72esima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Salerno

Grande successo per la serata finale della 72esima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Salerno. Nella splendida cornice del Cineteatro Augusteo ha avuto luogo la premiazione delle opere vincitrici dell’edizione 2018 del Festival. La serata è stata presentata da Debora Caprioglio  e Gaetano Stella.

 

Vincitore assoluto il film “Stato di ebbrezza” per la regia di Luca Biglione e che vanta nel cast, tra gli altri, l’attore Andrea Roncato e l’attrice Melania Dalla Costa. Al film è stato conferito il premio Gran Trofeo Golfo di Salerno “Ignazio Rossi”. “Stato di ebbrezza” è la trasposizione della storia vera dell’attrice comica Maria Rossi che ha combattuto contro la dipendenza dall’alcool.

 

Prestigioso riconoscimento  per l’attore e regista toscano Alessandro Paci, che è stato premiato per il film “Non ci resta che ridere”, del quale è regista e attore. Tra i tanti riconoscimenti, si segnalano il premio alla carriera all’attore Massimo Bonetti e all’attrice Eleonora Brown, interprete di Rosetta ne “La ciociara” di Vittorio De Sica.

 

Alla serata di Gala hanno preso parte anche numerosi ospiti istituzionali, tra i quali: Mariarita Giordano (Assessore alle Politiche Giovanili e all’Innovazione del Comune di Salerno), Domenico De Maio (Assessore all’Urbanistica del Comune di Salerno), Franco Picarone (Presidente della Commissione Bilancio della Regione Campania) e Nicola Acunzo (Deputato della Repubblica).

 

Sono stati ricordati Bernardo Bertolucci ed Ennio Fantastichini, venuti a mancare rispettivamente il 26 novembre e il 1 dicembre.

 

Tra le varie performance che si sono alternate sul palco ha suscitato grande emozione l’esibizione del robot pianista TeoTronico.

 

“Voglio ringraziare quanti hanno collaborato alla settantaduesima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Salerno – ha detto dal palco il patron Mario De Cesare – grazie al Comune di Salerno e alla Regione Campania per il sostegno. È stato un Festival ricco di iniziative”.

 

L’edizione 2018 del Festival Internazionale del Cinema di Salerno – il cui tema è stato la resilienza – ha visto 120 film in concorso, selezionati tra i tanti giunti all’organizzazione ed è stata caratterizzata da numerose e importanti iniziative “a latere”, come gli incontri tra i protagonisti del mondo del cinema e di Internet e gli studenti (Francesco Baccini e Massimo Bonetti hanno incontrato le scuole, così come lo youtuber Davide Giardini), le esibizioni degli stuntman della South Horizon di Salerno (a rimarcare l’importanza dei “cascatori” nel cinema), lo spettacolo di teatro – danza “Euthalia – fiore che sboccia”, contro la violenza sulle donne. Inoltre, hanno avuto luogo due casting a cura della AR Production e c’è stata l’esibizione del robot pianista TeoTronico.

 

Casella Postale 80 – 84100 Salerno – Tel./Fax: 089 231953 – e-mail: info@festivaldelcinema.it

 

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Da Bohemian Rhapsody non si esce indenni!

Abbiamo già parlato del film evento dell’anno, Bohemian Rhapsody, ma non potevano non darvi un’ulteriore punto di vista. 

Ha ragione la mia amica Luciana: dalla visione in sala di Bohemian Rhapsody non si esce indenni! La sceneggiatura è piena di licenze temporali e narrative: avvenimenti realmente accaduti ma in modo diverso oppure prima o dopo rispetto alla loro collocazione temporale nel film. La comunicazione al gruppo della malattia di Freddie nel film è anticipata di due anni; oppure l’arrivo nel gruppo di John Deacon è anticipato di un anno. Evidentemente, una volta deciso che il film sarebbe finito con la riproposizione (non integrale) della performance dei Queen al Live Aid del luglio 1985, sono state fatte delle scelte con la consapevolezza di non poter omettere di parlare dell’AIDS di Freddie e per ciò di dover interpolare i fatti. Il rimescolamento temporale risulta però efficace finendo per conferire corpo alla narrazione che scorre con i medesimi ritmi del brano che dà il titolo al film: una rapsodia. Una forma musicale innovativa per il rock-pop nel 1975, quando Freddie Mercury e i Queen crearono il brano esattamente come si narra nel film, quando tutto o quasi nel rock era innovazione, sperimentazione; tanto che quel movimento, in cui i Queen sono in ottima compagnia, è passato alla storia non a caso come progressive-rock.

