Scegliere un’auto, guida per impediti

Un volante, quattro ruote e fino a qui, tutto bene.

Per scegliere un’auto, però, bisogna andare oltre alle nozioni base, e anche in questo caso estetica e colore non bastano.

Ricordo quando una mia amica doveva cambiare la macchina e il suo unico requisito era che fosse color ciliegia.

Non facciamo la figura dei minorati e andiamo in un concessionario chiedendo ciò che ci serve sapere.

Anche perché, non essere in grado di valutare ciò che ci viene detto significa farsi rifilare qualsiasi cosa il venditore voglia piazzare.

Io sono un’esperta di auto? No, ma il mio compagno è un religioso integralista delle quattro ruote, un talebano del motore, e in questi anni felici insieme mi ha trasmesso per osmosi le sue tavole della legge, un po’ come Dio con Mosè sul Monte Sinai.

Dobbiamo cambiare auto, come partiamo?

Dal budget: se abbiamo i soldi contati possiamo puntare su un buon usato, oppure, se siamo disposti a spendere un po’ di più perché sappiamo che ci faremo durare l’auto almeno una decina d’anni, ci possiamo spostare sul nuovo.

Carburante: diesel? Benzina? Gas? Elettrica? Oltre che essere meno costoso della benzina, il diesel è perfetto per chi fa sia percorso urbano che autostrada, perché è versatile sia a livello di performance che di consumi (a parità di chilometri, consuma meno litri di carburante rispetto un benzina), e dura nel tempo (il motore arriva a chilometraggi molto più alti). Un benzina lo consiglierei solo in due casi: chi l’auto la usa poco o solo in città (diciamo, sui 3-4000 chilometri l’anno), o a chi vuole una sportiva, quindi serve un motore dalla sprint aggressivo. I gas, GPL e metano, sono la soluzione per chi vuole spendere poco-pochissimo in carburante, ma nel caso di un metano, le prestazioni sono da lumaca, e il GPL, invece richiede più manutenzione, perché sporca di più il motore. L’elettrica sta prendendo piede, non solo come Tesla, ma anche tra Audi, BMW, Toyota, ma se abbiamo un budget contenuto, l’elettrico non fa per noi. C’è da aggiungere che le colonnine di ricarica non sono ancora diffusissime e l’autonomia delle batterie non è ancora del tutto soddisfacente. Magari, in futuro, la tecnologia elettrica migliorerà.

Trazione: posteriore? Anteriore? Integrale? In parole povere, quante ruote lavorano. Le due davanti, le due dietro o tutte e quattro. La maggior parte dei veicoli è a trazione anteriore, facile da gestire, economica, e lascia più spazio nell’abitacolo. Unico problema: tende a fare slittare gli pneumatici con l’accelerazione.

La trazione posteriore è tipica delle auto sportive, che rende la guida più scattante, maneggevole e precisa, dare più aderenza alla strada, ma non è il top sulle superfici irregolari (ghiaia, asfalti dissestati, ghiaccio, neve etc).

La trazione a 4 ruote (il famoso 4×4) ha la tenuta di strada migliore anche nelle condizioni peggiori (bagnato, neve, sterrato, fango), quindi se abitate in collina o montagna, ci farei un pensierino anche se a livello di consumi è dispendiosa, inoltre ha qualche problema di sottosterzo (sensazione di essere portati fuori nelle curve veloci).

Trasmissione: ovvero, il cambio. Automatico o manuale? Quello automatico ci leva dall’impiccio di cambiare, di spostare il piede da un pedale all’altro, di fare il canguro ed essenzialmente porta il comfort di guida a un livello altissimo, specie per chi si muove soprattutto in città e quindi ha tanti frena-vai-frena-vai.

Il lato negativo è il costo, maggiore rispetto al manuale, e dovrete sostituire l’olio più spesso e consuma più carburante, e necessita di un motore con più cilindrata e più cavalli (ma di questi parliamo dopo).

Cilindrata: è quel numero che spesso vedete appiccicato sul posteriore dell’auto. 1.3, 1.5, 2.0… tradotto sono 1300, 1500, 2000 centimetri cubici, ovvero la capacità del motore. In genere è in equilibrio con il peso dell’auto. Per intenderci, un carrarmato con una cilindrata 1000 non andrà neanche a spingerlo.

Cavalli: ossia la potenza sprigionata dal motore. Tanti cavalli, tanta potenza (concetto caro alla Ferrari), ma anche qui, occhio! Oltre i 252 cavalli, in Italia, scatta il superbollo! Comunque, a meno che non vogliate una supersportiva, difficilmente arriverete a superarli.

Dimensioni: nessuno ci pensa mai, ma prima di comprare l’auto, prendete le misure della porta del garage!

Logistica: tre porte o cinque porte? Bagagliaio grande? Spazio nei sedili posteriori? Tettuccio basso? Visibilità dal lunotto posteriore? Sono tutte cose che dovete provare aprendo ed entrando nell’auto. Non si comprano le auto a scatola chiusa.

Optional: nel 2019 ci sono tecnologie in grado di semplificarci la vita (e non parlo dell’autoradio), quali cruise control, sensori di parcheggio, telecamera posteriore, park assist, sedili riscaldati, limitatore della velocità, ma due dovete metterli senza se e senza ma: i fendinebbia e la ruota di scorta. Se non ci sono di serie, chiedeteli, ne va della vostra sicurezza e di chi sale con voi. Solo dopo preoccupatevi del computer di bordo domandando se “L’iPhone si connette?!, La musica come si sente? Posso sentire Spotify”…

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Sulla soglia dell’eternità

img_8203Il film si colloca senz’altro nel genere biopic, ma con una cifra che lo distingue. La storia è pensata e il film girato e montato dal punto di vista di Van Gogh, con l’evidente e realizzato intento di mettere lo spettatore nella condizione d’immedesimarsi nel protagonista. Julian Schnabel prima che regista e sceneggiatore, è un pittore “espressionista d’oggi”, come lo definisce il critico Philippe Daverio. Di sé Schnabel ha detto: “Mi nutro di dissidi e contraddizioni. E’ dalla tensione dicotomica tra opposti che nasce l’equilibrio. Quando creo, mi abbandono all’intuito, mi lascio trascinare dalla forza di ciò che non posso comprendere. È una sottomissione, volontaria e prolifica, a forze invincibili e imperscrutabili. Allo stesso tempo, rincorro con esasperazione la novità e raccolgo, in modo inesausto, oggetti e materiali. Non posso rinunciare alla figurazione. Né all’astrazione. Se aderissi a un unico linguaggio mi sentirei imprigionato in una dimensione asfittica e stagnante.”(https://www.stilearte.it/julius-schabel-le-tele-immense-del-pittore-regista/). Sembra di sentire Van Gogh! “Perché devi dipingere sempre la natura?” domanda Gauguin nel film e lui: “Mi sento perso se non ho qualcosa da osservare!” Quanto questa sia risposta di Van Gogh o piuttosto del pittore-regista Schnabel poco importa. E’ chiara l’empatica immedesimazione tra regista e protagonista della storia. Un transfert che il regista fa di tutto per consentirlo anche allo spettatore, perciò gira molte scene usando la macchina da presa come fosse l’occhio del protagonista e, siccome è lui a girare, è anche l’occhio del regista.

