Sotto gli alberi di Thomas Hardy

Anteprima Fazi Editore

Oh felice Hardy! Chi l’avrebbe detto che anche tu nascondevi un lato così leggero e ilare. In Sotto gli alberi c’è lo sguardo divertito e affascinato di chi guarda con tenerezza e un po’ di nostalgia a un passato che si è perso, a un piccolo mondo che è andato perduto.

Il libro si apre con uno strampalato corteo di figurine che si addentrano come silhouette nel bosco, lungo il sentiero che conduce alla casa del carrettiere per brindare con il sidro nuovo, appena spillato.

Mai avrei potuto immaginare un sentiero più magico di quello di Mellstock, attraversato dal coro dei cantori tra gli alberi argentati splendenti nella notte della vigilia di Natale.

Il crepitare delle fiamme nel focolare e l’aroma del vischio di cui è addobbata la casa del carrettiere giungono fin qui a rallegrare l’animo e a riscaldare il cuore.

Li sentiamo discorrere e vantare la maggiore o minore celestialità dei loro strumenti:

“Per quanto riguarda l’aspetto”, disse il carrettiere, “non mi sembra che un violino sia molto più vicino al regno dei cieli di un clarinetto. Anzi è ancora più lontano. Nell’aspetto di un violino c’è sempre quel qualcosa di vizioso e canagliesco che fa pensare che il Maligno ci abbia messo le mani; invece i clarinetti li dovrebbero suonare gli angeli del paradiso o qualcosa del genere, sempre che uno voglia credere ai dipinti”. […]

E nel silenzio vediamo perdersi i loro discorsi in un disegno superiore:

Nelle pause della conversazione si avvertiva oltre il soffitto la presenza di un piccolo mondo di sommessi rumori e scricchiolii generati dagli zoppicanti ingranaggi dell’orologio, un mondo che non si era mai spinto più in là della torre campanaria in cui erano nati, sollevando nelle menti più meditative la suggestione che proprio di lì passasse il sentiero del tempo.

Delizioso racconto, giocato sull’incastro di due storie, quella del coro che viene estromesso dalla chiesa dal nuovo vicario deciso a soppiantarlo con il più moderno organo, e quella del corteggiamento di Dick a Fancy, la graziosa e ricca maestra, grazie a un magistrale dosaggio di tempi e cambi di scena perfettamente teatrali, suggeriti dai lunghi scambi di battute e dalle descrizioni evocative.

Croci e delizie del corteggiamento ci vengono presentate ora con la frenesia e l’eccitazione della danza, ora con gli appostamenti furtivi a caccia di un incontro rubato dell’innamorato silenzioso Dick, figlio del carrettiere:

Il saluto amichevole che risultò da questo incontro venne considerato un elisir tanto prezioso che Dick prese a passare ancora più spesso e, quando ormai aveva quasi scavato sotto il recinto il solco di un piccolo sentiero, che non c’era mai stato, venne premiato con un vero e proprio incontro frontale sulla strada dinanzi al cancello.

Al di là dell’intreccio condotto con soavità e disincanto, il mondo della campagna inglese è riprodotto così bene con i suoi aneddoti, le usanze, la mentalità della gente semplice in splendidi dialoghi (come quello tra padre e figlio sulle pene d’amore), con un realismo disarmante e poetico a tratti.

Doveva essergli ben familiare una casa del genere se Hardy ce ne lascia una descrizione così vivida e luminosa:

Un ricciolo di fumo saliva dal camino andando a cadere sopra il tetto come una piuma azzurra sul cappello di una signora e il sole splendeva obliquo sullo spiazzo erboso dinanzi alla casa, riflettendo la sua luce oltre la soglia aperta e su per le scale dirimpetto, illuminando il dorso degli scalini con un radioso riverbero verde e lasciandone in ombra la parte superiore.

Traspare l’amore e il trasporto di Hardy per quell’angolo di Inghilterra legato ai ricordi e agli affetti di infanzia che non a caso comincia a pensare a questa novella dopo la morte del padre che si chiamava anche lui Thomas e che era uno degli ultimi cantori a Stinford.

Pubblicata nel 1872, quando Hardy poco più che trentenne, voleva tenacemente affermarsi nel mondo della letteratura come scrittore, venne accettata, dopo Estremi rimedi, dall’editore Tinsley. Anche se questo genere di racconto non era molto in linea con le politiche editoriali rivolte preferibilmente ai sensation novels, Tinsley lo accettò in ragione della sua incondizionata fiducia nel genio di Hardy che qui racchiude le sue migliori qualità di narratore di un pastorale idillio e di un umoristico “rural sketch” (come lo definisce il prof. Francesco Marroni, nella sua recensione a Under the greenwood tree, contenuta nella “Rivista di Studi Vittoriani” Anno XVIII-XIX Luglio 2013-Gennaio 2014 Fascicoli 36-37, che ha molto gentilmente messo a mia disposizione).