La sceneggiatura di Anthony McCarten, la regia di Bryan Singer (e Dexter Fletcher: non dichiarata), il magistrale montaggio di John Ottmann, la sapiente articolazione della colonna sonora ovviamente costruita esclusivamente con brani dei Queen, tutto questo ha reso il film ‘potente’. E non ne sono rimasto immune. Ho riconosciuto dalle prime note “Who Wants To Live Forever”; ma ascoltarla associata al momento della conoscenza da parte di Freddie della diagnosi infausta mentre la mia memoria aveva già evocato le immagini di “Highlander” e perciò intuire il senso della scelta, è stato un attimo: l’immortalità di Freddie Mercury scorreva davanti ai miei occhi. L’emozione prorompente mi ha velato d’umido lo sguardo. Lo stesso velo umido ch’è apparso nel rivivere quel vero e proprio rito dionisiaco ch’è stata la performance dei Queen al Live AID di Wembley del 1985 e che chiude il film. E sono rimasto lì, durante lo scorrere dei titoli di coda, sperando di vederlo saltar fuori dallo schermo e chiamare: “Eeeeeooh!”. Poi si sono accese le luci della sala.

Un’attenzione particolare merita il protagonista, Rami Malek. È intuibile il profondo lavoro di studio e d’immedesimazione anche emotiva nel personaggio. Così il protagonista è al centro e domina tutte le scene del film com’è avvenuto nella realtà. Il lavoro di preparazione e la qualità della performance sono senz’altro paragonabile al miglior Robert De Niro in Toro Scatenato.  Peccato per il trucco: la protesi dentaria avrebbe potuto essere meno protagonista, tanto da assumere a volte un ruolo nel ruolo.

Qualcuno ritiene che il film manchi di originalità, che sia l’ennesima riproduzione di un cliché nel genere cinematografico biopic: “L’infanzia modesta, il trauma fondante, l’ascensione con prezzo annesso da pagare quasi sempre con una tossicodipendenza, la caduta, la redenzione a cui segue qualche volta la malattia e la morte. Insomma visto uno, visti tutti.” (Grazia Gandolfi su MyMovies.it). Da un lato è difficile essere ‘originali’ nella narrazione di una vita già assai originale da sé. D’altro canto non trovo nulla di male in questo c.d. clichè, perché è una struttura esistenziale da sempre presente nella vita quotidiana di ognuno di noi e fatta propria già dalla tragedia greca di Euripide. È la struttura fondante del mito. Perciò non mi meraviglia né m’infastidisce che venga riproposta dalla settima arte e non solo nel genere ‘biopic’. Significa che ce n’è l’esigenza e credo che non sia mai sufficiente offrire stimoli, chiavi di riflessione esistenziale; meglio ancora se attraverso le storie di personaggi reali perché ci consente di sentire il mito vicino e possibile.

Bohemian Rhapsody ricostruisce la storia di un mito della mia generazione e lo consegna a quelle a venire: chi non ha avuto la fortuna di vivere i Queen e quegli anni di fermento creativo, vedendo il film non potrà non aver voglia di conoscere, di capire e magari lasciarsi contaminare.

Francesco Topi

10 film natalizi (+1) per arrivare alla Vigilia belle cariche

Che siano d’amore, comici, o strappalacrime, ci sono dei cult movie che esattamente come l’albero e il presepe, fanno ormai parte della tradizione e se vogliamo stimolare uno spirito natalizio anche nel più Scrooge degli animi.

Niente paura, ce n’è per tutti i gusti.

  1. Piccole donne (versione del 1994)

Dal romanzo di formazione di Louisa May Alcott al grande schermo, la narrazione segue le vite delle sorelle March, che da ragazzine, appunto, crescono fino a diventare giovani donne. Essendo una storia spalmata su più anni, le vicende si svolgono in più stagioni, ma gli eventi più marcanti e toccanti cadono quasi sempre durante le loro festività natalizie, e ciò fa di Piccole donne, una delle tradizioni intramontabili dell’Advent calendar cinematografico. Tanto amore, tanta famiglia, tanta amicizia e tante lacrime. Prendete i pop-corn e la coperta per scoprire se siete più Meg, più Jo (io sono Jo), più Beth o più Amy.

  1. Il diario di Bridget Jones

Perfetto per una serata natalizia tra amiche durante la quale mandare al diavolo diete e regimi depurativi per festeggiare alla grande come Bridget. La single più imperfetta e pasticciona di sempre ci trascinerà nel suo vortice di feste natalizie durante le quali non si risparmia figure pessime al limite dell’imbarazzante. E poi ci sono Hugh Grant e Colin Firth… devo aggiungere altro?

