La Felicità domestica

Lev Nikolaevic Tolstoj – traduzione e note di Clemente Rebora – Fazi

Anteprima

Che ameno quadretto domestico è quello tratteggiato da un giovane Tolstoj che per ambientarlo sceglie la casa o meglio la tenuta dove ha trascorso la sua infanzia.

Come ogni buon marinaio, prima di partire per i grandi viaggi in mare aperto di Guerra e Pace e Anna Karenina, Tolstoj decide di esplorare i fondali più vicini e non si fa scrupolo di utilizzare una propria esperienza autobiografica per cominciare a scandagliare le insondabili profondità dell’animo umano.

Soffuso da un senso di tranquillità bucolica e isolamento protetto, il romanzo breve diviso in due ben distinte parti, La felicità domestica ha il profumo della primavera che sboccia, come la giovinezza di Mascia (che in realtà sarebbe il vezzeggiativo di Maria) si schiude ai primi palpiti dell’amore. Sottolineata da un accompagnamento musicale costante e struggente insieme, composto da malinconie, rimembranze e teneri affetti.

Orfana di entrambi i genitori, vive da sola con la governante Katia e la piccola sorellina Sonia in questo piccolo angolo di paradiso agreste dove gli echi del mondo giungono dall’amico di famiglia che si reca in visita da loro.

Giunse, la prima volta, sul far della sera, proprio quando egli era meno aspettato da noi. Sedevamo in veranda, e ci si disponeva a prendere il tè. Il giardino saliva ormai in pieno verde, e nelle aiuole infoltite gli usignoli avevano già preso dimora per starci fino a San Pietro. Cespugli fronzuti di serenelle, qua e là, davano come se fossero stati aspersi per disopra con un che di bianco e di lillà: poi che i fiori buttavan già lì pronti a sbocciare. Il fogliame del vialetto di betulle era trasparente al sole tramontante. Sulla veranda, fresc’ombra. Forte rugiada serale andava certo posando sull’erba. Nella corte, dietro il giardino, gli ultimi suoni del giorno: il trambusto del ricondotto gregge.

Viviamo insieme a Mascia la trepidazione per l’attesa di Serghiei partecipando a quei piccoli turbamenti dell’anima che si scopre desiderata e non più ignara. Assistiamo con un sorriso al piccolo rituale di corteggiamento fatto di ritrosie, ammiccamenti e indecisioni, come tra due splendidi uccelli piumati che ora avanzano ora indietreggiano per poi librarsi insieme nel cielo in un melodioso canto.

È la differenza d’età a impensierire Serghiei, conscio che la sua maggiore esperienza della vita lo porterà ad amare in modo incondizionato, mentre l’ardore mostrato dalla ragazza potrà accendersi e spegnersi con la stessa rapidità di un fuoco di paglia giovanile. Ma con tutto l’entusiasmo contagioso di cui è capace, Mascia convince Serghiei a capitolare. Non avvenne altrettanto per Lev Tolstoj che, divenuto tutore di Verija Vladimirovna Arsen’eva, giovane ventenne e orfana di entrambi i genitori, decise di spezzare ogni legame con lei, rimanendo fermo nei suoi propositi e scegliendo forse poi questo racconto come manifesto delle sue ragioni.

“La felicità domestica” raggiunta dalla neo coppia è troppo bella, troppo perfetta per durare e come ogni lieto fine raggiunto troppo presto, si avverte tra le righe del racconto che una nube si sta addensando sui due novelli e ingenui sposi.

Soprattutto Mascia si trova stretta nel suo nuovo ruolo, impaziente di conoscere e vedere come va il mondo, com’è la città, che cosa accadde nell’alta società, per poi ritrarsene disgustata.

Ma peggio era per me sentire come giorno per giorno le abitudini quotidiane ribadissero la nostra vita in una forma fissa, come il sentimento nostro, non che libero, divenisse anzi schiavo di un impassibile fluire monotono del tempo. Al mattino si era allegri -per pranzo, rispettosi – di sera, teneri.

Un intento didascalico contro i facili entusiasmi giovanili o una prova per saggiare i propri mezzi, le proprie capacità narrative? Il trentaduenne Tolstoj non poteva sentirsi così anziano da dispensare consigli dall’alto delle sue esperienze, essendo più probabile semmai che le volesse mettere a frutto per l’occasione.

No, il modo in cui si insinua nell’animo femminile, decidendo di adottare in modo sorprendente il punto di vista di Mascia in prima persona, pur continuando a tenere a bada il Serghiei che c’è in lui, ha un qualcosa di disarmante, almeno quanto il finale di una precoce felicità domestica.

Stupende la traduzione e la resa linguistica in italiano confluite in una pregiata prosa poetica. Da leggere!

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Libri, amori e segreti – Gennaio

Nel club di lettura di Della Parker, il libro del mese di gennaio è Emma di Jane Austen.

La componente del gruppo che più le assomiglia è Anne Marie che proprio come Emma, è troppo indaffarata a impicciarsi nella vita degli altri, per fermarsi un attimo a leggerlo.

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Nel precedente numero, quello di dicembre, avevamo conosciuto il gruppo di ragazze, molto diverse tra loro, ciascuna con la sua vita chi single, chi sposata o madre, con i suoi problemi, che costituiscono questo club di lettura anche per avere la scusa di vedersi almeno una volta al mese e fare una bella chiacchierata insieme.