Tutte le scene girate con questa prospettiva sono restituite sullo schermo sfocate nella parte bassa (eccellente la fotografia): l’immagine complessiva diventa così l’esplicitazione della lotta interiore sempre in atto nell’artistatra ciò che vede e ciò che sente nel guardare, tra l’immagine che la mente gli costruisce e la figurazione verso cui emozioni e spirito lo spingono. All’inizio del film mi sono sentito infastidito da quelle immagini e mi sono ritrovato a tentare di mettere a fuoco. Per fortuna ho preso presto consapevolezza del mio fastidio e me ne sono domandato, concludendoappunto che Schnabel ha cercato di rivivere e far rivivere anche allo spettatore quella lotta interiore, lo sforzo titanico che bisogna compiere per mettere a fuoco la realtà materiale col proprio sentire. E all’inizio sempre tutto appare nebuloso, come nelle immagini, perché la mente… mente. Van Gogh e Schnabel non si accontentano di ciò che la mente gli propone, cercando e sforzandosi fino allo spasimo d’andare oltre e, col loro sentire, dentro le cose. Le loro opere divengono il magnifico risultato di questa ricerca. Una ricerca che fece passare per folle Van Gogh, non più ovviamente Schnabel grazie a Van Gogh! Ma, in realtà, questi era folle (e Schnabel sarebbe folle) esattamente quanto era acerba l’uva della volpe di Esopo. Infatti non lo era, ma tutti (la volpe) ritenevano che lo fosse. Il motivo è semplice, ce lo dice Van Gogh all’inizio del film con la sua voce fuori campo e a schermo nero: “Ciò che voglio è essere uno di loro!”, più o meno queste sono le sue parole. Ed è quello che ciascuno di noi nella sua vita vuole e cerca: essere accettato. Perciò poi ci sembra folle chi percorre a piedi e in solitudine, quasi perso, chilometri nella campagna con sulle spalle il peso degli strumenti per dipingere, alla ricerca di non sapeva neppure lui cosa, ma che ogni volta trovava e ne era felice. Cosi com’era felice di tradurre sulla tela la sua figurazione e offrirla al mondo. Una felicità che avrebbe potuto condividere con ibambini se solo la maestra fosse stata in grado di sciogliere le reciproche paure invece di aizzarglieli contro, con la prevedibile conseguenza di aizzargli contro poi l’intero villaggio. Quel pittore è un folle! Così tutto va a posto: la comunità è salva, l’accettazione reciproca conservata, salvo il costante venticello del pettegolezzo che tutto tiene sotto controllo, immobile, frenato, ripetitivo, senza evoluzione. Il dramma del diverso non importa a nessuno, anzi è quasi sempre socialmente e individualmente affrancante.img_8204

 

Per fortuna ci sono stati e ci sono uomini e donne che hanno avuto e hanno il coraggio d’andare contro la corrente del farsi accettare a tutti i costi, fatta di senso comune, e di immergersi invece nella corrente dello spirito, indomito e sempre vivo. Tutti coloro che questo coraggio hanno avuto sono stati anche pienamente consapevoli della condizione umana. È ciò che il regista ci dice con l’accettazione e la proposizione dell’ipotesi dell’omicidio di Van Gogh invece del suicidio. Se solo per un attimo accettassimo l’ipotesi, potremmo anche comprenderne il senso e quanto il comportamento “omertoso” sia stato coerente ed in linea con la vita e le profonde convinzioni della vittima. Van Gogh aveva una profonda religiosità tutta rivolta al sociale. Sembrava quella all’inizio la sua vocazione; ma la strada gli fu preclusa dal suo modo di vivere sempre “eccessivo”. Non venne, infatti, confermato nell’incarico di predicatore nella regione mineraria belga del Borinage perché “aveva preso troppo alla lettera il modello evangelico”; ma nel frattempo aveva realizzato ‘I mangiatori di patate’ di cui andava molto fiero! Ebbene, come avrebbe potuto mai una persona tanto invisa a se stessa da annichilirsi e perciò essere allontanata da un incarico che pure aveva cercato, un artista che per tutta la sua vita è stato, in diverso modi, sempre alla costante ricerca di Dio, nelle persone prima e nella Natura poi, come avrebbe mai potuto denunciare dei ragazzi sapendo che avrebbe rovinato loro la vita? Certo nessuno gliel’avrebbe rimproverato, salvo poi vedere se gli avrebbero creduto; altrettanto certo è che non l’ha fatto. Il film narra solo gli ultimi due anni della tormentata vita di Van Gogh, ma chiarisce tutto il suo mondo interiore; spiega come la sua ricerca di Dio nella Natura lo abbia portato a cambiare l’uso dei colori fin lì conosciuto e adoperato e adutilizzare un modo di dipingere assolutamente nuovo. E sinceramente, dopo aver visto il film, non riuscirei adimmaginare altri che William Defoe come suo eccellente interprete. Di lui mi ha colpito un particolare. Paulus van Görlitz, coinquilino di Van Gogh a Dordrecht, scrisse che “Un giorno – ci conoscevamo da un mese – mi pregò, sempre col suo sorriso irresistibile…”. Ecco, il sorriso irresistibile, questo mi ha colpito: William Defoe evidentemente ce l’ha di suo, perché lo ha sfoggiato per tutto il film. Cruda, passionale, viscerale e poetica è, come il protagonista, la narrazione della storia di una lotta costante tra limiti umani e fuoco interiore, ch’è poi il dramma della condizione umana. Che quel genio fosse pienamente e lucidamente consapevole di questa lotta è evidente nel dialogo tra lui e il prete che gli fa visita per decidere se dovesse o meno rimanere in asilo psichiatrico. E lì Van Gogh sfoggia tutta la sua lucidità, la sua logica disarmante, la sua consapevolezza, quella consapevolezza che, se non tradita, colloca senz’altro “At Eternity’s Gate”. Film imperdibile. Ancora una volta Grazie! al Cinema Lovaglio di Venosa.

Francesco Topi

20 cose che non sapevi su Anna Wintour

Dopo Il diavolo veste Prada, non esiste persona sulla faccia della terra che non conosca Anna Wintour, la terribile e temibile editor-in-chief di “Vogue America”, la regina della moda, colei che decreta la vita e la morte dei trend, creatrice di idoli e distruttrice di carriere, blindata dietro i suoi occhiali da sole e il suo caschetto.

Ammetto che anche io sono rimasta affascinata da questa autorevole donna di potere e ho scavato alla ricerca di quei dettagli che rendono Anna Wintour, l’Anna Wintour che conosciamo.

1. Fa la piega due volte al giorno. Il suo caschetto è perfetto perché lo fa phonare sia alla mattina che nel tardo pomeriggio/sera. Questo, da quando lo porta, ossia dall’età di 14 anni.

2. Manolo Blahnick produce apposta per lei da vent’anni il sandalo incrociato kitten-heel color nude. Il nude matcha alla perfezione con il colore della pelle di Anna, ça va sans dire.

3. Va a dormire alle 22.15 e si sveglia alle cinque ogni mattina, e scende in campo per il suo quotidiano allenamento di tennis. I suoi atleti preferiti? Roger Feder e Serena Williams.

4. Dirige “Vogue America”, ma è inglese, nativa di Hampstead, Londra.

5. È astemia. Frequenta after-show party ed eventi di ogni genere, ma la diavola dal caschetto cenere non tocca alcool. Per lei acqua frizzante o caffè.

