Napoli vista con gli occhi di Ashenden, l’inglese di W. S. Maugham

Là, nel Sud, la primavera era già inoltrata e nelle strade animate il sole ardeva. Ashenden conosceva bene Napoli. La piazza San Ferdinando, col suo trambusto, la piazza Plebiscito, con la sua bella chiesa, destavano nel suo cuore piacevoli ricordi. Via Chiaia era rumorosa come sempre. Sostò agli angoli e guardò su per gli stretti vicoli che scalavano ripidi la collina, quei vicoli di case alte con la biancheria stesa ad asciugare sui fili che attraversavano la strada come bandiere al vento in un giorno  di festa; e passeggiò lungo la spiaggia, guardando il mare lucente con Capri che si stagliava vagamente contro luce, finché arrivò a Posillipo, dove c’era un vecchio, malconcio, sconnesso palazzo nel quale, in gioventù, aveva trascorso parecchie ore romantiche. … Poi prese una carrozza tirata da un piccolo e scheletrico ronzino e tornò, sussultando sul selciato, alla Galleria dove sedette al fresco e bevve un americano e guardò la gente che bighellonava chiacchierando, chiacchierando sempre con un gesticolare vivace; esercitando la sua fantasia, tentò di indovinare dall’aspetto chi fossero in realtà.

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Pisa vista con gli occhi di Virginia Woolf

Da Diario di una Lettrice:

“Non riesco a pensare stasera, in una stanza altissima al Nettuno di Pisa, popolatissimo di turisti francesi.

L’Arno scorre via, con la solita spuma color caffè.

Passeggiavo nei chiostri: questa è la vera Italia, con l’antico odore di polvere, la gente che brulica nelle strade, sotto la -come si chiama?- credo che le strade coi portici si chiamano gallerie […]

Tutti i colori, qui, sono marmo bianco-azzurrastro contro un cielo molto luminoso e purissimo. La torre pende, prodigiosa.”

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Mary: a Fiction

Una prosa disadorna e uno stile asciutto raccontano la storia di una fanciulla desiderosa di affetto e di compiacere gli altri. Mary Wollstonecraft dà il suo nome alla protagonista del suo romanzo, una giovane donna che paga lo scotto di un’educazione familiare sbagliata e piena di pregiudizi, condotta al matrimonio sulla base di un ricatto morale esercitato sulla sua natura emotiva e legata per sempre e suo malgrado a un uomo che non conosce e non ama.

Una storia scarna, che non indugia morbosamente nell’analisi dei sentimenti ma non disdegna l’impiego dei tipici topoi sentimentali (la malattia, l’amore sfortunato, l’amicizia come legame alternativo, il viaggio catartico) e a volte strizza l’occhio a qualche considerazione etica dell’autrice.

Tale è la natura umana, le cui leggi non possono certamente essere invertite per compiacere la nostra eroina, e arrestare lo svolgimento dei suoi pensieri: la felicità fiorisce soltanto in paradiso, non possiamo goderne nella vita (p. 25).

Oltre al fatto che i due romanzi di Mary Wollstonecraft sono intitolati Mary e Maria, si può rilevare che entrambi criticano il matrimonio, considerato un’istituzione patriarcale che ha deleteri effetti sulle donne. In Mary: A Fiction, la protagonista è costretta a un matrimonio di convenienza, senza amore, e deve così cercare di realizzare i propri desideri d’amore e di affetto fuori di esso in due amicizie romantiche a appassionate con una donna e con un uomo. Ma la sua integrità morale e il suo sentimento religioso non le permetteranno di essere scalfita dalla tentazione.

La vita di Mary Wollstonecraft fu breve ma intensa e la protagonista la rispecchia nella sua generosità di slanci ma anche nel suo essere volitiva cogliendone al contempo quegli aspetti di ingenuità iniziali che qui sono portati a esempio e ammonimento educativo per le inesperte esponenti del cd. sesso debole.

Fu lasciata sola con i propri sentimenti: l’abitudine a riflettere su di essi li rafforzò, tanto che il suo carattere rapidamente si fece deciso e singolare. La sua mente era chiara e forte, quando non fosse oscurata dai moti del cuore; ma troppo era creatura d’impulso, e schiava della compassione (p. 12).

Mary Wollstonecraft Godwin (Londra, 27 aprile 1759 – 10 settembre 1797) filosofa e scrittrice britannica, è conosciuta per essere la madre della più famosa Mary, moglie del poeta Percy Shelley, autrice di Frankestein.

