Antigone al Macro di Roma


MACRO 17 novembre 2018 – h. 17
ANTIGONE FILM – Le arti, il mito, il cinema, per un viaggio nelle emozioni e nelle libertà umane e femminili
“Non è qui il mio posto.
Il mio amore qui non ha senso,
è peccato, è crimine, è follia.”
La Movie Factory presenta ANTIGONE il nuovo film di Carlo Benso. In occasione dell’uscita ufficiale del teaser del film, attualmente in fase di pre produzione, nella location dell’arte libera tot court, il MACRO ASILO di Roma, ANTIGONE si fa evento d’arte partecipata, coinvolgimento dei sensi in uno svelamento emozionale, visivo, polisensoriale, delle innumerevoli sfaccettature dell’amore e della libertà. Attraverso la figura iconica di Antigone stessa, che sarà interpretata e “vista” ma anche fatta vedere, nelle performance, nelle video art, nelle musiche, nei gesti attoriali, nelle parole.

Antigone, tra mito, realtà, speranza. Se è un mito, appunto, “come ogni mito è inesauribile per provocazione e saggezza, per amore e dannazione. Un mito che percorre le epoche della storia umana rimanendo sempre attuale e vivo in ogni presente. Il suo mistero contiene il nostro mistero, e da ogni punto lo si voglia guardare sembra riflettere una condizione esistenziale e umana tanto vasta che è impossibile non caderci dentro… Antigone va oltre la legge che divide, per una legge nascosta in ogni persona, la legge dell’amore. Tanto individuale il suo gesto quanto universale.” (note del regista).

 

Durante la serata evento, alla presenza della protagonista del teaser e del futuro film, Désirée Giorgetti, del regista a autore Carlo Benso e del cast artistico e tecnico del film, sarà raccontata genesi e volontà di un’opera che unisce in modo armonico, sinergico e originale tutte le arti; sarà anche raccontato il progetto intero, che vorrà coinvolgere i territori in cui sarà girato per creare veri e propri laboratori vivi di cinema, per il presente e per il futuro.
Nel corso dell’evento si esibiranno in performance tra amore, vita, morte, scontro sociale, danza, pittura, distrizione e creazione, mente e spirito, gli artisti Lara Pacilio, Corrado Delfini e Claudia Quintieri.

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Intervista al poeta Giulio Di Fonzo

Giulio Di Fonzo, poeta romano, insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’università di Tor Vergata. Ha pubblicato importanti saggi sulla poesia dell’Ottocento, in particolare su Foscolo e Leopardi. Di Fonzo però è soprattutto conosciuto come uno dei maggiori studiosi dell’opera poetica di Sandro Penna; è stato lui, infatti, il primo critico che ha dedicato al poeta umbro un’intera monografia. Durante la sua carriera accademica si è anche occupato diffusamente dello studio della poesia del Novecento, in particolare di d’Annunzio, Ungaretti, Montale.

Oggi lo abbiamo intervistato nella sua casa romana, nell’antico quartiere di San Giovanni; un’abitazione posta proprio davanti le mura latine e il campanile di San Giovanni a Porta Latina: posizione strategica che in parte svela la fonte poetica classica di Di Fonzo.

Poesie 1992-2018, la raccolta che sta per essere pubblicata dalle Edizioni Croce, saluta un traguardo d’arrivo della sua produzione poetica o un nuovo inizio?

Il libro segna senz’altro un traguardo d’arrivo, perché raccoglie la mia produzione lirica finora apparsa. Nella raccolta ho potuto rivedere, mutare, migliorare e inserire nuovi testi. Ma spero sia anche lo stimolo per un nuovo inizio. In quest’ultimo periodo ho lavoro a lungo su delle nuove liriche che spero di inserire presto in una nuova raccolta.

Quando il suo amore per la poesia si è trasformato in scrittura?

Ho cominciato a scrivere intorno ai vent’anni. Sono partito quasi sempre da esperienze, contemplazioni e fantasie vissute. Sono un poeta molto autobiografico. Ma certo hanno contato molto anche le scoperte, gli amori letterari che si sono susseguiti negli anni.

Qual è il fil rouge che lega le poesie di questa raccolta?

La prima produzione è molto diversa dalla seconda. Le prime sono poesie legate alla visione della natura, hanno una leggerezza e sottigliezza percettiva nelle descrizioni, negli effetti di luce, nel paesaggio. E molte sono poesie d’amore intense e delicate. C’è in tutte una cura estrema della forma. Le cito qualche felice clausola: l’onda del mare «lattescente e rosea lenta lambisce | le fioche orme del mio vano andare». O ancora: «Fuori del lago lungo fitte siepi | non so se farfalle o petali di fiori». Nella seconda produzione invece cresce il tono doloroso, in risentite, a volte violente immagini drammatiche. Ho subito in quegli anni l’influsso della grande prosa di Gadda e il fuoco della poesia di Amelia Rosselli. Un motivo nuovo è l’attenzione ai drammi antichi e nuovi della storia. Ho notato infine, rileggendomi, come in alcune poesie la visività sfumi in visionarietà. La continuità tra le raccolte risiede nella fascinazione della natura, nei motivi dell’amore e del tempo.

Al pari della pittura e della scultura, scrivere poesie è una vera e grande arte. Quali sono i suoi strumenti del mestiere? Quali i “criteri guida” del suo metodo? È solo ispirazione o dietro si nasconde un duro e lungo labor limae?

Credo ancora, come Saba, nell’ispirazione, che è ovviamente un dato psichico, l’urgenza interna di esprimere un moto dell’animo o una percezione. Contemporaneamente si lavora sulla parola, sul ritmo e il tessuto fonico del verso.

