Steve McCurry: ICONS

Il fotoreporter americano Steve McCurry ha legato la fotografia al viaggio (“Se dovessi smettere di fotografare, penso che continuerei a viaggiare. Viaggio e fotografia sono come intrecciati. E sono affascinato da entrambe le cose. Così, se non mi dedicassi alla fotografia, farei il nomade di professione.”)

Queste sono le parole che McCurry pronuncia per descrivere il suo lavoro e la sua vita. E’ per questo che consiglio a tutti coloro che ne hanno la possibilità di visitare “ICONS”, una mostra che raccoglie circa 130 fotografie esposte presso il Gil di Campobasso dal 26 gennaio al 28 aprile 2019. L’evento è stato organizzato dalla Fondazione Molise Cultura e curato da Biba Giacchetti che, in un susseguirsi di immagini, racconta lo straordinario viaggio trentennale di questo fotografo lungo le strade del mondo.

Pochi come lui hanno saputo fare della voglia di muoversi, di conoscere il mondo e di osservarlo con occhi sempre nuovi, una professione riuscendo a cogliere le bellezze, la magia del mondo ma anche i suoi drammi, come le guerre o i disastri naturali.

Le fotografie esposte lungo le sale del Gil di Campobasso, rappresentano il suo operato, la sua incessante ricerca dei segreti della terra e degli uomini che la abitano. Osservando le immagini si ha la sensazione di fare un viaggio intorno al mondo, di salire sopra la vetta più alta per guardare la vastità della terra e del cielo, un viaggio attraverso le razze, il folklore, la cultura e quella spiritualità che divide l’Oriente dall’Occidente. Un cammino nelle emozioni nascoste nei dettagli, perché sono quelli che ama catturare McCurry nel suo lungo peregrinare da una parte all’altra, dall’America all’Asia, dall’Europa all’Africa con la speranza, nel cuore, di raccontare l’essere umano ed il contesto nel quale vive. Uzbekistan, Kashmir, Yemen, Mozambico, Birmania, India, Nepal, Tibet, Ecuador, Gambia, Cina ma anche un po’ d’Italia sono una parte della realtà fotografica che si svela ai nostri occhi una volta all’interno dell’ambiente espositivo.

Il lavoro di McCurry unisce varie ricerche, a partire da quella antropologica che rappresenta il primo nucleo fotografico, fatto di volti dove il fotografo coglie la grande capacità comunicativa di quei visi che sembrano parlare nel loro silenzio. Sguardi che ci trapassano, ci trafiggono nella loro spontaneità, occhi curiosi, spaventati, fieri o interrogativi che entrano in comunicazione con McCurry e con noi spettatori. Ecuador, Mongolia, Gambia, India, una sequenza di volti che spiegano la diversità della razza. È lo stesso McCurry a portare avanti quella che lui chiama una vera e propria ricerca antropologica (Sono sempre stato interessato a ritrarre le persone, mi affascinano le differenze somatiche della grande famiglia dell’uomo. I volti hanno proporzioni diverse, colori, misure diverse. Ma soprattutto hanno la capacità di raccontare un’esistenza, una condizione, una vita.). Non a caso la sua fama si deve allo scatto che, nel 1984, ha segnato la sua carriera di fotoreporter: La Ragazza afgana, con quegli occhi color smeraldo che lo osservano, rappresenta lo sguardo più famoso del XX secolo. Se gli antropologi hanno scritto dell’evoluzione umana e tutt’oggi continuano a studiare le culture e le tradizioni, McCurry ha trasformato questo viaggio in immagini dalla bellezza sfrontata e decisa.

Un trionfo di colori, dall’oro al rosso, dal verde al blu, tonalità cangianti e colori vivi che imprimono nella nostra mente immagini da tutto il mondo. La natura umana e le sue declinazioni sono fondamentali nella ricerca del fotografo, il quale rimane affascinato dalla capacità di reazione della natura umana davanti determinati contesti e situazioni e lo fa attraverso una ricerca paziente del momento esatto. Momento che, per l’occhio di chi osserva, diviene un andare oltre, come se si volesse dilatare lo spazio ed il tempo. I suoi meravigliosi scatti paesaggistici sono il frutto di una paziente attesa, lunghi appostamenti per lo scatto perfetto. Ma la fotografia è fatta anche di attimi fuggenti da cogliere istantaneamente. Se si ha la pazienza di osservare a lungo, prima o poi qualcosa di inaspettato accadrà davanti a noi.

Quello che però, mi ha maggiormente colpito e portato a riflettere, oltre la bellezza degli scatti e una carrellata di posti meravigliosi nel mondo, è la spiritualità che emerge dagli scatti asiatici. Un senso di pace, di meditazione e di serenità che pervade la mia persona. E ci accorgiamo di come noi occidentali stiamo perdendo quel tocco semplice, la frugale semplicità e un modo riflessivo di osservare la realtà circostante. Camminare tra questi scatti è un cammino attraverso il folklore, stili di vita e realtà che spesso abbiamo ignorato. La normalità di un gruppo di bambini, in uno scatto fatto in Libano nel 1982, che giocano con una macchina da guerra abbandonata, è una faccia del mondo che spesso ignoriamo. I bambini che giocano con la spontaneità che li contraddistingue e vivono quella che per loro è normalità. Perché se per noi convivere con una guerra o con i suoi effetti è impensabile, per loro è una cosa assolutamente naturale. Le grandi verità del mondo, dalle terre del Sol Levante fino ai ghiacciai dei Poli sono il meraviglioso scrigno che McCurry ha deciso di portare in Molise, preparando per l’occasione un paio di fotografie assolutamente inedite da mostrare per la prima volta a Campobasso.

La mostra sarà al Gil, sede della Fondazione Molise Cultura dal 26 gennaio al 28 aprile 2019, in via Gorizia, Campobasso

Telefono: 0874 437807

Orario di apertura: dal Martedì alla Domenica. Mattina ore 10/13; Pomeriggio ore 17/20

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Rocco Fontana: l’editore della Quarta Via

Rocco Fontana, classe 1964, è editore di libri, ebook e della rivista internazionale Nitrogeno. Uomo di Quarta Via, si occupa di comunicazione e informazione. Da bravo trentino è di poche parole, questo rende l’intervista ancora più interessante, perché il silenzio molto spesso cela interessanti spunti di riflessione, e questo è uno di quei casi.

Ciao Rocco, è un onore poterti intervistare, dal momento che ci conosciamo bene e ti stimo molto sarà difficile restare “distaccata” come vorrebbe il nostro caro Maestro George Ivanovich Gurdjieff, ma farò di tutto per estrarre la tua essenza attraverso questa intervista e consegnarla al pubblico di Pink. La prima domanda che mi viene da porti è: perchè hai scelto di fare l’editore? Non era meglio continuare a “lavorare alle poste”?

In effetti c’erano tante altre attività che avrei potuto intraprendere (ride) ma l’editoria, dopo un po’ di anni che ci giravo attorno, chiamava prepotentemente. Diciamo che sono stato scelto – ho cominciato alla rovescia – e ho dovuto rispondere ad un impulso così prepotente da non poterlo ignorare. Questo ha dato una direzione più precisa al mio percorso personale, che come hai ricordato tu, parte dall’esperienza di Quarta Via e dagli insegnamenti di Gurdjieff e trova un naturale proseguo con la meditazione Zen e con l’Alchimia. Per com’è il mio sentire, fare l’editore è un’attività di Servizio, sia verso il pubblico che verso i miei autori.

La tua casa editrice si occupa di Alchimia, Spiritualità, Scienza ed Arte tematiche molto delicate da miscelare. Iniziamo dal connubio spiritualità/scienza perchè pare un ossimoro che rivela molto circa il tuo percorso personale da uomo di Quarta Via. Ci racconti qualcosa in merito?

