Intervista all’artista Nicola Salotti

Nicola Salotti, classe 1981, è un artista toscano nato a Barga, in provincia di Lucca. Dopo il diploma presso l’Istituo d’Arte Passaglia di Lucca continua la sua formazione laureandosi in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze con una tesi dal titolo “Antropomorfia”. Dopo la specializzazione in didattica delle Discipline Grafico Pittoriche ottiene una borsa di studio e partecipa al Master di primo livello in Tecniche e Management della Grafica d’Arte, presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 2015 consegue il diploma presso l’associazione ONLUS RC Officina del Contemporaneo di Roma. Attualmente vive a Viareggio dove collabora con il Centro Internazionale della Grafica d’Arte 2RCGAMC diretto da Valter ed Eleonora Rossi.
La cosa che mi ha da subito colpito di questo artista è la profonda sensibilità e le reali esperienze interiori che lo hanno portato a intraprendere un percorso di conoscenza serio e impegnativo, che Nicola rende al pubblico attraverso le sue opere.
Artista complesso e assolutamente in linea con lo spirito del tempo che viviamo.
Parlare con lui equivale a fare un viaggio all’interno dell’universo quantico. Nicola affronta il Caos in modo plastico, mai scontato, creando opere che sfidano l’osservatore, lo costringono a confrontarsi con la propria personale visione della realtà, invitandolo a riconsiderare ciò che viene definito “reale”.
Dalla spietata presa di coscienza della drammaticità del Caos nel quale la condizione umana versa, Nicola si dirige verso la ricerca di un ordine superiore e lo trova, approdando alla geometria e in particolare all’esagono.
Ciao Nicola, ci parli un pò di te? Come mi hai spiegato non ami le definizioni, puoi provare comunque a dirci cosa vuol dire per te essere un’artista e in che modo ti relazioni al pubblico che fruisce delle tue opere?
Artista per me non significa Pittore, non significa Scultore, non significa Grafico né Videomaker né Performer. La tecnica di esecuzione non è per me il mezzo per identificare ciò che è Arte o meno. L’Artista a parer mio deve essere prima di tutto colui che ha delle domande e che le propone agli altri, non per avere delle risposte , l’Artista ha il compito di far riflettere. Solo successivamente deve occuparsi del come, con quale metodo espressivo realizzare al meglio il concetto che vuole trasmettere. O per meglio dire a come far nascere la domanda in chi fruisce.
La figura dell’Artista nei secoli si è ritagliata una sua forma all’interno della società, dal  Rinascimento fino al 1700  Artista era chi si prestava alla glorificazione della cultura europea delle diverse corti signorili, nobili o della Chiesa, nell’800 attraverso un graduale percorso si passa ad una visione bohémienne, dove l’espressività era strettamente legata al tormento personale in un’ottica del ruolo dell’Artista a livello sociale quasi borderline, nel ‘900 si assiste a un graduale cambiamento e l’artista diventa colui che si riappropria della sua dimensione intellettuale cercando di determinare la propria visione e di comunicarla seguendo un ben definito codice espressivo per sganciarsi dall’identità sociale dei secoli precedenti. Attualmente l’Artista per me ha il compito di sondare terreni inconsueti e come ho già detto, porre domande. Così io mi pongo interrogativi sui vari aspetti che circondano la mia realtà e cerco di trasmetterli, in modo di suscitare input in chi incontra il mio lavoro.
Parlare con te è stato molto interessante, soprattutto per le cose che mi hai detto circa le tue intuizioni sulla Coscienza collettiva e sul modo in cui la senti manifestarsi in questo secolo, caratterizzato dalla presenza di internet, vera chiave di volta della contemporaneità. Ci spieghi che cosa è la Coscienza Collettiva e in che modo la rete ci influenza e ci può aiutare ad evolvere come esseri umani?
Partendo dai presupposti della psicologia del profondo dico che il Conscio (Io) non può essere slegato dall’inconscio (Sè). Queste due istanze intrapsichiche si devono poi equilibrare con una terza: le regole dettate della società (Super Io). Il mio concetto di Coscienza si riassume nella Cultura personale che ognuno di noi coltiva. Quindi di conseguenza la Coscienza Collettiva dell’essere umano è la traccia di tutte le esperienze che l’uomo ha effettuato e di cui ha reso noti i risultati; in altre parole la Cultura di un popolo! Nel mondo attuale, dove la società sempre più “liquida” (per il concetto di società liquida si rimanda all’opera lasciata da Zygmunt Bauman, sociologo polacco scomparso lo scorso anno, ndr) si esprime sostanzialmente attraverso il web, assistiamo ad uno sbilanciamento tra queste istanze intrapsichiche a favore della sfera inconscia fatta di pulsioni e di irrazionalità (il trionfo del Caos, ndr). Ora, non che ci sia niente di male in ogni singolo aspetto psichico, ma se esiste uno sbilanciamento a favore di una di queste parti potremmo incontrare qualche problema. Pensiamo ai primi utensili usati dall’uomo, non possiamo negare che una lama abbia sia valore di arma e sia valore di strumento, può essere usata a fin di bene come a fin di male,tutto sta nel come viene percepita dal singolo che la utilizza e da come viene utilizzata dalla stragrande maggioranza. L’utilizzo dello strumento è prima consuetudine poi Cultura e assume connotati benigni o maligni. In sostanza penso che ci sia estremo bisogno di una Cultura sociale digitale diffusa a tutti i livelli sociali, per un educazione ai nuovi utensili di comunicazione, potremmo definirla “educazione connettiva”. Per me la Coscienza Collettiva è l’identità dell’essere umano, la Cultura è l’io, ma non è da dimenticare che c’è anche un Inconscio Collettivo, un Sé profondo fatto della somma di irrazionalità, di intuizione, di zone di luce e di ombra. Oso definirlo come Inconscio Connettivo (parafrasando Jeffrey Deitch) che, se privato del contenuto dell’io, rischia di essere uno strumento pericolosamente sbilanciato sul Sè. La Coscienza Collettiva-Connettiva è ciò di cui abbiamo bisogno, per raggiungere un evoluzione condivisa dell’essere umano. Attraverso la condivisione e la conoscenza dell’altro possiamo aumentare il nostro io in modo da riportare equilibrio. Ecco, la parola chiave è proprio Equilibrio tra le parti! (sinergia tra cultura , regole sociali, e pulsioni profonde).
Personalmente ti riconosco come ricercatore dello spirito e questa cosa ti rende particolarmente interessante. Mi piacerebbe quindi far luce su questo aspetto della tua essenza. Quando ha avuto inizio la tua ricerca e dove ti sta portando? Quali scoperte hai fatto a oggi?
Nasco come pittore figurativo, e i miei studi artistici in Accademia si sono rivolti all’analisi prima Avanguardistica e poi Surrealista di ciò che mi circondava, con buoni risultati si, ma a lungo andare questo approccio si rese noioso. Dal 2008 dopo un particolare evento, un delirio febbrile dovuto ad una trascurata tonsillite, mi sono scontrato con il concetto Junghiano di Inconscio e Archetipo, mi sono reso conto che le porte della percezione si erano aperte e che la Coscienza Individuale e Collettiva potevano essere terreno fertile, dove la mia creatività poteva trovare ampio respiro e nuova linfa. Da qui ho intrapreso una ricerca sulle sensazioni prenatali e mi sono concentrato sul rapporto tra Biologia e Spirito in ottica di astrazione formale. Conseguentemente questa strada artistica mi ha portato ad affrontare le tematiche che legano l’Arte con la Scienza con un’attenzione all’Olismo. Da questi miei studi mi sono accorto che la visione Olistica del mondo non solo è terreno fertile per la mia creatività ma è anche la soluzione per risolvere molte problematiche che affliggono la nostra società. L’Equilibrio sostanzialmente è la centralità delle mie scoperte.
Che cosa ti lega alla corrente artistica del surrealismo? E al postumanesimo?
Sicuramente l’aspetto sull’indagine Surrealista dell’irrazionale è uno dei motivi principali che mi legano a questa corrente artistica, nell’ avanguardia storica del Surrealismo veniva indagato l’automatismo psichico come unica fonte di ispirazione capace di trovare la vera essenza dell’irrazionalità, data dagli impulsi elettrici biologici del cervello umano, per rivoluzionare la comunicazione tra i soggetti, attraverso l’analisi della banalità, dell’esoterismo, dell’immaginazione con occhio sempre vigile alla politica e alla critica del costume e della società. Questi aspetti mi hanno portato a pensare come nell’era contemporanea la comunicazione attraverso i social network e il web in senso più esteso ha trovato notevoli rivoluzioni di forma e di sostanza. Il pensiero, dagli impulsi elettrici che prima erano veicolati esclusivamente a livello biologico, si ritrova a confrontarsi con i suoi alter ego digitali, ponendoci così una dualità di impulsi veicolatori di contenuti, di conoscenze e coscienze. Il collegamento alla filosofia Post-Human è stato consequenziale. Anche se in modo alternativo alla classica visione dell’arte post umana che fin ora si è concentrata esclusivamente ad analizzare l’aspetto fisico del problema evolutivo umano attraverso la modifica corporea o l’ibridazione genetica. Personalmente sono interessato alla sfera interiore di questa “evoluzione”, dettata dalle nuove tecnologie di comunicazione e a come queste possano influenzare il rapporto tra inconscio analogico e inconscio digitale (o connettivo). Da queste mie considerazioni è nato un Libro d’Artista dal titolo I.O. Input Output, in cui affronto l’argomento attraverso l’aspetto visivo, testuale e tattile. In sintesi al Surrealismo mi approccio per la dinamica della formulazione dell’ ispirazione, e guardo al Postumanesimo come obbiettivo, come il nuovo orizzonte della definizione del concetto di io.
 A cosa stai lavorando in questo momento?
Attualmente sto affrontando tematiche legate alla visione Olistica della realtà e alla relazione tra Meccanica Quantistica e le Filosofie Orientali alle forme archetipiche che si riscontrano Macroscopicamente e Microscopicamente nella realtà che ci circonda, e alla forza di Coesione.
Da qui sono nati progetti come :
“Entanglement”dove affronto il concetto di groviglio quantico.
“Exagonum” dove analizzo la forma archetipica dell’esagono che si riscontra in conformazioni sia cosmologiche che microscopiche.
“Mater Nera” che ha come soggetto la Materia Oscura dell’universo.
 “Olos Choaesionis” che indaga le tematiche sulla forza di coesione sia al livello Fisico che Spirituale.
Puoi mandare un messaggio al pubblico di Pink che ti sta leggendo, cosa dici?
Cito testualmente un autore che mi sta molto a cuore per congedarmi dai lettori di Pink: “Vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico, tenere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità in un’ora.” William Blake.
Paola Marchi
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ANTIGONE il film al Macro Asilo di Roma      