Quanto c’è di autobiografico nei suoi versi?

Quasi tutto è autobiografico, nel senso che nasce da sentimenti, sensazioni, contemplazioni vissute.

La sua poesia procede per immagini, e, colte nella loro essenza più profonda, vanno a stimolare tutti e cinque i nostri sensi. Ecco: è questo il suo intento, emozionare, o con la poesia intende soddisfare in primis un suo narcisismo?

No, non parlerei di narcisismo. La mia è una poesia che procede per immagini, nitide messe a fuoco dei dati sensoriali. La poesia quando riesce nel suo intento è forse la suprema delle arti, perché si rivolge a tutte le facoltà mentali – è pittura, pensiero e musica fusi assieme. Spero di esservi riuscito qualche volta.

Se posso azzardare, nei suoi versi v’è una ricercatezza disarmante, ricercatezza che a tratti pare rievocare atmosfere crepuscolari, ma soprattutto la purezza e la soave musicalità di Pascoli («Non ha sussurro il mare…»). E ancora, mi è sembrato che i suoi versi possiedano una cultura inesauribile. Per esempio, nei chicchi di melograno che fiammeggiano ho percepito echi dickinsoniani e nelle liriche d’amore ho pensato di riconoscere le voci dei poeti romantici inglesi… È possibile? O queste sono corrispondenze che si instaurano tra il lettore e il testo poetico?

Non parlerei di atmosfere crepuscolari né pascoliane. Anche se amo molte liriche di Pascoli, un grande poeta, per quanto diseguale, capace di mirabili capolavori. Mi riferisco nella fattispecie, fra le altre, a “L’assiuolo”, “Novembre”, “Il gelsomino notturno”. Inoltre ho senz’altro una viva passione per i versi di Keats e della Dickinson, può darsi che abbiano lasciato qualche traccia nella mia poesia.

Alcune poesie assai crude, a tratti feroci, rievocano i mondi inaccessibili della poetessa Amelia Rosselli o l’immediatezza di Ungaretti, altri invece, più classicheggianti, ricordano i versi di Petrarca o di d’Annunzio. In questo senso, vi sono citazioni consapevoli o simili accostamenti sono da ritenersi degli azzardi?

Sì, nei miei testi vi sono echi e citazioni consapevoli, da Petrarca e Leopardi, a Gadda e Montale. Servono a impreziosire la poesia o a esprimere meglio di quanto potrei un pensiero o un’immagine.

Ci sono autori che sentiamo a noi particolarmente vicini. Una cosa del genere a Lei è accaduta con la poesia di Sandro Penna? Che cosa Le ha fatto decidere di dedicarsi a questo poeta del Novecento che difficilmente troviamo citato nelle antologie di scuola e che Pasolini aveva notato e sostenuto?

Ho studiato la poesia di Penna perché lo ritenevo e lo ritengo un grande poeta. Debbo la sua scoperta a un bellissimo articolo di Natalia Ginzburg. Mi sorprese la delicatezza e la limpidezza dei versi, e nella purezza una grande intensità espressiva. Giovanissimo pubblicai il saggio La luce e il silenzio e poco più tardi un denso articolo sulla rivista letteraria «Alfabeta» che riassumeva alcune delle idee principali del libro.

Quanta influenza ha avuto la produzione lirica del poeta umbro sulla sua vita artistica e/o personale? Alcune sue poesie, specie le più brevi, quelle dolci e “spontanee”, ricordano tanto Penna. Non è così?

Sì, alcune poesie brevi e delicate possono ricordare Penna. Ma devo l’amore per la poesia breve e la concisione epigrammatica soprattutto allo studio della lirica greca e latina e, più tardi, di quella orientale (Bashò, Li Po, Hafiz).

Da Mimnermo a oggi, l’uomo non ha mai smesso di porsi grandi domande. I poeti continuano a interrogarsi sulla vanità dell’uomo, sullo scorrere inesorabile del tempo. Il poeta di oggi che quesiti si pone? I grandi dubbi sono immutabili o oggi il ruolo del poeta è cambiato?

Credo che i grandi interrogativi sull’esistenza siano perenni. Le domande che il pastore errante pone alla luna nel “Canto notturno” leopardiano, sono le eterne domande che ogni uomo dotato di ragione si pone. Non credo perciò che il ruolo del poeta sia cambiato. Mi interessa tuttavia anche quando si apre ai fatti del mondo, uscendo dal proprio egocentrismo verso i problemi della società, come hanno fatto in Italia Sereni, Pagliarani e Raboni.

La poesia utilizza, per così dire, una lingua universale, una lingua potente che non si piega a nessuna etichetta e soprattutto che non conosce diversità, in nessuna delle sue accezioni. È per questo motivo che ancora oggi, nel 2018, il mondo ha ancora così tanto bisogno della poesia?

La poesia non cambia il mondo, ma è perenne il desiderio di esprimere qualcosa che urge interiormente nel pensiero e nell’immaginazione e dargli compimento in una forma. Fermare il tempo in un’immagine che vibri e canti. E devo riconoscere che nella mia cultura un posto importante hanno il pensiero filosofico, lo studio delle arti figurative e della musica.

Legge anche romanzi? Quali generi preferisce?