Ebbe una vita relativamente breve e avventurosa: dopo un’adolescenza passata in una famiglia condizionata dalla povertà e dall’alcolismo del padre, si rese indipendente con il proprio lavoro e un’istruzione formata attraverso i suoi studi personali. Visse amicizie di grandi dedizioni ed ebbe relazioni tempestose fino al matrimonio con il filosofo William Godwin, precursore dell’anarchismo, dal quale ebbe la figlia Mary, preconcepita.

Un’audacia enorme ci volle per sostenere nel suo libro A Vindication of the Rights of Woman, contro la prevalente opinione del tempo, che le donne non sono inferiori per natura agli uomini, anche se la diversa educazione a loro riservata nella società le pone, per colpa degli uomini, in una condizione di inferiorità e di subordinazione. Mary Wollstonecraft prendere così apertamente posizione contro il tradizionale sistema educativo maschilista che voleva la donna qualcosa simile a un soprammobile, una compagnia docile per l’uomo, allevata solo per il matrimonio.

La Mary del libro non compie atti eroici o imprese straordinarie ma ricerca nell’amicizia di Ann un affetto sostitutivo di quello coniugale che le è precluso. Durante un lungo viaggio nel continente, per recare sollievo all’amica malata che necessita di un clima mite, conosce Henry, un gentiluomo discreto e riservato che riconosce come uno spirito affine con il quale, consapevole di non essere una donna libera, può accettare di avere solo un legame amicale casto e puro.

Non senza, però, lotta o un notevole sforzo interiore:

La tempesta del suo animo rendeva tutte le altre trascurabili: non gli elementi avversi temeva, ma se stessa! (p. 51).

La storia è pervasa da una triste atmosfera di rassegnazione che fa intravedere a Mary, rimasta ormai sola, un’unica via di uscita:

Pensava che si stava affrettando verso quel mondo ‘dove non si è sposate, né date in sposa’ (p. 93).

 

Ferrara e la letteratura

È famosa per essere la patria di Ludovico Ariosto, poeta dell’Orlando furioso, che concepì alla corte degli Estensi nel 1516. La città è lastricata di luoghi legati e dedicati al letterato come Piazza Ariosto, la Biblioteca Ariostea o la casa che lo ospitò e che reca la famosa iscrizione: “parva, sed apta mihi” (piccola, ma adatta a me).

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Ariosto descrive e celebra la sua Ferrara nel canto XXXV, VI ottava, dell’Orlando

Del re de’ fiumi tra l’altiere corna | or siede umile (diceagli) e piccol borgo: | dinanzi il Po, di dietro gli soggiorna | d’alta palude un nebuloso gorgo; | che, volgendosi gli anni, la più adorna | di tutte le città d’Italia scorgo, | non pur di mura e d’ampli tetti regi, | ma di bei studi e di costumi egregi.

Potreste girare invece tutta Ferrara alla ricerca del Giardino dei Finzi – Contini che dà il titolo all’omonimo romanzo del contemporaneo Giorgio Bassani, senza riuscire nell’impresa.

L’incipit dell’opera vi indurrebbe senz’altro a farlo:

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957.

Ma è lo stesso scrittore a disilludervi, lui che deve il suo nome al patrono della città di cui era originaria la sua famiglia appartenente alla borghesia ebraica e che a Ferrara trascorse infanzia, adolescenza e gran parte della sua vita da adulto:

Il giardino dei Finzi-Contini non è mai esistito a Ferrara, me lo sono inventato. L’ho collocato a Ferrara perché mi serviva da un punto di vista poetico, avevo bisogno di un fatto di questo genere, e non è mai esistito, né sono mai esistiti i Finzi-Contini come famiglia, né tanto meno Micòl Finzi-Contini. Me lo chiedono in molti: ma è esistita veramente Micòl? Non è mai esistita. Però, naturalmente, Micòl è esistita in quanto che sono esistito io, esisto io, è una forma del mio sentimento, è una parte di me. (da Ecologia e letteratura)

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Inutile cercare passi dei romanzi e dei suoi racconti in cui trovare citata Ferrara: Ferrara non è solo lo sfondo delle storie di Giorgio Bassani ma essa stessa la protagonista.

La Ferrara degli Estensi, quella del Ghetto ebraico e quella delle botteghe: la città che raccoglie e in cui convivono classi sociali diverse: nobili, gente comune, perseguitati dalle leggi razziali, partigiani.

 Ancor oggi non è difficile, frugando in certe bottegucce di Ferrara, mettere le mani su cartoline vecchie di almeno cinquant’anni. Sono vendute ingiallite dal tempo, macchiate di umidità. Una di queste mostra corso Giovecca, la principale arteria cittadina, come era allora, verso la fine del secolo scorso.

 Attraverso La passeggiata dopo cena, una delle Cinque storie ferraresi, la storia entra prepotentemente in Ferrara dove il tempo invece sembra essersi fermato.