6. Condè-Nast le riconosce un budget annuale di 200.000 dollari l’anno per il suo guardaroba. Se il tuo lavoro è la moda, i vestiti griffati sono la tua uniforme. Niente paura, Anna fa guadagnare a “Vogue” almeno 2 milioni all’anno.

7. Un altro elemento immancabile dei suoi outfit è la collana. Le piacciono le collane pesanti, fantasiose, colorate, con molta personalità.

8. Quando è a Parigi per le fashion-week alloggia nella suite Coco all’Hotel Ritz.

9. È aracnofobica. Si potrebbe pensare che lei, dura come un chiodo da bara, non si faccia spaventare da nulla, invece ha paura dei ragni.

10. Su le mani amiche del team Jane Austen, Anna è una nostra sorella! Infatti il suo libro preferito è Orgoglio e pregiudizio. Chissà se anche lei ha sospirato sognando di essere Mrs Darcy di Pemberley?

11. Ama il floreale. Nel suo ufficio sono sempre presenti vasi di fiori freschi e anche sui vestiti ama le stampe e le fantasie a fiori. Non per nulla la stagione che preferisce è la primavera.

12. Colleziona vasi Clarice Cliff, coloratissimi. Uno dei mantra di Anna, infatti, è: COLORE! Osare con il colore.

13. Tra pelle e pizzo, preferisce il pizzo; tra velluto e pelliccia, vota pelliccia; e non si vestirebbe mai completamente di nero dalla testa ai piedi.

14. Ha lasciato la scuola a 15 anni. Si potrebbe pensare che chi siede sulla poltrona più importante di Vogue debba avere un chilo e mezzo di titoli accademici, invece non è così. Anna è sempre stata restia a rispettare le regole, in particolare quelle del suo collegio. Odiava l’uniforme e spesso accorciava l’orlo della gonna, infrangendo il regolamento. Regolamento che le stava stretto e dal quale si è liberata. Erano altri tempi e l’editore di ferro che conosciamo, anziché all’università, si è formata sul campo.

15. “AWOK” è l’acronimo in codice per “Anna Wintour’s O.K.”, e se ricevi una nota con quelle quattro lettere vuol dire che hai fatto bene il tuo lavoro. Se invece ti trovi un post-it con scritto “Dobbiamo vederci”, inizia a tremare.

16. Si concede con il contagocce: raramente rimane a una festa per più di 20 minuti.

17. È una fan di Game of Thrones. Chissà se è #teamCercei o #teamDaenerys?

18. Gli occhiali che ormai sono il suo marchio di fabbrica, sono più che una questione di stile, una questione visiva: ha la vista deteriorata e le sue sono lenti correttive. Ricordate Sandra Mondaini, che portava sempre gli occhiali da sole anche al chiuso? Ecco.

19. Nella sua carriera ha lavorato per un breve periodo anche come editor per una rivista erotica femminile, ora chiusa, di nome “Viva”, della famiglia “Penthouse”.

20. È stata licenziata. Sì, questa è la dimostrazione che anche i grandi falliscono. Quando lavorava per “Harper Bazaar” è stata licenziata dal suo ruolo di junior fashion editor. Il motivo? Le hanno detto che non capiva il mercato americano. Sembra che il tempo abbia dato ragione a lei.

 

The Mule – Il corriere

The Mule e Clint Eastwood non tradiscono le aspettative. Il monumentale e inarrestabile Clint Eastwood chiama a sé un cast degno di nota: Bradley Cooper, Dianne Wiest, Laurence Fishburner, Andy García e Alison Eastwood (figlia di Clint).

L’attore e regista ci presenta un film amaro, riflessivo, per certi versi commovente e con un finale sorprendente, basato su una storia realmente accaduta.

Il protagonista è un uomo anziano che dalla vita ha preso senza dare; forse proprio a causa della sua età, inizia a riflettere sul ruolo che ha avuto nella famiglia, venendo alla conclusione che è stato un pessimo marito e marito. Quando gli viene pignorata la casa e la sua famiglia non lo vuole più vedere capisce che deve fare qualcosa per ripagare gli anni di mancanze verso i suoi cari. Se da prima non comprende appieno che quello che gli viene chiesto è fare il corriere per il cartello messicano, successivamente alla vista di tanti bei dollaroni ci prende gusto, ma non tanto per se stesso quanto per aiutare gli amici e parenti. Sulle sue tracce c’è la Dea con il bellissimo Bradley Cooper che ha un ruolo più marginale, ma riesce lo stesso a bucare lo schermo.

Il film si snoda tra i bellissimi panorami americani, le battute sarcastiche del protagonista, le riflessioni sulla vita, sulle occasioni mancate, i rimpianti e le corse per le consegne. Con i suoi inconfondibili modi spigolosi e burberi l’attore e il film provocano un’amara constatazione sul tempo che dedichiamo a chi amiamo, per meglio dire il poco tempo, e quale posto gli riserviamo nella nostra personale scala dei valori.

Sicuramente Clint Eastwood, nonostante la parte inusuale che ricopre in questa pellicola, è riuscito nell’intento di farsi amare ed elogiare. Un ruolo lontano dall’eroe a cui siamo abituati, ma che lo interpreta con la maestria ed eleganza che gli appartengono. L’età non ha scalfito la bravura dell’attore e nemmeno del regista, in un susseguirsi di stupendi film che da I ponti di Madison Country sono rimasti indelebili nei cuori degli spettatori.

Steve McCurry: ICONS

Il fotoreporter americano Steve McCurry ha legato la fotografia al viaggio (“Se dovessi smettere di fotografare, penso che continuerei a viaggiare. Viaggio e fotografia sono come intrecciati. E sono affascinato da entrambe le cose. Così, se non mi dedicassi alla fotografia, farei il nomade di professione.”)

Queste sono le parole che McCurry pronuncia per descrivere il suo lavoro e la sua vita. E’ per questo che consiglio a tutti coloro che ne hanno la possibilità di visitare “ICONS”, una mostra che raccoglie circa 130 fotografie esposte presso il Gil di Campobasso dal 26 gennaio al 28 aprile 2019. L’evento è stato organizzato dalla Fondazione Molise Cultura e curato da Biba Giacchetti che, in un susseguirsi di immagini, racconta lo straordinario viaggio trentennale di questo fotografo lungo le strade del mondo.

Pochi come lui hanno saputo fare della voglia di muoversi, di conoscere il mondo e di osservarlo con occhi sempre nuovi, una professione riuscendo a cogliere le bellezze, la magia del mondo ma anche i suoi drammi, come le guerre o i disastri naturali.

Le fotografie esposte lungo le sale del Gil di Campobasso, rappresentano il suo operato, la sua incessante ricerca dei segreti della terra e degli uomini che la abitano. Osservando le immagini si ha la sensazione di fare un viaggio intorno al mondo, di salire sopra la vetta più alta per guardare la vastità della terra e del cielo, un viaggio attraverso le razze, il folklore, la cultura e quella spiritualità che divide l’Oriente dall’Occidente. Un cammino nelle emozioni nascoste nei dettagli, perché sono quelli che ama catturare McCurry nel suo lungo peregrinare da una parte all’altra, dall’America all’Asia, dall’Europa all’Africa con la speranza, nel cuore, di raccontare l’essere umano ed il contesto nel quale vive. Uzbekistan, Kashmir, Yemen, Mozambico, Birmania, India, Nepal, Tibet, Ecuador, Gambia, Cina ma anche un po’ d’Italia sono una parte della realtà fotografica che si svela ai nostri occhi una volta all’interno dell’ambiente espositivo.