  1. Love Actually

Colonna sonora stre-pi-to-sa. Commedia super-romantica che intreccia le storie d’amore e di guai di 5 coppie/single sullo sfondo di una Londra che più natalizia non si può. È sicuramente passato alla storia per una delle dichiarazioni d’amore più romantiche della storia del cinema, quindi… perfetto per sognare con gli occhi a cuoricino, abbracciati sul divano, bevendo cioccolata calda.

  1. L’amore non va in vacanza

E continuiamo alla grandissima con le rom-com! Qui abbiamo un’algida Cameron Diaz che scambia la sua villa di Los Angeles con il cottage nella campagna inglese di Kate Winslet, gattara dal cuore infranto. Natale nella neve per una e Natale al sole dalla California per l’altra, le due ragazze si scambieranno la vita per 10 giorni magici, che stravolgeranno il loro (e nostro) cuore. A mio parere, una delle commedie natalizie più riuscite degli ultimi tempi.

  1. Edward mani di forbice

Vintage anni ’90 con un indimenticabile Johnny Depp e una giovanissima Wynona Ryder, favola che alterna buio e colori supersaturi. Edward è un moderno Pinocchio, “figlio” di un inventore che muore prima di potergli costruire le mani, lasciandolo così con dieci lame al posto delle dita (e un biscottino di pastafrolla al posto del cuore). L’outsider puro di cuore e la bella della città. Una poesia d’amore, una dedica eterna, una ninna nanna, Edward Mani di forbice è quel film che tutti nella vita dovrebbero vedere. E rivedere.

  1. O.S. fantasmi

È il retelling in salsa anni ’80 del Canto di Natale di Dickens, impregnato della comicità di Bill Murray. E siccome ogni Natale, la tradizione del Christmas Carol va onorata, questa versione la stra-consiglio.

  1. Mamma ho perso l’aereo

Che ve lo dico a fa’?!

Ok, questo punto in realtà vale doppio, perché non si può guardare Mamma ho perso l’aereosenza Mamma ho riperso l’aereo, mi sono smarrito a New York. Perché tutti, guardandolo, ci siamo sentiti un po’ Kevin!

  1. Un amore tutto suo

E rieccoci con le rom-com, questa è particolarmente dolce e tenere, con Sandra Bullock bigliettaia della metro, innamorata persa di un cliente abituale del quale non sa neanche il nome (il Sandy Cohen di O.C.). Da Miss Nessuno si ritrova sua fidanzata da un giorno all’altro, dopo avergli salvato la vita da un incidente mortale. E il Natale di Sandra, non sarà più lo stesso.

  1. Scrivimi fermo posta

Questa è una autentica chicca. Alzi la mano che ha visto C’è posta per te con Meg Ryan e Tom Hanks! Ora alzi la mano chi sapeva che è un remake!… Nessuno? Immaginavo. Il film originale è del 1940 e si chiama proprio Scrivimi fermo posta, in inglese The shop around the corner.

Questa è la trama: Alfred e Klara, due commessi di Budapest che lavorano nello stesso negozio di articoli da regalo, corrispondono per lettera ignorando l’uno l’identità dell’altro: mentre per lettera hanno iniziato una romantica relazione epistolare che li ha portati a innamorarsi, nella realtà si detestano. La vicendevole antipatia cresce a mano a mano che aumenta la loro relazione epistolare. A fare da cornice alla storia, anche qui, è il Natale.

  1. Vacanze di Natale ‘95

Che top 10 sarebbe senza neanche uno dei cinepanettoni storici? Che piacciano o non piacciano, è innegabile che abbiano segnato un’era e a mio parere, questo rappresenta l’apice del duo Boldi-De Sica. Boldi porta in vacanza ad Aspen la figlia quindicenne innamorata di Luke Perry, De Sica invece è un giocatore d’azzardo sfortunatissimo, che dopo essere stato ripulito al tavolo da poker, deve scegliere se pagare il debito o “cedere” la sua bellissima moglie per una notte con l’avversario.

Equivoci, scambi di persona, qui pro quo, do ut des… chi più ne ha più ne metta.

E se questi dieci film non vi sono bastati, avremo sempre la certezza che la notte della vigilia, in tv passerà Una poltrona per due.

 

Doll Therapy per i malati di Alzheimer

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L’Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante che colpisce, più comunemente, in età avanzata.