L’approccio mutuato dalla Quarta Via è molto pragmatico e assolutamente scientifico, nella più ampia eccezione del termine. Conosci te stesso, dubita, indaga e verifica di persona – oltre a condividere – sono imperativi imprescindibili per un sano e fruttuoso sviluppo del proprio Se. Questo vale anche per l’aspetto più spirituale del percorso, vale anche per la meditazione, il (non) pensiero Zen o le pratiche devozionali. Gli argomenti che tratto nelle mie pubblicazioni devono rispecchiare questa linea, perché il fine di questi libri è di fornire strumenti utili a quanti cercano di lavorare su loro stessi. Spero di stimolare domande anziché dare risposte. Alchimia, Spiritualità, Scienza e Arte, a mio parere, sono facce di uno stesso diamante: l’una è costituita dalle altre tre; come si potrebbe dubitare, ad esempio che l’Alchimia non sia costituita da Scienza, Spiritualità e Arte? E come si potrebbe dubitare che la Scienza (quella integrale) non sia costituita da Alchimia, Spiritualità e Arte? Quest’anno ho molti nuovi libri in cantiere e altrettanti autori con cui condivido gli stessi obbiettivi di servizio.

Per quanto riguarda l’Alchimia, che genere di pubblicazioni prediligi?

R: Riguardo l’Alchimia, l’argomento è così vasto che diventa difficile, almeno per me, trovare il bandolo della matassa. Personalmente sono interessato all’approccio dell’alchimista, che si perde e si ritrova attraverso la pratica costante, un fare altamente simbolico ma allo stesso tempo assolutamente concreto e pratico. Sono interessato agli sviluppi moderni e futuri dell’Alchimia, che ha perso la connotazione misteriosa e segreta e trova ormai espressione in tutta quella scienza di confine che sta creando cose meravigliose e ampliando gli orizzonti della conoscenza. Con Leonardo Anfolsi, monaco zen e alchimista, abbiamo creato una rivista: Nitrogeno (in inglese), che si occupa di questo. Attualmente è in restyling per potersi adeguare a orizzonti sempre più vasti.

Tuo padre è un noto pittore, hai ereditato da lui la sensibilità al mondo dell’arte e alla dimensione in cui vive un artista?

Mio padre è sempre stato un artista poliedrico e capace di intraprendere qualsiasi percorso con grande qualità e sensibilità: è pittore, incisore, fotografo e scultore, senza soluzione di continuità. È assodato che abbia passato a tutti i 4 figli le sue capacità creative – dico sempre che è un fattore genetico -. Personalmente non ho poi sentito la necessità di diventare un artista come lui, ma di sicuro ne condivido la sensibilità e la capacità di immaginare e creare le cose; diciamo che il mio è più un approccio da artigiano Kamikaze (ride).

A proposito di ricerca, ci racconti nella tua esperienza vissuta, cosa significa lavorare su se stessi?

Lavorare su se stessi è la cosa più fallimentare che ci sia, le aspettative e le illusioni vengono costantemente disattese; è frustrante. Ma quando ci stanchiamo della lotta e ci arrendiamo, nella resa possiamo iniziare ad entrare in contatto col Mistero di chi noi siamo. Il lavoro su me stesso è diventata condizione di vita imprescindibile, è l’aria, è la scoperta del mio senso di vivere, è la scoperta del mio coraggio. Con la maggiore età ho cominciato a provare disagio e insofferenza per quello che la vita sembrava prospettare, e ho cominciato a farmi domande e cercare delle risposte. Da qui il mio incontro con la figura di Gurdjieff e i suoi insegnamenti, grazie a un’intervista a Franco Battiato che lo nominava (su una rivista di moda). Dopo i molti anni di lavoro in una scuola di Quarta Via, ho continuato in maniera personale, spesso disordinata, ma costante. Gurdjieff e i suoi insegnamenti, hanno costituito una base fondamentale da cui partire ma anche un fardello da lasciare sulla via. Non entro in dettagli perché è un percorso individuale che acquista senso solo per me stesso. All’esterno, questo lavoro non fa di me un supereroe, ma mi rende capace di quella resilienza necessaria per attraversare la vita in maniera fruttuosa e interessante.

Puoi mandare un messaggio al pubblico di Pink, cosa dici?

Vorrei ringraziare quanti sono arrivati leggere fino in fondo. Mi rendo conto che la presenza di un’intervista come questa su un magazine prestigioso come Pink, possa apparire come un intervento a gamba tesa. Spero di avervi stimolato a curiosare su di me, sui miei libri e sui miei autori.

Paola Marchi

Woman Before a Glass

Laboratori Permanenti

presenta

Woman before a glass

(Donna allo specchio).

Trittico scenico in quattro quadri di LANIE ROBERTSON.

Traduzione italiana Gloria Bianchi.

Con Caterina Casini

Regia: Giles Stjohn Devere Smith

Scenografia: Stefano Macaione

Costumi: Stemal Entertainment Srl

TEATRO PALLADIUM DI ROMA

DALL’1 AL 3 FEBBRAIO 2019

Dopo il debutto al Festival di Todi e le repliche al Teatro Quarticciolo di Roma, gli applausi di Torino, Livorno e tante altre città italiane torna nella Capitale, Woman Before a Glass il trittico scenico in quattro quadri di Lanie Robertson. In scena Caterina Casini diretta da Giles Stjohn Devere Smith, al Teatro Palladium dall’1 al 3 febbraio 2019.

Attraverso un linguaggio disinvolto e trasgressivo (così com’era la stessa Peggy), lo spettacolo racconta alcuni momenti degli ultimi anni della Guggenheim. Si tratta di un assolo, diviso in quattro quadri. La performance offre così la possibilità al pubblico di guardare il mondo e l’arte contemporanea attraverso gli occhi di Peggy Guggenheim: ciò che ha cercato, indagato, scoperto, sofferto, sostenuto e promosso.

Com’è noto, Peggy acquistò Palazzo Venier dei Leoni a Venezia, dove raccolse la sua straordinaria collezione d’arte moderna. Nel testo di Robertson sono ripercorsi i momenti drammatici della guerra, la fuga di Peggy dalla Francia per le persecuzioni naziste – durante la quale nascose tele e sculture tra i piatti e le vettovaglie di cucina -, i difficili rapporti con mariti e amanti. Emergono i suoi momenti di forza e le sue debolezze: il rapporto conflittuale con la figlia, morta suicida; gli affari con i più importanti musei del mondo; i suoi rimpianti, le nostalgie e il lento scivolare verso la serenità della fine.

Peggy Guggenheim fu una donna capace di intuire il mondo che la circondava; era coraggiosa, credeva negli artisti su cui puntava, anche se il resto del mondo ancora non sapeva riconoscere: parliamo di Pollock, Kandinsky, Mirò, Bacon, Ernst e tanti altri. C’è una componente essenziale che Peggy trasmette al pubblico: la tensione che vive e si specchia nella certezza e nei ricordi; gli amanti, i colori, i pittori, i vestiti, il fumo, gli amici, le macchie, l’acqua, il dramma.

Ogni momento viene rievocato dalla sua memoria rivivendo nei due blocchi scenografici. La tecnica del video-mapping permette di isolare parti di una superficie creando quindi una “mappatura bagnata” dalla video-proiezione.

INFO:

TEATRO PALLADIUM

piazza Bartolomeo Romano, 8 – Roma –

Tel: 06 5733 2772 – – teatro@uniroma3.it

https://www.facebook.com/

Attivo due ore prima dello spettacolo il numero: 0657332768

Prenotazioni via e-mail biglietteria.palladium@; prevendite www.liveticket.it/

Info line per prenotazioni cell 350 011 9692 (attivo tutti i giorni, 11:00-13:00 / 16:00 – 20:00)

Biglietti intero 18€, ridotto 12 €, studenti 8 €

Libero di essere me stesso. Intervista a Francesco Baccini

Il musicista genovese, in un’intervista esclusiva a Pink Magazine Italia, svela alcuni segreti della sua carriera.

