Il castello blu

Il castello blu, Lucy Maud Montgomery. Edizioni Jo March

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Valancy Jane ha tutto per non essere considerata un’eroina: brutta, scialba, magra, insignificante, sfortunata. Avviata a diventare una zitella di ventinove anni, non ha attrattive fisiche né patrimoniali da proporre a un eventuale pretendente. Ammesso sempre che ce ne sia uno.

Una vita relegata a casa per via della sua salute cagionevole, repressa in ogni desiderio, istinto, minimo pensiero diverso da quello imposto dalla madre, una figura arcigna, dispotica, anaffettiva fino all’inverosimile.

Quella che ci propone Lucy Maud Montgomery è quindi una protagonista molto diversa dalla simpatica Anne o dalla incantevole Marigold, ma quando scrisse questo romanzo, verso la fine della sua carriera tra l’altro, l’autrice si proponeva di rivolgersi a un pubblico più adulto rispetto alle sue storie per ragazzi precedenti. E come Lucy Maud, avendo conseguito il successo e non avendo nulla da perdere, osa inventare un personaggio del tutto originale, sopra le righe, molto poco accattivante, così Valancy, quando scopre di essere affetta da angina pectoris, decide di non porsi più freni, di non autolimitarsi, stanca di assentire e sottomettersi a battute umilianti e cerimonie avvilenti.

Da sua abitudine, Lucy Maud Montgomery ha dotato anche Valancy, nonostante sia una ragazza più cresciutella, di una fervida immaginazione che funga da valvola di sfogo alle angherie quotidiane cui viene ingiustamente e, devo dire in qualche caso, cinicamente sottoposta.

La sua immaginazione disegna per lei un castello avvolto nella luce dello zaffiro, dove tutto emana bellezza e l’amore, di cui a Deerwood non c’è traccia, regna sovrano!

I suoi compagni inseparabili sono i libri e gli alberi del lago Mistawis, che sarebbe poi la trasposizione del lago canadese Muskoka:

Il bel vento umido che soffiava tra i boschetti di alberi selvatici dalle giovani foglie, le sfiorò il volto come la carezza di un saggio, tenero, vecchio amico. Alla sua sinistra, i pioppi nel giardino di Mrs Tredgold -Valancy riusciva a scorgerli tra la stalla e il vecchio negozio di carrozze- si stagliavano con le loro silhouette color porpora scuro contro il cielo terso, e una palpitante stella bianco latte si ergeva sopra uno di loro, come una perla viva sopra un lago verde argentato. In lontananza, oltre il Lago Mistawis gli indistinti boschetti ammantati di viola (p. 95).

La grande recriminazione di Valancy è quella di non aver avuto nemmeno un’ora di felicità per cui valesse la pena morire:

Non ho mai avuto un’ora veramente felice in tutta la mia vita… neppure una” pensò. “Sono sempre stata un’infelice incolore nullità. Ricordo id aver letto una volta da qualche parte che c’è un’ora grazie alla quale una donna potrebbe essere felice per tutta la vita se soltanto riuscisse a trovarla. Io non ho mai trovato la mia ora -mai, mai. E adesso non potrò più farlo. Se soltanto avessi trovato quell’ora, adesso sarei pronta per morire” (p. 68).

È molto ingenua Valancy, ma allo stesso tempo molto decisa a trovare la sua felicità, ingenua perché non sa che un’ora non le potrà mai bastare e perché la fame d’amore che nutre è troppo grande. Ugualmente smaniosa è la ricerca della felicità da parte di Lucy Maud Montgomery che sceglie di regalare alle sue eroine ciò che lei non potrà mai avere: con un matrimonio non riuscito alle spalle e una famiglia sfaldata, forse condensa in Barney le caratteristiche dell’uomo ideale che non è riuscita a trovare.

Un’opera di chiaro-scuro questa, che se non fosse basata su descrizioni crude e realistiche, sarebbe pervasa di aurea sognante, e se non fosse basata su una tragica sentenza, potrebbe concedere all’umorismo di certe situazioni e battute più di un sorriso.

Il tema della ragazza nubile avviata a diventare zitella e la cerchia di parenti gretti e prepotenti cui l’autrice non risparmia tramite l’irriverente Valancy i suoi strali ironici, una volta liberatasi da tutte le inutili ipocrisie, ha riportato per un attimo certe atmosfere di Jane Austen, specialista nel mettere in berlina vecchie matrone dall’alito cattivo o gentiluomini duri di comprendonio.