Il lavoro di McCurry unisce varie ricerche, a partire da quella antropologica che rappresenta il primo nucleo fotografico, fatto di volti dove il fotografo coglie la grande capacità comunicativa di quei visi che sembrano parlare nel loro silenzio. Sguardi che ci trapassano, ci trafiggono nella loro spontaneità, occhi curiosi, spaventati, fieri o interrogativi che entrano in comunicazione con McCurry e con noi spettatori. Ecuador, Mongolia, Gambia, India, una sequenza di volti che spiegano la diversità della razza. È lo stesso McCurry a portare avanti quella che lui chiama una vera e propria ricerca antropologica (Sono sempre stato interessato a ritrarre le persone, mi affascinano le differenze somatiche della grande famiglia dell’uomo. I volti hanno proporzioni diverse, colori, misure diverse. Ma soprattutto hanno la capacità di raccontare un’esistenza, una condizione, una vita.). Non a caso la sua fama si deve allo scatto che, nel 1984, ha segnato la sua carriera di fotoreporter: La Ragazza afgana, con quegli occhi color smeraldo che lo osservano, rappresenta lo sguardo più famoso del XX secolo. Se gli antropologi hanno scritto dell’evoluzione umana e tutt’oggi continuano a studiare le culture e le tradizioni, McCurry ha trasformato questo viaggio in immagini dalla bellezza sfrontata e decisa.

Un trionfo di colori, dall’oro al rosso, dal verde al blu, tonalità cangianti e colori vivi che imprimono nella nostra mente immagini da tutto il mondo. La natura umana e le sue declinazioni sono fondamentali nella ricerca del fotografo, il quale rimane affascinato dalla capacità di reazione della natura umana davanti determinati contesti e situazioni e lo fa attraverso una ricerca paziente del momento esatto. Momento che, per l’occhio di chi osserva, diviene un andare oltre, come se si volesse dilatare lo spazio ed il tempo. I suoi meravigliosi scatti paesaggistici sono il frutto di una paziente attesa, lunghi appostamenti per lo scatto perfetto. Ma la fotografia è fatta anche di attimi fuggenti da cogliere istantaneamente. Se si ha la pazienza di osservare a lungo, prima o poi qualcosa di inaspettato accadrà davanti a noi.

Quello che però, mi ha maggiormente colpito e portato a riflettere, oltre la bellezza degli scatti e una carrellata di posti meravigliosi nel mondo, è la spiritualità che emerge dagli scatti asiatici. Un senso di pace, di meditazione e di serenità che pervade la mia persona. E ci accorgiamo di come noi occidentali stiamo perdendo quel tocco semplice, la frugale semplicità e un modo riflessivo di osservare la realtà circostante. Camminare tra questi scatti è un cammino attraverso il folklore, stili di vita e realtà che spesso abbiamo ignorato. La normalità di un gruppo di bambini, in uno scatto fatto in Libano nel 1982, che giocano con una macchina da guerra abbandonata, è una faccia del mondo che spesso ignoriamo. I bambini che giocano con la spontaneità che li contraddistingue e vivono quella che per loro è normalità. Perché se per noi convivere con una guerra o con i suoi effetti è impensabile, per loro è una cosa assolutamente naturale. Le grandi verità del mondo, dalle terre del Sol Levante fino ai ghiacciai dei Poli sono il meraviglioso scrigno che McCurry ha deciso di portare in Molise, preparando per l’occasione un paio di fotografie assolutamente inedite da mostrare per la prima volta a Campobasso.

La mostra sarà al Gil, sede della Fondazione Molise Cultura dal 26 gennaio al 28 aprile 2019, in via Gorizia, Campobasso

Telefono: 0874 437807

Orario di apertura: dal Martedì alla Domenica. Mattina ore 10/13; Pomeriggio ore 17/20

Love’s Kamikaze

img_8086LOVE’S KAMIKAZE

di Mario Moretti

regia Claudio Boccaccini

con Marco Rossetti e Giulia Fiume

Dopo il debutto al Teatro Torlonia, torna in scena dal 7 al 17 febbraio al Teatro Marconi, LOVE’S KAMIKAZE, scritto da Mario Moretti per la regia di Claudio Boccaccini.

Un testo crudo, pieno di pathos e drammatica tensione, difficile da interpretare e anche da assorbire ma necessario.

I due attori protagonisti, Marco Rossetti e Giulia Fiume, sono credibili e spudorati, passionali e teneri quando raccontano del loro amore, della politica che li separa e del sangue che scorre nelle loro vene e che li porta ad amarsi e ad amare le loro tradizioni nonostante tutto. Il conflitto israeliano-palestinese è palpabile in ogni loro singola parola. Persino quando fanno l’amore sgorga dal loro trasporto l’unicità del momento. Quando spudorati e innamorati si uniscono, sperando che un domani tutto cambi.

Il difficile ma scorrevole testo ci pone dinnanzi alle motivazioni che spingono due giovani innamorati, lui palestinese, lei ebrea, l’uno verso l’altra quando invece dovrebbero respingersi: ciascuno inevitabile rappresentante involontario del proprio popolo e delle proprie tradizioni.

La scena è spoglia: un materasso, un tavolo con delle stoviglie e qualche scaffale. Naomi, bella e colta ebrea, fa l’amore con Abdel, palestinese, nel sottosuolo dell’Hotel Hilton di Tel Aviv. I due ragazzi si amano cercando di dimenticare la guerra che divide i loro popoli. Nell’intimità di quel luogo essenziale si confrontano, discutono, si scambiano idee a proposito del proprio posto nel mondo, riflettendo sulle diverse motivazioni che animano le due parti di cui sono involontari rappresentanti, fino ad arrivare a una conclusione tanto inaspettata quando tragicamente reale. Fra le pieghe di una quotidianità soltanto apparente, tra il rito del caffè e quello dell’amore, si insinua il desiderio di un impegno civile che salvi i due protagonisti dal ruolo di passivi spettatori di morte in cui si sentono precipitati. «Qualcosa deve cambiare!», grida disperata Naomi dopo l’ennesimo attentato. Sulle loro spalle grava il fardello di una colpa il cui principio si perde nel tempo, ma rimane tragicamente presente nelle vite di coloro che devono farsi carico delle sue conseguenze.

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«Due ragazzi liberi da idee preconcette, alieni da qualsiasi fondamentalismo religioso e da ogni distruttivo nazionalismo, lontani dai calcoli bizantini della politica dei vari paesi – tutti – che sono, in un modo o nell’altro, implicati nella questione arabo-israeliana: due ragazzi che, malgrado le differenze di religione, di classe, di storia, sono e si sentono ancora fratelli e figli della stessa terra, sono costretti alla fine a cadere nel baratro che separa due famiglie nemiche», raccontava l’autore Mario Moretti (scomparso nel 2010). «È la rinnovata tragedia, se si vuole, di Giulietta e di Romeo, è la vicenda della cecità umana che si fa stupidità storica e che si infrappone come un muro, sì, ancora un muro, fra i sentimenti puri e maturi di due giovani vite. Ecco: il teatro non racconta solo favole, vuole anche essere carne, viscere, sangue della nostra faticosa, assurda, impietosa esistenza. E, soprattutto, vuole portare un granello di sabbia, una pietra, un mattone, alla costruzione dell’edificio della pace. Un discorso utopistico? Senza dubbio. Ma le utopie dei deboli sono le paure dei forti. Perché l’utopia è l’anticipazione di una ricerca che deve solo superare le strettoie del presente».