Ho letto e riletto naturalmente i grandi romanzi russi, francesi e inglesi dell’Ottocento e del Novecento. Proust, Tolstoj e Flaubert sono forse quelli che mi hanno più segnato. Ma è soprattutto quando sono immerso nella natura e nell’amore che ho avvertito, in alcuni momenti, la sensazione di superare il tempo e di trovare, come dico in un verso, «il prodigio del tempo che non muore», di immettermi «nella luce chiara delle cose infinite», cioè di fuoriuscire dall’ordito di attimi che cadono nel nulla, verso un’armonia superiore, verso il divenire perenne dell’intero universo, che probabilmente, dicono gli scienziati, non avrà mai fine. Tornando al romanzo, in particolare negli ultimi anni mi hanno colpito Saramago, Sebald e Pamuk.

Da critico, ma soprattutto da poeta, che rapporto ha con la tecnologia?

Lo sviluppo industriale e tecnologico ha mutato il mondo. Ha liberato l’uomo dalla fatica del lavoro più improbo, ha debellato malattie finora incurabili, ma ha anche creato nuovi mali e squilibri. Sento soprattutto il problema ecologico come il più urgente nei paesi sviluppati. In alcune mie poesie c’è la presenza di questo allarme diffuso. Personalmente non sono molto tecnologico con i nuovi strumenti informatici, ma mi sto aggiornando. Internet è stata una vera rivoluzione, con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Per concludere, vorrei porLe un’ultima domanda. In che posizione si colloca rispetto agli altri poeti suoi contemporanei?

Non amo la poesia che si confonde con la prosa o si lascia andare a incontrollate effusioni interiori o a sterili giochi verbali. Per questo non sono quasi mai stato attratto dai movimenti d’avanguardia. Apprezzo molto tra i contemporanei il primo Magrelli, De Signoribus (anche se molto oscuro), la Anedda e altri. Ma i miei numi poetici moderni, dopo Baudelaire e Mallarmé, restano Eliot, Montale, Celan e la Cvetaeva. Ringraziandola per questa intervista mi permetta di citare una mia poesia, si intitola “Invocazione”:

Vivi con me il mattino felice

la luce fulgida il vento leggero

e questo verde rotondo maturante

mondo, ferma il sole che si incrina

giorno per giorno.

Sciogli l’ansia che sale

in alte trecce d’angoscia

tra i rampicanti scarlatti…

Nulla, nulla di rapido o lento

solo il sostare dell’ora

nel mezzogiorno assolato,

che tu afferri per portarlo lontano

nella luce ignota delle stelle infinite.

Fuori, la stand-up comedy di Daniele Gattano

FUORI

Stand-up comedy di e con Daniele Gattano

Venerdì 26 Ottobre, in apertura della kermesse Festival Lecite/Visioni, andrà in scena “FUORI”, stand-up comedy di e con Daniele Gattano, noto al grande pubblico per le sue esilaranti performance a Colorado su Italia1 e Comedy Central su SKY.

Un microfono, uno sgabello e una bottiglietta d’acqua questi gli elementi in scena sufficienti per dar vita a uno spettacolo che crea da subito l’atmosfera di una chiacchierata informale dove lo spettatore può, anzi deve intervenire.

“FUORI” è il riassunto dello spettacolo stesso. Un vero e proprio lancio di esperienze, traumi, scoperte che, con linguaggio schietto, racconta in maniera autobiografica il rapporto tra il protagonista e la sua sessualità.

«Esattamente dieci anni fa ho fatto coming out con i miei genitori e col senno di poi è bello ripensare alle loro reazioni», racconta Daniele. «A otto anni chiesi a mia mamma una Barbie… me la regalò».

Gattano ci fa conoscere la sua famiglia, le sue amiche, gli amici con la sindrome da Chuck Norris tipica dei maschi alfa, e Clara: la sua Barbie clandestina nascosta sotto al letto per non farla scoprire dal padre. «Mentre le mie amiche avevano ‘Barbie Principessa’, ‘Barbie Cenerentola’, ‘Barbie Happy-hour’ io avevo ‘Barbie Clandestina’: viveva in camera mia sprovvista di regolare permesso di soggiorno…»

In “FUORI” si parte dall’esperienza personale per abbracciare quella di tutti, giocando sui punti in comune e sulle differenze culturali che ci sono nel rapporto tra persone.

L’incontro a un bar con un ragazzo sieropositivo diventa all’interno dello spettacolo lo spunto di riflessione sull’immaginario anni Ottanta dell’HIV, che continua ad aleggiare con il suo alone viola anche ai giorni nostri, il pensiero del “Un po’ se l’è cercata” trova quindi forma e viene analizzato e condiviso con il pubblico.

Si passa poi al tema dell’amore, quello platonico scaturito dalle immagini social di uno sconosciuto, foto che diventano l’involucro, il packaging in cui poterci mettere sogni e mancanze personali.

Senza retorica vittimista si parla di omofobia, compresa quella presente all’interno del mondo gay stesso: “A oggi l’omosessualità è come l’età… ce lai ma non la devi dimostrare!”

Insomma “FUORI” oltre a essere il titolo è il tema pulsante dello spettacolo, uno sfogo dove la risata non è l’obiettivo principale bensì il mezzo per parlare di temi e esperienze comuni. Daniele quando parla non si scompone e il suo punto di vista diventa subito quello di molti, il tragico evolve in comico e l’ironia si fa pungente.

Uno spettacolo ironico e intelligente che fa ridere, sorridere ma soprattutto riflettere.

Teatro Filodrammatici di Milano

Venerdì 26 ottobre 2018 ore 19.30

http://www.teatrofilodrammatici.eu

 

Sul lago nero

In scena uno spazio vuoto, chiuso tra due pareti. Un luogo fisico e al tempo stesso mentale, spazio del ricordo, la casa, unico luogo nel quale è possibile riconoscersi e ricongiungersi con il proprio passato, uno spazio di mezzo, contaminato dagli influssi del esterno: da una parte il lago, dall’altra la cameretta; ma questi non esistono se non come varchi invalicabili, spazi lontani e segreti. Qui, due famiglie si rincontrano dopo quattro anni, forse pronte a confrontarsi con quello che sono, cercando di trovare un senso alla scelta dei propri figli. Da quel giorno, il tempo è congelato e il presente compare e scompare tra ciò che deve accadere e ciò che è già accaduto.

