Il peggio è passato e gli ho sorriso

Ho lavorato molte volte con Ginevra Roberta Cardinaletti, la conosco e la stimo come donna e come professionista – psicologa, editorialista, scrittrice – che ai titoli accademici accosta un dono più importante, la capacità di ascoltare, di andare oltre le apparenze. Le sue ultime pubblicazioni sono Il peggio è passato e gli ho sorriso e Undici donne nelle pagine di un diario, entrambi pubblicati con Aloha edizioni. Il primo è un romanzo autobiografico, un percorso a colori, pieno di amore: “saper cambiare insieme è quel che so dell’amore”; il secondo è una raccolta di racconti, undici ritratti di donna, anzi dodici, c’è una donna che verrà: donne diverse o differenti parti della stessa donna. La Cardinaletti descrive l’unicità di ogni individuo, incastonando la diversità all’interno di una rete di connessioni, i cui punti di contatto sono i sentimenti e le emozioni, che parlano una lingua universale. È difficile comprendere, accogliere la diversità: è più facile additarla che abbracciarla. Ecco perché amo definire i suoi libri un elogio all’imperfezione, che, per paradosso, rende unici e irripetibili: “Ho smesso di voler sembrare normale. E rido più spesso”.

L’arte è una forma espressiva del sé: in che modo avviene questa alchimia nella tua? “Credo che il segreto della felicità sia accogliere e donare bellezza, che è anche la forza dell’arte. Quando le persone mi dicono che con i miei libri hanno riso e hanno pianto, allora so che ho fatto bene perché anche io, mentre li ho scritti, ho riso e pianto, quindi c’è stato uno scambio di emozioni, di passione, quindi di vita”. I racconti presenti in Undici donne nelle pagine di un diario sono monologhi interiori, flussi di coscienza che fanno emergere i pensieri segreti delle protagoniste: attraverso la narrazione, la psicologa registra e decodifica verbalmente le dinamiche della psiche, donando al lettore una chiave di lettura che cura l’anima e propone delle vie di uscita da deleteri meccanismi psichici.

In che modo la scrittura può aiutare a guarire le ferite dell’anima? “Leggere e scrivere, se fatto con amore, è un modo di comunicare fortissimo. Aiuta a leggersi dentro e leggersi significa iniziare a comprendersi”. I romanzi dell’autrice sono utili spunti di riflessione che permettono al lettore di dare nuovi significati alle proprie esperienze, soprattutto a quelle percepite come fallimenti: trovare una nuova comprensione dei dolori e delle sofferenze conduce al ristoro e al sollievo dell’anima. “Il dolore non va cancellato, va rispettato”.

Come si può ritrovare nuova forza quando ci si sente stremati dagli eventi della vita? “Gli eventi che ci accadono, soprattutto quelli più duri, sono scossoni che ci dà la vita a cui possiamo rispondere solo con un cambiamento. Non possiamo cambiare gli eventi, ma possiamo cambiare atteggiamento, comportamento, anche le abitudini. I momenti più belli e importanti della mia vita li ho costruiti in seguito agli eventi più dolorosi della mia vita. Ogni volta l’ho guardata e gli ho detto: Ora siamo pari”.

Prima o poi, tutti ci troviamo ad affrontare problemi, dolori, sconfitte, malattie e lutti, fanno parte della vita e non si possono evitare. Bisogna imparare a comprenderli, a capire il loro senso nella nostra vita e, dopo averli accettati, mettere in atto la strategia più giusta per affrontarli e gestirli. Attraverso i suoi romanzi, la Cardinaletti aiuta il lettore e trovare le proprie risposte: i suoi libri sono un messaggio di speranza, scritto con il cuore e “se le cose le fai con il cuore, prima o poi qualcuno lo vede”. Grazie Ginevra.

