Andiamo a nozze: galateo matrimoniale

È giugno, il che vuol dire una cosa sola: è estate!!!

No. Si è ufficialmente aperta la stagione dei matrimoni.

Credo di prenderci se dico che ciascuna di noi ha un invito ad almeno una cerimonia e ogni volta si presenta l’annoso quesito: cosa mi metto?

Io non sono Anna Wintour, quindi non mi permetto di deliberare cosa dobbiate indossare, ma tra le poche cose certe della vita, so cosa NON mettere e NON fare a un matrimonio. Continua a leggere

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Hai voluto il ciclo? E ora paga!

Sembra un po’ questo il sottotesto che passa quando, all’ennesima occasione di migliorare la qualità della vita delle donne italiane, i politici fanno marcia indietro e trovano un po’ tutte le scuse per giustificare l’IVA al 22% sugli assorbenti e dispositivi igienico-sanitari femminili. Stessa fascia dei beni di lusso, per capirci.

Lasciamo perdere quegli stati europei che la tampon tax l’hanno abbassata: la Spagna dal 10% al 4%, la Francia dal 20% al 5,5%, il Belgio dal 21% al 6%, l’Irlanda l’ha addirittura abolita, noi invece ce la terremo stretta al 22% (sempre che l’IVA non passi, in futuro, al 23%). Continua a leggere

Greta sì o Greta no?

Da un mese a questa parte il nome della sedicenne svedese Greta Thunberg è sulla bocca di tutti. Come tutti gli exploit mediatici, Greta divide: c’è chi la ama, incoronandola paladina dell’ambiente, e chi la odia, vedendo il lei il burattino di un’organizzazione complottistica più grande.

I primi la seguono scendendo nelle piazze a manifestare, i secondi cercano ogni possibile foto o notizia per smentire i suoi buoni propositi. Non sono una fan degli estremismi, quindi prima di buttarmi da una parte o dall’altra, ho voluto fare qualche riflessione e mi piacerebbe condividerla con voi. I cambiamenti climatici stanno mettendo in pericolo il nostro pianeta, questo dice Greta. Continua a leggere

Coachella fa rima con… passerella?

Coachella (pronunciato Cocella), è una cittadina nel deserto della Palm Valley, California, 210 chilometri a Est di Los Angeles della quale non si sente mai parlare tranne che ad aprile.

Coachella è infatti diventata famosa per il suo festival musicale, che soprattutto da quando sono esplosi i social, si è trasformato in un vero e proprio evento mondano frequentato dalle star del panorama internazionale ed è diventata ufficialmente la vetrina di lancio di tutti i trend dell’estate. Vi ricordate la fenicottero-mania esplosa due anni fa? Già, ha preso piede proprio dal Coachella festival del 2017.

Quindi, visto che questo week-end ha avuto luogo il festival di quest’anno, oggi vi svelo dieci curiosità sull’evento più social dell’anno. Continua a leggere

Cento capi, un armadio solo – Le borse

Riprendo in mano la mia revisione dell’armadio, andando avanti con la carrellata dei 100 pezzi essenziali. Oggi ci concentriamo sulle borse. Come, come? Dovrei metterle nella categoria accessori? Neanche per idea.

La borsa è un mondo a sé, potrei uscire nuda ma SENZA LA BORSA NO.

La borsa è in grado di cambiare un outfit da sola, quindi vietato fare i pressapochisti o gli approssimativi a riguardo della categoria.

Prima di addentrarci nelle 10 must-bag, facciamo una premessa.

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Life in plastic is fantastic (?)

Life in plastic is fantastic (?)

Così cantavano gli Aqua nella canzone Barbie Girl, successo planetario del 1997, ma siamo nel 2019 ed è il caso di riflettere un po’ sulla questione plastica.

Sta diventando un problema, i mari ne sono pieni, la natura ne soffre e noi continuiamo a vivere serenamente inconsapevoli del fatto che la nostra impronta ecologica stia peggiorando le condizioni del sistema che ci ospita.

Perché siamo ospiti. La natura non ha bisogno dell’uomo, ma l’uomo ha bisogno della natura, quindi siamo arrivati al punto in cui, restituire quello che ci è stato dato, è un atto dovuto.