Il piccolo negozio della felicità hygge

Un negozio di giocattoli può fare la felicità di grandi e piccini, inevitabilmente.

Il fascino esercitato da una vetrina addobbata per il periodo natalizio, con giocattoli di legno, sfondi colorati, puzzle compositi, scalda il cuore e fa ritornare bambini.

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Attorno a questo negozio di giocattoli ruotano le vite di tante persone.

Louisa, la proprietaria, che lascia la sua vecchia vita per cercare nuove emozioni in Spagna; Gavin, che fatica a gestire il suo pub, appassionato di scarabeo, Lauren e suo figlio che hanno un sacco di tempo libero, Roz la tipica amica impicciona.

E poi ci sono loro: Clara che è piombata nel Suffolk dalla Danimarca quasi senza bagaglio e Joe, il figlio di Louisa, preoccupatissimo e stressatissimo.

Clara si offre come custode dell’appartamento e del negozio di giocattoli di Louisa mentre lei sarà via in cambio dell’ospitalità; la ragazza sembra prendere sul serio il suo incarico che in realtà si è procurata e mettendo a frutto le sue capacità creative e relazionali riesce a trovare il modo per ridare vita a quella bottega che sempre più clienti stavano cominciando a disertare.

Ma Clara ha una marcia in più ed è la ricetta segreta della felicità hygge, importata direttamente dalla Danimarca:

“…non esiste una parola nella nostra lingua che abbia lo stesso significato… ma significa qualcosa come “accogliente”. Vero Clara? Ecco perché accende sempre le candele. La teoria che si cela dietro questa parola è che, se si rendono gli ambienti accoglienti, belli e higheh, è più facile essere felici, e i danesi sono statisticamente le persone più felici del mondo…”[…]

“Non è soltanto una questione di candele e altri oggetti, è uno stile di vita. Credo si tratti in sostanza di stabilire delle priorità. Il concetto fondamentale è che, se stiamo a casa e siamo circondati da amici, famiglia, buon cibo e belle cose, possiamo trascorrere dei momenti hyggelig”. 

La ricetta della felicità hygge, il piacere delle passeggiate nella natura e il sapore delle piccole cose, contrastano fortemente con la logica degli affari e del guadagno di Joe , il figlio di Louisa che non si capacita di come la madre abbia lasciato casa e negozio nelle mani di una sconosciuta. Se l’attività non rende è bene convertirla in un capitale da reinvestire, perché da figlio responsabile e previdente Joe sa che prima di tutto deve pensare al futuro e al benessere di sua madre.

Clara e Joe parlano due lingue diverse, appartengono a mondi diversi e lui non capisce come possa Clara impegnarsi per risollevare le sorti della bottega di giocattoli senza un secondo fine. Clara vorrebbe convincerlo della sua buona fede, delle sue intenzioni disinteressate e convertirlo alla sua filosofia hygge.

Intanto dalla Spagna, da Majorca, in giro per le Canarie, Louisa segue tutto a distanza, facendosi raccontare dal fidato Gavin come stanno andando le cose. Le sue parentesi su quella vita di eterna vacanza, fatta di sole e mare, fanno da contrappunto all’aria rigida del Suffolk, alle giornate grigie e all’umore cupo dei suoi abitanti.

Ma il richiamo di casa è troppo forte, la nostalgia che fa ritornare Louisa, per riprendere in mano la sua vita, è la stessa che fa cercare a Clara un luogo dove sentirsi amata.

Chissà a volte i miracoli accadono, specialmente a Natale…

Il viaggio di Oddo nella sua Valle della Decisione: l’Italia, la pittoresca

La Valle della Decisione è un romanzo di Edith Wharton, diverso da quelli che siamo abituati a leggere firmati dalla scrittrice americana.

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Romanzo monumentale per dimensioni e temi, Edith Wharton spiega di averlo costruito per “graduale assorbimento” attraverso cioè il contatto con il suolo, la cultura, la storia, l’ideologia, i paesaggi italiani. Certo la visione che ci viene presentata è piuttosto artefatta, soprattutto nella riduzione semplicistica delle distanze geografiche così come delle peculiari realtà locali di cui è costituita l’Italia. Non basta definirlo un romanzo storico perché è anche un romanzo di formazione e anche un romanzo ideologico. Sullo sfondo: un’Italia di provincia, del XVIII secolo, divisa in tanti staterelli, ostaggio della Chiesa che tiranneggia le coscienze più di qualsiasi ideale politico. L’ascesa del duca Oddo, la sua obbedienza alla ragione di stato, la sua ispirazione proveniente dalle idee illuministe dell’amata Fulvia non fanno che riproporre il conflitto interiore in cui si dibattono i personaggi della Wharton nei suoi romanzi.