Partecipazione ed emozione per la presentazione ufficiale del nuovo Progetto cinematografico e artistico di Carlo Benso

 

Non è qui il mio posto.

Il mio amore, qui, non ha senso.

È peccato, è crimine, è follia.

Geme, sospira, si indigna, si protende forte anche se devastata, verso il futuro e verso una speranza di libertà. Questa la rivoluzione nelle scene, nelle parole di Antigone Il Film, interpretate con grazia e potenza dall’attrice Désirée Giorgetti, protagonista del teaser del film realizzato a settembre 2018. Il lungometraggio vero e proprio èin fase di pre produzione. Presentato ieri al Macro Asilo diretto da Giorgio De Finis, anche il progetto Antigone Il Film è un “asilo”, una factory, una fucina di arti che insieme stanno costruendo un grande  work in progress in cui si sposano, amano e lottano, dialogano e infine uniscono in amplesso di energie propositive la video art, la computer grafica, la pittura analogica, la performance, la scrittura cinematografica, la messa in scena teatrale, il reportage e così via…

ANTIGONE IL FILM, sarà un’inedita trasposizione cinematografica della famosa tragedia greca di Sofocle. Non semplicemente un film, ma un’opera filmica complessa e al contempo semplice, di fortissimo impatto visivo, che, tramite il mito di Antigone, vuole raccontare una vicenda di bruciante, spietata attualitàtrasmettendosi al pubblico attraverso una sorprendente forma visiva e narrativa.

Animata dalla stessa forza con cui al Macro, coordinati da Benso, Lara Pacilio, Corrado Delfini, Claudia Quintieri, Valentina Calvani e Fabiana Iacolucci, Ruben Lagattolla, hanno narrato un percorso di amore lacerato, morte iniqua, guerra ingiustificabile, rivoluzione per i diritti umani, coraggio (non solo) femminile, rispetto della vita, in un atto collettivo e sinestetico di sua celebrazione originale. La sposa donna sorella attivista Antigone disseppellìta e ricomposta, gettata tra le macerie e risorta tra le ceneri di un mondo che puòe deve cambiare, illuminarsi di nuovo. Gli artisti sono stati diretti protagonisti insieme alla splendida Désirée Giorgetti, in un evento partecipato da un afflusso inatteso di fruitori, in un Macro affollatissimo e palpitante.

L’evento è stato armonizzato dalla presenza dei musicisti Luca Cipriano e Pasquale Citera e dal regista e autore Carlo Benso, con la sua squadra artistico tecnica, Sarah Panatta, Francesco Spagnoletti, Luigi Buccarello, Grazia Solimine e l’ufficio comunicazione e logistica Donal Cantonetti, Antonio Bande, Riccardo Borgia. Indispensabile il supporto dello stilista Emilio Ricci, e del costumista Andrea Di Calisto, come pure di Armando Guidoni e dell’Associazione Culturale Controluce e di Massimo e del suo Strit Fud. Ed è sulla strada, in viaggio, che Antigone vive e vivrà, tra Lazio, Molise, Calabria e altri territori alla ricerca di locations e nuove avventure, collaborazioni, scenari.

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Teaser ANTIGONE:

Soggetto e regia Carlo Benso

Cast Désirée Giorgetti

Fotografia Manolo Cinti

Assistente Francesco Spagnoletti

Trucco Carlotta Michela Genta

Costumi Andrea Di Calisto per Emilio Ricci Luxury

Postproduzione ed effetti visivi Lino Strangis

Supporto tecnico Francesco Spagnoletti

Produzione esecutiva Sarah Panatta

Prodotto da Movie Factory

Sostenuto da Associazione Culturale Controluce, Emilio Ricci Group, Strit Fud

Video di Claudia Quintieri “Un cervello tra le anime”:

Regia e testo Claudia Quintieri

Montaggio effetti speciali e musica Lino Strangis

Voce Giulia Ripandelli

Performance Lara Pacilio “I versi della Rivoluzione”:

Soggetto e regia Lara Pacilio

Performer Lara Pacilio

Musiche di Luca Cipriano e Pasquale Citera

Video di Lara Pacilio “Mutter”

Soggetto, regia, scenografia Lara Pacilio

Performer Valentina D’Angelo

Riprese e fotografia Roberto Mariotti

Postproduzione Gianluca Spinuso

Musiche Luca Nostro

Video di Valentina Calvani e Fabiana Iacolucci “Ombre di guerra”

IACA STUDIO

In esposizione opere materiche di Fabiana Iacolucci “Tracce di guerra”

Videoreportage di Ruben Lagattolla

Ufficio Comunicazione ANTIGONE IL FILM

Ringraziamenti Speciali agli amici, artisti e colleghi: Francesco Spagnoletti, Luigi Buccarello, Toni Garrani, Armando Guidoni, Gennaro Petrecca, Gioia Cativa, Antonella Pietrangelo, Emanuela Lucchetti, Cinzia Giorgio, Paola Marchi, Donal Cantonetti, Gaetano Ingala, Antonio Bande, Riccardo Borgia, David Di Castro.