Come documento dei tempi andati, verso cui trasmette tutta la sua nostalgia e il suo amore, Hardy guarda al passato e ai luoghi della sua infanzia come ad armoniche e incrollabili certezze, eleggendo se stesso a storico del Wessex per narrarne le storie senza tempo, partendo da un microcosmo di rurale dettagliatamente descritto e particolareggiato, nella topografia e negli stili di vita. Rimane l’antica contrapposizione tra presente e passato che fa guardare con accenti sentimentali pacifici, ancora ignari di quando la natura assumerà quell’aspetto minaccioso e lugubre presago di qualche disgrazia incombente sui miseri umani. Ignari ma tristemente consci di alcune stonature, che non sono quelle musicali.

L’antagonismo sotteso alla latente conflittualità sociale preannuncia i suoi futuri sovvertimenti: se istintivamente facciamo il tifo per Dick affinché riesca a conquistare l’amata, in fondo però sappiamo che l’onesto ragazzo di campagna è considerato solo la terza scelta rispetto agli altri due partiti migliori di lui e la vittoria che riporta su Fancy è guastata da questa frustrante consapevolezza.

Se è vero che quando il lettore chiude il libro non necessariamente è l’ultima pagina a rimanergli in mente, è vero anche che questo apparente lieto fine lascia l’amaro e il lettore avverte in quel segreto di Fancy la stonatura al coronamento di un sogno d’amore perfetto che comincia già con un’incrinatura e non lascia presagire nulla di buono per la coppia di neo sposi. Con Sotto gli alberi comincia a insinuarsi quella malinconica rassegnazione tipica della visione esistenziale di Thomas Hardy  secondo la quale non bisogna mai fermarsi alle apparenze perché le cose non sono mai come sembrano.

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Il Grand Tour in Umbria

 

Pare che il termine Grand Tour sia stato utilizzato per la prima volta dall’inglese Richard Lassels nella sua guida The Voyage of Italy nel 1670.

Roma era la meta clou di questo viaggio di formazione che solo giovani rampolli nobili potevano permettersi in luogo o in aggiunta al corso di studi universitario. Se il capofamiglia era di manica larga ci si poteva spingere anche più giù fino a Napoli, o addirittura nella calda e assolata Sicilia.

Per arrivare a Roma comunque, il percorso dal nord prevedeva il passaggio degli Appennini facendo quasi tappa obbligata in Umbria: questo almeno è ciò che fece Goethe che rimase sicuramente affascinato dalle cittadine di Terni e di Spoleto, oltre che rapito dalla visione delle Cascate delle Marmore.

Nei libri di viaggio e nelle guide, la Cascata viene esaltata per l’impetuosità e la ricchezza delle acque, l’intensità del suo arcobaleno, l’assordante fragore, il paesaggio che la circonda. Pur avendo costituito fonte di ispirazione per artisti di vario tipo, conquistò il suo definitivo ruolo nella cultura figurativa e poetica del Sette-Ottocento grazie alla localizzazione di Terni lungo il percorso del Grand Tour, attraverso l’Europa, partendo da Parigi, attraversando il centro della Francia, quindi la Svizzera e finalmente l’Italia. Così la Cascata divenne una delle bellezze da vedere obbligatoriamente.
Il suo arcobaleno venne collocato come Pompei e il Vesuvio tra le meraviglie italiane, giustificando il gran numero di dipinti e incisioni a essa dedicati. La consacrazione definitiva nella cultura europea avvenne grazie ai versi di George Byron, che nel IV canto de “Il pellegrinaggio del giovane Aroldo” ne esalta il concetto di “orrida bellezza”.

Volgiti ancora e guarda! Ella s’avanza
come un’eternità, per ingoiare
tutto che incontra, di spavento l’occhio
beando, impareggiabil cateratta 
orribilmente bella!

Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) rimase incantato dal paesaggio dell’Umbria, dalle sue bellezze naturali e paesaggistiche. Egli arrivò in Umbria da Firenze nell’ottobre del 1786, e visitò Perugia, Assisi, Foligno, Spoleto e Terni: “In un mattino incantevole lasciai Perugia e provai la felicità di essere nuovamente solo. La città è in bella posizione, la vista del lago straordinariamente amena: mi sono ben impresso nella mente quelle visioni”, annotò il poeta nel suo diario.

