei colori fin lì conosciuto e adoperato e adutilizzare un modo di dipingere assolutamente nuovo. E sinceramente, dopo aver visto il film, non riuscirei adimmaginare altri che William Defoe come suo eccellente interprete. Di lui mi ha colpito un particolare. Paulus van Görlitz, coinquilino di Van Gogh a Dordrecht, scrisse che “Un giorno – ci conoscevamo da un mese – mi pregò, sempre col suo sorriso irresistibile…”. Ecco, il sorriso irresistibile, questo mi ha colpito: William Defoe evidentemente ce l’ha di suo, perché lo ha sfoggiato per tutto il film. Cruda, passionale, viscerale e poetica è, come il protagonista, la narrazione della storia di una lotta costante tra limiti umani e fuoco interiore, ch’è poi il dramma della condizione umana. Che quel genio fosse pienamente e lucidamente consapevole di questa lotta è evidente nel dialogo tra lui e il prete che gli fa visita per decidere se dovesse o meno rimanere in asilo psichiatrico. E lì Van Gogh sfoggia tutta la sua lucidità, la sua logica disarmante, la sua consapevolezza, quella consapevolezza che, se non tradita, colloca senz’altro “At Eternity’s Gate”. Film imperdibile. Ancora una volta Grazie! al Cinema Lovaglio di Venosa.

Francesco Topi

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The Mule – Il corriere

The Mule e Clint Eastwood non tradiscono le aspettative. Il monumentale e inarrestabile Clint Eastwood chiama a sé un cast degno di nota: Bradley Cooper, Dianne Wiest, Laurence Fishburner, Andy García e Alison Eastwood (figlia di Clint).

L’attore e regista ci presenta un film amaro, riflessivo, per certi versi commovente e con un finale sorprendente, basato su una storia realmente accaduta.

Il protagonista è un uomo anziano che dalla vita ha preso senza dare; forse proprio a causa della sua età, inizia a riflettere sul ruolo che ha avuto nella famiglia, venendo alla conclusione che è stato un pessimo marito e marito. Quando gli viene pignorata la casa e la sua famiglia non lo vuole più vedere capisce che deve fare qualcosa per ripagare gli anni di mancanze verso i suoi cari. Se da prima non comprende appieno che quello che gli viene chiesto è fare il corriere per il cartello messicano, successivamente alla vista di tanti bei dollaroni ci prende gusto, ma non tanto per se stesso quanto per aiutare gli amici e parenti. Sulle sue tracce c’è la Dea con il bellissimo Bradley Cooper che ha un ruolo più marginale, ma riesce lo stesso a bucare lo schermo.

Il film si snoda tra i bellissimi panorami americani, le battute sarcastiche del protagonista, le riflessioni sulla vita, sulle occasioni mancate, i rimpianti e le corse per le consegne. Con i suoi inconfondibili modi spigolosi e burberi l’attore e il film provocano un’amara constatazione sul tempo che dedichiamo a chi amiamo, per meglio dire il poco tempo, e quale posto gli riserviamo nella nostra personale scala dei valori.

Sicuramente Clint Eastwood, nonostante la parte inusuale che ricopre in questa pellicola, è riuscito nell’intento di farsi amare ed elogiare. Un ruolo lontano dall’eroe a cui siamo abituati, ma che lo interpreta con la maestria ed eleganza che gli appartengono. L’età non ha scalfito la bravura dell’attore e nemmeno del regista, in un susseguirsi di stupendi film che da I ponti di Madison Country sono rimasti indelebili nei cuori degli spettatori.

Robin Hood – Le origini della leggenda

 

Come dice la voce narrante “dimenticatevi la storia” . Ed è effettivamente quello che succede guardando questo film ambientato nel Medioevo, ma con toni che ci riportano con prepotenza alla realtà odierna. 