Il singolo, da solo, non può fare molto, ma se in tanti diamo anche solo un piccolo contributo, possiamo dare il via a un circolo virtuoso. Continua a leggere

Il corteggiamento ai tempi di Lizzie Bennet

Sono una millennial (o così dicono), ma io amo i romanzi regency, sento la mancanza dei ritmi lenti delle epoche passate. Con mancanza non intendo dire che sono nostalgica (si può avere nostalgia solo di ciò che si è vissuto), ma che non mi dispiacerebbe fare un bel viaggio nel tempo a quando le giovani donne debuttavano in società al braccio del padre.

Orgoglio e pregiudizio è scolpito nel mio cuore e credo che uno dei motivi per cui tante donne ancora oggi sospirano leggendo la storia d’amore di Lizzie e Mr Darcy, sia per quel senso di attesa che divide ogni loro incontro, a volte previsto, altre volte sorprendentemente inaspettato.

In quello sta la magia, nell’attesa del piacere che è essa stessa il piacere (citazione di G.E. Lessing, lo scrittore, non del tipo del Campari).

Le cose più difficili da conquistare sono le più belle, e l’etichetta di corteggiamento di inizio ‘800 rendeva le cose davvero difficili.

Iniziamo con le presentazioni.

Anche se Darcy avesse provato interesse a prima vista per Lizzy, lui non avrebbe mai potuto andare lì e dirle: “Ciao, sono Fitzwilliam Darcy, Fitz per gli amici, vengo dal Derbyshire e sono qui da poco, tu come ti chiami?”.

Le persone potevano venire presentate unicamente da conoscenze comuni, meglio ancora se i capifamiglia. Ecco perché Mrs Bennet smaniava perché il marito andasse a dare il benvenuto a Bingley e alla sua combriccola, altrimenti non avrebbero mai avuto modo di agganciarli.

Avere amici ben introdotti nell’alta società è un’ottima carta per conoscere le persone più interessanti.

Palesare le proprie intenzioni.

Se interessavi a un cavaliere o no, non era qualcosa di misterioso da scoprire tramite messaggi subliminali. Almeno a quei tempi, se un uomo aveva intenzione di corteggiare una donna, lo manifestava chiaramente dopo il primo incontro.

Non era cruciale tanto andare a un ballo, quanto il mattino dopo, quando alla nostra porta sarebbero arrivati mazzi di fiori accompagnati da biglietti dei cavalieri sui quali avevamo fatto colpo.

E se il cavaliere che avevamo puntato non ci ha omaggiate con nessun bouquet? Brutte notizie. Forse lo ha mandato ha un’altra.

Lo chaperon.

Era inappropriato che una donna nubile si intrattenesse sola con un uomo (in una stanza, in una carrozza, ovunque). Per evitare sconvenienti situazioni che avrebbero potuto generare malelingue e intaccare il nostro onore, avremmo sempre dovuto essere scortate da uno chaperon. Questo accompagnatore, garante della rispettabilità degli incontri poteva essere un parente, tipo un fratello o una sorella, oppure una signora più anziana, un’amica sposata, chiunque la cui presenza potesse vanificare atteggiamenti ravvicinati tra la lei e la lui. Diciamo che quanto più la coppia voleva stare sola, tanto più era conveniente che lo chaperon scelto fosse complice dei due innamorati, tenendosi in disparte per lasciare un po’ più di privacy ai due. Ricordate, quando Lizzie e Mr Darcy accompagnavano Bingley e Jane a fare le passeggiate? Ecco, in quel caso, tutti erano complici di tutti!

Contatto fisico.

In una parola: vietato. È per questo che la danza gioca in ruolo cruciale nel corteggiamento dell’epoca. Solo durante un valzer o un minuetto era possibile conversare in intimità con il proprio cavaliere, concedendosi anche quelle confidenze che orecchi indiscreti non avrebbero dovuto sentire. E ballando, era anche possibile indugiare in quel contatto, in altre situazioni, giudicato sconveniente.

Inutile dire che se un cavaliere danzava più di due balli con la stessa dama, per tutti erano già una coppia.

Socializzare.

Balli a parte, dove potremmo mai incontrare il nostro amato? C’è un giorno e un luogo che non si mette in discussione: la messa domenicale.

La funzione religiosa era d’obbligo, ma fede a parte, tutti, specie le donne, ci andavano molto volentieri, perché avevano occasione di vedere e, a essere fortunate, anche parlare con il proprio cavaliere. Da qui anche l’idea che gli abiti per la domenica fossero “quelli buoni”, perché un’occasione sociale di quella portata richiedeva il massimo lustro.

Chiamarsi.