Anche il Tempio di Minerva ad Assisi colpì l’immaginario di Goethe che una volta giunto sul luogo, accompagnato da un giovane del posto, scrisse: “Finalmente giungemmo alla città veramente antica ed, ecco, davanti ai miei occhi, quell’illustre monumento, il primo completo monumento dell’antichità che io contemplavo”. Celebre è anche la frase con cui il poeta, nel suo taccuino di viaggio in Italia, manifestò il suo apprezzamento verso il Ponte delle Torri di Spoleto e verso l’utilità civica delle opere architettoniche antiche: “L’arte architettonica degli antichi è veramente una seconda natura, che opera conforme agli usi e agli scopi civili. È così che sorge l’anfiteatro, il tempio, l’acquedotto”.

Di passaggio a Terni il 27 ottobre del 1786, Goethe la definì una “cittadina in una posizione ridente, che ho ammirato con piacere, in un giro fatto ora. Si trova al principio di una bella pianura, fra monti di roccia calcarea. Come Bologna dalla parte opposta, così Terni al di qua si stende ai piedi di una catena di monti…“. Non poté fare a meno di stupirsi per la presenza diffusissima degli ulivi: “In un terreno molto sassoso ho visto oggi le piante d’olivo più grandi e più annose (antiche) mai viste”. Il grande scrittore tedesco si incuriosì a tal punto da fornire ai lettori del suo voluminoso “Italienische Reise” (tradotto con il titolo di “Viaggio in Italia”) anche delle informazioni sulle modalità di raccolta delle olive:”Siamo al principio della raccolta delle olive. I contadini le abbacchiano con le pertiche. Quando si annunzia un inverno precoce, il resto della raccolta si lascia sui rami fino a febbraio”.

Furono questi giovani aristocratici, per lo più ricchi di buona famiglia, quei pochi che all’epoca potevano permettersi il viaggio fine a se stesso e non giravano per le capitali d’Europa con una macchina fotografica al collo, ma avevano con sé pennelli, tavole, penne e quaderni, che inventarono il Tour, qualcosa che non era mai esistito prima e che un giorno sarebbe diventato quel fenomeno di massa che oggi ha guadagnato il nome di turismo.

http://www.marmorefalls.it/ita/6/la-cascata/?&sub=6
http://www.umbriatouring.it/nel-cuore-dei-tedeschi/
https://www.umbriatourism.it/it/-/i-luoghi-del-grand-tour-nel-ternano
http://www.quattrocolonne-news.it/2017/04/12/grand-tour-umbria/

Libri, amori e segreti – Estate di Della Parker

Arrivati alle porte dell’estate, il club di lettura uscito dalla fantasia di Della Parker sembra congedarsi dagli appuntamenti fissi di questi ultimi mesi con il presente episodio.

Questa volta il libro scelto è Il Grande Gatsby che saluta l’ingresso di un nuovo componente nominato membro onorario del club. E non a caso lasciamo l’Inghilterra per volare in America dove il gruppo si sposta compatto.

Sullo sfondo del parco divertimenti di Disney World, dove Anne Marie ha deciso di festeggiare le sue nozze con Thomas, conosciamo il testimone di nozze Mikey, che si inserisce nel gruppo e anzi lo costringe a tirare un po’ le fila del particolare rapporto che si è instaurato ogni volta tra le vicende personali di una di loro -Serena, Grace, Jojo, Kate, Anne Marie- e il romanzo di turno. Averli riuniti tutti è un’ottima occasione per salutarli e riepilogare le loro esistenze e vicende passate.

La tendenza a scegliere romanzi che riecheggiassero la realtà era stato un argomento su cui avevano discusso un bel po’ nei loro incontri mensili, solo che non era poi così sicura che ne avrebbero dovuto parlare in pubblico.

In questo caso Mikey, che si dichiara interessato a Il Grande Gatsby, è deciso a invertire il corso degli eventi: la vita è già abbastanza complicata per farsi condizionare anche dai libri; e da un amore del passato che ci ha tanto ferito. Andiamo a scoprire come?

Intanto Anne Marie è alle prese con un terribile dilemma: lei e suo padre hanno organizzato una mega festa prematrimoniale radunando tutti gli amici in una location -è proprio il caso di dire- da favola ma lei non è più sicura di voler sposare Thomas, di volerlo come compagno di una vita intera… Mille i dubbi che la assalgono, distrutta dal senso di colpa deve far buon viso a cattivo gioco per non rovinare almeno il soggiorno alle sue amiche ciascuna delle quali ha i suoi piccoli guai o segreti da rivelare.