Nella prefazione leggo che questo libro si può considerare il manifesto poetico di Lucy Maud Montgomery che oltre a sublimare la sua condizione personale di infelicità coniugale, cercò qui di trasporre il ricordo veramente piacevole di una vacanza trascorsa a Bala, sul lago Muskoka, nell’Ontario. Le emozioni di quel soggiorno entrano prepotentemente nel libro, con delle descrizioni intense e suggestive di scenari incantevoli in cui dimenticare le sofferenze quotidiane e coincidono con i momenti più lirici della storia in cui Valancy acquisisce consapevolezza di sé e senso di appartenenza al creato.

Alla luce di tutte queste considerazioni, la storia rivisitata de Le signore di Missolungi di Colleen McCullough è uno stravolgimento che destabilizza e sconcerta, per le accuse di plagio, ma anche per una sorta di travisamento e stortura delle intenzioni dell’autrice.

Tra contaminazioni varie, comprese incursioni dal soprannaturale, la poesia de Il castello blu è svanita, evaporata insieme alle nebbie sospese sul lago.

Poesia a cui la giovane regina del castello blu è decisissima a non rinunciare:

nessun posto o luogo o casa in tutto il mondo avrebbe mai posseduto la magia del suo castello blu.

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Tutta colpa di Mr Darcy

Tutta colpa di Mr Darcy di Shannon Hale, edizioni Piemme, è un romanzo spigliato e accattivante.

Di genere moderno, con ritmi e soggetto moderni -si passa dall’aeroporto alla carrozza- asseconda quel sogno d’evasione delle lettrici più romantiche e che conoscono bene i romanzi di Jane Austen, in particolare Orgoglio e Pregiudizio.

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Avendo in questo caso già visto il film dal titolo originale altisonante di “Austenland” per noi tradotto con “Alla ricerca di Jane”, si conferma la mia convinzione: che è sempre meglio leggere prima il libro che del resto è la base di partenza. Qui le due versioni si completano e arricchiscono a vicenda. In questo caso almeno la versione cinematografica sicuramente aiuta l’immaginazione solleticata dagli scenari e dalle caratterizzazioni dei personaggi solo accennati sulla pagina scritta con rappresentazioni concrete e perciò più apprezzabili.

Il risultato è godibilissimo, una storia mai monotona e che rimane originale, ispirata alle e dalle opere di Jane Austen, ricca di citazioni letterarie in generale, ma anche in special modo austeniane, con richiami particolari a situazioni desunte da Orgoglio e Pregiudizio di cui Mr Darcy è l’eroe maschile, ma anche dagli altri romanzi Emma, Mansfield Park, Persuasione (anzi, a tal proposito c’è una curiosa espressa esclusione di Northanger Abbey dal novero delle fonti di ispirazione).

L’assunto di fondo su cui si basa il libro non lo condivido. Ognuno può leggere e amare Jane Austen a suo modo. È il segreto della sua straordinaria longevità e freschezza a duecento anni dalla morte ma farla diventare una santona dispensatrice di ricette d’amore per trovare l’uomo ideale personificato da Mr Darcy sembra un pochino forzato.

L’impulso alla storia consiste nel cercare di affrancarsi da questo ideale contro cui tutti i possibili fidanzati e futuri mariti di Jane, la protagonista, sono destinati a soccombere. Quindi la vacanza in questo ricreato mondo ottocentesco dovrebbe essere la medicina per farle una volta per tutte o smettere di sognare o finalmente trovare il suo Mr. Darcy. In una strenua lotta tra realtà e finzione, ideali e persone concrete, verrà messa a dura prova la lucidità di Jane, soprattutto relativamente ai propri sentimenti.

Un romanzo gradevole e simpatico, sicuramente da leggere: per sorridere e sognare.

 

A settembre si riparte con Flower-ed

A settembre la casa editrice Flower-ed riparte alla grande con un’agenda fitta di impegni.

Nella più schietta tradizione romana a cui rivendica l’appartenenza, inaugura, sia nello spazio fisico che in quello virtuale, una serie di passeggiate letterarie.