«Quando dieci anni fa portammo in scena per la prima volta Love’s Kamikaze, pensammo che quello fosse il periodo più giusto per raccontare una storia d’amore che avesse come scenario il conflitto arabo-israeliano», commenta il regista Claudio Boccaccini. «A dieci anni di distanza la questione arabo-israeliana è purtroppo ancora al centro delle tragedie mondiali e, anzi, lontana dal mostrare anche solo lievi segni di pacificazione – complice probabilmente una miope e sciagurata politica internazionale che ha portato ulteriore destabilizzazione in un contesto estremamente critico – si tinge quotidianamente di nuovi inquietanti sviluppi. Love’s kamikaze continua quindi a mostrare la sua tragica attualità e rappresenta oggi, da parte nostra, la disperata volontà di continuare a contrapporci alle barbarie e alle ingiustizie con le uniche armi a nostra disposizione: il teatro e la poesia».

Uno spettacolo dunque necessario ma che non vi deluderà. Si ride, si piange, ci si indigna e si prova amore. È questo un testo palpitante che vive grazie all’ottima interpretazione dei due protagonisti. Andate a vederlo. Merita.

 

LOVE’S KAMIKAZE

di Mario Moretti

regia Claudio Boccaccini

con Marco Rossetti e Giulia Fiume

scene Eleonora Scarponi

costumi Antonella Balsamo

luci Marco Macrini

musiche originali Antonio Di Pofi

foto Tommaso Le Pera

 

 

Teatro Marconi

viale Guglielmo Marconi 698 e

dal 7 al 17 febbraio

tel 065943554 -info@teatromarconi.it

info@teatromarconi.it

http://www.teatromarconi.it

dal giovedì al sabato ore 21.00

domenica ore 17.30

biglietti Intero 24€ ridotto 20€

 

 

Cosa indossare a San Valentino?

Indecise su cosa indossare a San Valentino? Il nostro colore preferito, ovvio, perché svela tanto di noi, “parlando” al posto nostro quando l’emozione ci toglie la voce. Possibile? Certo, leggete un po’ qui…

San Valentino pieno di colori! I colori dicono tanto di noi, forse tutto. Vi site mai chieste perché compriamo quel maglioncino di cachemire in lilla anziché in rosso? Oppure perché quella gonna grigia vi mette di cattivo umore mentre quella blu vi regala energia da vendere? I colori influiscono sul nostro umore, sulle nostre scelte. La sottoscritta, per esempio, se va vestita di beige in un negozio, tende ad acquistare capi in abbinamento con ciò che indossa, anche se non deve metterli nell’immediato. Sono reazioni psicologiche che vanno al di là della razionalità: ciò che indossiamo rispecchia il nostro umore, la nostra personalità e i nostri sogni. Avete capito bene, i nostri sogni.

Recenti studi americani hanno messo in luce una connessione tra colore, stato d’animo e riuscita di un progetto o di un appuntamento. In sostanza: esistono capi che portano fortuna? Evidentemente sì.

Fatta questa premessa, ecco la gamma di colori da indossare per la perfetta riuscita della vostra romantica cena di San Valentino, in base alla vostra personalità.

Rosso. Il colore della passione, un classico per la serata di San Valentino. Se optate per il rosso siete donne appassionate, energiche, piene di vita e pienamente consapevoli della vostra bellezza. Un bell’abito con la gonna di tulle può ammorbidire la vostra figura rendendovi più romantiche. Per chi vuole osare, invece, un bel tubino rosso non guasta mai.

Blu. Il colore del cielo e della libertà. Se lo scegliete siete donne emotive, ma forti, con uno spiccato senso estetico. Da abbinare con perle e argento per un tocco di classe.

Nero. Come non pensare subito allo splendido e raffinato tubino nero di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany? Ebbene, se indossate un abito nero siete donne pratiche, coraggiose, forti e ambiziose. Quest’anno gli stilisti si sono sbizzarriti proponendoci varianti di tutti i tipi della petite robe noire. La più sofisticata e anche elegante forse è la versione con gli inserti di velo (specialmente sulle maniche e sulla schiena), per un raffinato effetto vedo-non vedo.

Bianco. Il colore della purezza e del matrimonio. Se per San Valentino scegliete di vestirvi di bianco (senza allusioni a possibili anelli in arrivo: rovinereste tutto!) allora siete donne con uno spiccato senso del dovere, ma site anche tenere, oneste e dolci. Belli gli abiti di pizzo bianchi che rimandano alle atmosfere della Carmargue.

Rosa. Il colore femminile per eccellenza. Se lo si sceglie per San Valentino vuol dire che si hanno le idee chiare su cosa si vuole, ma significa anche che site donne con uno notevole senso estetico, serene e avete un ottimo rapporto con la vostra femminilità. Splendida la sfumatura di rosa antico che regala eleganza alla figura.

Scegliete con gusto e razionalità anche i tessuti: seta, crêpe de chine, georgette, pizzo ma anche comodo jersey, per le più pratiche. Tacchi alti non necessariamente in pendant con l’abito (eviterei l’effetto divisa) e un filo di perle per completare. Buon San Valentino a tutte!

Rocco Fontana: l’editore della Quarta Via

Rocco Fontana, classe 1964, è editore di libri, ebook e della rivista internazionale Nitrogeno. Uomo di Quarta Via, si occupa di comunicazione e informazione. Da bravo trentino è di poche parole, questo rende l’intervista ancora più interessante, perché il silenzio molto spesso cela interessanti spunti di riflessione, e questo è uno di quei casi.

Ciao Rocco, è un onore poterti intervistare, dal momento che ci conosciamo bene e ti stimo molto sarà difficile restare “distaccata” come vorrebbe il nostro caro Maestro George Ivanovich Gurdjieff, ma farò di tutto per estrarre la tua essenza attraverso questa intervista e consegnarla al pubblico di Pink. La prima domanda che mi viene da porti è: perchè hai scelto di fare l’editore? Non era meglio continuare a “lavorare alle poste”?

In effetti c’erano tante altre attività che avrei potuto intraprendere (ride) ma l’editoria, dopo un po’ di anni che ci giravo attorno, chiamava prepotentemente. Diciamo che sono stato scelto – ho cominciato alla rovescia – e ho dovuto rispondere ad un impulso così prepotente da non poterlo ignorare. Questo ha dato una direzione più precisa al mio percorso personale, che come hai ricordato tu, parte dall’esperienza di Quarta Via e dagli insegnamenti di Gurdjieff e trova un naturale proseguo con la meditazione Zen e con l’Alchimia. Per com’è il mio sentire, fare l’editore è un’attività di Servizio, sia verso il pubblico che verso i miei autori.

La tua casa editrice si occupa di Alchimia, Spiritualità, Scienza ed Arte tematiche molto delicate da miscelare. Iniziamo dal connubio spiritualità/scienza perchè pare un ossimoro che rivela molto circa il tuo percorso personale da uomo di Quarta Via. Ci racconti qualcosa in merito?

