Delitto di una notte buia

Questo romanzo breve fu pubblicato per la prima volta nella rivista di Charles DickensAll the Year Round.

Al titolo originale A (Dark) Night’s Work la parola “dark” fu aggiunta da Dickens contro i desideri di Gaskell. Dickens riteneva che il titolo modificato fosse più impressionante, non era la prima volta che i due avevano idee diverse sulle politiche editoriali. Lui era più attento alle esigenze del marketing, piuttosto che a quelle letterarie della sua collaboratrice. Allo stesso modo ebbero disaccordi sul ritmo e metodo seguiti da Gaskell, perché secondo Dickens non suscitavano e mantenevano desta a sufficienza l’aspettativa del pubblico di lettori.

Gaskell è concentrata, secondo lo stile che la contraddistingue, sul dramma umano e quindi sull’approfondimento psicologico dei caratteri e dell’animo dei personaggi, ma qui anche l’intreccio della storia è complesso e strutturato e il ritmo avvincente.

La storia parla dell’avvocato Edward Wilkin che avendo ricevuto un’istruzione di alto livello, si sente in diritto di frequentare ambienti superiori alla sua posizione sociale. È un uomo che beve e spende molto e le sue debolezze si riflettono sul suo lavoro, tanto da costringerlo ad assumere un socio -un uomo sgradevole di nome Mr Dunster. Una notte nel pieno di una lite furibonda, Edward colpisce a morte il socio. La figlia Ellinor e un fidato domestico, Dixon, lo aiutano a seppellire il corpo in giardino. Ma è il personaggio di Ellinor, prostrato dal senso di colpa, a muovere gli ingranaggi della storia diventando personaggio di primo piano.

Elizabeth Gaskell offre al lettore il ritratto di un’anima tormentata dal vizio e dal senso di inadeguatezza, che scivola drammaticamente nell’abuso di alcol; il racconto di un assassinio, in cui è labilissimo il confine tra le diverse responsabilità di chi è coinvolto; lo studio del senso di colpa; la disamina degli effetti dell’orgoglio e dell’ambizione sui rapporti personali; l’interrogativo -a tratti sconcertante- a proposito della natura della verità.

In questo racconto ritroviamo sia i tratti tipici della scrittura della Gaskell, sia un’interessante analisi dei temi “oscuri” e straordinariamente moderni. L’opera è diretta a criticare nemmeno troppo velatamente la discriminazione di classe e la concezione materialistica della vita. I fatti drammatici narrati ammoniscono sulla gravità degli effetti negativi di una cattiva e deleteria condotta.

L’anno 1863 fu particolarmente prolifero per Gaskell perché fu l’anno anche di Gli innamorati di Sylvia, e di altri racconti (tra cui anche Mia cugina Phillis). La varietà di temi e ambientazione dimostrano sia la sua versatilità sia la capacità di sperimentazione. I luoghi di Delitto di una notte buia sono molto lontani dalla costa occidentale e da Whitby; qui il contesto del racconto, dal punto di vista strettamente geografico, è il Cheshire. Il riferimento a Chester è abbastanza esplicito, mentre il personaggio come Ellinor deve, in parte, la sua creazione ad alcune suggestioni personali e anche ad alcune modellizzazioni letterarie di cui Gaskell era esperta conoscitrice.

Quando si inizia un progetto è fondamentale portarlo avanti e coltivarlo, se possibile, con sempre maggiore dedizione. In questa direzione si colloca la presente pubblicazione delle Edizioni Croce che con essa aggiungono un altro tassello alla già lunga lista delle opere di Elizabeth Gaskell riportate alla luce:

Bran e altre poesie

I fratellastri

La casa nella brughiera

Mary Barton – Racconto di vita a Manchester

Racconti

Delitto di una notte buia allora illumina, a dispetto di quell’indicazione di genere “dark”, la preziosa opera di promozione della conoscenza e valorizzazione in italiano di Elizabeth Gaskell, squisita signora e scrittrice inglese, delicata e appassionata al contempo, attraverso un esemplare che acquista pregio da se stesso e dalle firme che lo corredano.

La traduzione

La traduzione è stata affidata alle competenze di Mara Barbuni che si occupa di scrittura femminile dell’Ottocento e in modo particolare di Elizabeth Gaskell: ha recentemente tradotto i romanzi Gli innamorati di Sylvia e Mogli e figlie (mai apparsi prima in italiano), cura il sito intitolato alla scrittrice: https://elizabethgaskell.jimdo.com/.

L’introduzione

L’introduzione è a cura del massimo esperto italiano in materia: l’esimio prof. Francesco Marroni, Vice Presidente della Gaskell Society, professore di Letteratura Inglese e di Storia del Teatro inglese presso l’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti e Pescara, direttore delle riviste Merope e RSV. Rivista di Studi Vittoriani e del Centro Universitario di Studi Vittoriani e Edoardiani presso il campus universitario di Chieti.

Il libro sarà disponibile entro la prima metà di giugno.

Le pause della vita

Dopo Alla deriva, le Edizioni Croce presentano Le pause della vita, un altro romanzo della scrittrice siciliana, Maria Messina. Oggi le sue opere, tradotte e apprezzate all’estero, sono tornate argomento di studio e di dibattito.

Per le Edizioni Croce è Salvatore Asaro a dirigerne il progetto di recupero.

Il romanzo Le pause della vita è stato affidato alla cura di Flavia Rossi.

Se ne riporta la sinossi:

Apparso per la prima volta nel 1926, narra le vicende della giovane Paola Mazzei.

Abbandonata dal padre e costretta a separarsi dal fratello – che parte per il fronte del primo conflitto mondiale –, la ragazza si ritrova a vivere nelle campagne di San Gersolè con lo zio Federigo e la madre Tina, donna severa e autoritaria, con la quale non riesce a comunicare. Quando alla morte dello zio ottiene un impiego precario presso l’ufficio delle Poste, Paola non riesce a integrarsi con le colleghe, frivole e invadenti.

La giovane trova conforto solo nei libri che legge durante le pause dal lavoro, in particolare in un romanzo che si diletta a tradurre dall’inglese, e negli incontri con Matteo, ex compagno di scuola con il quale ha intrapreso una relazione. Da semplice passatempo la traduzione si converte in un’occupazione appagante e coinvolgente, al punto che assieme al desiderio di dare alle stampe il testo, Paola matura ambizioni di scrittrice. Nel frattempo la guerra è finita. Quando tutto sembra volgere al meglio, una serie di eventi spinge la protagonista a trasferirsi a Firenze. Qui si troverà a fare i conti col passato e sarà costretta a tirare le somme sulla sua esistenza.