Cantautore di successo e grande artista, Francesco Baccini, genovese classe 1960, si riconosce immediatamente per la sua voce unica e per l’ironia che contraddistingue i testi delle sue canzoni. Un artista a tutto tondo, eclettico e dissacrante che ha saputo coniugare le sue eccezionali doti interpretative con quelle canore. Il suo repertorio variegato lo rende uno dei cantautori più interessanti del panorama musicale non solo italiano: negli anni ha alternato canzoni dalle tematiche sociali ad altre romantiche o irriverenti, pur rimanendo sempre coerente a se stesso. Ha collaborato con altri artisti come Enzo Jannacci, Fabrizio De André, Paolo Belli e Sergio Caputo, per citarne alcuni. Quest’anno il suo album d’esordio, Cartoons (vincitore del Premio Tenco), compie trent’anni. Lo abbiamo incontrato per intervistarlo e per farci svelare qualche piccola anticipazione sui progetti a cui sta lavorando ora.

Partiamo dai tuoi progetti di lavoro. A che cosa stai lavorando?

Quest’anno sono trent’anni anni dal mio primo album Cartoons, anche se a me sembra l’altro giorno. Ho diversi progetti legati al trentennale: forse un album con canzoni prese qua e là dal mio repertorio e qualche inedito. E poi c’è un’operazione cinematografia su di me, sulla mia storia, sulle mie collaborazioni e sulla mia carriera. Devo ringraziare Vincenzo Mollica, il mio primo vero talent scout, che ha fin dall’inizio creduto nella mia musica: un pezzo come Le donne di Modena, che cambia tre tempi, non è radiofonico né commerciale e invece ha fatto il disco di platino. Vincenzo mi ha sempre sostenuto.

L’ironia e la sagacia ti contraddistinguono fin dagli esordi.

I miei stessi discografici erano stupiti che vendessi così tanto. E mi portavano come esempio Iannacci che per loro non vedeva perché era ironico. Io sono stato il primo ad avere successo grazie all’ironia. Dopo di me tutti hanno venduto “ironia”. Dicevano che ero genovese e quindi dovevo essere triste. All’inizio molti credevano che fossi emiliano perché ero ironico. Assurdo, se pensi che Genova ha sfornato una scuola di comici straordinari. Nel documentario che gireremo ci saranno poi diversi contributi: da Vincenzo Mollica a Giorgio Conte, che è stato il mio primo produttore, fino a Andrea Braido che è uno dei più grandi chitarristi italiani…

Hai grandi doti interpretative oltre che canore…

Essendo eclettico riesco a passare da un registro all’altro. Durante i miei concerti si capisce bene chi sono. Sono anni che le persone vengono a sentirmi dal vivo e mi dicono che non si aspettavano fossi così multiforme e camaleontico. Il mio fil-rouge è la mia voce. È talmente mia che nemmeno gli imitatori riescono a imitarmi! È il massimo per un artista, anche se al livello di marketing è una fregatura perché sono meno “cantabile”. Io le canzoni le costruisco sulla mia voce, fatta di picchi e di sali scendi continui.

Cos’è un musicista per te?

Un artista che è tale in quanto unico. Rimane nel tempo chi ha apportato delle novità. La musica è un’arte prima di essere un prodotto, si deve partire sempre dall’arte e dallo studio. La musica non è una moda. Qualche mese fa ho incontrato dei ragazzi del liceo che ovviamente non sapevano chi fossi. Alla fine si sono venuti a fare i selfie perché erano contenti di avermi scoperto. La colpa non è loro, il problema è che non conoscono perché tendono a standardizzarli. Frank Zappa, in un’intervista, disse che una volta i discografici fumavano il sigaro, ci mettevano i soldi e non ci capivano nulla di musica ma ci lasciavano fare. Ora è diverso, non ti fanno rischiare, resti immobile se non trovi il produttore illuminato.

Come arrivi a scrivere un testo e quali sono le tue maggiori fonti di ispirazione?

Quando scrivo una canzone non penso di arrivare a questo o a quel fruitore, la scrivo per tutti. Io all’inizio della mia carriera riuscivo a prendere il Premio Tenco e a vincere il Festivalbar con lo stesso disco. Le mie canzoni non sono destinate agli intellettuali, sono comprensibili e fruibili da tutti. Hanno sempre più livelli di lettura. Di solito chi è stato ai miei concerti torna a vedermi. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto partendo da mie idee. E sono felice di essere libero di sbagliare. L’arte è libertà. Sono un outsider totale e in trent’anni di carriera ho seminato tantissimo… lo scorso anno ho fatto settantanove concerti, per dire.

 

African Trade Beads

Quella delle perle di vetro è una storia lunga ma soprattutto una storia antichissima che inizia circa millecinquecento anni prima di Cristo in Mesopotamia per giungere, nel corso dei secoli, fino a Venezia.

È la storia della lavorazione del vetro colorato e decorato con piccoli disegni che, nel periodo alessandrino, conobbe un periodo di grande fama durante il quale si produsse anche del vasellame che era considerato talmente prezioso da essere adoperato nei templi.

Nel 61 a.C. giunsero fino a Roma dei vasi in “murrha” che furono posti nel tempio di Giove; questi vasi vetrosi avevano oltre alla caratteristica decorazione di colore stratificato, anche la caratteristica di emanare un gradevole odore perché erano adoperati per contenere essenze   profumate, da qui l’origine del nome vasi di Murrha dal latino Mirra che significa, appunto, profumo.

Plinio il vecchio nel suo libro Naturalis Historia parla di questi vetri chiamandoli, per primo, “vasa murrhina”.

Nel Medioevo la produzione di questi particolari vetri fu dimenticata, bisognerà aspettare il XIII/XIV  secolo e i maestri vetrai di Venezia, per ritrovare una produzione di vetri che, ispirata a questi antichi monili e vasi, darà vita a quelle perle di vetro che oggi chiamiamo murrine.

I maestri veneziani usando dei crogioli contenenti del vetro fluido, ognuno di diverso colore, realizzavano, con una tecnica ingegnosa, dei cilindri di vetro a più strati, prelevando dai vari crogioli, con una bastone di ferro caldo, il vetro colorato ancora morbido, con il quale, formavano un cilindro di peso e spessore variabile. Con questa lavorazione ottenevano le cosiddette “canne” che servivano per produrre le perle di vetro.

Nel corso del tempo crearono perle veneziane di tre tipi: di conteria, a rosetta o a lume.

Le perle di conteria, risalenti al XIV secolo, sono monocrome, molto piccole e la loro lavorazione è fatta con sottili canne vitree forate; queste perline erano utilizzate anche per ricamare tessuti preziosi sia per abiti che destinati ad altri usi.

Le perle rosetta, inventate nel XV secolo da Marietta Barovier, figlia di Angelo, una delle più famose famiglie di vetrai muranesi, erano prodotte con canne forate e composte da più strati policromi, possiamo considerarle le prime vere e proprie murrine. Per ottenere i disegni nel vetro ancora morbido queste canne venivano inserite in un cilindro verticale nel quale veniva impressa la decorazione desiderata, il vetro era ripassato in uno o più strati di altri colori.

Le perle a lume invece sono una produzione del seicento, realizzate con una canna non forata, riscaldata a fiamma (a lume) e poi colata su un filo metallico tenuto, a mano, in costante rotazione durante la quale, si potevano aggiungere infinite varianti di effetti e colore.

Queste perle colorate erano molto amate da vari popoli e se esploratori, mercanti e missionari ne portavano con se delle quantità per offrirle in dono, ben presto capirono che potevano usarle come merce di scambio per attraversare i vari territori o per scambiarle con prodotti locali anche preziosi.

In Africa, per esempio, venivano scambiate con avorio, oro, pietre preziose e perfino con gli schiavi. I popoli africani amavano talmente queste perle colorate che i capi tribù si ornavano il corpo con le rosette veneziane, le quali, divennero il simbolo del loro prestigio, tanto preziose che il loro uso era concesso, solo in alcune particolari occasioni, alle loro mogli.

