La vita come tu la vuoi

Non ho molto tempo a disposizione, come tutti; anche per me il tempo è una risorsa scarsa. Ecco perché cerco sempre di utilizzarlo al meglio, anche quando si tratta di leggere dei testi.

Ho letto quasi tutti i libri di Claudio Belotti. Mi manca l’ultimo, ma recupererò presto. Devo ammettere di essere di parte, perché è uno dei miei maestri; di più: un mentore, che ha segnato il mio percorso di crescita personale e professionale. E come il grande Bowie nella musica, Belotti è un fuoriclasse nella formazione e nel coaching. A parlare sono i fatti: collabora con aziende leader come il Gruppo Armani, Bulgari, BMW e Google e, non ultimo, è uno dei quindici Master Trainersal mondo, scelti di persona da Anthony Robbins.

I suoi corsi non hanno bisogno di pubblicità, tanto che chi li frequenta torna a frequentarne di nuovi. Il segreto? Da corsista posso dire che sono autenticamente rivolti ai partecipanti, tesi a essere di supporto nella vita personale e professionale. L’attenzione alla persona si palesa anche nei contenuti trattati: unici, come le Dinamiche a Spirale. Su questo argomento Belotti ha scritto un libro, The Spiralcome coautore con Christopher Cowan e Natasha Todorovic, allievi e massimi studiosi della teoria alla base delle Dinamiche a Spirale di Clare Graves.

Da lui ho imparato una cosa fondamentale: che accontentare gli altri è dannoso. Non bisogna cercare l’approvazione degli altri, e questo non significa mancare di rispetto a nessuno, ma neanche a se stessi. Non è un caso che uno dei suoi libri si intitoli La vita come tu la vuoi, non è un caso che la sua azienda si chiami Extraordinary. È un messaggio chiaro quello che lascia ai suoi lettori: siamo unici e irripetibili, insomma straordinari. La vita come tu la vuoi è un percorso di autocoaching, fruibile da chiunque, dove, con un linguaggio chiaro e diretto, l’autore prende per mano il lettore, aiutandolo a verbalizzare le proprie paure, ad affrontarle in modo tale che vadano via, anche se quel posto non sarà lasciato vuoto a lungo, ma sarà pronto ad accogliere nuovi problemi, più grandi. Perché è così che si cresce: affrontando e superando nuove paure, non rimanendo invischiati nelle sabbie mobili di problemi arrugginiti che diventano trappole mortali, vere e proprie gabbie della nostra energia, dei nostri sogni, della nostra vita.

 

Annunci

Ci vediamo fuori luogo

 

Ci vediamo fuori luogo è il nuovo romanzo di Roberta Ginevra Cardinaletti, il terzo, ed è la storia di Martina. Quanto c’è di te in questo nuovo romanzo e qual è il messaggio che vuoi passare al lettore? “C’è sempre molto di me nei miei libri, non solo di ciò che ho vissuto e provato in prima persona, anche di ciò che assorbo dalle persone che incontro. Credo che il messaggio possa essere molteplice perché passa inevitabilmente attraverso la percezione del lettore, attraverso la sua esperienza, e questo è un bene perché non ho leggi da insegnare, desidero semplicemente dare spunti di riflessione, far fermare le persone e dire: Questo l’ho provato anch’io oppure Questo è un modo diverso di vedere una situazione che ho vissuto. Mi piace stimolare la curiosità del lettore”.

Attraverso le esperienze della vita della protagonista, attraverso la visione a colori della realtà che si trova a percorrere e affrontare, l’autrice e psicologa, lascia un universale messaggio di leggerezza da non confondere con la superficialità. La leggerezza è un modo nuovo di planare sulle cose, dall’alto, uno strumento necessario per liberarci dalla pesantezza di alcune situazioni e comportamenti gravati dal giudizio: il nostro e quello degli altri. Un giudizio che appesantisce il nostro viaggio e logora la nostra energia emozionale: ecco perché a volte ci sentiamo stanchi e non c’è riposo fisico che ci possa giovare. In fondo, la vita è un gioco, come dice Ginevra, un gioco in cui la risorsa più importante è il coraggio: il coraggio di prendere per mano le redini della propria esistenza e vivere da protagonista, in modo consapevole. E avere coraggio non è poi così banale: avere coraggio significa mettere da parte ogni scusa, prima fra tutte la procrastinazione; avere coraggio significa non rimandare a domani, nessuna cosa, nessuna azione, nessun comportamento, perché domani non esiste, perché domani è una dolce bugia che ci raccontiamo per non affrontare i cambiamenti, che in realtà non solo sono essenziali, ma inevitabili, e che se contrastati portano a condizioni di crisi e di auto sabotaggio. Quand’è che possiamo dire di essere veramente cambiati? E che cosa ci può aiutare a realizzare il cambiamento che vogliamo nella nostra vita? “A volte è importante guardarsi indietro per rendersi conto di quanto si è fatto e di quanto siamo cambiati. Spesso abbiamo l’impressione di stare fermi solo perché non abbiamo fatto cambiamenti clamorosi o repentini, ma se osserviamo il corso della nostra vita, possiamo renderci conto di quanto invece siamo cambiati e quante cose abbiamo cambiato. Per realizzare i cambiamenti che ci stanno a cuore, credo sia importante avere una forte determinazione e non concedersi scuse. Ogni volta che non ci sembra il momento giusto perché magari abbiamo altro da fare, allora dobbiamo chiederci: Qual è la mia priorità? e non perderla mai di vista”.

Il cambiamento è tanto più profondo quanto più lo cerchiamo ma non lo forziamo, cambiamo senza accorgercene. A volte ci rendiamo conto di essere cambiati solo quando siamo già cambiati, ad esempio quando cambiano i nostri gusti, anche quelli più banali, come cominciare a prendere il caffè senza zucchero oppure quando capiamo che possiamo fare a meno di alcune cose o di alcune persone, soprattutto quelle che riescono a fare a meno di noi. Decidere con chi condividere il nostro tempo ci permettere di dare valore a noi stessi oltre che agli altri, ci permette di scegliere a chi dare la nostra attenzione, significa aver trovato il coraggio e la forza di riconoscere la nostra bellezza e di non svenderla, ma portarla in dono a chi ne riconosce l’essenza e il valore. Che cos’è che ci impedisce di scegliere con chi stare e di subire la presenza di persone che ci stressano? “Il cambiamento, di qualsiasi natura, richiede sempre molto coraggio. È molto più facile lamentarsi di una situazione o di una persona, anziché provare a cambiare qualcosa. A volte abbiamo bisogno di sapere che quello che non facciamo e quello in cui riusciamo non è colpa nostra, ma è colpa delle persone che ci limitano, ci ostacolano. Allontanarci da queste persone ci metterebbe di fronte al dovere, verso noi stessi, di agire, di assumerci la totale responsabilità della nostra insoddisfazione, e questo richiede molta forza e determinazione”.