L’autrice

Maria Messina nasce a Palermo nel 1887 da Gaetano, ispettore scolastico, e da Gaetana Valenza Trajana, esponente di una famiglia baronale, originaria di Prizzi. I continui trasferimenti del padre costringono la famiglia a spostarsi con frequenza, prima a Messina, quindi a Mistretta, poi in Toscana, in Umbria, nella Marche e a Napoli.

Iniziata alla scrittura dal fratello Salvatore, che ne aveva intuito il talento, ottiene la notorietà con la pubblicazione di Pettini-fini (1909) e Piccoli gorghi (1911), raccolte di impronta verista che le valgono la stima di Giovanni Verga, col quale intraprende una fitta corrispondenza.

Gli anni ’20 sono quelli del successo letterario, ma anche quelli del peggioramento di una grave malattia che le toglie gradualmente la possibilità di scrivere. Tornata in Toscana, muore a Pistoia nel 1944, dimenticata da tutti. Il 24 aprile 2009, grazie all’interessamento del comune, le sue spoglie mortali sono ritornate a Mistretta, considerata come una sua seconda patria.

Link di acquisto: Maria Messina

Per approfondimenti: https://www.facebook.com/LeggereMariaMessina/?fref=ts

 

Maria Messina, una scrittrice italiana troppo a lungo dimenticata

Intervista a Salvatore Asaro, curatore del progetto di rilancio della scrittrice Maria Messina per le Edizioni Croce.

Salvatore Asaro è laureato in Lettere alla Sapienza Università di Roma.
Successivamente ha perfezionato i suoi studi a Londra, approfondendo l’opera forsteriana. Di recente i suoi interessi si sono mossi verso i cultural studies e gli studi di genere, dedicando una particolare attenzione alle autrici italiane e in lingua inglese dell’Otto-Novecento, in particolare Elizabeth Gaskell, Charlotte Brontë e Goliarda Sapienza.

Come hai incontrato Maria Messina?

Il mio incontro con la scrittrice palermitana è piuttosto bizzarro. Cinque anni fa la redattrice di una casa editrice mi chiese di fare una ricerca su alcuni racconti – italiani e stranieri – che avevano per tema la migrazione, in prospettiva di una raccolta. Mi misi a fare una ricerca capillare, cominciai a spulciare i cataloghi delle biblioteche e portai alla luce fragilissimi libercoli che consultai con interesse e attenzione. Una mattina, per caso, mi imbattei in una recensione che rimandava a un’altra recensione che rimandava a sua volta a uno scritto di Leonardo Sciascia. Un gioco di scatole cinesi abbastanza aggrovigliato e polveroso che mi ha condotto fino a Maria Messina e alla sua singolare novella “La Mèrica”. Una scrittrice che non avevo mai sentito nominare ma che mi attrasse con forza magnetica che non potrei spiegare in alcun modo senza svilirne la misteriosa intensità. Di lì a breve scoprii che negli anni ’80 lo scrittore di Racalmuto era venuto a conoscenza della produzione narrativa di Maria Messina nel medesimo modo – solo che gli anni del ripescaggio messiniano ebbero vita effimera: morto Sciascia i libri della scrittrice palermitana caddero in un secondo oblio. La coincidenza – due uomini, tutti e due siciliani, che scoprono “la Mèrica” – mi ha suggestionato al punto da continuare la mia ricerca sulla scrittrice e quindi di non fermarmi a una semplice raccolta collettanea (per inciso, la redattrice non volle più inserire “La Mèrica” nell’antologia). La cercai all’interno delle università italiane, ma non trovai informazioni sufficienti, non quelle che cercavo almeno – le risposte delle docenti sono sempre state molto vaghe. Quindi ho recuperato i pochi libri riediti in Italia grazie al genio di Leonardo Sciascia, ho approfondito la conoscenza della scrittrice grazie alla lungimiranza di Giovanni Garra Agosta che, sempre negli anni ’80, aveva recuperato e pubblicato le lettere della scrittrice a Giovanni Verga in cui è possibile scoprire aspetti inediti e interessantissimi sulla donna.

Puoi raccontarci qualcosa di lei che ce la faccia conoscere meglio e imparare ad amare?

Inspiegabilmente dimenticata, Maria Messina è probabilmente una delle scrittrici del primo ’900 italiano più interessanti; ha una produzione letteraria sconfinata oltre che variegata: ha pubblicato una quantità vastissima di novelle, diversi romanzi e tante raccolte di racconti per bambini, riscuotendo un tale successo di critica e di pubblico, da costringere la nipote – Annie Messina – ad adottare un nome decisamente più esotico (Gamîla Ghâli) quando, più tardi, decise di intraprendere la stessa carriera della zia. Maria Messina esordisce nel 1909, con la raccolta Pettini-fini, dedicata al fratello Salvatore che l’aveva esortata allo studio delle lettere (A te, mio buon fratello – che mi sei stato affettuoso e generoso maestro – offro con gratitudine queste pagine che ti appartengono). Il fratello intuisce prima di chiunque altro il valore delle novelle della sorella e si impegna attivamente affinché possano essere lette e recensite in tutta Italia. Ne invia una copia a Giovanni Verga, che ne aveva ispirato lo stile e i contenuti. Lo scrittore etneo, sempre restio nei confronti degli esordienti, comprende immediatamente la potenza di quella raccolta e avvia un fittissimo scambio epistolare con la sua giovane “allieva”, la sprona a più riprese a continuare con l’arte della scrittura e la segnala ai suoi amici editori, affinché possano esaminare il materiale, e alle più prestigiose riviste letterarie dell’epoca, in particolare a «Nuova Antologia». L’invito di Verga è talmente sincero e partecipativo che Maria Messina decide di dedicare proprio a lui la sua seconda raccolta di novelle, Piccoli gorghi. È lei stessa a parlare dell’accoglienza che i critici dell’epoca le avevano riservato e dello stile che aveva deciso di adottare, sul numero di dicembre del 1919 de «Italia che scrive»:

«Pettini-fini e Piccoli gorghi sono gli inseparabili compagni del mio primo passo; mi fa piacere ricordare, dopo tanti anni, queste novelle rapide e secche, pensate laggiù a Mistretta. Pagine concise e senza aggettivi: come la parola di chi vive profondamente una sua vita interiore, come la mia prima giovinezza che si temprava in solitudine. La critica accolse Pettini-fini e, poi, Piccoli gorghi con espressioni così lusinghiere da far girare la testa ad una esordiente. La buona accoglienza non fu, per me, se non motivo di sgomento: la mia anima solitaria tremò e si chiese più volte: saprò io mantenere le mie promesse?».