Di fatto la mattina del 23 settembre, un sabato, alle ore 10,00, ritrovandosi in piazza Barberini, si partirà alla scoperta della Roma degli inglesi attraverso quelle vie caratteristiche scelte da scrittori e poeti per godere di incantevoli scorci o degli stupefacenti tramonti sulle sfumature del travertino, anelando a partecipare della stessa immortalità della città eterna.

Gli appuntamenti poi proseguono sul web, dove sulla pagina facebook della casa editrice, si intavoleranno due interviste-conversazioni.

L’editrice Michela Alessandroni incontrerà sabato 16 settembre la sottoscritta Romina Angelici, autrice del compendio Jane Austen.Donna e scrittrice e venerdì 22 settembre Mara Barbuni, autrice dei saggi tematici Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana e Le case di Jane Austen. La partecipazione è aperta e rivolta a tutti quanti, senza barriere geografiche, con la possibilità di intervenire attivamente, cosa non sempre facile durante le classiche presentazioni di libri.

Ma la novità più bella, secondo me, è questa accoppiata di pubblicazioni che ribadiscono l’ampiezza di sguardo e l’amore per i libri da parte di questa casa editrice che vuole prendersi cura anche dei suoi lettori. Viene così inaugurata una linea di diari a tema letterario che  sottolineano la dimensione più intimistica degli scrittori. Già la formula scelta, quella del diario, indica una sensibilità e un’attenzione speciale a una forma letteraria prediletta dai lettori per catturare impressioni e considerazioni  indotte dalle loro esperienze di lettura.

Chi non ama la scrittura vigorosa e appassionata di Charlotte Bronte che in Jane Eyre ha raggiunto apici insuperabili? La possiamo ritrovare, in alcune perle incastonate come pietre rare, sulla pagina scritta: una rassegna scelta delle frasi più belle e delle citazioni più emozionanti nelle nuove traduzioni curate da Alessandranna D’Auria, con tutto lo spazio bianco a disposizione per aggiungerne a piacimento tra quelle che personalmente sono risultate più toccanti.

Ne Il diario di lettura invece ci viene offerta l’opportunità di tenere traccia, il conto e il ricordo dei libri che abbiamo letto così come delle esperienze che abbiamo vissuto insieme al bagaglio di nozioni utili ed emozioni prodotte. Un compagno prezioso e inseparabile che non può mancare nel cassetto di ogni buon lettore che si rispetti!

Sia Il diario di Jane Eyre sia Il diario di lettura saranno presto disponibili su Lulu e Amazon. Mi raccomando: qui è di rigore il cartaceo. Avete visto che copertine?!

 

Una piccola libreria molto speciale di Ellen Berry N&C

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Una madre che se ne va, tre figli molto diversi tra loro, una vita che sta scorrendo via troppo velocemente perché Della, la protagonista di questa storia che profuma di libri e di cucina, non si domandi che cosa sta facendo della sua opportunità.

La risposta le arriva inaspettatamente dalla collezione di libri di cucina, con i loro titoli improbabili e fantasiosi, che sua madre ha lasciato, ognuno dei quali reca tra le sue pagine l’odore o l’impronta di un ricordo dell’infanzia quando la mamma dimostrava il suo amore per loro cucinando qualche succulento manicaretto o sperimentandone di curiosi nuovi.

Da un senso di nostalgia indistinta alla presa di consapevolezza che in quei libri è nascosto il suo riscatto, è un attimo: Della inizia a fare in modo che diventi una meravigliosa realtà e non accetta consigli pessimistici o negativi avvertimenti: apre Una piccola libreria molto speciale, “La libreria di Rosemary Lane”, come non ce ne sono di uguali; speciale, perché la fa sentire speciale.

Purtroppo però, per un sogno che si realizza, altri ne vanno in frantumi e Della dovrà fare in modo di non essere travolta. Perché i libri, così come gli esseri umani, nascondono dei segreti, e riservano verità sorprendenti. A cui Della ha assistito ignara e che ora vuole apprendere fino in fondo.

L’importante è farsi stupire dall’imprevedibilità della vita e ripartire con gli affetti e le persone giuste.

Un libro che offre più di uno spunto di riflessione e un invito efficace a non lasciarsi sbiadire. Invito valido per le lettrici e i lettori di tutte le età.