Molto originale l’idea di scandire le uscite del libro a cadenza mensile, idea che, seguendo la modalità a puntate delle serie tv che oggi ama tanto il pubblico soprattutto dei più giovani, finisce comunque per creare affezione e attaccamento alla storia e ai personaggi.

Questo mese conosciamo meglio Anne Marie, una ragazza ricca, che gestisce un’impresa di pulizie e che smania per mettere ordine nella vita sentimentale degli altri, senza pensare di sistemare la sua. Per questo quando le amiche le comunicano il titolo del libro del mese sembrano tutte un po’ a disagio cogliendo forse sin da subito qualche somiglianza:

Jojo prese il libro e lesse ad alta voce la quarta di copertina: “Emma Woodhouse era il personaggio che Austen era sicura non sarebbe piaciuto a nessuno. Adora impicciarsi della vita sentimentale degli altri…” Si fermò. Anne Marie era perplessa. Perché sembravano tutte a disagio? Scosse la testa. A lei pareva un libro molto divertente.

Anne Marie ha mille impegni tra il gestire la sua attività, occuparsi del padre che vive da solo, combinare matrimoni tra i suoi amici; lei abita in uno splendido appartamento con vista dove decide di organizzare un party per trovare l’anima gemella per la sua dipendente Sophie. A questa festa invita il possibile candidato e altri amici tra cui Thomas che è una vecchia conoscenza di famiglia, osteopata del padre.

Mutatis mutandis ritroviamo una Harriet che dovrebbe trovare un nuovo fidanzato e un Dominic-Mr Elton che non ci pensa proprio a degnarla di attenzione preferendo invece provarci con Emma, alias Anne Marie, salvata dalle grinfie del villain proprio da Thomas, più grande di lei.

E doveva delle scuse a Sophie. Quell’affare di mettere insieme la gente non era così semplice come se l’era immaginato. Sapeva il cielo come si sentisse quella poveretta. Sarebbe passata a farle visita per controllare mentre andava dal papà.

Anne Marie infatti, non è né stupida né cattiva e si accorge subito che per aiutare gli altri ci possono essere molti altri modi. Comincia allora a pensare di rendersi utile ai suoi amici e a chi è in oggettiva difficoltà mettendo a frutto le sue risorse. Il riconoscimento sarà immediato e i risultati superiori a ogni aspettativa.

Molta dell’eleganza e dell’ironia delle situazioni tratteggiate da Jane Austen è andata perduta per colpa di questi tempi ma l’attualità della caratterizzazione dei personaggi dimostra ancora una volta l’immutabilità della natura umana e la straordinarietà della penna della scrittrice nel coglierla.

Inutile dire che aspetto la prossima uscita di febbraio per aggregarmi al gruppo e seguire una nuova storia di un’altra delle sue componenti, come in una versione di Sex and the City letterario. Arrivederci allora!

Borgo Storico Seghetti Panichi a Castel di Lama (AP)

Una Dimora storica, un piccolo Borgo antico, e Parco bioenergetico: tre meraviglie in una, racchiuse nel cuore della campagna ascolana. In provincia di Ascoli Piceno, nel territorio del comune di Castel di Lama, si affaccia sulla Vallata del Tronto il suggestivo Borgo Storico Seghetti Panichi: esso è composto da edifici di epoche differenti, la Dimora storica, antica fortezza medievale trasformata in palazzo di campagna nel 1700, l’Oratorio costruito nel 1608 che conserva preziosi affreschi attribuiti alla scuola di Biagio Miniera, la Residenza di San Pancrazio, la Torre Campanaria e altri edifici risalenti fra il Seicento e l’Ottocento, costruiti a ridosso delle antiche mura del castello.

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Ma la particolarità più significativa che rende questo sito un luogo unico e inimitabile è il Parco storico di rara bellezza, impiantato tra il 1875 e il 1890 dal famoso botanico tedesco, architetto di giardini, Ludwig Winter, oggi primo esempio di giardino bioenergetico in Europa.

Ludwig Winter stava lavorando per i fratelli inglesi Handbury a Ventimiglia quando la famiglia Carfratelli Seghetti gli diede l’incarico di reinventare in modo colto ed elegante il paesaggio circostante il palazzo. Il risultato fu una lussureggiante messa a dimora di piante tipiche del territorio marchigiano, accanto a palmizi esotici rarissimi e terrazzamenti prettamente liguri, ricorrendo a un avanzato impianto di irrigazione, vera opera ingegneristica e architettonica.

Oggi tutto lo sforzo profuso in questo pregiatissimo intervento paesaggistico non è andato perduto perché grazie alle recenti ricerche in campo bioenergetico e ad accurate rilevazioni fatte in loco, è stata rilevata e di conseguenza valorizzata la presenza di piante benefiche all’interno del giardino. Quello che Ludwig Winter da profondo conoscitore delle piante e delle loro invisibili proprietà curative aveva solo intuito, oggi riceve riconoscimento scientifico offrendo così a tutti la possibilità di passeggiare nel parco soffermandosi nei piacevoli punti di sosta creati appositamente per sfruttare al meglio le numerose aree bioenergetiche. Le straordinarie sensazioni che possono ricavarsi da una  splendida passeggiata nel giardino vanno da una generale sensazione di relax e serenità a un vero e proprio giovamento sulle condizioni di salute. Per fare qualche esempio: l’agrifoglio sprigiona i suoi effetti positivi sul sistema nervoso, il leccio sul sistema cardio-circolatorio e l’alloro ha un ottimo riscontro sul sistema immunitario.