Maria Messina ha scritto, a mio avviso, alcune delle pagine più belle della nostra letteratura; i suoi personaggi, in particolar modo le figure femminili, hanno una forza paragonabile forse solo a quelli della letteratura vittoriana o del grande romanzo russo. La costruzione dei personaggi di Marcello e Simonetta de Alla deriva non ha eguali nella narrativa italiana moderna, nemmeno se prendiamo in esame testi e autori a noi più vicini; la potenza di Orsola de Primavera senza sole si può ritrovare soltanto in personaggi come Molly Gibson di Elizabeth Gaskell o Nasten’ka di Fëdor Dostoevskij, così come la modernità di Paola Mazzei de Le pause della vita, un personaggio attuale e descritto con una crudezza quasi spietata. L’autrice ha una capacità narrativa formidabile, elemento che la rende immediatamente riconoscibile; possiede uno stile asciutto, tagliente, un fraseggio quasi tolstojano, con periodi rapidi e ad effetto; riesce inoltre a condensare particolari fondamentali in porzioni circoscritte di testo, celando nel non-detto i punti nevralgici delle sue storie. Leggere Maria Messina significa immergersi totalmente nelle sue storie, alcune brevissime – alla maniera di Čechov – e imparare a dialogare con i suoi personaggi, in particolare con le molte donne che popolano le sue storie. È stata definita un’“attardata”, nel senso di epigona, perché aveva deciso di aderire alla corrente del Verismo, quando questo, effettivamente, era agli sgoccioli; lo stesso Borgese, nel 1928, l’aveva definita una «scolara di Verga». In realtà è un punto su cui bisognerà ritornare, infatti non sono molto d’accordo sulla definizione che la vuole una verista tout court. Amare Maria Messina è naturale, come naturale è stata la scrittura per lei.

Si tratta di una scrittrice che è rimasta pressoché sconosciuta fino a oggi, mai entrata nei libri di scuola per intenderci…

Questa è una nota dolente. Quando ho iniziato a occuparmi più concretamente del suo recupero, ho portato all’attenzione delle studiose la grande assenza della scrittrice palermitana dai programmi universitari, dai convegni, dai laboratori che si occupano di autrici donne, ma non ho ottenuto i risultati che speravo. Ripubblicare Maria Messina non è stato semplice. Curiosamente la produzione della scrittrice è sempre stata promossa da uomini: prima dal fratello, da Giovanni Verga, da Alessio Di Giovanni e da G.A. Borgese, che hanno agevolato la diffusione dei libri in tutta Italia; poi negli anni ’80 è stato il turno di Leonardo Sciascia e di Garra Agosta e ora sono io a raccogliere il testimone… In questi ultimi anni, fra gli altri, Salvatore Ferlita, Luca Ricci – così come anche Simona Lo Iacono – hanno portato all’attenzione degli studiosi l’assenza quasi paradossale di Maria Messina dal panorama culturale, pubblicando articoli sui maggiori quotidiani nazionali. In questi mesi mi sono occupato in maniera specifica di Primavera senza sole; a tal proposito ho consultato diversi manuali di letteratura, scoprendo che nella quasi totalità, anche in quelli redatti da studiose donne, anzi soprattutto nei loro, l’autrice non è neppure mai menzionata. A uno stupore iniziale è subentrato, lentamente, un sentimento di rabbia. Mi sono chiesto il perché. Eppure nel 1935 Alfredo Galletti – un altro uomo – scriveva nel suo manuale di letteratura italiana: «La produzione romanzesca femminile poi è oggi in Italia di una esuberanza incredibile e veramente strabocchevole […]. Lettori e critici tuttavia sembrano accordarsi nel lodare nella folla dei romanzi muliebri certi lavori di Maria Messina». E pensare che a quell’altezza cronologica la scrittrice si era allontanata dalla scena pubblica già da diverso tempo a causa di una tremenda malattia. Fortunatamente nella difficile operazione di recupero, mi sono potuto avvalere della collaborazione di diverse intellettuali e studiose: innanzitutto Elena Stancanelli, un’acuta scrittrice e giornalista, che ha contribuito alla prefazione de Alla deriva; ma poi c’è stata Barbara Dotti, scrittrice e traduttrice, che mi ha affiancato durante il mio complesso lavoro di ricerca di archivio; Flavia Rossi, che ha introdotto e curato con rigore scientifico Le pause della vita, cogliendo l’aspetto migliore non solo del singolo titolo ma dell’intera produzione messiniana, anche sotto un profilo strettamente biografico; Mara Barbuni che ha letto e accolto con vivo entusiasmo una novella della Messina, decidendo di inserirla all’interno di un’antologia da lei curata e Cristina Pausini, docente di Lingua e letteratura italiana a Tufts (Boston).

A lei è stato intitolato un premio letterario?

Sì, da diversi anni è stato dedicato un premio letterario a Maria Messina, a Mistretta, cittadina che ospitò la scrittrice negli anni dell’adolescenza. Di recente, su mio consiglio, due miei amici hanno dato vita a una pagina Facebook, “Leggere Maria Messina”, con lo scopo di sensibilizzare i lettori che oggi dedicano sempre più tempo ai social.

Sei stato chiamato a curare il progetto di rilancio di Maria Messina per le Edizioni Croce, con quali obiettivi?

Mi ci sono voluti anni prima di riuscire a riportare in libreria Maria Messina e, nonostante il rischio dell’operazione, la casa editrice Croce ha deciso comunque di impegnarsi nel progetto. Il mio obiettivo è essenzialmente quello di far riscoprire al pubblico questa scrittrice straordinaria. E anche sensibilizzare il mondo accademico affinché faccia rientrare la scrittrice nei programmi universitari e quindi renderla oggetto di studio e di dibattito.

Quali opere avete deciso di riportare alla luce e perché?

Il progetto è vasto. Ci sono diversi titoli in cantiere. È già uscito Alla deriva con la bella prefazione di Elena Stancanelli, la quale, come ho detto, si sta impegnando affinché questa grande scrittrice possa riemergere. Tra qualche settimana uscirà Le pause della vita a cura di Flavia Rossi e tra un paio di mesi Primavera senza sole. Il calendario non si chiude qua, ma la casa editrice non dà mai anticipazioni che superano i tre mesi.

Quale opera di Maria Messina consiglieresti di leggere a chi volesse accostarsi a questa autrice per la prima volta?

Tutte, è banale?

Che cosa intendeva secondo te Sciascia quando la definì la Katherine Mansfield italiana? Fu una provocazione per attirare l’interesse della critica o è un paragone calzante? Se sì, su quali basi?