Media Partner

Pink Magazine Italia, controluce.it, Centraldocinema, Cineclandestino, Lumiere e i suoi fratelli, Uomo&Manager

Main Partners dellevento ANTIGONE – IL FILM al MACRO ASILO

Associazione Culturale Controluce e il Dott. Armando Guidoni

Emilio Ricci Group – Moda Eco Sostenibile – Strit Fud

La leggenda di Paganini a Grosseto

La leggenda Paganini sul palcoscenico del Centro Militare Veterinario di Grosseto

Secondo appuntamento musicale per La Voce di ogni Strumento, la rassegna diretta da Gloria Mazzi, che torna domenica 18 novembre alle ore 17.30al Centro Militare Veterinario a Grosseto con La leggenda Paganini.

Il violinista Davide Alogna, il chitarrista Giulio Tampalini e l’attore Paolo Sassanelli faranno rivivere la “leggenda Paganini” sul palcoscenico del Ce.Mi.Vet. attraverso uno spettacolo in cui la musica si intreccerà alla narrazione dell’intensa vita del celebre compositore e violinista Niccolò Paganini. I grandi capolavori del compositore genovese, i Capricci per violino solo, la Sonata Concertata per violino e chitarra, Ghiribizzi e le Variazioni sul Carnevale di Venezia per chitarra, il celebre Cantabile in Re maggiore, la prima Sonata per violino e chitarra dal “Centone” e il guizzo inconfondibile della “Campanella”, si alterneranno nell’interpretazione di Alogna e Tampalini, alla voce recitante di Paolo Sassanelli, che firma anche la regia dello spettacolo, su testi di Biancamaria Melasecchi e Filippo Michelangeli.

Proprio a Filippo Michelangeli, giornalista, editore, a sua volta musicista, si deve l’idea della leggenda Paganini. Protagonista di una biografia umana e artistica densa di eventi speciali, personalità eclettica ed eccentrica, Niccolò Paganini non ha faticato a divenire una leggenda vivente già per il suo tempo. Idolo delle folle, amatissimo dalle donne, acclamato per le sue straordinarie abilità strumentali, il violinista è una sorta di pop star la cui ascesa nel mondo musicale a lui coevo è fulminea e abbagliante per tutti coloro che entrano in contatto con la sua figura talentuosa e carismatica. La leggenda Paganini racconta proprio questa storia e lo fa attraverso un canovaccio in cui le parole sono strettamente connesse alle splendide composizioni di Paganini.

Filippo Michelangeli così descrive l’ideazione e la realizzazione de La leggenda Paganini: “Una storia così romantica ha abbastanza elementi per prestarsi ad essere messa in scena e così ho trovato una persona bravissima che ha scritto un copione a 6 mani con me e Sassanelli, Bianca Melasecchi, che, documentandosi, è riuscita a cogliere un aspetto spettacolare e poetico per poter intrattenere il pubblico. Il pezzo teatrale interseca il racconto musicale attraverso l’ottimo attore Paolo Sassanelli. Mi emoziona molto vedere il pubblico finale che si avvicina conoscendo della spettacolare storia di Paganini quello che conoscono i musicisti, praticamente niente. Noi musicisti colti abbiamo sempre snobbato Paganini, ritenendolo un compositore minore. Ha scritto fondamentalmente solo per violino, per chitarra, non ha scritto per pianoforte. È impressionante vedere come dopo poche scene dello spettacolo il pubblico si emozioni e si appassioni all’uomo Paganini e all’impareggiabile virtuoso e compositore. È uno spettacolo facilissimo da vedere e infatti sta avendo molto successo.”

A rendere giustizia alla musica di Paganini e a evocarne la presenza in scena sono due grandi virtuosi dei rispettivi strumenti. Il violinista Davide Alogna si esibisce regolarmente da solista nelle più importanti sale da concerto di tutto il mondo e suona da solista con prestigiose orchestre.

Premiato in diversi concorsi nazionali e internazionali, ha registrato diversi cd da solista. Il chitarrista Giulio Tampalini è oggi uno dei più conosciuti e carismatici chitarristi classici europei. Vincitore del Premio delle Arti e della Cultura nel 2014, oltre 25 dischi solistici all’attivo, si è imposto in alcuni dei maggiori concorsi di chitarra. Tiene concerti sia da solista che accompagnato da orchestre sinfoniche in tutto il mondo. Tra i numerosi dischi che ha pubblicato, moti hanno ottenuto consensi unanimi e premi della critica. L’attore Paolo Sassanelli non ha bisogno di presentazioni, con la sua lunga e felice carriera teatrale, televisiva e cinematografica che lo ha visto protagonista di numerose produzioni.

La leggenda Paganini è un altro evento del festival La Voce di ogni Strumento selezionato dalla direzione artistica di Gloria Mazzi e realizzato con il patrocinio e la collaborazione del Ministero della Difesa, la Provincia di Grosseto, il Comune di Grosseto, la Proloco di Grosseto, il Savoia Cavalleria, il Centro Militare Veterinario, il 4°Stormo Caccia Intercettori, il Lions Club Grosseto Aldobrandeschi, il Pasfa, Soroptimist, AscomConfConfcommercio, la Camera di Commercio Maremma e Tirreno, la Fondazione Grosseto Cultura e Agimus.

Ingresso a offerta liberail cui ricavato sarà in parte devoluto alle associazioni AISM, AVIS, ADMO, La Farfalla e AIPAMM.

Prenotazione obbligatoria: on line www.lavocediognistrumento.it

mob: 339 7960148

e-mail: lavocediognistrumento@gmail.com

 Ufficio stampa

Madia Mauro

 