Grazie Ginevra per essere stata con noi e per averci donato degli spunti utili per avere nuove prospettive di interpretazione di noi stessi e della realtà, per trovare nuovi o rinnovati profili e riuscire a mostrarli agli altri. Grazie per i costanti messaggi di fiducia e speranza presenti nei tuoi libri, che di fiducia abbiamo bisogno più del pane nei periodi di crisi e di rinnovamento come quelli che viviamo tutti i giorni sia a livello personale sia sociale. Ed è con il messaggio che più di tutti rimarrà con me che voglio salutare i lettori di Pink: se bastano cinque dita per sette note, allora tutto è possibile, come la musica.

Arrivederci a Ginevra su Pink Magazine Italia!

 

 

 

 

 

Eravamo tutti vivi

Eravamo tutti vivi è il romanzo vincitore della categoria Opera prima del premio letterario Latisana per il Nord-Est 2018. L’autrice è Claudia Grendene, laureata in filosofia e padovana di adozione. Due cose mi hanno colpito di lei, da subito: i grandi occhi chiari e la dolcezza, ma lascio che si presenti da sola. Chi è Claudia Grendene? “Claudia Grendene è una donna di quarantacinque anni, con una vita piena e tanta voglia di fare, che non appena ha uno sprazzo di tempo corre a prendere in mano qualcosa da leggere. E che prova anche a scrivere”.

In effetti una casa, un marito e due ragazzi riempiono la vita, ma danno anche un bel da fare a cui si aggiunge il lavoro da bibliotecaria. Non solo. Claudia è stata prima studentessa poi docente nella Bottega di Narrazione diretta dal grande Giulio Mozzi. Quanto ha influito la Bottega nella tua formazione di scrittrice? “Il percorso intrapreso con la Bottega di Narrazione è stato fondamentale. Innanzitutto, è stato salvifico scoprire che ci sono altre persone che come me vivono avendo in testa storie da raccontare, persone che investono tempo intorno alle proprie immaginazioni, persone che cercano di scriverle. Perché uno dei nemici più insidiosi della scrittura è l’isolamento: ti rende un po’ sterile, un po’ matto, un po’ disadattato. In secondo luogo, la Bottega mi ha dato accesso ai ferri del mestiere: quegli insegnamenti basilari che servono a gestire un’immaginazione, a costruire una scena, a gestire un dialogo nel testo. La Bottega di Narrazione è un percorso difficile e insidioso, perché mentre ti dà questi strumenti minimi dello scrivere, ti restituisce anche la piena consapevolezza che sta solo a te saperli usare. Che sta solo a te scrivere. Che non hai più scuse per tergiversare. Come capita nella vita, sei sempre e di nuovo di fronte a te stesso. La Bottega ti mette davanti i tuoi limiti. E lì, o scatta un atto di volontà fortissimo, oppure sarà difficile portare a termine il progetto. Il pregio della Bottega di Narrazione è darti più dubbi che certezze, demolire le certezze dettate da inesperienza e ingenuità. È una scuola che ti guida verso la ricerca di soluzioni, ma non ti fornisce ricette pre-costituite. Credo che la dote fondamentale che la Bottega di Narrazione è riuscita a tirare fuori da me sia la caparbietà. Ho compreso, durante quell’anno, quanto io tenessi alla scrittura e ho imparato a darle una priorità nella mia vita”.

Eravamo tutti vivi è un romanzo di formazione, quella di sette amici che, crescendo, si trovano ad affrontare dinamiche familiari e relazioni in continua mutazione. È un faro proiettato sulle emozioni e su come queste cambino mentre cambiano i rapporti, mentre mutano gli equilibri familiari quando nascono i figli o quando questi tardano ad arrivare o non arrivano mai. Quale parte di te esprimi con la scrittura? “Quando inizio a scrivere una storia, di solito, non sento il bisogno di esprimere qualcosa di me stessa. Capita, invece, che mi giri in testa una storia, e che io non mi dia pace fino a quando non abbia capito cosa raccontare e come raccontarlo. Parto sempre da lì. Scrivendo, è inevitabile, finisco di certo per esprimere qualcosa della mia interiorità o dei miei vissuti. Ma questo per me non è mai il punto di partenza. Quando leggo un romanzo mi piace trovarci una storia, o più storie; ed è questo stesso desiderio di racconti che mi spinge a scrivere”.

Tanti sono i temi trattati nel romanzo della Grendene, forti come quello della morte, la voglia di libertà e di autoaffermazione, la necessità di ritrovare uno spazio anche nella propria casa, quando questa diventa un inferno di disattenzioni, e tutto è più stretto, manca l’aria, oppure quando tra le sue mura rimbalza l’eco dell’insofferenza, in quegli spazi lasciati vuoti dalla solitudine e carenti del calore di una famiglia o di un amore, che non si è riusciti a trovare o a impedirgli di andare via. Il romanzo è attualmente in concorso per il Premio Letterario Massarosa 2018: in bocca al lupo Claudia!

Multipotenzialità

“Che cosa vuoi fare da grande?”, ho chiesto a mio figlio di otto anni. Lui ha fatto un enorme sorriso, poi mi ha risposto: “Voglio fare il calciatore, il medico, lo youtuber… e voglio anche guidare l’ambulanza”. Quanti di voi, di fronte a questa domanda si sono trovati in difficoltà a dare un’unica risposta, da piccoli, ma anche ora da grandi, e hanno risposto come Simone, elencando una serie di attività? Bene, siete dei multipotenziali. Anche Simone mi ha guardato in modo strano e mi ha chiesto: “Mutli-che?”. Sarà Fabio Mercanti con il suo nuovo libro Multipotenziali a dare una risposta, non solo a Simone.

Un multipotenziale è chi non ha un’unica vocazione nella vita, ma ha la necessità e la curiosità di spingersi verso qualcosa di nuovo che allarghi l’orizzonte delle sue conoscenze e gli permetta di percorrere nuovi sentieri. Fabio Mercanti parla dell’importanza dei multipotenziali nell’ambito delle nuove organizzazioni e di un mercato del lavoro, sempre più caratterizzato dalla precarietà dei ruoli e delle posizioni. La multipotenzialità non è solo un modo particolare di vivere il lavoro, ma anche un modo di essere, un’identità professionale.