Maria Messina e Katherine Mansfield sono coetanee e condividono la stessa biografia disgraziata. Chi conosce la vita della Mansfield non può non accostarla a quella di Maria Messina. Entrambe le donne hanno attinto a piene mani dalla fontana della vita e hanno regalato al mondo pagine meravigliose, piene di dolore – perché la vita fa male. Dubito che Maria Messina abbia avuto modo di leggere i racconti della scrittrice neozelandese; credo che Sciascia si riferisse piuttosto allo stile narrativo adottato da entrambe le donne. Lo stile mansfieldiano non si discosta affatto da quello della scrittrice palermitana; l’indescrivibile poesia dei loro scritti è contraddistinta da un’aspra ironia. Un altro dato le accomuna e forse le ha indirettamente influenzate: la passione per la letteratura russa. Čechov condizionò e plasmò il modo di scrivere di entrambe, non solo per quanto riguarda la tecnica del racconto breve e brevissimo, ma anche per i temi trattati. L’intera produzione messiniana è infatti intrisa di letteratura russa, esattamente come quella della neozelandese. Il parallelismo sciasciano non è dunque azzardato. Ma al contrario degli inglesi con la Mansfield, gli italiani hanno riservato alla Messina un destino decisamente più crudele.

Alcune situazioni mi fanno pensare al primo Pirandello: è un po’ azzardato questo riferimento?

La letteratura siciliana che in quegli anni, bisogna specificarlo, era la letteratura nazionale, è tangenziale a se stessa. Come la Mansfield, anche Luigi Pirandello era coetaneo di Maria Messina e dunque le letture, i modelli cui ispirarsi erano gli stessi: la grande stagione del romanzo russo, l’ironia disarmante di Colette, lo sperimentalismo narrativo di Virginia Woolf e l’ombra immensa del padre della letteratura moderna: Giovanni Verga. Luigi Pirandello, specie all’interno delle novelle, «analizza la piccola e infima borghesia siciliana e, dentro l’angustia e lo spento grigiore di una tal classe, la soffocata e angosciante condizione della donna». In pratica quello che fa pure Maria Messina, ma lei lo fa da donna. Nelle sue storie i personaggi maschili non parlano, sono quasi sempre parlati. E trovo grandioso tutto ciò, non ci sono casi analoghi in Italia, non prima di lei almeno. La sua letteratura è inedita, e sono sicuro che se non fosse stata stroncata dalla malattia nel pieno della sua attività letteraria, avrebbe dato vita a qualcosa di grandioso in Italia, qualcosa non troppo diverso da quello che hanno fatto Virginia Woolf in Inghilterra o Gertrude Stein in America.

Credi in un’affinità metatemporale che ci fa eleggere certi scrittori a nostri autori preferiti?

La letteratura è uno strano luogo. Sicuramente c’è qualcosa di metatemporale che ci porta ad amare certi autori a noi lontani, nel tempo e nello spazio. La letteratura è universale e parla agli uomini di ieri, di oggi e di domani. Può sembrare una frase scontata, ma non lo è.

Le Edizioni Croce hanno in programma l’uscita di un altro romanzo di Maria Messina, Le pause della vita: potresti introdurcelo?

Le pause della vita è un romanzo “anomalo” all’interno della produzione messiniana. Come soltanto in poche altre occasioni, l’ambientazione non è la Sicilia ma la Toscana e soprattutto non si parla della vita degli umili e della condizione dei contadini; si tratta di una storia quasi borghese. Uscito per i tipi della Treves nel 1926, ruota attorno alla figura di Paola Mazzei. Abbandonata dal padre, la giovane spende le sue giornate a San Gersolè, un piccolo paese toscano, con lo zio e la madre. Ottenuto temporaneamente un impiego alle poste, Paola non riesce a intrecciare nessun rapporto con le altre donne dell’ufficio. Si rifugia nei libri e inizia a tradurne uno. Nel frangente, si avvicina sempre più a un vecchio compagno di scuola, uno squattrinato che da lì a breve è costretto a lasciare il paese. Il dolore della solitudine, che nemmeno la traduzione riesce a lenire, spinge Paola a prendere delle decisioni infelici che comprometteranno inevitabilmente il suo futuro. Il romanzo, curato da Flavia Rossi, vanta anche un’introduzione in cui vengono analizzati tutti i meccanismi che muovono la macchina narrativa di Maria Messina. Come ci dice la Rossi all’interno della sua introduzione «“Tutto avviene bruscamente nella vita: il male e il bene. Ma il bene giunge troppo tardi, quando non siamo pronti a riceverlo”. È questa la cupa morale attorno a cui ruota Le pause della vita».

Maria Messina non è famosissima ma di lei hanno detto che dopo averla letta non è possibile dimenticarla e anzi sorge spontaneo il desiderio di leggere ancora e altro su di lei.

Maria Messina non è famosa in Italia, ma nel resto del mondo è tradotta, venduta e anche studiata all’interno delle università. Da quando ho iniziato a occuparmi in maniera più organica della scrittrice, ricevo numerose mail di studiosi e studenti da tutto il mondo, perfino dall’Australia, in cui mi chiedono informazioni; la domanda più frequente è: «Perché in Italia nessuno conosce Maria Messina?». È un quesito che mi lascia interdetto e mi imbarazza non poco. Una volta letto qualcosa di suo, anche solo una brevissima novella, non si può più smettere. È proprio così. In Alla deriva si avverte l’ironia tagliente, come è stato notato altrove, di Chéri di Colette, in Un fiore che non fiorì si legge la modernità di alcuni scritti della Ortese (che deve averla sicuramente letta e perfino suggestionata), in Primavera senza sole l’amarezza disadorna della condizione femminile rimanda inevitabilmente ad alcune delle migliori pagine di Virginia Woolf. Maria Messina è unica, e forse è proprio per questo che è stata volutamente dimenticata.

Grazie per questa interessante e affascinante presentazione e per il tuo lavoro. Non si può non raccogliere l’appassionato invito ad approfondire la conoscenza di Maria Messina da cui spero i nostri lettori si lascino conquistare.

Raffaello di Cinzia Giorgio

Quando l’Arte è tradotta in parole.

La storia, la pittura, la vita, si fondono per creare un’unica emozione.

La storia è affascinante e costruita su un doppio binario spazio temporale (tra la Roma del Cinquecento e la Parigi di oggi) a incastro, strato su strato: sovrapposti come quelli che un bravo restauratore deve rimuovere per recuperare l’opera originale che si disvela in tutto il suo splendore.

Accanto alla vicenda privata e pubblica di Raffaello, che si sviluppa a ritroso, corre parallela quella di una restauratrice, Bianca, ambientata al giorno d’oggi, la cui vita è strettamente legata all’arte e allo sfortunato pittore urbinate per diversi motivi.

Le storie procedono in senso inverso, legate da un comune denominatore, avvolto nel mistero.

L’autrice lascia che Bianca ci racconti la sua, in prima persona, nella concitazione tutta moderna di ritmi e spostamenti e di complessi rapporti interpersonali, e lascia sullo sfondo la vicenda umana dell’artista rinascimentale che gradualmente si compone in tutta la sua tragica intensità.