Trovate qui alcuni passi che segnano i momenti salienti del viaggio del nobile Oddo Valsecca in cerca di ispirazione per realizzare la sua importante missione: realizzare l’illuminato “Gran Ducato di Pianura”.

L’arrivo in Piemonte:

… gli anni sembravano essere volati su di lui, e vedeva il mondo con occhi nuovi. Ogni suono e ogni profumo, lo attiravano al passaggio: al margine della strada spiccava nei dettagli come il primo piano di qualche minuzioso pittore olandese; ogni massa sospesa di rocce lontane, umide e scure, ogni ciuffo tardivo di campanule gli urlava: “Osservaci bene perché questa è l’ultima volta che ci vedi!”. Sembrava anche la prima, dato che aveva vissuto dodici estati italiane privo della sensazione di un’atmosfera imbevuta di sole che dà ad ogni oggetto, anche nell’ombra, un rilievo dorato. Ne era cosciente solo adesso che veniva invitato, per così dire, a sfiorare con le dita un messale rigido nelle sue foglie dorate e orlato da una varietà brulicante di insetti e germogli. La carrozza si muoveva tanto lentamente che Oddo non aveva alcuna fretta di girare le pagine; e ogni giallognola spiga di digitale, ogni nugolo di farfalle intorno ad un intrico di veroniche, ogni tremolio nell’erba sopra un filo nascosto di rugiada diveniva una meraviglia da toccare e di cui fare tesoro. Fu distolto da questo stato d’animo dalla svolta successiva della strada. Il sentiero, fino ad allora serpeggiante attraverso gole strettissime, ora si inerpicava su una cornice di rocce a strapiombo, sull’ultima scarpata delle montagne; e lontano nella vallata la pianura piemontese srotolava verso sud le sue interminabili lontananze verde-blu chiazzate di foreste. Una vista che elevava l’animo, poiché su quelle distanze soleggiate Ivrea, Novara e Vercelli si posavano come uccelli marini su un mare estivo. Era il futuro che si rivelava al ragazzo: foreste buie, ampi fiumi, città straordinarie e un nuovo orizzonte: tutto il mistero degli anni a venire era raffigurato per lui in quella grande pianura che si estendeva verso i più grandi misteri del paradiso. A tutto questo Cantapresto esprimeva approvazione con il suo sonoro russare. (pp. 68-69)

Lo scorgere Torino è fonte di ammirazione continua:

La vicinanza di una grande città cominciava già a rendersi evidente. La campagna densa di colori era disseminata di fattorie; le piccionaie dalle tegole rosse e le cascine coi loro graticci in mattoni a facciavista rompevano piacevolmente le distese di gelsi e granoturco; alcuni villaggi giacevano lungo le rive dei canali che intersecavano la pianura; e le colline oltre il Po erano punteggiate di ville e monasteri.

Per tutto il pomeriggio viaggiarono attraverso parchi ombrosi e sotto le mura di vigneti a terrazza. Era quella una regione dalle sfumature deliziose, con scorci qua e là di giardini sfolgoranti di fontane e ville con tetti adornati di statue e vasi; e finalmente, verso il tramonto, una svolta della strada li mise di fronte a una città piuttosto estesa, così rigogliosa di edifici e circondata di colline ridenti, che Oddo, balzando dal sedile, non poté trattenere un grido di pura gioia per quello spettacolo. Dovevano ancora attraversare la periferia e l’oscurità stava scendendo, quando oltrepassarono le mura di Torino. Nuove meraviglie si fecero incontro a Oddo: ampie strade illuminate dalle lampade, pulite e luminose come una sala da ballo, fiancheggiate da palazzi e colme di passanti ben vestiti; ufficiali in brillante uniforme sarda, eleganti gentiluomini in parrucca francese e giacche dalle maniche strette; mercanti che, dopo il lavoro, si affrettavano verso casa; ecclesiastici in carrozze oscillanti, e damerini lanciati nei loro calessi. I tavolini davanti ai caffè erano affollati di gente oziosa che sorseggiava una cioccolata e leggeva le gazzette, e qua e là le entrate a volta di un palazzo lasciavano intravedere qualche gruppetto allegro di persone che cenava al fresco nei giardini rischiarati dalle lampade.