L’approccio mutuato dalla Quarta Via è molto pragmatico e assolutamente scientifico, nella più ampia eccezione del termine. Conosci te stesso, dubita, indaga e verifica di persona – oltre a condividere – sono imperativi imprescindibili per un sano e fruttuoso sviluppo del proprio Se. Questo vale anche per l’aspetto più spirituale del percorso, vale anche per la meditazione, il (non) pensiero Zen o le pratiche devozionali. Gli argomenti che tratto nelle mie pubblicazioni devono rispecchiare questa linea, perché il fine di questi libri è di fornire strumenti utili a quanti cercano di lavorare su loro stessi. Spero di stimolare domande anziché dare risposte. Alchimia, Spiritualità, Scienza e Arte, a mio parere, sono facce di uno stesso diamante: l’una è costituita dalle altre tre; come si potrebbe dubitare, ad esempio che l’Alchimia non sia costituita da Scienza, Spiritualità e Arte? E come si potrebbe dubitare che la Scienza (quella integrale) non sia costituita da Alchimia, Spiritualità e Arte? Quest’anno ho molti nuovi libri in cantiere e altrettanti autori con cui condivido gli stessi obbiettivi di servizio.

Per quanto riguarda l’Alchimia, che genere di pubblicazioni prediligi?

R: Riguardo l’Alchimia, l’argomento è così vasto che diventa difficile, almeno per me, trovare il bandolo della matassa. Personalmente sono interessato all’approccio dell’alchimista, che si perde e si ritrova attraverso la pratica costante, un fare altamente simbolico ma allo stesso tempo assolutamente concreto e pratico. Sono interessato agli sviluppi moderni e futuri dell’Alchimia, che ha perso la connotazione misteriosa e segreta e trova ormai espressione in tutta quella scienza di confine che sta creando cose meravigliose e ampliando gli orizzonti della conoscenza. Con Leonardo Anfolsi, monaco zen e alchimista, abbiamo creato una rivista: Nitrogeno (in inglese), che si occupa di questo. Attualmente è in restyling per potersi adeguare a orizzonti sempre più vasti.

Tuo padre è un noto pittore, hai ereditato da lui la sensibilità al mondo dell’arte e alla dimensione in cui vive un artista?

Mio padre è sempre stato un artista poliedrico e capace di intraprendere qualsiasi percorso con grande qualità e sensibilità: è pittore, incisore, fotografo e scultore, senza soluzione di continuità. È assodato che abbia passato a tutti i 4 figli le sue capacità creative – dico sempre che è un fattore genetico -. Personalmente non ho poi sentito la necessità di diventare un artista come lui, ma di sicuro ne condivido la sensibilità e la capacità di immaginare e creare le cose; diciamo che il mio è più un approccio da artigiano Kamikaze (ride).

A proposito di ricerca, ci racconti nella tua esperienza vissuta, cosa significa lavorare su se stessi?

Lavorare su se stessi è la cosa più fallimentare che ci sia, le aspettative e le illusioni vengono costantemente disattese; è frustrante. Ma quando ci stanchiamo della lotta e ci arrendiamo, nella resa possiamo iniziare ad entrare in contatto col Mistero di chi noi siamo. Il lavoro su me stesso è diventata condizione di vita imprescindibile, è l’aria, è la scoperta del mio senso di vivere, è la scoperta del mio coraggio. Con la maggiore età ho cominciato a provare disagio e insofferenza per quello che la vita sembrava prospettare, e ho cominciato a farmi domande e cercare delle risposte. Da qui il mio incontro con la figura di Gurdjieff e i suoi insegnamenti, grazie a un’intervista a Franco Battiato che lo nominava (su una rivista di moda). Dopo i molti anni di lavoro in una scuola di Quarta Via, ho continuato in maniera personale, spesso disordinata, ma costante. Gurdjieff e i suoi insegnamenti, hanno costituito una base fondamentale da cui partire ma anche un fardello da lasciare sulla via. Non entro in dettagli perché è un percorso individuale che acquista senso solo per me stesso. All’esterno, questo lavoro non fa di me un supereroe, ma mi rende capace di quella resilienza necessaria per attraversare la vita in maniera fruttuosa e interessante.

Puoi mandare un messaggio al pubblico di Pink, cosa dici?

Vorrei ringraziare quanti sono arrivati leggere fino in fondo. Mi rendo conto che la presenza di un’intervista come questa su un magazine prestigioso come Pink, possa apparire come un intervento a gamba tesa. Spero di avervi stimolato a curiosare su di me, sui miei libri e sui miei autori.

Paola Marchi

Robin Hood – Le origini della leggenda

 

Come dice la voce narrante “dimenticatevi la storia” . Ed è effettivamente quello che succede guardando questo film ambientato nel Medioevo, ma con toni che ci riportano con prepotenza alla realtà odierna. 

 La pellicola ci mostra un’Inghilterra affamata, in guerra al fianco della Chiesa durante le Crociate, e ci fa conoscere un annoiato Lord Robin di Loxley. La partenza, contro voglia, per la guerra in quelle terre lontane, lo allontanerà dall’amore appena trovato e dalle sue ricchezze. Dopo combattimenti e atti di coraggio, Robin farà ritorno in patria. Una volta tornato capirà l’importanza di quello che aveva e che a causa dello Sceriffo di Nottingham ha perso; dall’amore al castello e le terre. 

 Per riappropriarsi dei suoi possedimenti e cercare giustizia per il suo popolo, diventerà un abile arciere e darà battaglia ai cattivi, il tutto nascosto da una maschera. 

L’abbigliamento del novello fuorilegge ci ricorda molto quello del telefilm Arrow, soltanto di colore nero; mentre i costumi poco s’intonano all’epoca in cui viene ambientata la pellicola.

 

 È una sorta di nouvelle mode, tanto che gli abiti del “cattivo” sembrano cuciti da uno stilista e farebbero bella figura su una passerella, così come quelli della scena degli invitati al banchetto. Comunque, a mio parere, questa mescolanza non disturba ma onestamente ci allontana dal ricordo del mitico Robin Hood di Kevin Costner. 

 Marian, il personaggio femminile, è una giovane d’azione, una rivoluzionaria molto più vicina al pensiero contemporaneo che a quello di dama del tempo. Anche questo personaggio si discosta nettamente dalla bella e dolce Marian, interpreta dalla stupenda Mary Elizabeth Mastrantonio; di conseguenza non posso non paragonare il Little John interpretato, allora, dal bravissimo Nick Brimble, con quello odierno Jamie Foxx, il quale è l’unico che regge il confronto recitativo e visivo. 

 Nel complesso è un film piacevole per una serata piovosa, in cui ritroviamo tutti i personaggi, modernizzati, della leggenda. A chi piace l’azione, il complotto, la voglia di giustizia, l’amore ritrovato e i personaggi decisamente carini può gustarsi questa pellicola. 

La Torino dei caffè storici

Torino è una città barocca, ma tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del XX secolo, l’Art Nouveau francese che si diffuse in Europa e l’Esposizione Universale di Arte Decorativa dal 1902 tenutasi proprio nel capoluogo piemontese, influenzarono artisti, architetti e ingegneri torinesi del periodo, tanto da farle guadagnare il titolo di “capitale italiana del liberty”. Questa nuova corrente stilistica, ricercata ed elegante, i cui tratti distintivi sono i motivi floreali, le decorazioni metalliche di ispirazione vegetale, le sinuose e avvolgenti strutture in ferro e vetro, trova la sua maggiore espressione nell’architettura di molte costruzioni torinesi, nonché nei due famosi caffè storici del centro città, il Caffè Mulassano e Baratti&Milano. Una capatina in questi luoghi, ancora oggi carichi di fascio ed eleganza, dovrebbero essere tappa obbligata per chi visita Torino, un modo per approcciare arte, storia e sapori tradizionali della città.