Scoprirsi, costruirsi, realizzarsi: sono le fasi che individui nel tuo libro per la creazione dell’identità professionale. Qual è l’identità professionale di un multipotenziale? “È una identità professionale molteplice. Per farmi capire meglio mi piace proporre una sorta di esercizio. Se sostituiamo la parola multipotenziale con vocazione e ripercorriamo le tre fasi che hai elencato, quello che otteniamo è la storia di una carriera. Una persona scopre la sua vocazione professionale, ad es. fare l’avvocato, la costruisce e si costruisce mettendo insieme pezzo dopo pezzo, proprio come si fa per innalzare un edificio, nel caso della professione di avvocato bisogna prendere una laurea in legge, fare pratica presso uno studio professionale e infine superare gli esami di stato abilitanti alla professione, e si realizza giorno dopo giorno, dopo l’abilitazione bisogna creare le condizioni per poter lavorare: creare partnership con altri colleghi in studi associati, trovare dei clienti per operare in modo autonomo, fare domanda per essere assunto da una grande azienda, etc. Di là della professione specifica, è una carriera comune, scelta, accettata, apprezzata, ambita. Ma per alcuni questo percorso lineare, unico non porta alla realizzazione, alcuni hanno bisogno di un percorso molteplice: è in questa molteplicità che si trova l’identità professionale del multipotenziale”.

I multipotenziali non seguono un’unica vocazione lavorativa, ma si muovono attraverso percorsi di studio e professionali vari che permettono lo sviluppo di competenze originali. Qualunque sia il modo in cui venga percepito il successo da un individuo, realizzare se stesso e le proprie ambizioni in maniera completa o ottenere il maggior valore economico possibile con la sua opera, l’importante è scegliere in maniera libera e autonoma, accollandosi la responsabilità dei propri errori, senza aver paura di fallire, sperimentando le proprie abilità e i propri confini.

Il Mercanti sottolinea tre capacità cardine di chi non ha un’unica vera vocazione: il rapido apprendimento, che facilita lo studio approfondito della materia e il passaggio da una materia all’altra senza problemi; la sintesi, quella che permette l’intersecarsi di due idee diverse, provenienti anche da campi differenti: l’innovazione è figlia di questa commistione; l’adattabilità, per essere idoneo a un determinato scopo, per far fronte alle necessità professionali richieste.

Spesso parli di tempi giusti, cioè di quei tempi che portano a cambiare attività lavorativa nell’arco di una giornata, ma anche nell’arco di una vita. Qual è il segreto di chi gestisce bene il proprio tempo? Come si fa a dare il giusto valore e il giusto spazio alle attività da svolgere all’interno di una giornata? “Alla base c’è l’equilibrio. Per dare un senso al tempo e il giusto valore alle proprie attività non serve nessuna tecnica di time management. La sfida più grande è equilibrare passioni, obblighi, interessi, nuovi progetti e capire quando lasciare qualcosa e quando iniziarne una nuova. Vale per tutti, ma per un multipotenziale questo equilibrio è vitale e strettamente connesso alla realizzazione di cui parlavamo prima. Multipotenziale non significa riuscire a fare, bene o male, tutto quello che si vuole, ma saper gestire al meglio la propria molteplicità e costruire una personale carriera proponendo valore”.

Emilie Wapnick, imprenditrice, consulente professionale, blogger, artista, career coach, community leader, definisce i multipotenziali come persone con molti interessi e occupazioni creative, che non seguono un percorso lineare, ma si muovono trasversalmente, attraversando molti campi. Esistono diversi tipi di multipotenziali: hug approch, esce dai confini del suo ruolo professionale per interagire con le specializzazioni dei suoi collaboratori, diverse per competenze, linguaggi, tecniche; slash approch, svolge attività diverse nella stessa giornata, ad es. gli artisti che hanno un lavoro fisso e suonano di notte; Einstein approach, svolge un’attività principale, più importante a livello remunerativo, e delle attività secondarie laterali che non hanno rilevanza di tipo economico, ma che con il tempo potrebbero rimpiazzare la prima; Phoenix approach, si dedica a un solo lavoro per volta, ma per un periodo di tempo limitato, fino a quando cioè non lo lascia, lo brucia, per poi rinasce da quelle ceneri verso una nuova realtà lavorativa.

Harry L. Davis durante il discorso dell’Università di Chicago ha detto: “Le persone, quando vanno al lavoro, a volte lasciano parti di se stesse nel bagagliaio dell’auto”. Quali parti di te porti nella giornata lavorativa e che cosa c’è nel tuo bagagliaio? “C’è un aneddoto personale legato a questa frase. Durante la scrittura di Multipotenziali  pensavo spesso all’epigrafe da inserire nel libro, ma a pochi giorni dalla stampa non ne avevo scelta ancora una. Poi, casualmente, una sera ho letto il discorso di uno speaker che citava appunto Harry Davis e, leggendo questa frase, ho pensato: “Wow, è perfetta! È esattamente ciò che voglio stimolare con il mio libro: aprire un bagagliaio fatto di capacità, talenti, caratteristiche individuali, percorsi professionali e parole con le quali descrivere tutta questa complessità”. Ed è quello che sto cercando di fare nella mia vita. Se oggi apro il mio bagagliaio trovo diversi attrezzi: letteratura, customer care, editoria, scrittura, informatica, commercio e soprattutto tanto dialogo con le persone. E sono consapevole che solo se valorizzo tutto questo insieme riesco, oggi, a costruire per poter vedere realizzati i miei progetti nel prossimo futuro”.

Qualunque sia l’approccio usato, i multipotenziali non si dedicano per tutta la vita a un’unica dimensione lavorativa, né si conformano a una carriera precostituita. La loro necessità è di sapersi muovere con disinvoltura in diversi ambiti lavorativi, capacità necessaria per chi è costretto a cambiare lavoro, e di disegnare in maniera autonoma la propria carriera, capacità che permette l’ottimale inserimento nella precarietà del contesto lavorativo attuale e che si propone come una nuova modalità di superamento del concetto di flessibilità.