Il sorriso della sirena. Intervista a Selma Sevenhuijsen

Il Sorriso della Sirena (Alla ricerca della Dea nel labirinto etrusco)
I libri sono magici perchè ci donano un’esperienza, basta saperla cogliere. Il Sorriso della Sirena è arrivato di sera, silenziosamente come si addice a una vera sirena e mi si è istantaneamente piazzato sul letto. Abbiamo dormito insieme e la mattina dopo siamo usciti verso il duomo e l’ho aperto. In realtà lo avevo aperto prima, alla sera, appena è arrivato e la prima immagine è una foto che rappresenta l’ingresso a un luogo. Le pareti coperte di muschio verde, molte croci e poi un volto di pietra, che mi guarda e io lo vedo che mi guarda. È un guardiano, si capisce dall’espressione annoiata dell’occhio, l’unico occhio perché l’altro ha la forma di una vagina… e quindi capisco che qualcosa legato a Gea, lì c’è, e mostra un’uscita.
Questa foto mi parla, non c’è dubbio ed è la prima impressione ricevuta dal libro, meglio dormirci su…
La mattina dopo, munita di matita e temperino, vado a studiare sotto il cedro del libano accanto al Duomo di Barga, il luogo dove io e l’autrice, Selma Sevenhuijsen, abbiamo vissuto momenti di grande compartecipazione a qualcosa di decisamente interessante; aprendo nuovamente a caso il libro, questa volta però verso la fine, becco il ritorno a casa e trovo delle riflessioni che mi fan capire che le sirene esistono e si muovono nei flutti di un oceano simbolico che ha delle correnti e Selma è entrata in una corrente che sa di fresco, di nord ed è protetta dal Sacro. Mi colpisce l’amore col quale soffre ciò che noi italiani sembriamo non sentire per una forma di calore interno che da sempre ci pervade; sento un dolore composto (tipico di chi ha compreso e sa reagire) di fronte al crollo del Sacro, di una parte del Sacro, che il nostro paese custodisce a dispetto dei continui attacchi da parte di un’inconsapevolezza della quale nessuno ha colpa. Il Karma di un popolo è affar serio.
A questo punto vado a vedere l’indice, intanto è sera e sono a far cena, ma il libro mi sta a una distanza massima di un metro, sempre; comincio a sospettare che esista una legge di attrazione. Leggo.
La culla della sirena. E mi viene un colpo allo stomaco, vado avanti e trovo lui, Michele, devo vedere cosa dice su Michele; mi ci ritrovo totalmente. E qui capisco perché il libro mi si è letteralmente appiccicato addosso, i libri sono magici e seguono altre leggi… e allora mi lascio guidare dal libro e faccio velocemente cena, sistemo tutto e mi rimetto a leggere.
Vado subito alla culla a riposarmi e mi trovo a casa, saluto la Dea Serpente che mi ha nutrita in modo cosmico, Sheila-na-Gig che l’ho dipinta in forma di cariatide del Tempio Isideo e la vedo spesso, e quando la vedo non manco mai di riconoscerla… rispondo al saluto di Verena (che mi porta echi affascinanti da Zurigo), ha i capelli e un volto che potrebbe averli fatti Frida Kahlo, poi arrivo alla Menade etrusca e riconosco il matriarcato…e mi viene in mente Teodora (per il copricapo che la adorna e la rende regina), che la amo da secoli…e poi ecco Lei: Inanna, e niente: “Io sono la prima e l’ultima” e mi parte l’inno a Iside, in quel momento l’esaltazione è al TOP e amo Selma perché è veramente una Sorella.
Dopo questo mi posso considerare “presa” e vado al dessert. Maria nei panni della sirena? E la trovo, Lei, la discepola preferita. Gesù la baciava spesso sulla bocca, lo dice Filippo ma non è molto famoso il suo vangelo (gnostico, quindi decisamente ostico). Mi fermo qui, perchè il resto del libro me lo vivo da sola e invito tutti coloro che in qualche modo sentono interesse verso la causa di Gea, in senso di sacralizzare il nostro pianeta ormai alla fine, di dare una “sbirciatina” al libro di Selma… a volte il risveglio può anche necessitare di un aiuto dal Nord.

Selma, ci parli un po’ di te? Chi è Selma Sevenhuijsen?
Sul mio sito mi definisco ricercatrice, scrittrice, viaggiatrice e “lavoratrice” spirituale.
Dopo una carriera come professoressa all’Università di Amsterdam e di Utrecht, dove ricoprivo la cattedra nelle materie di Studio della Donna e Etica della cura, ho iniziato il mio personale percorso di ricerca. Ho trovato il Labirinto come sentiero spirituale (un viaggio verso il Sè) e ho organizzato eventi con questo ricco simbolo, in Olanda (dove lo insegno all’istituo junghiano) e anche in altri paesi. È stata la mia curiosità per la storia del Labirinto e per la Sirena bicaudata a condurmi in Italia, nelle terre degli Etruschi. Ho vissuto in queste terre per dieci anni e ancora faccio da guida a gruppi che si addentrano in questo immenso paesaggio sacro. L’Italia mi chiama, sono una nomade. Ogni primavera ed estate scendo verso il Lago di Bolsena, che è la zona del mio cuore… ma da qualche anno ci sono anche Canossa e Barga. Dentro di me c’è un pò di tutto, mistica e ricercatrice. Prendo ispirazione dai miei sogni, che mi dicono dove andare e cosa fare, i messaggi che arrivano, vengono da un inconscio collettivo che ci accomuna tutti, indipendentemente dal tempo in cui viviamo. In Olanda frequento una chiesa ecumenica, in Italia incontro la Dea, ma anche le energie potenti di antichi luoghi sacri e le pievi medievali. Ho ricevuto tutte le iniziazioni del sentiero andino in Italia, Olanda e Perù. Ho imparato a lavorare con le energie in modo pratico leggero e gioioso. Ho compreso in profondità le diverse fasi del sentiero, i passaggi difficili della crescita che è sempre spirituale. Sono madre di due figli e nonna di tre nipoti.
Mi piacerebbe fare un’intervista notturna quindi mi permetto di chiederti, se vuoi, di raccontare qualcosa sul tuo incontro con la figura di Matilde di Canossa, quello che vuoi tu.
Notturna? Infatti. Matilde mi è arrivata dallo stato di sonno, già… cioè è arrivata nei miei sogni. Durante la mia permanenza a Bolsena l’ho incontrata come Granduchessa di Toscana e alleata di Papa Gregorio VII, nato a Sovana, dove ho abitato per molti anni. Nel 2011 ho scoperto una sirena bicaudata sopra la sua tomba in San Pietro a Roma. Un anno dopo mi è apparsa in sogno e mi ha comunicato che era arrivato il momento di andare in un viaggio di scoperta delle sue tracce, in Italia, da Mantova a Roma. È diventato un viaggio magico… in forte connessione con la sua Anima. Ho ricevuto dei doni preziosi, che tengo per me.
Nel 2016, al seicesimo anno dalla sua morte, ho deciso di renderle omaggio con un libro e ho pubblicato “Regina del Vaticano” e ho costruito un labirinto a forma di cuore sotto il suo castello, a Canossa. Questa avventura ha cambiato la mia vita in modo ancora più profondo.
Il tuo ultimo libro Il sorriso della Sirena (edito da Edizioni Effigi), riporta in copertina la scritta “Alla ricerca della Dea nel Labirinto etrusco”, una frase molto affascinante ed evocativa. Ci dici qualcosa in merito? Che Dea hai trovato nel labirinto etrusco? Perchè il Labirinto? E perchè etrusco?
Buona domanda, la risposta non è semplice. Per la cultura etrusca il labirinto era luogo e simbolo della connessione con Madre Terra e del suo sacro matrimonio con il Dio del Cielo. Il labirinto sanciva i luoghi di unione, radicato nella concezione della Terra come essere vivente e sacro nel suo aspetto sotterraneo.Tutta la zona adiacente al Lago di Bolsena ha una carica di sacro molto potente. Altari, vie cave, resti di templi, rendono la zona ricca di suggestioni assolutamente indispendsabili a chi cerca di vivere lo Spirito di un Luogo nella sua manifestazione più alta. La Dea qui è Norzia/Voltumna, che presiede alle acque, alla fertilità, al ciclo della vita (nascita/morte/rinascita), al fato… È la Madre del popolo etrusco è la protettrice delle dinastie di regine, sacerdotesse e profetesse. È la guardiana delle porte dei solstizi, insieme al suo compagno maschio, conosciuto come Velth e Iano. In questo la cultura etrusca costituisce un esempio sempre valido di cooperazione tra energie maschili e femminili per garantire l’equilibrio del pianeta su cui tutti viviamo.
Personalmente ho trovato il tuo libro prezioso, perchè contiene chiavi di riflessione importanti, ci vuoi svelare qualcosa?
Camminare per le vie cave è un’esperienza di passaggio dal buio verso la luce… comprendere che la morte non è la fine ma solo una tappa del viaggio, mi pare che possa essere interessante come esperienza. Sul lago di Bolsena, ho visto l’alba del solstizio in grotta… si apre una porta di luce dentro la Terra, è bellissimo, dopo vedi il mondo con altri occhi. Il Duomo di Barga è al centro di un portale cosmico e si sente forte e chiaro. Ce ne sono così tante di cose, che viene da urlare alle persone di iniziare a muoversi cercando stimoli più sani.
Adesso arriva la domanda d’obbligo: ci parli della tua esperienza con il simbolo del serpente? Come lo interpreti? Dove lo hai trovato?
L’ho trovato tra le mani della Dea Arianna, ma anche in quelle delle sacerdotesse etrusche, dove faceva il guardiano di un altare. Lo interpreto come simbolo di saggezza della Terra e, raddoppiato, come simbolo dell’energia curativa chiamata kundalini (basta pensare al simbolo delle farmacie).
Facciamo un gioco. Puoi rivolgerti al pubblico di Pink e fare un appello, cosa dici?
Connettersi con la propria ombra per integrarla invece di evitarla o combatterla. Rivalutare il femminile nella propria vita, nella propria cultura e nella propria spiritualità. Cercare il sentiero che conduce all’unione degli opposti in se stessi. Rivalutare la sacralità della Madre Terra, che nutre noi tutti. Auguro a tutti di intraprendere un sentiero di Integrazione, Luce e Amore.
Paola Marchi