 

Stai seguendo Simona Colaiuda

 

 

 

 

 

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Prigionieri di Mauro Corticelli

È con Nescafé Frappé che ho conosciuto Mauro Corticelli. Era al suo esordio letterario e nei cenni biografici, sulla quarta di copertina, si definiva aspirante scrittore: ne sorrisi. Oggi con Prigionieri è alla terza pubblicazione, la seconda con Pendragon, nota casa editrice bolognese. Benché diversi, i romanzi presentano tre elementi comuni: uno è la città di Bologna, un’amata costante. Corticelli è orgoglioso delle sue origini, come i suoi personaggi, e del fatto di non riuscire a pronunciare la lettera z, come i suoi concittadini.

In che modo Bologna appartiene alla tua vita e ai tuoi romanzi?

Bologna non è solo la città in cui sono nato, ma è una parte di me, delle mie emozioni. Ogni suo angolo rappresenta un ricordo, una persona, una risata, un pianto, uno slancio o una caduta. Per questo motivo le storie che racconto partono sempre da qui anche se non sempre i pareri, che i personaggi esprimono su questa città, sono positivi: un legame viscerale non deve togliere obiettività. Bologna è una bellissima donna, ma ha i suoi difetti. L’altro elemento è l’amore, che si alza tra le righe come una brezza leggera e influenza in modo inesorabile l’intento dei personaggi e la sorte delle loro storie. “I fallimenti hanno tutti un cattivo sapore, ma quelli sentimentali sono i peggiori” e ancora “la vita può diventare una prigione molto lunga se sceglierai di non vivere quell’amore” scrive il narratore di Prigionieri. In quest’ultimo romanzo, l’amore acquista una connotazione più ampia, un significato più profondo. Ambientato durante la seconda guerra mondiale, il romanzo fa un parallelo tra il conflitto esterno che altera gli equilibri mondiali e quello interno di Carlo, costretto a rinnegare la sua patria, la sua vita, i suoi affetti: una battaglia esterna che trasforma anche l’anima e il cuore, “la guerra è un frullatore, i sentimenti diventano incontrollabili e nessuno ne ha colpa. Dialoghi con la morte, assisti a cose atroci, il futuro non esiste, esiste sì e no il presente”.

Che cos’è per te l’amore?

Non ho avuto un rapporto facile con l’amore tanto che a volte ho pensato che questa parola sia solo una convenzione umana in cui si è voluto per forza racchiudere un numero enorme di emozioni diverse. Invecchiando, sento crescere una certa disillusione verso l’amore e più mi guardo intorno, più penso alla mia vita, più credo che esistano tanti meravigliosi innamoramenti e pochissimi, rari, meravigliosi amori. Il terzo elemento è il mistero e la conseguente ricerca della verità. Il romanzo è una storia nella storia, una storia antica che incede lenta e si fonde con quella contemporanea: nell’una vibra l’eco dell’altra. Due destini simili, due uomini che non si arrendono allo status quo, due cuori che continuano a cercare la libertà di potersi esprimere, di poter amare ed essere amati. “La verità cambia sempre tutto, e lo fa in positivo, anche quando fa male. È l’unica strada da seguire. Credo che tu dovresti cercarla più spesso. La vita è prima di tutto tua, poi degli altri, non puoi sempre adattarti alle situazioni”.

Quali verità hai trovato nella tua vita? Che cosa cerchi ancora?

A volte, per fortuna, è la verità che ha trovato me; la cosa più difficile però è riuscire a dirla, a comunicarla al mondo e, soprattutto, alle persone che ci sono vicine e ci amano. Tutti vogliamo la verità poi quando ci riguarda, ed è scomoda, facciamo fatica ad accettarla. Quindi potrei dire che la più grande verità che ho trovato è proprio sforzarsi di dire la verità. Cosa cerco ancora? Tante piccole cose che riescano a darmi momenti di felicità o qualcosa che gli si avvicini.

Grazie Mauro per la tua disponibilità.