In Ghana alcune etnie di stampo matriarcale, usavano le perle multicolori per i cosiddetti riti di iniziazione delle fanciulle che passavano allo stato di donne pronte per il matrimonio; il corpo di queste ragazze era ornato interamente con chili e chili di perline di vetro colorate. Queste perle  di vetro divennero la dote preziosa di ogni donna, si ereditavano da madre a figlia, e rappresentavano un vero e proprio tesoro.

Inoltre, a ogni tipo di perla e a ogni colore era dato un significato magico: le perle blu erano simbolo di tenerezza e affetto, le gialle di maturità e prosperità, le rosse di passioni intense nel bene e nel male e così via.

Ovviamente avevano anche la funzione di amuleti per proteggere dalle malattie, per curarle, per favorire la gestazione e ovviamente, per proteggere dal malocchio. Nessuna donna in gravidanza andava in giro senza le sue collane, vi erano collane per i bambini, per le ragazze, per i giovani, per i guerrieri, per le persone ammalate, per i vecchi.

Questi alcuni dei motivi per cui furono dette perle africane o anche “African trade beads”.

In realtà dal XV secolo in poi il mercato dello scambio di merci con le perle di vetro ha avuto una platea decisamente mondiale, dagli indiani d’America, all’estremo oriente, nel corso dei secoli merci preziose furono scambiate con queste perle fino a un punto tale che i maestri veneziani arrivarono a creare più di 100 mila tipi di perline. Nel XVIII secolo le vetrerie di Murano giunsero a sfornare diciannovemila chili di perle a settimana, quasi tutte destinate al mercato estero.

Ovviamente, ci furono anche dei veri e propri tentativi di imitazione delle perle veneziane e in vari paesi europei, fra i quali, Inghilterra, Francia, Belgio, Moravia e Boemia, si produssero centinaia di chili di perle di vetro, che non eguagliarono mai la qualità di quelle veneziane. Oggi sono prodotte oltre che in Europa anche in Cina.

Le antiche perle di vetro sono oggetto di un prezioso collezionismo, quelle più antiche hanno la base colorata, mentre quelle con il fondo nero furono prodotte soltanto dal XIX secolo in poi.

Spesso si trovano collane di perle di vetro mescolate con pezzi di corniola, di ambra, con conchiglie e più raramente con altre pietre.

Sul mercato i monili di perle di vetro si trovano da tutti i prezzi ma quelle realmente antiche sono molto costose, pertanto, se vi chiedono poche decine di euro diffidate della loro autenticità e come sempre, per essere sicuri di fare buoni acquisti, rivolgetevi a persone di vostra fiducia e di provata competenza.

Angela Arcuri

La “litania di pietra” a Sekhmet nella Galleria dei Re del Museo Egizio di Torino


Se vai a Torino e non vedi il Museo Egizio che ci sei andato/a a fare?! È retorica? Forse! Ma è fuori discussione che uno dei luoghi in assoluto di gran fascino nel capoluogo piemontese sia appunto il Museo Egizio. In un palazzo barocco, nel cuore della città, a quattro passi da Piazza Castello, si trova il museo di antichità egizie più antico del mondo e il più importante solo dopo quello de Il Cairo. Fondato nel 1824, custodisce una collezione di oltre quarantamila reperti, dei quali visibili forse appena il 30% tra le esposizioni delle sale museali e i reperti di deposito visitabili.

La visita del Museo, che parte dal piano interrato per raggiungere il secondo piano e poi riscendere graduale verso il piano terra, offre al visitatore una sorta di viaggio nel tempo attraverso più di 4mila anni di storia, arte e archeologia, grazie a una straordinaria raccolta di statue, papiri, sarcofagi e oggetti di vita quotidiana. Si tratta di una vera full immersion che ti tiene incollata per lunghi minuti quei frammenti di storia che ci hanno raggiunto dal loro lontano passato per raccontarsi, ma sono rimasta a bocca aperta nella Galleria dei Re. Sicuramente il tocco dello scenografo premio Oscar Dante Ferretti negli allestimenti delle sale contribuisce alla meraviglia che inevitabilmente suscita fare ingresso in queste sale, dove il gioco degli specchi e di ombre sembrano accoglierti in uno spazio maestoso e al contempo misterioso, come ritrovarsi fagocitati all’interno di una piramide e templi con il loro pantheon di divinità e miti scolpiti nella pietra. Fra tutte spicca la dea Sekmhet , la Potente, la dea leonessa.

Le statue colossali di questa divinità, dal corpo di donna e la testa di leonessa,  si ritrovano nella maggior parte delle grandi collezioni egizie del mondo e Torino ne ospita una delle più numerose fuori dall’Egitto: se ne contano ventuno in granodiorite, dieci sedute e undici in piedi. Fanno parte di un gigantesco gruppo statuario scolpito durante il regno del Faraone Amenhotep III per uno dei templi più impressionanti mai costruiti, il “Tempio dei Milioni di Anni” a Tebe. E l’impressione che se ne ha percorrendo una delle sale della Galleria dei Re del Museo non deve essere di minore impatto rispetto al luogo per il quale erano state ideate e dove dovevano essere collocate 365 statue dedicate alla dea. Non si tratta a ben vedere di un numero casuale, 365 come i giorni dell’anno, e di fatto l’impressionante complesso di statue doveva essere connesso con un rituale che si svolgeva appunto nel corso dell’intero anno: ogni giorno si indirizzava una preghiera a un’effige specifica del gruppo scultoreo.

“Un’intera sala della Galleria dei Re è consacrata alle statue della dea leonessa. Circondato da un’infilata di visi ferini dai tratti severi, il visitatore può rivivere la stessa emozione che il sacerdote dell’Antico Egitto doveva provare quando entrava nel cortile del tempio per pronunciare il nome della “Potente” e invocarla nelle sue preghiere per placarla, deviare la sua violenza verso i nemici dell’Egitto e far sì che le acque del Nilo sondassero ogni estate.”

Sekhmet era una dea temibile, la cui violenza è simboleggiata dalla testa di belva. Personifica il disco diurno, l’Occhio del Sole (ovvero il principio femminile universale) che dà la vita e allo stesso tempo può bruciare e uccidere. Il disco solare e il cobra ureo che la donna indossa sono simboli di questo potere.  Dal temperamento instabile, questa divinità può improvvisamente diventare una leonessa irritata, assumendo il nome di Sekhmet  e in questa veste porta i flagelli dell’estate: caldo soffocante, fame, malattia. Per placare la sua furia e farla ritornare sotto forma della dolce gatta Bastet, si devono praticare i riti adeguati. Con le fattezze di Bastet porta con sé l’inondazione benefattrice del Nilo, con la freschezza e la rinascita che sono simboleggiate dallo scettro a forma di papiro sventolato dalla dea e dal geroglifico della vita (ankh).

Quest’esercito di Sekhmet disposte ai lati della sala (e in passato  del cortile solare del tempio) costituiva una litania di pietra, la materializzazione tridimensionale di un’immensa preghiera di adorazione che invocava la dea con tutti i suoi nomi. Ogni giorno, una particolare statua della dea, distinta da appellativi specifici, doveva essere invocata per supplicare la temibile divinità di non scatenare i suoi flagelli contro il re e l’Egitto. Così ogni giorno, Sekhmet doveva essere invocata con un nome o un epiteto indicato sulla statua, ai lati di entrambe le gambe.

Fu l’egittologo Jean Yoyotte a definire questo complesso di statue  una “litania di pietra”, necessaria per placare Sekhmet e la persistenza della materia consentiva il perpetuarsi in eterno del rituale, anche in assenza dei sacerdoti, come del resto testimonia quanto è sopravvissuto ad oggi di queste opere devozionali e il carisma che ancora sprigionano, seppure lontano dal loro tempo e dai luoghi per le quali sono state concepite. Per chi cerca un salto nel tempo, per vivere il fascino dell’Antico Egitto senza varcare i confini del nostro Paese, il posto più straordinario in questione è proprio il Museo Egizio di Torino.