Mefisto Funk

Mefisto Funk è un film elettronico girato per la maggior parte nelle terre toscane della Garfagnana, la valle “del bello e del buono” di pascoliana memoria.
Girato anche in uno dei luoghi di maggior fascino dell’Alta Versilia, e precisamente nelle cave di marmo dismesse che si trovano sulla strada che connette Castelnuovo di Garfagnana a Massa. È girato anche negli studi milanesi di Metamorphosis, fondata nel 1983 da Marco Poma, Momi Modenato e Andrea Gianotti.
Una fucina di creatività e lavoro, una realtà milanese molto attiva da sempre, sia in Italia che all’estero.
Mefisto Funk è stato riproiettato in un paese del parco delle Alpi Apuane, precisamente a Fabbriche di Vallico, nell’agriturismo “I Romiti”, che sorge su una chiesa del mille e cento, con catacombe e resti di mura romane. Un luogo pieno di fascino, che esiste grazie alla sensibilità genuina del genius loci che ha capito le intenzioni del proprietario, l’artista londinese Steven Newell, e le ha assecondate, dimostrando di possedere intelligenza e sana apertura culturale, uno di quei posti dove stranamente le persone ridono di un sorriso felice, sano.
È con questo spirito che ho assistito a una cerimonia vera, che mi ha emozionata e sono stata grata di esserlo. Marco Poma infatti è stato insignito della cittadinanza onoraria dal sindaco Michele Giannini in tricolore, e aveva un senso profondo e sentito.
Mefisto Funk è un grande film, da laureata in Storia e Critica del cinema, mi sento di poter esprimere un giudizio con cognizione quanto meno universitaria. Invece da parte di appassionata del genere, posso dire che è una “figata”!
Un film elettronico che parla di Mefisto, una riproposta del Faust di Goethe in chiave sperimentale che non delude. A partire dal ritmo…
La figura di Marco non può essere scissa da questo film, perché l’arte si sente, ha un odore diverso che può anche non piacere, è lì che la riconosci e inizi a interessarti… e allora ascolti cosa ha da dire e lì rischi di avere una presa di coscienza, perché Mefisto Funk parla dello Spirito del Tempo che viviamo; ora il problema, se vogliamo parlare di problema, è che è stato girato nel 1979; allora i casi son tre: o lui era avanti, o noi siamo indietro, o ha raggiunto qualcosa al di fuori da queste due prime opzioni…
In effetti, quando è arrivata la scena della matrice ho sobbalzato, per un attimo il mio cervello mi ha riproposto l’immagine di Matrix, con il nero con gli occhiali e le due pastiglie in mano e poi mi son detta: “Ma Marco non poteva averla vista questa scena perché l’han girata dopo”.
Ci si domanda con lo sguardo e siamo nell’era dell’immagine. Mefisto chiede a Simone di scegliere “cosa preferisce”, guardare senza essere guardato o guardare ed essere guardato?, una domanda affascinante e pertinente, anche per noi che viviamo nel mondo dei selfie.
Un Matrix ante litteram, che mi parla di equatore della fisica e dell’infinità dell’attimo e del silenzio della parola… rompicapi interessanti, infatti nella stanza dei bottoni c’è un personaggio che mi ha ricordato il joker.
Un film elettronico, girato in studio
Questa è una grande pellicola, che mi straconvince, che mi fa anche incazzare e che a volte mi parla. Secondo me è un film vivo.
Sapete perché Mefisto si manifesta a Simone vestito da uomo? Perché come donna lo avrebbero riconosciuto subito…
Questa è un’affermazione sapienziale.
Secondo me questo film è degno della storia del cinema in Italia, e io in queste cose sono argutissima, infatti anche per la tesi feci una scoperta interessante… una chicca per cultori della materia.

Paola Marchi

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Antigone al Macro di Roma


MACRO 17 novembre 2018 – h. 17
ANTIGONE FILM – Le arti, il mito, il cinema, per un viaggio nelle emozioni e nelle libertà umane e femminili
“Non è qui il mio posto.
Il mio amore qui non ha senso,
è peccato, è crimine, è follia.”
La Movie Factory presenta ANTIGONE il nuovo film di Carlo Benso. In occasione dell’uscita ufficiale del teaser del film, attualmente in fase di pre produzione, nella location dell’arte libera tot court, il MACRO ASILO di Roma, ANTIGONE si fa evento d’arte partecipata, coinvolgimento dei sensi in uno svelamento emozionale, visivo, polisensoriale, delle innumerevoli sfaccettature dell’amore e della libertà. Attraverso la figura iconica di Antigone stessa, che sarà interpretata e “vista” ma anche fatta vedere, nelle performance, nelle video art, nelle musiche, nei gesti attoriali, nelle parole.

Antigone, tra mito, realtà, speranza. Se è un mito, appunto, “come ogni mito è inesauribile per provocazione e saggezza, per amore e dannazione. Un mito che percorre le epoche della storia umana rimanendo sempre attuale e vivo in ogni presente. Il suo mistero contiene il nostro mistero, e da ogni punto lo si voglia guardare sembra riflettere una condizione esistenziale e umana tanto vasta che è impossibile non caderci dentro… Antigone va oltre la legge che divide, per una legge nascosta in ogni persona, la legge dell’amore. Tanto individuale il suo gesto quanto universale.” (note del regista).

 

Durante la serata evento, alla presenza della protagonista del teaser e del futuro film, Désirée Giorgetti, del regista a autore Carlo Benso e del cast artistico e tecnico del film, sarà raccontata genesi e volontà di un’opera che unisce in modo armonico, sinergico e originale tutte le arti; sarà anche raccontato il progetto intero, che vorrà coinvolgere i territori in cui sarà girato per creare veri e propri laboratori vivi di cinema, per il presente e per il futuro.
Nel corso dell’evento si esibiranno in performance tra amore, vita, morte, scontro sociale, danza, pittura, distrizione e creazione, mente e spirito, gli artisti Lara Pacilio, Corrado Delfini e Claudia Quintieri.