… “Ah cavaliere, state ammirando una grande città, una città famosa e felicemente definita “la Parigi d’Italia”. In nessun altro posto trovate strade così ben illuminate e ottimamente lastricate, negozi così pieni di articoli parigini, passeggiate così affollate di carrozze eleganti e di cavalli. Pensate che vita che può condurre qui un giovane gentiluomo! La corte è ospitale, la società amabile, i teatri hanno i migliori cartelloni d’Italia”.   (pp. 75-76)

Da Torino a Genova il passaggio è obbligato:

Oddo ne approfittò per visitare parecchi fra i piccoli principati a nord degli Appennini, prima di dirigersi verso Genova, da dove si doveva imbarcare per il sud. Quando lasciò monte Alloro, la campagna mostrava il volto sbiancato di febbraio, e i suoi occhi di nativo del nord rimasero stupefatti nel ritrovarsi, sulla costa marittima, nella piena esuberanza dell’estate. Adagiata su queste sponde alcionie, Genova, nel suo splendore scolpito e affrescato, proprio allora intenta a celebrare con il consueto rituale sfarzoso, l’ascesa di un nuovo doge, sembrava a Oddo la cornice riccamente intarsiata di certi “trionfi” del Rinascimento. Ma le sontuose dimore con i loro peristili di marmo, e le colorate ville immerse negli aranceti lungo la costa, ospitavano una società ottusa e dalle vedute ristrette, paga di ammucchiare ricchezze e giocare a biribì sotto gli occhi degli avidi ritratti di Van Dyck, senza alcun interesse per le questioni che si stavano dibattendo nel mondo. Una sorta di grassa insensibilità commerciale, una mancanza di distinzione personale, che giustifica la magnificenza, pareva a Oddo la nota prevalente del luogo (p. 285).

Da una città di mare all’altra, abbagliato dal blu del golfo:

… fece vela per Napoli… Poche città potrebbero essere più affascinanti, a prima vista, per lo straniero… il mare e la terra la cingevano così splendidamente, il sole e la luna la irraggiavano con tale copiosità d’oro e d’argento, che sembrava immersa nei colori della natura circostante. E che natura, per occhi sottomessi alle sobrie tinte del nord! La sua qualità spettacolare -quella studiata sequenza d’effetti, che si estendeva dal profilo traslucido di Capri e delle montagne di un blu fantastico della costa, fino al Vesuvio, che levava alta la sua fiaccola sulla piana- questa generosa risposta alle rivendicazioni della fantasia faceva pensare alla sconfinata invenzione di qualche grande artista di paesaggi, qualche Veronese olimpico, con il mare e il cielo per tavolozza. E poi la città stessa, stipata tra la baia e le montagne, ribollente e gorgogliante come il calderone di un Titano! Qui c’era la vita alla sua fonte, non controllata, guidata, sfruttata, ma che sgorgava spontanea attraverso ogni fessura delle mura brunastre e delle strade maleodoranti: amore e odio, gioia e follia, insolenza e avidità se ne andavano nudi e spudorati, come i lazzaroni sulle banchine. Oddo trovava affascinante questa variegata superficie (p. 286).

Una visita rapita all’Abbazia di Montecassino:

…propose a Oddo che, sulla strada per Roma, visitassero… l’antica fondazione dei benedettini a Montecassino. Questo venerabile monastero, innalzato sulla cima del monte che sovrasta la trafficata valle del Garigliano, simile a qualche spirito che contempli, dall’alto, i contrastanti problemi della vita, potrebbe benissimo essere scelto per rappresentare il lato più nobile del celibato cristiano, poiché per quasi un millennio le sue mura fortificate sono state la roccaforte dell’umanità, e generazioni di studenti hanno conservato e accresciuto i tesori della sua celebre biblioteca. … per Oddo fu il periodo più piacevole che avesse conosciuto. Venire destati prima dell’alba dalla campana che chiamava alle laudi; alzarsi da quel lettuccio nella cella imbiancata e, aperta la finestra, guardare fuori sulla vallata avvolta nella foschia, con le scure colline degli Abruzzi e il remoto chiarore del mare riportati alla vita dal sole nascente… (p. 298).

Fino allo stupefacente arrivo a Roma, la divina:

“Conoscere Roma significa aver assistito ai concili del destino!” Questo proclama di un viaggiatore ben più celebre dev’esservi dibattuto nel cuore di Oddo, per trovare infine espressione quando quella grande città, la città della città, lo aveva avvolto col suo fascino irresistibile. La prima impressione, mentre si dirigeva nella luce chiara della sera, da Porta del Popolo al suo alloggio in via Sistina, fu di una prodigiosa accumulazione di effetti architettonici, un affollamento di secoli e secoli, tutti fusi nel crogiolo del sole romano, così che ogni stile sembrava collegato all’altro da qualche sottile affinità di colore. Certamente in nessun altro luogo il primo approccio del visitatore è talmente denso di sorprese, di sfide contrastanti per l’occhio e per la mente. Ecco, al passaggio, un frammento delle antiche mura di Servio Tullio; là, un tempietto moderno in stucco, incastonato nei mattoni di un palazzo medievale; da un lato, una terrazza elevata coronata da una fila di busti sgretolati, dall’altro, una torre con parapetto munito di piombatoi, con i fianchi rivestiti di pezzi di sculture romane e di stemmi dei papi del XVII secolo. Di fronte, forse una delle chiese marrone-dorate del Fuga, con santi battuti dal vento, che sbucano fuori dalle loro nicchie e dominano dall’alto le nereidi di una fontana barocca; o una vecchia casa, che si sorregge come un mendicante paralitico contro una fila di colonne corinzie; e dovunque scalinate che conducono su e giù per i giardini pensili o sotto passaggi a volta, e, a ogni svolta, rivelano una lontana veduta delle mura di un convento lungo un pendio a vigneto, oppure rovine rosso-brune profilate contro le estensioni simili al mare della campagna romana.