È come fare un salto nel tempo, ai giorni in cui la vita di un artista era drammaticamente combattuta tra le preoccupazioni quotidiane, la fatica fisica e la bellezza, in qualsiasi forma egli avesse deciso di esprimerla. Trasuda aria rinascimentale da tutti i pori: quella che si respira per le strade di Roma intrisa di arte e storia, che si insinua per i corridoi dei palazzi vaticani tra stanze e loggette affrescate, origlia dietro alle porte degli illustri prelati, sbircia i progressi di Michelangelo.

L’effetto indiretto del fascino esercitato da queste pagine induce ad analizzare molta della produzione raffaellesca a Roma dove Raffaello conobbe quella che sarebbe stata la sua Musa ispiratrice di numerosi visi femminili, in primis La Fornarina ma anche la Velata, la Galatea del Trionfo, e altrove più di un viso della Madonna.

Il restauro al Louvre di un ritratto del maestro urbinate che vede affiancati Raffaello e molto probabilmente il suo giovane amico e collaboratore, Giulio Romano, fa da raccordo tra la realtà storica dell’uomo con i suoi affetti e le sue passioni, e l’espressione artistica del suo talento.

Notevole tutto il lavoro di studio, ricerca e documentazione che c’è dietro al libro: la padronanza e gestione dell’argomento, l’originalità del modulo narrativo scelto, il desiderio di arte suscitato, la sete di bellezza accesa.

Cinzia Giorgio, scrittrice di romanzi e storica dell’arte, ha trovato la formula giusta per insegnare senza annoiare, raccontando la storia dell’arte rinascimentale attraverso uno dei suoi insigni esponenti, ridestando quel senso di appartenenza e di orgoglio nazionale che ci fa considerare l’insuperabilità del Genio che ha realizzato quei dipinti inestimabili. Uno di quei rari casi in cui le qualità umane sembrano perdere quei limiti insiti di finitezza e avvicinare l’artista, molto più di altri, a una dimensione divina.

L’epitaffio composto per Raffaello da Pietro Bembo lo esprime molto bene.

Raffaello e Pietro Bembo erano amici affiatatissimi. Il pittore muore giovane, nel 1520, lo stesso giorno della sua nascita, il 6 aprile, ed è Pietro a comporre il suo epitaffio, poi inciso sulla tomba al Pantheon a Roma:

«Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori».

Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire.

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Ragione & sentimento di Stefania Bertola

Non capita spesso di poter sentire parlare di libri una scrittrice, e in particolare proprio di quello attualmente in lettura. Così cercherò di combinare le mie impressioni su questo romanzo con le informazioni che ho appreso direttamente dall’autrice, inerenti la creazione di esso e addirittura la sua copertina.

La prima osservazione che sento di dover fare è che il libro è travolgente, scritto molto bene, mi verrebbe da dire: con una “padronanza di linguaggio invidiabile” che, anche se non fosse diventata un’espressione un po’ abusata, non sarebbe sufficiente a esprimere il carattere effervescente e inesauribile della scrittura e delle trovate proposte, nonché della capacità di coniare neologismi, oltre che del vero e proprio confessato debole per i nomi propri.

L’effetto ottenuto è quello di aver fatto una lunga chiacchierata con l’autrice, il che è esattamente quello che cercava Jane Austen nello scrivere lettere a Cassandra, con la stessa velocità e piacevole sensazione.

Ormai ho acquisito la vera arte epistolare, che come ci hanno sempre detto, consiste nell’esprimere su carta esattamente ciò che si direbbe alla stessa persona a voce; ho chiacchierato con te quasi alla mia velocità abituale per tutta questa lettera. (L29, 3-5 gennaio 1801) [1]

Circa le protagoniste, non capisco la configurazione di Marianna come bionda algida, Turris Eburnea -poi violata- della castità mentre condivido benissimo lo spirito pratico con cui Eleonora sceglie la professione di insegnante a scapito di una carriera legale in cui la volevano proiettata i genitori, per poter guadagnare e avere quindi subito un ritorno economico. Mi sorprende lo spazio dedicato a Margherita che, come una quattordicenne d’oggi, ha una vita affettiva molto intensa, mentre i sospiri della madre, Maria Cristina, mi ricordano tanto i poveri nervi di Mrs Bennet!

L’adattamento è molto ardito e la trasposizione di alcune situazioni forzata (Giulio che deve sposare la nigeriana fuggita dal suo paese) ma il tutto fa parte di un progetto e di un effetto voluto: tanto i riferimenti sessuali sono assenti nei romanzi di Jane Austen, quanto sono espliciti e anche spinti qui, sebbene in questo ambito si debba registrare la prima incongruenza: Eleonora è più disinibita di Marianna, forse perché in questi tempi moderni il sesso è più una questione di testa che di sentimenti?

Lo stile invece è molto somigliante a quello di Jane Austen, sicuramente per l’ironia, ma anche per la presenza dei numerosi dialoghi e personaggi, con un particolare afflusso di personaggi minori, anche caratterizzati, di cui non si sentiva la necessità (cfr. capitolo undicesimo bis). Ma questa è una peculiarità distintiva della scrittrice italiana.

A parte la derivazione autorevole, il romanzo scritto da Stefania Bertola, se è vero che parte da un’antinomia insita nella stessa natura umana, veicola messaggi propri e costringe, pur con il ritmo incessante e trafelato del pettegolezzo continuo, a pause di riflessione: sull’amore, sulla libertà di sbagliare.

(Pensieri di Eleonora…) … Per me l’amore non è così… Non è un tumulto, una mareggiata. E’ placida l’onda, prospero il vento. Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai. È un segreto, che se ne parli si sbriciola”: come? come? Eleonora che cita Shakespeare?!

In questo caso posso però aggiungere alcune chicche apprese direttamente dall’autrice del libro che ho avuto modo di ascoltare durante una serata organizzata dall’Associazione EWWA per l’iniziativa Non solo rosa a Porto San Giorgio (FM), nelle Marche,  lo scorso 25 marzo.

Stefania Bertola vanta numerose esperienze di scrittura. Si definisce una romanziera, e ci tiene, ma è anche autrice radiofonica, sceneggiatrice e prima di tutto traduttrice, lo sottolinea.

Ha tratto l’ispirazione per questa riscrittura dall’analogo progetto adottato in Inghilterra sui romanzi di Jane Austen e ha scelto proprio Ragione e sentimento perché trova che siano aspetti universali e atemporali sempre validi che proprio per questo si prestano a una applicazione in chiave moderna: “si lotta da sempre e si lotterà sempre, e per questo motivo tra tutti i romanzi di Jane Austen Ragione e sentimento è quello più adatto a essere periodicamente riscritto, scagliandolo dentro il tempo e i secoli che passano”, si legge nella IV di copertina.

