Il mio mortale nemico di Willa Cather

Breve racconto, asciutto e spietato sulla vita di Myra Driscoll, un’elegante signora americana che ha lasciato il benessere assicuratole dall’ubbidienza allo zio, per sposare l’amore della sua vita, Oswald Henshawe, affidando perciò tutta la sua felicità a lui.

L’America in cui si dipana questa storia e che ama presentarsi come un paese nuovo ed emancipato, ha in realtà ereditato il pesante fardello dei pregiudizi di classe proveniente dal Vecchio Mondo e lo dimostra in tutta la sua crudele ottusità. A fronteggiarsi non sono solo due continenti, depositari di valori opposti, come in un libro di Henry James, quanto l’eterno dissidio tra amore e denaro che dalla letteratura alla saggezza popolare, difficilmente bastano a se stessi, secondo una verità che non ha patria d’appartenenza.

Attraverso poche pagine, nel volgere di una sera, conosco un’autrice, americana, Willa Cather (1873-1947), che copre pressappoco lo stesso percorso esistenziale di Edith Wharton (1862-1937): viaggia molto in Europa e scrive romanzi e racconti di genere diverso, che risentono delle influenze letterarie europee, ma anche dei conterranei Melville e Hawthorne; uno di essi One of Ours le vale il Premio Pulitzer nel 1923. Malgrado prediliga le storie ambientate nelle praterie del Nebraska, o nella contraddittoria New York, le figure femminili che sceglie come protagoniste consumano il loro ruolo di eroine di piccoli drammi esistenziali.

Definita scrittrice ipnotica, noto che grazie al suo stile e alla formula narrativa scelta, lascia molto al non detto, fa intuire insondabili profondità nei personaggi apparentemente tratteggiati di sfuggita, con veloci ma precisi tocchi, e ce li mostra attraverso il prisma delle sfaccettature che si irradiano da una caratteristica specifica.

Breve ma intenso come può esserlo un ritratto di una vita, espressione di individualità sofferta e di un’epoca. Semplice e allo stesso tempo struggente il racconto di un’esistenza tra tante, irriducibile e delicata, commovente e ironica. Myra Driscoll fatica a conquistare la nostra simpatia ma scuote le certezze di un’apparenza ingannevole e illusoria in cui tutti temiamo di incappare.

Il fascino che avvolge la sua persona, l’avventuroso preludio alla sua fuga per amore, la brillante vita di società che conduce, la sontuosità dell’appartamento newyorkese, sono solo un bluff e rischiano di frantumarsi come riflessi in uno specchio male illuminato.

La piccola Nelly che, appena quindicenne, la incontra a casa della zia Lydia, insieme al suo grande amore Oswald che ha sposato contro la volontà dello zio ed essendo da lui diseredata per questo, ritrova la coppia dopo dieci anni consumata e prostrata da gelosie, indigenza, ambizioni frustrate e la malattia, che diventa sempre segno esteriore emblematico di quel male che corrode l’anima, che trasforma due amanti in nemici e viene a carpire anche le ultime briciole di lucidità:

“Perché devo morire così, in balia del mio nemico mortale?”.

 

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La piccola casa dei ricordi perduti di Helen Pollard

Sia la copertina che il titolo di questo romanzo dispongono a uno stato d’animo rievocativo.

La piccola casa dei ricordi perduti suggerisce e prepara a una storia di nostalgie e passato mentre la lettura vera e propria, a partire dall’inizio, è una doccia d’acqua fresca che trasporta nel presente e proietta verso un futuro tutto da scoprire. La narrazione irrompe nel bel mezzo di una scena piuttosto imbarazzante, in una cornice vacanziera che è destinata a non rimanere semplice sfondo della vicenda, La Cour des Roses.

Una brutta sorpresa rischia di rovinare tutta la vacanza di Emmy (o Emmeline, come non vuole essere chiamata!) ma può diventare l’occasione per valutare anche altre possibilità che a priori ci eravamo preclusi. Capita che un evento indesiderato faccia aprire gli occhi sulla realtà che stiamo vivendo, nella quale ci siamo adagiati, e che pensiamo di aver scelto.

Non sempre la vita che conduciamo è quella che realmente desideriamo; a volte è il risultato di una serie di compromessi a cui ci siamo accomodati per ragioni di opportunità, di comodo, logistiche. Ma questo libro mostra proprio che un’alternativa è possibile e realizzabile contrariamente a quanto sembra. Innanzitutto recuperando se stessi, riscoprendosi nella propria individualità e nel proprio valore, spesso offuscato da prospettive che avevamo dimenticato di condividere veramente; e poi riappropriandosi del proprio tempo per cercare di capire che cosa ci rende davvero felici.

Romantico al punto giusto, con quel pizzico di piccante che non guasta, è un libro educato e divertente, coinvolgente in un’atmosfera da sogno rappresentata da questa villa francese immersa nel verde della regione della Loira, sapientemente ricreata con profumi, odori, sensazioni.

Il finale è proprio quello che ci aspettavamo e che volevamo per la protagonista, Emmy alla quale non possiamo non affezionarci. E con lei a tutti gli amici che abbiamo imparato a conoscere: Rupert, il proprietario della villa abbandonato dalla moglie, Madame Dupont di poche ma sagge parole, il giardiniere aitante Ryan, il contabile fascinoso Alain, Sophie la parrucchiera che fa miracoli, la madre generalessa in carica, il paziente padre, il fratello libertino, fino a quelli meno simpatici, ma che danno impulso alla storia e cioè Nathan l’ex fidanzato, e Gloria, la moglie di Rupert, che fuggono insieme.

Scritto in modo chiaro e scorrevole, con uno stile fresco e accattivante, merito anche della traduzione sicuramente, è stata un’ottima compagnia e l’ideale lettura estiva. Consiglio di leggerlo rigorosamente all’aperto, magari in un giardino circondato da rose in fiore sognando a occhi aperti “la vacanza della vita” e aspettando il seguito che l’autrice nelle ultime pagine ci preannuncia.

Link d’acquisto: La piccola casa dei ricordi perduti

 

E come un sogno la vita vola

È l’ultimo nato, per la collana Windy Moors, in casa Flower-ed.

Quella che andrete a leggere è l’intervista ad Alessandranna d’Auria, traduttrice e curatrice dell’epistolario di Patrick Branwell Brontë, relativo al periodo 1835-1848, anno della sua morte, che ha cercato di illuminare le numerose zone d’ombra che avvolgono ancora la vita di questo artista travagliato e appassionato, che amava definirsi un poeta maledetto.

Accanto a ogni blocco di lettere, tradotte e raggruppate per anni, è stato compilato un esaustivo commento esplicativo di spiegazione e informazione, oltre che di collocazione nel dovuto contesto di riferimento. Alla fine del volume le osservazioni sono convogliate in un approfondimento bio-bibliografico sull’autore dell’epistolario, poi arricchito dalle preziose appendici.

Ma cerchiamo di saperne di più da Alessandranna stessa che ha curato tutto questo eccellente lavoro.

Difficilmente la citazione intratestuale scelta come titolo avrebbe potuto esprimere meglio il percorso terreno dell’uomo e dell’artista Patrick Branwell Brontë. Alcuni versi composti da lui stesso si sono rivelati purtroppo tristemente premonitori del suo tragico destino, vero?

In ogni parola c’è una parte di lui e questa è la più grande abilità di uno scrittore di talento, sapersi dare in ogni riga. Mentre leggevo le poesie originali mi ero prefissata di cercare un verso che lo rappresentasse in ogni suo aspetto, ma non per il titolo, mi serviva per concludere la parte saggistica. Avevo appena girato pagina per passare alla poesia successiva a Misery II, quando qualcosa mi spinse a tornare indietro. Era quello, il verso che racchiudeva speranze andate, amarezze, sogno, vita… quel verso era Branwell, era il titolo che doveva avere questo libro.