Torino è una città ricca di locali ottocenteschi splendidamente arredati in cui si respira un’atmosfera d’altri tempi. Qui tra specchi antichi, tappezzerie di raso, eleganti candelieri e piatti di porcellana, è possibile fare un piccolo viaggio nella storia, assaporando specialità tipiche  realizzate con le ricette originali, le stesse che allietavano le giornate dei reali di casa Savoia e delle signore della società dabbene.

Baratti & Milano (Piazza Castello, 29) è uno dei locali più antichi e prestigiosi della città. Le sue vetrine incornicate da drappeggi dorate lasciano scorgere gli spazi interni, facendo una passeggiata nella Galleria Subalpina, progettata dall’architetto Pietro Carrera e inaugurata nel settembre 1874. Situata nel cuore cittadino, tra Piazza Castello e Piazza Carlo Alberto, è un classico modello di galleria commerciale dedicata al passatempo borghese, che riprendeva la configurazione dei tipici passages francesi presenti a Parigi. Nella galleria si fondono elementi rinascimentali e barocchi. La copertura è in ferro-vetro e marmi ed è percorsa per tutto il suo perimetro da una gradevole balconata. Elegante e silenziosa, non ha praticamente subito modifiche nel corso degli anni, attualmente è ravvivata da alcune aiuole. Al suo interno troviamo botteghe e negozi di prestigio, e tra questi appunto il caffè Baratti & Milano, aperto dal 1875, divenne luogo di ritrovo di intellettuali e l’alta qualità dei suoi prodotti ottenne fin dalle origini importanti riconoscimenti, tanto da potersi fregiare dello stemma Sabaudo quale “fornitrice della Casa Reale”. 

Tra le sue tante specialità c’è sicuramente la cioccolata calda. Baratti & Milano crea le sue raffinate specialità di cioccolateria avendo cura del controllo delle materie prime fin dall’origine, mentre l’intero ciclo produttivo si svolge presso lo stabilimento di Bra dove produce le tipiche specialità della tradizione pasticcera piemontese: i Gianduiotti, i Cremini, i Cuneesi, i Braidesi, le Praline alla Nocciola Piemonte.
L’azienda Baratti & Milano, con la sua storica Confetteria situata nel cuore della vecchia Torino, ha superato, nell’appena passato 2018, il traguardo dei 160 anni. È stata spesso protagonista della storia della città, ha ispirato mode e consuetudini legate al cioccolato. Tutto incominciò nel 1858, quando dal Canavese Ferdinando Baratti e Edoardo Milano si trasferiscono a Torino alla ricerca di fortuna. Per imparare nuove ricette Edoardo Milano si trasferisce per un certo periodo anche a Parigi, in seguito al suo fidanzamento con una virtuosa signorina che gli porta una dote cospicua e lo asseconda nel suo lavoro. Così insieme, Ferdinando e Edoardo, riescono ad affermarsi in poco tempo nella splendida Torino, perfezionando l’arte della caffetteria: Baratti&Milano è una delle massime espressioni a livello nazionali, dove tutte le preparazioni a base di caffè hanno un cuore di miscela arabica 100% finemente selezionate.

Percorrendo gli stessi portici che affacciano verso l’imponente mole del Castello degli Acaya, alle spalle di Palazzo Madama, troviamo il Mulassano (Piazza Castello, 15), un intimo locale di inizio Novecento, con splendidi arredi liberty e soffitto a cassettoni in legno con particolari in cuoio di Madera. Caratterizza il locale la fontanella di marmo e bronzo posta sul bancone. Qui fu inventato il tramezzino: il tipico panino triangolare farcito. Il suo nome si lega al primo proprietario, Amilcare Mulassano, che nella seconda metà dell’Ottocento era titolare anchedi una rinomata distilleria produttrice di un famoso sciroppo di menta. Il locale fu poi trasferito dalla sede di via Nizza nella più centrale piazza Castello e nel corso dei primi anni il locale si trasformò in Caffè, diventando proprietà di Angela e Onorino Nebiolo, che diedero una nuova vita al Caffè Mulassiano.

Angela Nebiolo era andata giovanissima sposa, all’età di quindici anni, a Detroit, negli Stati Uniti, dove il marito e i cognati gestivano ristoranti e locali notturni. Il lavoro non la spaventava ed era affascinata da quel mondo nuovo e frenetico, dove scoprì l’automobile e prese la patente. Ma in cuor suo forte era la nostalgia per la propria città natale e fu così che Angela e il marito Onorino con i due figli, tornarono in Italia con il proposito di gestire un locale tutto loro a Torino. In quei mesi la famiglia Mulassano aveva messo in vendita il proprio prezioso Caffè e i coniugi con i risparmi accumulati in America riuscirono a comprarlo. Volevano ridare vigore agli affari del locale e per questo pensano a nuove proposte da accompagnare all’aperitivo: avevano portato con sé dagli States una macchina che tostava il pane e così importarono, per primi a Torino, il toast. Non si fermarono però a questa innovazione: pensarono infatto di utilizzare quel pane morbidissimo, usato per i toast, senza tostatura e con una speciale e più intensa farcitura. Sarà così che il signor Onorino inventò il tramezzino, come alcuni anni dopo Gabriele D’annunzio lo chiamò. Dapprima i tramezzini venivano serviti in accompagnamento agli aperitivi, poi, visto il successo, lo propose per lo spuntino di mezzogiorno dei tanti impiegati e delle sartine di via Roma e via Po.  

Furono anni intensi e di grandi successi. Lo charme di Mulassano è strettamente legato ai suoi trentuno metri quadri di sviluppo: in essi il bronzo, il legno e l’ottone delle sue boiseries giocano e si moltiplicano attraverso un sapiente e calcolato gioco di specchi.Sul bancone in marmo d’epoca è presente una fontanella di marmo e bronzo che ne ha caratterizzato il locale nel corso dei decenni: grazie ad un sistema di filtrazione, essa fornisce il bicchierino di acqua prima del caffè. Al Mulassano ci andava un giovane studente in medicina allora sconosciuto: Achille Mario Dogliotti, e ci tornò spesso anche da affermato chirurgo. Per l’aperitivo erano soliti Luigi Spazzapan e Italo Cremona, Gigi Chessa e Giacomo Grosso, Gigetta Morano e Caterina Boratto. Era un luogo di ritrovo per la Torino dell’arte e del cinema, fra i più assidui Mario Soldati e Gianandrea Gavazzeni che hanno frequentato il Mulassano per decenni.

Lasciandoci Piazza Castello alle spalle e camminando lungo via Roma per appena trecento metri, si apre Piazza San Carlo, ritenuta la più bella Torino con il suo aspetto seicentesco, un tempo piazza d’armi e del mercato, circondata da alcuni palazzi dell’aristocrazia piemontese e all’ingresso su lato opposto le chiese gemelle di Santa Cristina e San Carlo; al centro El Caval d’brons, il monumento equestre di Emanuele Filiberto, una delle statue più significative del pimo Ottocento. Qui una sosta – continuando a seguire la nostra passeggiata tra i caffè storici – lo merita il Caffè San Carlo (Piazza San Carlo, 156), frequentato da reali, nobili e scrittori, ha un ambiente elegante e sfarzoso, ricco di stucchi, statue e marmi, tanto da essere definito una “reggia” dai cronisti dell’epoca, ma fu anche il primo locale in Italia ad avere l’illuminazione a gas. Sotto i portici della stessa piazza il più recente Caffè Torino dove si possono gustare alcune del tradizionali delizie torinese e la Confetteria Stratta, rinomata pasticceria di grande tradizione, che ha mantenuto intatto il suo arredamento interno e la facciata in legno esterno risalente alla prima metà dell’Ottocento.