Malgrado l’epilogo debba attraversare una complicazione drammatica, tutto è bene quel che finisce bene!

Georgiana di Deborah Begali

Elaborato nell’intreccio, personaggi molto curati, originali e alternativi rispetto agli ordinari clichè regency e fatti agire in un contesto storico particolareggiato e ricostruito nei minimi dettagli, senza appesantimenti descrittivi.

Articolata su una pluralità degli sfondi, senza rimanere ancorati alla fissità di un’unica scena, la storia di Georgiana, che definirei più che avventurosa, contrastata, si dipana diversificando ambienti e situazioni con l’annesso e relativo apparato di regole, oggettistica, lessico specifici (cfr. terminologia ippica, nautica, militare).

Una scrittura molto godibile.

Gli eventi si susseguono a ritmo incalzante tra ricevimenti, serate di ballo, passeggiate a cavallo e tranquille giornate trascorse in un cottage di campagna a scrivere. La vita della giovane Georgiana è destinata a oscillare vertiginosamente dalle stelle alle stalle con una velocità impressionante.

Diverse sono le situazioni che richiamano Orgoglio e Pregiudizio: dalla presentazione dello sdegnoso Lucas Benedict, ricco e annoiato, ai suoi modi sprezzanti e alla proposta insolente.

Era nato ricco, figlio unico ed erede di un casato facoltoso e aveva a disposizione una rendita che superava le diecimila sterline.

Le complicazioni sentimentali conseguenti a una proposta di matrimonio, che potrebbe essere risolutiva, conducono ad altrettante complicazioni della trama e a condotte poco coerenti da parte dei protagonisti.

Come verrà risolto l’antico dilemma per una signorina di buona famiglia ma priva di mezzi costretta a scegliere tra il desiderio di sistemazione e la ricerca del vero amore? Sono ammissibili i compromessi?

Ripensò al modo in cui l’aveva trattata e cercò di comprendere le ragioni del folle gesto che l’aveva portata ad andarsene. Non capiva. Non poteva proprio, arido com’era di comprensione nei confronti del genere umano, femminile soprattutto.

Difficile trovare qualità che lo rendano fascinoso in questo protagonista maschile tutt’altro che simpatico; nonostante Georgiana sia una ragazza volitiva e determinata, al cospetto di lui diventa fragile argilla che perde la lucidità.

Ma la memoria non la aiutava. Era come se una candela fosse stata avvicinata a una lettera. Pian piano si scioglieva l’inchiostro, la carta si ritirava e il fuoco ombreggiava ogni cosa. Non rammentava nient’altro.

Nessuno dei due ha fatto i conti con l’irresistibilità del destino e dei sentimenti che sovvertono le regole e le distinzioni, ma non voglio rovinarvi il finale…

Libri, amori e segreti – Aprile

Siamo arrivati all’uscita di aprile e alla riunione mensile del club del libro che questa volta si tiene nell’immensa casa affacciata sul mare di Serena, o meglio nella sua orangerie.

Lo scenario è incantevole e sembra sprigionare il suo fascino conturbante anche sulla serata, avvolgendola di profumi e romanticherie. Il libro preso in esame è un vero e proprio classico della letteratura, Jane Eyre, con la quale Serena sente subito di avere delle inspiegabili affinità, non così evidenti. In questa occasione, infatti, la trasposizione di personaggi e storia del romanzo non può essere automatica e priva di adattamenti avvenendo in tempi e circostanze moderni. Ma Della Parker ci ha abituato a felici esperimenti in questo senso che ci portano a ritrovare in Serena, non una giovane orfana vessata da zii e cugini ma comunque una figlia ignorata da genitori e sorelle anaffettivi, impegnata anche lei in un certo senso nell’insegnamento in quanto preside di una scuola, e un Mr Rochester che per assonanza diventa Mr Winchester e non nasconde in soffitta la moglie, peraltro problematica, dalla quale si sta separando in modo piuttosto tumultuoso.

In questa affatto idilliaca situazione, la lettura del romanzo di Charlotte Bronte con la sua carica di passione e sconvolgimento, incide a livello emozionale: la complicata realtà quotidiana con i suoi imprevisti, le inaspettate tragedie, i drammi improvvisi, si scontra con il sogno di essere un’eroina del diciannovesimo secolo.