Tiziano Ferro dice che l’amore è una cosa semplice, io credo che non lo sia affatto, così come la felicità non è una cosa facile da trovare, però vale la pena impegnarsi nella loro ricerca perché, come scrive anche Carlo sulle pagine del suo diario, “la guerra ti fa capire quanto effimero possa essere il nostro passaggio su questa terra”. E presto o tardi, arriva il giorno in cui ognuno si troverà di fronte al proprio personale conflitto mondiale, e, chi non avrà il coraggio di combattere, si scoprirà chiuso in una vita che diventerà essa stessa una prigione e i sentimenti soffocati, le parole taciute, gli amori perduti, saranno punteruoli conficcati nei pensieri, dentro al cuore.

Arrivederci a presto sulle pagine di Pink Magazine Italia.

 

 

 

 

 

 

 

Quando tutto inizia

Fabio Volo è un artista poliedrico e uno scrittore di successo, eppure quando si parla di lui c’è sempre chi storce il naso. Esco a fare due passi è uscito nel 2001 e, da allora, Volo pubblica romanzi con continuità, non solo in Italia: i suoi libri sono tradotti in diversi paesi del mondo. La critica, però, rimane controversa nei suoi confronti; alcuni hanno difficoltà a chiamarlo scrittore, sottovalutando non solo lui, ma, a mio avviso, anche i suoi lettori. Si dice che gli italiani leggano poco, poi, se comprano i romanzi di Fabio Volo, vengono criticati. Non si fa che parlare delle enormi difficoltà in cui versa il mondo dell’editoria, eppure Volo vende senza conoscere crisi. Per quale motivo? Perché scrive per il lettore. Senza nessuna pretesa o velleità, la sua penna scorre leggera tra le emozioni dei personaggi e lo fa con una leggerezza che cattura il lettore e lo porta per mano fino all’ultima pagina. Non tutti i romanzi che compriamo riescono a farsi leggere fino alla fine e, quando accade, il merito è soprattutto dell’autore. Volo fa il suo lavoro, racconta storie e lo fa bene.

“Ci sono persone che abbiamo sfiorato per breve tempo, ma che hanno cambiato qualcosa di noi in maniera radicale. Le incontriamo, in un istante le perdiamo eppure ci rendono migliori o peggiori. Passano, se ne vanno e hanno la capacità di metterci in braccio al nostro destino.”

Il suo ultimo romanzo in ordine cronologico è Quando tutto inizia, la storia di un amore, quello di Silvia e Gabriele. Si incontrano per caso: Silvia legata all’abitudine di un rapporto, frutto di una decisione presa in un passato che non esiste più; Gabriele intento a non perdere il controllo della sua vita, attento a respingere ogni emozione che possa portarlo fuori dagli schemi di una vita strutturata. Si innamorano oltre ogni logica e razionalità: Silvia riscopre la sua essenza di donna che si rinnova, si sente amata, di più, desiderata; Gabriele ridefinisce se stesso e la propria vita, raccontandosi a Silvia e innamorandosi non solo di lei, ma anche dall’immagine di se stesso che vede riflessa nei suoi occhi: quando chiediamo a qualcuno il motivo per il quale ci ama, gli chiediamo di raccontarci chi siamo.

Una storia d’amore protetta da una bolla, che vola in alto e mette Silvia e Gabriele in pausa dalle loro vite: ma ci si può prendere una pausa dalla vita?

“E non è nemmeno la persona in sé, è la magia del momento in cui ci si allinea, come due ascensori che, anche se vanno in direzioni opposte, si trovano per un istante alla stessa altezza.”     