Il primo sintomo, più frequente, è la difficoltà nel ricordare eventi recenti, ma non solo: con il passare del tempo può portare sintomi come afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore, depressione, incapacità di prendersi cura di sé, problemi nel comportamento. Ciò porta la persona, inevitabilmente, a isolarsi nei confronti della società e della famiglia. A poco a poco, le capacità mentali basilari vengono perse. La velocità di progressione può variare, ma l’aspettativa media di vita, dopo la diagnosi, è dai tre ai nove anni. Una malattia che distrugge interiormente, a poco a poco, chi ne viene colpito, ma che porta anche tanta sofferenza ai familiari che si sentono impotenti di fronte a questa malattia devastante. Non vi è molto da fare, non esiste una cura effettiva che la combatta completamente sino a farla scomparire, purtroppo. Ma un modo di aiutare queste persone esiste e credo sia un modo davvero incredibile e unico.

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Nasce in Svezia, alla fine degli anni ’90, la Doll Therapy. Grazie a Britt Marie Egedius Jakobsson, una psicoterapeuta, e mamma di un bimbo autistico.

Da allora e sempre più, in Europa, vengono create le bambole Joyk  per stimolare l’empatia e le emozioni, diventando sempre più oggetti simbolici nelle relazioni di aiuto.

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Una bambola può trasformarsi da semplice giocattolo a strumento terapeutico: si tratta di bambole bellissime create per stimolare e favorire lo sviluppo e la continuità delle emozioni degli anziani vittime di questa terribile malattia. Il loro sguardo dolce, il loro peso, la pelle setosa e i capelli morbidi, sono tutte caratteristiche che permettono di creare empatia. Queste bambole speciali hanno caratteristiche particolari che le differenziano dai giocattoli comuni: sono diverse nel peso, nelle dimensioni, nei tratti somatici e persino nella posizione di braccia e gambe. La Doll Therapy è un trattamento di carattere non farmacologico che prevede la possibilità per l’ammalato, attraverso la bambola, di esternare le proprie sensazioni e ricevere stimoli per le relazioni interpersonali. Infatti, nel rapporto con le bambole, la persona può ripetere le proprie esperienze infantili, recuperare la funzione di accudimento vissute nel ruolo madre/padre. Rivivendo tali esperienze, la persona affetta da Alzheimer, viene portata dolcemente a comunicare con gli altri, a stimolare la memoria, ad allentare e a gestire i disturbi a volte aggressivi che la malattia comporta.

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L’utilizzo di bambole per donne o uomini che affrontano questa terribile malattia, o l’utilizzo anche di particolari cani di peluche anch’essi creati con lo stesso scopo, può far davvero la differenza, perché l’aspetto emotivo in questa malattia è il punto focale. L’emozione positiva può accompagnare il malato e far sì che possa vivere ancora attimi o momenti di felicità.

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Al Carul Cioc si torna con piacere

Al Carul Cioc bisogna andarci almeno una volta nella vita, se non due, tre o sempre!

L’ambiente non è molto grande, quindi è sempre meglio prenotare, ma la simpatia e l’accoglienza che ti riserva Matteo Guatto, il proprietario, sono davvero un perno importante e una garanzia per questo localino di Udine.

Quando entri Al Carul Cioc ti ritrovi in un’atmosfera tipicamente rustica, tavoli e sedie in legno scuro ti invitano a sederti e a gustare gli stuzzichini che vengono preparati in giornata, con prodotti assolutamente freschi. La scelta è ampia e non si sbaglia mai; quando finalmente hai deciso, lo gusti che è un piacere guardando con un po’ di golosità anche l’antipasto del tuo compagno di serata. Ahimè queste bontà cambiano spesso, e dalla mente estrosa di Matteo siamo sicuri che la volta dopo ci saranno altre prelibatezze pronte a essere testate.

Io mi sono fatta tentare da un crostino di baguette con baccalà mantecato alla vicentina accompagnato da un ottimo prosecco. Anche i vini che vengono proposti Al Carul Cioc sono meritevoli; sono prevalentemente regionali e selezionati personalmente da Matteo. Lo stesso titolare ti aiuta nella scelta più adatta, elencandoti e spiegandoti i pregi e i punti di forza del nettare di Bacco, con competenza in materia degna di nota. Dalle sue parole si può notare l’amore che mette nel gestire questo locale e nel rendere felici i suoi clienti.