Intervista al poeta Giulio Di Fonzo

Giulio Di Fonzo, poeta romano, insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’università di Tor Vergata. Ha pubblicato importanti saggi sulla poesia dell’Ottocento, in particolare su Foscolo e Leopardi. Di Fonzo però è soprattutto conosciuto come uno dei maggiori studiosi dell’opera poetica di Sandro Penna; è stato lui, infatti, il primo critico che ha dedicato al poeta umbro un’intera monografia. Durante la sua carriera accademica si è anche occupato diffusamente dello studio della poesia del Novecento, in particolare di d’Annunzio, Ungaretti, Montale.

Oggi lo abbiamo intervistato nella sua casa romana, nell’antico quartiere di San Giovanni; un’abitazione posta proprio davanti le mura latine e il campanile di San Giovanni a Porta Latina: posizione strategica che in parte svela la fonte poetica classica di Di Fonzo.

Poesie 1992-2018, la raccolta che sta per essere pubblicata dalle Edizioni Croce, saluta un traguardo d’arrivo della sua produzione poetica o un nuovo inizio?

Il libro segna senz’altro un traguardo d’arrivo, perché raccoglie la mia produzione lirica finora apparsa. Nella raccolta ho potuto rivedere, mutare, migliorare e inserire nuovi testi. Ma spero sia anche lo stimolo per un nuovo inizio. In quest’ultimo periodo ho lavoro a lungo su delle nuove liriche che spero di inserire presto in una nuova raccolta.

Quando il suo amore per la poesia si è trasformato in scrittura?

Ho cominciato a scrivere intorno ai vent’anni. Sono partito quasi sempre da esperienze, contemplazioni e fantasie vissute. Sono un poeta molto autobiografico. Ma certo hanno contato molto anche le scoperte, gli amori letterari che si sono susseguiti negli anni.

Qual è il fil rouge che lega le poesie di questa raccolta?

La prima produzione è molto diversa dalla seconda. Le prime sono poesie legate alla visione della natura, hanno una leggerezza e sottigliezza percettiva nelle descrizioni, negli effetti di luce, nel paesaggio. E molte sono poesie d’amore intense e delicate. C’è in tutte una cura estrema della forma. Le cito qualche felice clausola: l’onda del mare «lattescente e rosea lenta lambisce | le fioche orme del mio vano andare». O ancora: «Fuori del lago lungo fitte siepi | non so se farfalle o petali di fiori». Nella seconda produzione invece cresce il tono doloroso, in risentite, a volte violente immagini drammatiche. Ho subito in quegli anni l’influsso della grande prosa di Gadda e il fuoco della poesia di Amelia Rosselli. Un motivo nuovo è l’attenzione ai drammi antichi e nuovi della storia. Ho notato infine, rileggendomi, come in alcune poesie la visività sfumi in visionarietà. La continuità tra le raccolte risiede nella fascinazione della natura, nei motivi dell’amore e del tempo.

Al pari della pittura e della scultura, scrivere poesie è una vera e grande arte. Quali sono i suoi strumenti del mestiere? Quali i “criteri guida” del suo metodo? È solo ispirazione o dietro si nasconde un duro e lungo labor limae?

Credo ancora, come Saba, nell’ispirazione, che è ovviamente un dato psichico, l’urgenza interna di esprimere un moto dell’animo o una percezione. Contemporaneamente si lavora sulla parola, sul ritmo e il tessuto fonico del verso.

Quanto c’è di autobiografico nei suoi versi?

Quasi tutto è autobiografico, nel senso che nasce da sentimenti, sensazioni, contemplazioni vissute.

La sua poesia procede per immagini, e, colte nella loro essenza più profonda, vanno a stimolare tutti e cinque i nostri sensi. Ecco: è questo il suo intento, emozionare, o con la poesia intende soddisfare in primis un suo narcisismo?

No, non parlerei di narcisismo. La mia è una poesia che procede per immagini, nitide messe a fuoco dei dati sensoriali. La poesia quando riesce nel suo intento è forse la suprema delle arti, perché si rivolge a tutte le facoltà mentali – è pittura, pensiero e musica fusi assieme. Spero di esservi riuscito qualche volta.

Se posso azzardare, nei suoi versi v’è una ricercatezza disarmante, ricercatezza che a tratti pare rievocare atmosfere crepuscolari, ma soprattutto la purezza e la soave musicalità di Pascoli («Non ha sussurro il mare…»). E ancora, mi è sembrato che i suoi versi possiedano una cultura inesauribile. Per esempio, nei chicchi di melograno che fiammeggiano ho percepito echi dickinsoniani e nelle liriche d’amore ho pensato di riconoscere le voci dei poeti romantici inglesi… È possibile? O queste sono corrispondenze che si instaurano tra il lettore e il testo poetico?

Non parlerei di atmosfere crepuscolari né pascoliane. Anche se amo molte liriche di Pascoli, un grande poeta, per quanto diseguale, capace di mirabili capolavori. Mi riferisco nella fattispecie, fra le altre, a “L’assiuolo”, “Novembre”, “Il gelsomino notturno”. Inoltre ho senz’altro una viva passione per i versi di Keats e della Dickinson, può darsi che abbiano lasciato qualche traccia nella mia poesia.

Alcune poesie assai crude, a tratti feroci, rievocano i mondi inaccessibili della poetessa Amelia Rosselli o l’immediatezza di Ungaretti, altri invece, più classicheggianti, ricordano i versi di Petrarca o di d’Annunzio. In questo senso, vi sono citazioni consapevoli o simili accostamenti sono da ritenersi degli azzardi?

Sì, nei miei testi vi sono echi e citazioni consapevoli, da Petrarca e Leopardi, a Gadda e Montale. Servono a impreziosire la poesia o a esprimere meglio di quanto potrei un pensiero o un’immagine.

Ci sono autori che sentiamo a noi particolarmente vicini. Una cosa del genere a Lei è accaduta con la poesia di Sandro Penna? Che cosa Le ha fatto decidere di dedicarsi a questo poeta del Novecento che difficilmente troviamo citato nelle antologie di scuola e che Pasolini aveva notato e sostenuto?

Ho studiato la poesia di Penna perché lo ritenevo e lo ritengo un grande poeta. Debbo la sua scoperta a un bellissimo articolo di Natalia Ginzburg. Mi sorprese la delicatezza e la limpidezza dei versi, e nella purezza una grande intensità espressiva. Giovanissimo pubblicai il saggio La luce e il silenzio e poco più tardi un denso articolo sulla rivista letteraria «Alfabeta» che riassumeva alcune delle idee principali del libro.

Quanta influenza ha avuto la produzione lirica del poeta umbro sulla sua vita artistica e/o personale? Alcune sue poesie, specie le più brevi, quelle dolci e “spontanee”, ricordano tanto Penna. Non è così?

Sì, alcune poesie brevi e delicate possono ricordare Penna. Ma devo l’amore per la poesia breve e la concisione epigrammatica soprattutto allo studio della lirica greca e latina e, più tardi, di quella orientale (Bashò, Li Po, Hafiz).

Da Mimnermo a oggi, l’uomo non ha mai smesso di porsi grandi domande. I poeti continuano a interrogarsi sulla vanità dell’uomo, sullo scorrere inesorabile del tempo. Il poeta di oggi che quesiti si pone? I grandi dubbi sono immutabili o oggi il ruolo del poeta è cambiato?

