Promuovi la salute in pochi semplici passi

Ormai lo sanno anche i muri che la salute va preservata e come farlo, eppure guardandomi attorno continuo a vedere che sono ben pochi coloro che cercano di prendersi cura della propria salute in senso globale, sia fisico che psicologico ed emotivo. Fumiamo, beviamo, mangiamo cibo morto e tossico, non facciamo una regolare attività fisica, passiamo poco tempo al sole e all’aria aperta, sopprimiamo ogni sintomo con farmaci velenosi, sostiamo continuamente in stati emotivi nefasti come il senso di colpa, la rabbia o la paura, siamo sempre di corsa, dormiamo poco e male, si potrebbe continuare all’infinito con questo elenco. La conclusione è che non facciamo nulla per tentare di conservare la nostra salute, non c’è da stupirsi poi che le patologie del così detto benessere, stiano diventando una piaga endemica a cui sembra impossibile sottrarsi.

PRIMA ILLUSIONE: IGNORANZA

La convinzione che io non abbia alcun potere sul mantenimento o meno della mia salute, la credenza fatalistica che se “tanto mi devo ammalare, mi ammalo”, come se la così detta malattia fosse una sorta di punizione divina dall’alto che accade indipendentemente dal mio stile di vita. Questa è ignoranza! Tanto vale godersela, mangiare a più non posso, passare i pomeriggi davanti ai videogiochi, bere smodatamente alcolici e fumare un pacchetto di sigarette al giorno. Questa logica consiste sulla costante gratificazione immediata di ogni impulso e desiderio, che però si traduce ahimè nella sofferenza sul medio lungo periodo. Questo stile di vita ti predispone per patologie quali, diabete, tumore, ipertensione, obesità e molte altre. E tutto questo dipende per la maggior parte da te, dal tuo stile di vita più o meno salubre, dalla corretta alimentazione, movimento fisico ed atteggiamento emotivo.

SECONDA ILLUSIONE: PRESUNZIONE

Da evitare anche l’estremo opposto, ovvero la convinzione presuntuosa che se avrò uno stile di vita corretto ed ineccepibile, allora non mi ammalerò mai. Questa seconda convinzione ti porta nell’estremo diametralmente opposto, ovvero inizi a temere tutto ciò che ti può “fare male”, cominci una sorta di vita monastica in cui lentamente ti isoli, ti chiudi su te stesso e sulla tua ricerca della salute eterna, ma sostanzialmente non vivi davvero. Viviamo in un ambiente inquinato e saturo di metalli pesanti, aggiungiamoci l’elettrosmog, il wi-fi, e chi più ne ha più ne metta. Si può fare molto per ridurre l’impatto nocivo di tutto ciò, ma non ce ne si può sottrarre del tutto. Ci sono atleti in piena salute che muoiono a  trent’anni d’infarto e alcolisti/tabagisti ottantenni che non sembrano portare con sé nessun segno di malessere, perché? Non c’è una ragione, accade e basta.

VIA DI MEZZO

Come in ogni cosa la verità sta in mezzo, ogni eccesso in un senso o nell’altro alla lunga non paga. Ciò che dovrebbe spingerci dovrebbe essere vivere bene adesso, la qualità della vita di ogni singola giornata, senza pensare a voler diventare immortali o perennemente giovani. Uno stile di vita tutto sommato sobrio, senza eccessi, che contempli anche una buona dose di socialità e gogliardìa, sarebbe l’ideale. Intraprendendo un certo stile di vita, verrà naturale col tempo trovare la propria via di mezzo, ci si ritroverà più energici, più positivi ed entusiasti della vita. Si vedrà da soli che uno stile di vita sano ed attivo, coadiuvato con il giusto riposo, la corretta socialità ed un’alimentazione “leggera”, ci farà sentire in un modo che ci risulterà difficile poi “tornare indietro”

REPETITA IUVANT:

  • Alimentazione ipocalorica e vegetale
  • Attività fisica regolare (anche solo camminare)
  • Eliminare o ridurre al minimo alcool, tabacco e caffè
  • Ricorrere a farmaci solo quando è strettamente necessario
  • Prendersi del tempo per sé, meditare
  • Corretto riposo
  • Ridere più che si può
  • Dedicarsi a coltivare una passione
  • Esporsi al sole e all’aria aperta più che si può

Buona vita e buona salute!

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Irlanda in rosa

Tempo di sole e di vacanze, tempo di decidere una meta.

C’è chi opta per l’Irlanda, ma non per i motivi che si immaginerebbero.

In piena estate, Ren Parker nella terra di San Patrizio ci va per lavoro. Roba che nemmeno i milanesi più stakanovisti.

Ren svolge un mestiere piuttosto curioso: quello di procacciatrice immobiliare. Clienti facoltosi, arrivati da lei tramite il passaparola, le comunicano la zona in cui vorrebbero trovare la dimora dei loro sogni, le caratteristiche desiderate e il budget, e immediatamente la bella londinese si attiva.