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Il parco è visitabile tutto l’anno, sia con l’accompagnamento di una guida e secondo un percorso rigenerante completo, o anche liberamente, ma preferibilmente previa prenotazione.

Il Borgo Storico Seghetti Panichi è anche location per eventi e banchetti e struttura ricettiva. Ma per tutte le informazioni vi lascio il link del sito a esso dedicato, che potete seguire anche sulla pagina facebook: http://seghettipanichi.it/dimora/

 

 

Chiacchierata con Michela Alessandroni #Flower-ed edizioni

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Carissima Michela,

se esistesse il teletrasporto verrei a trovarti in montagna per fare una bella chiacchierata davanti a uno scoppiettante focolare e sorseggiando una tazza fumante di…

A proposito quale bevanda scegliamo come sottofondo aromatico di questa conversazione? Cioccolata, tisana o rimaniamo fedeli al classico, corroborante tè?

Cara Romina, benvenuta nella casa invernale di flower-ed. Sceglierei il classico tè bollente per restare fedele alle mie radici inglesi e ai nostri amati libri.

Siamo appena entrati nel 2018 e a me l’idea di avere un intero anno davanti suggerisce l’immagine stimolante di un lungo percorso pieno di sorprese da scoprire; è così anche per te? Come appare il nuovo anno dalle finestre di Flower-ed?

Ci saranno tante belle occasioni di incontro con i lettori anche quest’anno: un 2018 ricco di libri e di appuntamenti tesi allo sviluppo ulteriore di quanto abbiamo già realizzato più che al cambiamento. Una profonda e appassionata ricerca letteraria è stata e sarà ancora alla base di tutto.

Hai dichiarato, se non erro, di aver compiuto una scelta editoriale precisa d’ora in avanti riguardo alle nuove pubblicazioni: ci vuoi spiegare le tue motivazioni?

Con il 2017 si è concluso per me un ciclo importante, quello dedicato alla scoperta di nuove voci nell’ambito della narrativa italiana. La mia scelta non nasce dal disinteresse per i nuovi talenti e i trenta titoli di narrativa contemporanea pubblicati lo dimostrano; semplicemente sento che è giunto il momento di concentrare tutte le mie energie verso i territori, alcuni molto battuti e altri inesplorati, dei classici della letteratura, declinati nei vari generi: biografia, critica letteraria, narrativa.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Nel futuro di flower-ed vedo tanti libri e tanta interazione con i lettori: il mio grande obiettivo è rendere la casa editrice un punto di riferimento culturale importante e fondamentale per le tematiche di cui ci occupiamo.

Mai nome più azzeccato si rivelò quello attribuito alla collana Five Yards: ne sono state accorciate di distanze dall’inaugurazione di quella prima tappa! Puoi trarre un bilancio o condividere con noi le tue considerazioni?

“Five Yards”, la collana dedicata ai classici della narrativa, comprende al momento sei volumi: i quattro romanzi incompiuti di Charlotte Brontë tradotti da Alessandranna D’Auria, i meravigliosi racconti di Louisa May Alcott di “Una ghirlanda per ragazze” e il romanzo di Walt Whitman, ritrovato negli archivi nemmeno un anno fa, “Vita e avventure di Jack Engle” tradotti da Riccardo Mainetti. Abbiamo pubblicato opere mai tradotte in italiano e l’intento è quello di proseguire su questa strada: posso anticipare che l’autrice del prossimo volume è la straordinaria Lucy Maud Montgomery.

Quando intraprendi una nuova impresa segui il tuo gusto personale, l’affinità con un autore o anche per te alcuni autori sono una scoperta?

Seguo il mio fiuto da segugio da cui mi lascio condurre nelle ricerche editoriali e nelle scelte importanti. A volte mi sembra di avere un numero eccessivo di stimoli e interessi da seguire, per cui devo fermarmi e riflettere su quanto raccolto, valutare, selezionare.

Ma fai proprio tutto da sola? E come ci riesci?

No, non faccio tutto da sola. Innanzitutto ci sono gli autori e i traduttori della casa editrice. E poi mi affiancano nelle attività quotidiane due persone fondamentali: Giorgia nel lavoro di redazione e Marta in quello di amministrazione. Lavorano dietro le quinte, ma la loro presenza è per me importantissima.

Penso di interpretare il pensiero di tantissime lettrici come me nel dirti che una menzione a parte meritano le copertine di flower-ed, che potrei definire con un gioco di parole, fiore all’occhiello della sensibilità e del gusto della tua casa editrice, e ne sono diventate segno distintivo. Vuoi parlarci del lavoro che c’è dietro?

Il lavoro sulle copertine rappresenta una delle fasi più creative del mio lavoro, tanto che in quei momenti mi sembra quasi di ritirarmi dal mondo e dipingere una tela. Nella mia vita mi sono occupata più della parte testuale che di quella visiva, ho dato il titolo a diverse centinaia di libri, eppure questa visione d’insieme tra immagine e testo mi affascina moltissimo e sembra proprio che ai lettori il risultato stia piacendo. Dare una veste preziosa ai nostri testi è importante perché i libri di flower-ed sono tesori destinati a rimanere per sempre nelle case e nei cuori dei lettori.