Storia di un concorso letterario – Quattro domande a Marco Valeri

«Che cosa stai leggendo?» mi chiese incuriosito Marco il giorno in cui ci incontrammo la prima volta; ero l’unica a bordo campo assorta in un libro. Attendevo la fine della lezione di tennis dei miei figli, Marco Valeri era il loro istruttore. Gli sorrisi e cominciammo a parlare di libri letti, da leggere, e così dopo ogni lezione. Poi un giorno mi chiese: «Mi aiuti a organizzare un concorso letterario legato al festival Rabdomantica?». Gli sorrisi e risposi: «Perché no?». è nata così la prima edizione del Concorso Letterario Nazionale Rabdomantica “Storie di acqua, di amore e magia”. Il titolo del concorso mi è stato chiaro dopo aver letto la voce rabdomanzia sull’etimologico Zanichelli: “tecnica divinatoria tendente a localizzare, attraverso le vibrazioni di una bacchetta, sorgenti d’acqua o giacimenti minerali.” Insomma, una ricerca romantica, sciamanica, una linea di confine tra scienza e magia.

Marco Valeri è un artista vulcanico e poliedrico, oltre a essere un ottimo istruttore di tennis.

Marco, che significato ha per te la rabdomanzia?

La rabdomanzia è una pratica che muove ed evoca tutto quello che sta nascosto, cacciato altrove, evoca la tensione a far riemergere il sommerso. Ciò che non vediamo non è nascosto e, ciò che è nascosto, a volte è vitale: l’elemento che compone in massima parte il nostro corpo è l’acqua. All’esterno, per trovare questo prezioso e vitale elemento, serve qualcuno che sia in connessione con le vibrazioni della terra: il rabdomante. Il rabdomante sa guardare la terra, ne riconosce i segni, come un dermatologo fa con quelli sulla pelle; percepisce l’acqua sotto la terra, a grandi profondità, la qualità, temperatura. La rabdomanzia è un’arte che non si impara a scuola, è un dono ricevuto dalla natura, una vera investitura, oppure una conoscenza tramandata a livello generazionale, attraverso pratiche viste e apprese. La connessione con la natura si attua attraverso un legnetto, che potrebbe sembrare una fionda, ma senza elastico: quella è la porta verso gli abissi della terra. E lì, dove non ci sono gallerie, fessure o antri, il rabdomante assolve il compito di tramite, di guida. Rabdomantica nasce dall’unione delle parole romantica e rabdomante, simbolo dell’urgenza di capire quale sia la strada migliore, ispirandoci lasciandoci ispirare dal cuore e dall’acqua, intesa come vita. E questo è tanto più importante in un’epoca in cui è difficile capire cosa sia realmente essenziale.

Qual è il senso sociale della rabdomanzia?

Il rabdomante, simbolo della ricerca e della sua inevitabilità, affidata alla fiducia dell’uomo e al suo sentire, filtra il messaggio della necessità di un vivere in connessione con la natura. In questo senso l’acqua diviene non solo un elemento vitale ma anche culturale. La rabdomanzia fornisce un senso sociale, che per me è l’abbandono del troppo, del superfluo, la voglia di abrogare la pigrizia fisica e ancora prima mentale, favorendo un viaggio intimo di scoperta per capire ciò che ci muove. Rabdomantica è quindi un progetto sociale, un processo reale di ricerca della verità.

Che cosa ti ha spinto ad associare un concorso letterario al Festival Rabdomantica?

Oggi scrivono in tanti. Alcuni perché hanno bisogno di dire, altri perché vogliono sentirsi dire, altri ancora per esprimere una vera e propria arte, perché conoscono le tecniche, maneggiano la materia, fanno ricerche, si informano, lavorano alla scrittura con lo scalpello. Sono tanti i perché a causa o grazie ai quali si scrive. Rabdomantica ha accolto un’ulteriore espressione di ricerca: quella di trovare, creare ed esprimere delle storie di acqua, di amore e di magia.

A chiudere il concorso letterario, il giorno della premiazione ci sarà Erri De Luca. De Luca non ha bisogno di presentazioni: i suoi romanzi fanno parte della letteratura, non solo italiana. In che modo la manifestazione si lega al pensiero del grande scrittore espresso nella nota che accompagna Rivoluzione di Jack London?