Che la famiglia Bronte non fosse una famiglia ordinaria abbiamo avuto modo di rendercene conto e costatarlo in diverse occasioni e in questo le sorelle Charlotte, Emily e Anne ce ne hanno offerto più conferme. In occasione del bicentenario della nascita la casa editrice Flower-ed decide di rendere omaggio al componente più eclettico, travagliato, incompreso, e cos’altro?

Ci siamo dedicate a un ragazzo prima, a un uomo poi ed è diventato, almeno per noi, il simbolo di tutti quelli che pur dannandosi a raggiungere un obiettivo, falliscono, perciò abbiamo dedicato questo libro a chi nella vita non ce la fa. Non siamo tutti uguali, non possiamo realizzare i sogni o le attese di altri, ognuno di noi sa perdere o vincere a modo proprio, questo non deve sottometterci al giudizio altrui. Branwell subì tutto questo e perciò abbiamo voluto onorarlo offrendolo al lettore per come era veramente e non per come la storia o altri scrittori hanno voluto presentarcelo.

Può essere definita un’altra peculiarità della famiglia Brontë, e nello specifico del Reverendo, quella di aver proiettato il figlio Branwell alla carriera pittorica, che non era esattamente quella più scontata per i maschi: il vizio cioè era all’origine che questo figlio talentuoso fosse destinato a priori a una vita fuori dall’ordinario?

Il Reverendo era un uomo molto intelligente ma poco portato per la comprensione. Era un uomo del suo tempo col difetto di credere che un figlio maschio (specie se l’unico) dovesse a prescindere raggiungere il successo. Lo sbaglio fu cercare quel successo con la sicurezza di realizzarlo. Branwell era un bravo narratore, ma il peso dello sguardo di un padre lo schiacciò. Se vediamo che contemporaneamente, in silenzio, nell’anonimato, senza obiettivi paterni, le tre sorelle raggiunsero il successo, allora è chiaro di chi fu l’errore.

Bronte, Patrick Branwell; John Brown (1804-1855); Bronte Parsonage Museum; http://www.artuk.org/artworks/john-brown-18041855-20981

“Le lettere non danno pane”, dici a un certo punto per spiegare la ricerca di un lavoro remunerato da parte di Branwell, a fronte della constatazione che la traduzione dei classici, greci e latini, non avrebbe garantito il sostentamento né tanto meno fatto la sua fortuna; ma è anche vero che dalla sua insistenza, a volte presuntuosa a volte ostinata, nelle richieste di un impiego, così come nelle lettere a scrittori o poeti famosi per avere un loro parere sui suoi componimenti, si intuisce un’educazione di certo alimentata non a pane e modestia che poi però si è dovuta scontrare con l’amara realtà fatta di ignoranza e aspettative deluse?

Il Reverendo sbagliò sul carico delle aspettative, il figlio sul convincersi che la fama gli era dovuta; era inevitabile apparire presuntuoso, ma era la presunzione giovanile, se vediamo il suo comportamento nei confronti del Balckwood’s Magazine quando era ragazzo e poi da adulto si nota una grande differenza: prima si pone con superbia, poi con timoroso rispetto, quasi rassegnazione. La citazione latina mi fu ricordata anni fa, mentre scrivevo un libro di archeologia, da un signore ormai novantenne con la passione della scrittura e della lettura. Aveva ragione, la letteratura non fa mangiare, nel senso che solo a pochi garantisce il successo e di conseguenza l’auto-sostentamento, ma per quella gran massa di aspiranti scrittori tutto finisce nel vuoto. Eppure io sono convinta che in quel vuoto anonimo ci siano voci che meritano di essere ascoltate e altre famose che dovrebbero tacere. Lo stesso era all’epoca dei Brontë, la letteratura assicurava a pochi una vita degna. Non ci abbaglino i circoli letterari, i salotti londinesi dove si discorreva di lettere tra nomi già famosi, noi sappiamo che quanto guadagnò Charlotte coi suoi romanzi non sarebbe bastato a mantenerla nella previsione di restare sola.

Apprezzo molto la scelta di allargare lo sguardo a tutti i fratelli Brontë, ognuno a suo modo, espressione di genialità pur con le sue peculiarità caratteriali; a ben pensarci, ogni volta che si parla delle sorelle Brontë la presenza di Branwell aleggia intorno a loro senza approfondirne il ruolo e il grado di influenza reciproca. La storia del ritratto -che spieghi in appendice al volume- è emblematica di questo gioco delle parti in atto nella canonica?

Quel ritratto racchiude consapevolezza e profezia, entrambe nefaste. È come se, cancellandosi per insoddisfazione grafica, Branwell in realtà accettasse la sua inadeguatezza umana rispetto alle sorelle. È la nostra interpretazione moderna ma quanto è vera e suggestiva per chi conosce la loro storia?

Il rapporto con le sorelle è invisibile ma alla base di tutto: inizialmente il sodalizio con Charlotte perché vicini d’età, poi nella difficoltà Emily è quella che gli dimostra più comprensione. Ma non si pensi che Anne rimanga sullo sfondo, perché è direttamente coinvolta nella faccenda di Thorp Green. Vuoi parlarcene meglio?

La complicità con Charlotte era nata nello scrivere le storie di Angria, inevitabilmente tra loro c’era quell’affinità elettiva e intellettuale che li unì da piccoli. Crescendo, affrontando la vita da adulti, tutto cambiò. Emily era diventata la donna di casa, la matriarca che gestiva in silenzio con devozione atavica la famiglia e nei loro momenti da soli, certo si confidarono molte cose. Ma secondo me fu Anne la vera spalla sicura di Branwell. L’improbabile storia romantica di Thorp Green era sotto gli occhi della sorella minore. Sono certa che il fratello non dovette confessarle niente, Anne aveva occhi per vedere, orecchie per sentire e cuore per capire. Voglio credere che bastarono degli sguardi per comprendersi, quelli che ormai erano lontani dall’intransigente Charlotte e dalla silente Emily. Thorp Green fu la parentesi più amara di una vita già afflitta. Era inevitabile insabbiare tutto per la vergogna. La vergogna di avere un figlio con una relazione adultera? O un figlio che la segnò al punto di offuscare la verità con l’immaginazione? Il segreto rimase nelle mura della Canonica, ma credo che la verità fu custodita solo da Anne.

Sicuramente è diverso il rapporto che ciascuno di loro aveva nei confronti di Haworth, di casa, della brughiera. Branwell lo descrive come una specie di prigione?

Haworth era una prigione per tutti tranne che per Emily, lei era diventata lo spirito tutelare della quella brughiera. I fratelli potevano farne a meno, Charlotte voleva scappare ovunque potesse, Anne lo stesso, Branwell si sentiva schiacciato tra quelle persone senza cultura e se ne era andato per poi costringersi a tornare. Eppure, a parere comune, nessuno di loro avrebbe scritto un capolavoro lontano da Haworth.

La carriera artistica di Branwell però non fu del tutto inconcludente perché comunque fu pubblicato; il problema semmai fu la dispersione di energie verso troppi obiettivi e sue abitudini voluttuarie? Il suo desiderio d’azione lo penalizzò in eccesso?

Branwell pubblicò su giornali locali, non raggiunse quelli delle grandi città, dove vivevano autori famosi. È vero, desiderava agire, di un’azione che presupponeva scrivere romanzi di successo. Tuttavia in una famiglia quasi povera e da unico figlio maschio questo non poteva essere il suo destino, specie se inadeguato per ogni lavoro di fatica fisica e con un talento letterario che a differenza delle sorelle andava guidato. Sì, troppe opzioni, o se vogliamo, troppe “carriere” lo deviarono dal porsi un unico obiettivo per dedicarcisi completamente.

La depressione in cui cadde Branwell negli ultimi tre anni fu la più grave e di fatto gli fu fatale, ma c’erano stati altri episodi in precedenza?