Il fatto è che nei momenti difficili e concreti della vita sono molto più efficaci le premure vere di un gruppo di amiche affettuose e solidali e il calore di un timido sentimento nascente da cui farsi convincere e circondare, ma come questo avverrà è tutto da scoprire tra Libri, amori e segreti.

Il profumo del mosto e dei ricordi

Risultati immagini per il profumo del mosto e dei ricordiSi può fuggire dal dolore e si può decidere di chiudere fuori il passato dalla nostra vita, ma i legami familiari sono qualcosa di troppo forte e incancellabile per non tornare a chiedercene ragione.

Il profumo del mosto e dei ricordi ci insegna non solo che ogni libro racchiude una storia unica, ma anche che ogni persona è frutto di destini diversi ed è il risultato di più storie che si incontrano.

Inutile opporre resistenza, far finta di dimenticare: il passato è più tenace e prepotente e trova la via del cuore attraverso uno dei tanti cassettini insondabili della memoria che improvvisamente viene dischiuso da un profumo, una lettera, un nome…

Lavinia vive con sua madre a Firenze dove studia come restauratrice; cresciuta senza sapere di avere un nonno, si ritrova improvvisamente a dover partire per il basso Salento per ricevere in eredità la Masseria che lui le ha lasciato.

Il Salento è tutto un altro mondo rispetto a quello della città in cui è sempre vissuta: l’azienda agricola del nonno è in evidente stato di difficoltà ma pullula di vita e calore umano: tutte quelle persone che hanno vissuto e lavorato per tanti anni nella masseria e che riescono a restituire a Lavinia il suo passato e le sue radici e a trasmetterle il senso di appartenenza a quel luogo, a quella terra così amata da nonno Umberto, così preziosa, così viva.

Riflettei e mi sentii vuota come l’interno di una conchiglia scavata dal mare. A cosa tenevo io? Adoravo la mia città, il mio lavoro, ma c’era qualcosa per cui nutrissi una così forte passione? Amavo l’arte, sì, ma non tanto quanto loro amavano quella terra.

La ragazza non è abituata alle manifestazioni d’affetto e si ritrae spaventata, anche se, nello stesso tempo,  si sente inspiegabilmente attratta dalla Masseria Rosa Bianca che in ogni angolo, ogni recesso, ogni centimetro della tenuta, persino tra ogni filare di vite, nasconde un segreto e una storia di vita vissuta che merita di essere riportata alla luce e tramandata nel tempo.

Perché è la memoria a donarci un senso di appartenenza al mondo. Facciamo parte di questa o quella realtà, poiché ricordiamo. La memoria costituisce la nostra identità.

Se la reazione iniziale era stata di chiudere la porta in faccia a quel passato che si ripresentava nell’intento di liberarsene vendendo la masseria, presto Lavinia troverà più di un motivo per ricredersi.

Un intreccio affatto banale e scontato, proprio come semplice e lineare non è vivere i sentimenti in modo autentico oggi.

Una scrittura bellissima, fatta di belle parole e di belle immagini, pregna, intensa, emozionante:

Detesto l’estate, sono un tipo cui piace l’autunno. Non amo il clamore delle giornate di sole. Sono per me come quelle folle che urlano e ridono, mentre in un angolo sei solo con il tuo bicchiere di malinconia. Amo le giornate uggiose, perché le nubi e la nebbia sanno nascondere ciò che invece svela la luce.

Presto Lavinia si rende conto che le sue radici sono indissolubilmente legate a quelle degli ulivi che dimorano la terra di suo nonno e che i legami familiari non si spezzano mai, nemmeno quando la morte o una scelta sbagliata li separa:

Esistono solchi ben più profondi di quelli scavati da un ulivo, che impiega secoli per tenersi stretta la sua zolla e levarsi verso il cielo. Sono le radici del cuore.

 

Ritratto della scrittrice da giovane, Virginia Woolf con un saggio di Nadia Fusini. Utet Edizioni

Risultati immagini per ritratto della scrittrice da giovaneUna raccolta davvero sorprendente di lettere che mostrano, senza filtri e ipocrisia, gli entusiasmi e i momenti tristi di una ragazza nel pieno della sua giovinezza. Ma si tratta assolutamente di una ragazza fuori dal comune.

Sembra di sbirciare dal buco della serratura di quella che è la vita privatissima della giovane Virginia Stephen e nei suoi pensieri più intimi. Conquista con la sua simpatia per come sa essere spiritosa nelle lettere del primo periodo, divertente e divertita dalle sue amicizie e conoscenze le cui idiosincrasie e peculiarità coglie con sguardo irriverente, spesso ricorrendo a somiglianze e similitudini zoomorfe.