L’attinenza tra i temi e le suggestioni portate dallo scrittore nella sua nota di prefazione e Rabdomantica, potrebbe non esistere, potrebbe non essere necessaria. Erri De Luca ci ha abbracciato con la sua umanità e ci arricchirà con la sua presenza, portando in evidenza un lavoro intellettuale profondo e stimolante: Rivoluzione di Jack London, che lo scrittore partenopeo ha fatto tradurre. Rivoluzione, Rabdomantica. R, R. L’attinenza non è necessaria, potrebbe non esserci. Eppure c’è. C’è attinenza nella ricerca di creare un percorso di riflessione e coinvolgimento, che parte da un dato, un bisogno inconscio ma evidente: l’assenza. L’assenza di vigore, di coraggio. L’assenza di intellettuali che abbiano un’etica del dissenso così forte da dire quello che pensano, e fare quello che dicono. Un’assenza e un assenso generalizzato che creano il vuoto. Erri De Luca è testimone e testimonianza che in un’altra epoca, perché Erri appartiene a un’altra epoca letteraria, dove il ruolo dello scrittore era diverso: gli artisti e gli intellettuali erano engagés. Di questi, De Luca è uno dei pochi rimasti, anzi l’unico. Oggi, la società, noi, il fiume, la nostra acqua, scorrono in un letto scomodo, in un letto nascosto. Oggi abbiamo bisogno di riscoprire il rispetto e la valorizzazione del territorio, dell’uomo, della donna e dell’animale; abbiamo bisogno di rifondare l’identità, di mantenere vive le tradizioni, le pratiche antiche e l’arte che attuano la connessione sociale, di riscoprire la funzione sociale del lavoro della terra, del rito della festa e della cultura che in essa e attraverso essa si tramandava. La società, oggi, è complessa, e in questa complessità dimentichiamo chi dirige la ricerca: l’uomo o la tecnologia? La nostra società ha bisogno di ritrovare la propria spinta rivoluzionaria, poiché una società senza rivoluzione non è viva, non lo è più. E così come una rivoluzione non ha senso senza un popolo e una nazione, una società che non ricerca più il proprio senso anche attraverso la rivoluzione, perde il suo senso all’interno del sistema. E le persone sono spaesate, si sentono perse.

Grazie Marco per il viaggio che ci hai permesso di fare intorno al mondo e dentro la terra, a nome di tutta la redazione e di tutti i lettori di Pink Magazine Italia. Arrivederci a presto.

 

A tu per tu con l’editore – Le Mezzelane

Il nome Mezzelane, si legge sul sito della case editrice, è un omaggio al territorio che ha visto nascere questa azienda della cultura: Santa Maria Nuova, un paese collinare in provincia di Ancona in cui, nel ‘700, si realizzò una particolare produzione di tessuti, un misto di lana e tessuti più ruvidi, le cosiddette mezzelane appunto, che, in seguito ricevette anche il marchio di qualità del governo pontificio.

Rita Angelelli è la fondatrice e la direttrice editoriale di questa ambiziosa azienda ed è una donna creativa di cui apprezzo la dinamicità e il coraggio imprenditoriale, e non solo.

Ciao Rita, grazie per la tua disponibilità. Tu conosci il mercato dell’editoria in maniera completa giacché lo vivi nel duplice ruolo di autrice ed editrice, insomma, sei una professionista vera. Puoi svelarci quali sono gli obiettivi che ha raggiunto la tua casa editrice e qual è il sogno più ambizioso a cui stai lavorando insieme al tuo team?