Possiamo individuare due momenti critici, forse non proprio di depressione, ma di insofferenza, quando lavorò come tutore e poi alla ferrovia. Nessuno dei due impieghi era fatto per lui. Forse nemmeno lui sapeva cosa doveva essere giusto per chi voleva solo scrivere. Rischio, e dico che se fosse nato donna, le cose sarebbero andate diversamente.

Nei riconoscimenti finali ringrazi l’editore per il supporto e a ragione secondo me, perché i volumi Flower-ed sono sempre più curati e difficilmente gli epistolari in genere recano un commento esplicativo così puntuale e ricco. Parlavi di difficoltà nel reperire le fonti? Le stesse lettere di Branwell sono di arduo reperimento?

L’intero corpus delle poesie di Branwell attualmente esiste solo in lingua originale e venduto a prezzi molto alti. Le biblioteche italiane che ci hanno aiutato a rendere meno difficile la ricerca sono state un’ancora di salvezza. Anche le lettere sono pubblicate solo in inglese (tranne qualcuna in raccolta mista) ma ho potuto comprare l’intera pubblicazione per il mio compleanno. A quarant’anni dovevo farmi un regalone!

Ho scorso la nutrita bibliografia: quale testo consiglieresti a chi volesse approfondire la conoscenza di Patrick Branwell Brontë? Mi incuriosisce molto il testo di Daphne du Maurier e il tipo di ricostruzione biografica che lei sulla base di una affinità elettiva, cerca di fare.

Copyright York Museums Trust / Supplied by The Public Catalogue Foundation

Dici bene, per chi conosce inglese o francese il libro della Du Maurier secondo me ha il giusto tono di un saggio leggero e romantico, fornisce notizie storiche velate da una vena di condivisione di sentimenti che l’autrice non nasconde mai. Come casa editrice però abbiamo voluto tradurre la biografia scritta da Alice Law, tra poco in uscita, dai toni solenni e soggettivi tipici del primo Novecento e che mantiene un tono affine al libro della Sonnino dedicato alle tre sorelle. Una sfida, anche questa. La flower-ed prosegue con coraggio, traducendo quello che altri editori di fama maggiore sembrano disdegnare.

Ti lascio con un “grazie” per il prezioso lavoro fatto e un “arrivederci”, perché il mondo dei Brontë merita di essere conosciuto meglio e per intero, nel bene e nel male.

Il tuo grazie vogliamo amplificarlo, la flower-ed vuole dare voce a chi non ne ebbe, per vari motivi, ma soprattutto se può regalare al lettore quella parola che lo mette in sintonia con un autore, allora siamo noi che diciamo grazie a chi ci dà fiducia.

Aspettiamo quindi nuove pubblicazioni e nuovi motivi per ribadire una fiducia già ben riposta e ripagata!

 

Le pause della vita di Maria Messina

Continua il progetto di recupero e rivalutazione da parte delle Edizioni Croce, delle opere dimenticate della scrittrice Maria Messina, progetto iniziato con la pubblicazione di Alla Deriva.

Maria Messina è entrata sommessamente, in punta di piedi, nella mia vita di lettrice e come una folata di vento leggero ma freddo, che sparpaglia i fogli di un avvizzito calendario, si è fatta spazio con forza imponendo una doverosa pausa riflessiva.

Le pause della vita è un titolo che già da solo instrada verso considerazioni amare sul senso dell’esistenza umana.

“Siamo stati troppo lontani. Una pausa, dici tu. Ma le pause della vita non somigliano a quelle dei dialoghi”.

La protagonista di questa storia è Paola -tragicamente- suo malgrado, che volontaria capinera, immolerà la sua consapevolezza raggiunta a caro prezzo dietro un sacrificio autoimposto, abdicando alla vita e all’amore.

Paola ha scritto dentro di sé il proprio destino, intorno a lei aleggia un’aurea malinconica che è difficile da disperdere e si percepisce sin dalle prime battute del libro.

Il continuo riferimento a quelle mani diacce, quando fuori il sole riscalda i sinuosi poggi toscani produce l’effetto di una battuta d’arresto nel corso inesorabile del tempo.

“Sei diaccia” esclamò. […] Paola gli abbandonava le mani, che egli riscaldava stringendole delicatamente.

… Dolce cosa lasciare riposare i nervi e il cuore quando si è assetati d’affetto e non si fa che irrigidirci per andare d’accordo con l’ambiente che ci circonda!

Paola vedeva aranceti in fiore e posava i piedi sull’erba di un prato pieno di sole e di ombre calde; socchiuse gli occhi, ascoltando la voce innamorata (p. 11).

Gli accenti accorati nella descrizione del paesaggio tradiscono un attaccamento autobiografico legato a ricordi della fanciullezza trascorsa della terra toscana, come Flavia Rossi, curatrice del volume, ricostruisce con precisi riferimenti estrapolati dalla corrispondenza intrattenuta dalla scrittrice.

Paola guarda con avidità la vita attraverso i suoi timidi occhi grandi ma le illusioni e le ingenuità giovanili sono destinate a infrangersi contro la dura realtà del male.

Quella che poteva essere una normalissima storia d’amore tra due ragazzi appare sin da subito votata a tingersi dei più foschi presagi e poiché il bene giunge sempre troppo tardi per riceverlo, prima accade tutto il peggio possibile: in un crescendo di eventi e incontri disgraziati la già disgregata famiglia Mazzei viene provata e prostrata da una serie infelice di rovesci che solo una generica quanto indistinta fiducia nel futuro consente di superare o accantonare. Almeno fino all’irreparabile. La lezione verghiana è stata perfettamente interiorizzata.

Come limpidi e fiduciosi, gli occhi di Matteo! Egli credeva a un bene che forse non sarebbe venuto mai. Egli aveva fede nell’avvenire; e non sentiva che il tempo, con la sua felicità impreveduta, con i suoi inevitabili dolori impreveduti, passa e non torna. (p. 14)

Impariamo a conoscere i personaggi della storia tramite il getto ininterrotto dei loro pensieri tradotti più o meno in parole e ne scopriamo il carattere decifrando il loro modo di relazionarsi agli altri.

Non serve a Maria Messina descrivere la vita, le aspirazioni o i progetti di Paola se con un sospiro o un improvviso pallore ne riesce a rendere l’esatto turbamento. L’incertezza, l’inesperienza, gli slanci sono destinati a essere spenti da una doccia gelata.

In questo incarna la definizione che le ha dato Sciascia come “la Mansfield siciliana”, in quanto della scrittrice neozelandese ricalca l’uso dei dialoghi e il metodo narrativo per associazione di idee a loro volta valorizzati dalla forma breve dei racconti.

L’approfondimento psicologico non è un risultato ricercato ma ottenuto con naturalezza attraverso il flusso riversato del pensato, del tutto indipendente dai discorsi pronunciati, sottolineato dall’accostamento per immagini. Con delicatezza tutta femminile Maria Messina riesce a trattare temi difficili pur senza raggiungere i toni troppo crudi di Tozzi.

Il risveglio dall’intorpidimento giovanile per la sua protagonista è infatti brusco e agghiacciante. La letteratura è piena di figure di donne rovinate ed emarginate dalla società perché condannate a espiare una colpa che non è la loro, ma in questo caso Maria Messina è andata oltre, ha espresso la drammaticità estrema di una rinuncia, di una fuga della vita che non proviene dall’esterno, ma da un rigido codice morale talmente assorbito e assimilato da diventare strumento di auto-esclusione, di coercizione interiore. Paola è L’esclusa per sua stessa decisione; non è costretta a portare alcuna lettera scarlatta ma abbraccia di sua volontà il velo.