Così, quando il signor Dempsey la contatta, Ren carica su una vecchia Fiat a nolo bagagli e assistente, e parte per Ballykiltara, ridente e verderrima cittadina nell’Anello di Tara. Il suo istinto da segugio immobiliare è già in azione.

Inizia così la caccia alla casa perfetta che tuttavia porterà Ren e Kiki, la sua assistente, verso bivi inattesi.

Il proprietario del loro albergo sembra così carino; e cos’è la misteriosa Welcome House, una sorta di rifugio un po’ fiabesco, e a chi appartiene?

Le coincidenze sembrano moltiplicarsi sul percorso della protagonista: sarà forse un’influenza del famigerato nomen omen, dato che il suo nome completo è Serendipity?

Ali McNamara è un’autrice anglofona di successo, che con la Newton Compton ha già pubblicato, in traduzione, numerosi romanzi.

L’estate delle coincidenze è l’ultimo, un romance soffice, da assaporare in viaggio, o per sentire un po’ di vento irlandese tra i capelli.

L’unico appunto che verrebbe da muovere alla protagonista è di iniziare a fare una bella distinzione tra i concetti di folle e rimbambita: la sua assistente che straparla, sbaglia le parole a caso e inanella gaffe una di fila all’altra, non è folle, come sostiene Ren. È rimbambita. O sotto acidi, decidete voi.

Dea Mitica (in tutti i sensi)

La cosa bella dei miti è che non passano mai di moda. E non stancano mai.

Chi ha rubato il fuoco agli dei, e le vacche al dio Sole? Da quale fatto è nata la guerra di Troia, e perché Elena è fuggita con Paride?

Persefone può fuggire dall’Ade, oppure in fondo in fondo ama il suo sposo? Afrodite, la più bella, la più desiderata, riuscirà a non struggersi d’amore per Adone, e a fare in modo che lui non la lasci?

Quante volte abbiamo sentito queste storie, e quante le abbiamo raccontate, da bambini e da adulti. Eppure eccole pronte a stupirci, di nuovo.

La casa editrice DeAgostini ha pubblicato una selezione di miti in due volumi: Grandi lotte e avventure, e Dee ed eroine, nella collana (dal nome azzeccatissimo) DeA Mitica. La selezione è più che esaustiva, raccoglie le leggende più amate e ricche di significati, e lo stile  narrativo accattivante. E l’idea di creare in appendice una sorta di enciclopedia degli eroi e delle eroine, in cui indicare i loro valori come fossero quelli dei protagonisti di un gioco di ruolo, è davvero simpatica.

Ma soprattutto i due volumi sono arricchiti da splendidi disegni. I colori sapienti e il tratto rendono molto difficile staccare gli occhi dalla pagina. Complimenti a Fabio Mancini, l’illustratore!

Questi libri sono un modo perfetto per dare vivacità e corpo ai sogni di bambini a cui leggere e rileggere le avventure degli abitanti dell’Olimpo, ma non solo a loro. Chi ha detto che esiste un limite d’età per innamorarsi di Ulisse, o per galoppare in sella a Pegaso?

Sei dove batte il cuore

Cioè a Milano, o in Puglia, in una casa vuota da affittare, in un centro sociale o al pianterreno di un palazzo signorile.

Vi è mai capitato di uscire di casa senza ombrello, e venire sorpresi da un temporale?

A Milano, dato che prevedere pioggia nel pomeriggio è facile come prevedere lacrime in un matrimonio, l’ipotesi è tutt’altro che remota.

E se ci si rifugia nell’androne di un palazzo in compagnia di un interessante sconosciuto?

Non è che un pianerottolo spoglio offra poi così tanti spunti di conversazione: a meno di non essere invitati per una passeggiata su per le scale, o sfidati ad indovinare quali storie si nascondono dietro ai nomi sulle targhette dei campanelli.

Un’uscita bizzarra, ma tutto sommato una valida alternativa al solito apericena con olive verdi. È quello che capita a Tessa, trent’anni, protagonista del romanzo Sei dove batte il cuore di Simona Giorgino, autrice che ha appena effettuato il passaggio dal web alla carta stampata per Newton Compton.

Tessa è la terrona fuori sede della situazione, leccese adottata (sì e no) da Milano e dalla sua bela Madunina, arrivata nella capitale dei nebbioni con una laurea in lingue orientali e una convalescenza da rottura amorosa.

Galeotto fu l’ombrello mancante, dunque, che le permette di incontrare in un giorno di pioggia Andrea e Giuliano… no. Volevo dire Brando. Brando il commercialista.

Affascinante e con la battuta pronta, tra lui e Tessa scatta subito qualcosa. Peccato che il bel Brando si volatilizzi alla fine del temporale. Ma a quanto pare Tessa è la reincarnazione del concetto di “periodi di magra e periodi di abbondanza”, perché sul suo cammino gli uomini spuntano come i funghi (dopo un temporale, appunto).