Ciao Simona e grazie per l’opportunità. Siamo nati in giugno 2016 e abbiamo pubblicato il nostro primo libro nel mese di luglio: un manuale di scrittura molto divertente scritto da me e dalla nostra capo editor Maria Grazia Beltrami. Una sorta di prova generale di quello che sarebbe accaduto subito dopo, quando il sipario del palcoscenico si sarebbe aperto e rivelato a tutti come lo avevamo pensato: una Casa Editrice dinamica, moderna, motivata. Da allora abbiamo pubblicato 85 autori e siamo in procinto di partecipare alla nostra prima “vera” fiera dell’editoria: Tempo di libri di Milano. Saremo lì con uno stand e tre appuntamenti pubblici. Sul palcoscenico si avvicenderanno diversi nostri autori e l’otto marzo abbiamo un’importante presentazione sulla violenza di genere. Questo delle fiere è uno dei tanti obiettivi che volevo raggiungere e quasi non mi sembra vero. Tutta l’attività editoriale è un continuo sognare, desiderare, e realizzare, ma il sogno mio più grande sarebbe quello di vedere uno dei nostri autori vincere un premio letterario che conta. Nel frattempo… stiamo lavorando a una nuova collana, che presenteremo i primi di marzo, della quale siamo orgogliosissimi.

Le Mezzelane è una vera casa editrice non a pagamento: quali caratteristiche deve avere un manoscritto per essere scelto e pubblicato con voi?

La storia deve essere originale, di banalità ne è pieno anche il mondo reale. Il manoscritto deve essere abbastanza corretto nella forma, senza buchi narrativi, con personaggi ben delineati e ambientazioni ben descritte. Per la poesia cerchiamo raccolte che abbiano un filo conduttore, un argomento, o più di uno, ma che sia ben esposto; non è importante la metrica, ma il suono dei versi, che deve essere una sorta di melodia che accompagna il lettore pagina dopo pagina.

Quanto peso ha l’autore nella scelta del manoscritto?

Chiediamo sempre che il manoscritto sia accompagnato da una biografia e da una sinossi. La mail ci indica già la persona con la quale verremo in contatto, ed è importante che ci sia qualcosa che ci incuriosisca, qualcosa che ci indichi il vero interesse a pubblicare con noi, che ci sia un pizzico della personalità dell’autore. Senza queste cose sarebbe solo un contatto sterile: io ti mando – tu mi pubblichi. A noi serve altro. Vogliamo autori motivati, che credano nel loro lavoro e nel nostro, che siano attivi. Gente che sta bene in mezzo al pubblico, che ha voglia di farsi conoscere per quello che scrive e sente. Noi investiamo tutto su chi scegliamo, e lo facciamo perché ci piace il nostro lavoro e ci piace farlo al meglio.

Com’è nata l’idea della nuova collana Live & Love?

Mi piacciono le storie d’amore e sono cresciuta a “pane & Liala”. Leggo tutt’ora tantissimi romance/rosa e difendo a spada tratta il genere, troppo spesso commentato con leggerezza. Per me è letteratura. Leggere il romanzo rosa, quando è scritto bene, significa prendersi un momento di relax e fare ritorno a quel romanticismo che molte volte manca nella vita di tutti noi, troppo presi dalla frenesia degli impegni personali e dei figli, dalla famiglia, dal lavoro; a volte si ha bisogno di sognare, di evadere da una realtà che ci sta troppo stretta per poi farci ritorno con più leggerezza. Le autrici di di Live & Love ci hanno dato fiducia, hanno condiviso con noi le loro storie, e noi speriamo che l’intera collana abbia il successo che meriti ed entri nelle case degli italiani (e non solo).

Nell’augurare a Rita Angelelli la realizzazione di ogni suo meritato sogno, la ringrazio per la sua generosa disponibilità e la saluto a nome di tutta la redazione e di tutti i lettori di Pink Magazine Italia. Arrivederci a presto.

A San Valentino con Lorena Marcelli

Sposami per un anno e un giorno è il primo romanzo vincitore del Concorso Live&Love indetto dalla casa editrice Le Mezzelane, l’autrice è Lorena Marcelli. Il romanzo si presenta in un formato nuovo e maneggevole, originale anche nella copertina. È una storia d’amore, dove però l’amore non è l’unico protagonista, c’è anche la selvaggia terra d’Irlanda che accompagna ogni scena e la pervade di magia. Lorena Marcelli oltre ad avere uno straordinario talento, riconosciuto dalle numerose case editrici che hanno pubblicato il suoi lavori, come la Rizzoli e la Sperling & Kupfer, solo per citarne alcune, è una donna eclettica e curiosa, prova ne sono i suoi numerosi romanzi, scritti anche sotto l’alias di Laura Fioretti.