 La pellicola ci mostra un’Inghilterra affamata, in guerra al fianco della Chiesa durante le Crociate, e ci fa conoscere un annoiato Lord Robin di Loxley. La partenza, contro voglia, per la guerra in quelle terre lontane, lo allontanerà dall’amore appena trovato e dalle sue ricchezze. Dopo combattimenti e atti di coraggio, Robin farà ritorno in patria. Una volta tornato capirà l’importanza di quello che aveva e che a causa dello Sceriffo di Nottingham ha perso; dall’amore al castello e le terre. 

 Per riappropriarsi dei suoi possedimenti e cercare giustizia per il suo popolo, diventerà un abile arciere e darà battaglia ai cattivi, il tutto nascosto da una maschera. 

L’abbigliamento del novello fuorilegge ci ricorda molto quello del telefilm Arrow, soltanto di colore nero; mentre i costumi poco s’intonano all’epoca in cui viene ambientata la pellicola.

 

 È una sorta di nouvelle mode, tanto che gli abiti del “cattivo” sembrano cuciti da uno stilista e farebbero bella figura su una passerella, così come quelli della scena degli invitati al banchetto. Comunque, a mio parere, questa mescolanza non disturba ma onestamente ci allontana dal ricordo del mitico Robin Hood di Kevin Costner. 

 Marian, il personaggio femminile, è una giovane d’azione, una rivoluzionaria molto più vicina al pensiero contemporaneo che a quello di dama del tempo. Anche questo personaggio si discosta nettamente dalla bella e dolce Marian, interpreta dalla stupenda Mary Elizabeth Mastrantonio; di conseguenza non posso non paragonare il Little John interpretato, allora, dal bravissimo Nick Brimble, con quello odierno Jamie Foxx, il quale è l’unico che regge il confronto recitativo e visivo. 

 Nel complesso è un film piacevole per una serata piovosa, in cui ritroviamo tutti i personaggi, modernizzati, della leggenda. A chi piace l’azione, il complotto, la voglia di giustizia, l’amore ritrovato e i personaggi decisamente carini può gustarsi questa pellicola. 

Non ci resta che il crimine

Non ci resta che il crimine (Regia di Massimiliano Bruno).

La commedia italiana più pura e bella, torna prepotentemente grazie alla magistrale regia di Massimiliano Bruno. Ennesima prova della bravura del regista romano che dietro e davanti alla cinepresa, dirige e confeziona una storia surreale quanto spassosa. Un cast sublime capitanato proprio da Massimiliano Bruno con Marco Giallini, Alessandro Gassman e Gianmarco Tognazzi, Eduardo Leo e la fantastica Ileana Pastorelli; il pubblico sta letteralmente riempendo le sale cinematografiche: un film da ridere e rivedere.

La trama. Roma ai nostri giorni: tre amici, Moreno, Giuseppe e Sebastiano, s’improvvisano guide turistiche per tentare di “fare i soldi co’ la pala”, cercando di far conoscere la storia della Città Eterna sotto l’ombra della banda della Magliana. Ma il destino di voler far rivivere le sanguinose gesta della famosa banda criminale che insanguinò la capitale negli anni ’80, li catapulterà proprio in quei giorni con un salto spazio temporale. Trovarsi il boss De Pedis in carne e ossa davanti, non è una situazione facile da gestire e controllare, figuratevi se poi ad avere questa “fortuna” sono tre sprovveduti che non hanno ancora capito che forse tornare indietro nel tempo, potrà aiutarli solo ad apprezzare il presente e a lottare per tornare alla vera realtà.

Mille disavventure, una cascata di scene comiche, battute esemplari e la bravura dell’intero cast, rendono insuperabile questo film che sta sbancando i botteghini nelle ultime settimane. Devo confessare che alcune battute me le sono perse, perché ridevo troppo, e con me il resto della sala; pertanto “Non ci resta che il crimine”… non mi resta che rivederlo!