Lasciate che i pargoli vengano a me

Durante gli anni Sessanta, nei cinema parrocchiali proiettavano Marcellino pane e vino, ma la realtà vissuta dai Celestini, chiamati così per via dei grembiuli celesti che indossavano, era ben lontana da quel film. A raccontarci la loro storia è Giuseppe Fucci in Angeli senza parola. Lui è uno dei piccoli ospitati da Giovacchino Pelegatti detto Padre Leonardo, che accoglieva nel suo Istituto di Firenze fanciulli senza famiglia o disagiati. Erano definiti angeli perché si potevano incontrare nei cortei religiosi, soprattutto quelli funebri: percorrevano chilometri in cambio di offerte che poi andavano all’Istituto, un vero e proprio marketing del piagnisteo e del suffragio per i morti. Il libro del Fucci, arricchito dalla prefazione di Martina Galvani, editor e scrittrice, è un faro puntato sull’ipocrita apparenza della normalità, un atto di accusa e uno strumento di memoria, un riscatto per quei bambini che provavano a fuggire, ma venivano ricondotti in Istituto dalle forze dell’ordine o da altre persone che ignoravano la loro reale condizione. D’altronde la gente comune riponeva fiducia in quell’istituzione tanto da contribuirne al sostentamento economico e i pochi testimoni degli orrori erano reticenti a parlare: è difficile far pace con la propria incapacità di capire o di non aver saputo o voluto vedere.

Le prime segnalazioni di abuso in capo ai Celestini risalgono al 1956, ma la chiusura dell’Istituto è avvenuta dieci anni dopo. C’è stata un’omessa vigilanza e poi finalmente un processo: la città di Prato si divise tra difensori e accusatori, fu il primo processo in Italia contro un orfanotrofio, ma di più contro un’istituzione religiosa: è stata fatta giustizia? “Adesso quale giustizia potrei avere? Le punizioni inferte al corpo spariscono, ma quelle dell’anima non vogliono guarire. È stato fatto un processo, ma a cosa è servito? Soltanto a chiudere l’Istituto e a fare arricchire qualcuno, mentre noi bambini, le vittime degli abusi, siamo stati lasciati allo sbaraglio”.

Padre Leonardo, assolto per insufficienza di prove, creò l’Istituto ispirato, a suo dire, dall’apparizione di un angelo che portava una pergamena con su scritto: lasciate che i pargoli vengano a me. Era convinto che si potesse giungere a Dio tramite la mortificazione del corpo di quei poveri bambini: così flagellati, la loro anima si avvicinava a Dio e la loro intercessione era diretta, più efficace. I Celestini erano costretti a fare docce gelate appena svegli, in alternativa a ricevere bastonate; avevano piaghe infernali sul cuoio capelluto perché gli educatori usavano DDT liquido direttamente sulla cute per debellare la recrudescenza dei pidocchi; a colazione bevevano latte con i vermi e a pranzo mangiavano cibo scaduto, quelli che avevano ancora fame mangiavano la paglia; alla sera, dopo cena, dovevano confessare i loro peccati pubblicamente, in tali occasioni Padre Leonardo s’infervorava tanto da esplodere di rabbia e colpire con pugni e schiaffi i bambini presenti, a caso, facendoli volare per terra come birilli. Lo stesso facevano gli altri religiosi presenti. I bambini erano messi in castigo per ogni banalità, non esisteva alcuna connessione tra la violenza della pena e il fatto commesso: frustati, legati ai polsi con il filo di ferro, obbligati a leccare per terra i loro escrementi e a disegnare la croce con la lingua e, quelli che orinavano di notte nel loro lettino, costretti in ginocchio sulle loro mani o sui sassi o legati in cantina tra topi e pipistrelli. A causa dei maltrattamenti subiti, i bambini riportarono ritardi nello sviluppo, molti smisero di parlare, i più sfortunati, racconta il Fucci, furono vittima di abusi sessuali, favori in cambio delle donazioni dei benefattori dell’Istituto.

È stato provato che i sistemi di punizioni e i rimproveri esagerati e spropositati rispetto alla colpa commessa creano depressione psichica. Gli orrori si susseguirono dal 1934 al 1966. Quali sono i segni che lei porta ancora di quella mostruosa esperienza? “All’uscita dall’Istituto io, adolescente ma in realtà bambino di età avanzata, impaurito, timido, con il rosario tra le mani e rispettoso con tutti, ero visto come un cane bastonato, le persone mi guardavano e si domandavano chi fossi e da dove venissi. Ovviamente non potevano sapere, ma il senso di inadeguatezza che ho provato è difficile da scordare. I curiosi mi chiedevano notizie sul mio conto e io gentilmente rispondevo, vergognandomi, la mia provenienza dall’orfanotrofio di Prato detto: I Celestini. Oggi, settantenne, ancora ho nei miei pensieri e nei miei sogni le paure che hanno segnato la mia infanzia e provo sempre la sensazione di essere l’ultimo degli ultimi. Quando guardo un bambino lo rispetto, pensando che sia superiore a un adulto”.

Lo scandalo uscì fuori quando uno dei bambini, Santino Boccia, morì per una peritonite volutamente non diagnosticata dal medico interno dell’Istituto. In seguito alcuni ne parlarono in televisione e sui giornali, lo stesso Sandro Veronesi ne parlò in “Brucia Troia”. Un atto di accusa ancora più difficile in un paese cattolico come il nostro. Qual è l’intento del suo libro? “Alla morte di Boccia io ero già uscito dall’Istituto e non conosco la versione corretta del drammatico evento, ma prima della sua morte altri piccoli malati venivano curati da sorella Lucia, a modo suo. Ricordo che un bambino, dopo avere subito la consueta doccia gelata, tremava forte e aveva la febbre altissima, ma venne soltanto messo nel suo lettino, sotto le lenzuola con uno scaldino e una minestrina da mangiare: nessuno pensò di chiamare un medico per diagnosticare se avesse la bronchite o qualche altra patologia. Ho telefonato di recente a questo ex Celestino e mi ha risposto di non voler mai più sentir nominare l’Istituto, quindi non l’ho risentito. Io non sono uno scrittore, molte persone a conoscenza del mio passato mi hanno chiesto di scrivere un libro, così alla fine ho deciso di scrivere: Infanzia calpestata-Adolescenza rubata. L’uscita del testo autobiografico ha suscitato l’entusiasmo di molti miei ex compagni di collegio con i quali non avevo rapporti da decenni e che mi hanno quasi “imposto” di scrivere ancora per far sapere la nostra verità sulle sofferenze patite e i maltrattamenti ricevuti. Pertanto, lo scopo di Angeli senza parola, è quello di divulgare la vicenda terribile che ci ha coinvolti, e di tenere sempre presente che i bambini, soprattutto se sfortunati, non devono essere sfiorati nemmeno con un dito”.