Il primo è Leo, ragazzo pugliese dal passato pesante, ospite della comunità di accoglienza presso cui è impiegata Tessa in quanto specializzata in lingua araba. Leo ha trent’anni, nonostante molti suoi comportamenti facciano pensare ad un ragazzo disagiato molto più giovane, e viene presentato come “scontroso e maleducato”… anche se la sua maleducazione da ruvido ragazzo di strada si riduce ad una iniziale risposta brusca, dopodiché si rivela un giovanotto piuttosto cortese e disponibile.

Poi c’è l’agente immobiliare appassionato di opere d’arte, che si occupa del trasloco di Tessa in modo via via più confidenziale.

Tessa però continua a pensare al suo incontro fugace col nome improbabile, che ha la capacità di apparire nei momenti più assurdi. Più che di coincidenza viene da pensare alle cimici nel telefono. E a proposito di telefono … benedetta ragazza, ma perché invece di aspettare che questo tizio ti cada tra le braccia sua sponte, e pensare subito di averlo perduto per sempre, non fai una ricerchina su Internet? Sai che fa il commercialista, e con un nome come il suo non credo sia impossibile trovarlo!

Ma Tessa è un’inguaribile romantica sognatrice, perseguitata dalle coincidenze. E diciamola tutta, le si vuole bene proprio per questo. E per la sua divertentissima amica Vanessa, pedinatrice seriale e milanesissima D.O.C. Tra un trasloco, un inseguimento e un viaggio in Puglia alla ricerca di un perdono possibile, la nuova stagione cui Tessa si affaccia promette parecchi fuochi d’artificio.

Ad alto tasso di zucchero, e con un dolce retrogusto di vaniglia, questo romanzo è perfetto per l’ombrellone, da portare in vacanza… sperando, magari, in un temporale/Cupido.

Virginia Woolf e i suoi contemporanei

Questa raccolta curata da Liliana Rampello dimostra come può sezionarsi e moltiplicarsi il ritratto di una scrittrice e di donna vista da diverse angolazioni, ciascuna capace di cogliere aspetti sfuggiti all’altra.

Un gioco di specchi è stato intessuto dalla scrittrice nell’introduzione -che vale da sola il libro tanto estremamente propedeutica e persuasiva-, perché l’immagine di Virginia si riflette nel ricordo dei suoi interlocutori che la rimandano ora con accenti di venerazione, ora di sguardo critico; allo stesso tempo scopriamo cosa lei pensava di loro, in un giro di frase preciso e tagliente come una stilettata dedicato a ognuno.

Come in un prisma che con le sue molteplici facce compone il poliedrico risultato finale, frutto della somma dei singoli apporti, ritroviamo una Virginia differente come zia, sorella, padrona di casa, scrittrice, editrice.

Diversi punti di vista offrono tantissime sfaccettature che ci restituiscono una Virginia Woolf dalla personalità complessa, smentendo giudizi pressapochisti che l’hanno etichettata come scrittrice malata o snob. Diretta e chiara come saggista tanto quanto poetica e visionaria come romanziera, rivive nelle testimonianze più disparate di coloro che frequentavano a vario titolo casa sua e del devoto marito Stephen, una donna piena di umanità, di contrasti, di luminosa malizia, di vitalità.

Il giudizio di E. M. Forster è il più illuminante secondo me:

Lei amava scrivere. […] Amava ricevere sensazioni -visive, uditive e gustative- che lasciava attraversassero la sua mente, dove incontravano idee e ricordi, per poi esprimerle di nuovo attraverso una penna o un pezzo di carta. A questo punto iniziavano i più grandi piaceri della professione di autore. Perché quelle note sulla carta rappresentavano solamente un preludio alla scrittura, poco più che segni su un muro. Bisognava combinarle, organizzarle, enfatizzarle in un punto, eliminarle in un altro, dovevano crearsi nuove relazioni, nascere nuove note, fino a quando, da tutte queste interazioni, scaturiva qualcosa, una cosa, una sola. Questa cosa, sia che fosse un romanzo, un saggio, un racconto, una biografia o uno scritto privato da leggere agli amici, se otteneva un buon risultato, era in se stessa analoga a una sensazione.

Il fiume della colpa di Wilkie Collins

Leggere Wilkie Collins è come bere un bicchiere d’acqua fresca tutto d’un fiato  e restarvi incollati in un giorno d’arsura.

Mentre si è intenti a divorare con avidità ogni particolare della storia, ci si rende conto che le varie tessere di quel puzzle si stanno componendo sotto ai nostri occhi in un incastro fatale.

Davanti a un romanzo di Collins non si può fare a meno di riconoscere che si tratta di un prodotto ben confezionato, in cui gli ingredienti di mistero e suspense sono stati magistralmente dosati e il narratore interviene a pungolare e sobillare anche i più sereni d’animo, che un qualche misfatto sta per compiersi ed è in atto un caso complicato che dovrà essere risolto.