La tua casa editrice, oltre all’insospettabile talento di indovinare i desideri più reconditi dei lettori, ha anche il pregio di essere molto vicina al pubblico con mille premure e attenzioni: oltre al blog, la newsletter mensile rimarrà un appuntamento fisso o dobbiamo aspettarci qualcosa in più? Hai pensato a istituire una mailbox?

La newsletter resterà un appuntamento mensile, in cui presenterò le notizie sulle uscite e gli altri appuntamenti. A questa si affiancheranno gli articoli del blog, in cui desidero raccontare passo passo tutto ciò che accade nel mondo di flower-ed e fornire al contempo informazioni utili sull’editoria. Il mio obiettivo è rendere il sito non solo un luogo in cui comprare prodotti, ma anche pagine da leggere per comprendere come quei prodotti siano nati e perché. Insomma, non solo un luogo commerciale ma anche editoriale. Vorrei inoltre aprire un canale diretto con i lettori: un indirizzo mail a cui scrivere per suggerire libri da tradurre e biografie da scrivere.

Le passeggiate letterarie hanno avuto molto successo e sono già state riprogrammate: ci racconteresti qualcosa?

Il primo ciclo di passeggiate letterarie è stato dedicato alla Roma degli Inglesi. Abbiamo esplorato la casa di Keats e Shelley a Piazza di Spagna, il Cimitero acattolico di Piramide, il Museo degli strumenti musicali e, nel periodo natalizio, abbiamo camminato sui passi di Charles Dickens, ripercorrendo una parte importante del suo viaggio romano. Le passeggiate riprenderanno con la primavera e questa volta ci dedicheremo a due personaggi italiani: Gabriele d’Annunzio ed Ersilia Caetani Lovatelli, della quale abbiamo pubblicato diversi saggi di storia romana. Lo scopo di queste passeggiate letterarie è quello di creare un momento di condivisione dell’esperienza culturale uscendo all’aria aperta, percorrendo le strade di Roma, incontrando autori e lettori dal vivo, vivendo di persona i luoghi della letteratura.

Vorresti regalare alle amiche di Pink Magazine una gustosa anteprima esclusiva?

Cominceremo l’anno dedicandoci a Charlotte Brontë e Jane Austen. Inoltre, come raccontavo prima, la prossima uscita “Five Yards” vedrà come protagonista Lucy Maud Montgomery. Ad aprile, infatti, è prevista la pubblicazione, come sempre in ebook e cartaceo, di “The Story Girl”, tradotto dall’eccellente Riccardo Mainetti.

Grazie Michela e buon lavoro!

Grazie a te!

 

Visitate il sito web della casa editrice per accedere al catalogo Flower-ed

 

La fattoria dei gelsomini

La fattoria dei gelsomini, di Elizabeth von Arnim. Anteprima della Edizione Fazi 2018

Ah quella tavolata esilarante che ci attende all’overture di La Fattoria dei Gelsomini! Che strampalata congerie di ospiti Lady Daisy Midhurst ha radunato nella sua dimora di Shillerton. E come è divertente scoprire i pensieri che si nascondono dietro alla facciata di buone maniere degli invitati, che faticano a rispettare le regole della buona creanza, messi così a dura prova da un menù ripetitivo a base di aspra uva spina!

L’invito in una delle dimore di Lady Midhurst era garanzia di qualità, come il marchio per l’argento, e certificava nel tempo il valore delle persone. Eppure, nonostante ciò, ciascuno di loro sentiva che la misura era colma. Ma in cosa consistesse realmente quel senso di disagio, nessuno sapeva dirlo. Naturalmente il clima aveva la sua parte di colpa…

L’avvio è scoppiettante come al solito, la penna di Elizabeth von Arnim trabocca ironia e buon gusto a sazietà, senza le complicazioni gastriche del conte tedesco, del vescovo indolente, dell’annoiato Mr. Torrens e dell’incantevole Rosie. Che poi tanto incantevole sotto sotto non è…

Ma il prosieguo è, se possibile, ancora più incredibile.

Carmela Giustiniani, nel suo “Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim” (Flowered, 2017) lo definisce “il testo più politicamente impegnato dell’autrice. Vi si trova infatti riprodotta la situazione politica dell’Europa di quegli anni: l’indolente e placida Inghilterra è rappresentata dall’eterogeneo gruppo di persone che si ritrova a pranzo presso l’aristocratica dimora di Lady Midhurst” e il conte tedesco impersona l’insidiosa Germania che si sta già rivelando appunto, anche alla tavola dei nobili inglesi, elemento di disturbo.

La storia presenta infatti sviluppi inaspettati, mentre sin dall’inizio grava sull’incipit del libro, una nuvola greve come l’afa estiva presaga di complicazioni. Dalle pieghe di pagine così divertenti e leggere da far dimenticare il dramma alla base della vicenda, trapelano amarezza per la difficoltà a essere madre, insofferenza verso i ménage matrimoniali che non si rivelano sempre buoni affari e la sconsolata consapevolezza degli imperativi ipocriti del bel mondo. Poi l’anima e lo sguardo si allargano sulla profumata e soleggiata campagna del sud della Francia e sulla splendida Fattoria di Gelsomini che riserverà sviluppi ancora più sorprendenti.

Regnava una calma assoluta in quel sonnacchioso pomeriggio estivo. Sulle colline si stendeva una cappa di immobilità. Il cipresso solitario, anch’esso immoto, sembrava scolpito nella pietra nera. Luce e ombra giocavano sull’erba dell’oliveto ai piedi del muretto e il gelsomino ricopriva i campi.