 

L’ultima estate e altri scritti di Cesarina Vighy

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Arrivano dirette come pugni allo stomaco le parole di Cesarina Vighy.  Fluiscono i suoi ricordi, le immagini accostate per associazione di idee in una confessione autobiografica, non mediata da alcuna cifra stilistica. Cinica e anche un po’ antipatica risulta questa misantropa affetta da SLA che non cerca compassione, anzi la vuole scacciare.

Dicono che si nasca incendiari e si muoia pompieri. A me è successo il contrario: brucerei tutto, adesso.

Eppure, nelle pause del racconto, tra un’osservazione casuale e un’invettiva, ci sono momenti strazianti che ghiacciano il sangue.

Restano l’inutile pollice sovrapponibile e l’insopportabile coscienza di me.

La vita di Amelia è straordinariamente simile a quella di Cesarina Vighy. Nata a Venezia da una madre di umili origini e un padre intellettuale socialista, la ragazza approda a Roma ufficialmente per motivi di studio: l’amore dei genitori non le hanno risparmiato i primi dolori e le prime infide esperienze. Lascia il nido per la capitale che elegge subito a sua città d’adozione e qui inizia a costruire la sua felicità, grazie all’amore, alla famiglia costituita, alla figlia, al lavoro che ama. Tutto finisce quando le viene diagnosticata la malattia.

È coraggioso raccontare la propria storia e quella della sua malattia senza veli o falsi pudori. Diventa quasi incredibile possedere una simile lucida premonizione del proprio futuro fatale.

Non siamo tutti ugualmente inermi di fronte alla morte? Non è forse la sentenza gravosa che ci accompagna sin dalla culla e che si presenta a esigere il conto quando meno ce lo aspettiamo?

Come diceva Charlot, la vita vista in primo piano è una tragedia, in campo lungo una commedia.

Una donna che racconta la sua storia mettendosi a nudo perché ormai non ha più nulla da perdere urlando la sua ribellione, finisce per dare la ricetta della felicità e nonostante tutto grida il proprio attaccamento fisiologico alla vita.

Eccoci qua dopo anni di quiete che si potrebbero chiamare anni felici se solo sapessimo, mentre la si vive, che quella è la felicità.

Autentico atto di dolore e di attaccamento alla vita.

Questa rinnovata edizione Fazi , in uscita oggi, de L’ultima estate, vincitore del Premio Campiello opera prima, contiene anche altri scritti cioè un’anticipazione di quello che sarà l’ultimo romanzo di Cesarina Vighy intitolato: Scendo, buon proseguimento.

Si tratta di una collettanea di email scritte a familiari e cari amici in cui la scrittrice o meglio la donna, la madre, l’amica prende duplice e conflittuale congedo dalla vita e dalla malattia.

Queste lettere e poesie scritte al computer, nonostante la perdita dell’uso delle altre facoltà, rappresentano l’ultimo ponte verso un’illusoria parvenza di normalità.

L’ultima estate non è un libro verso cui si può restare indifferenti.

Jane di Lantern Hill, Edizioni Jo March

Come promesso, ecco svelata la prossima uscita dell’Agenzia Letteraria Jo March.

Il nuovo romanzo a essere pubblicato questa volta sarà Jane di Lantern Hill, assolutamente inedito in Italia e firmato da Lucy Maud Montgomery.

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Dopo Il Castello blu, le Edizioni March si dedicano alla riscoperta e alla valorizzazione della scrittrice canadese così poco tradotta e famosa soprattutto per essere la creatrice del personaggio di Anna dai capelli rossi con cui siamo cresciuti da bambini.

Ma come ci insegna la stessa Anna c’è un mondo da scoprire dietro alle apparenze e la definizione di scrittrice per bambini è assolutamente e ingiustamente riduttiva per Lucy Maud Montgomery.

Dopo aver teneramente sorriso con Anna, fantasticato con Marigold e gioito con Emily, sono sicura che ameremo subito Jane di Lantern Hill. È un talento tutto speciale quello con cui Lucy Maud Montgomery riesce a farci innamorare delle protagoniste delle sue storie. Sono sicura che avverrà anche con la piccola Jane Victoria Stuart, una deliziosa ragazzina che vive con l’amatissima madre, la nonna e la zia in una enorme quanto austera casa di Toronto. Jane, che non sopporta la convivenza con l’arcigna nonna, viene a sapere che suo padre è vivo, contrariamente a quanto ha creduto per tutta la vita, e che la vorrebbe con sé per un’estate nell’Isola del Principe Edoardo, il luogo dove vive e dove è nata la bimba: il loro incontro cambierà̀ il suo destino.