Credo che i grandi interrogativi sull’esistenza siano perenni. Le domande che il pastore errante pone alla luna nel “Canto notturno” leopardiano, sono le eterne domande che ogni uomo dotato di ragione si pone. Non credo perciò che il ruolo del poeta sia cambiato. Mi interessa tuttavia anche quando si apre ai fatti del mondo, uscendo dal proprio egocentrismo verso i problemi della società, come hanno fatto in Italia Sereni, Pagliarani e Raboni.

La poesia utilizza, per così dire, una lingua universale, una lingua potente che non si piega a nessuna etichetta e soprattutto che non conosce diversità, in nessuna delle sue accezioni. È per questo motivo che ancora oggi, nel 2018, il mondo ha ancora così tanto bisogno della poesia?

La poesia non cambia il mondo, ma è perenne il desiderio di esprimere qualcosa che urge interiormente nel pensiero e nell’immaginazione e dargli compimento in una forma. Fermare il tempo in un’immagine che vibri e canti. E devo riconoscere che nella mia cultura un posto importante hanno il pensiero filosofico, lo studio delle arti figurative e della musica.

Legge anche romanzi? Quali generi preferisce?

Ho letto e riletto naturalmente i grandi romanzi russi, francesi e inglesi dell’Ottocento e del Novecento. Proust, Tolstoj e Flaubert sono forse quelli che mi hanno più segnato. Ma è soprattutto quando sono immerso nella natura e nell’amore che ho avvertito, in alcuni momenti, la sensazione di superare il tempo e di trovare, come dico in un verso, «il prodigio del tempo che non muore», di immettermi «nella luce chiara delle cose infinite», cioè di fuoriuscire dall’ordito di attimi che cadono nel nulla, verso un’armonia superiore, verso il divenire perenne dell’intero universo, che probabilmente, dicono gli scienziati, non avrà mai fine. Tornando al romanzo, in particolare negli ultimi anni mi hanno colpito Saramago, Sebald e Pamuk.

Da critico, ma soprattutto da poeta, che rapporto ha con la tecnologia?

Lo sviluppo industriale e tecnologico ha mutato il mondo. Ha liberato l’uomo dalla fatica del lavoro più improbo, ha debellato malattie finora incurabili, ma ha anche creato nuovi mali e squilibri. Sento soprattutto il problema ecologico come il più urgente nei paesi sviluppati. In alcune mie poesie c’è la presenza di questo allarme diffuso. Personalmente non sono molto tecnologico con i nuovi strumenti informatici, ma mi sto aggiornando. Internet è stata una vera rivoluzione, con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Per concludere, vorrei porLe un’ultima domanda. In che posizione si colloca rispetto agli altri poeti suoi contemporanei?

Non amo la poesia che si confonde con la prosa o si lascia andare a incontrollate effusioni interiori o a sterili giochi verbali. Per questo non sono quasi mai stato attratto dai movimenti d’avanguardia. Apprezzo molto tra i contemporanei il primo Magrelli, De Signoribus (anche se molto oscuro), la Anedda e altri. Ma i miei numi poetici moderni, dopo Baudelaire e Mallarmé, restano Eliot, Montale, Celan e la Cvetaeva. Ringraziandola per questa intervista mi permetta di citare una mia poesia, si intitola “Invocazione”:

Vivi con me il mattino felice

la luce fulgida il vento leggero

e questo verde rotondo maturante

mondo, ferma il sole che si incrina

giorno per giorno.

Sciogli l’ansia che sale

in alte trecce d’angoscia

tra i rampicanti scarlatti…

Nulla, nulla di rapido o lento

solo il sostare dell’ora

nel mezzogiorno assolato,

che tu afferri per portarlo lontano

nella luce ignota delle stelle infinite.

Fuori, la stand-up comedy di Daniele Gattano

FUORI

Stand-up comedy di e con Daniele Gattano

Venerdì 26 Ottobre, in apertura della kermesse Festival Lecite/Visioni, andrà in scena “FUORI”, stand-up comedy di e con Daniele Gattano, noto al grande pubblico per le sue esilaranti performance a Colorado su Italia1 e Comedy Central su SKY.

Un microfono, uno sgabello e una bottiglietta d’acqua questi gli elementi in scena sufficienti per dar vita a uno spettacolo che crea da subito l’atmosfera di una chiacchierata informale dove lo spettatore può, anzi deve intervenire.

“FUORI” è il riassunto dello spettacolo stesso. Un vero e proprio lancio di esperienze, traumi, scoperte che, con linguaggio schietto, racconta in maniera autobiografica il rapporto tra il protagonista e la sua sessualità.

«Esattamente dieci anni fa ho fatto coming out con i miei genitori e col senno di poi è bello ripensare alle loro reazioni», racconta Daniele. «A otto anni chiesi a mia mamma una Barbie… me la regalò».

Gattano ci fa conoscere la sua famiglia, le sue amiche, gli amici con la sindrome da Chuck Norris tipica dei maschi alfa, e Clara: la sua Barbie clandestina nascosta sotto al letto per non farla scoprire dal padre. «Mentre le mie amiche avevano ‘Barbie Principessa’, ‘Barbie Cenerentola’, ‘Barbie Happy-hour’ io avevo ‘Barbie Clandestina’: viveva in camera mia sprovvista di regolare permesso di soggiorno…»

In “FUORI” si parte dall’esperienza personale per abbracciare quella di tutti, giocando sui punti in comune e sulle differenze culturali che ci sono nel rapporto tra persone.

L’incontro a un bar con un ragazzo sieropositivo diventa all’interno dello spettacolo lo spunto di riflessione sull’immaginario anni Ottanta dell’HIV, che continua ad aleggiare con il suo alone viola anche ai giorni nostri, il pensiero del “Un po’ se l’è cercata” trova quindi forma e viene analizzato e condiviso con il pubblico.

Si passa poi al tema dell’amore, quello platonico scaturito dalle immagini social di uno sconosciuto, foto che diventano l’involucro, il packaging in cui poterci mettere sogni e mancanze personali.

Senza retorica vittimista si parla di omofobia, compresa quella presente all’interno del mondo gay stesso: “A oggi l’omosessualità è come l’età… ce lai ma non la devi dimostrare!”

Insomma “FUORI” oltre a essere il titolo è il tema pulsante dello spettacolo, uno sfogo dove la risata non è l’obiettivo principale bensì il mezzo per parlare di temi e esperienze comuni. Daniele quando parla non si scompone e il suo punto di vista diventa subito quello di molti, il tragico evolve in comico e l’ironia si fa pungente.

Uno spettacolo ironico e intelligente che fa ridere, sorridere ma soprattutto riflettere.

Teatro Filodrammatici di Milano

Venerdì 26 ottobre 2018 ore 19.30

http://www.teatrofilodrammatici.eu

 

Sul lago nero

In scena uno spazio vuoto, chiuso tra due pareti. Un luogo fisico e al tempo stesso mentale, spazio del ricordo, la casa, unico luogo nel quale è possibile riconoscersi e ricongiungersi con il proprio passato, uno spazio di mezzo, contaminato dagli influssi del esterno: da una parte il lago, dall’altra la cameretta; ma questi non esistono se non come varchi invalicabili, spazi lontani e segreti. Qui, due famiglie si rincontrano dopo quattro anni, forse pronte a confrontarsi con quello che sono, cercando di trovare un senso alla scelta dei propri figli. Da quel giorno, il tempo è congelato e il presente compare e scompare tra ciò che deve accadere e ciò che è già accaduto.