Attenzione e interesse del lettore sono abilmente avvinti attraverso un sapiente centellinare indizi veri e falsi che, sparsi qua e là lungo il cammino, dovrebbero condurre alla soluzione del mistero.

Allievo del grande Dickens, grande a sua volta nel suo genere antesignano del poliziesco e del giallo, Wilkie Collins può considerarsi creatore di una narrativa sui generis che combina topoi del romanzo ottocentesco insieme a elementi nuovi, moderni, che coinvolgono il lettore e movimentano la rappresentazione drammatica.

L’incipit del libro contiene già sufficienti ingredienti per introdurre a un clima di attesa e paura solo grazie alla descrizione dell’intrico di rovi e alberi nel bosco lungo il fiume torbido, l’alone cupo dell’oscurità, l’aggettivazione negativa e abnorme.

Me ne stavo sulla riva del peggior torrente di tutta l’Inghilterra. La luce lunare dispensando il suo sereno fulgore allo spazio aperto, s’era ben guardata dal gettare la propria bellezza sulle acque indolenti di quel fiume ampio e fangoso.

Il protagonista della storia è anche la voce narrante che, avendo vissuto l’intera esperienza, guida il lettore nel ripercorrerla con un flashback di cui però gestisce le fila, le pause, le comparse sulla scena dei singoli personaggi.

Un giovane tenutario inglese, Mr Gerard ha ereditato tutto alla morte del padre ma avendo sempre studiato fuori, principalmente in Germania, ha perso il contatto con etichetta e usanze del suo paese. C’è la sua matrigna, Mrs Roylake, la donna sposata dal padre in seconde nozze, a curare i rapporti con il circondario mentre Gerard si fa trasportare dai ricordi alla casa sul mulino dove sua madre lo conduceva a giocare con una bambina strana e schietta, Cristel Toller, la figlia del mugnaio. Lì la ritrova ma insieme a una presenza inquietante, inquilino del cottage, che per avidità, suo padre ha deciso di alloggiare.

L’uomo è sordo e palesemente geloso di chiunque si avvicini alla ragazza. Tra i tre si innesca uno strano rapporto, Mr Roylake si sente inspiegabilmente attratto verso il cottage in direzione del quale indirizza tutte le sue passeggiate, disdegnando i rapporti mondani. L’inquilino ha un aspetto bellissimo ma nasconde orribili segreti e un passato di sofferenza.

Gradualmente, ma in un crescendo di ritmo e tensione narrativa, la visuale ingenua dell’epoca del narratore, ci porta a risolvere il mistero che si nasconde dietro agli strani comportamenti dell’inquilino e degli altri abitanti della casa sul mulino, sullo sfondo lugubre di Il fiume della colpa.

I segreti di bellezza di Cleopatra

Su Cleopatra VII, ultima regina d’Egitto, si è scritto e detto tantissimo. Tutto e il contrario di tutto, verrebbe da dire. La Storia si è mescolata con la leggenda, le ipotesi, le congetture e, talvolta, perfino con la fantasia.
Una donna e una sovrana che ha lasciato un segno indelebile nel cammino dell’uomo, un personaggio la cui indole è ancora parzialmente avvolta dal velo del mistero.
Cleopatra erudita, ammaliatrice, avvelenatrice, seduttrice, indipendente, carismatica, intelligente, poliglotta, astuta, determinata a difendere l’Egitto dal potere dilagante di Roma.

Cleopatra era l’Egitto e questo straordinario Paese la rappresentava, era parte di lei.
Gli studiosi, gli artisti, gli scrittori e i registi l’hanno immaginata in modi diversissimi tra loro eppure, nella memoria collettiva, Cleopatra ha il volto della celebre Liz Taylor.
In verità, però, non sappiamo affatto quale fosse l’aspetto di Cleopatra. Il fatto che sia uscita sconfitta dallo scontro con Roma e che di questa fosse nemica ha compromesso inevitabilmente il giudizio estetico e morale che di lei avevano i contemporanei e non solo.

Asterix and Obelix: Mission Cleopatra. Monica Bellucci. (pic by The Pathe Press)

Per Plutarco (46/48-125/127), per esempio Cleopatra era tutt’altro che bella, mentre Cassio Dione (155-235) sosteneva tutto il contrario.
L’effigie riportata sulle monete non è certo un ritratto attendibile, bensì una rappresentazione di potere, un simbolo di comando che poco o nulla aveva a che fare con la realtà e con il concetto di bellezza.
Sempre Plutarco ci rivela dei particolari molto interessanti: Cleopatra aveva una voce suadente ed era una donna molto colta e raffinata. Insomma, forse non era irresistibile a prima vista (ma dobbiamo sottolineare “forse”), però aveva fascino, classe e queste doti, se in parte sono innate, d’altro canto devono essere coltivate per non morire come un fiore senz’acqua.