Attendiamo quindi con ansia di conoscerla.

Due occhi azzurri

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Si preannuncia romantico questo romanzo che parla di amore e racconta la storia di un innamoramento indotto da un paio di luminosissimi occhi azzurri, quelli di Elfride, giovane signorina di campagna.

Ma Hardy non sarebbe Hardy se ci lasciasse in balia di insulse svenevolezze sentimentali e imbastisce la sua storia secondo il suo stile, tenendo a bada il suo cinismo e il suo fatalismo per un finale beffardo, dei suoi.

A ben guardare il duplice registro entro i cui binari si snoda la vicenda è evidente sin dall’inizio: dal titolo in cui compaiono per la prima volta i “due” occhi azzurri e via via di seguito nella comparsa dei personaggi: due gli amori, due gli innamorati, due diversissime le loro personalità, due i loro modi di corteggiamento. L’ambiguità aleggia su situazioni che sarebbero altrimenti convenzionali e getta un alone di drammaticità annunciata anche grazie alle ricorrenti descrizioni del cimitero con le sue tombe, usato come luogo di ritrovo degli innamorati e i continui riferimenti alla morte.

Dieci anni dopo Gli innamorati di Sylvia, della Gaskell, anche Elfride è oggetto dell’amore di due uomini molto diversi tra loro per ceto e intelletto: il giovane Stephen di umili natali che deve guadagnarsi la sua posizione nella società e l’uomo, lo studioso, che ha votato la sua vita a coltivare la sua mente e la sua cultura, precettore del primo. Ma il differente punto di vista dei due autori è ovvio, oltre che manifesto, e si rispecchia innanzitutto nel modo in cui viene tratteggiata la ragazza. Mentre Sylvia, seppure semplice creatura, è creduta capace di profondi sentimenti, su Elfride incombe una predestinazione caratteriale che le sarà fatale.

Dalle Piccole ironie della vita al grande romanzo che analizza sentimenti e pensieri dei personaggi componenti questo triangolo amoroso avviluppato su se stesso, Hardy affila i suoi dardi acuminati e dipinge a tinte fosche un argomento che altrove avrebbe richiamato fiori e dolcezze. L’indagine introspettiva è condotta con impietoso cinismo: la ragazza è ingenua, fin troppo pura, ma è incostante e volubile; Stephen è un ragazzo devoto e capace ma sprovveduto e inesperto negli affari di cuore, Henry Knight è un valente filosofo ma vittima dei suoi stessi sofismi.

Sullo sfondo rimane un angolo di Inghilterra disegnato magistralmente, come Whitby sulle coste dello Yorkshire ha ispirato la Gaskell per ambientare la sua storia a strapiombo sul mare. Anche Thomas Hardy riesce a ricreare un paesaggio ideale, che al tempo stesso ha salde radici nella geografia locale, con Londra in lontananza, centro di opportunità e interessi. La natura si modella in base allo stato d’animo o all’avvenimento che stanno vivendo i personaggi al momento, sottolineandoli con panorami vertiginosi o distese verdeggianti.

Un grande dramma della gelosia, non sceneggiata ma covata nel livore crescente del sospetto che consuma e corrode ineluttabile, cieca e sorda a qualsiasi spiraglio di ragionevolezza. Un dramma annunciato, una declinazione in chiave sentimentale del suo motto e cioè che gli uomini sono zimbelli del destino. Anche in amore.

Primavera senza sole di Maria Messina

Il piccolo grande incanto che opera Maria Messina è presto tracciato, con pochi, semplici e sapienti tocchi: la femminilità impregna questa storia a partire dal getto gentile di una penna leggera e immalinconita, che induce all’identificazione solleticando corde remote dell’animo.

Se questo è il tratto distintivo della scrittrice, che proprio qui palesa il suo debito con Verga, non può non colpire la rivendicazione d’appartenenza alla terra siciliana fatta rivivere attraverso ricordi d’infanzia.