I riferimenti sono all’edizione Diabasis.

Afrodite bacia tutti di Stefania Signorelli

Ma non è mica vero che gli dei greci vivono solo sull’Olimpo.

In Afrodite bacia tutti, dei e dee sono uomini e donne dei giorni nostri alle prese con i problemi e la quotidianità di questi tempi nemmeno poi così strampalati.

cover-web.jpgLe caratteristiche impersonate da Afrodite, Narciso, Achille, Ettore, sono sempre valide, perché connaturate alla natura umana e quindi destinate a incarnarsi in tipologie antropologiche prodotte dalla società moderna.

Mariti separati, mogli abbandonate, uomini traditi, donne alla ricerca di amore: la vita offre un campionario di situazioni terra terra, affatto idilliache.

Questo libro mostra, con una sorta di verismo plastico, gli aspetti meno romantici delle relazioni umane con i loro difetti e le loro incapacità, ai limiti del patologico.

Si tratta di una raccolta di racconti che hanno come protagonisti gli eroi e le eroine della mitologia greca che per l’occasione però, vestono i panni di persone comuni; perciò può accadere che Afrodite sia una bambina che regala baci a tutti ma da grande diventa una donna che non dona il suo cuore a nessuno, o che Achille sia uno spietato capoufficio la cui ira può scatenarsi in modo terribile.

“La bambina più bella che abbia mai visto” dicevano un po’ tutti… Lei ci mise un po’ a capire che Bellissima non era il suo nome di battesimo. Anche perché Afrodite lo si usava poco, era un nome da adulta, il nome che avrebbe portato ma che ora le stava come un vestito della madre.

O, viceversa sui potrebbe anche dire che il mito si aggiorna, si attualizza e si cala nella vita che ci circonda: Ulisse, re di tempeste e di bugie, diventa un marito fedifrago che infrange più di una promessa e non si decide a tornare dalla sua Penelope tradita, le fatiche di Ercole sono dover sopravvivere a un divorzio che ha prosciugato tutte le sue energie.

Il cielo ha l’aria di avere esaurito i fiocchi di neve e riposa come se sgravarsi l’avesse reso più gelido. Ercole cammina, rabbia e neve sparse attorno. Dai giorni del divorzio occupa un monolocale nel centro storico, in un quartiere che sembra un abito smesso, ancora abbastanza buono per non farsi buttare da chi non può disporre d’altro.

Un’idea originale, confezionata con uno stile asciutto, assolutamente efficace e diretto, che ottiene un risultato curioso e ha il pregio di rispolverare antiche reminiscenze classiche di liceo per decretarne l’assoluta e vera immortalità.

 

Le Marche, accoglienti per natura, arte e storia.

Le Marche raccontano una storia antica intrisa di bellezza e di arte su uno sfondo poliedrico per natura.

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Il mare orla di onde azzurre le coste; colline verdi tintinnanti di ulivi digradano morbide verso valle, la catena rocciosa degli Appennini le delimita a ponente. I secoli di storia hanno impresso la loro veste architettonica alle munite città picene, le borgate e i templi romani, le rocche medievali, i castelli turriti e le regge del rinascimento, le città chiuse e i raffinati palazzi, le chiese sontuose e i santuari romanici, i romitori francescani e le abbazie.

L’Arte trovò in questa regione la perfezione in tutte le sue espressioni. Poeti e artisti la immortalarono a cominciare da Dante che, a prescindere dal fatto -accertato o meno- che fosse passato per Ancona, sintetizzò il suo giudizio sulle Marche definendole “il bel paese/Che siede tra Romagna e quel di Carlo” (cioè l’Abruzzo dove iniziava il Regno di Napoli).

Più dettagliata la descrizione dei luoghi del suo soggiorno al monastero di Fonte AvellanaTra due liti d’Italia surgon sassi… /tanto che i toni assai suonan più bassi/ e fanno un gibbo che si chiama Catria/di sotto al quale è consacrato un ermo.