Fritz e Nina hanno 15 anni e scelgono di non assumersi la responsabilità di continuare a vivere, per non essere contaminati scappano da un mondo che “non è bello”; Ciò che resta è il fantasma di due famiglie che non possono fare a meno di scontrarsi con l’assenza e la continua presenza dei loro errori. Quattro persone che non riescono a comprendersi, che cercano, affannandosi un contatto tra loro, che però si manifesta come frattura, un urto violento, distruttivo, l’uno sull’altro.

Alla fine non restano che schegge, macerie, frammenti di vetro per terra appuntiti e aguzzi. Sul Lago nero ci ha portato, a prendere in considerazione a confrontarci con la normalità, con il quotidiano, e con ciò che si cela dietro a esso, un mostro che forse è insito in ognuno di noi e ci appartiene.

Paolo Costantini

Info e prenotazioni

ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria presso l’infoline 3341835543

attivo dal 4 ottobre (lun-sab 10-13 e 14-17)

Euphonia: creatività, impegno e passione

La splendida voce della cantante lirica, originaria di Sacile, Valentina Volpe Andreazza reinterpreta l’Inno Europeo. Un omaggio alla musica, alla passione civile e all’Europa.
Di Valentina Volpe Andreazza i lettori di Pink Magazine Italia avevano già sentito parlare: la sua meravigliosa voce li aveva sedotti, ammaliati e conquistati (leggi articolo: Valentina Volpe Andreazza). Ora per chi l’attende con ansia e per chi ancora non la conosce, torniamo a parlare di lei e del suo importante progetto Euphonia, che vede coinvolti quindici superbi artisti e la loro reinterpretazione dell’Inno Europeo: una versione che lascia decisamente senza fiato. Abbiamo chiesto a Valentina com’è nato il progetto e quali siano invece i suoi impegni futuri.
Com’è nato il progetto Euphonia? Quanti artisti sono coinvolti e qual è il vostro fine? 
Quando a gennaio l’Associazione Europa Nostra lancia la Challenge Ode2Joy, attraverso un video il cui protagonista è il Maestro Placido Domingo, iniziava a svilupparsi in me l’idea di partecipare a questa chiamata di creativi verso l’Europa: reinterpretare l’Inno europeo in chiave nuova.
Non è così facile portare la propria voce in Europa e secondo me queste sono occasioni da non perdere, in cui potersi esprimere a un pubblico molto più ampio. Così, da un sogno, è iniziata la mia ricerca di artisti che credessero con me in questo progetto. Siamo una quindicina tra compositore (Marco Cazzuffi), librettista (Diego Marani, fondatore dell’europanto, una lingua artificiale che coniuga in un’unica lingua la maggior parte di quelle europee), cantanti (Viviana Nebuloni, soprano, Filippo Lepre, baritono, Marco Cazzuffi, baritenore e la sottoscritta, mezzosoprano), ballerino (Francesco Pacelli), coreografo (Riccardo Buscarini), regista (Giacomo Costa) fotografo di scena (Guido Giannone), social media manager (Marco Nebuloni), promozione e staff del management (Lucia Bottecchia, Mattia Pivato)… una super squadra!
Siamo partiti dal motto dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale 2018 “where the past meets the future” per scrivere la nostra reinterpretazione. Con il compositore Marco Cazzuffi abbiamo ripensato ai nostri grandi compositori italiani, a Giuseppe Verdi, il cui punto di riferimento musicale era la polifonia del Cinquecento e in contemporanea mi era venuta in mente un’altra grande figura italiana, che appartiene ormai al mondo, e che ha saputo creare un dialogo tra innovazione e creatività: Leonardo da Vinci.
Il linguaggio tra forme diverse di arti, unite dalla musica, ecco il nostro messaggio all’Europa. Abbiamo avuto, inoltre, dei partner eccezionali senza i quali non avremmo potuto realizzare il nostro progetto: Base Milano, il nuovo hub culturale milanese che ci ha messo a disposizione i suoi fantastici spazi, rinnovati e rivalorizzati per essere a disposizione della collettività e creare cultura; CLA Studios, un nuovo studio registrazione alle porte di Milano, nato da due amici che stanno investendo in nuovi talenti musicali e WOA Creative Company che ha creato la meravigliosa sorpresa nel finale del video. Giornate intere di lavoro, idee, telefonate con l’instancabile amica Lucia Bottecchia per studiare soluzioni alle varie complicazioni dei momenti più concitati, numerosi caffè con Marco Nebuloni e Guido Giannone per lavorare di grafica e comunicazione, Skypecall con il coreografo Riccardo Buscarini, in diretta da Madrid, io da Bruxelles, dove vivo, ed il compositore Marco Cazzuffi, che all’epoca si trovava a Biella: anche questa è l’Europa. Corse contro il tempo per creare un finale spettacolare, grazie alla passione e alla tenacia di Giuliana Pajola, Davide Asker e il loro team di creativi della WOA Creative Company. Ognuno è stato fondamentale ed è questo che ci ha fatto vincere in termini di qualità e di seguito tra la gente.
Il video si può ascoltare e vedere sulla pagina Facebook di BASE Milano e su YouTube. Arrivato al Convegno della Cultura di Berlino,  è risultato tra i migliori video della Challenge Europea. Poco dopo, è stato proiettato a Bruxelles, al Parlamento Europeo nelle giornate dedicate al patrimonio culturale e alla musica, e a Roma, a Palazzo Venezia, a luglio, durante il convegno dedicato al programma di Europa Creativa, grazie al supporto dell’Onorevole Silvia Costa, che con forza crede nell’importanza della cultura e dei giovani e che ringrazio di cuore.
Parlaci della tua esperienza all’Ambasciata italiana del Belgio e del tuo impegno con le Istituzioni.
La mia missione di portare la musica al di là dei teatri e delle sale da concerto, in una visione di dialogo culturale con altri popoli, mi ha portato anche ad accettare con onore e onere la chiamata dell’Ambasciata Italiana presso il Regno del Belgio per le celebrazioni della Festa della Repubblica del 2 giugno 2018. Un’emozione unica ed una grande responsabilità. Quando la gente continua ad emozionarsi per il nostro Inno cantato con amore e passione, allora vuol dire che la missione è riuscita. In Ambasciata ho proposto anche un’aria rossiniana che amo molto: la Tarantella Napoletana, nel 150eimo anniversario della morte di Giacchino Rossini.
Inoltre, sono reduce da un concerto organizzato a Cortina in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, del territorio e del mare, la Convenzione delle Alpi, la Fondazione Cortina 2021 e il Circolo della Cultura e del Bello di Sacile dedicato alla figura femminile nel territorio alpino. Focus del momento musicale è stato il suono di un violino fantastico, costruito con le essenze della Val di Fiemme e suonato magistralmente dalla violinista Karen Granieri. Alla fine, abbiamo pensato ad un piccolo omaggio dedicato alla figura femminile, in cui ho interpretato l’Habanera, dalla Carmen di Bizet. Abbiamo cercato così di creare un legame tra musica, cultura e filiera del legno, nell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale 2018.
Progetti futuri?
A Settembre mi aspettano i concerti tra i Castelli del Belgio, in trio con arpa e violino tra chasons francesi e arie da camera italiane.
Che consigli daresti a chi vuole intraprendere la tua carriera  musicale e artistica?
La resilienza! Sacrificio, studio e strategia. Credere con passione nei propri talenti, migliorali sempre, come missione di vita, puntare a un obiettivo e portarlo avanti con rispetto e amore per se stessi e gli altri.