Fritz e Nina hanno 15 anni e scelgono di non assumersi la responsabilità di continuare a vivere, per non essere contaminati scappano da un mondo che “non è bello”; Ciò che resta è il fantasma di due famiglie che non possono fare a meno di scontrarsi con l’assenza e la continua presenza dei loro errori. Quattro persone che non riescono a comprendersi, che cercano, affannandosi un contatto tra loro, che però si manifesta come frattura, un urto violento, distruttivo, l’uno sull’altro.

Alla fine non restano che schegge, macerie, frammenti di vetro per terra appuntiti e aguzzi. Sul Lago nero ci ha portato, a prendere in considerazione a confrontarci con la normalità, con il quotidiano, e con ciò che si cela dietro a esso, un mostro che forse è insito in ognuno di noi e ci appartiene.

Paolo Costantini

Info e prenotazioni

ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria presso l’infoline 3341835543

attivo dal 4 ottobre (lun-sab 10-13 e 14-17)

Euphonia: creatività, impegno e passione

La splendida voce della cantante lirica, originaria di Sacile, Valentina Volpe Andreazza reinterpreta l’Inno Europeo. Un omaggio alla musica, alla passione civile e all’Europa.
Di Valentina Volpe Andreazza i lettori di Pink Magazine Italia avevano già sentito parlare: la sua meravigliosa voce li aveva sedotti, ammaliati e conquistati (leggi articolo: Valentina Volpe Andreazza). Ora per chi l’attende con ansia e per chi ancora non la conosce, torniamo a parlare di lei e del suo importante progetto Euphonia, che vede coinvolti quindici superbi artisti e la loro reinterpretazione dell’Inno Europeo: una versione che lascia decisamente senza fiato. Abbiamo chiesto a Valentina com’è nato il progetto e quali siano invece i suoi impegni futuri.
Com’è nato il progetto Euphonia? Quanti artisti sono coinvolti e qual è il vostro fine? 
Quando a gennaio l’Associazione Europa Nostra lancia la Challenge Ode2Joy, attraverso un video il cui protagonista è il Maestro Placido Domingo, iniziava a svilupparsi in me l’idea di partecipare a questa chiamata di creativi verso l’Europa: reinterpretare l’Inno europeo in chiave nuova.
Non è così facile portare la propria voce in Europa e secondo me queste sono occasioni da non perdere, in cui potersi esprimere a un pubblico molto più ampio. Così, da un sogno, è iniziata la mia ricerca di artisti che credessero con me in questo progetto. Siamo una quindicina tra compositore (Marco Cazzuffi), librettista (Diego Marani, fondatore dell’europanto, una lingua artificiale che coniuga in un’unica lingua la maggior parte di quelle europee), cantanti (Viviana Nebuloni, soprano, Filippo Lepre, baritono, Marco Cazzuffi, baritenore e la sottoscritta, mezzosoprano), ballerino (Francesco Pacelli), coreografo (Riccardo Buscarini), regista (Giacomo Costa) fotografo di scena (Guido Giannone), social media manager (Marco Nebuloni), promozione e staff del management (Lucia Bottecchia, Mattia Pivato)… una super squadra!
Siamo partiti dal motto dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale 2018 “where the past meets the future” per scrivere la nostra reinterpretazione. Con il compositore Marco Cazzuffi abbiamo ripensato ai nostri grandi compositori italiani, a Giuseppe Verdi, il cui punto di riferimento musicale era la polifonia del Cinquecento e in contemporanea mi era venuta in mente un’altra grande figura italiana, che appartiene ormai al mondo, e che ha saputo creare un dialogo tra innovazione e creatività: Leonardo da Vinci.
Il linguaggio tra forme diverse di arti, unite dalla musica, ecco il nostro messaggio all’Europa. Abbiamo avuto, inoltre, dei partner eccezionali senza i quali non avremmo potuto realizzare il nostro progetto: Base Milano, il nuovo hub culturale milanese che ci ha messo a disposizione i suoi fantastici spazi, rinnovati e rivalorizzati per essere a disposizione della collettività e creare cultura; CLA Studios, un nuovo studio registrazione alle porte di Milano, nato da due amici che stanno investendo in nuovi talenti musicali e WOA Creative Company che ha creato la meravigliosa sorpresa nel finale del video. Giornate intere di lavoro, idee, telefonate con l’instancabile amica Lucia Bottecchia per studiare soluzioni alle varie complicazioni dei momenti più concitati, numerosi caffè con Marco Nebuloni e Guido Giannone per lavorare di grafica e comunicazione, Skypecall con il coreografo Riccardo Buscarini, in diretta da Madrid, io da Bruxelles, dove vivo, ed il compositore Marco Cazzuffi, che all’epoca si trovava a Biella: anche questa è l’Europa. Corse contro il tempo per creare un finale spettacolare, grazie alla passione e alla tenacia di Giuliana Pajola, Davide Asker e il loro team di creativi della WOA Creative Company. Ognuno è stato fondamentale ed è questo che ci ha fatto vincere in termini di qualità e di seguito tra la gente.
Il video si può ascoltare e vedere sulla pagina Facebook di BASE Milano e su YouTube. Arrivato al Convegno della Cultura di Berlino,  è risultato tra i migliori video della Challenge Europea. Poco dopo, è stato proiettato a Bruxelles, al Parlamento Europeo nelle giornate dedicate al patrimonio culturale e alla musica, e a Roma, a Palazzo Venezia, a luglio, durante il convegno dedicato al programma di Europa Creativa, grazie al supporto dell’Onorevole Silvia Costa, che con forza crede nell’importanza della cultura e dei giovani e che ringrazio di cuore.
Parlaci della tua esperienza all’Ambasciata italiana del Belgio e del tuo impegno con le Istituzioni.
La mia missione di portare la musica al di là dei teatri e delle sale da concerto, in una visione di dialogo culturale con altri popoli, mi ha portato anche ad accettare con onore e onere la chiamata dell’Ambasciata Italiana presso il Regno del Belgio per le celebrazioni della Festa della Repubblica del 2 giugno 2018. Un’emozione unica ed una grande responsabilità. Quando la gente continua ad emozionarsi per il nostro Inno cantato con amore e passione, allora vuol dire che la missione è riuscita. In Ambasciata ho proposto anche un’aria rossiniana che amo molto: la Tarantella Napoletana, nel 150eimo anniversario della morte di Giacchino Rossini.
Inoltre, sono reduce da un concerto organizzato a Cortina in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, del territorio e del mare, la Convenzione delle Alpi, la Fondazione Cortina 2021 e il Circolo della Cultura e del Bello di Sacile dedicato alla figura femminile nel territorio alpino. Focus del momento musicale è stato il suono di un violino fantastico, costruito con le essenze della Val di Fiemme e suonato magistralmente dalla violinista Karen Granieri. Alla fine, abbiamo pensato ad un piccolo omaggio dedicato alla figura femminile, in cui ho interpretato l’Habanera, dalla Carmen di Bizet. Abbiamo cercato così di creare un legame tra musica, cultura e filiera del legno, nell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale 2018.
Progetti futuri?
A Settembre mi aspettano i concerti tra i Castelli del Belgio, in trio con arpa e violino tra chasons francesi e arie da camera italiane.
Che consigli daresti a chi vuole intraprendere la tua carriera  musicale e artistica?
La resilienza! Sacrificio, studio e strategia. Credere con passione nei propri talenti, migliorali sempre, come missione di vita, puntare a un obiettivo e portarlo avanti con rispetto e amore per se stessi e gli altri.