Un libro squisito, da gustare dalla prima all’ultima pagina, un tocco elegante, ironico ma compassionevole, delicato e sagace. Veramente bellissimo, uno dei miei preferiti di Elizabeth von Arnim. Solo un rimpianto: che sia finito, e mille volte grazie alla Casa Editrice che lo ha ristampato!

 

Lettere ad Alice che legge Jane Austen per la prima volta

 

Non so se definire questo libro un singolare epistolario o un singolare saggio; un dato certo ed evidente mi sembra però la singolarità, e del testo (o almeno della forma che si è voluto dare a esso), e di questa autrice contemporanea che ammetto subito di non conoscere affatto.

Si tratta della corrispondenza -a senso unico in realtà- tra una zia e una nipote che non si conoscono più di tanto. L’argomento delle lettere? Dare consigli alla diciottenne Alice che vorrebbe scrivere un libro ma non ha molta voglia di leggere né di studiare e comunque trova noiosi i testi che le propinano nei corsi scolastici.

Il compito che si assume la premurosa zia è combattere tutti quei luoghi comuni che insistono sulla scrittura di un romanzo da parte di una donna, prendendo Jane Austen come esempio. Usa almeno questo pretesto per analizzare le opere e la vita cercando di trarne massime valide anche al giorno d’oggi, e nel caso specifico di Alice ai suoi primi -e sembra proprio fruttuosi- esperimenti letterari. Consigli sulla trama, su come delineare i personaggi, sulla struttura del libro, sui suoi intenti, sulla sua possibilità di accesso alla Città dell’Invenzione: sono questi i temi, su cui non esistono regole precostituite ma su cui possono semmai darsi suggerimenti o spunti di riflessione attorno ai quali costruire un progetto e intraprendere un percorso creativo.

Mi sembra importante rivelare che il romanzo di Alice diventerà un best-seller, senza saper dire però se sia stato merito dei consigli della zia o delle sparute frequentazioni letterarie della ragazza stessa.

Indubbiamente le parti che ho preferito e apprezzato di più sono quelle in cui Fay Weldon parla di Jane Austen mostrandomi alcuni aspetti della sua opera o della sua vita sotto una luce diversa, interessante.

I primi libri li scrisse per leggerli ad alta voce… Il senso dei libri, la delicatezza della lingua, il fraseggio, i dialoghi: era tutto scritto per essere assorbito dall’orecchio, non dall’occhio.

Potrei anche non ritrovarmi nelle idee manifestamente femministe dell’autrice ma la sua ammirazione per Jane Austen è talmente genuina e devota da rendere difficile non concordare con lei su tutto.

(Nei romani di Jane Austen si nota che sono le donne più che gli uomini a sostenere conflitti morali. Ovviamente può essere un riflesso della vita. È perché faccio questo genere di osservazioni che tuo padre non vuole avermi a casa…)

“Mansfield Park” palpita dell’idea che ciò di cui hanno bisogno le donne è l’accudimento morale e la protezione degli uomini. Fanny alla fine sposa Edmund (ovviamente)… Alice, ho notato che nel mondo reale una donna peggio si comporta meglio se la cava.

Un prontuario di consigli utili, un piccolo omaggio a Jane Austen, un grande riconoscimento da sottoscrivere:

Jane Austen definisce i nostri difetti per noi, analizza le nostre virtù, e ci dice che se solo teniamo a bada gli uni con le altre, tutto alla fine andrà bene. Che essere buoni garantisca la felicità non è qualcosa di particolarmente scontato in nessuna delle nostre esperienze di vita quotidiana, eppure quanto vogliamo e abbiamo bisogno che sia vero. Ovvio che leggiamo e rileggiamo Jane Austen.

 

La piccola libreria di Venezia: viaggiando anche a Firenze e a Parigi

Chi non sogna una libreria specializzata in classici? Margherita, la protagonista di questo romanzo, ne fa la sua professione e sceglie prima di tutto i classici come suoi compagni di vita. Riesce a trasmettere questo suo amore anche a noi attraverso il testo che è disseminato di citazioni e di richiami, scegliendo quello che si adatta di più alla situazione del momento per tematiche o messaggio.

Leggere un classico è confortante (cap. 17), la sentiamo ripetere senza stancarsi mai.

Le magnifiche coordinate geografiche di questo libro, scelte da Cinzia Giorgio, sono tre splendide città d’arte come Venezia, Firenze e Parigi. Mettere a frutto le sue competenze di storica dell’arte e la sua passione per i libri e la scrittura dev’esserle sembrato così naturale che il risultato è un inno alla lettura e alla bellezza di cui siamo circondati.

Venezia è colta nei suoi angoli più nascosti, meno frequentati dalla massa informe dei turisti che al loro passaggio travolgono i particolari più poetici:

Lei si sentiva saldamente legata a Venezia, al mare, allo splendore delle architetture così uniche e inconfondibili. Olimpia le aveva permesso di lavorare part-time presso la sede veneziana della Maison de Fleury, che stava aprendo i battenti. La sede della Maison si trovava a campo San Bartolomeo, a due passi da Rialto.

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Dopo aver salutato con un sorriso il volto allegro della statua di Goldoni, era andata a piedi dal commercialista per iniziare le pratiche per l’apertura della libreria, per poi arrivare fino al sestiere di Castello, dove si trovava la bottega di famiglia, per parlare con gli operai. Era tornata quindi verso Rialto. Si sentì felice come non le capitava da un po’ di tempo, da quando Alain era uscito dalla sua vita. Aveva camminato a lungo tra le calli e i campi senza avvertire la stanchezza.