Cleopatra fu maestra nell’arte di “educare” se stessa, di apprendere con curiosità e vivacità, diventando di giorno in giorno più intelligente. Imparò tutto ciò che le sarebbe servito per diventare una sovrana senza pari, dalla fama immortale.
Del resto un bel visetto dietro al quale non vi è una testa pensante è ben poca cosa, soprattutto nella pericolosa e intrigante corte dei faraoni.
La regina non divenne esperta solo di politica, ma anche di un’arte raffinata, quella della seduzione.

Il fascino, la malia che partivano dal cervello, ma anche dalla capacità di saper valorizzare il corpo, nascondendo i difetti e mettendo in risalto i punti di forza.
Si dice che Cleopatra sia l’autrice di un trattato dedicato alla cosmesi; a quanto pare, infatti, padroneggiava alla perfezione la conoscenza di erbe, profumi e unguenti e questa conoscenza arricchì il suo carattere già intraprendente, consentendole di conquistare Giulio Cesare e Marco Antonio.

Le ricostruzioni della vita quotidiana nell’Antico Egitto e lo studio della vita della sua ultima regina ci raccontano in che modo il potere passasse anche attraverso i cosmetici e la bellezza.
La figlia di Tolomeo XII Aulete usava, per tingere le labbra, l’ocra rossa, (ricca di ferro in quanto derivata dall’ematite), applicava sulle palpebre pigmenti derivati dall’antimonio, che è un minerale di colore argenteo, dal nero di carbone, oppure dalla malachite.
Questi pigmenti, di solito mescolati con grassi animali o vegetali, non dovevano soltanto conferire agli occhi profondità e mistero, ma soprattutto proteggerli dalle infezioni.
La biacca (carbonato basico di piombo, molto tossico) rendeva la sua pelle più luminosa, mentre l’henné e l’alcanna (alkanna tinctoria, una pianta mediterranea dagli stupendi fiori azzurri) dipingevano le sue unghie e i suoi capelli di un colore rosso acceso.
Per i capelli Cleopatra usava l’henné; gli egizi, infatti, amavano il colore rosso vivo conferito dalle foglie di questo arbusto, poiché lo associavano al potere, alla forza e alla seduzione.

Le donne, tra cui l’ultima regina d’Egitto, preferivano le acconciature elaborate, fatte anche con trecce e crocchie e indossavano il cono profumato, ovvero una sorta di copricapo aromatizzato. Il grasso con cui le essenze erano mescolate si scioglieva sui capelli (o sulle parrucche) spandendo un profumo inebriante.
Gli egizi, poi, si prendevano cura della pelle con ricette a base di miele, sale marino e carbonato di soda (natron rosso), oppure di gomma polverizzata per contrastare l’inevitabile presenza, dopo una certa età, delle temibili rughe.
Cleopatra conosceva questi rimedi, come pure l’uso dell’argilla, o degli olii uniti a sostanze alcaline per detergere la pelle.

A quanto pare faceva il bagno nel latte a cui veniva aggiunto l’aloe. Quest’ultimo elemento fu di primaria importanza per gli egiziani, non solo per la qualità puramente cosmetica, ma soprattutto per il valore terapeutico: veniva utilizzato, per esempio, nei casi di acne o alopecia.
Come dimenticare, poi, il valore e il ruolo del profumo nell’antico Egitto? Non si trattava solo di uno strumento di seduzione, ma di un mezzo per comunicare con le divinità, purificando il corpo e lo spirito. Pensiamo agli incensi che bruciavano nei templi e il cui fumo, appunto, saliva verso il cielo, cioè verso Ra.

Abbiamo accennato al cono profumato parlando dei rimedi per capelli, ma tra le essenze più ricercate in Egitto (e di cui la stessa Cleopatra si serviva), vi erano l’incenso e il khyphi.
Il primo, carbonizzato, si usava perfino per produrre il kohl, il tipico trucco per gli occhi, ma anche per profumare i corpi imbalsamati con la mirra.
Il khyphi, invece, era il profumo più celebre nella terra dei faraoni. Di nuovo Plutarco ci spiega che questo composto di essenze (ben sedici, ma su questo numero ci sono pareri discordanti), avesse il potere di tranquillizzare l’anima e conciliare il sonno.
Tra gli ingredienti si trovano il miele, la resina di cedro e lo zafferano. Anche il kyphi veniva bruciato in onore degli dei.

Non mancavano neppure i deodoranti a base di farina d’avena e resine per evitare le spiacevoli conseguenze della sudorazione. Gli egiziani, tra l’altro, conoscevano anche dei rimedi, fatti con mirra e resina di terebinto (Pistacia terebinthus, un arbusto che produce bacche simili al pistacchio) per combattere l’alito cattivo.
Questi sono solo alcuni dei ritrovati cosmetici e terapeutici usati da Cleopatra e dal suo popolo.