Alla domanda se fosse stata intimorita all’idea di toccare un classico, ha risposto: “Dopo Orgoglio e Pregiudizio Zombie, non si possono avere remore di alcun tipo”.

Incassato il benestare di alcuni lettori speciali, tra cui le sacerdotesse-vestali di Jane Austen -e qui starei attenta a non confondere le fanatiche dell’epoca storica con le estimatrici della scrittrice letteraria- il libro è stato dato alle stampe. Non prima di aver scovato una simpatica idea per la copertina che nella sua semplicità e immediatezza comunicativa dobbiamo a un cartello di saldi, oltre che all’inventiva della stessa autrice e del suo, evidentemente, illuminato coniuge.

Non nasconde le difficoltà per ricreare certe situazioni, come trasporre ai giorni nostri, per esempio, il condizionamento che legava Edward Ferrars a Lucy Steele, con una situazione corrispondente che tenesse conto della diversa mentalità e concetto di dovere morale.

Ciascuna sua opera è legata a una colonna sonora che ne ha accompagnato le fasi e sbloccato le pause inventive: difatti i riferimenti musicali sono molto presenti anche all’interno del presente romanzo.

Obbedendo a uno dei consigli letterari basilari di zia Jane che raccomandava alla nipote Anna di scrivere di ciò che si conosce, anche Stefania Bertola dichiara di aver scelto di ambientare il suo Ragione & Sentimento nella Torino salottiera che conosce e che presenta insospettabili analogie con l’ambiente del Surrey di fine Settecento.

L’operazione è riuscita e il merito è tutto dell’ironica penna competente di Stefania Bertola, amica di Jane Austen!

[1] http://www.jasit.it/le-lettere-di-jane-austen/

Su e giù per le scale di Monica Dickens

Quando ami l’Inghilterra, cerchi di studiare da autodidatta la letteratura inglese, praticamente sei di casa a Downtown Abbey e un’amica ti consiglia Su e giù per le scale di Monica Dickens, non puoi non ammettere che ti conosce benissimo!

E infatti lo apro e inizio a leggerlo e scopro che si tratta di un campionario assortito di innumerevoli e insolite situazioni-tipo di cuoche di interni inglesi. Sì, perché quello che ci presenta Monica Dickens è un fenomeno tipicamente inglese, quello di avere una cuoca a servizio, e di conseguenza l’ingenerato brulicante mercato di incontro tra la domanda e l’offerta di questo particolare tipo di lavoro domestico, spesso per il tramite di agenzie e annunci sui quotidiani. L’autrice ci racconta in un memoir la sua esperienza personale attraverso una successione di incontri con datori di lavoro strani improbabili, simpatici, in casi sporadici anche gentili, aprendo allo stesso tempo le porte di servizio dei piani inferiori su diverse tipologie domestiche e familiari: l’appartamento di città, la casa in periferia o il cottage di campagna.

Seguendo la scia del sempre crescente interesse per la categoria dei domestici e del loro peculiare punto di vista con cui assistono svolgersi la vita al piano di sopra, come dimostrano il successo televisivo della serie Downton Abbey e quello letterario di M. C. Beaton, con 67 Clarges Street (tradotta in italiano dalle Edizioni Astoria) o lo stesso romanzo Longbourn House di Jo Baker (per citare i più famosi), qui la prospettiva è individuale: è l’occhio del singolo, della cuoca tuttofare che, di estrazione borghese, veste gli abiti dimessi di Monty, col suo cappello sbiadito, per cogliere le particolarità, le fatiche, le ingiustizie e i difetti umani venuti alla luce in questa inferiore posizione sociale.

Monica Dickens – portrait of the British writer, the great-granddaughter of Charles Dickens. 10 May 1915 – 5 December 1992 — Image by © Lebrecht Music & Arts/Corbis

Monica è simpatica, un po’ imbranata, brava in cucina ma non perfetta, colleziona soufflè sgonfiati e arrosti bruciati accanto a succulente omelette, della cui riuscita si stupisce da sola. La storia è autobiografica: figlia di una famiglia di ceto medio-alto, ribelle e anticonformista, espulsa da una rinomata scuola-bene di Londra, vuole sperimentare cosa significa guadagnarsi da vivere in questo caso cucinando. I menù presentati non sono molto utili in quanto offrono poche idee mutuabili, ma sono sicuramente interessanti per la luce che gettano sull’alimentazione inglese e sui piatti e le ricette che circolano tutti i giorni sulla tavola delle famiglie.

Il racconto non conosce soste e anzi, a tratti comunica il senso di sfinimento e fatica addossato alla povera cuoca (che spesso deve improvvisarsi anche domestica e cameriera) e con lo stesso ritmo trafelato e ansiogeno, in preda al timore di non rientrare mai nei tempi della cena e delle varie portate, piomba nelle situazioni più stravaganti e nei contesti più diversi: dalla cena di una sera al ricevimento per fidanzati, al clima accogliente di un cottage di campagna, presso una coppia appena sposata o un single sfruttatore. L’unico ingrediente di cui Monica non rimane mai a corto è l’ironia, con cui sa condire e risolvere tutte le situazioni che le si presentano.

Non saprei che tipo di bilancio, dal punto di vista umano,  possa trarre da questo esperimento di vita, la ragazza Monica Dickens; certo è che dal punto di vista letterario, il risultato è più che positivo. Degno di cotanto antenato!

Racconti di Elizabeth Gaskell

È in stampa, e quindi uscirà tra breve, la raccolta Racconti di Elizabeth Gaskell.

Scrittrice prolifica e versatile, ella riesce a essere intensa nelle short stories tanto quanto nei grandi romanzi, e le Edizioni Croce hanno deciso di tradurre e pubblicare dieci racconti dei suoi, inediti o introvabili in italiano.

Avvolti da questa meravigliosa copertina che in un gioco di luci e ombre lascia presagire una lettura appassionante e intenta, i dieci titoli sono: Casa Clopton, L’eroe del Sagrestano, Casa Morton, Lo zio Peter, Tempeste e raggi di sole natalizi, Le vicissitudini domestiche di Bessy, Il cuore di John Middleton, Storia di un proprietario terriero, Le tre ere di Lizzy Marsh, Visita a Eton.

Si tratta degli scritti brevi gaskelliani a tema non gotico, forse qualcuno ispirato dai suoi viaggi e dai suoi spostamenti durante i quali raccoglieva aneddoti preziosi, le cui date di composizione abbracciano più di un ventennio.

Il volume, appartenente alla collana “Participio Passato”, va ad aggiungersi con le sue 394 pagine, a quelli già pubblicati: La casa nella brughiera, I fratellastri, Mary Barton, (oltre a Bran e altre poesie). A curare questa edizione è la prof.ssa Anna Enrichetta Soccio, professoressa di letteratura inglese all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara. Tra i traduttori spiccano i nomi di Mara Barbuni e Salvatore Asaro, già uniti da un legame speciale a Elizabeth Gaskell.