Mi ricorda un altro epistolario dove l’ironia sempre vigile interviene puntualmente a salvare dall’autocommiserazione e l’intelligenza vivida è pronta a colpire a ogni giro di frase. Anche Jane Austen riserva la stessa vena caustica ai difetti altrui e per il cambio di tono che dall’esuberanza giovanile passa attraverso le dure prove della vita stemperandosi in malinconico-crepuscolare, rimanendo sagace. Anch’ella si rivela una corrispondente esigente, che riesce a scrivere e a toccare svariati argomenti con la stessa velocità con cui ne discorrerebbe a voce, e che infine, diventa esperta dell’arte della composizione epistolare:

Una lettera dovrebbe essere limpida come una pietra preziosa, uniforme come un guscio d’uovo, e trasparente come vetro.

Molto interessante è scoprire e seguire anche i primi passi mossi nella sua carriera da scrittrice a cominciare dall’amore spasmodico per i libri e lo studio, passando per le recensioni e all’insegnamento, fino ad approdare alla tanto sospirata e faticosa scrittura.

Desidero tanto una grande stanza tutta per me, piena di libri e nient’altro, in cui possa rinchiudermi, senza vedere nessuno e leggere fino a calmarmi completamente.

Risulta incredibile assistere alle stesse incertezze e paure che assalgono una scrittrice alle prime armi, la ricerca continua di pareri e rassicurazioni, come quando domanda all’amica Violet Dickinson:

Nessuno s’interessa molto -e perché dovrebbe?- a quel che scribacchio. Credi che arriverò mai a scrivere un libro veramente buono. Ad ogni modo, me la cavo decisamente meglio di prima, anche se ci sono ancora zone tremendamente scoperte e sterili.

Capace di grandi slanci e profondi affetti, tradisce il suo fortissimo bisogno di sentirsi amata, abbarbicandosi come un’edera ai rapporti interpersonali che tesse con lettere dall’ammiccante tono confidenziale. Lucida fino alla follia, cammina in bilico sul filo della consapevolezza lasciandosi cadere ogni tanto:

Il mondo degli esseri umani va facendosi troppo complicato, mi meraviglio soltanto che non si riempia di un maggior numero di manicomi: molte cose, nella visione della realtà dei folli, sono condivisibili. Dopo tutto è forse quella la visione equilibrata, e noi, tristi, assennati e rispettabili cittadini, non facciamo che delirare ogni istante della nostra vita, e meriteremmo d’esser rinchiusi per sempre. Con questo caldo la mia melanconia primaverile matura, e diventa follia estiva.

Il forte legame coi fratelli, il sodalizio culturale instaurato al n. 46 di Gordon Square di Bloomsbury, i viaggi in Europa, i soggiorni estivi al mare, suo grande amico. Scrive dalla pensione della signora Turner a Giggleswick nello Yorkshire:

La mia vita qui è d’una austerità da Grecia antica, bellissima: potrebbe entrare, pari pari, in un bassorilievo. Come puoi immaginare, non mi alvo mai, e non mi pettino; percorro la brughiera selvaggia a passi enormi; declamo odi di Pindaro, balzando di roccia in roccia; esulto nell’aria che un po’ mi schiaffeggia e un po’ mi accarezza, come un padre severo ma affettuoso! Una specie di Stephen brontizzata quasi bella come l’originale.

Assillata dai discorsi di matrimonio che la cerchia di parentele e conoscenze dalla morte di Thoby va facendo nemmeno tanto velatamente, affinché si sistemi, la rendono nervosa e irritabile:

Tu almeno non sei costretta a batterti con oscene vecchiacce e signorine dai becchi grondanti di sangue che ti consigliano di sposarti. Da sei mesi a questa parte è questa la mia penitenza.

Rifiuta diverse proposte per poi accettare con straordinari disincanto e sincerità, quella di Leonard Woolf:

 Gli ovvi vantaggi del matrimonio mi impediscono di prendere una decisione. Mi dico: in ogni caso con lui sarai abbastanza felice, ti darà la sua amicizia, dei bambini, una vita attiva -ma poi mi dico anche: per Dio, mi rifiuto di fare del matrimonio una vera professione. … non so cosa ci porterà il futuro. Ho quasi paura di me stessa… Dunque un momento son quasi innamorata, voglio che tu sia sempre con me, sappia tutto di me, e un attimo dopo sono selvatica e distante. A volte penso che sposandoti avrei tutto… ma poi… Ci sono dei momenti -l’altro giorno quando mi hai baciata per esempio- in cui non sono più sensibile di un sasso. Eppure son quasi sopraffatta dall’affetto che mi dimostri. E’ una cosa così concreta, strana. Perché dovresti volermi bene?