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 Margherita si guardò intorno, soddisfatta delle decorazioni con cui avevano addobbato la libreria: un ritratto di Elisabetta I campeggiava accanto al leggio e c’erano rose bianche e rosse ovunque in ricordo della Guerra delle due Rose; sulla porta del retrobottega, che fungeva da camerino, Niccolò aveva attaccato uno stemma araldico mentre il leone di Venezia dominava l’angolo in cui vi erano i libri ambientati in laguna. La gente era accorsa in massa a quell’evento, nonostante l’acqua alta.

All’ingresso della libreria, il ragazzo di Niccolò offriva della cioccolata calda quasi come premio al coraggio di aver sfidato le intemperie. In realtà pioveva ma non tanto da inzupparsi, quindi gli avventori erano stati numerosi anche per la temporanea tregua meteorologica: l’acqua infatti non aveva ancora invaso tutte le calli.

Firenze è un colpo al cuore, un vecchio amore mai dimenticato, foriera di sentimenti ed emozioni pronte a ridestarsi alla vista di siffatto spettacolo continuo dell’arte.

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Continuarono a passeggiare arrivando fino a Ponte Vecchio, dove rimasero a contemplare l’Arno che scorreva sotto i loro piedi. Il sole stava tramontando e solo allora Margherita si rese conto che la giornata volgeva al termine.

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Aveva un pessimo senso dell’orientamento, ma le bastò seguire il flusso di turisti che dalla stazione di Santa Maria Novella si dirigevano verso il centro della città per ritrovarsi davanti all’immensa mole del duomo. Il battistero ne copriva in parte la facciata senza tuttavia sminuire l’effetto di meraviglia che si provava nel trovarsi al cospetto di una delle cattedrali più belle del mondo. Margherita si fermò a guardarla per qualche minuto rapita. Aveva una laurea in Storia dell’arte, era stata a Firenze moltissime volte, eppure Santa Maria del Fiore esercitava su di lei un fascino magnetico. Sospirò, sentendosi felice di essere lì e per un attimo dimentica della sua missione…

Parigi veglia da lontano, insieme a Olimpia, le vicende di Margherita e sprigiona il suo fascino irresistibile e senza tempo, ma anche rassicurante.

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Proseguirono assieme lungo boulevard Saint-Germain. Erano entrambe silenziose e il vento che arrivava gelido impediva loro persino di guardarsi negli occhi.

Quando arrivarono al ristorante furono accolte dal tepore del locale e dall’allegro chiacchiericcio degli avventori. Margherita gli preferiva la mistica quiete del Café de Flore nei rarissimi momenti in cui c’era poca gente, ma a volte le piaceva anche il trambusto goliardico che si respirava a Les Deux Magots.

 12Un vento gelido misto a nevischio soffiava da giorni sulla città. I parigini attraversavano frettolosi i grandi boulevard per infilarsi nelle stazioni del métro a godere di quell’effimero tepore che concedevano i sotterranei e i cunicoli della Ville Lumière. Margherita emerse dalla stazione Madeleine per incamminarsi verso boulevard de la Madeleine e svoltare in rue Vignon.

 

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Il nostro breve ma intenso viaggio è finito ed è proprio questo libro, La piccola libreria di Venezia, che dobbiamo ringraziare:

I libri salvano la vita. Se non la salvano la migliorano, se non la migliorano la colorano e se non la colorano allora state leggendo il libro sbagliato. Ricominciate da capo. Non conosco libro che non mi abbia aiutato in un momento critico della mia vita, né conosco libro che non mi abbia fatto compagnia. Anche il più brutto, mi ha lasciato qualcosa. Di fronte a un libro non si resta mai indifferenti, almeno se ben scritto, s’intende.

Quando si legge si entra nella mente dello scrittore, si apre un varco spazio-temporale che ci fa vivere davvero le vicende di cui leggiamo l’evolversi.

Perché come scrisse Emily Dickinson in una poesia: “Non esiste un vascello veloce come un libro per portarci in terre lontane…”

Urbino città natale di Raffaello

Raffaello Sanzio figlio di Giovanni Santi e Magia di Battista nasce a Urbino il 6 aprile 1483 e qui viene battezzato. Scrive il Vasari:

«l’anno 1483, in venerdì santo, alle tre di notte, da un tale Giovanni de’ Santi, pittore non meno eccellente, ma sì bene uomo di buono ingegno, e atto a indirizzare i figli per quella buona via, che a lui, per mala fortuna sua, non era stata mostra nella sua bellissima gioventù». (Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Vita di Raffaello da Urbino, Firenze 1568)

La città marchigiana era nel periodo del suo massimo splendore: alla corte di Federico da Montefeltro erano chiamati artisti di fama, che lavoravano alla realizzazione del magnifico Palazzo Ducale. Anche il padre di Raffaello, Giovanni Santi, era artista che lavorava per la corte e aveva a bottega numerosi apprendisti, tra cui ci s’immagina anche il ragazzino.