Il grande pregio che bisogna riconoscere a questa delicata scrittrice che dalla Sicilia ha mosso i primi passi, è di essere riuscita, con apparente semplicità e impalpabile perspicacia, a mettere a nudo il cuore di un essere umano, fragile e deciso allo stesso tempo, che si vede negato il diritto e la libertà di vivere.

 

Delitto di una notte buia

Questo romanzo breve fu pubblicato per la prima volta nella rivista di Charles DickensAll the Year Round.

Al titolo originale A (Dark) Night’s Work la parola “dark” fu aggiunta da Dickens contro i desideri di Gaskell. Dickens riteneva che il titolo modificato fosse più impressionante, non era la prima volta che i due avevano idee diverse sulle politiche editoriali. Lui era più attento alle esigenze del marketing, piuttosto che a quelle letterarie della sua collaboratrice. Allo stesso modo ebbero disaccordi sul ritmo e metodo seguiti da Gaskell, perché secondo Dickens non suscitavano e mantenevano desta a sufficienza l’aspettativa del pubblico di lettori.

Gaskell è concentrata, secondo lo stile che la contraddistingue, sul dramma umano e quindi sull’approfondimento psicologico dei caratteri e dell’animo dei personaggi, ma qui anche l’intreccio della storia è complesso e strutturato e il ritmo avvincente.

La storia parla dell’avvocato Edward Wilkin che avendo ricevuto un’istruzione di alto livello, si sente in diritto di frequentare ambienti superiori alla sua posizione sociale. È un uomo che beve e spende molto e le sue debolezze si riflettono sul suo lavoro, tanto da costringerlo ad assumere un socio -un uomo sgradevole di nome Mr Dunster. Una notte nel pieno di una lite furibonda, Edward colpisce a morte il socio. La figlia Ellinor e un fidato domestico, Dixon, lo aiutano a seppellire il corpo in giardino. Ma è il personaggio di Ellinor, prostrato dal senso di colpa, a muovere gli ingranaggi della storia diventando personaggio di primo piano.

Elizabeth Gaskell offre al lettore il ritratto di un’anima tormentata dal vizio e dal senso di inadeguatezza, che scivola drammaticamente nell’abuso di alcol; il racconto di un assassinio, in cui è labilissimo il confine tra le diverse responsabilità di chi è coinvolto; lo studio del senso di colpa; la disamina degli effetti dell’orgoglio e dell’ambizione sui rapporti personali; l’interrogativo -a tratti sconcertante- a proposito della natura della verità.

In questo racconto ritroviamo sia i tratti tipici della scrittura della Gaskell, sia un’interessante analisi dei temi “oscuri” e straordinariamente moderni. L’opera è diretta a criticare nemmeno troppo velatamente la discriminazione di classe e la concezione materialistica della vita. I fatti drammatici narrati ammoniscono sulla gravità degli effetti negativi di una cattiva e deleteria condotta.

L’anno 1863 fu particolarmente prolifero per Gaskell perché fu l’anno anche di Gli innamorati di Sylvia, e di altri racconti (tra cui anche Mia cugina Phillis). La varietà di temi e ambientazione dimostrano sia la sua versatilità sia la capacità di sperimentazione. I luoghi di Delitto di una notte buia sono molto lontani dalla costa occidentale e da Whitby; qui il contesto del racconto, dal punto di vista strettamente geografico, è il Cheshire. Il riferimento a Chester è abbastanza esplicito, mentre il personaggio come Ellinor deve, in parte, la sua creazione ad alcune suggestioni personali e anche ad alcune modellizzazioni letterarie di cui Gaskell era esperta conoscitrice.

Quando si inizia un progetto è fondamentale portarlo avanti e coltivarlo, se possibile, con sempre maggiore dedizione. In questa direzione si colloca la presente pubblicazione delle Edizioni Croce che con essa aggiungono un altro tassello alla già lunga lista delle opere di Elizabeth Gaskell riportate alla luce:

Bran e altre poesie

I fratellastri

La casa nella brughiera

Mary Barton – Racconto di vita a Manchester

Racconti

Delitto di una notte buia allora illumina, a dispetto di quell’indicazione di genere “dark”, la preziosa opera di promozione della conoscenza e valorizzazione in italiano di Elizabeth Gaskell, squisita signora e scrittrice inglese, delicata e appassionata al contempo, attraverso un esemplare che acquista pregio da se stesso e dalle firme che lo corredano.

La traduzione

La traduzione è stata affidata alle competenze di Mara Barbuni che si occupa di scrittura femminile dell’Ottocento e in modo particolare di Elizabeth Gaskell: ha recentemente tradotto i romanzi Gli innamorati di Sylvia e Mogli e figlie (mai apparsi prima in italiano), cura il sito intitolato alla scrittrice: https://elizabethgaskell.jimdo.com/.

L’introduzione

L’introduzione è a cura del massimo esperto italiano in materia: l’esimio prof. Francesco Marroni, Vice Presidente della Gaskell Society, professore di Letteratura Inglese e di Storia del Teatro inglese presso l’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti e Pescara, direttore delle riviste Merope e RSV. Rivista di Studi Vittoriani e del Centro Universitario di Studi Vittoriani e Edoardiani presso il campus universitario di Chieti.

Il libro sarà disponibile entro la prima metà di giugno.

Le pause della vita

Dopo Alla deriva, le Edizioni Croce presentano Le pause della vita, un altro romanzo della scrittrice siciliana, Maria Messina. Oggi le sue opere, tradotte e apprezzate all’estero, sono tornate argomento di studio e di dibattito.

Per le Edizioni Croce è Salvatore Asaro a dirigerne il progetto di recupero.

Il romanzo Le pause della vita è stato affidato alla cura di Flavia Rossi.

Se ne riporta la sinossi:

Apparso per la prima volta nel 1926, narra le vicende della giovane Paola Mazzei.

Abbandonata dal padre e costretta a separarsi dal fratello – che parte per il fronte del primo conflitto mondiale –, la ragazza si ritrova a vivere nelle campagne di San Gersolè con lo zio Federigo e la madre Tina, donna severa e autoritaria, con la quale non riesce a comunicare. Quando alla morte dello zio ottiene un impiego precario presso l’ufficio delle Poste, Paola non riesce a integrarsi con le colleghe, frivole e invadenti.

La giovane trova conforto solo nei libri che legge durante le pause dal lavoro, in particolare in un romanzo che si diletta a tradurre dall’inglese, e negli incontri con Matteo, ex compagno di scuola con il quale ha intrapreso una relazione. Da semplice passatempo la traduzione si converte in un’occupazione appagante e coinvolgente, al punto che assieme al desiderio di dare alle stampe il testo, Paola matura ambizioni di scrittrice. Nel frattempo la guerra è finita. Quando tutto sembra volgere al meglio, una serie di eventi spinge la protagonista a trasferirsi a Firenze. Qui si troverà a fare i conti col passato e sarà costretta a tirare le somme sulla sua esistenza.

L’autrice

Maria Messina nasce a Palermo nel 1887 da Gaetano, ispettore scolastico, e da Gaetana Valenza Trajana, esponente di una famiglia baronale, originaria di Prizzi. I continui trasferimenti del padre costringono la famiglia a spostarsi con frequenza, prima a Messina, quindi a Mistretta, poi in Toscana, in Umbria, nella Marche e a Napoli.

Iniziata alla scrittura dal fratello Salvatore, che ne aveva intuito il talento, ottiene la notorietà con la pubblicazione di Pettini-fini (1909) e Piccoli gorghi (1911), raccolte di impronta verista che le valgono la stima di Giovanni Verga, col quale intraprende una fitta corrispondenza.

Gli anni ’20 sono quelli del successo letterario, ma anche quelli del peggioramento di una grave malattia che le toglie gradualmente la possibilità di scrivere. Tornata in Toscana, muore a Pistoia nel 1944, dimenticata da tutti. Il 24 aprile 2009, grazie all’interessamento del comune, le sue spoglie mortali sono ritornate a Mistretta, considerata come una sua seconda patria.