Mirtilla Amelia Malcontenta

Ben is Back

BEN IS BACK di Peter Hedges è davvero un gran bel film e ritengo che il regista possa essere orgoglioso della performace di suo figlio Lucas, nei panni di Ben, affiancato ad una Julia Roberts, nei panni della madre, e entrambi padroni del loro personaggio. Tanto che, anche grazie alla costruzione della narrazione, lo spettatore entra emotivamente nella storia odiando e amando i personaggi di volta in volta, finendo con l’identificarvisi.

Il barboncino di famiglia è secondo me il filo conduttore, l’anima della vicenda, la proiezione dell’inconscio di ciascuno dei personaggi e di Ben in particolare, l’elemento unificante. E’ l’unico membro della famiglia che è in relazione con tutti gli altri senza riserve e con Ben in particolare lo fa subito all’inizio del film, quando tutto è ancora da scoprire, offrendo così la chiave di lettura da me percepita. Il barboncino riserva a Ben l’accoglienza che ognuno dei membri della famiglia gli avrebbe tributato se ciascuno non fosse imbrigliati nelle sue paure, legittime, umane, mentali; ad eccezione dei bambini il cui comportamento è simile a quello del barboncino ma poi condizionato dalle paure degli adulti e dal dovere di obbedienza.

Secondo Jung il cane nei sogni rappresenta un legame amichevole, il compagno di vita, il Sé interiore guardiano degli istinti. Il cane cucciolo, piccolo e giocherellone rappresenta l’accettazione della parte istintiva che tanto ci spaventa.

Ma non spaventa Ben che senza alcun dubbio né incertezza si lancia al recupero del barboncino rapito intraprendendo un viaggio a ritroso (Ben is Back!) attraverso tutti i gironi infernali della sua vita. E la madre, seppur con dichiarate ragioni dettate da paure e dubbi, istintivamente impone la sua presenza in questo viaggio in cui finalmente condivide e fa suo il dolore del figlio, donandosi l’occasione di vivere una nuova gestazione, sicuramente più consapevole e piena d’amore, che come la prima finisce col dono della vita, una nuova vita ad un livello sicuramente superiore.

Tutto a causa (o grazie) al trauma del rapimento del barboncino, ovvero del tentativo della vita di sopprimere nei protagonisti l’accettazione della parte istintiva e che, invece, come sempre, finisce per attivare la catarsi di Ben, della madre, dell’interno nucleo familiare e dei loro sentimenti.

Il barboncino è, secondo me, l’anima di quella famiglia, della storia e di un film di grande spessore in cui i temi della droga, della famiglia, del rapporto genitori e figli e, perché no, del ruolo degli animali, vengono affrontati e proposti con cruda delicatezza e amorevole determinazione.

Mi prendo la libertà di ringraziare qui Lidia Lovaglio, anima dell’omonima sala di proiezione di Venosa (Potenza) che, con passione, con le sue accurate selezioni e spirito indomito, consente al pubblico della provincia del nord Basilicata di godere del Grande Cinema.

Francesco Topi

Libero di essere me stesso. Intervista a Francesco Baccini

Il musicista genovese, in un’intervista esclusiva a Pink Magazine Italia, svela alcuni segreti della sua carriera.

Cantautore di successo e grande artista, Francesco Baccini, genovese classe 1960, si riconosce immediatamente per la sua voce unica e per l’ironia che contraddistingue i testi delle sue canzoni. Un artista a tutto tondo, eclettico e dissacrante che ha saputo coniugare le sue eccezionali doti interpretative con quelle canore. Il suo repertorio variegato lo rende uno dei cantautori più interessanti del panorama musicale non solo italiano: negli anni ha alternato canzoni dalle tematiche sociali ad altre romantiche o irriverenti, pur rimanendo sempre coerente a se stesso. Ha collaborato con altri artisti come Enzo Jannacci, Fabrizio De André, Paolo Belli e Sergio Caputo, per citarne alcuni. Quest’anno il suo album d’esordio, Cartoons (vincitore del Premio Tenco), compie trent’anni. Lo abbiamo incontrato per intervistarlo e per farci svelare qualche piccola anticipazione sui progetti a cui sta lavorando ora.