Il Caffè San Carlo, già nella prima metà dell’ottocento, era pienamente inserito nella grande tradizione caffettiera torinese e ancora oggi si distingue per le sue esclusive miscele di caffè. Lo frequentavano scapigliati e docenti universitari, giornalisti e scrittori, artisti. Era un salotto intellettuale percorso da forti vene di patriottismo, una delle roccaforti del Risorgimento e per questo venne fu più volte chiuso, per l’attività sovversiva dei padrioti riformisti che sedevano ai tavolini. Tra i volti noti che hanno frequentato il Caffè San Carlo ricordiamo Alessandro Dumas, Giovanni Giolitti, Francesco Crispi, Antonio Gramsci, Luigi Einaudi.

Bisognerà raggiungere un’altra piazza, quella del Santuario della Consolata, per un’ultima golosa sosta per un ulteriore “assaggio” di storia e tradizione nell’intimità accogliente di Al Bicerin (Piazza della Consolazione, 5), dall’omonima bevanda calda tipica della città della Mole a base di caffè, cioccolata calda e crema di latte e la cui fama sboccia nei salotti della nobiltà sabauda dove le signore lo sorseggiavano fra piccoli pasticcini e pettegolezzi in attesa che i dibattiti dei loro mariti avessero fine.
Il locale apre nel 1793 in un ambiente semplice di panche e tavoli in legno, per prendere poi nel 1856 l’elegante aspetto attuale: le pareti vengono abbellite con boiseries di legno decorate da specchi e lampade e fanno la loro comparsa i caratteristici tavolini tondi di marmo bianco, il bancone di legno e marmo e le scaffalature per i vasi dei confetti. Alla fine dell’Ottocento viene posta esternamente la devanture in ferro, con le vetrinette ai lati, le colonnine e i capitelli in ghisa.

L’invenzione del bicerin è stata, senza alcun dubbio, la base del successo del locale che detiene la ricetta originale, anche se si può in effetti considerare un’evoluzione della settecentesca bavareisa, una bevanda allora di gran moda che veniva servita in grossi bicchieri e che era fatta di caffè, cioccolato, latte e sciroppo. Il rituale del bicerin prevedeva all’inizio che i tre ingredienti fossero serviti separatamente, ma già nell’Ottocento vengono riuniti in un unico bicchiere, 
prendendo il nome dai piccoli bicchieri senza manico in cui veniva servita (bicerin, appunto). La bevanda si diffuse anche negli altri locali della città, diventandone addirittura uno dei simboli di Torino. Stefani-Mondo scrive: “…è la bibita prediletta della mattina: ministri, magistrati, professori, negozianti, fattorini, cestaie, venditori e venditrici ambulanti, campagnuoli ecc, tutti spendono volentieri i loro tre soldi per rifocillarsi economicamente lo stomaco“. Gli ingredienti sono semplici, ma segrete le dosi: cioccolato fatto in casa, caffè e fior di latte. Il risultato è sublime, fondendosi il bollente della cioccolata con il marcato sapore del caffè e la delicata schiuma raffreddata del fior di latte.

Ma c’è soprattutto una parte della storia di questo locale che mi ha ancor più incuriosito, la sua gestione femminile. Un tempo, i caffè erano esclusivo dominio maschile: gli uomini ci si ritrovavano per bere, fumare e parlare, mentre alle donne “rispettabili” non era concesso frequentare luoghi così poco adatti a loro. Il Bicerin tuttavia si dimostrò ben presto un locale fuori dagli schemi convenzionali: era stato aperto da un uomo, ma la gestione presto passò in mano a delle signore e proprio il fatto che fosse un locale a conduzione femminile lo rendeva consono per essere frequentato dalle dame. La particolare posizione di fronte al Santuario della Consolata lo faceva meta preferita da un pubblico femminile che in tale ambiente si sentiva protetto e a suo agio, le specialità servite erano tipiche di una cioccolateria-confetteria e come alcolici venivano serviti solo vermuth, rosolio e ratafià. Per molti anni è stato uno dei pochi luoghi dove le donne potevano mostrarsi sole in pubblico e qui inzuppavano nel bicerin i biscottini al burro, per rompere il digiuno dopo le funzioni nel santuario di fronte. Questa particolarità ha di certo contribuito a conferire al locale un’impronta di garbo e delicatezza che ancora oggi si conserva e che si respira quando ci si siede ai piccoli tavolini in marmo per degustare il bicerin in grossi bicchieri di cristallo, al lume di candela. Il segreto per assaporare al meglio il vero bicerin è non mescolarlo, – ci tengono a ricordarlo – lasciando che le sue varie componenti si fondano fra di loro direttamente sul palato, con le loro differenti densità, temperature e sapori.

Si dice che il Conte Camillo Benso di Cavour, liberale, laico e anticlericale, anziché accompagnare la famiglia reale al Santuario, ne attendesse l’uscita comodamente seduto al tavolino sotto l’orologio, controllando da dietro le tendine l’ingresso della Consolata, il più antico luogo di culto del capoluogo piemontese che può vantare i ricchi interventi settecenteschi di Filippo Juvarra, noto pure per i suoi lavoro alla Basilica di Superga e alla Casina di Caccia di Stupinigi. E in molti, importanti e famosi personaggi, oltre a Cavour, hanno amato e condiviso con i torinesi la calda e accogliente atmosfera di questo luogo.Alexandre Dumas padre in una lettera parla del bicerin come di una delle cose da non perdere di Torino. Giacomo Puccini racconta nelle sue memorie che ogni tanto faceva quattro passi per venire al Bicerin: abitava nella vicinissima via Sant’Agostino in una soffitta che egli stesso ammette di aver usato come modello per La Bohème. La regina S.A.R. Maria Josè e il re S.A.R. Umberto II passarono da qui prima di ritirarsi in esilio. Una lettera di ringraziamento dell’ex sovrano è esposta nei locali. Fra gli scrittori sono stati clienti i grandi Guido Gozzano, Italo Calvino e Mario Soldati che fu anche importante regista cinematografico e televisivo. L’avvocato Gianni Agnelli e il fratello Umberto con le famiglie, erano usi a fermarsi al Caffè Al Bicerin in occasione di visite alla Consolata. Era facile sorprendere Erminio Macario davanti a un caldo bicerin, in compagnia di qualche bellezza del palcoscenico o di altri attori, come Carlo Campanini. Un quotidiano frequentatore era Mario Merz, pittore e scultore di fama internazionale e fra i massimi esponenti dell’Arte Povera, amava sedersi al primo tavolino di fianco all’ingresso. E in quell’angolo, del tutto inconsapevole di chi aveva trovato posto in passato, ho avuto il piacere personale di assaporare il mio bicerin, immaginando tutti quei personaggi che avevano incrociato frammenti della loro storia con quella di quel luogo, e si ritrovano con quanti ancora vogliono godere di qualche attimo nei caffè storici di Torino per allietare il palato e stuzzicare la curiosità del sapere. 

Sara Foti Sciavaliere