Questa testimonianza è l’urlo di quelle giovani vite sacrificate per il suffragio dell’anima nera del mondo. Un atto di estremo coraggio in un paese cattolico come il nostro. Ma necessario affinché la storia non si ripeta: perché una storia rimane contemporanea fino a quando non troviamo il coraggio di liberarcene.

Eduardo e Mehret

Essere parte di un sistema

L’immigrazione non è solo una questione sociale o politica, è prima di tutto una questione morale. A volte si associa questa parola a un’altra: discriminazione. È facile cadere in banali ed estreme considerazioni quando si parla di temi dal respiro così ampio e senza tempo. Il cuore di quello che viene percepito come problema quando si parla di immigrazione è composto da una stratificazione di paure. La paura trova il terreno più fertile quando regna il caos, anche nell’informazione, perché il caos annebbia la visione del futuro, anzi soffoca qualsiasi fiducia verso il futuro. Credo che oggi manchi la fiducia nel domani, la presenza di un messaggio di speranza a cui aggrapparsi, per continuare a credere anche nei periodi senza luce. La crisi, qualsiasi tipo di crisi, a qualunque livello si manifesti, personale, professionale, relazionale, sociale, può essere superata se si riesce a guardare oltre, a gettare lo sguardo dove tutto è più calmo e a respirare, di nuovo, senza affanno. Le persone che riescono a infondere un senso di speranza, sono luci nell’universo, che illuminano il cammino anche a coloro che gravitano intorno a loro. Io ho avuto la fortuna di incontrare alcuni anni fa una di queste persone, a Roma, la città dove vive da quarant’anni, da quando ha lasciato il suo paese d’origine, l’Eritrea. Lei si chiama Mehret Tewolde, libero professionista e Coach.

“Io e Roma, abbiamo compiuto il nostro primo quarantennio insieme: non mi sono ancora integrata, non ne ho mai avuto il bisogno. Nessuno mi ha mai chiesto di integrarmi e nemmeno di scegliere tra le mie due culture. Al contrario, sono stata accompagnata nella ricerca e nella crescita della donna che sarei voluta essere e che spero di essere diventata. Oggi da Coach ho capito che, ciò che ha funzionato nel mio caso, è stato l’approccio sistemico. L’integrazione è l’inserimento di un individuo in un nuovo sistema: anche un bambino di tre anni fa l’inserimento al nido, inteso come integrazione, così come il nuovo dipendente di un’azienda. Il processo che mi ha permesso di fare parte del sistema nel quale vivo e contribuire alla sua crescita si è sviluppato su dimensioni diverse, ma con una costante comune: la lettera R. La prima R è riconoscere, vedere, interagire con l’altro come essere e non come numero o fenomeno. Non c’è niente di più svilente per un individuo che essere ridotto a numero. Il riconoscimento reciproco è la base per costruire una relazione e una sana inclusione. Ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno vista prima che io stessa mi vedessi e riconoscessi. Ma, per costruire una relazione equilibrata e duratura, è necessario attivare la seconda R, quella del rispetto: di se stessi, degli altri, delle regole, delle cose proprie e altrui, delle diversità culturali, di genere, di ceto, di religione, di opinione e di ogni altro tipo di diversità. Mi sono sentita rispettata da entrambi i componenti delle mie culture: mi hanno ascoltata, aspettata, hanno messo in discussione il proprio punto di vista e, a volte, loro stessi: da loro ho imparato a rispettare me stessa e pretendere che gli altri mi rispettassero. Mi riferisco a Hiwet, mia madre, e a Eduardo De Filippo, un uomo straordinario che, nel breve periodo che vissi con lui, è stato per me un genitore e un mentore. Eduardo era un uomo di cultura, uno dei più importanti del ‘900, ricco di quell’umanità e di quella semplicità che sono proprie solo dei grandi.  Un ricordo tra tutti è la sua reazione quando alcuni ospiti arrivavano a casa e, sorpresi di vedere lì una donna nera, mia madre, dicevano: «Eduardo, ti sei messo una negra in casa?». Allora lui urlava: «Hiwet è un membro della mia famiglia. Se questo ti crea problemi puoi lasciare subito la mia casa». Che io e mia madre fossimo parte della sua famiglia, Eduardo, lo ha detto da subito: era un suo sentire intimo e autentico. Accadeva quindi che l’ospite, sorpreso, a volte spaventato dalla reazione, chiedesse scusa, e lui replicava: «Le scuse devi porgerle a Hiwet: è a lei che hai mancato di rispetto». Questo sia che l’ospite fosse il primo ministro sia il fattore della casa di campagna. Vedere questo gigante riconoscere me, che ero solo una bambina, e mia madre come esseri umani, e difendere la nostra dignità, mi ha aiutato a comprendere il senso del rispetto verso me stessa e verso gli altri. La terza R è quella della resilienza. Oggi se ne fa un gran parlare e tutti la conosciamo, in maniera più o meno consapevole: è uno sforzo quotidiano che facciamo per adattarci a una realtà che cambia anche senza la nostra volontà. Questo l’ho imparato da Hiwet, che per accompagnare me nell’integrazione in un nuovo paese, per prima ha accettato, non senza fatica, la cultura italiana e mi ha lasciato libera di scegliere il percorso di vita senza interferenze. La flessibilità trasforma la diffidenza in curiosità, e questa spinge l’uomo a spostarsi per crescere, per evolvere: senza il nostro migrare saremmo ancora all’età della pietra. La stessa esplorazione di Marte è una migrazione. L’ultima R è quella delle risorse. Eduardo pretendeva che io coltivassi l’autostima e la determinazione nel perseguire i miei progetti, attingendo parimenti ai miei bagagli culturali, affinché facessi scelte più ecologiche e funzionali. L’esempio più banale sul rispetto delle culture lo prendo dalla tavola: io mangio con le posate il pollo arrosto, non il dorho, il pollo cucinato all’eritrea, ed è raro che i miei ospiti possano usare le posate per consumare un pasto eritreo. Gli elementi culturali di ogni sottosistema con il quale ho agito e interagito mi hanno aiutata a trovare la mia personale via di accesso al sistema generale, nel rispetto dei miei tempi e delle mie modalità. E, in questo modo, ho imparato a superare le apparenze nel rapporto con le persone, a non sospettare delle differenze, a mostrare, non a dimostrare, a non cadere nella trappola dell’autocommiserazione o della contrapposizione noi-loro. Così ho superato i miei conflitti e la linea di confine tra la voce interna e quella esterna si è assottigliata fino a scomparire: la mia identità comprende sia la cultura eritrea sia quella italiana, e ha una valore superiore alle due prese singolarmente. Non è stato facile, niente lo è: il processo a volte è stato doloroso, non solo per me. Ho pianto, tanto. Ma tutta quella sofferenza è stata necessaria alla costruzione della mia maturità e della mia personale via di accesso al sistema. Se penso alle problematiche che affliggono oggi la nostra società, spesso mi scopro a pensare a Eduardo e ai suoi silenziosi, fattivi insegnamenti. Uno ad esempio è la diversificazione dell’approccio in base all’età: lui aveva un’interazione diversa con me e con mia mamma. Eduardo ha fatto in modo che io non considerassi l’Italia e il suo popolo razzista, quando di fronte a un atteggiamento discriminatorio che avevamo subito io e mia madre, mi disse: «Mehret, ti chiedo scusa per il mio popolo». Grazie a lui, ho avuto l’opportunità di sentirmi diversa, ma come tutti, perché siamo tutti diversi, persino i gemelli. Questa consapevolezza mi ha permesso di vedere negli atteggiamenti discriminatori una sfida positiva, uno stimolo a cercare nuove risorse o ad attingere a quelle vecchie: è così che sono diventata la prima donna dirigente della banca del Vaticano, dove, per paradosso, è stato più discriminante essere donna che essere nera. Ho superato il limite del pensiero degli altri, grazie a un sistema adeguato e consapevole che mi aveva preparato in modo appropriato a farne parte e quindi a essere utile alla sua stessa crescita”.