 

Via Giovanni Battista Tiepolo, 64, 33100 Udine UD Telefono371 337 2772

https://www.facebook.com/carulcioc/ 

Personaggi femminili forti: Ritratto di donna in cremisi di Simona Ahrnstedt

Titolo: Ritratto di donna in cremisi

Autrice: Simona Ahrnstedt

Casa editrice: Sperling&Kupfer

Genere: Narrativa

Pagine: 430

Formato: Rilegato/eBook

Ritratto di donna in cremisi, romanzo di Simona Ahrnstedt, edito Sperling & Kupfer, ci porta nelle atmosfere della Svezia di fine Ottocento più precisamente a Stoccolma nel 1880 e ci racconta una storia d’amore, la storia di una donna molto forte.
Questo libro è un romanzo di formazione e resilienza, racconta infatti di una giovane donna, Beatrice, che, rimasta orfana  cresce a casa dello  zio paterno, ma purtroppo Beatrice riesce a stabilire un legame affettivo unicamente con la cugina Sofia, unico suo punto di riferimento in famiglia.
Bea a diciotto anni non sa ancora di non essere padrona della sua vita e del suo destino, infatti lo zio e il cugino decidono di vendere la ragazza al migliore offerente  e di imporle  così, sotto minaccia, il matrimonio con il viscido e anziano Conte Rosenschiold, un uomo senza scrupoli, misogino e violento. Beatrice cerca di opporsi  a questo matrimonio, ma per salvare la cugina Sofia, unico affetto che le è rimasto, che rischierebbe altrimenti di prendere il suo posto, decide di cedere al ricatto del crudele zio.
La ragazza però nel frattempo si innamora di Seth, un giovane imprenditore norvegese dal carattere cupo ma dall’animo generoso. Seth, un’uomo che, al contrario del misogino conte, rispetta le donne, tenterà di sottrarre Beatrice al suo destino e si batterà per lei per tutta la durata della storia.
Bea passerà in pochi anni dall’essere una giovane adolescente a diventare una donna forte e risoluta.
Ciò che mi ha colpito negativamente è stata la mentalità ristretta e gretta della Svezia di fine Ottocento nei confronti delle donne, totalmente sottomesse al volere dei padri e dei mariti, in contrasto, con quella più aperta di altri paesi europei, come Francia o Inghilterra, dove la situazione si stava un po’ evolvendo.
La donna era considerata un oggetto dell’uomo, una bambola senza personalità gestita prima dal padre e poi dal marito, costretta a dedicarsi ad attività domestiche Il mondo della donna si limitava a al salotto e alla camera da letto.
È sconvolgente leggere di donne ritenute “affette da isteria”, a cui veniva praticata l’isterectomia per renderle più “docili”.

“Per quanto mi riguarda sono molto esigente quando si tratta della mente che deve decidere per me”. Poi sollevò il bicchiere.”Non credete che dovrei meritare una mente tutta mia, anche se sono soltanto una donna?”

A Beatrice viene infatti negata la possibilità di leggere libri e quotidiani, ma la ragazza ribelle per natura, decide di non sottostare a tutto questo. Inizia a leggere di nascosto ed esprime le proprie idee in pubblico a dispetto delle regole imposte dalla società in cui vive, provocando le ire degli uomini della sua famiglia e di suo marito. Questo atteggiamento le costa spesso punizioni corporali e psicologiche, prima da parte di suo zio che la lascia chiusa nella sua stanza senza acqua né cibo, per giorni a deperire e disidratarsi, per farle “abbassare la testa” e decidere di sottomettersi al suo volere, poi da suo marito che la violenta nel modo peggiore, creandole ferite fisiche e psicologiche difficili da rimarginare.
Nella prima parte del romanzo sono descritte alcune scene piuttosto cruente, necessarie alla veridicità della storia, che successivamente nella seconda parte , lasceranno spazio a più leggerezza spensieratezza.
Il carattere ribelle di Beatrice e il suo grande amore per Seth, le costeranno quasi la vita.

Lo stile di scrittura di Simona Ahrnstedt è scorrevole e chiaro e le descrizioni degli ambienti e dei personaggi, estremamente minuziose, permettono al lettore di figurarsi visivamente ogni scena del romanzo come una sequenza cinematografica.
Consiglio il romanzo Ritratto di donna in cremisi a chi ha voglia di leggere uno spaccato della Svezia di fine Ottocento, di conoscere la posizione della donna nella società dell’epoca e leggere una bellissima e travolgente storia d’amore, passionale e travagliata.