Link di acquisto: Maria Messina

Per approfondimenti: https://www.facebook.com/LeggereMariaMessina/?fref=ts

 

Maria Messina, una scrittrice italiana troppo a lungo dimenticata

Intervista a Salvatore Asaro, curatore del progetto di rilancio della scrittrice Maria Messina per le Edizioni Croce.

Salvatore Asaro è laureato in Lettere alla Sapienza Università di Roma.
Successivamente ha perfezionato i suoi studi a Londra, approfondendo l’opera forsteriana. Di recente i suoi interessi si sono mossi verso i cultural studies e gli studi di genere, dedicando una particolare attenzione alle autrici italiane e in lingua inglese dell’Otto-Novecento, in particolare Elizabeth Gaskell, Charlotte Brontë e Goliarda Sapienza.

Come hai incontrato Maria Messina?

Il mio incontro con la scrittrice palermitana è piuttosto bizzarro. Cinque anni fa la redattrice di una casa editrice mi chiese di fare una ricerca su alcuni racconti – italiani e stranieri – che avevano per tema la migrazione, in prospettiva di una raccolta. Mi misi a fare una ricerca capillare, cominciai a spulciare i cataloghi delle biblioteche e portai alla luce fragilissimi libercoli che consultai con interesse e attenzione. Una mattina, per caso, mi imbattei in una recensione che rimandava a un’altra recensione che rimandava a sua volta a uno scritto di Leonardo Sciascia. Un gioco di scatole cinesi abbastanza aggrovigliato e polveroso che mi ha condotto fino a Maria Messina e alla sua singolare novella “La Mèrica”. Una scrittrice che non avevo mai sentito nominare ma che mi attrasse con forza magnetica che non potrei spiegare in alcun modo senza svilirne la misteriosa intensità. Di lì a breve scoprii che negli anni ’80 lo scrittore di Racalmuto era venuto a conoscenza della produzione narrativa di Maria Messina nel medesimo modo – solo che gli anni del ripescaggio messiniano ebbero vita effimera: morto Sciascia i libri della scrittrice palermitana caddero in un secondo oblio. La coincidenza – due uomini, tutti e due siciliani, che scoprono “la Mèrica” – mi ha suggestionato al punto da continuare la mia ricerca sulla scrittrice e quindi di non fermarmi a una semplice raccolta collettanea (per inciso, la redattrice non volle più inserire “La Mèrica” nell’antologia). La cercai all’interno delle università italiane, ma non trovai informazioni sufficienti, non quelle che cercavo almeno – le risposte delle docenti sono sempre state molto vaghe. Quindi ho recuperato i pochi libri riediti in Italia grazie al genio di Leonardo Sciascia, ho approfondito la conoscenza della scrittrice grazie alla lungimiranza di Giovanni Garra Agosta che, sempre negli anni ’80, aveva recuperato e pubblicato le lettere della scrittrice a Giovanni Verga in cui è possibile scoprire aspetti inediti e interessantissimi sulla donna.

Puoi raccontarci qualcosa di lei che ce la faccia conoscere meglio e imparare ad amare?

Inspiegabilmente dimenticata, Maria Messina è probabilmente una delle scrittrici del primo ’900 italiano più interessanti; ha una produzione letteraria sconfinata oltre che variegata: ha pubblicato una quantità vastissima di novelle, diversi romanzi e tante raccolte di racconti per bambini, riscuotendo un tale successo di critica e di pubblico, da costringere la nipote – Annie Messina – ad adottare un nome decisamente più esotico (Gamîla Ghâli) quando, più tardi, decise di intraprendere la stessa carriera della zia. Maria Messina esordisce nel 1909, con la raccolta Pettini-fini, dedicata al fratello Salvatore che l’aveva esortata allo studio delle lettere (A te, mio buon fratello – che mi sei stato affettuoso e generoso maestro – offro con gratitudine queste pagine che ti appartengono). Il fratello intuisce prima di chiunque altro il valore delle novelle della sorella e si impegna attivamente affinché possano essere lette e recensite in tutta Italia. Ne invia una copia a Giovanni Verga, che ne aveva ispirato lo stile e i contenuti. Lo scrittore etneo, sempre restio nei confronti degli esordienti, comprende immediatamente la potenza di quella raccolta e avvia un fittissimo scambio epistolare con la sua giovane “allieva”, la sprona a più riprese a continuare con l’arte della scrittura e la segnala ai suoi amici editori, affinché possano esaminare il materiale, e alle più prestigiose riviste letterarie dell’epoca, in particolare a «Nuova Antologia». L’invito di Verga è talmente sincero e partecipativo che Maria Messina decide di dedicare proprio a lui la sua seconda raccolta di novelle, Piccoli gorghi. È lei stessa a parlare dell’accoglienza che i critici dell’epoca le avevano riservato e dello stile che aveva deciso di adottare, sul numero di dicembre del 1919 de «Italia che scrive»:

«Pettini-fini e Piccoli gorghi sono gli inseparabili compagni del mio primo passo; mi fa piacere ricordare, dopo tanti anni, queste novelle rapide e secche, pensate laggiù a Mistretta. Pagine concise e senza aggettivi: come la parola di chi vive profondamente una sua vita interiore, come la mia prima giovinezza che si temprava in solitudine. La critica accolse Pettini-fini e, poi, Piccoli gorghi con espressioni così lusinghiere da far girare la testa ad una esordiente. La buona accoglienza non fu, per me, se non motivo di sgomento: la mia anima solitaria tremò e si chiese più volte: saprò io mantenere le mie promesse?».

Maria Messina ha scritto, a mio avviso, alcune delle pagine più belle della nostra letteratura; i suoi personaggi, in particolar modo le figure femminili, hanno una forza paragonabile forse solo a quelli della letteratura vittoriana o del grande romanzo russo. La costruzione dei personaggi di Marcello e Simonetta de Alla deriva non ha eguali nella narrativa italiana moderna, nemmeno se prendiamo in esame testi e autori a noi più vicini; la potenza di Orsola de Primavera senza sole si può ritrovare soltanto in personaggi come Molly Gibson di Elizabeth Gaskell o Nasten’ka di Fëdor Dostoevskij, così come la modernità di Paola Mazzei de Le pause della vita, un personaggio attuale e descritto con una crudezza quasi spietata. L’autrice ha una capacità narrativa formidabile, elemento che la rende immediatamente riconoscibile; possiede uno stile asciutto, tagliente, un fraseggio quasi tolstojano, con periodi rapidi e ad effetto; riesce inoltre a condensare particolari fondamentali in porzioni circoscritte di testo, celando nel non-detto i punti nevralgici delle sue storie. Leggere Maria Messina significa immergersi totalmente nelle sue storie, alcune brevissime – alla maniera di Čechov – e imparare a dialogare con i suoi personaggi, in particolare con le molte donne che popolano le sue storie. È stata definita un’“attardata”, nel senso di epigona, perché aveva deciso di aderire alla corrente del Verismo, quando questo, effettivamente, era agli sgoccioli; lo stesso Borgese, nel 1928, l’aveva definita una «scolara di Verga». In realtà è un punto su cui bisognerà ritornare, infatti non sono molto d’accordo sulla definizione che la vuole una verista tout court. Amare Maria Messina è naturale, come naturale è stata la scrittura per lei.