Partiamo dai tuoi progetti di lavoro. A che cosa stai lavorando?

Quest’anno sono trent’anni anni dal mio primo album Cartoons, anche se a me sembra l’altro giorno. Ho diversi progetti legati al trentennale: forse un album con canzoni prese qua e là dal mio repertorio e qualche inedito. E poi c’è un’operazione cinematografia su di me, sulla mia storia, sulle mie collaborazioni e sulla mia carriera. Devo ringraziare Vincenzo Mollica, il mio primo vero talent scout, che ha fin dall’inizio creduto nella mia musica: un pezzo come Le donne di Modena, che cambia tre tempi, non è radiofonico né commerciale e invece ha fatto il disco di platino. Vincenzo mi ha sempre sostenuto.

L’ironia e la sagacia ti contraddistinguono fin dagli esordi.

I miei stessi discografici erano stupiti che vendessi così tanto. E mi portavano come esempio Iannacci che per loro non vedeva perché era ironico. Io sono stato il primo ad avere successo grazie all’ironia. Dopo di me tutti hanno venduto “ironia”. Dicevano che ero genovese e quindi dovevo essere triste. All’inizio molti credevano che fossi emiliano perché ero ironico. Assurdo, se pensi che Genova ha sfornato una scuola di comici straordinari. Nel documentario che gireremo ci saranno poi diversi contributi: da Vincenzo Mollica a Giorgio Conte, che è stato il mio primo produttore, fino a Andrea Braido che è uno dei più grandi chitarristi italiani…

Hai grandi doti interpretative oltre che canore…

Essendo eclettico riesco a passare da un registro all’altro. Durante i miei concerti si capisce bene chi sono. Sono anni che le persone vengono a sentirmi dal vivo e mi dicono che non si aspettavano fossi così multiforme e camaleontico. Il mio fil-rouge è la mia voce. È talmente mia che nemmeno gli imitatori riescono a imitarmi! È il massimo per un artista, anche se al livello di marketing è una fregatura perché sono meno “cantabile”. Io le canzoni le costruisco sulla mia voce, fatta di picchi e di sali scendi continui.

Cos’è un musicista per te?

Un artista che è tale in quanto unico. Rimane nel tempo chi ha apportato delle novità. La musica è un’arte prima di essere un prodotto, si deve partire sempre dall’arte e dallo studio. La musica non è una moda. Qualche mese fa ho incontrato dei ragazzi del liceo che ovviamente non sapevano chi fossi. Alla fine si sono venuti a fare i selfie perché erano contenti di avermi scoperto. La colpa non è loro, il problema è che non conoscono perché tendono a standardizzarli. Frank Zappa, in un’intervista, disse che una volta i discografici fumavano il sigaro, ci mettevano i soldi e non ci capivano nulla di musica ma ci lasciavano fare. Ora è diverso, non ti fanno rischiare, resti immobile se non trovi il produttore illuminato.

Come arrivi a scrivere un testo e quali sono le tue maggiori fonti di ispirazione?

Quando scrivo una canzone non penso di arrivare a questo o a quel fruitore, la scrivo per tutti. Io all’inizio della mia carriera riuscivo a prendere il Premio Tenco e a vincere il Festivalbar con lo stesso disco. Le mie canzoni non sono destinate agli intellettuali, sono comprensibili e fruibili da tutti. Hanno sempre più livelli di lettura. Di solito chi è stato ai miei concerti torna a vedermi. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto partendo da mie idee. E sono felice di essere libero di sbagliare. L’arte è libertà. Sono un outsider totale e in trent’anni di carriera ho seminato tantissimo… lo scorso anno ho fatto settantanove concerti, per dire.

 

Il mio nome è Bond, James Bond!