Sara Foti Sciavaliere

Intervista all’artista Nicola Salotti

Nicola Salotti, classe 1981, è un artista toscano nato a Barga, in provincia di Lucca. Dopo il diploma presso l’Istituo d’Arte Passaglia di Lucca continua la sua formazione laureandosi in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze con una tesi dal titolo “Antropomorfia”. Dopo la specializzazione in didattica delle Discipline Grafico Pittoriche ottiene una borsa di studio e partecipa al Master di primo livello in Tecniche e Management della Grafica d’Arte, presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 2015 consegue il diploma presso l’associazione ONLUS RC Officina del Contemporaneo di Roma. Attualmente vive a Viareggio dove collabora con il Centro Internazionale della Grafica d’Arte 2RCGAMC diretto da Valter ed Eleonora Rossi.
La cosa che mi ha da subito colpito di questo artista è la profonda sensibilità e le reali esperienze interiori che lo hanno portato a intraprendere un percorso di conoscenza serio e impegnativo, che Nicola rende al pubblico attraverso le sue opere.
Artista complesso e assolutamente in linea con lo spirito del tempo che viviamo.
Parlare con lui equivale a fare un viaggio all’interno dell’universo quantico. Nicola affronta il Caos in modo plastico, mai scontato, creando opere che sfidano l’osservatore, lo costringono a confrontarsi con la propria personale visione della realtà, invitandolo a riconsiderare ciò che viene definito “reale”.
Dalla spietata presa di coscienza della drammaticità del Caos nel quale la condizione umana versa, Nicola si dirige verso la ricerca di un ordine superiore e lo trova, approdando alla geometria e in particolare all’esagono.
Ciao Nicola, ci parli un pò di te? Come mi hai spiegato non ami le definizioni, puoi provare comunque a dirci cosa vuol dire per te essere un’artista e in che modo ti relazioni al pubblico che fruisce delle tue opere?
Artista per me non significa Pittore, non significa Scultore, non significa Grafico né Videomaker né Performer. La tecnica di esecuzione non è per me il mezzo per identificare ciò che è Arte o meno. L’Artista a parer mio deve essere prima di tutto colui che ha delle domande e che le propone agli altri, non per avere delle risposte , l’Artista ha il compito di far riflettere. Solo successivamente deve occuparsi del come, con quale metodo espressivo realizzare al meglio il concetto che vuole trasmettere. O per meglio dire a come far nascere la domanda in chi fruisce.
La figura dell’Artista nei secoli si è ritagliata una sua forma all’interno della società, dal  Rinascimento fino al 1700  Artista era chi si prestava alla glorificazione della cultura europea delle diverse corti signorili, nobili o della Chiesa, nell’800 attraverso un graduale percorso si passa ad una visione bohémienne, dove l’espressività era strettamente legata al tormento personale in un’ottica del ruolo dell’Artista a livello sociale quasi borderline, nel ‘900 si assiste a un graduale cambiamento e l’artista diventa colui che si riappropria della sua dimensione intellettuale cercando di determinare la propria visione e di comunicarla seguendo un ben definito codice espressivo per sganciarsi dall’identità sociale dei secoli precedenti. Attualmente l’Artista per me ha il compito di sondare terreni inconsueti e come ho già detto, porre domande. Così io mi pongo interrogativi sui vari aspetti che circondano la mia realtà e cerco di trasmetterli, in modo di suscitare input in chi incontra il mio lavoro.
Parlare con te è stato molto interessante, soprattutto per le cose che mi hai detto circa le tue intuizioni sulla Coscienza collettiva e sul modo in cui la senti manifestarsi in questo secolo, caratterizzato dalla presenza di internet, vera chiave di volta della contemporaneità. Ci spieghi che cosa è la Coscienza Collettiva e in che modo la rete ci influenza e ci può aiutare ad evolvere come esseri umani?
Partendo dai presupposti della psicologia del profondo dico che il Conscio (Io) non può essere slegato dall’inconscio (Sè). Queste due istanze intrapsichiche si devono poi equilibrare con una terza: le regole dettate della società (Super Io). Il mio concetto di Coscienza si riassume nella Cultura personale che ognuno di noi coltiva. Quindi di conseguenza la Coscienza Collettiva dell’essere umano è la traccia di tutte le esperienze che l’uomo ha effettuato e di cui ha reso noti i risultati; in altre parole la Cultura di un popolo! Nel mondo attuale, dove la società sempre più “liquida” (per il concetto di società liquida si rimanda all’opera lasciata da Zygmunt Bauman, sociologo polacco scomparso lo scorso anno, ndr) si esprime sostanzialmente attraverso il web, assistiamo ad uno sbilanciamento tra queste istanze intrapsichiche a favore della sfera inconscia fatta di pulsioni e di irrazionalità (il trionfo del Caos, ndr). Ora, non che ci sia niente di male in ogni singolo aspetto psichico, ma se esiste uno sbilanciamento a favore di una di queste parti potremmo incontrare qualche problema. Pensiamo ai primi utensili usati dall’uomo, non possiamo negare che una lama abbia sia valore di arma e sia valore di strumento, può essere usata a fin di bene come a fin di male,tutto sta nel come viene percepita dal singolo che la utilizza e da come viene utilizzata dalla stragrande maggioranza. L’utilizzo dello strumento è prima consuetudine poi Cultura e assume connotati benigni o maligni. In sostanza penso che ci sia estremo bisogno di una Cultura sociale digitale diffusa a tutti i livelli sociali, per un educazione ai nuovi utensili di comunicazione, potremmo definirla “educazione connettiva”. Per me la Coscienza Collettiva è l’identità dell’essere umano, la Cultura è l’io, ma non è da dimenticare che c’è anche un Inconscio Collettivo, un Sé profondo fatto della somma di irrazionalità, di intuizione, di zone di luce e di ombra. Oso definirlo come Inconscio Connettivo (parafrasando Jeffrey Deitch) che, se privato del contenuto dell’io, rischia di essere uno strumento pericolosamente sbilanciato sul Sè. La Coscienza Collettiva-Connettiva è ciò di cui abbiamo bisogno, per raggiungere un evoluzione condivisa dell’essere umano. Attraverso la condivisione e la conoscenza dell’altro possiamo aumentare il nostro io in modo da riportare equilibrio. Ecco, la parola chiave è proprio Equilibrio tra le parti! (sinergia tra cultura , regole sociali, e pulsioni profonde).
Personalmente ti riconosco come ricercatore dello spirito e questa cosa ti rende particolarmente interessante. Mi piacerebbe quindi far luce su questo aspetto della tua essenza. Quando ha avuto inizio la tua ricerca e dove ti sta portando? Quali scoperte hai fatto a oggi?
Nasco come pittore figurativo, e i miei studi artistici in Accademia si sono rivolti all’analisi prima Avanguardistica e poi Surrealista di ciò che mi circondava, con buoni risultati si, ma a lungo andare questo approccio si rese noioso. Dal 2008 dopo un particolare evento, un delirio febbrile dovuto ad una trascurata tonsillite, mi sono scontrato con il concetto Junghiano di Inconscio e Archetipo, mi sono reso conto che le porte della percezione si erano aperte e che la Coscienza Individuale e Collettiva potevano essere terreno fertile, dove la mia creatività poteva trovare ampio respiro e nuova linfa. Da qui ho intrapreso una ricerca sulle sensazioni prenatali e mi sono concentrato sul rapporto tra Biologia e Spirito in ottica di astrazione formale. Conseguentemente questa strada artistica mi ha portato ad affrontare le tematiche che legano l’Arte con la Scienza con un’attenzione all’Olismo. Da questi miei studi mi sono accorto che la visione Olistica del mondo non solo è terreno fertile per la mia creatività ma è anche la soluzione per risolvere molte problematiche che affliggono la nostra società. L’Equilibrio sostanzialmente è la centralità delle mie scoperte.
Che cosa ti lega alla corrente artistica del surrealismo? E al postumanesimo?
Sicuramente l’aspetto sull’indagine Surrealista dell’irrazionale è uno dei motivi principali che mi legano a questa corrente artistica, nell’ avanguardia storica del Surrealismo veniva indagato l’automatismo psichico come unica fonte di ispirazione capace di trovare la vera essenza dell’irrazionalità, data dagli impulsi elettrici biologici del cervello umano, per rivoluzionare la comunicazione tra i soggetti, attraverso l’analisi della banalità, dell’esoterismo, dell’immaginazione con occhio sempre vigile alla politica e alla critica del costume e della società. Questi aspetti mi hanno portato a pensare come nell’era contemporanea la comunicazione attraverso i social network e il web in senso più esteso ha trovato notevoli rivoluzioni di forma e di sostanza. Il pensiero, dagli impulsi elettrici che prima erano veicolati esclusivamente a livello biologico, si ritrova a confrontarsi con i suoi alter ego digitali, ponendoci così una dualità di impulsi veicolatori di contenuti, di conoscenze e coscienze. Il collegamento alla filosofia Post-Human è stato consequenziale. Anche se in modo alternativo alla classica visione dell’arte post umana che fin ora si è concentrata esclusivamente ad analizzare l’aspetto fisico del problema evolutivo umano attraverso la modifica corporea o l’ibridazione genetica. Personalmente sono interessato alla sfera interiore di questa “evoluzione”, dettata dalle nuove tecnologie di comunicazione e a come queste possano influenzare il rapporto tra inconscio analogico e inconscio digitale (o connettivo). Da queste mie considerazioni è nato un Libro d’Artista dal titolo I.O. Input Output, in cui affronto l’argomento attraverso l’aspetto visivo, testuale e tattile. In sintesi al Surrealismo mi approccio per la dinamica della formulazione dell’ ispirazione, e guardo al Postumanesimo come obbiettivo, come il nuovo orizzonte della definizione del concetto di io.
 A cosa stai lavorando in questo momento?
Attualmente sto affrontando tematiche legate alla visione Olistica della realtà e alla relazione tra Meccanica Quantistica e le Filosofie Orientali alle forme archetipiche che si riscontrano Macroscopicamente e Microscopicamente nella realtà che ci circonda, e alla forza di Coesione.
Da qui sono nati progetti come :
“Entanglement”dove affronto il concetto di groviglio quantico.
“Exagonum” dove analizzo la forma archetipica dell’esagono che si riscontra in conformazioni sia cosmologiche che microscopiche.
“Mater Nera” che ha come soggetto la Materia Oscura dell’universo.
 “Olos Choaesionis” che indaga le tematiche sulla forza di coesione sia al livello Fisico che Spirituale.
Puoi mandare un messaggio al pubblico di Pink che ti sta leggendo, cosa dici?
Cito testualmente un autore che mi sta molto a cuore per congedarmi dai lettori di Pink: “Vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico, tenere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità in un’ora.” William Blake.
Paola Marchi