Un volume don pregio fin dalla prima pagina della raccolta che raffigura, riproducendola in filigrana, la litografia di Casa Clopton, la stessa che ha ispirato il racconto a Gaskell. E alla fine del libro ci aspetta una splendida sorpresa come ormai le Edizioni Croce ci hanno abituato a pregustare.

Racconti raccoglie la narrativa breve di una delle maggiori scrittrici dell’Ottocento inglese, colei che è riuscita a entrare nelle grazie di Charles Dickens e a dare voce a una moltitudine di personaggi – non solo figure riprese dalla nobiltà ma anche uomini recuperati dalla periferia umana, storie di reietti, di esclusi. La scrittura breve ha accompagnato Elizabeth Gaskell per tutta la vita, dal suo esordio fino alla morte improvvisa avvenuta durante un tè nel suo salotto, nel 1865. Pubblicati sulle maggiori riviste dell’epoca, i suoi racconti hanno entusiasmato generazioni di lettori. La modernità con cui Elizabeth Gaskell riesce a investigare all’interno dell’animo umano non ha pari nella storia della letteratura vittoriana. Le sue storie ci coinvolgono da vicino, ci toccano e alla fine ci disarmano. Racconti ambisce ad avere un carattere “definitivo”, mettendo assieme una serie di titoli finora mai tradotti in italiano, al fine di confermare l’importanza della scrittrice all’interno del panorama letterario inglese.

Le case di Jane Austen

Una lettura diversa quella offerta da Mara Barbuni arricchita da preziosissime informazioni su aspetti meno ovvi delle opere di Jane Austen. Ha ragione lei quando scrive che su Jane Austen è stato detto molto, ma non tutto, e un contributo come questo mette sicuramente in luce una dimensione, quella domestica, molto importante e imprescindibile sia per la produzione letteraria che per la vita stessa della scrittrice.

Alla ricerca continua di una sistemazione stabile, Jane Austen tende a identificare i personaggi dei suoi romanzi con una precisa collocazione spaziale e abitativa che diventa connaturale all’essenza degli stessi, appendice di essi. L’esigenza di trovare casa (il termine inglese home nella duplice valenza rende meglio l’idea) che lei stessa sin dalla giovinezza è costretta a sperimentare, traccia un percorso specifico per analizzare, comprendere e capire meglio l’intera opera della scrittrice di Chawton.

L’ambientazione domestica viene ricostruita attraverso cataloghi di oggetti d’arredo, considerazioni stilistiche, valutazioni monetarie, con l’ausilio di testi e fonti originali reperiti dalle competenze anglofone dell’autrice.

Interessante l’approfondimento dedicato alle location scelte negli adattamenti televisivi e cinematografici che si rivela assolutamente pertinente e congeniale dalle moderne modalità di fruizione dell’opera letteraria.

La ricostruzione del rapporto tra i personaggi e gli oggetti inseriti ciascuno nella rispettiva cornice ambientale, si allarga fino a diventare chiave di lettura del singolo romanzo.

Ci sono tanti modi di parlare di un autore e qui se ne è scelta una chiave che esprime molto bene la natura schiva, intimistica, familiare di Jane Austen.

E dopo così tanti stimoli e spunti di riflessione, l’unica cosa da fare è riprendere in mano uno dei capolavori di zia Jane e riassaporarlo.

Intervista a una Giovane Casa Editrice che profuma di Pan di Zenzero: Zenzero Edizioni

È molto intrigante la lettura che riproponete della storia dell’Omino di Pan di Zenzero: perché vi siete ispirati proprio a questa, tenera e malinconica insieme? Potendo, ne cambiereste il finale?

È stato qualcosa di immediato, non abbiamo dovuto pensarci troppo: c’era già la Gingerbread Squad (Squadra Pan di Zenzero, appunto), gruppo di supereroi nato nelle chiacchierate universitarie di alcuni amici, e poi diventati “realtà” nel romanzo La danza dei lupi cattivi. Questi personaggi sono emarginati, gente che non vive la realtà, dei bambini quasi, armati però del desiderio di fare del bene, di essere liberi e coltivare i loro sogni (che, nel loro caso, consistono nel prendere a calci i criminali). E noi, come editori, abbiamo in qualche modo ereditato la loro filosofia: ci sembrava impossibile realizzare il sogno di una casa editrice, ci sembrava da incoscienti aprirne una nel panorama italiano attuale, ma, al contempo, eravamo fortemente convinti che ci fossero tante storie da raccontare, che bisognava per forza diffondere, perché erano giuste, frutto di passione, capaci di far sorridere ed emozionare. È quello che fa lo Zenzero della fiaba: canta la canzone in cui crede e non gli importa di tutti quegli ostacoli che vorrebbero fermare la sua corsa. Il mondo reale, la regola del guadagno a ogni costo, dell’utile e della pigrizia intellettuale non dovrebbero mai fermare le storie della gente, degli autori. È quello che rappresenta la volpe, che alla fine, divora l’Uomo di pan di zenzero: ovviamente, se potessimo, ci piacerebbe che anche questa, iniziasse a nuotare e a correre, traghettando l’Omino oltre il fiume verso nuovi orizzonti, ammaliata dalla sua canzone. Ma non è poi così necessario cambiare il finale; è tragico, ma anche alcune storie lo sono: ciò che importa è averla raccontata.

Siete una casa editrice giovane: vi rivolgete a un pubblico giovane o di tutte le età? E com’è composta la vostra squadra?

Cerchiamo di rivolgerci a un pubblico più ampio possibile. Età e genere sono solo fattori anagrafici e ci piace pensare che abbinare le storie giuste ai lettori giusti sia un po’ la nostra missione. Nella nostra squadra siamo in 3, amici e complici da diversi anni. C’è il riflessivo ragazzo di montagna, Andrea, l’artista perspicace, Maria, e Silvia, la cittadina energica. Insieme siamo una squadra degna dei migliori fumetti.

Dite di non avere una precisa linea editoriale: nel valutare i manoscritti da quali criteri vi lasciate ispirare o guidare?

Il mondo dell’editoria in Italia è molto crudele. Le grandi case editrici non si prendono rischi con autori esordienti anche se promettenti, mentre le piccole case editrici chiedono compensi per non affondare in un mare di spese. Questa situazione fa sì che molte storie che meriterebbero la pubblicazione non vedano mai la luce. A noi piace pensare che se riusciamo a pubblicare anche uno solo di questi libri, ignorati da tutti ma che a noi piacerebbe vedere nelle librerie, allora il nostro compito è fatto. Noi amiamo leggere, non riusciamo a entrare in una libreria senza essere usciti con degli acquisti, e se a nostro parere una storia merita di essere letta, il lavoro che ci sta dietro ne sarà valsa la pena.