La protagonista del tuo nuovo romanzo edito dalle Mezzelane si trova ad affrontare un periodo di forte crisi, in cui, per congiunture nefaste, perde contemporaneamente: lavoro, migliore amica, compagno e casa. Nel romanzo scrivi che Mila non riesce a dare un ordine di importanza a quelle perdite: tu sapresti darlo? Qual è la tua personale graduatoria? “Ho perso da poco una persona che pensavo fosse una grande amica e mi ha fatto davvero molto male. Per me l’amicizia viene prima di tutto. Seguono l’amore, la casa e il lavoro.”

Il titolo del romanzo, Sposami per un anno e un giorno, rimanda all’idea di un amore precario, così come il tempo in cui viviamo. In realtà il libro parla di un amore che sfida il tempo. Secondo te l’amore ha una durata precisa, una data di scadenza oltre la quale, fisiologicamente si spegne?

Non credo si possa generalizzare e che non si possa dare una risposta univoca. Personalmente penso che l’amore duri giusto il tempo dell’innamoramento. Dopo diventa altro. Molto altro, in alcuni casi, e tutt’altro in altri. Dipende molto dalla maturità delle persone, da quello che ognuno di noi cerca nell’altra persona e da quello che la vita ha insegnato ad apprezzare. L’amore è un sentimento molto complicato e dovrebbe essere vissuto solo per quello che è: un bel sogno dal quale ci si può svegliare. Preferisco di gran lunga le passioni che sconvolgono la vita.

Un altro tema trattato nel romanzo è quello del tradimento: come si supera il dolore di un tradimento?

In realtà credo che non si superi. Non si supera né in amore né in amicizia. Lo si elabora nel tempo. A volte si riescono a comprendere anche i meccanismi che hanno portato te stessa o l’altra persona a tradire; si analizzano le situazioni e si mettono sui piatti della bilancia gli avvenimenti e le persone coinvolte. A volte si sceglie di rimanere; altre volte no. Se si resta, però, si deve essere consapevoli che quella cicatrice ogni tanto sanguinerà e farà ancora male.

Tu scrivi d’amore, secondo te, le storie d’amore hanno un lieto fine solo nei romanzi?

No, non sempre ma spesso. Di solito la parola fine, nei romanzi, viene scritta quando i due protagonisti sono innamoratissimi. Ma pochi di noi sanno cosa accadrà loro subito dopo. Finirà la passione? I problemi quotidiani li travolgeranno e faranno dimenticare loro che un tempo si amavano? Forse non lo sapremo mai. I miei genitori si sono amati per più di cinquant’anni e hanno superato tutte le difficoltà rimanendo sempre insieme. Io non posso assicurare a nessuno che il mio amore durerà per sempre. Sono molto fatalista e, dopo tante delusioni, cerco di non attaccarmi troppo alle persone. Dicono che sono un po’ fredda; io penso solo di essere molto selettiva.

Il romanzo è ricco di riferimenti ai riti celtici, da dove nasce il tuo amore per l’Irlanda e quale tradizione ti affascina di più?

Credo che l’Irlanda sia la terra della mia anima. La prima volta che andai lì scoppiai a piangere senza alcuna ragione apparente. Non so spiegarti bene come mi sentii, ma fu un po’ come quando si torna a casa dopo un lungo viaggio. Amo tantissimo tutti i riti celtici ma, in particolar modo, l’handfasting, che ho descritto in Sposami per un anno e un giorno.

Grazie Lorena, per la disponibilità e per la generosità che ti caratterizza e che viene fuori anche da una semplice intervista. E, in attesa del prossimo romanzo, ti saluto a nome di tutta la redazione e di tutti i lettori di Pink Magazine Italia.

Il romanzo puoi trovarlo qui.