BOND AGES

007 SGUARDI SUL CINEMA DI JAMES BOND

Saggio di Marco Paracchini

Pubblicato da Undici Edizioni

Uscito il 18 dicembre 2018

(Illustrazioni interne di Pierfrancesco Stenti)

 

007 DOMANDE A MARCO PARACCHINI

 

James Bond è un mito senza tempo.

Nonostante diversi volti abbiano interpretato la spia più famosa (e longeva) del mondo e nonostante l’inventore dell’agente doppio zero sia passato a miglior vita da ormai diversi anni, la figura di 007 continua (e continuerà) a far parte della Storia e non solo di quella cinematografica.

E proprio da questo spunto parte il saggio dello storyteller novarese Marco Paracchini che propone, per la seconda volta, una diligente analisi sull’evoluzione di questo personaggio fictional che perdura da quasi sessant’anni. Il libro, pubblicato dalla giovane, ma brillante realtà editoriale che risponde al nome di Undici Edizioni (che fa parte delle realtà “No EAP”/nda) contiene un’analisi sociologica, nonché economica, di questo eroe che ha saputo influenzare stili e tendenze della Settima Arte (e non solo).

L’autore non si limita a trattare solo della spia britannica, ma parte da molto lontano, offrendo delucidazioni legate alla storia dello spionaggio. Grazie ad alcune domande, abbiamo potuto cogliere il valore aggiunto di questo testo.

Marco Paracchini

#001 – È stato necessario partire dalla realtà per affrontare l’agente segreto al servizio di Sua Maestà?

Ho pensato fosse imprescindibile. Credo sia indispensabile carpire anche alcuni dati storici al fine di avere così un quadro completo sullo spionaggio.

#002 – Dagli Antichi Egizi sino ai Ninja, ma il focus va principalmente su una figura delicata, ma ben definita che è quella di “M” dal 1995 sino al 2012, puoi spiegarci il perché?

Perché in un mondo scaltro, oscuro e un po’ maschilista come quello di 007, la figura di M, interpretata dalla meravigliosa Judy Dench, era un punto di svolta per la storia cinematografica di Bond. Tuttavia nello spionaggio inglese c’è stata veramente una donna che aveva rivoluzionato il sistema dell’intelligence e per lungo tempo aveva davvero ricoperto quel ruolo. Mi sembrava doveroso farlo presente.

#003 – Questo è il tuo secondo libro su 007 poiché nel 2012 sei stato l’unico autore italiano a dare spazio al 50° di James Bond. Cosa c’è di innovativo in questo testo rispetto al precedente?

“BOND AGES” è un libro decisamente più completo e ricco rispetto al predecente, ma alcuni aspetti di contenuto sono similari. Undici Edizioni ha poi impreziosito il testo con un’impaginazione molto curata e le illustrazioni di Pierfrancesco Stenti fanno il resto. È un volume ricco di notizie, curiosità e analisi. Nel 2012 il libro sarebbe dovuto uscire per una grande casa editrice, ma cambiarono i vertici della collana dedicata a questo personaggio e tre mesi prima dell’uscita di “Skyfall”, il chief editormi scrisse che non avrebbero pubblicato l’opera. Quindi, dopo otto mesi di missive virtuali assolutamente inutili, arrivò il momento di pubblicarlo. I tempi purtroppo erano risicati per cominciare una nuova ricerca quindi ripiegai sul book on demandin modo da far uscire il libro qualche giorno prima del “Cinquantesimo” di 007 (“James Bond 1962/2012 – Cinquant’anni di un fenomeno cinematografico”, Phasar Edizioni 2012) che è stato, manco a dirlo, il mio best seller.

#004 – Il sottotitolo “007 sguardi sul cinema di James Bond” parla chiaro: sette capitoli che analizzano lo spionaggio e le peculiarità di questo eroe. C’è un capitolo a cui ti senti particolarmente legato?

Pur essendo legato a tutti i capitoli del saggio, la parte 005 è forse quella a cui sono maggiormente affezionato: c’è un parallelismo con un’altra figura di spicco dell’entertainment “Made in Uk”, ma per scoprirlo dovrete sfogliare il libro!