Non al telefono, ma appellarsi. Per rivolgersi a una persona ci si rivolgeva con Miss Smith o Mr Jones, quindi con il cognome, mai come Sarah o David, i nomi di battesimo erano troppo confidenziali e un loro uso era ritenuto sconveniente. Questo era limitato all’ambiente familiare.

Oggetti personali.

Occhio! I doni tra un lui e una lei erano un affare strettamente concesso alle coppie fidanzate ufficialmente, quindi donare un nastro, un fazzoletto, una ciocca di capelli a un cavaliere senza essere impegnati, equivaleva a un pubblico disonore. In questi casi, infatti, le damigelle tenevano d’occhio tutti i loro oggetti personali, per evitare che un cavaliere li sottraesse di nascosto, disonorandole.

Comunicare.

Le lettere erano ammesse solo tra fidanzati, quindi con una promessa di matrimonio già in essere. Per mandare un messaggio al proprio spasimante, avremmo dovuto avere nella casa di lui un’amica (magari la sorella), alla quale scrivere, inserendo un post scriptum in cui porgere i propri saluti al fratello.

In pubblico, visto che sappiamo che senza chaperon non era possibile conversare, si usavano messaggi in codice. Il ventaglio si usava sì a farsi vento ma il modo con cui lo si teneva in mano serviva a comunicare con il nostro lui. Ecco alcuni esempi:

• Appoggiare il ventaglio sul cuore: Voglio parlarti

• Ventaglio chiuso davanti all’occhio destro: Quando posso vederti?

• Ventaglio mezzo aperto sulle labbra: Puoi baciarmi

• Ventaglio appoggiato sulla guancia destra: Sì

• Ventaglio appoggiato sulla guancia sinistra: No

• Sventolarsi lentamente: Sono sposata

• Sventolarsi velocemente: Sono fidanzata

• Ventaglio nella mano destra davanti al viso: Vieni con me

• Ventaglio nella mano sinistra davanti al viso: Desidero fare la tua conoscenza

La mano.

Quando una coppia decideva di fare il grande passo, ovviamente serviva il nulla osta del padre di lei. In genere prima si chiedeva il permesso al padre e poi ci si dichiarava alla sposa, ma quelle coppie già in confidenza che avevano già esplicitato il loro desiderio di sposarsi, a volte invertivano il procedimento. Era raro ma poteva succedere.

Scritto così, le cose non sembrano affatto facili, ma mi sembrano comunque più facile di oggi. Insomma, quanti like sono necessari per capire se a lui interessiamo o no?

The Oscar’s Night: tutto quello che non sapevamo

È il tappeto rosso più ambito dell’anno, c’è solo chi conta, tutti vogliono la statuetta dorata, ma pochi se la portano a casa.

Ma siamo sicuri di sapere tutto, ma proprio tutto della notte degli Oscar?

Forse queste venti cose vi mancavano:

  1. La statuetta: è alta 35 centimetri e pesa 3 chili e mezzo, ma non è d’oro. No. È di bronzo laccata in oro e il suo valore “commerciale” si aggira sui 300 dollari. Inoltre sulla statuetta l’etichetta con il nome del vincitore viene attaccata dopo l’annuncio, questo vuol dire che per ogni categoria ci sono etichette con tutti i nomi dei candidati, questo per garantire l’assoluta neutralità del voto.
  2. Budget: la cerimonia degli Oscar ha un costo che si aggira sui 44 milioni di dollari.
  3. L’annuncio: “And the winner is…” è la formula più conosciuta per annunciare il vincitore, ma in realtà è stata abbandonata. Dal 1989 si usa “And the Oscar goes to…”, pare per non far sentire troppo perdente che non vince.
  4. Goodie bags: se dovessimo usare uno sponsor da luna-park, si potrebbe dire che “Agli Oscar si vince sempre”. Infatti, a tutti i candidati nelle categorie di concorso viene donata una borsa di cortesia dal valore di 100.000 dollari contenente voucher per vacanze extralusso (nel 2018 c’era un viaggio di 12 notti in Tanzania del valore di 5’800 dollari a persona), ville in affitto, week-end in super spa, trattamenti beauty esclusivi e gioielli. Niente male come premio di consolazione, no?
  5. Rinfresco: non vorremo fare morire di fame e di sete le star?! 1400 è il numero delle bottiglie di champagne stappato alla serata 2018; 13,6 i chili di oro commestibile servito alla cena di gala; 800 le aragoste cucinate, 30 salmoni interi; 6000 le statuette di cioccolato a forma di Oscar per dessert. Che dire, una cena niente male!
  6. Organizzazione: gli Oscar sono un evento così mastodontico che per organizzarlo si inizia… dal giorno dopo. Esatto! Gli organizzatori inizieranno a pianificare la serata degli Oscar 2020 a partire dal 25 febbraio 2019. Nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile, bellezza!
  7. Tempismo: se vuoi che il tuo film venga preso in considerazione dalla giuria degli Oscar, non potrai farlo uscire nelle sale cinematografiche a caso. C’è un periodo dell’anno preciso in cui i titoli che ambiscono a una nomination, vengono mandati in proiezione nei cinema: tra il Ringraziamento (fine di novembre) e Natale. Un film che esce troppo presto, rischia di farsi dimenticare dalla critica, troppo tardi, invece, rischia di trovare tutto esaurito.
  8. Ospiti: il Kodak Theatre che fa da venuealla cerimonia può ospitare fino a 3300 persone
  9. Giuria: è composta da oltre 7000 membri facenti parte di ogni categoria professionale del mondo dello spettacolo. Dopo l’annuncio delle nomination, i giurati hanno 7 giorni (quest’anno dal 12 al 19 febbraio) per votare i loro favoriti.
  10. Pubblicità: gli spazi pubblicitari durante la notte degli Oscar costano anche più di quelli del Superbowl. Se un’azienda vuole promuovere il suo prodotto con una pubblicità di 30 secondi durante gli Oscar, il prezzo ammonta a 2,6 milioni di dollari.
  11. Vestiti: l’abito più costoso indossato nella storia degli Oscar appartiene a Grace Kelly. Nel 1955 ha calcato il red carpetfasciata in un abito di seta color menta disegnato dalla mitica Edith Head che al tempo costò 4000 dollari. Oggi corrisponderebbe a circa 35000 dollari in valuta corrente.
  12. Benefit: per gli attori vincitori di un Oscar gli agenti chiedono alle produzioni cinematografiche di aumentare il loro compenso del 20% rispetto i film precedenti. Avere un attore premio Oscar nel cast è un vanto ma anche un costo.
  13. I riempisedia: guardando lo show si deve avere l’impressione che il teatro sia sempre pieno, quindi gli organizzatori, per evitare di inquadrare una sala sguarnita a causa di alcune celebrity ritardatarie, o che sono scappate in bagno o al bar, hanno dei riempisedia appositi (circa 300). Persone sconosciute, che non hanno nulla a che fare con gli Oscar, vestite e pettinate come superstar che hanno il compito di tenere occupate le poltrone in attesa che il legittimo proprietario prenda posto.
  14. Il bar: è a pagamento. Anche le superstar devono pagarsi da bere se vogliono un bicchiere di Martini. Il costo di un cocktail al bar del Kodak Theatre si aggira sui 14 dollari.
  15. I bagni: per essere sicuri che nessuno si perda una sillaba della serata, l’audio della premiazione si sente anche in bagno.
  16. I ringraziamenti: quando un attore vince la statuetta, segue il discorso di rito in cui ringrazia tutti quelli che lo hanno supportato. Questo discorso può sembrare lungo (soprattutto a chi non a vinto), ma in realtà hanno meno di un minuto a disposizione.
  17. La Green Room: una volta presa la propria statuetta e ringraziato Dio per la vittoria, il vincitore non se ne torna al posto. Viene scortato al Loews Hotel dove gli vengono scattate le foto ufficiali per la stampa, risponde alle interviste e poi finisce di seguire la cerimonia nella green room: un lounge esclusivo per i vincitori, che si godono l’evento coccolati con tutti gli onori in questo salotto lussuosissimo stile chalet di montagna, sponsorizzato dalla Rolex.
  18. Foto: agli Oscar sono presenti fino a 1000 operatori del settore fotografico per stare sicuri di coprire tutta la serata. Infatti vengono scattate più di 80.000 foto!
  19. After-party: molti degli ospiti, per il dopo-gala, sfoggiano un secondo outfit, più pratico e comodo.
  20. Lacrime: vincere un Oscar come migliore attrice protagonista, specie se in nomination c’è anche Meryl Streep, non è roba da tutti i giorni, ma Gwyneth Paltrow, nel 1999 è passata alla storia. Non solo per il suo magnifico abito rosa Ralph Lauren, ma anche per il crollo nervoso che l’ha ridotta in lacrime e singhiozzi al punto che del suo discorso di ringraziamento si è capito poco… o niente.