ANTIGONE il film al Macro Asilo di Roma      

Partecipazione ed emozione per la presentazione ufficiale del nuovo Progetto cinematografico e artistico di Carlo Benso

 

Non è qui il mio posto.

Il mio amore, qui, non ha senso.

È peccato, è crimine, è follia.

Geme, sospira, si indigna, si protende forte anche se devastata, verso il futuro e verso una speranza di libertà. Questa la rivoluzione nelle scene, nelle parole di Antigone Il Film, interpretate con grazia e potenza dall’attrice Désirée Giorgetti, protagonista del teaser del film realizzato a settembre 2018. Il lungometraggio vero e proprio èin fase di pre produzione. Presentato ieri al Macro Asilo diretto da Giorgio De Finis, anche il progetto Antigone Il Film è un “asilo”, una factory, una fucina di arti che insieme stanno costruendo un grande  work in progress in cui si sposano, amano e lottano, dialogano e infine uniscono in amplesso di energie propositive la video art, la computer grafica, la pittura analogica, la performance, la scrittura cinematografica, la messa in scena teatrale, il reportage e così via…

ANTIGONE IL FILM, sarà un’inedita trasposizione cinematografica della famosa tragedia greca di Sofocle. Non semplicemente un film, ma un’opera filmica complessa e al contempo semplice, di fortissimo impatto visivo, che, tramite il mito di Antigone, vuole raccontare una vicenda di bruciante, spietata attualitàtrasmettendosi al pubblico attraverso una sorprendente forma visiva e narrativa.

Animata dalla stessa forza con cui al Macro, coordinati da Benso, Lara Pacilio, Corrado Delfini, Claudia Quintieri, Valentina Calvani e Fabiana Iacolucci, Ruben Lagattolla, hanno narrato un percorso di amore lacerato, morte iniqua, guerra ingiustificabile, rivoluzione per i diritti umani, coraggio (non solo) femminile, rispetto della vita, in un atto collettivo e sinestetico di sua celebrazione originale. La sposa donna sorella attivista Antigone disseppellìta e ricomposta, gettata tra le macerie e risorta tra le ceneri di un mondo che puòe deve cambiare, illuminarsi di nuovo. Gli artisti sono stati diretti protagonisti insieme alla splendida Désirée Giorgetti, in un evento partecipato da un afflusso inatteso di fruitori, in un Macro affollatissimo e palpitante.

L’evento è stato armonizzato dalla presenza dei musicisti Luca Cipriano e Pasquale Citera e dal regista e autore Carlo Benso, con la sua squadra artistico tecnica, Sarah Panatta, Francesco Spagnoletti, Luigi Buccarello, Grazia Solimine e l’ufficio comunicazione e logistica Donal Cantonetti, Antonio Bande, Riccardo Borgia. Indispensabile il supporto dello stilista Emilio Ricci, e del costumista Andrea Di Calisto, come pure di Armando Guidoni e dell’Associazione Culturale Controluce e di Massimo e del suo Strit Fud. Ed è sulla strada, in viaggio, che Antigone vive e vivrà, tra Lazio, Molise, Calabria e altri territori alla ricerca di locations e nuove avventure, collaborazioni, scenari.

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Teaser ANTIGONE:

Soggetto e regia Carlo Benso

Cast Désirée Giorgetti

Fotografia Manolo Cinti

Assistente Francesco Spagnoletti

Trucco Carlotta Michela Genta

Costumi Andrea Di Calisto per Emilio Ricci Luxury

Postproduzione ed effetti visivi Lino Strangis

Supporto tecnico Francesco Spagnoletti

Produzione esecutiva Sarah Panatta

Prodotto da Movie Factory

Sostenuto da Associazione Culturale Controluce, Emilio Ricci Group, Strit Fud

Video di Claudia Quintieri “Un cervello tra le anime”:

Regia e testo Claudia Quintieri

Montaggio effetti speciali e musica Lino Strangis

Voce Giulia Ripandelli

Performance Lara Pacilio “I versi della Rivoluzione”:

Soggetto e regia Lara Pacilio

Performer Lara Pacilio

Musiche di Luca Cipriano e Pasquale Citera

Video di Lara Pacilio “Mutter”

Soggetto, regia, scenografia Lara Pacilio

Performer Valentina D’Angelo

Riprese e fotografia Roberto Mariotti

Postproduzione Gianluca Spinuso

Musiche Luca Nostro

Video di Valentina Calvani e Fabiana Iacolucci “Ombre di guerra”

IACA STUDIO

In esposizione opere materiche di Fabiana Iacolucci “Tracce di guerra”

Videoreportage di Ruben Lagattolla

Ufficio Comunicazione ANTIGONE IL FILM

Ringraziamenti Speciali agli amici, artisti e colleghi: Francesco Spagnoletti, Luigi Buccarello, Toni Garrani, Armando Guidoni, Gennaro Petrecca, Gioia Cativa, Antonella Pietrangelo, Emanuela Lucchetti, Cinzia Giorgio, Paola Marchi, Donal Cantonetti, Gaetano Ingala, Antonio Bande, Riccardo Borgia, David Di Castro.