Giacomo Rizzo. The Inner Sculpture

UN UOMO, LA SUA ARTE, L’ANIMA DELLA INNER SCULPTURE: GIACOMO RIZZO.

Dato che un’immagine vale più di mille parole, Giacomo Rizzo ha davvero molto da raccontare attraverso le sue sculture. La “Inner Sculpture” intima, affascinante, coinvolgente, ti guardi intorno e percepisci forza e fierezza, eleganza e imponenza. Un viaggio attraverso i suoi pensieri ed i luoghi che hanno scatenato le sue emozioni dando vita alle sue creazioni.

Avevo scoperto le sue opere tramite un amico, facendo una breve ricerca sul web, avevo visto le foto di alcune sue opere che mi avevano colpito, così mi sono detta se una foto riesce a trasmettermi già così tanto, come mi sarei sentita a vederle dal vivo?

E mostra fu.

Giacomo Rizzo, un uomo, la sua arte, l’anima della “Inner Sculpture”. Posso dirvi che Rizzo è uno scultore eclettico, che ha vissuto e lavorato in Italia e all’estero, arricchendo il suo bagaglio culturale e raccogliendo riconoscimenti e successi. L’Europa e gli Stati Uniti, infatti offrono moltissime opportunità agli artisti. Sebbene la loro tradizione culturale possa essere diversa e più o meno recente, ciò che colpisce, rivela Giacomo, è la burocrazia snella che permette l’immediata realizzazione di un progetto artistico. Quello che non conoscete ancora, però, è l’uomo le cui opere hanno viaggiato per tanto tempo, alcune hanno trovato il loro posto in giro per il pianeta,  altre invece sono tornate qui, forse avevano nostalgia. A volte, infatti, dobbiamo o vogliamo semplicemente tornare a casa, riscoprire le nostre radici e  perché no, metterne di nuove. Nella “Inner Sculpture”, Giacomo Rizzo si esprime in tanti modi diversi, sia dal punto di vista stilistico, che per i materiali utilizzati, si evince una maturità crescente ed un unico filo conduttore…“la Natura”. Le forme espressive, le sue creazioni, tutto nasce da una storia, uomini, donne, luoghi e leggende, emozioni, ricordi, presente e passato che si intrecciano fra loro dando  vita a qualcosa di unico, la natura che riproduce se stessa incantando e travolgendo. Il ciclo della vita come accennava Rizzo, nasci, ti formi, ti lasci l’adolescenza alle spalle, ti stacchi dalla famiglia e ti crei un tuo percorso, per poi tornare e sorridere dei successi conseguiti negli anni. Mi racconta che ha avuto sin da subito chiaro quello che sarebbe il suo percorso di studi, da bambino vivace e creativo, costruiva cose e stracciava i compagni di scuola, passando per il liceo artistico arrivando all’Accademia delle Belle Arti, come studente prima e come insegnante dopo.