I diamanti sono i migliori amici di una ragazza

Ho accompagnato un’amica a scegliere le fedi e, nella mia ignoranza, pensavo che la questione si sarebbe risolta in un quarto d’ora, per decidere tra una fascetta in oro bianco o oro giallo, e invece…

E invece siamo state due ore in un salottino a confrontare l’innumerabile varietà di modelli possibili.

A cominciare dal taglio dei diamanti, passando per caratura, purezza e colore. Sì, la mia amica vuole una fede importante (la sua, quella del marito sarà più basic), con una bella pietra che si faccia notare e io ho fatto di necessità virtù e ho imparato.

E poi, confesso, dopo aver letto il saggio Amori Reali di Cinzia Giorgio, la curiosità sugli anelli di fidanzamento mi era rimaste e volevo saperne di più.

I diamanti non sono tutti uguali e a seconda del taglio, cambia il nome. E non è qualcosa da prendere sotto gamba, perché dopo i carati, è la seconda cosa più importate che caratterizza la gemma. Dal taglio dipende la brillantezza, la rifrazione della luce, e l’esaltazione del colore della pietra.

Forse, questo piccolo dizionario del taglio diamanti, potrà servire anche a voi, quando sarà il momento. E non mi riferisco solo a un matrimonio o a un fidanzamento, magari un giorno vorrete farvi un regalo di valore, oppure erediterete dalla nonna o dalla zia un diamante che vorrete fare rimodernare, quindi meglio essere pronte.

Partiamo con i tagli:

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Baguette: la forma richiama quella del filone di pane, quindi la pietra ha un corpo rettangolare, lungo e stretto, con la faccia superiore piatta e liscia. Nella gioielleria più comune è facile trovarla come accompagnamento ad altre pietre, che non come solitario. Ne è un esempio la fede di Marilyn Monroe quando sposò Joe Di Maggio il 14 gennaio del 1954. L’anello porta il nome Eternity band, peccato che il matrimonio durò solo un anno, poiché Joe era un uomo gelosissimo e non tollerava la figura di sex symbol della diva. Si narra che scoppiò in una scenata di rabbia quando Marilyn girò la scena (iconica) della gonna sollevata dallo sbuffo della metro.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Princess: la forma è quadrata e dai bordi fortemente sfaccettati. Una sua variante più semplice è il taglio carré, quadrato, dalla lavorazione simile al baguette. E se non sapete come è fatto un milione di dollari, vi suggerisco di guardare l’anello di fidanzamento ricevuto da Hilary Duff in dono dal primo marito: una pietra taglio princess da ben 14 carati 8come se non bastasse, la proposta è arrivata durante una vacanza alle Hawaii). I paparazzi, sempre attivi, hanno immortalato nel riflesso di una finestra l’esatto momento in cui Mike Comrie si è inginocchiato con l’anello. E il ringraziamento devotissimo (e che forse avrebbero fatto meglio a lasciare privato, spegnendo gli obiettivo) di lei.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Smeraldo: o step cut, è tra i più famosi e anche l’anello di fidanzamento di Grace Kelly è tagliato con questa forma. Di tutti i tagli questo mette subito in evidenza i difetti della pietra, quindi lo troviamo su quelle più pure. E chi, se non la divina Grace Kelly poteva avere per il suo fidanzamento un diamante purissimo? Cartier, lavorò per lei, nel 1956 la pietra taglio smeraldo divenuta iconica poiché l’attrice lo indossò durante le riprese di High Society al fianco di Frank Sinatra. E poi, Grace chiuse la porta di Hollywood per trasferirsi nel Principato di Monaco.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Cuscino: molto popolare nel 1700, è molto sfaccettato, con gli angoli arrotondati e la superficie “bombata” e richiede pietre prive di difetti. Un diamante di questo taglio brilla al dito di Meghan Markle, la novella Duchessa del Sussex. Niente di pretenzioso, però: la pietra si aggira tra i 3-4 carati. Ma quando entri a far parte della famiglia reale, non vuoi rinunciare a un po’ di luccichio per un titolo nobiliare?