Si tratta di una scrittrice che è rimasta pressoché sconosciuta fino a oggi, mai entrata nei libri di scuola per intenderci…

Questa è una nota dolente. Quando ho iniziato a occuparmi più concretamente del suo recupero, ho portato all’attenzione delle studiose la grande assenza della scrittrice palermitana dai programmi universitari, dai convegni, dai laboratori che si occupano di autrici donne, ma non ho ottenuto i risultati che speravo. Ripubblicare Maria Messina non è stato semplice. Curiosamente la produzione della scrittrice è sempre stata promossa da uomini: prima dal fratello, da Giovanni Verga, da Alessio Di Giovanni e da G.A. Borgese, che hanno agevolato la diffusione dei libri in tutta Italia; poi negli anni ’80 è stato il turno di Leonardo Sciascia e di Garra Agosta e ora sono io a raccogliere il testimone… In questi ultimi anni, fra gli altri, Salvatore Ferlita, Luca Ricci – così come anche Simona Lo Iacono – hanno portato all’attenzione degli studiosi l’assenza quasi paradossale di Maria Messina dal panorama culturale, pubblicando articoli sui maggiori quotidiani nazionali. In questi mesi mi sono occupato in maniera specifica di Primavera senza sole; a tal proposito ho consultato diversi manuali di letteratura, scoprendo che nella quasi totalità, anche in quelli redatti da studiose donne, anzi soprattutto nei loro, l’autrice non è neppure mai menzionata. A uno stupore iniziale è subentrato, lentamente, un sentimento di rabbia. Mi sono chiesto il perché. Eppure nel 1935 Alfredo Galletti – un altro uomo – scriveva nel suo manuale di letteratura italiana: «La produzione romanzesca femminile poi è oggi in Italia di una esuberanza incredibile e veramente strabocchevole […]. Lettori e critici tuttavia sembrano accordarsi nel lodare nella folla dei romanzi muliebri certi lavori di Maria Messina». E pensare che a quell’altezza cronologica la scrittrice si era allontanata dalla scena pubblica già da diverso tempo a causa di una tremenda malattia. Fortunatamente nella difficile operazione di recupero, mi sono potuto avvalere della collaborazione di diverse intellettuali e studiose: innanzitutto Elena Stancanelli, un’acuta scrittrice e giornalista, che ha contribuito alla prefazione de Alla deriva; ma poi c’è stata Barbara Dotti, scrittrice e traduttrice, che mi ha affiancato durante il mio complesso lavoro di ricerca di archivio; Flavia Rossi, che ha introdotto e curato con rigore scientifico Le pause della vita, cogliendo l’aspetto migliore non solo del singolo titolo ma dell’intera produzione messiniana, anche sotto un profilo strettamente biografico; Mara Barbuni che ha letto e accolto con vivo entusiasmo una novella della Messina, decidendo di inserirla all’interno di un’antologia da lei curata e Cristina Pausini, docente di Lingua e letteratura italiana a Tufts (Boston).

A lei è stato intitolato un premio letterario?

Sì, da diversi anni è stato dedicato un premio letterario a Maria Messina, a Mistretta, cittadina che ospitò la scrittrice negli anni dell’adolescenza. Di recente, su mio consiglio, due miei amici hanno dato vita a una pagina Facebook, “Leggere Maria Messina”, con lo scopo di sensibilizzare i lettori che oggi dedicano sempre più tempo ai social.

Sei stato chiamato a curare il progetto di rilancio di Maria Messina per le Edizioni Croce, con quali obiettivi?

Mi ci sono voluti anni prima di riuscire a riportare in libreria Maria Messina e, nonostante il rischio dell’operazione, la casa editrice Croce ha deciso comunque di impegnarsi nel progetto. Il mio obiettivo è essenzialmente quello di far riscoprire al pubblico questa scrittrice straordinaria. E anche sensibilizzare il mondo accademico affinché faccia rientrare la scrittrice nei programmi universitari e quindi renderla oggetto di studio e di dibattito.

Quali opere avete deciso di riportare alla luce e perché?

Il progetto è vasto. Ci sono diversi titoli in cantiere. È già uscito Alla deriva con la bella prefazione di Elena Stancanelli, la quale, come ho detto, si sta impegnando affinché questa grande scrittrice possa riemergere. Tra qualche settimana uscirà Le pause della vita a cura di Flavia Rossi e tra un paio di mesi Primavera senza sole. Il calendario non si chiude qua, ma la casa editrice non dà mai anticipazioni che superano i tre mesi.

Quale opera di Maria Messina consiglieresti di leggere a chi volesse accostarsi a questa autrice per la prima volta?

Tutte, è banale?

Che cosa intendeva secondo te Sciascia quando la definì la Katherine Mansfield italiana? Fu una provocazione per attirare l’interesse della critica o è un paragone calzante? Se sì, su quali basi?

Maria Messina e Katherine Mansfield sono coetanee e condividono la stessa biografia disgraziata. Chi conosce la vita della Mansfield non può non accostarla a quella di Maria Messina. Entrambe le donne hanno attinto a piene mani dalla fontana della vita e hanno regalato al mondo pagine meravigliose, piene di dolore – perché la vita fa male. Dubito che Maria Messina abbia avuto modo di leggere i racconti della scrittrice neozelandese; credo che Sciascia si riferisse piuttosto allo stile narrativo adottato da entrambe le donne. Lo stile mansfieldiano non si discosta affatto da quello della scrittrice palermitana; l’indescrivibile poesia dei loro scritti è contraddistinta da un’aspra ironia. Un altro dato le accomuna e forse le ha indirettamente influenzate: la passione per la letteratura russa. Čechov condizionò e plasmò il modo di scrivere di entrambe, non solo per quanto riguarda la tecnica del racconto breve e brevissimo, ma anche per i temi trattati. L’intera produzione messiniana è infatti intrisa di letteratura russa, esattamente come quella della neozelandese. Il parallelismo sciasciano non è dunque azzardato. Ma al contrario degli inglesi con la Mansfield, gli italiani hanno riservato alla Messina un destino decisamente più crudele.

Alcune situazioni mi fanno pensare al primo Pirandello: è un po’ azzardato questo riferimento?

La letteratura siciliana che in quegli anni, bisogna specificarlo, era la letteratura nazionale, è tangenziale a se stessa. Come la Mansfield, anche Luigi Pirandello era coetaneo di Maria Messina e dunque le letture, i modelli cui ispirarsi erano gli stessi: la grande stagione del romanzo russo, l’ironia disarmante di Colette, lo sperimentalismo narrativo di Virginia Woolf e l’ombra immensa del padre della letteratura moderna: Giovanni Verga. Luigi Pirandello, specie all’interno delle novelle, «analizza la piccola e infima borghesia siciliana e, dentro l’angustia e lo spento grigiore di una tal classe, la soffocata e angosciante condizione della donna». In pratica quello che fa pure Maria Messina, ma lei lo fa da donna. Nelle sue storie i personaggi maschili non parlano, sono quasi sempre parlati. E trovo grandioso tutto ciò, non ci sono casi analoghi in Italia, non prima di lei almeno. La sua letteratura è inedita, e sono sicuro che se non fosse stata stroncata dalla malattia nel pieno della sua attività letteraria, avrebbe dato vita a qualcosa di grandioso in Italia, qualcosa non troppo diverso da quello che hanno fatto Virginia Woolf in Inghilterra o Gertrude Stein in America.

Credi in un’affinità metatemporale che ci fa eleggere certi scrittori a nostri autori preferiti?

La letteratura è uno strano luogo. Sicuramente c’è qualcosa di metatemporale che ci porta ad amare certi autori a noi lontani, nel tempo e nello spazio. La letteratura è universale e parla agli uomini di ieri, di oggi e di domani. Può sembrare una frase scontata, ma non lo è.

Le Edizioni Croce hanno in programma l’uscita di un altro romanzo di Maria Messina, Le pause della vita: potresti introdurcelo?