Un racconto che, introdotto e racchiuso da un titolo in cui nonostante due termini di accezione positiva, l’attenzione è polarizzata sulla preposizione privativa centrale del “senza”, si avvia lento e inesorabile verso il compimento di un destino già segnato. L’idea evocata dal titolo non è solo quella di un grigiore logico e consequenziale -suggerito dalla circonlocuzione di una “primavera senza sole”-, ma rimanda all’innaturale scenario della mancanza di un elemento vitale, indispensabile alla fioritura, se non addirittura alla sopravvivenza delle speranze giovanili.

Già subito, con indefinita tenerezza, ci vengono dischiuse le imposte sulla semplice vita condotta da Orsola, che studia per prendere “la patente” per diventare maestra e allo stesso tempo dà lezioni ai cugini ricchi per assicurare favori alla propria famiglia indigente. È forse questo il germe della sua condanna alla perdizione in quanto viene additata come una ragazza troppo libera, mal vista, perché lo studio distingue e rende emancipati, liberi, troppo liberi di uscire, di frequentare maschi e femmine, di sapere, di conoscere.

Come schermati da una persiana, impariamo a coglierne impercettibili moti dell’animo tra un sussulto e una parola taciuta e attraverso i suoi occhi cerchiamo, nelle case che visita e che osserva, non la ricchezza, ma l’affetto che, più del cibo, nella sua, le viene negato.

Assistiamo quindi a uno strano parallelismo stabilito tra il cibo e l’affetto: il primo simboleggia (come per la roba di Verga) e stabilisce anche una certa differenziazione sociale, e di fatto su di esso si insiste per sottolineare la quantità e l’abbondanza in quanto espressione di benessere mancato nella casa di Orsola, laddove si registra la carenza di un altro elemento indispensabile in quella famiglia: l’affetto che faccia sentire amati e rinsaldi i legami familiari.

In questo libro si sente palpitare la vita dei vicoli siciliani colta e rappresentata attraverso vivide immagini che stimolano la percezione sensoriale; le scene di vita quotidiana nel “baglio” – gli scambi dal balcone con la canna, la nettatura del frumento, il pesce nel canestro, la ricamatrice sull’uscio – che proposte nella loro rassicurante ripetitività – come ciclico è l’arco di tempo che copre la storia – contengono già la loro vocazione all’immobilità che può diventare claustrofobica o reclusione (non a caso la protagonista del racconto Le pause della vita, Paola, sceglie la vita monastica come atto estremo di rinuncia alla vita).

Il grande pregio, fatto da una sottile arte di contrappunti, è quello di esprimere stati d’animo e indefinibili sensazioni accanto a descrizioni realistiche e immagini plastiche che assumono una loro corporeità alla vista e all’olfatto. Oltre a Orsola, è nella mimica facciale e gestuale e nella parlata che i personaggi manifestano i loro pensieri e modi di essere. Quelle frasi spezzate, lasciate a metà, nei dialoghi già mozzi e infarciti di espressioni gergali, li caratterizzano molto più delle loro descrizioni fisiche, che diventano solo accidentali.

All’uso della similitudine va riconosciuto il potere evocativo che rende tangibili emozioni e pensieri inconfessati sottraendoli all’indefinitezza di uno stato confusionale, inconsapevole, affermati così nella loro consistenza reale.

Donna Serafina respirava più liberamente, poi che la confessione scacciava i neri dubbi che le avevano offuscato la vista, così come il sole distrugge la nebbia che copre le montagne (p. 38)

 

E quell’amore frenato, vigilato dalla madre accorta, quell’amore che si manifestava negli sguardi furtivi, nel tono della voce, come un aroma che si sprigiona da una fiala chiusa… (p. 54).

 

In questo ristretto microcosmo matriarcale in cui l’unico affare sociale in cui confluiscono sforzi e sacrifici di macchinazioni e strategie è il matrimonio, l’unico bandito è l’amore che pure palpita dagli ingenui cuori giovanili ma è già destinato a soccombere:

Pensare all’amore quando in casa, spesso, non si prepara da mangiare, e quando non si ha un abito adattato alla stagione? Bella cosa sposarsi, quando si è poveri, per poi piange re e abbrutirsi tutta la vita dietro la miseria come sua madre! (p. 50).

Una concezione questa che richiama quella degli Amori senza amore del primo Pirandello e quel mondo di sentimenti negati da considerazioni materialistiche, opportunità mancate e sprecate.

Due volte la malattia coglie Orsola allo stremo delle forze; due volte la catarsi non può compiersi perché lo sfinimento è interiore, troppo profondo.