#005 – Una domanda che credo ti ponga chiunque: qual è, secondo te, il miglior 007?

Sì, è un quesito che mi fanno tutti coloro che scoprono di avere a che fare con “uno che ha scritto di James Bond” e la mia risposta è più o meno sempre uguale, anche se non appaga mai i fruitori: ogni epoca ha avuto il suo 007 e tutto, o quasi, è legato all’esperienza emozionale diretta del primo film che si vede. Difficilmente uno che è cresciuto a “pane e Connery” amerebbe Daniel Craig, viceversa chi ha scoperto Bond con “Casino Royale” (2006) faticosamente accetterebbe l’iconico Moore. Io ho imparato ad amarli tutti, nessuno escluso. Offrono aspetti ed emozioni diverse e sarà così anche per il prossimo attore che lo interpreterà.

#006 – A cosa credi sia dovuto il successo di un personaggio simile? Qual è, secondo te, il segreto della sua longevità?

Ottima domanda. Credo che gli ingredienti del successo di 007 siano molteplici. Innanzitutto è un personaggio che si è saputo rinnovare, a volte con difficoltà, ma ha saputo farlo mantenendo fede agli stilemi narrativi originali. Inoltre è un eroe che stimola uomini e donne per aspetti differenti, ma soprattutto perché incarna una figura tutta d’un pezzo, peculiarità che è senza dubbio estremamente affascinante da qualsiasi punto lo si guardi.

#007 – Il libro accenna anche cosa potrebbe raccontare il prossimo capitolo cinematografico. Quali sono le aspettative per il 25° film in arrivo nel 2020?

Il condizionale è d’obbligo perché mentre rispondo a queste domande, ancora non v’è alcuna certezza sul plot. Posso giusto dire che rivedremo Lea Seydoux – che di per sé è già una novità perché non c’è mai stata una Bond Girl proposta in due film -, che la colonna sonora potrebbe avere un altro compositore rispetto ai precedenti film e che il cast potrebbe annoverare il giovane talento Rami Malek (appena visto in “Bohemian Rapsody”) e due nuove figure femminili: una spia al fianco di Bond e un’acerrima antagonista. In verità sono più curioso di immaginare il dopo Craig. Noi del fandom bondiano dovremo andare al cinema spinti solo da una gioiosa curiosità, ma senza avere aspettative poiché questa futura pellicola potrebbe “chiudere col botto”, ma anche essere un flop allarmante.

La befana vien di notte

LA BEFANA VIEN DI NOTTE Regia di Michele Soavi, con Paola Cortellesi e Stefano Fresi.

Questo film uscito pochi giorni fa è la perfetta trasposizione cinematografica di una fiaba. Una fiaba con la F maiuscola. Protagonista indiscussa della pellicola è la Befana (Paola Cortellesi) e il suo rapimento a opera di un losco individuo (Stefano Fresi), che sotto molti aspetti ricorda il cattivo Mangiafuoco di Pinocchio.

La bravissima Paola Cortellesi anche questa volta non delude il pubblico, che accorre numeroso al cinema per vederla di nuovo dar vita all’ennesimo personaggio della sua carriera. La bella attrice romana conferma la sua bravura, l’eleganza e la sua capacità interpretativa, rendendo il ruolo della Befana moderno, ma non per questo meno divertente.

Mi sembra giusto anche sottolineare che il duo Cortellesi/Fresi è un vero spasso: capaci già nel loro talento di brillare, uniti sulla scena fanno davvero scintille. Così come i bambini co-protagonisti della pellicola a cui è affidato il messaggio più importante di tutto il film, cioè che l’amicizia quando è vera, quando nasce e si rafforza nelle difficoltà è un sentimento che non teme differenze culturali, religiose o di razza e può davvero salvarci e renderci persone migliori. Andate al cinema e preparatevi a tornare bambini, gustando questo film con quella magia unica che l’accompagna… la magia del Natale.