Sulla copertina del numero speciale di aprile 2018 del National Geographic c’è la foto di due gemelle, una nera, l’altra bianca. La razza è un’invenzione sociale, non una realtà biologica. È la paura che ci spinge a rifiutare ciò che è diverso da noi, ma la paura va educata, bisogna allenarsi ad accettare anche le paure più profonde, a guardarle dritto negli occhi, solo allora ci si accorgerà che in realtà ogni paura è frutto della mancanza di conoscenza della situazione, del futuro, dell’altro. Si può educare l’intero sistema al concetto di accettazione e di rispetto. La diversità è un arricchimento, accettarla è un modo per esplorare i propri personali confini e capire fin dove si può continuare ad allargarli, fino a farli scomparire del tutto e raggiungere quel rassicurante senso di infinito che solo poche, rare volte si riesce a percepire nella vita. La diversità è uno strumento che ci permette di uscire dalla zona di comfort, un’opportunità per lavorare su noi stessi e accettare le nostre paure, che l’altro rappresenta in quanto diverso in apparenza da noi. Nessuna vita è più importante di un’altra e, sono convinta, nulla accade senza uno scopo. Nulla. Tutti facciamo parte di un grande disegno che saremo in grado di comprendere solo in futuro: siamo tutti stelle, diamo a noi stessi e agli altri la possibilità di risplendere, riflettendo l’uno la luce dell’altro.    

 

Togli il freno al tuo potenziale!

Con Tiziano Gamba, psicologo e psicoterapeuta, parliamo di potenziale. Un suo seminario dal titolo “Togli il freno al tuo potenziale” è dedicato proprio a questo argomento. Ma che cos’è il potenziale? La derivazione etimologica della parola ci fornisce un primo significato: che dispone della possibilità di realizzarsi. Lo psicoterapeuta torinese parla di due tipologie di istanze che guidano i nostri pensieri e le nostre azioni: a) la razionalità conscia, definita istanza logica; b) l’emotività, definita istanza emotiva. Quest’ultima è più forte e tendenzialmente inconscia: lo sanno bene i guru del neuromarketing che utilizzano l’emotività per condurre con più facilità il consumatore all’acquisto. Se queste due istanze si muovono in maniera asincrona, non sono cioè allineate, facciamo fatica a percorrere la strada che conduce alle nostre mete. Anzi, non riusciamo a muovere neanche il primo passo, quello che ci toglie dalla condizione in cui ci troviamo, per condurci verso quella che desideriamo. In alcuni momenti della vita, capita di sentirci bloccati, di voler dare una svolta a una particolare situazione (affettiva, familiare o professionale), ma di non riuscire a trovare soluzioni adeguate per farlo.

Che cos’è il linguaggio emotivo e quali vantaggi porta imparare a decodificarlo? 

Il linguaggio emotivo è analogico, cioè non segue le regole logiche del linguaggio verbale cui siamo abituati: le emozioni si esprimono attraverso dei segnali corporei e paraverbali che sono analoghi all’emozione che stiamo provando, ma che NON stiamo esprimendo verbalmente. Faccio un esempio: se ci troviamo di fronte a una persona che ci interessa, oppure qualcuno ci sta parlando di un argomento che ci coinvolge, in maniera istintiva facciamo dei movimenti con la bocca, come dei baci simulati o dei passaggi di lingua sulle labbra. Questi gesti inconsci sono analoghi all’emozione di piacere che esprimiamo attraverso la bocca: quando vediamo qualcosa che ci piace in modo conscio, non facciamo dei mugolii passandoci la lingua sulla bocca? Fin da neonati prendiamo quello che ci piace attraverso la bocca. E simili analogie ci sono anche per i segnali di rifiuto. L’ovvio vantaggio che si ha nel decodificare i segnali analogici che invia il nostro interlocutore è quello di sapere che cosa prova davvero, di là da ciò che dice.

Tu sei anche attore e regista teatrale, c’è una relazione tra le emozioni e il teatro?

Il teatro è emozione. Qualunque spettatore, anche se non capisce nulla di teatro, percepisce se un attore gli piace oppure no, e il parametro è sempre lo stesso: quanto lo coinvolge a livello emotivo. Un attore può essere anche bravo, ma se non coinvolge emotivamente il pubblico, quest’ultimo lo percepisce come finto. Invece, il teatro non è mai finzione, vale a dire che chi sta sul palcoscenico, per essere coinvolgente, prova davvero le emozioni che vuole trasmettere. E se non è così il pubblico se ne accorge, e lo percepisce “finto”, anche se bravo. Che cosa fanno quindi gli attori attori per mettere in scena uno spettacolo credibile e coinvolgente? Vanno ad attingere a serbatoi emotivi interni, che ognuno di noi ha! Gli attori lo fanno per mestiere, sanno benissimo che non riescono a passare le emozioni del personaggio se non attingono alle proprie, e sono allenati a farlo. È per questo motivo che utilizzo il teatro nei miei percorsi di formazione: l’uso consapevole dei bagagli emotivi permette a chiunque, a ognuno di noi, di essere molto di più di quello che “pensa di poter essere”.