L’impronta verghiana è più evidente nel senso di tragicità e di abbandono: gli eventi apicali della storia vengono glissati, fatti immaginare con la drammaticità delle loro conseguenze, e anche il finale è lasciato sospeso, come se richiedesse un enorme sforzo da parte della stessa autrice.

 

“La vita è bella! Essere infelice, essere misera, essere l’ultima delle creature, ma vivere, ma potere ascoltare, poter vedere! È bello, vivere senza altro scopo che lo scopo di vivere, come le rose che si schiudono nelle albe estive, come le rondini che passano nel cielo del “baglio” e forse gridano di felicità… (p. 64). 

 

Come non rimanere commossi dinanzi a una così accorata dichiarazione d’amore alla vita? In queste parole struggenti può sentirsi la voce vibrante della giovane Maria Messina che nel 1920 cominciava a pubblicare i suoi romanzi e ad affacciarsi alla speranza.

 

Primavera senza sole è il terzo titolo pubblicato da Edizioni Croce nell’ambito del progetto curato da Salvatore Asaro che, di questo volume in particolare, cura l’introduzione con una nota preziosissima e particolareggiata, di sostegno alla comprensione e alla decodificazione del testo. La copertina del romanzo è un capolavoro di estetica e semiotica: mentre veicola con immediatezza ed efficace impatto l’immagine di una giovane ragazza tutta candore e pensosità, predispone in un ideale invito grafico e cromatico alla lettura con le giuste aspettative.

I semi gettati non possono non germogliare in uno stimolante appetito di nuove conoscenze e approfondimenti dell’opera di Maria Messina, scrittrice delicata e concreta, semplice e complessa.

Juvenilia, Jane Austen, Edizioni Rogas

Una ventata d’aria fresca i componimenti giovanili di Jane Austen. Sketches, canovacci, piani di lavoro, esercizi, comunque denominati, sorprendono per la loro carica umoristica e per le potenzialità espresse da un’autrice che poteva avere dai 12 ai 18 anni, esperta conoscitrice già a quell’età del panorama letterario della sua epoca.

Sono esercizi stilistici, primi esperimenti, anche favole a volte, che difficilmente avrebbe potuto scrivere solo per se stessa quanto per divertire la cerchia dei familiari ai quali sono rivolti: lo attestano non solo le espresse dediche, ma anche tutta quella serie di ammiccamenti e riferimenti a situazioni o caratteristiche oggetto di ilarità condivisa in famiglia e che ora lei mette in risalto nella loro ridicolaggine, estremizzandoli o enfatizzandoli cercando la complicità degli altri a cui sembra strizzare l’occhio. E a noi oggi con loro.

C’è tanto materiale, tanta sostanza, per una ragazzina di soli 12 anni, anche se sono stati rimaneggiati e rivisti stilisticamente più tardi; si sperimentano i nomi di quelli che diventeranno poi i grandi protagonisti dei romanzi scritti da grande, ci sono i topoi della letteratura sentimentale sonoramente beffeggiati e dissacrati con quegli svenimenti “a turno sul sofà” o i pianti a dirotto “attaccati alla bottiglia”.

Questa ragazzina quindi riusciva a stigmatizzare con occhio critico debolezze e difetti altrui e a volgerli in divertimento e contemporaneamente imbastiva le trame di quelli che sarebbero stati o sarebbero potuti essere i suoi capolavori.

Come ho scritto altrove, l’autobiograficità secondo me non consiste nel preciso riferimento a circostanze reali della sua vita, quanto a quel senso di complicità familiare che si presuppone e si sprigiona dal loro tono confidenziale. Una complicità basata su opinioni condivise, discorsi pregressi scambiati, avvenimenti o notizie commentate insieme e poi rielaborate e trasposte sulla carta per la loro incontenibile forza umoristica.

La sua del resto era una cerchia familiare intellettualmente vivace, che evidentemente era in grado di capire al volo quale romanzo di recente lettura (collettiva, ad alta voce) venisse riproposto o chi fosse la conoscenza comune che aveva prestato il suo colorito acceso alla sfortunata e avvinazzata Alice!
Il volume delle Edizioni Rogas è arricchito da uno scritto di Virginia Woolf, che per prima ha evidenziato come si possa conoscere uno scrittore proprio dalle sue opere secondarie che hanno il pregio di mostrare, se non il risultato compiuto, il metodo di lavoro che c’è nel durante, la composizione e il getto dell’ispirazione. A noi questi Juvenilia lasciano l’amara considerazione di quanto abbiamo perso.