Gli egizi furono dei veri e propri esperti nel campo della cosmesi. Seppero inventare, sperimentare, analizzare e servirsi con consapevolezza di ciò che la natura, talvolta capricciosa, del loro Paese poteva offrire loro, benché non disdegnassero di importare da altre zone (per esempio lo Yemen), le materie prime introvabili in Egitto.
Cleopatra accostò consapevolmente la cura del corpo a quella della mente e dello spirito. Apprese le conoscenze tramandate dai suoi avi e le mise in pratica con ingegno e astuzia.
Le terre del Nilo, del resto, avevano bisogno di una sovrana in grado di prendere delle decisioni, non di un involucro bello da guardare, ma vuoto all’interno.
L’ultima dei Tolomei si servì del fascino, ma non ne fu schiava. Nella sua incredibile forza è la sua bellezza ancora oggi.

 

Cinecittà e la moda romana

Dopo anni vissuti in secondo piano, oggi Cinecittà vive una nuova vita, tra mostre, eventi e glamour. Tra le tante manifestazioni, anche AltaRoma ha scelto la Hollywood sul Tevere come location della sua Fashion Week estiva.

Inaugurato nel 1937 il complesso di Cinecittà è un insieme di teatri di posa. Si trova in via Tuscolana 1055, all’angolo con via di Torre Spaccata, a pochi metri dalla fermata della Metro A. Ancora oggi gli spazi dell’imponente struttura vengono utilizzati per le produzioni televisive e cinematografiche. Definita la Hollywood sul Teveredurante la sua epoca d’oro, a Cinecittà hanno lavorato registi italiani come Federico Fellini (I Vitelloni, 1953), Vittorio De Sica, Luchino Visconti (Bellissima, 1951), Ettore Scola e Sergio Leone; ma anche registi stranieri, tra i quali spiccano William Wyler (Ben Hur, 1959), Marvyn LeRoy (Quo Vadis?,1951), Francis Ford Coppola, Joseph L. Mankiewicz (Cleopatra, 1963), Martin Scorsese (Gangs of New York, 2002) e molti altri ancora. Gli Studiossorgono su una superficie di quattrocentomila metri quadri esono di fatto il centro della produzione cinematografica nazionale.

È possibile visitare la Fabbrica dei Sogni romana. Cinecittà è, infatti, ancora oggi un polo d’attrazione turistico per gli amanti del cinema, ma anche un marchio vero e proprio, che include l’organizzazione di eventi mondani e culturali; nel 2016 è stata creata l’Area Eventi di Cinecittà World e di Civita che hanno dato vita a Cinecittà Events, un nuovissimo brand della società Cinecittà District Entertainment (CDE). Cinecittà Studios, nel suo segmento Movie,mette al servizio di agenzie e grandi marchi alcuni spazi esclusivi, tra i quali due teatri di posa: ovvero il Teatro 10e il Teatro 1, la cosiddetta Palazzina Fellini, ilset permanente Roma Antica e il nuovo caffè di Cinecittà. Per ogni evento, sono così sfruttate le suggestive ambientazioni scenografiche dei set cinematografici e si può persino chiedere l’utilizzo degli effetti speciali. Negli ultimi anni, sono stati ospitati eventi di marchi nazionali e internazionali come Chanel, Enel, Chopard, Ferrari, Bulgari, Fendi, Volkswagen, Fiat, Ungaro, Sky e tantissimi altri ancora.

AltaRoma quest’estate, con la collaborazione dell’Istituto Luce, ha come quartier generale proprio gli studi di Cinecittà. La manifestazione si concluderà domenica 1° luglio, con un programma diviso in tre sezioni di competenza: Fashion Hub, per i progetti di scouting; Atelier per le sfilate; In Town, per le iniziative della moda collocate in svariati e strategici punti nodali di Roma. L’organizzazione di AltaRoma, presieduta da Silvia Venturini Fendi, ha individuato Cinecittà come location della maggior parte degli eventi della Fashion Week dell’alta moda romana per coinvolgere più discipline dello spettacolo sullo sfondo della Hollywood italiana. Storici brand romani sono stati importantissimi per l’industria cinematografica italiana: le Sorelle Fontana, Fernanda Gattinoni e Roberto Capucci.

Giovedì 28 giugno 2018 è stato celebrato proprio il genio di Roberto Capucci con un documentario in anteprima mondiale: “La moda proibita. Roberto Capucci e il futuro dell’alta moda”, di Ottavio Rosati, prodotto da Plays s.r.l. in collaborazione con Jean Vigo Italia. Nel set dell’Antica Roma, AltaRoma ha invece omaggiato lo stilista Renato Balestra con “Tribute to Renato Balestra”, una sfilata che ripercorreva le tappe più importanti della carriera dello stilista.