Media Partner

Pink Magazine Italia, controluce.it, Centraldocinema, Cineclandestino, Lumiere e i suoi fratelli, Uomo&Manager

Main Partners dellevento ANTIGONE – IL FILM al MACRO ASILO

Associazione Culturale Controluce e il Dott. Armando Guidoni

Emilio Ricci Group – Moda Eco Sostenibile – Strit Fud

La leggenda di Paganini a Grosseto

La leggenda Paganini sul palcoscenico del Centro Militare Veterinario di Grosseto

Secondo appuntamento musicale per La Voce di ogni Strumento, la rassegna diretta da Gloria Mazzi, che torna domenica 18 novembre alle ore 17.30al Centro Militare Veterinario a Grosseto con La leggenda Paganini.

Il violinista Davide Alogna, il chitarrista Giulio Tampalini e l’attore Paolo Sassanelli faranno rivivere la “leggenda Paganini” sul palcoscenico del Ce.Mi.Vet. attraverso uno spettacolo in cui la musica si intreccerà alla narrazione dell’intensa vita del celebre compositore e violinista Niccolò Paganini. I grandi capolavori del compositore genovese, i Capricci per violino solo, la Sonata Concertata per violino e chitarra, Ghiribizzi e le Variazioni sul Carnevale di Venezia per chitarra, il celebre Cantabile in Re maggiore, la prima Sonata per violino e chitarra dal “Centone” e il guizzo inconfondibile della “Campanella”, si alterneranno nell’interpretazione di Alogna e Tampalini, alla voce recitante di Paolo Sassanelli, che firma anche la regia dello spettacolo, su testi di Biancamaria Melasecchi e Filippo Michelangeli.

Proprio a Filippo Michelangeli, giornalista, editore, a sua volta musicista, si deve l’idea della leggenda Paganini. Protagonista di una biografia umana e artistica densa di eventi speciali, personalità eclettica ed eccentrica, Niccolò Paganini non ha faticato a divenire una leggenda vivente già per il suo tempo. Idolo delle folle, amatissimo dalle donne, acclamato per le sue straordinarie abilità strumentali, il violinista è una sorta di pop star la cui ascesa nel mondo musicale a lui coevo è fulminea e abbagliante per tutti coloro che entrano in contatto con la sua figura talentuosa e carismatica. La leggenda Paganini racconta proprio questa storia e lo fa attraverso un canovaccio in cui le parole sono strettamente connesse alle splendide composizioni di Paganini.

Filippo Michelangeli così descrive l’ideazione e la realizzazione de La leggenda Paganini: “Una storia così romantica ha abbastanza elementi per prestarsi ad essere messa in scena e così ho trovato una persona bravissima che ha scritto un copione a 6 mani con me e Sassanelli, Bianca Melasecchi, che, documentandosi, è riuscita a cogliere un aspetto spettacolare e poetico per poter intrattenere il pubblico. Il pezzo teatrale interseca il racconto musicale attraverso l’ottimo attore Paolo Sassanelli. Mi emoziona molto vedere il pubblico finale che si avvicina conoscendo della spettacolare storia di Paganini quello che conoscono i musicisti, praticamente niente. Noi musicisti colti abbiamo sempre snobbato Paganini, ritenendolo un compositore minore. Ha scritto fondamentalmente solo per violino, per chitarra, non ha scritto per pianoforte. È impressionante vedere come dopo poche scene dello spettacolo il pubblico si emozioni e si appassioni all’uomo Paganini e all’impareggiabile virtuoso e compositore. È uno spettacolo facilissimo da vedere e infatti sta avendo molto successo.”

A rendere giustizia alla musica di Paganini e a evocarne la presenza in scena sono due grandi virtuosi dei rispettivi strumenti. Il violinista Davide Alogna si esibisce regolarmente da solista nelle più importanti sale da concerto di tutto il mondo e suona da solista con prestigiose orchestre.

Premiato in diversi concorsi nazionali e internazionali, ha registrato diversi cd da solista. Il chitarrista Giulio Tampalini è oggi uno dei più conosciuti e carismatici chitarristi classici europei. Vincitore del Premio delle Arti e della Cultura nel 2014, oltre 25 dischi solistici all’attivo, si è imposto in alcuni dei maggiori concorsi di chitarra. Tiene concerti sia da solista che accompagnato da orchestre sinfoniche in tutto il mondo. Tra i numerosi dischi che ha pubblicato, moti hanno ottenuto consensi unanimi e premi della critica. L’attore Paolo Sassanelli non ha bisogno di presentazioni, con la sua lunga e felice carriera teatrale, televisiva e cinematografica che lo ha visto protagonista di numerose produzioni.

La leggenda Paganini è un altro evento del festival La Voce di ogni Strumento selezionato dalla direzione artistica di Gloria Mazzi e realizzato con il patrocinio e la collaborazione del Ministero della Difesa, la Provincia di Grosseto, il Comune di Grosseto, la Proloco di Grosseto, il Savoia Cavalleria, il Centro Militare Veterinario, il 4°Stormo Caccia Intercettori, il Lions Club Grosseto Aldobrandeschi, il Pasfa, Soroptimist, AscomConfConfcommercio, la Camera di Commercio Maremma e Tirreno, la Fondazione Grosseto Cultura e Agimus.

Ingresso a offerta liberail cui ricavato sarà in parte devoluto alle associazioni AISM, AVIS, ADMO, La Farfalla e AIPAMM.

Prenotazione obbligatoria: on line www.lavocediognistrumento.it

mob: 339 7960148

e-mail: lavocediognistrumento@gmail.com

 Ufficio stampa

Madia Mauro

 

Il sorriso della sirena. Intervista a Selma Sevenhuijsen

Il Sorriso della Sirena (Alla ricerca della Dea nel labirinto etrusco)
I libri sono magici perchè ci donano un’esperienza, basta saperla cogliere. Il Sorriso della Sirena è arrivato di sera, silenziosamente come si addice a una vera sirena e mi si è istantaneamente piazzato sul letto. Abbiamo dormito insieme e la mattina dopo siamo usciti verso il duomo e l’ho aperto. In realtà lo avevo aperto prima, alla sera, appena è arrivato e la prima immagine è una foto che rappresenta l’ingresso a un luogo. Le pareti coperte di muschio verde, molte croci e poi un volto di pietra, che mi guarda e io lo vedo che mi guarda. È un guardiano, si capisce dall’espressione annoiata dell’occhio, l’unico occhio perché l’altro ha la forma di una vagina… e quindi capisco che qualcosa legato a Gea, lì c’è, e mostra un’uscita.
Questa foto mi parla, non c’è dubbio ed è la prima impressione ricevuta dal libro, meglio dormirci su…
La mattina dopo, munita di matita e temperino, vado a studiare sotto il cedro del libano accanto al Duomo di Barga, il luogo dove io e l’autrice, Selma Sevenhuijsen, abbiamo vissuto momenti di grande compartecipazione a qualcosa di decisamente interessante; aprendo nuovamente a caso il libro, questa volta però verso la fine, becco il ritorno a casa e trovo delle riflessioni che mi fan capire che le sirene esistono e si muovono nei flutti di un oceano simbolico che ha delle correnti e Selma è entrata in una corrente che sa di fresco, di nord ed è protetta dal Sacro. Mi colpisce l’amore col quale soffre ciò che noi italiani sembriamo non sentire per una forma di calore interno che da sempre ci pervade; sento un dolore composto (tipico di chi ha compreso e sa reagire) di fronte al crollo del Sacro, di una parte del Sacro, che il nostro paese custodisce a dispetto dei continui attacchi da parte di un’inconsapevolezza della quale nessuno ha colpa. Il Karma di un popolo è affar serio.
A questo punto vado a vedere l’indice, intanto è sera e sono a far cena, ma il libro mi sta a una distanza massima di un metro, sempre; comincio a sospettare che esista una legge di attrazione. Leggo.
La culla della sirena. E mi viene un colpo allo stomaco, vado avanti e trovo lui, Michele, devo vedere cosa dice su Michele; mi ci ritrovo totalmente. E qui capisco perché il libro mi si è letteralmente appiccicato addosso, i libri sono magici e seguono altre leggi… e allora mi lascio guidare dal libro e faccio velocemente cena, sistemo tutto e mi rimetto a leggere.
Vado subito alla culla a riposarmi e mi trovo a casa, saluto la Dea Serpente che mi ha nutrita in modo cosmico, Sheila-na-Gig che l’ho dipinta in forma di cariatide del Tempio Isideo e la vedo spesso, e quando la vedo non manco mai di riconoscerla… rispondo al saluto di Verena (che mi porta echi affascinanti da Zurigo), ha i capelli e un volto che potrebbe averli fatti Frida Kahlo, poi arrivo alla Menade etrusca e riconosco il matriarcato…e mi viene in mente Teodora (per il copricapo che la adorna e la rende regina), che la amo da secoli…e poi ecco Lei: Inanna, e niente: “Io sono la prima e l’ultima” e mi parte l’inno a Iside, in quel momento l’esaltazione è al TOP e amo Selma perché è veramente una Sorella.
Dopo questo mi posso considerare “presa” e vado al dessert. Maria nei panni della sirena? E la trovo, Lei, la discepola preferita. Gesù la baciava spesso sulla bocca, lo dice Filippo ma non è molto famoso il suo vangelo (gnostico, quindi decisamente ostico). Mi fermo qui, perchè il resto del libro me lo vivo da sola e invito tutti coloro che in qualche modo sentono interesse verso la causa di Gea, in senso di sacralizzare il nostro pianeta ormai alla fine, di dare una “sbirciatina” al libro di Selma… a volte il risveglio può anche necessitare di un aiuto dal Nord.