“Non ti puoi svegliare, una mattina e sentirti artista, ma puoi studiare e fare della tua passione il tuo mestiere”. Giacomo è anche docente presso l’Accademia delle Belle Arti, lui indirizza i suoi studenti  a seconda delle loro inclinazioni personali e del potenziale che vede in loro, imparando lui stesso da ciò che sperimentano. In molti casi un codice, una forma espressiva utilizzate per un pezzo si trasformano e si evolvono dentro l’opera successiva creando così un ciclo continuo di creatività. Mi racconta che l’artista ha da tempo,  perso, quasi del tutto il suo ruolo nella società, l’arte dovrebbe essere fruibile per tutti, e non essere per pochi e di nicchia. Molti artisti vengono ingaggiati e del tutto, “snaturalizzati” in nome delle vendite, non più arte ma bensì merchandising. Non ci sono più correnti, manifesti ma singoli eventi dove l’artista perde il suo stile, l’impronta originale che lo caratterizzava mentre cerca di non rimanere fuori mercato, diventando, praticamente, solo uno dei tanti.

L’artista dovrebbe rimanere fedele a se stesso ed alla sua ricerca estetica, rimanendo riconoscibile a chi lo segue e apprezza.Giacomo vuole trasmettere qualcosa di se stesso in maniera più o meno velata, una creazione dopo l’altra. Ci sono diversi strati di lettura di un’opera, mi racconta che la prima è data dall’impatto, dall’attrazione, un po’ come quando conosci una persona nuova, se qualcosa ti colpisce, cerchi di approfondire per capire se ciò che hai visto è reale o se ti sei solo illuso. Stessa cosa vale per l’arte, entri alla mostra sita in via dell’Incoronazione 11 a Palermo e ogni opera parla e ha tanto da raccontare.

Giacomo Rizzo è ciò che fa, è nato scultore, supportato dalla sua famiglia, i cliché di solito, identificano gli artisti come dandy incalliti, il cui fine ultimo è la sregolatezza e spesso anche  la “fannulloneria”… ma la vera sfida è uscire dalla massa ed emergere. La vera sregolatezza? Non omologarsi, non standardizzarsi ma continuare a fare e riuscire!

Giacomo è un taciturno, ama ascoltare osservare, ma è anche caparbio, persino mentre studiava, andava contro i professori e faceva di testa sua, un autodidatta. Rizzo si mette in gioco sperimenta, ciò che vive quotidianamente influisce ed interferisce sia a livello conscio che inconscio sul suo stile,  è un visionario, capta,  precorre i tempi, intuisce, “annusa l’aria” e si mette a lavoro, fuori dai meccanismi,  fuori dagli schemi. Il suo papà lo elogia sempre, mi racconta, e lo ha dimostrato in mille occasioni. Uno dei giorni più emozionanti che ha vissuto Giacomo, è stato quando suo padre, un abile fabbro gli ha regalato uno dei suoi strumenti di lavoro preferiti, la sua incudine… in quel momento ha capito di averlo reso davvero fiero.

Tutto parte da un’idea, la natura parla, il cervello elabora, le mani plasmano. Lui parla al materiale e il materiale parla a lui, accetta ciò che la natura gli dona, fa dei sopralluoghi che a volte durano dei giorni, vive il luogo, segue le tracce lasciate da coloro che vi sono passati prima di lui, storie, uomini, leggende e sceglie su quale porzione intervenire. A volte ritorna in alcuni posti a lui cari e il contrasto tra i suoi ricordi e le condizioni attuali dei luoghi, generano in lui la scintilla che lo porta a nuove creazioni. Giacomo rapisce l’anima dei luoghi e la incamera nelle sue sculture. 

Cristina Pace

Riferimenti:

http://www.giacomorizzo.it

Mostra “Inner Sculpture” Via dell’Incoronazione 11 Palermo 9-06-18/ 24-08-18

https://www.poloartecontemporanea.it/2018/06/05/inner-sculpture-scultura-interiore/

Catalogo: Giacomo Rizzo Inner Sculpture, Manfredi Edizioni.

Le matite di Paola Lomuscio

C’è chi vuole diventare grande e chi disegna.
Io amo disegnare.
Disegnare significa anche non diventare mai grandi.
Perché con la matita in mano, si è sempre un po’ bimbi.
Una bambina/adulta come me che vi scrive,ma soprattutto sogna.
Quella bambina non è mai cresciuta.
Ho 34 anni, pugliese precisamente andriese e amo tantissimo disegnare. Non solo con la mia matita realizzo ritratti, ma amo giocherellare insieme a lei. Infatti la mia matita è la protagonista nelle mie illustrazioni.
Paola Lomuscio
Protagonista principale di questo volume è la matita, nello specifico quella a marchio Staedtler con le sue famosissime righe gialle e nere. Questo articolo di cartoleria prende vita nelle illustrazioni di Paola Lomuscio diventando ogni volta un qualcosa di nuovo: il manico di una chitarra, il gambo di un fiore o addirittura una sigaretta stretta tra le labbra di Kurt Cobain. Un progetto originale e divertente.”
Il libro è ufficializzato dal marchio STAEDTLER.
il libro di Poala è stato consigliato nella rubrica: “Billy,il vizio di leggere” del Tg1 di Bruno Luverà (puntata del 14 Gennaio 2018).

Intervista a Ester Campese

Intervista a Ester Campese, la pittrice delle donne

Tra spiritualità, romanticismo e amore per l’ universo umano

È una pittrice di fama internazionale Ester Campese in arte Campey. Molto apprezzata sia dal grande pubblico sia dagli addetti ai lavori, è considerata oggi la pittrice delle donne.

Ester, in molti ti vedono come la pittrice delle donne. Credi che sia una definizione sessista?