Sempre affascinante è la disinvolta competenza con cui Beatrice Battaglia parla di Jane Austen e ci introduce alla giusta considerazione dei lavori giovanili di una scrittrice più umorista che moralista, come ha voluto far credere la critica che ha adottato l’interpretazione vittoriana di una Jane Austen “tutta casa e chiesa”.

La raccolta Juvenilia comprende ventisette componimenti, divisi in tre volumi, e mostra come la sperimentazione sia ovunque  (e consapevole): nei temi, nel genere (anche se la forma epistolare è quella che prevale data l’epoca) e nello stile; anche la sintassi è infarcita di figure retoriche ridondanti. Le allitterazioni, le iperboli, i casuali nonsense, il sarcasmo sottinteso, a volte anche l’eccessiva ovvietà di una banalità ne fanno una spassosissima fucina di ironia e ingegnoso diletto.

Il libro dell’estate di Michelle Gable

L’estate è la stagione della spensieratezza che nell’immaginario collettivo è sinonimo di vacanza e nel bagaglio personale di ognuno diventa collezione di ricordi legati a un luogo particolare e all’infanzia.

E allora a chi non piacerebbe ritrovare gli stralci e i brani delle esperienze di tanti anni passati, fissati in un libro, Il Libro dell’estate?

L’idea su cui nasce questo romanzo è molto bella ed evocativa: sollecita tenerezza e nostalgia allo stesso tempo. Al di là della cover ammiccante, salvare una casa che crolla da una scogliera è uno scenario tutt’altro che rasserenante, ma il registro linguistico energico usato impedisce vacui sentimentalismi.

Una grande casa costruita sulla scogliera di Sconset, ritrovo della famiglia Young, voluta e preservata fortemente dalle donne della famiglia: è lei, Cliff House, lo scrigno di tutti i ricordi delle vacanze, di tutti i brandelli di felicità che sembravano eterni e immutabili, e che ora deve lasciare spazio letteralmente all’impietosa erosione del mare e del tempo, che non accetta rifiuti.

Dolce-amaro è allora sfogliare quel Libro dell’estate che la capostipite della progenie femminile, la bisnonna Sarah, costringe gli ospiti e i frequentatori abituali a vergare di proprio pugno, soprattutto per l’ultima discendente di tutte loro, Bess.

Come sarebbe bello poter conservare, per poi farli rivivere, tutti i ricordi di famiglia, le emozioni impresse delle vacanze trascorse accanto a genitori, nonni, fratelli, quei ricordi che quando si cresce si perdono doppiamente e per sempre.

Una volta superato il reticolato dell’albero genealogico di Bess, sottolineato dal ricorso a tecniche narrative diverse, si entra nel vivo della storia delle quattro donne che hanno fatto di Cliff House la loro casa, la loro tana in cui crescere i propri figli e attestare il loro amore per l’isola di Nantucket e che affonda le sue radici nella mentalità matriarcale americana per cui le case sono delle donne. Sarah, Ruby, Cyss e Bess: ognuna di loro esprimerà il suo amore per Cliff House a modo proprio.

Potrebbe sembrare apparentemente una lettura spensierata, tra cene al club, partite a golf e ricevimenti nel parco della villa, in realtà i temi attraversati sono piuttosto duri e crudi: c’è l’urgenza dell’attualità (la storia è ispirata a un fatto vero e all’articolo pubblicato su Vanity Fair) con cui si apre e chiude il libro e che diventa metafora di una posta in gioco molto più importante che è quella di salvare una famiglia, mentre dai flashback introdotti delle pagine de Il Libro dell’estate entra prepotentemente la forza distruttrice e destabilizzante della grande guerra. Arduo è resistere indenni a quella furia devastatrice che ha falciato non solo vite umane, ma anche certezze ritenute incrollabili e Cliff House sembra rappresentarne la simbolica roccaforte.

Ma, come la vita con i suoi errori e le sue imperfezioni ci lascia spesso con l’amaro in bocca, anche il finale qui riserverà delle sorprese.

Buon Libro dell’estate!