Mirtilla Amelia Malcontenta

72esima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Salerno

Grande successo per la serata finale della 72esima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Salerno. Nella splendida cornice del Cineteatro Augusteo ha avuto luogo la premiazione delle opere vincitrici dell’edizione 2018 del Festival. La serata è stata presentata da Debora Caprioglio  e Gaetano Stella.

 

Vincitore assoluto il film “Stato di ebbrezza” per la regia di Luca Biglione e che vanta nel cast, tra gli altri, l’attore Andrea Roncato e l’attrice Melania Dalla Costa. Al film è stato conferito il premio Gran Trofeo Golfo di Salerno “Ignazio Rossi”. “Stato di ebbrezza” è la trasposizione della storia vera dell’attrice comica Maria Rossi che ha combattuto contro la dipendenza dall’alcool.

 

Prestigioso riconoscimento  per l’attore e regista toscano Alessandro Paci, che è stato premiato per il film “Non ci resta che ridere”, del quale è regista e attore. Tra i tanti riconoscimenti, si segnalano il premio alla carriera all’attore Massimo Bonetti e all’attrice Eleonora Brown, interprete di Rosetta ne “La ciociara” di Vittorio De Sica.

 

Alla serata di Gala hanno preso parte anche numerosi ospiti istituzionali, tra i quali: Mariarita Giordano (Assessore alle Politiche Giovanili e all’Innovazione del Comune di Salerno), Domenico De Maio (Assessore all’Urbanistica del Comune di Salerno), Franco Picarone (Presidente della Commissione Bilancio della Regione Campania) e Nicola Acunzo (Deputato della Repubblica).

 

Sono stati ricordati Bernardo Bertolucci ed Ennio Fantastichini, venuti a mancare rispettivamente il 26 novembre e il 1 dicembre.

 

Tra le varie performance che si sono alternate sul palco ha suscitato grande emozione l’esibizione del robot pianista TeoTronico.

 

“Voglio ringraziare quanti hanno collaborato alla settantaduesima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Salerno – ha detto dal palco il patron Mario De Cesare – grazie al Comune di Salerno e alla Regione Campania per il sostegno. È stato un Festival ricco di iniziative”.

 

L’edizione 2018 del Festival Internazionale del Cinema di Salerno – il cui tema è stato la resilienza – ha visto 120 film in concorso, selezionati tra i tanti giunti all’organizzazione ed è stata caratterizzata da numerose e importanti iniziative “a latere”, come gli incontri tra i protagonisti del mondo del cinema e di Internet e gli studenti (Francesco Baccini e Massimo Bonetti hanno incontrato le scuole, così come lo youtuber Davide Giardini), le esibizioni degli stuntman della South Horizon di Salerno (a rimarcare l’importanza dei “cascatori” nel cinema), lo spettacolo di teatro – danza “Euthalia – fiore che sboccia”, contro la violenza sulle donne. Inoltre, hanno avuto luogo due casting a cura della AR Production e c’è stata l’esibizione del robot pianista TeoTronico.

 

Casella Postale 80 – 84100 Salerno – Tel./Fax: 089 231953 – e-mail: info@festivaldelcinema.it

 

Da Bohemian Rhapsody non si esce indenni!

Abbiamo già parlato del film evento dell’anno, Bohemian Rhapsody, ma non potevano non darvi un’ulteriore punto di vista. 