Puoi regalare ai nostri lettori un esercizio pratico per superare il senso di inadeguatezza? 

Si dovrebbe individuare qual è l’emozione principale alla base del senso di inadeguatezza, che varia da persona a persona, e poi applicare un espediente paradossale, secondo il parametro della nostra istanza logica. Il trucco sta nell’andare a fornire in maniera volontaria, cioè APPOSTA, le emozioni che la nostra istanza emotiva “si procura” attraverso il senso di inadeguatezza. Poniamo ad esempio che l’emozione alla base del nostro senso di inadeguatezza sia la vergogna: dobbiamo metterci APPOSTA in situazioni in cui sperimentiamo vergogna. Questo comportamento farà sì che l’istanza emotiva ci riconosca come coloro che la “nutrono”, perché se ci procura vergogna significa che in un certo senso “la vuole”. Di là del perché ciò accada, è utile dare noi stessi ciò che l’istanza emotiva vuole: per paradosso, questo fa diminuire il sintomo. Capisco che sia contro-intuitivo, ma funziona!

Grazie Tiziano Gamba per la tua disponibilità e i tuoi preziosi consigli.

Le convinzioni limitanti influiscono in maniera ripetitiva sui risultati personali e sui diversi stili di vita; lavorare su se stessi con l’aiuto di professionisti qualificati permette di elaborare nuovi punti di vista, anche sorprendenti, attraverso cui guardare la realtà. Non dobbiamo avere paura di farci sorprendere, se vogliamo ridefinire strategie adatte a esprimere il nostro potenziale e raggiungere più facilmente i nostri obiettivi.

Il peggio è passato e gli ho sorriso

Ho lavorato molte volte con Ginevra Roberta Cardinaletti, la conosco e la stimo come donna e come professionista – psicologa, editorialista, scrittrice – che ai titoli accademici accosta un dono più importante, la capacità di ascoltare, di andare oltre le apparenze. Le sue ultime pubblicazioni sono Il peggio è passato e gli ho sorriso e Undici donne nelle pagine di un diario, entrambi pubblicati con Aloha edizioni. Il primo è un romanzo autobiografico, un percorso a colori, pieno di amore: “saper cambiare insieme è quel che so dell’amore”; il secondo è una raccolta di racconti, undici ritratti di donna, anzi dodici, c’è una donna che verrà: donne diverse o differenti parti della stessa donna. La Cardinaletti descrive l’unicità di ogni individuo, incastonando la diversità all’interno di una rete di connessioni, i cui punti di contatto sono i sentimenti e le emozioni, che parlano una lingua universale. È difficile comprendere, accogliere la diversità: è più facile additarla che abbracciarla. Ecco perché amo definire i suoi libri un elogio all’imperfezione, che, per paradosso, rende unici e irripetibili: “Ho smesso di voler sembrare normale. E rido più spesso”.

L’arte è una forma espressiva del sé: in che modo avviene questa alchimia nella tua? “Credo che il segreto della felicità sia accogliere e donare bellezza, che è anche la forza dell’arte. Quando le persone mi dicono che con i miei libri hanno riso e hanno pianto, allora so che ho fatto bene perché anche io, mentre li ho scritti, ho riso e pianto, quindi c’è stato uno scambio di emozioni, di passione, quindi di vita”. I racconti presenti in Undici donne nelle pagine di un diario sono monologhi interiori, flussi di coscienza che fanno emergere i pensieri segreti delle protagoniste: attraverso la narrazione, la psicologa registra e decodifica verbalmente le dinamiche della psiche, donando al lettore una chiave di lettura che cura l’anima e propone delle vie di uscita da deleteri meccanismi psichici.

In che modo la scrittura può aiutare a guarire le ferite dell’anima? “Leggere e scrivere, se fatto con amore, è un modo di comunicare fortissimo. Aiuta a leggersi dentro e leggersi significa iniziare a comprendersi”. I romanzi dell’autrice sono utili spunti di riflessione che permettono al lettore di dare nuovi significati alle proprie esperienze, soprattutto a quelle percepite come fallimenti: trovare una nuova comprensione dei dolori e delle sofferenze conduce al ristoro e al sollievo dell’anima. “Il dolore non va cancellato, va rispettato”.

Come si può ritrovare nuova forza quando ci si sente stremati dagli eventi della vita? “Gli eventi che ci accadono, soprattutto quelli più duri, sono scossoni che ci dà la vita a cui possiamo rispondere solo con un cambiamento. Non possiamo cambiare gli eventi, ma possiamo cambiare atteggiamento, comportamento, anche le abitudini. I momenti più belli e importanti della mia vita li ho costruiti in seguito agli eventi più dolorosi della mia vita. Ogni volta l’ho guardata e gli ho detto: Ora siamo pari”.

Prima o poi, tutti ci troviamo ad affrontare problemi, dolori, sconfitte, malattie e lutti, fanno parte della vita e non si possono evitare. Bisogna imparare a comprenderli, a capire il loro senso nella nostra vita e, dopo averli accettati, mettere in atto la strategia più giusta per affrontarli e gestirli. Attraverso i suoi romanzi, la Cardinaletti aiuta il lettore e trovare le proprie risposte: i suoi libri sono un messaggio di speranza, scritto con il cuore e “se le cose le fai con il cuore, prima o poi qualcuno lo vede”. Grazie Ginevra.

 

Stai seguendo Simona Colaiuda

 

 

 

 

 

Prigionieri di Mauro Corticelli

È con Nescafé Frappé che ho conosciuto Mauro Corticelli. Era al suo esordio letterario e nei cenni biografici, sulla quarta di copertina, si definiva aspirante scrittore: ne sorrisi. Oggi con Prigionieri è alla terza pubblicazione, la seconda con Pendragon, nota casa editrice bolognese. Benché diversi, i romanzi presentano tre elementi comuni: uno è la città di Bologna, un’amata costante. Corticelli è orgoglioso delle sue origini, come i suoi personaggi, e del fatto di non riuscire a pronunciare la lettera z, come i suoi concittadini.

In che modo Bologna appartiene alla tua vita e ai tuoi romanzi?