Purtroppo il finale lo conosciamo tutti, con la sua immensa tristezza. Per fortuna nel mezzo ci sono stati i suoi romanzi indimenticabili con cui ci ha lasciato la parte migliore di sé.

Libri, amori e segreti – Marzo

Torno volentieri a vedere come stanno le ragazze del The Reading Group di Della Parker, nel loro salotto accogliente:

Il cantuccio di Serena era una delle stanze più rilassanti del pianeta. La stufa a legna era incandescente ed evidenziava i rossi e oro smorzati dei due divani imbottiti disposti ad angolo retto. Da una parte c’era un vassoio di pasticcini…

Questa volta nel gruppo di lettura si legge Rebecca, la prima moglie e ormai sappiamo che qualcuna dei suoi partecipanti troverà molte corrispondenze con la storia del libro del mese.

Infatti arriva il turno di Jojo, l’ostetrica del gruppo, che da quattro anni non vede il marito che l’ha lasciata per andare a fare una pausa di riflessione in Marocco. Lei innamoratissima di Big Al (non so se un giorno potrò mai chiedere a Della Parker come fa a inventarsi nomi così!) lo aspetta per anni, coltivando il suo ricordo in un culto quasi devozionale mentre la sua vita scorre via. In realtà Jojo, aiutando le donne a partorire, fa un lavoro che la porta a contatto tutti i giorni con il miracolo della vita, ma sembra non volersi accorgere che lei rimane solo a guardare.

Quando comincia a frequentare il collega Daniel, Jojo si stupisce di sentirsi ancora apprezzata e desiderata ma scopre di essere anche ossessionata, come in Rebecca la prima moglie, dal ricordo del marito che da tempo non dà più notizie di sé.

A un certo punto accese l’abat-jour e decise di leggere un capitolo di Rebecca, nella speranza che la distraesse. Ma non era un libro tranquillo. La testa dell’eroina era ancora piena d’ombre, piena della paura che il nuovo marito non l’amasse come aveva amato la moglie defunta. Sembrava passare la maggior parte del tempo a temere di perderlo. Alla fine decise che non era una buona storia da leggere prima di dormire…

Anche Daniel vive nel passato, conservando gli arredi e gli oggetti appartenuti alla madre, morta all’improvviso quando lui aveva appena sedici anni.

Presto sia Jojo che Daniel dovranno fare i conti con la realtà per accorgersi che imparare a vivere nel presente non è poi così doloroso.

Arrivederci ad aprile e al prossimo libro!

Terre Lontane

Primo di sei episodi della saga I Dilhorne che prosegue con L’australiano, Corsa all’oro, La guerra del cuore, Una moglie per Cobie, L’uomo dai mille volti.

I fatti si svolgono nel 1812 ma siamo, come giustamente indicato dal titolo, in Terre Lontane dai salotti e dalla vita mondana dell’epoca Regency londinese, almeno per ora.

Questo romanzo, che inaugura la serie, è ambientato nella colonia australiana, a Sidney, la nuova Galles del Sud, destinazione dei delinquenti ridotti in ceppi e sfuggiti all’esecuzione capitale. Mi sono sempre domandata che cosa succedesse ai deportati una volta graziati, perché era evidente che essere scampati alla morte non fosse che l’inizio di tutta una serie di tribolazioni infinite: abbandonare gli affetti, la terra d’origine, ricominciare daccapo con un marchio d’infamia cercando di ricostruirsi una vita e una dignità.

Il protagonista di questo romanzo, Tom Dilhorne, pare esserci riuscito con grande tenacia e sacrifici, ma anche con una forza d’animo fuori dal comune e un talento per gli affari che sin da piccolo gli ha consentito di cavarsela in una vita che da subito, anche in patria, si è rivelata avara di fortuna con lui.

La storia di Tom viene a completarsi con l’incontro di Hester Waring, una ragazza che il padre ha lasciato sola, a morire di stenti, dopo aver dilapidato tutti i suoi averi con l’alcool. Che cosa possono avere in comune due persone così diverse tra loro: lui alto, possente e robusto, lei piccola e patita, da sempre abituata dal padre a guardare con sospetto quell’individuo ex galeotto che rilevava cambiali, a lungo emarginato dalla buona società del posto divisa tra Emancipisti ed Esclusivi (gli uomini liberi -funzionari del governo, soldati, marinai, semplici cittadini- che erano emigrati liberamente nell’ultima colonia britannica).