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Cecco d’Ascoli  già esprimeva il proprio rammarico per la scarsa considerazione riservata a questa regione così bella: O bel paese con li dolci colli/perché no’l conoscete, o genti acerbe/con gli occhi avari ed invidiosi o folli?/Io se pur piango dolce mio paese/che non so chi del mondo  ti conserba/facendo contro Dio cotante offese.

Da parte di Leopardi, nonostante le invettive al natio borgo selvaggio, ci fu più amore che indifferenza e perfino il Carducci frenò il suo fiero impeto verso questa “terra così benedetta da Dio, di varietà, di ubertà/tra il digradare dei monti che difendono;/tra il distendersi dei mari che abbracciano/tra il sorgere dei colli che salutano/tra l’apertura delle valli che arridono… “

Designata da Massimo D’Azeglio come “la più pittoresca regione d’Italia” la nostra, agli occhi di Giovanni Bucci, docente e scrittore, appariva una “Regione lineare, dunque, e sottile come l’Italia e come lei multanime ed immortale”.  Secondo Ernest Renan, filosofo francese, “Vi è nell’anima picena una certa dose di misticismo e di superstizione; naturale in una terra le cui città si gloriano di tanti santi”. La bontà d’animo dei marchigiani è elogiata dalla poetessa Maria Alinda Brunacci Buonamonti: “Si nota nell’anima picena la negligenza del dolore per l’amore; un’armonia intima che, riflettendosi in armonia esterna, diventa grazia, un fondo di bontà indulgente, di fede in ogni cosa, proprio degli uomini giovani e buoni”.

Al giornalista e scrittore Alighiero Castelli che rimproverava le Marche di non sapersi “fare réclame” per aver dato i natali a geni come BramanteRossiniRaffaello, Leopardi, risponde Arturo Vecchini, oratore marchigiano che formula una splendida sintesi della multiforme varietà delle risorse di essa, un vero e proprio manifesto promozionale: “Muovano da ogni parte  gli Italiani a conoscere da presso le Marche, nella loro singolarità e varietà, in quel che alla cara terra materna l’arte e la natura hanno più dato di bellezza luminosa e feconda – nelle spiagge tra le cui limpide acque è dolce cercar bagni di luce e di salsedine, dalle cui sponde salutano gli agili palmizi e i rossi oleandri – nelle rupi gigantesche, come San Leo, in cui par che si aggrondi la fronte di un guerriero ferrato; nelle grotte profonde come Frasassi, in cui l’aquila forma il volo e giacciono i fossili millenari; negli archi romani come quelle che Traiano eresse al suo trionfo; nei trafori di granito scalpellato come il Furlo dalla mano dell’uomo in cui Cesare Augusto Vespasiano incise la maestà eterna dell’Urbe; negli eremi memori della povertà francescana e di leggiadria semplice, più preziosa dell’oro; nei templi pagani spiranti ancora la grazia e nelle basiliche sontuose…; nelle rocche malatestiane e nei palazzi del Rinascimento; negli arditi greppi, per le cui arie diafane vide il Sanzio le sue Madonne; nelle raccolte città, tra le cui mura squillarono le musiche nuove; nei campi di battaglia che udirono il cozzo delle armi …nei pianori e nelle boscaglie, nei verzieri e negli orti, nelle pergole e negli aranceti, nel cielo e nel mare, nelle calme e nelle tempeste, dove è l’eco ed il trillo, dove qualche cosa piange accoratamente e sorride con diffusa letizia, dove è la natura e la storia, la memoria e il presagio, l’intelletto e l’anima marchigiana”.

Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim di Carmela Giustiniani. Flower-ed

Perché è stato scelto questo pseudonimo per Mary Annette Beauchamp? Di che nazionalità era? Quando è nata la sua passione per i giardini?

Questo volume, scritto da Carmela Giustiniani e pubblicato da flower-ed, risponde a tutte queste domande e curiosità raccontandoci la storia di Elizabeth von Arnim. Un contributo che va a colmare una vistosa lacuna e che diventa all’occorrenza guida e/o consiglio di lettura.

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Che è anche un pregiatissimo studio sulla vita e le opere scrittrice molto conosciuta nella sua produzione letteraria, meno nota dal punto vista personale per la mancanza di una vera e propria biografia edita in italiano.

Carmela Giustiniani ripercorre infatti la vita della scrittrice attraverso le sue stesse opere che corrono parallelamente alle esperienze, per lo più fallimentari e drammatiche che ne hanno segnato lo svolgimento. I romanzi di Elizabeth seguono la parabola discendente della sua esistenza, riproducendone gli stati d’animo, la ricerca di solitudine, i dolori, le consapevolezze. Dapprima le sue eroine sono ragazze ingenue, convinte della bellezza della vita e poi diventano donne ciniche e disilluse.