Le pause della vita è un romanzo “anomalo” all’interno della produzione messiniana. Come soltanto in poche altre occasioni, l’ambientazione non è la Sicilia ma la Toscana e soprattutto non si parla della vita degli umili e della condizione dei contadini; si tratta di una storia quasi borghese. Uscito per i tipi della Treves nel 1926, ruota attorno alla figura di Paola Mazzei. Abbandonata dal padre, la giovane spende le sue giornate a San Gersolè, un piccolo paese toscano, con lo zio e la madre. Ottenuto temporaneamente un impiego alle poste, Paola non riesce a intrecciare nessun rapporto con le altre donne dell’ufficio. Si rifugia nei libri e inizia a tradurne uno. Nel frangente, si avvicina sempre più a un vecchio compagno di scuola, uno squattrinato che da lì a breve è costretto a lasciare il paese. Il dolore della solitudine, che nemmeno la traduzione riesce a lenire, spinge Paola a prendere delle decisioni infelici che comprometteranno inevitabilmente il suo futuro. Il romanzo, curato da Flavia Rossi, vanta anche un’introduzione in cui vengono analizzati tutti i meccanismi che muovono la macchina narrativa di Maria Messina. Come ci dice la Rossi all’interno della sua introduzione «“Tutto avviene bruscamente nella vita: il male e il bene. Ma il bene giunge troppo tardi, quando non siamo pronti a riceverlo”. È questa la cupa morale attorno a cui ruota Le pause della vita».

Maria Messina non è famosissima ma di lei hanno detto che dopo averla letta non è possibile dimenticarla e anzi sorge spontaneo il desiderio di leggere ancora e altro su di lei.

Maria Messina non è famosa in Italia, ma nel resto del mondo è tradotta, venduta e anche studiata all’interno delle università. Da quando ho iniziato a occuparmi in maniera più organica della scrittrice, ricevo numerose mail di studiosi e studenti da tutto il mondo, perfino dall’Australia, in cui mi chiedono informazioni; la domanda più frequente è: «Perché in Italia nessuno conosce Maria Messina?». È un quesito che mi lascia interdetto e mi imbarazza non poco. Una volta letto qualcosa di suo, anche solo una brevissima novella, non si può più smettere. È proprio così. In Alla deriva si avverte l’ironia tagliente, come è stato notato altrove, di Chéri di Colette, in Un fiore che non fiorì si legge la modernità di alcuni scritti della Ortese (che deve averla sicuramente letta e perfino suggestionata), in Primavera senza sole l’amarezza disadorna della condizione femminile rimanda inevitabilmente ad alcune delle migliori pagine di Virginia Woolf. Maria Messina è unica, e forse è proprio per questo che è stata volutamente dimenticata.

Grazie per questa interessante e affascinante presentazione e per il tuo lavoro. Non si può non raccogliere l’appassionato invito ad approfondire la conoscenza di Maria Messina da cui spero i nostri lettori si lascino conquistare.

Raffaello di Cinzia Giorgio

Quando l’Arte è tradotta in parole.

La storia, la pittura, la vita, si fondono per creare un’unica emozione.

La storia è affascinante e costruita su un doppio binario spazio temporale (tra la Roma del Cinquecento e la Parigi di oggi) a incastro, strato su strato: sovrapposti come quelli che un bravo restauratore deve rimuovere per recuperare l’opera originale che si disvela in tutto il suo splendore.

Accanto alla vicenda privata e pubblica di Raffaello, che si sviluppa a ritroso, corre parallela quella di una restauratrice, Bianca, ambientata al giorno d’oggi, la cui vita è strettamente legata all’arte e allo sfortunato pittore urbinate per diversi motivi.

Le storie procedono in senso inverso, legate da un comune denominatore, avvolto nel mistero.

L’autrice lascia che Bianca ci racconti la sua, in prima persona, nella concitazione tutta moderna di ritmi e spostamenti e di complessi rapporti interpersonali, e lascia sullo sfondo la vicenda umana dell’artista rinascimentale che gradualmente si compone in tutta la sua tragica intensità.

È come fare un salto nel tempo, ai giorni in cui la vita di un artista era drammaticamente combattuta tra le preoccupazioni quotidiane, la fatica fisica e la bellezza, in qualsiasi forma egli avesse deciso di esprimerla. Trasuda aria rinascimentale da tutti i pori: quella che si respira per le strade di Roma intrisa di arte e storia, che si insinua per i corridoi dei palazzi vaticani tra stanze e loggette affrescate, origlia dietro alle porte degli illustri prelati, sbircia i progressi di Michelangelo.

L’effetto indiretto del fascino esercitato da queste pagine induce ad analizzare molta della produzione raffaellesca a Roma dove Raffaello conobbe quella che sarebbe stata la sua Musa ispiratrice di numerosi visi femminili, in primis La Fornarina ma anche la Velata, la Galatea del Trionfo, e altrove più di un viso della Madonna.

Il restauro al Louvre di un ritratto del maestro urbinate che vede affiancati Raffaello e molto probabilmente il suo giovane amico e collaboratore, Giulio Romano, fa da raccordo tra la realtà storica dell’uomo con i suoi affetti e le sue passioni, e l’espressione artistica del suo talento.

Notevole tutto il lavoro di studio, ricerca e documentazione che c’è dietro al libro: la padronanza e gestione dell’argomento, l’originalità del modulo narrativo scelto, il desiderio di arte suscitato, la sete di bellezza accesa.

Cinzia Giorgio, scrittrice di romanzi e storica dell’arte, ha trovato la formula giusta per insegnare senza annoiare, raccontando la storia dell’arte rinascimentale attraverso uno dei suoi insigni esponenti, ridestando quel senso di appartenenza e di orgoglio nazionale che ci fa considerare l’insuperabilità del Genio che ha realizzato quei dipinti inestimabili. Uno di quei rari casi in cui le qualità umane sembrano perdere quei limiti insiti di finitezza e avvicinare l’artista, molto più di altri, a una dimensione divina.

L’epitaffio composto per Raffaello da Pietro Bembo lo esprime molto bene.

Raffaello e Pietro Bembo erano amici affiatatissimi. Il pittore muore giovane, nel 1520, lo stesso giorno della sua nascita, il 6 aprile, ed è Pietro a comporre il suo epitaffio, poi inciso sulla tomba al Pantheon a Roma:

«Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori».

Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire.

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Ragione & sentimento di Stefania Bertola

Non capita spesso di poter sentire parlare di libri una scrittrice, e in particolare proprio di quello attualmente in lettura. Così cercherò di combinare le mie impressioni su questo romanzo con le informazioni che ho appreso direttamente dall’autrice, inerenti la creazione di esso e addirittura la sua copertina.

La prima osservazione che sento di dover fare è che il libro è travolgente, scritto molto bene, mi verrebbe da dire: con una “padronanza di linguaggio invidiabile” che, anche se non fosse diventata un’espressione un po’ abusata, non sarebbe sufficiente a esprimere il carattere effervescente e inesauribile della scrittura e delle trovate proposte, nonché della capacità di coniare neologismi, oltre che del vero e proprio confessato debole per i nomi propri.

L’effetto ottenuto è quello di aver fatto una lunga chiacchierata con l’autrice, il che è esattamente quello che cercava Jane Austen nello scrivere lettere a Cassandra, con la stessa velocità e piacevole sensazione.

Ormai ho acquisito la vera arte epistolare, che come ci hanno sempre detto, consiste nell’esprimere su carta esattamente ciò che si direbbe alla stessa persona a voce; ho chiacchierato con te quasi alla mia velocità abituale per tutta questa lettera. (L29, 3-5 gennaio 1801) [1]

Circa le protagoniste, non capisco la configurazione di Marianna come bionda algida, Turris Eburnea -poi violata- della castità mentre condivido benissimo lo spirito pratico con cui Eleonora sceglie la professione di insegnante a scapito di una carriera legale in cui la volevano proiettata i genitori, per poter guadagnare e avere quindi subito un ritorno economico. Mi sorprende lo spazio dedicato a Margherita che, come una quattordicenne d’oggi, ha una vita affettiva molto intensa, mentre i sospiri della madre, Maria Cristina, mi ricordano tanto i poveri nervi di Mrs Bennet!