Grazie ad AltaRoma, è possibile visitare i set della città del cinema. Perché Cinecittà è un luogo magico a prescindere dagli eventi glamour che vi si svolgono. Chi si addentra tra le sue vie non può che restarne affascinato. Se si vuol vivere un giorno passando da un set all’altro, l’offerta delle visite è ampia e sul sito degli Studios troverete orari, prezzi e possibili variazioni dei giorni. Grazie al successo di “Cinecittà si Mostra”, inaugurata il 29 aprile 2011 e che ha ospitato più di trecentocinquantamila visitatori, l’esposizione è diventata permanente. La mostra ripercorre idealmente ogni fase della realizzazione di un film: dalla sceneggiatura alla post produzione, presenta i vari mestieri legati al cinema e permette la visita dei “set residenti”, ovvero quelli che non sono mai stati smantellati: Broadway, Roma Antica e Firenze del Quattrocento.

Per approfondimenti e orari: http://cinecittasimostra.it

Il linguaggio del ventaglio

 

La nostra epoca è decisamente caratterizzata dalle grandi innovazioni tecnologiche e dalla comunicazione veloce, per metterci al riparo dal caldo ricorrere all’aria condizionata ormai è alla portata di tutti. Personalmente non la amo particolarmente e avendo la fortuna di vivere in una casa antica, di quelle con i muri spessi mezzo metro, ritengo di poterne fare a meno; ciononostante, qualche sera fa avevo amici a cena e uno di loro mi ha chiesto se avevo un ventaglio; ovvio che si! Ho tirato fuori dal cassetto la mia “collezione” di ventagli, offrendone uno per ciascuno ai miei ospiti. L’uso di questo strumento da parte dei maschi presenti ha suscitato qualche ilarità e qualche battuta che ci ha portato a parlare del linguaggio del ventaglio.

Il ventaglio fin dal XVIII secolo è un vero e proprio strumento di comunicazione, che si esprime attraverso un linguaggio vero e proprio legato alla gestualità che ne accompagna l’utilizzo.

Per meglio capire, contestualizziamo rapidamente il momento storico in cui l’uso del ventaglio era di moda: uomini e donne nei secoli passati, soprattutto in pubblico, non potevano avere approcci confidenziali e tanto meno intimi come oggi, pertanto, dovevano escogitare dei sistemi di comunicazione, che spesso erano affidati a terzi, come l’invio e la consegna di più o meno brevi missive ma sempre, con il rischio che fossero intercettate da severi genitori, gelose sorelle o fratelli costretti a vigilare sull’onore della famiglia. La ricerca di sistemi per comunicare e sedurre approfittarono della moda per trovare nuove espressioni, fra gli oggetti di moda l’uso del ventaglio ispirò alle dame e ai cavalieri una serie di gesti grazie ai quali potevano inviarsi dei messaggi ben precisi. Non si sa con precisione quando iniziò questa intrigante comunicazione ma sappiamo che la prima codifica di questo linguaggio risale al 1760 grazie al marchese Caraccioli che ne scrisse in un suo libro; inoltre, si narra che ai primi dell’Ottocento furono gli spagnoli, famosi per la fabbricazione dei ventagli, che contribuirono a diffondere in tutto il mondo questo stuzzicante sistema di comunicazione fornendo, con ogni ventaglio, un foglio con le spiegazioni di questo linguaggio dei segni che contribuì anche a un incremento delle vendite e alla lunga durata della moda di questo affascinante oggetto ancora in voga fino alla metà del secolo scorso.

Ecco perché nei giochi di comunicazione e sopratutto di seduzione il ventaglio  divenne un mezzo assolutamente necessario e nessuna lo lasciava a casa, non le grandi dame ma nemmeno le camerierine, le contadine, le donne che lavoravano…

In occasioni mondane come feste da ballo o cerimonie, ma anche nelle passeggiate per strada o nei parchi, il ventaglio non era solo ornamento di moda adatto a tutte le donne ma un necessario strumento di comunicazione, una sorta di smart phone ante-litteram. Dietro al ventaglio si celavano le espressioni del viso, i rossori, i sorrisi, le conversazioni private o “sconvenienti” è tutta una serie di messaggi, vediamone alcuni:

▪     Sostenere il ventaglio con la mano destra di fronte al viso: seguimi.

▪     Sostenerlo con la mano sinistra di fronte al viso: vorrei conoscerti.

▪     Coprirsi per un po’ l’orecchio sinistro: vorrei che tu mi lasciassi in pace.

▪     Lasciarlo scivolare sulla fronte: sei cambiato.

▪     Muoverlo con la mano sinistra: ci osservano.

▪     Cambiarlo alla mano destra: ma come osi?

▪     Lanciarlo con la mano: ti odio!

▪     Muoverlo con la mano destra: voglio bene ad un altro!

▪     Lasciarlo scivolare sulle guance: ti voglio bene!

▪     Mostrarlo chiuso e fermo: mi vuoi bene?

▪     Lasciarlo scivolare sugli occhi: vattene, per favore.

▪     Far scivolare un dito dell’altra mano sui bordi: vorrei parlarti.