Casa Santi è visitabile tutt’oggi, è possibile percorrerne, salendo al primo piano, i corridoi e i vari ambienti, affacciarsi sul cortile con il pozzo, dare uno sguardo alla saletta e alla cucina e fermarsi meravigliati accanto alla pietra che macinava i colori che sarebbero poi serviti sulla tavolozza del piccolo artista. Al piano terra c’è infatti la bottega di suo padre Giovanni Santi, oggi usata per mostre temporanee.

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In essa sono conservati vari oggetti appartenuti a Raffaello: copie di suoi dipinti, bozzetti per il suo monumento, omaggi di altri artisti.

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Nella camera da letto di Raffaello è possibile ammirare l’affresco della Madonna col Bambino che pare l’artista abbia dipinto giovanissimo insieme al padre.

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Giovanni Santi non era quel pittore “non molto eccellente” che Vasari vuol far credere; la sua era una bottega molto rinomata e ben frequentata e quando egli purtroppo morì, nel 1494, lasciò Raffaello che era poco più di un bambino, a 11 anni, erede e (qualche anno più avanti) padrone di una potente bottega, attivissima e influente sugli artisti della sua generazione (a conferma del successo di Giovanni Santi) e che continua per merito di Evangelista da Pian di Meleto, il collaboratore di fiducia del padre.

Alcune delle opere più famose di Raffaello Sanzio sono esposte a Palazzo Ducale di Urbino.

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Sicuramente si rimane incantati dinanzi a Lo sposalizio della Vergine con l’immancabile comparazione all’omonima opera del Bramante, anch’esso marchigiano e maestro di Raffaello.

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Il monumento celebrativo di Raffaello si trova esattamente in cima a via Raffaello Sanzio all’interno di un piccolo giardino con vista panoramica sulla città. Da qui il pittore sembra salutare il suo luogo natale e prendere le mosse per la sua successiva tappa formativa a Città di Castello con il Perugino. Dopo di che, passando per la breve ma intensa esperienza quadriennale a Firenze, Roma sarà la sua destinazione definitiva.

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Arrivederci a Urbino allora.

 

Canto di Natale di Charles Dickens

Canto di Natale di Charles Dickens, L’uomo che inventò il Natale

Siete stati a vedere al cinema il film “Dickens – L’uomo che inventò il Natale”? Non è il classico film di Natale né il classico film in costume, è qualcosa di più. La storia di un uomo e dei suoi fantasmi interiori e la storia di un’opera, il famosissimo Canto di Natale e come è venuta al mondo.

Non poteva esserci modo meno scontato di raccontare il processo creativo di uno scrittore che prima di tutto covava in sé storie di dolore e di abbandono mai dimenticate, pronte a risvegliarsi sulla scia di ricordi messi a tacere, ma inevitabilmente troppo forti per essere ignorati.

Tra i fantasmi del passato di Charles Dickens, scrittore di successo, che ha già pubblicato Oliver Twist ed è di ritorno da un significativo Tour delle Americhe, c’è quello che accende i riflettori sulla disumana realtà delle case lavoro in cui erano relegati i bambini abbandonati dalle famiglie (il padre era stato arrestato per debiti e il piccolo Charlie si era visto separare dai genitori e dalla sorella). Anche se vive in una bella casa con la moglie e la numerosa prole, lo spettro della povertà fa continuamente capolino dai recessi della sua mente, presa nella morsa della paura per il prossimo insuccesso. L’intuizione di scrivere una storia natalizia che parli di buoni sentimenti giunge così a dare una boccata di sollievo allo stato delle sue finanze già provate, ma l’ispirazione tarda a materializzarsi sulla pagina scritta e Dickens decide di autopubblicarsi, anche se spese e fatica raddoppiano. Per le strade di Londra, frequentando i quartieri più malfamati, in mezzo alla gente curiosa e strana, Dickens come una spugna assorbe i mille stimoli che gliene derivano e cerca il materiale per il suo nuovo racconto.

Grazie alla sua ossessione per i nomi strambi che annota su un taccuino, dà forma e corpo nel suo studio al personaggio di Scrooge che verrà condotto dagli spiriti del Natale passato, presente e futuro ad assistere alla peggiore rappresentazione di sé.

Ecco allora che si presenta a questo punto l’interrogativo su quale finale dare a questa storia e senza timore di spoilerare alcunché, tutti noi sappiamo come Dickens lo risolse e anche che il libro fu terminato in tempo per essere stampato per il Natale del 1843. Quell’anno in Inghilterra si registrò un considerevole aumento delle devoluzioni in beneficienza e non è sbagliato dire che Dickens ha da quel momento in poi cambiato il nostro modo di festeggiare il Natale colorandolo di quei sentimenti universalmente riconosciuti come l’amore, la generosità e la speranza.

Non stupisca nemmeno allora che, dopo la visione di un così emozionante e ben fatto film, si vada a riaprire The Christmas Carol nella recentissima edizione Bompiani, corredata dalle foto del manoscritto originale conservato alla Morgan Library &Museum di New York.

La sovracopertina con silhouette dorate di un gruppo variegato vittoriano, la prefazione curata da Colm Toibin e l’introduzione del capo settore manoscritti della Morgan Library, Declan Kiely, ci raccontano ancora meglio la genesi e la conservazione del manoscritto, dalla composizione dell’inchiostro usato da Dickens al metodo di lavoro e ai guadagni.