Il ritratto di Elizabeth von Arnim che ci consegna è quello di una donna che ha cercato sempre di trovare la felicità della sua dimensione, capace di teneri affetti e disillusa dall’amore coniugale, a suo agio sperduta tra le montagne più che nelle occasioni mondane che pure frequentava assiduamente, consapevole della propria eccentricità e della necessità di compromessi per potersi dedicare alla sua passione, dotata di una squisita sensibilità moderna venata di sottile ironia.

Nonostante l’altisonante titolo di Contessa con cui era ufficialmente nota non si prese mai troppo sul serio, e attraversò la vita con una levità che non era superficialità ma consapevolezza che ovunque, e nonostante tutte le avversità della vita, le sarebbero bastati un giardino, la scrittura e un cane per essere perfettamente, completamente felice.

Una guida semplice ed efficace per conoscere Elizabeth von Arnim come donna, come moglie e come madre, indispensabile per capire meglio la sua opera e la sua scrittura.

Un ottimo sussidio per come è strutturato facendo sì che la vita e le opere appunto procedessero ora parallelamente, ora intersecandosi attraverso passaggi nascosti e cunicoli segreti. Così appendiamo chi ha ispirato il barone Otto e che Mary Annette ha partecipato davvero a una gita in carrozzone nel Kent, che c’era uno chalet in Svizzera in cui andava a rifugiarsi tutta sola e che purtroppo la storia di Christine è ispirata al tragico destino di una delle sue figlie che per una di quelle ironie della vita si chiamava Felicitas.

Un libro davvero prezioso perché guida esplicativa alla lettura dei romanzi di Elizabeth von Arnim, suggerimento di nuovi titoli per chi non li conosce, un approfondimento per chi li conosce già; caratterizzato da uno stile sobrio e diretto che riserva pagine vibranti, arricchite da passi tradotti delle lettere:

Sono felice che Dio mi abbia fatta scrittrice, anziché qualcos’altro. Quanto avrei odiato avere una passione per la cucina.

La madre sbagliata di Sally Hepworth

Un coro a tre voci questo libro che celebra il mistero della nascita, della venuta al mondo degli esseri umani. Bisogna essere un po’ speciali per assistere una donna al parto e questo libro ci mostra tutta la gamma di emozioni e travaglio che esso comporta.

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Qui sono all’opera tre generazioni di ostetriche che raccontano il loro diverso modo di vivere la maternità, propria e quella che vedono esplicarsi attraverso la loro professione, antica come il mondo.

Si potrebbe dire che ero nata per fare l’ostetrica. Per tre generazioni le donne della mia famiglia avevano dedicato la loro vita a far nascere i bambini; ce l’avevo nel sangue, quel lavoro. Solo che il mio percorso non era stato poi così scontato. Non ero mia madre: una specie di hippie che intrecciava canestri e gioiva della magia di ogni nuova preziosa esistenza. E non ero mia nonna: saggia, sensata, con una fede incrollabile nell’energia del parto naturale. Non mi piacevano nemmeno granché i neonati. No, con la mia decisione di diventare ostetrica i bambini non c’entravano un bel niente. C’entravano le madri, piuttosto. 

Floss, Grace e Neva si alternano nella successione dei capitoli scandendo la narrazione dal loro speciale punto di vista. Un romanzo di donne ma non esclude gli uomini. Storie di donne che vivono la loro maternità con esperienze diverse.

Un riferimento ancestrale alla capacità procreativa femminile che diventa strumento di creazione e allo stesso tempo arma a doppio taglio per l’immenso potere di cui viene investita la donna e l’inestimabile tesoro di cui diventa depositaria.

Nipote madre e figlia: l’arte maieutica si è tramandata in linea più o meno diretta, lungo il ramo femminile della famiglia con sensibilità, metodi, convinzioni diverse, ma la stessa passione e dedizione che le rende operatrici del miracolo della vita con tutto il suo carico di gioie e di dolori. Neva e il suo bambino di cui non vuole rivelare la paternità; Grace alla ricerca della famiglia che non ha avuto, e Floss fuggita oltreoceano per ricominciare una vita nuova da sola con la sua bambina. Ognuna di loro è stata protetta da un segreto che può cambiare le loro certezze ma non l’amore che lo ha ispirato.

Laddove si indugia in modo anche impressionante sui particolari e la fisicità del parto naturale, questa storia finisce per veicolare il messaggio che la maternità non è solo quella biologica:

In una famiglia il legame biologico è solo uno dei tanti fattori in gioco

La vita è più forte di tutto.