Attraverso una narrazione fluida e avvincente, che adotta la giusta miscela di avventura e sentimento, assistiamo all’incontro di questi due mondi così lontani e pregustiamo il loro completarsi reciproco, in una vicenda che non ha nulla di scontato. La descrizione dei personaggi, l’analisi dei loro sentimenti e pensieri, che ne mostra senza pesantezza l’umanità, e la particolare cura nella ricostruzione storica, quand’anche romanzata, sono decisive nel rendere Terre Lontane una lettura piacevole e sicuramente da proseguire.

Un ottimo consiglio ricevuto va sicuramente condiviso.

Nel paese degli amori maledetti

Un libro che si insinua piano piano nei recessi della mente e costringe ad aprire cassetti della memoria creduti chiusi per sempre.

Lungo un sentiero già tracciato dai titoli dei romanzi di Jane Austen, partendo dalle pagine di un diario dimenticato, una donna ormai adulta ritorna molto a fatica ai tempi del suo primo amore, nato sui banchi di scuola, coltivato nelle lettere rubate alle lezioni e incorniciato da una colonna sonora anni ottanta.

Come in una situazione molto simile a quella di Anne Elliot in Persuasione, la disparità di ceto (l’estrazione sociale, il grado di istruzione) tra due ragazzi che si innamorano fa ritenere i genitori di lei in diritto di convincerla dell’inopportunità di proseguire in una relazione del genere.

Evidentemente veniva da un ambiente familiare in cui gli avevano insegnato ad accontentarsi del suo stato o meglio della sopravvivenza (qualcuno ricorda che Ala era piuttosto pigro e non brillava per voglia di lavorare). Io invece ero stata educata, da mio padre e poi dai valori borghesi del liceo classico, ad aspirare ad essere, per quanto possibile, artefice del mio destino, e quindi a tenere sempre gli occhi sul domani.

La trama potrebbe essere ovvia se non fosse dipanata e sviscerata attraverso i mille anfratti dell’incertezza, della confusione, dell’inesperienza e dell’ingenuità giovanili, messe qui dolorosamente a nudo, come ferite che non vogliono rimarginare.

Si assiste al nascere, con i suoi primi palpiti, di un sentimento importante e nuovo nel cuore della giovane Bea e al dilemma in cui è combattuta tra l’amore per il suo Jek e i sogni fatti insieme, e l’amore per i propri genitori che non vuole far soffrire. L’unica scelta possibile si rivelerà quella di rimanere insensibile alle istanze del suo cuore, finendo però così per rimanere insensibile a tutto.

È difficile raccontare di un libro che non parla di una storia, bensì di un amore e lo fa quasi prestandogli la penna, lasciandolo fluire e sgorgare da solo con il risultato travolgente di una tenerezza struggente e poetica contagiosa, che non lascia semplici spettatori.

Un amore che apparentemente non conosce lieto fine, ma si conquista l’immortalità:

Non sempre le parole ingessano e uccidono le emozioni, talvolta riescono a coglierne l’anima o anche solo l’eco e lo riflettono nello spazio, sottraendolo al tempo, in tutta la sua potenza…

I dubbi, i tentennamenti, le dichiarazioni, i divieti pesanti come macigni, stringono un laccio attorno al cuore gonfio dell’io narrante che coincide e si confonde con l’io narrato. Quella ragazzina di sedici anni che si affacciava per la prima volta sul palcoscenico della vita, nel ritrovare il diario a cui confidava la storia del suo primo, vero antico amore, ritrova se stessa e le sue origini radicate nella sua terra, nella sua casa natale, per le vie del suo borgo e dei suoi boschetti a cui il destino, inesorabile, la riconduce da esule.

Uno sfogo che diventa rimpianto e riflessione sul senso della vita e sull’irrinunciabilità dell’amore, impossibile da sostituire con altri surrogati illusori.

Un’inedita Beatrice Battaglia, conosciuta e famosa in tutt’altra veste, si dimostra poetessa dell’amore, scrittrice di elegia pura:

E dopo ci fermiamo sul bordo del fosso a parlare, o meglio a cercare qualcosa da dire, a sorriderci con gli occhi, a desiderarci, senza poterci avvicinare troppo, perché qualcuno potrebbe spuntare dagli stradelli e vederci -e qui restiamo nell’odore dell’erbe fiorite mentre il sole va giù pian piano all’orizzonte, in attesa che il desiderio tracimi e superi la prudenza e lui, dando una rapida occhiata intorno, si avvicini e mi circondi con le braccia e mi baci.

Se questo non è amore!