Ha ragione la mia amica Luciana: dalla visione in sala di Bohemian Rhapsody non si esce indenni! La sceneggiatura è piena di licenze temporali e narrative: avvenimenti realmente accaduti ma in modo diverso oppure prima o dopo rispetto alla loro collocazione temporale nel film. La comunicazione al gruppo della malattia di Freddie nel film è anticipata di due anni; oppure l’arrivo nel gruppo di John Deacon è anticipato di un anno. Evidentemente, una volta deciso che il film sarebbe finito con la riproposizione (non integrale) della performance dei Queen al Live Aid del luglio 1985, sono state fatte delle scelte con la consapevolezza di non poter omettere di parlare dell’AIDS di Freddie e per ciò di dover interpolare i fatti. Il rimescolamento temporale risulta però efficace finendo per conferire corpo alla narrazione che scorre con i medesimi ritmi del brano che dà il titolo al film: una rapsodia. Una forma musicale innovativa per il rock-pop nel 1975, quando Freddie Mercury e i Queen crearono il brano esattamente come si narra nel film, quando tutto o quasi nel rock era innovazione, sperimentazione; tanto che quel movimento, in cui i Queen sono in ottima compagnia, è passato alla storia non a caso come progressive-rock.

La sceneggiatura di Anthony McCarten, la regia di Bryan Singer (e Dexter Fletcher: non dichiarata), il magistrale montaggio di John Ottmann, la sapiente articolazione della colonna sonora ovviamente costruita esclusivamente con brani dei Queen, tutto questo ha reso il film ‘potente’. E non ne sono rimasto immune. Ho riconosciuto dalle prime note “Who Wants To Live Forever”; ma ascoltarla associata al momento della conoscenza da parte di Freddie della diagnosi infausta mentre la mia memoria aveva già evocato le immagini di “Highlander” e perciò intuire il senso della scelta, è stato un attimo: l’immortalità di Freddie Mercury scorreva davanti ai miei occhi. L’emozione prorompente mi ha velato d’umido lo sguardo. Lo stesso velo umido ch’è apparso nel rivivere quel vero e proprio rito dionisiaco ch’è stata la performance dei Queen al Live AID di Wembley del 1985 e che chiude il film. E sono rimasto lì, durante lo scorrere dei titoli di coda, sperando di vederlo saltar fuori dallo schermo e chiamare: “Eeeeeooh!”. Poi si sono accese le luci della sala.

Un’attenzione particolare merita il protagonista, Rami Malek. È intuibile il profondo lavoro di studio e d’immedesimazione anche emotiva nel personaggio. Così il protagonista è al centro e domina tutte le scene del film com’è avvenuto nella realtà. Il lavoro di preparazione e la qualità della performance sono senz’altro paragonabile al miglior Robert De Niro in Toro Scatenato.  Peccato per il trucco: la protesi dentaria avrebbe potuto essere meno protagonista, tanto da assumere a volte un ruolo nel ruolo.

Qualcuno ritiene che il film manchi di originalità, che sia l’ennesima riproduzione di un cliché nel genere cinematografico biopic: “L’infanzia modesta, il trauma fondante, l’ascensione con prezzo annesso da pagare quasi sempre con una tossicodipendenza, la caduta, la redenzione a cui segue qualche volta la malattia e la morte. Insomma visto uno, visti tutti.” (Grazia Gandolfi su MyMovies.it). Da un lato è difficile essere ‘originali’ nella narrazione di una vita già assai originale da sé. D’altro canto non trovo nulla di male in questo c.d. clichè, perché è una struttura esistenziale da sempre presente nella vita quotidiana di ognuno di noi e fatta propria già dalla tragedia greca di Euripide. È la struttura fondante del mito. Perciò non mi meraviglia né m’infastidisce che venga riproposta dalla settima arte e non solo nel genere ‘biopic’. Significa che ce n’è l’esigenza e credo che non sia mai sufficiente offrire stimoli, chiavi di riflessione esistenziale; meglio ancora se attraverso le storie di personaggi reali perché ci consente di sentire il mito vicino e possibile.

Bohemian Rhapsody ricostruisce la storia di un mito della mia generazione e lo consegna a quelle a venire: chi non ha avuto la fortuna di vivere i Queen e quegli anni di fermento creativo, vedendo il film non potrà non aver voglia di conoscere, di capire e magari lasciarsi contaminare.

Francesco Topi