Selma, ci parli un po’ di te? Chi è Selma Sevenhuijsen?
Sul mio sito mi definisco ricercatrice, scrittrice, viaggiatrice e “lavoratrice” spirituale.
Dopo una carriera come professoressa all’Università di Amsterdam e di Utrecht, dove ricoprivo la cattedra nelle materie di Studio della Donna e Etica della cura, ho iniziato il mio personale percorso di ricerca. Ho trovato il Labirinto come sentiero spirituale (un viaggio verso il Sè) e ho organizzato eventi con questo ricco simbolo, in Olanda (dove lo insegno all’istituo junghiano) e anche in altri paesi. È stata la mia curiosità per la storia del Labirinto e per la Sirena bicaudata a condurmi in Italia, nelle terre degli Etruschi. Ho vissuto in queste terre per dieci anni e ancora faccio da guida a gruppi che si addentrano in questo immenso paesaggio sacro. L’Italia mi chiama, sono una nomade. Ogni primavera ed estate scendo verso il Lago di Bolsena, che è la zona del mio cuore… ma da qualche anno ci sono anche Canossa e Barga. Dentro di me c’è un pò di tutto, mistica e ricercatrice. Prendo ispirazione dai miei sogni, che mi dicono dove andare e cosa fare, i messaggi che arrivano, vengono da un inconscio collettivo che ci accomuna tutti, indipendentemente dal tempo in cui viviamo. In Olanda frequento una chiesa ecumenica, in Italia incontro la Dea, ma anche le energie potenti di antichi luoghi sacri e le pievi medievali. Ho ricevuto tutte le iniziazioni del sentiero andino in Italia, Olanda e Perù. Ho imparato a lavorare con le energie in modo pratico leggero e gioioso. Ho compreso in profondità le diverse fasi del sentiero, i passaggi difficili della crescita che è sempre spirituale. Sono madre di due figli e nonna di tre nipoti.
Mi piacerebbe fare un’intervista notturna quindi mi permetto di chiederti, se vuoi, di raccontare qualcosa sul tuo incontro con la figura di Matilde di Canossa, quello che vuoi tu.
Notturna? Infatti. Matilde mi è arrivata dallo stato di sonno, già… cioè è arrivata nei miei sogni. Durante la mia permanenza a Bolsena l’ho incontrata come Granduchessa di Toscana e alleata di Papa Gregorio VII, nato a Sovana, dove ho abitato per molti anni. Nel 2011 ho scoperto una sirena bicaudata sopra la sua tomba in San Pietro a Roma. Un anno dopo mi è apparsa in sogno e mi ha comunicato che era arrivato il momento di andare in un viaggio di scoperta delle sue tracce, in Italia, da Mantova a Roma. È diventato un viaggio magico… in forte connessione con la sua Anima. Ho ricevuto dei doni preziosi, che tengo per me.
Nel 2016, al seicesimo anno dalla sua morte, ho deciso di renderle omaggio con un libro e ho pubblicato “Regina del Vaticano” e ho costruito un labirinto a forma di cuore sotto il suo castello, a Canossa. Questa avventura ha cambiato la mia vita in modo ancora più profondo.
Il tuo ultimo libro Il sorriso della Sirena (edito da Edizioni Effigi), riporta in copertina la scritta “Alla ricerca della Dea nel Labirinto etrusco”, una frase molto affascinante ed evocativa. Ci dici qualcosa in merito? Che Dea hai trovato nel labirinto etrusco? Perchè il Labirinto? E perchè etrusco?
Buona domanda, la risposta non è semplice. Per la cultura etrusca il labirinto era luogo e simbolo della connessione con Madre Terra e del suo sacro matrimonio con il Dio del Cielo. Il labirinto sanciva i luoghi di unione, radicato nella concezione della Terra come essere vivente e sacro nel suo aspetto sotterraneo.Tutta la zona adiacente al Lago di Bolsena ha una carica di sacro molto potente. Altari, vie cave, resti di templi, rendono la zona ricca di suggestioni assolutamente indispendsabili a chi cerca di vivere lo Spirito di un Luogo nella sua manifestazione più alta. La Dea qui è Norzia/Voltumna, che presiede alle acque, alla fertilità, al ciclo della vita (nascita/morte/rinascita), al fato… È la Madre del popolo etrusco è la protettrice delle dinastie di regine, sacerdotesse e profetesse. È la guardiana delle porte dei solstizi, insieme al suo compagno maschio, conosciuto come Velth e Iano. In questo la cultura etrusca costituisce un esempio sempre valido di cooperazione tra energie maschili e femminili per garantire l’equilibrio del pianeta su cui tutti viviamo.
Personalmente ho trovato il tuo libro prezioso, perchè contiene chiavi di riflessione importanti, ci vuoi svelare qualcosa?
Camminare per le vie cave è un’esperienza di passaggio dal buio verso la luce… comprendere che la morte non è la fine ma solo una tappa del viaggio, mi pare che possa essere interessante come esperienza. Sul lago di Bolsena, ho visto l’alba del solstizio in grotta… si apre una porta di luce dentro la Terra, è bellissimo, dopo vedi il mondo con altri occhi. Il Duomo di Barga è al centro di un portale cosmico e si sente forte e chiaro. Ce ne sono così tante di cose, che viene da urlare alle persone di iniziare a muoversi cercando stimoli più sani.
Adesso arriva la domanda d’obbligo: ci parli della tua esperienza con il simbolo del serpente? Come lo interpreti? Dove lo hai trovato?
L’ho trovato tra le mani della Dea Arianna, ma anche in quelle delle sacerdotesse etrusche, dove faceva il guardiano di un altare. Lo interpreto come simbolo di saggezza della Terra e, raddoppiato, come simbolo dell’energia curativa chiamata kundalini (basta pensare al simbolo delle farmacie).
Facciamo un gioco. Puoi rivolgerti al pubblico di Pink e fare un appello, cosa dici?
Connettersi con la propria ombra per integrarla invece di evitarla o combatterla. Rivalutare il femminile nella propria vita, nella propria cultura e nella propria spiritualità. Cercare il sentiero che conduce all’unione degli opposti in se stessi. Rivalutare la sacralità della Madre Terra, che nutre noi tutti. Auguro a tutti di intraprendere un sentiero di Integrazione, Luce e Amore.
Paola Marchi