L’adattamento è molto ardito e la trasposizione di alcune situazioni forzata (Giulio che deve sposare la nigeriana fuggita dal suo paese) ma il tutto fa parte di un progetto e di un effetto voluto: tanto i riferimenti sessuali sono assenti nei romanzi di Jane Austen, quanto sono espliciti e anche spinti qui, sebbene in questo ambito si debba registrare la prima incongruenza: Eleonora è più disinibita di Marianna, forse perché in questi tempi moderni il sesso è più una questione di testa che di sentimenti?

Lo stile invece è molto somigliante a quello di Jane Austen, sicuramente per l’ironia, ma anche per la presenza dei numerosi dialoghi e personaggi, con un particolare afflusso di personaggi minori, anche caratterizzati, di cui non si sentiva la necessità (cfr. capitolo undicesimo bis). Ma questa è una peculiarità distintiva della scrittrice italiana.

A parte la derivazione autorevole, il romanzo scritto da Stefania Bertola, se è vero che parte da un’antinomia insita nella stessa natura umana, veicola messaggi propri e costringe, pur con il ritmo incessante e trafelato del pettegolezzo continuo, a pause di riflessione: sull’amore, sulla libertà di sbagliare.

(Pensieri di Eleonora…) … Per me l’amore non è così… Non è un tumulto, una mareggiata. E’ placida l’onda, prospero il vento. Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai. È un segreto, che se ne parli si sbriciola”: come? come? Eleonora che cita Shakespeare?!

In questo caso posso però aggiungere alcune chicche apprese direttamente dall’autrice del libro che ho avuto modo di ascoltare durante una serata organizzata dall’Associazione EWWA per l’iniziativa Non solo rosa a Porto San Giorgio (FM), nelle Marche,  lo scorso 25 marzo.

Stefania Bertola vanta numerose esperienze di scrittura. Si definisce una romanziera, e ci tiene, ma è anche autrice radiofonica, sceneggiatrice e prima di tutto traduttrice, lo sottolinea.

Ha tratto l’ispirazione per questa riscrittura dall’analogo progetto adottato in Inghilterra sui romanzi di Jane Austen e ha scelto proprio Ragione e sentimento perché trova che siano aspetti universali e atemporali sempre validi che proprio per questo si prestano a una applicazione in chiave moderna: “si lotta da sempre e si lotterà sempre, e per questo motivo tra tutti i romanzi di Jane Austen Ragione e sentimento è quello più adatto a essere periodicamente riscritto, scagliandolo dentro il tempo e i secoli che passano”, si legge nella IV di copertina.

Alla domanda se fosse stata intimorita all’idea di toccare un classico, ha risposto: “Dopo Orgoglio e Pregiudizio Zombie, non si possono avere remore di alcun tipo”.

Incassato il benestare di alcuni lettori speciali, tra cui le sacerdotesse-vestali di Jane Austen -e qui starei attenta a non confondere le fanatiche dell’epoca storica con le estimatrici della scrittrice letteraria- il libro è stato dato alle stampe. Non prima di aver scovato una simpatica idea per la copertina che nella sua semplicità e immediatezza comunicativa dobbiamo a un cartello di saldi, oltre che all’inventiva della stessa autrice e del suo, evidentemente, illuminato coniuge.

Non nasconde le difficoltà per ricreare certe situazioni, come trasporre ai giorni nostri, per esempio, il condizionamento che legava Edward Ferrars a Lucy Steele, con una situazione corrispondente che tenesse conto della diversa mentalità e concetto di dovere morale.

Ciascuna sua opera è legata a una colonna sonora che ne ha accompagnato le fasi e sbloccato le pause inventive: difatti i riferimenti musicali sono molto presenti anche all’interno del presente romanzo.

Obbedendo a uno dei consigli letterari basilari di zia Jane che raccomandava alla nipote Anna di scrivere di ciò che si conosce, anche Stefania Bertola dichiara di aver scelto di ambientare il suo Ragione & Sentimento nella Torino salottiera che conosce e che presenta insospettabili analogie con l’ambiente del Surrey di fine Settecento.

L’operazione è riuscita e il merito è tutto dell’ironica penna competente di Stefania Bertola, amica di Jane Austen!

[1] http://www.jasit.it/le-lettere-di-jane-austen/

Su e giù per le scale di Monica Dickens

Quando ami l’Inghilterra, cerchi di studiare da autodidatta la letteratura inglese, praticamente sei di casa a Downtown Abbey e un’amica ti consiglia Su e giù per le scale di Monica Dickens, non puoi non ammettere che ti conosce benissimo!

E infatti lo apro e inizio a leggerlo e scopro che si tratta di un campionario assortito di innumerevoli e insolite situazioni-tipo di cuoche di interni inglesi. Sì, perché quello che ci presenta Monica Dickens è un fenomeno tipicamente inglese, quello di avere una cuoca a servizio, e di conseguenza l’ingenerato brulicante mercato di incontro tra la domanda e l’offerta di questo particolare tipo di lavoro domestico, spesso per il tramite di agenzie e annunci sui quotidiani. L’autrice ci racconta in un memoir la sua esperienza personale attraverso una successione di incontri con datori di lavoro strani improbabili, simpatici, in casi sporadici anche gentili, aprendo allo stesso tempo le porte di servizio dei piani inferiori su diverse tipologie domestiche e familiari: l’appartamento di città, la casa in periferia o il cottage di campagna.

Seguendo la scia del sempre crescente interesse per la categoria dei domestici e del loro peculiare punto di vista con cui assistono svolgersi la vita al piano di sopra, come dimostrano il successo televisivo della serie Downton Abbey e quello letterario di M. C. Beaton, con 67 Clarges Street (tradotta in italiano dalle Edizioni Astoria) o lo stesso romanzo Longbourn House di Jo Baker (per citare i più famosi), qui la prospettiva è individuale: è l’occhio del singolo, della cuoca tuttofare che, di estrazione borghese, veste gli abiti dimessi di Monty, col suo cappello sbiadito, per cogliere le particolarità, le fatiche, le ingiustizie e i difetti umani venuti alla luce in questa inferiore posizione sociale.

Monica Dickens – portrait of the British writer, the great-granddaughter of Charles Dickens. 10 May 1915 – 5 December 1992 — Image by © Lebrecht Music & Arts/Corbis

Monica è simpatica, un po’ imbranata, brava in cucina ma non perfetta, colleziona soufflè sgonfiati e arrosti bruciati accanto a succulente omelette, della cui riuscita si stupisce da sola. La storia è autobiografica: figlia di una famiglia di ceto medio-alto, ribelle e anticonformista, espulsa da una rinomata scuola-bene di Londra, vuole sperimentare cosa significa guadagnarsi da vivere in questo caso cucinando. I menù presentati non sono molto utili in quanto offrono poche idee mutuabili, ma sono sicuramente interessanti per la luce che gettano sull’alimentazione inglese e sui piatti e le ricette che circolano tutti i giorni sulla tavola delle famiglie.

Il racconto non conosce soste e anzi, a tratti comunica il senso di sfinimento e fatica addossato alla povera cuoca (che spesso deve improvvisarsi anche domestica e cameriera) e con lo stesso ritmo trafelato e ansiogeno, in preda al timore di non rientrare mai nei tempi della cena e delle varie portate, piomba nelle situazioni più stravaganti e nei contesti più diversi: dalla cena di una sera al ricevimento per fidanzati, al clima accogliente di un cottage di campagna, presso una coppia appena sposata o un single sfruttatore. L’unico ingrediente di cui Monica non rimane mai a corto è l’ironia, con cui sa condire e risolvere tutte le situazioni che le si presentano.

Non saprei che tipo di bilancio, dal punto di vista umano,  possa trarre da questo esperimento di vita, la ragazza Monica Dickens; certo è che dal punto di vista letterario, il risultato è più che positivo. Degno di cotanto antenato!