▪     Appoggiarlo sulla guancia destra: si.

▪     Appoggiarlo sulla guancia sinistra: no.

▪     Aprirlo e chiuderlo lentamente e ripetutamente: sei crudele!

▪     Abbandonarlo lasciandolo appeso: rimaniamo amici .

▪     Sventagliarsi lentamente: sono sposata.

▪     Sventagliarsi rapidamente: sono fidanzata.

▪     Appoggiarsi il ventaglio sulle labbra:baciami!

▪     Aprirlo molto lentamente con la destra: aspettami.

▪     Aprirlo molto lentamente con la mano sinistra: vieni e parliamo.

▪     Colpirsi la mano sinistra con il ventaglio chiuso: scrivimi.

▪     Chiuderlo a metà: non posso.

▪     Aperto completamente coprendo la bocca: non ho un uomo.

▪     Aperto davanti al viso lasciando scoperti solo gli occhi: ti amo! (*)

 

* Cit. “Il linguaggio del ventaglio“, Focus storia, n.122 dicembre 2016, pag. 28

 

Angela Arcuri

 

Il peggio è passato e gli ho sorriso

Ho lavorato molte volte con Ginevra Roberta Cardinaletti, la conosco e la stimo come donna e come professionista – psicologa, editorialista, scrittrice – che ai titoli accademici accosta un dono più importante, la capacità di ascoltare, di andare oltre le apparenze. Le sue ultime pubblicazioni sono Il peggio è passato e gli ho sorriso e Undici donne nelle pagine di un diario, entrambi pubblicati con Aloha edizioni. Il primo è un romanzo autobiografico, un percorso a colori, pieno di amore: “saper cambiare insieme è quel che so dell’amore”; il secondo è una raccolta di racconti, undici ritratti di donna, anzi dodici, c’è una donna che verrà: donne diverse o differenti parti della stessa donna. La Cardinaletti descrive l’unicità di ogni individuo, incastonando la diversità all’interno di una rete di connessioni, i cui punti di contatto sono i sentimenti e le emozioni, che parlano una lingua universale. È difficile comprendere, accogliere la diversità: è più facile additarla che abbracciarla. Ecco perché amo definire i suoi libri un elogio all’imperfezione, che, per paradosso, rende unici e irripetibili: “Ho smesso di voler sembrare normale. E rido più spesso”.

L’arte è una forma espressiva del sé: in che modo avviene questa alchimia nella tua? “Credo che il segreto della felicità sia accogliere e donare bellezza, che è anche la forza dell’arte. Quando le persone mi dicono che con i miei libri hanno riso e hanno pianto, allora so che ho fatto bene perché anche io, mentre li ho scritti, ho riso e pianto, quindi c’è stato uno scambio di emozioni, di passione, quindi di vita”. I racconti presenti in Undici donne nelle pagine di un diario sono monologhi interiori, flussi di coscienza che fanno emergere i pensieri segreti delle protagoniste: attraverso la narrazione, la psicologa registra e decodifica verbalmente le dinamiche della psiche, donando al lettore una chiave di lettura che cura l’anima e propone delle vie di uscita da deleteri meccanismi psichici.

In che modo la scrittura può aiutare a guarire le ferite dell’anima? “Leggere e scrivere, se fatto con amore, è un modo di comunicare fortissimo. Aiuta a leggersi dentro e leggersi significa iniziare a comprendersi”. I romanzi dell’autrice sono utili spunti di riflessione che permettono al lettore di dare nuovi significati alle proprie esperienze, soprattutto a quelle percepite come fallimenti: trovare una nuova comprensione dei dolori e delle sofferenze conduce al ristoro e al sollievo dell’anima. “Il dolore non va cancellato, va rispettato”.

Come si può ritrovare nuova forza quando ci si sente stremati dagli eventi della vita? “Gli eventi che ci accadono, soprattutto quelli più duri, sono scossoni che ci dà la vita a cui possiamo rispondere solo con un cambiamento. Non possiamo cambiare gli eventi, ma possiamo cambiare atteggiamento, comportamento, anche le abitudini. I momenti più belli e importanti della mia vita li ho costruiti in seguito agli eventi più dolorosi della mia vita. Ogni volta l’ho guardata e gli ho detto: Ora siamo pari”.

Prima o poi, tutti ci troviamo ad affrontare problemi, dolori, sconfitte, malattie e lutti, fanno parte della vita e non si possono evitare. Bisogna imparare a comprenderli, a capire il loro senso nella nostra vita e, dopo averli accettati, mettere in atto la strategia più giusta per affrontarli e gestirli. Attraverso i suoi romanzi, la Cardinaletti aiuta il lettore e trovare le proprie risposte: i suoi libri sono un messaggio di speranza, scritto con il cuore e “se le cose le fai con il cuore, prima o poi qualcuno lo vede”. Grazie Ginevra.

 

Stai seguendo Simona Colaiuda