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Rotondo/diamante: il più classico dei tagli, lo si trova sia per i solitari che per le composizioni. Enormemente sfaccettato, accentua al massimo la rifrazione della luce, quindi la brillantezza. Semplice, elegante, e intramontabile, questo è il taglio dell’anello di fidanzamento della Regina Elisabetta: un diamante da tre carati ricavato dalla tiara della madre di Filippo (suo marito). La regina è così affezionata all’anello da portarlo ogni giorno.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Marquise: o taglio a mandorle, poiché il diamante ha forma allungata, con le due estremità appuntite. La leggenda narra che il taglio fosse stato pensato per un gioiello donato da Re Luigi XV per la sua amante, la Marchesa di Pompadour. Il pregio di questa forma è far sembrare la pietra più grande della sua dimensione reale. Victoria Beckham possiede ben 14 anelli di fidanzamento, ma il primo, quello ufficiale, è proprio taglio marquise da 3 carati.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Ovale: molto in voga negli anni ’60, come tutti i tagli allungati, anche questo fa sembrare la pietra più grande di un taglio tondo o carré. Lo zaffiro al dito di Kate Middleton sul suo anello di fidanzamento, è appunto ovale, ed è quello che fu, a suo tempo, di Lady Diana.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Goccia: altrimenti detto a pera, va indossato con la punta rivolta verso l’unghia per far sembrare le dita più affusolate. È una forma che risale addirittura al 1400, invenzione del gioielliere belga Lodewyk van Berquem. Mia Farrow ricevette proprio un diamante a goccia da Frank Sinatra, quando la chiese in moglie nel 1966 creato da Ruser, il gioielliere delle star della Hollywood dei tempi d’oro.

Elaborazione Grafica Felicia Kingsley ©

Cuore: forma prediletta dalle celebrity, perché oltre all’effetto scenico garantito, è la forma di più difficile lavorazione da realizzare, oltre che molto costosa poiché richiede pietre di grossa dimensione. Tra gli estimatori del genere abbiamo, infatti, Lady Gaga, che ha ricevuto dal fidanzato (ormai ex) un diamante a cuore da 6 carati, da quasi 400’000 dollari.

Bohemian Rhapsody

Freddie ti ho rivisto, proprio stasera. Ti ho rivisto inizialmente seduta su una comoda poltrona del cinema vicino casa. Poi, quella stessa poltrona è diventata piccola e scomoda, perché volevo alzarmi e cantare. Alzarmi e gridare. Ma gli occhi ipnotici dell’attore che ti ha riportato tra noi, insieme alla tua voce e alla vostra musica, me l’hanno impedito: tenendomi letteralmente incollata per le due ore di proiezione.

Bohemian Rhapsody non è solo un inno all’enorme talento di Freddy Mercury, alla sua spropositata estensione vocale, alla sua inquietudine d’uomo e alla sua eccentrica irrazionalità… Bohemian Rhapsody è anche la storia raccontata in modo schietto e vero di una delle rock band più famose del secolo: i Queen.

Questo film è un elogio alla loro musica, ai loro sacrifici, all’intensa creatività. Perché i Queen non esistono senza Freddie Mercury , ma anche lui ha avuto bisogno di loro: traduttori in musica della sua unicità. Ho sempre amato Freddie e anche per questo ero arrivata alla proiezione un po’ scettica e dubbiosa, invece più passavano le immagini, più avrei voluto ricominciare a vedere il film da capo.

Costumi e fotografia eccezionali, le riprese del regista sono potenti. L’interpretazione del bravissimo Rami Malek incide in modo impressionante e decisivo su tutta la pellicola. Della colonna sonora non si deve parlare, si deve ascoltare perché la voce di Freddy fa vibrare le corde dell’anima.

Consiglio a tutti di vedere questo film. Ai fan dei Queen perché potranno immergersi in una storia che conoscono alla perfezione di cui non se ne ha mai abbastanza (anche se li avviserò delle imprecisioni sul percorso storico raccontato, per esempio: durante il Live Aid quando ancora Freddy non sapeva della sieropositività come viene lasciato intendere). A chi, invece, conosce ancora poco di questa leggendaria band, lo suggerisco perché è un film fatto bene che fa sorridere ed emozionare.

Mi sono emozionata, soprattutto quando allo scorrere dei titoli di coda le persone in sala hanno iniziato ad applaudire e cantare, mentre lo schermo proiettava un filmato originale di un’esibizione dei Queen. Abbiamo cantato, applaudito e molti (compresa me) si sono commossi. Io credo che tutti questi gesti non fossero espressi solo e soltanto per la bellezza del film; io credo che fossero tutti per i Queen… per Freddy! Perché la loro musica è eterna.

C’è una scena bellissima nella quale l’attrice che interpreta Mary, dice: “Freddie, ti stai bruciando come una candela al vento”. Vero, Mercury si è spento troppo presto, ma ha lasciato un pugno aperto in mezzo al cielo dal quale riecheggia ancora la sua voce.