In effetti questo cliché mi viene attribuito da una mia personale in avanti che dedicai interamente al soggetto femminile. Non credo sia sessista ma immagino identifica solamente una matrice che mi investe. Ciò che non amo molto in realtà è essere stereotipata. Questo un po’lo stigmatizzo in quanto il mio stile, ma spazia in effetti in differenti direzioni,non solo nel ritratto femminile. Nel corso della mia evoluzione artistica, che è oramai pluridecennale, ho in realtà concretizzato differenti forme espressive, anche sperimentali se vuoi, partendo dalla ricerca del colore e volendomi sentire inizialmente totalmente libera abbracciando un forma più astratta. Man mano poi ho preferito esprimermi attraverso il formale che comunque non è mai stato assente nelle mie opere. Anche in quelle astratte in effetti vi è sempre una traccia di una forma evocativa pur espressa attraverso il simbolismo e la modalità concettuale. In tutte un tratto che davvero mi identifica è il colore che uso in modo vigoroso, non amo in effetti i colori tenui. Il mio carattere pur sensibile e se vuoi anche timido, nasconde una forte tenacia e passionalità che esprimo tanto nell’arte quanto nella vita.

Nei tuoi dipinti ami particolarmente ritrarre soggetti a carattere femminile. Come mai?

È stato come una sorta di spontanea conseguenza. Ci sono tempi attuali e tempi diciamo storici. Attraverso l’indagare del mondo femminile ho voluto spaziare in differenti forme in cui la donna appunto nello scorrere del tempo e nelle sue evoluzioni ne è stata protagonista, anche se talvolta, un po’ defilata, con un dietro le quinte, ma sempre in qualche modo realizzandone la regia. Questo era l’intento dell’omaggio che feci con la mia personale dedicata proprio al femminile. Ma è stata anche occasione per una forma di narrazione indiretta di me, e non da meno un modo per una profonda e preziosa introspezione emozionale, e non solo, che mi hanno fatto produrre le opere con soggetti a carattere femminile, proseguito poi da li in avanti avendo in qualche modo scorto una mia predilezione. Tra gli ultimi dipinti realizzati per la mia prossima personale che sto in effetti preparando vi è ad esempio L’attesa che volentieri ti anticipo qui attraverso questa intervista.

Non hai mai pensato di realizzare un autoritratto?

In realtà ne ho realizzato uno, da una foto scattata in studio, meno spontanea forse, ma molto suggestiva. Il dipinto è intitolato La Dama Bianca e l’ho realizzato proprio prendendo spunto dalla mia foto. Questo quadro ha partecipato ad una mostra al Castello Svevo di Rocca Imperiale il cui tema era affidato ai cinque sensi ma anche alla spiritualità. Mi parve adatto anche per il color indaco che nella stessa foto prevaleva. L’indaco è il colore della spiritualità, della metamorfosi, della transizione e del mistero, sinonimo anche di altruismo, dignità e nobiltà ma non da meno di umiltà e saggezza. Devo dire che questo autoritratto l’ho volutamente lasciato in forma diciamo lightanche perché, se devo essere sincera, ero abbastanza a disagio di fronte a questo dipinto, dovendomi osservare  lungamente come ad uno specchio. E questo non è facile, almeno per me. Almeno per me.

Ami dipingere anche paesaggi? E nature morte?

Assolutamente sì! Ho realizzato diversi quadri con questi soggetti. Diversi paesaggi e diversi interni e nature morte. Devo dire però che amo un pochino meno questi soggetti, ma ciò che tutti i miei dipinti hanno in comune, oltre all’uso spesso materico e corposo del colore e le tinte di impatto, vi è anche una forte componente emozionale e indagatrice. Non posso disgiungere la parte emozionale da ciò che realizzo. In tutte vi è una parte di me dei momenti e emozioni che ho vissuto mentre ho realizzato il dipinto. Amo per questo motivo che, chi acquista una mia opera, sappia di me e comprenda la natura viva, scusa il gioco di parole, che in essa è presente. 

In generale che rapporto hai con la Natura?

Stretto, ma non strettissimo, amo più indagare l’animo umano e per tale motivo, presumo, che i soggetti umani mi attirino maggiormente.

Credi che l’ Arte in generale possa aiutare l’ uomo moderno ad avvicinarsi maggiormente ad essa in maniera sana?

Certamente sì, anzi credo si debba avere un senso molto più sviluppato del rispetto della nostra casa. Mi fai venire in mente una mia opera In our hands the world che si ricollega al tema e che raffigura la terra. La chiave di lettura del dipinto che riproduce due mani, una maschile e femminile, che circondano delicatamente la Terra, vi è proprio un richiamo ad un simbolico pragmatismo e sensibilità, che suggerisce l’avere amorevole cura verso il nostro ambiente: la Terra. Ci riporta, nell’intenzione, anche a radici più profonde del nostro animo. Come a dire che insieme possiamo avere cura di noi, degli altri, come in una sorta di abbraccio universale. La Terra è la nostra casa, il cielo è il nostro tetto, l’amore il linguaggio, da tutti comprensibile, attraverso cui agire. Per tornare dunque alla tua domanda, certo che l’arte avvicina alla natura in modo sano, almeno per me è senz’altro uno dei modi privilegiati.

Laura Gorini

Urban Wrecks di Corrado Delfini

Lo Spazio Arte Petrecca  presenta la mostra personale Urban Wrecks di Corrado Delfini, a cura di Gioia Cativa, con il patrocinio del Comune di Isernia.

La giovane organizzazione molisana accoglie l’artista romano nelle sale dello Spazio Cent8anta-Galleria d’arte, cultura e società, nel centro storico di Isernia, con una proposta articolata in due serie: Periferic e Dynamic Forms, visioni delle periferie di Roma da un osservatore privilegiato, che attraversa i passaggi e i cambiamenti storici, ambientali e industriali della società capitolina nei suoi sobborghi. Realtà, queste, nelle quali l’artista vive e lavora. Le opere, alcune di grandi dimensioni, sono state realizzate mediante l’utilizzo di colori acrilici, collanti e smalti industriali. La mostra include un contributo video dal titolo promo-psychedelic urban wrecks & red dynamic forms, di Monica Pirone. La video installazione ritrae Delfini durante la lavorazione delle opere nel suo “spazio-studio”, come lo descrive l’autrice.