Il personaggio di Scrooge -il cui nome è un amalgama onomatopeico di screw (fregare, estorcere; avvitare, stringere) e gouge (cavare; spennare)- è una delle creazioni più vividamente grottesche di Dickens. Forse Scrooge vive e respira sulla pagina in modo così genuino perché Dickens fu in grado di infondergli, esagerando ed enfatizzando per ottenere un effetto più convincente, un po’ della rabbia, della misantropia e dell’ossessiva preoccupazione per il denaro che opprimevano la sua anima quando iniziò a scrivere la storia.

La premessa al racconto firmata dallo stesso autore è un’ammissione esplicita:

Con questo libriccino di fantasmi ho tentato di evocare il fantasma di un’idea che non indisponga i miei lettori nei confronti di loro stessi, del prossimo, del periodo natalizio o del sottoscritto. Mi auguro che esso infesti piacevolmente le loro dimore e che nessuno voglia liberarsene.

Il loro fedele amico e servitore, CD.

Dicembre 1843

Siamo pronti dunque per cominciare: che questo splendido Canto di Natale abbia inizio…

Marley era morto, tanto epr cominciare. Su questo non c’è alcun dubbio. Il registro del suo funerale era stato firmato dal pastore, dall’assistente, dall’impresario delle pompe funebri e dal principale ospite delle esequie. L’aveva firmato Scrooge, e tra i cambiavalute il nome di Scrooge faceva testo su qualunque pezzo di carta decidesse di firmare. Il vecchio Marley era morto quanto un chiodo di porta.

Dicembre 2017

Il Club del libro e della torta di bucce di patata a Guernsey

Mary Ann Shaffer & Annie Barrows

Edizioni Astoria

Si può parlare della seconda guerra mondiale e dell’occupazione tedesca con straordinaria soavità e levità? E può un romanzo epistolare contenere ed esprimere tutto ciò?

Ebbene sì, per quanto anche il solo accostamento di termini appaia incongruente, il risultato è invece una meravigliosa storia ottenuta con una tecnica patchwork il cui filo è tenuto da lei, Juliet, la narratrice-scrittrice. Perché in fondo si tratta di un libro nel libro, di una raccolta di lettere che intercorrono tra Juliet e gli abitanti dell’isola di Guernsey e tra lei e i suoi amici, cucite insieme con mano leggera e sguardo divertito.

In realtà le autrici di questa raccolta epistolare sono due, Mary Ann Shaffer & Annie Barrows, le cui voci si fondono mirabilmente in un unico stile, sulla stessa scia narrativa, in uno struggente avvicendamento, necessario da parte della nipote, per l’aggravarsi delle condizioni di salute della Shaffer.

L’idea originaria è sua: il caso volle che durante le ricerche per un altro libro che avrebbe voluto scrivere, Mary Ann rimase bloccata per una forte nebbia che impediva il volo, all’aeroporto di Guernsey dove lesse e scovò diverso e disparato materiale su quel singolare possedimento inglese nel canale della Manica. Da lì scoccò il colpo di fulmine e la storia di Guernsey e dei suoi abitanti prese il via nella fantasia creatrice di Mary Ann.

Come è possibile riuscire a scrivere degli orrori della guerra? Quello che i tedeschi hanno fatto agli altri esseri umani è qualcosa di indicibile e tremendo e anche nella piccola isola di Guernsey, che da possedimento francese, ha giurato fedeltà alla Corona, sono stati perpetrati ingiustizie e crimini inauditi.

Gli abitanti di Guernsey hanno trovato nei libri il modo per resistere e tenersi stretta la propria identità e se non fosse tragico pensare alla posta che c’era in gioco, si potrebbe sorridere delle loro irridenti trovate e dei loro ingegnosi espedienti. Un giorno inaspettatamente, mentre sta girando l’Inghilterra e la Scozia per la presentazione del libro appena uscito, Juliet, la protagonista del romanzo, riceve una lettera da un signore sconosciuto, che si presenta come membro del Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey. L’occasione è troppo ghiotta perché Juliet non inizi la corrispondenza con lui e con gli altri membri del gruppo, fino ad allargarsi ad altri abitanti interpellati e coinvolti a vario titolo.

La storia dell’isola, le vicende personali di ciascun corrispondente, i loro peculiari caratteri, si impongono prepotentemente a Juliet che comincia ad avvertire un inspiegabile quanto irresistibile richiamo verso l’isola sentendosene parte.

E non appena siamo giunti in vista dell’isola ho lasciato perdere l’idea, perché il sole è sbucato da dietro le nuvole e ha illuminato la scogliera, che sembrava d’argento. Nel momento in cui il battello entrava beccheggiando in porto, ho visto St Peter Port che si ergeva dal mare, e in cima una chiesa, come la decorazione di una torta. Il cuore mi batteva all’impazzata. Anche se ho cercato di ripetermi e di convincermi che era per via del panorama emozionante, in realtà sapevo il vero motivo. Tutte quelle persone che con il tempo sono arrivata a conoscere, e anche ad amare, erano in attesa di vedere… me”

Nonostante lo stile cittadino, i successi librari e la vita alla moda che conduce, Juliet abbandonerà tutto per raggiungere i suoi amici a Guernsey e partecipare finalmente di persona a questo singolare Club del libro che non chiude mai i battenti.

Il resto ve lo lascio scoprire in una lettura veramente piacevole, forte, eppure tenera.

Ah, dimenticavo, uno dei pezzi forti del Club è la signorina Jane Austen che ha gentilmente offerto spunto per il lieto fine. Ma questo, in tutta l’assonanza di pensieri e di intenti, era poco meno che ovvio.