Stasera, mentre scrivevo ho fatto chiudere gli occhi a mio figlio Tiziano, gli ho messo le cuffie sulle orecchie e lasciato che ascoltasse Love of my life. Lui ha sbarrato gli occhi, stretto le mani intorno alle cuffie ed esclamato: “Mamma, questa è la voce di Freddie”, e a me è tremato il cuore. Ovunque tu sia; Freddy, continua a cantare perché la tua voce arriva fino agli Angeli.

Mirtilla Amelia Malcontenta

Il mascara per sopracciglia di Korff

Vado in farmacia, convinta di comprare solo e soltanto l’abituale scorta familiare di farmaci per combattere il temibile Invernus Bacterium. Nell’attesa del mio turno, l’occhio mi cade tra gli espositori del make up… ed è stato subito amore!

Il Mascara per sopracciglia di Korff (marca che consiglio a tutte, sopratutto per chi è allergico come me anche all’acqua del rubinetto) doveva essere mio! Mi trasformo in Clio Mirtilla make-up.

Inizio a osservare meglio il prodotto: davvero interessante perché è facile da usare e le sue dimensioni, lo rendono utilissimo anche per essere portato in borsa. Non cola, non graffia o irrita. Tre gradazioni di colore e un utile matita color burro, che definisce l’arco sopraccigliare, donando allo stacco tra le sopracciglia e il resto dell’arcata molta luminosità anche a chi, come me, porta gli occhiali.

Prezzo accessibile e sicurezza negli ingredienti fanno di questo mio ultimo “auto-regalo” l’inizio di una passione che renderà il mio sguardo sicuramente più definito e sempre perfetto!

Mirtilla Amelia Malcontenta

Il favoloso mondo di Heidi_Lab

Heidi_Lab è un progetto creativo, artigianale di abbigliamento per donna e bambina. Il logo è un piccolo fumetto con la sua iniziale,  perché Heidi è davvero il suo nome! La passione per le stoffe, gli abbinamenti e i colori nasce nel 1994 quando Heidi aveva sedici anni e cuciva minigonne per sé e per le sue amiche, di nascosto dalle mamme! Costumista, sarta, designer, vetrinista con laurea in belle arti, ha frequentato numerosi corsi di formazione. Ogni capo è realizzato interamente nel suo laboratorio romano; i tessuti che usa sono in prevalenza naturali, e molti sono in fibre eco-sostenibili certificati “Gots”.

Spesso disegna le grafiche che verranno stampate sulle sue stoffe preferite. Per completare ogni capo Heidi pensa al suo accessorio più adatto, spesso firmato dalla designer di gioielli Valentina Mancini, con cui si è instaurata una collaborazione che dura ormai da anni. Indossare un capo proveniente dal Lab di Heidi vuol dire unicità, attenzione per i dettagli e per le materie prime di pregio.

Tre domande a Heidi

Come si svolge la giornata lavorativa?

Sveglia presto 6:30 del mattino, rapide coccole nel lettone con i bimbi, ci tuffiamo in tazzoni di latte&cioccalto (caffè per manna&papà), e di corsa ci si prepara per la giornata! Dalle 10:00 pronta nel Lab con le mie compagne di viaggio: la musica (rock anni ’70 in primis) e soprattutto le due macchine da cucire (Janome e Singer) una ha circa vent’anni, l’altra è una modernissima taglia e cuci: senza di loro non esisterebbero le mie creazioni!

Quali sono le tue fonti d’ispirazione?

Devo dire in verità, che non seguo realmente la moda… le uniche sfilate che non perdo mai sono quelle della famiglia Missoni, ma per pura gioia personale, non per ispirarmi, semplicemente mi riempiono il cuore! Le mie vere ispirazioni vengono dai materiali: quando immagino un qualsiasi oggetto da indossare provo a capire la tipologia di materiale più adatto per realizzarlo, il momento della giornata in cui si potrebbe usare e soprattutto a quali fisici potrebbe star bene, perché ci tengo a poter vestire tutte le età e tutte le taglie! Per questo le mie creazioni spaziano da oggetti particolarissimi, ma comunque indossabili, ad abiti per la tutti i giorni.

Progetti futuri?

Il mio sogno è un laboratorio, aperto al pubblico, nel cuore di Roma! Sto lavorando con immensa passione per raggiungere questo obbiettivo. Gli altri progetti che porto avanti sono le collaborazioni (che spero non finiscano mai) con designer emergenti e con i professionisti dell’immagine, così da proporre sempre un total look, ma non per forza tutto coordinato… mi piace inserire sempre un particolare che “stona”, perché adoro la perfetta casualità!

Dove trovare Heidi:

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