Bologna non è solo la città in cui sono nato, ma è una parte di me, delle mie emozioni. Ogni suo angolo rappresenta un ricordo, una persona, una risata, un pianto, uno slancio o una caduta. Per questo motivo le storie che racconto partono sempre da qui anche se non sempre i pareri, che i personaggi esprimono su questa città, sono positivi: un legame viscerale non deve togliere obiettività. Bologna è una bellissima donna, ma ha i suoi difetti. L’altro elemento è l’amore, che si alza tra le righe come una brezza leggera e influenza in modo inesorabile l’intento dei personaggi e la sorte delle loro storie. “I fallimenti hanno tutti un cattivo sapore, ma quelli sentimentali sono i peggiori” e ancora “la vita può diventare una prigione molto lunga se sceglierai di non vivere quell’amore” scrive il narratore di Prigionieri. In quest’ultimo romanzo, l’amore acquista una connotazione più ampia, un significato più profondo. Ambientato durante la seconda guerra mondiale, il romanzo fa un parallelo tra il conflitto esterno che altera gli equilibri mondiali e quello interno di Carlo, costretto a rinnegare la sua patria, la sua vita, i suoi affetti: una battaglia esterna che trasforma anche l’anima e il cuore, “la guerra è un frullatore, i sentimenti diventano incontrollabili e nessuno ne ha colpa. Dialoghi con la morte, assisti a cose atroci, il futuro non esiste, esiste sì e no il presente”.

Che cos’è per te l’amore?

Non ho avuto un rapporto facile con l’amore tanto che a volte ho pensato che questa parola sia solo una convenzione umana in cui si è voluto per forza racchiudere un numero enorme di emozioni diverse. Invecchiando, sento crescere una certa disillusione verso l’amore e più mi guardo intorno, più penso alla mia vita, più credo che esistano tanti meravigliosi innamoramenti e pochissimi, rari, meravigliosi amori. Il terzo elemento è il mistero e la conseguente ricerca della verità. Il romanzo è una storia nella storia, una storia antica che incede lenta e si fonde con quella contemporanea: nell’una vibra l’eco dell’altra. Due destini simili, due uomini che non si arrendono allo status quo, due cuori che continuano a cercare la libertà di potersi esprimere, di poter amare ed essere amati. “La verità cambia sempre tutto, e lo fa in positivo, anche quando fa male. È l’unica strada da seguire. Credo che tu dovresti cercarla più spesso. La vita è prima di tutto tua, poi degli altri, non puoi sempre adattarti alle situazioni”.

Quali verità hai trovato nella tua vita? Che cosa cerchi ancora?

A volte, per fortuna, è la verità che ha trovato me; la cosa più difficile però è riuscire a dirla, a comunicarla al mondo e, soprattutto, alle persone che ci sono vicine e ci amano. Tutti vogliamo la verità poi quando ci riguarda, ed è scomoda, facciamo fatica ad accettarla. Quindi potrei dire che la più grande verità che ho trovato è proprio sforzarsi di dire la verità. Cosa cerco ancora? Tante piccole cose che riescano a darmi momenti di felicità o qualcosa che gli si avvicini.

Grazie Mauro per la tua disponibilità.

Tiziano Ferro dice che l’amore è una cosa semplice, io credo che non lo sia affatto, così come la felicità non è una cosa facile da trovare, però vale la pena impegnarsi nella loro ricerca perché, come scrive anche Carlo sulle pagine del suo diario, “la guerra ti fa capire quanto effimero possa essere il nostro passaggio su questa terra”. E presto o tardi, arriva il giorno in cui ognuno si troverà di fronte al proprio personale conflitto mondiale, e, chi non avrà il coraggio di combattere, si scoprirà chiuso in una vita che diventerà essa stessa una prigione e i sentimenti soffocati, le parole taciute, gli amori perduti, saranno punteruoli conficcati nei pensieri, dentro al cuore.

Arrivederci a presto sulle pagine di Pink Magazine Italia.

 

 

 

 

 

 

 

Quando tutto inizia

Fabio Volo è un artista poliedrico e uno scrittore di successo, eppure quando si parla di lui c’è sempre chi storce il naso. Esco a fare due passi è uscito nel 2001 e, da allora, Volo pubblica romanzi con continuità, non solo in Italia: i suoi libri sono tradotti in diversi paesi del mondo. La critica, però, rimane controversa nei suoi confronti; alcuni hanno difficoltà a chiamarlo scrittore, sottovalutando non solo lui, ma, a mio avviso, anche i suoi lettori. Si dice che gli italiani leggano poco, poi, se comprano i romanzi di Fabio Volo, vengono criticati. Non si fa che parlare delle enormi difficoltà in cui versa il mondo dell’editoria, eppure Volo vende senza conoscere crisi. Per quale motivo? Perché scrive per il lettore. Senza nessuna pretesa o velleità, la sua penna scorre leggera tra le emozioni dei personaggi e lo fa con una leggerezza che cattura il lettore e lo porta per mano fino all’ultima pagina. Non tutti i romanzi che compriamo riescono a farsi leggere fino alla fine e, quando accade, il merito è soprattutto dell’autore. Volo fa il suo lavoro, racconta storie e lo fa bene.

“Ci sono persone che abbiamo sfiorato per breve tempo, ma che hanno cambiato qualcosa di noi in maniera radicale. Le incontriamo, in un istante le perdiamo eppure ci rendono migliori o peggiori. Passano, se ne vanno e hanno la capacità di metterci in braccio al nostro destino.”

Il suo ultimo romanzo in ordine cronologico è Quando tutto inizia, la storia di un amore, quello di Silvia e Gabriele. Si incontrano per caso: Silvia legata all’abitudine di un rapporto, frutto di una decisione presa in un passato che non esiste più; Gabriele intento a non perdere il controllo della sua vita, attento a respingere ogni emozione che possa portarlo fuori dagli schemi di una vita strutturata. Si innamorano oltre ogni logica e razionalità: Silvia riscopre la sua essenza di donna che si rinnova, si sente amata, di più, desiderata; Gabriele ridefinisce se stesso e la propria vita, raccontandosi a Silvia e innamorandosi non solo di lei, ma anche dall’immagine di se stesso che vede riflessa nei suoi occhi: quando chiediamo a qualcuno il motivo per il quale ci ama, gli chiediamo di raccontarci chi siamo.

Una storia d’amore protetta da una bolla, che vola in alto e mette Silvia e Gabriele in pausa dalle loro vite: ma ci si può prendere una pausa dalla vita?

“E non è nemmeno la persona in sé, è la magia del momento in cui ci si allinea, come due ascensori che, anche se vanno in direzioni opposte, si trovano per un istante alla stessa altezza.”