L’appuntamento per la vernice d’apertura è previsto per il giorno 12 giugno 2018 alle ore 19:00, in Corso Marcelli 180, Isernia. Le opere saranno esposte dal 12 al 26 giugno 2018. L’autore sarà presente all’inaugurazione per i saluti di benvenuto insieme ai responsabili della mostra dalle ore 19:30. Per le interviste sarà a disposizione dalle ore 18:30.

“Il passaggio dalla serie Spazio Meccanico a questa, chiamata Periferic, racconta un momento di evoluzione nel pensiero e nell’arte di Corrado Delfini, un passaggio quasi obbligato, una deviazione necessaria improntata su nuove riflessioni, su un nuovo modo di vedere e percepire le cose intorno […]. Periferic parte dalla serie Spazio Meccanico e, attraverso un processo di sottrazione lento, subisce un mutamento quasi camaleontico dove la componente astratta trova un giusto spazio ed equilibrio. Viene a cambiare la visione stessa della città industriale e moderna; si percepisce un approccio più romantico e nostalgico e non così duro e deciso della serie precedente; i colori sottolineano questo cambiamento di rotta, passando da scuri e netti a più delicati, più luminosi e meno pesanti. […].” (dal testo Serie Periferic di Gioia Cativa)

“Delfini approda a un terzo step dove la componente meccanica tende a sparire pur mantenendo intatta l’idea della ricostruzione di una città ideale che, composta da segmenti, arriva a diventare un insieme di masse colorate all’interno di un perimetro. Si sperimenta il rapporto che intercorre nell’incontro sia della superficie che degli altri colori […]. Se sia Spazio Meccanico che Perifericpuntavano sull’elemento visivo industriale, Dynamic Forms supera questo confine e si spoglia di ciò che ha caratterizzato, almeno a livello visivo, l’arte di Corrado Delfini; ciò che vediamo elementi informi saturi di colore, linee nere che marcano confini ma che, spesso, non sono sufficienti. Anche qui possiamo parlare di visioni dall’alto di spazi urbani e non, ma Delfini vi toglie la perfetta suddivisione di questi ultimi e “sporca” con colori e linee […]. Possiamo dunque affermare che cambia la disposizione spaziale, astratta e dinamica della composizione ma, alla fine, ciò che rappresenta è la città, nei suoi spazi urbani, agricoli, verdi o industriali. L’analisi che l’artista fa è puntuale e rispecchia una presa di coscienza della realtà attuale. Le aree verdi, ad esempio, rappresentano forse l’1% della superficie, dimostrando una particolare attenzione all’abusivismo edilizio e alle costruzioni selvagge a discapito di polmoni verdi naturali. […]” (dal testo Dynamic Form di Gioia Cativa)

Copertina: Periferic 07, tecnica mista su tela 90×90, 2018, foto @Marino Festuccia

Maggiori info: URBAN WRECKS

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Il genio di Stanley Kubrick

Autoscatto del giovane Stanley Kubrick nel 1949

Stanley Kubrick è considerato uno dei più grandi e geniali cineasti della storia del cinema, candidato tredici volte al Premio Oscar, e vincitore  solo nel 1969 per gli effetti speciali di 2001 Odissea nello spazio.

Le sue riprese rivoluzionarie nel campo cinematografico sono ben note alla maggior parte del pubblico: come non ricordare la scena del piccolo Danny sul  triciclo lungo i labirinti dell’Overlook Hotel nel thriller Shining , che terrorizza ancor oggi a distanza di quasi quarant’anni dalla sua uscita; o il colorito discorso iniziale del Sergente Hartman in Full Metal Jacket?

Ma una cosa che non tutti sanno è che il noto regista americano, naturalizzato britannico, nasce come fotografo.

Che strano il destino. Come successe a Elvis Presley, che ricevette in dono una chitarra  al posto della tanto sognata  bicicletta, al piccolo Stanley, introverso e mai a suo agio con i bambini della scuola altoborghese, a 13 anni gli fu regalata una macchina fotografica.

La sua carriera iniziò con la straordinaria foto di un edicolante rattristato della notizia della morte del Presidente  Roosvelt, che vendette alla nota rivista Look.

Il passo per lanciarsi in quel meraviglioso mondo di immagini fu breve e così iniziò  gli studi artistici di fotografia che però gli rallenteranno parecchio il percorso scolastico.

Grazie ai soldi che guadagnava lavorando come uno dei più giovani fotoreporter di New York  ebbe modo, a soli diciannove anni, di trascorre diverse sere della settimana nella sala di proiezione del Museo of Modern Art (MoMA) a guardare vecchi film e, dopo quattro anni di studio all’accademia di arte cinematografica, si dedicherà ai suoi primi cortometraggi che lo porteranno a essere il grande regista da tutti conosciuto.

In giro per il mondo spesso e volentieri oggi vengono allestite mostre fotografiche di Stanley Kubrick, come è avvenuto a Palazzo Ducale a Genova nel 2013. Sono foto che che coprono il lustro che va dal 1945 al 1950 e che rappresentano scene di vita quotidiana nella “Grande Mela”  stampate direttamente dal Museo della città di New York che ne custodisce un patrimonio di oltre ventimila negativi.

Claude del Gaiso