Parlateci di cosa si mette in moto quando arriva un manoscritto…

Come prima cosa lo leggiamo. Ci piace poter spiegare a ogni autore quali sono i punti di forza e i punti deboli della storia anche se non decidiamo di pubblicarla. Ma se il racconto ci appassiona, allora contattiamo l’autore proponendogli un contratto. Dopo la firma del quale, inizia il nostro lavoro di editing, correzione e impaginazione, fino alla creazione dell’ebook.

Quali sono i vostri progetti? Cosa fate per farvi conoscere? Dove e come possiamo acquistare le vostre pubblicazioni? Sono solo ebook?

Il nostro progetto rimane quello dell’inizio, ovvero scoprire nuove storie e farle scoprire ai nostri lettori. Abbiamo anche iniziato a frequentare fiere del settore, che sono ottime occasioni per noi di farci conoscere al pubblico e di imparare. Al momento pubblichiamo solo ebook e li potete trovare tutti nel nostro grazioso negozietto online (http://zenzeroedizioni.tictail.com/) oppure sui grandi rivenditori come Amazon, La Feltrinelli, Ibs…

A cosa si ispirano i titoli delle vostre pubblicazioni?

Più che alle spezie, ci siamo ispirati a delle tipologie di viaggio, visto che anche le nostre collane si ispirano a questo.

Mi hanno fatto sentire speciale e invece ero solo normale di Cristiana Gelfi – Il moto oscillante, avanti e indietro, di chi rassetta una stanza dove si sono ammucchiate troppe cose. E in queste ritrova ricordi, persone, il calore dell’infanzia e i dolori della crescita: personale e profondo.

Exordia di Vittorio Cerruti – Il camminare lento alternato al sostare ammirato di chi visita un museo d’arte: poesia profonda, stile impeccabile, varietà per ogni gusto.

Un passeggero, dal finestrino… di Loretta Tedeschi – Uscire di corsa, guardare l’orologio, essere in ritardo, tornare a casa, fermarsi, ripartire, lavoro, posta, amici! Poesie leggere, a volte tragicomiche, dannatamente vere e mai banali sulla routine quotidiana.

Spencer e Cornicia di Giovanni Peli – L’arrampicarsi, l’infilarsi e lo sfrecciare di un gatto sulle vie invisibili conosciute solo alla sua specie: illustrata, fresca e musicale riflessione sulle diversità!

L’ombra del bosco di Silvia Pezzotti – Il passo attutito sopra un mantello di aghi di pino fra un frusciare improvviso e il suono del respiro di una gita notturna nel bosco: tanto da ammirare, animali e natura, tra fiaba e mistero.

La danza dei lupi cattivi di Andrea Chiudinelli – Il volo sicuro e a braccia aperte di un supereroe. Una bambina da salvare la notte di Natale da improbabili eroi bresciani, tanto cuore, fantasia e un tocco di horror.

Malagigi di Alessandranna D’Auria – la carica irruenta di un intero esercito bardato d’onore, orgoglio e cavalleria che spesso si fa fuga dietro agli sventolii dell’abito di una dama. Ironia e eroismo, secondo la tradizione ariostesca.

Un gatto, una strega e un’anarchica di Stefano Pomarici – Un viaggio in auto lungo i dedalici bassifondi di una notturna metropoli, scrutando gli innumerevoli volti che la città stessa scolpisce: un futuro distopico, personaggi indimenticabili, la lotta per salvare un mondo dalla tirannia.

Sagal di Mirella Menciassi – Cavalcata sulla neve in un mondo fatto di romantici castelli e invalicabili montagne: magia, crescita, mostri, principesse e stregoni.

Terra incognita e altri incubi di Andrea Casella – Il discendere prima lieve, via via sempre più inesorabile verso un oscuro abisso: dieci racconti horror, antichi incubi, terre oniriche e l’inevitabile follia tutta da assaporare.

Livor Mortis di Ottavio Bosco – È l’addentrarsi, trattenendo il fiato, in una stanza completamente buia, con i sensi all’erta e i brividi che scorrono gelati lungo la schiena, in attesa che succeda l’inevitabile.

Lo zombi di Greta Fantini – È una fuga scapicollata lontano dalle grinfie e, soprattutto, dalle fauci di zombie sempre più famelici, sapendo di poter contare, però, su un valido quanto inaspettato alleato.

Il grande mazziere di Massimo Spadetto – È una sbandata in macchina, di quelle che ti capitano quando c’è ghiaccio in terra, ma che alla fine si risolve tornando sulla giusta carreggiata e guardandosi indietro ringraziando la propria fortuna e la propria prontezza di riflessi.

Storie del sole e della luna di Maurizio Supino – Passeggiare blandamente in riva al mare, strascicando i piedi sulla sabbia, solo udendo il mare e il proprio cuore. Storie diverse, di uomini e donne, di amore e di morte, antiche e moderne. Tutte narrate con rara eleganza.

Giacomino andò a New York – Viaggio in treno dalla città al paese natio sui monti. E poi ammirarne le bellezze, scoprirne la storia, innamorarsi e combattere per esso. La vita di un uomo e la sua valle dall’infanzia all’età adulta.

Briganti e brigantesse di Maurizio Supino – è un viaggio on the road alla Bonnie & Clyde: un malloppo, una coppia di innamorati, tante mani pronte ad accaparrarsi il bottino. Tra tradimenti ed equivoci, chi riuscirà nell’impresa?

 

Che dire? C’è solo l’imbarazzo della scelta!

Il giardino dei profumi perduti di Jan Moran

il-giardino-dei-profumi-perduti_8618_x1000Uno strano mix di essenze profumate e spionaggio durante l’avanzata nazista che terrorizzò mezza Europa. L’inverso del viaggio della speranza, la traversata dell’oceano che riporta Danielle e Max nel continente nel disperato tentativo di ricongiungersi al figlioletto e alla madre di lui viene bruscamente e drammaticamente interrotto da bombardamenti tedeschi.

Si apre così questo racconto che squarcia l’atmosfera raccolta di una cabina di una nave per farci piombare nel mezzo del periodo più  nero della storia europea visto attraverso gli occhi e la pelle di una famiglia come tante colpita negli affetti più cari, resa vulnerabile ad attacchi di ogni tipo.

Danielle è una donna adulta, sposata, madre di un bimbo affidato alle cure della nonna e incinta di un altro figlio. Ha un talento Danielle, che in gran parte deve alle sue origini francesi ma anche alla madre e allo zio Philippe che lo hanno coltivato: quello di profumiera che ha respirato insieme all’aria della tenuta di famiglia a Bellerose dove è cresciuta e dove fa ritorno, in attesa di ritrovare il suo bambino.

Ma Bellerose è tutt’altro che un rifugio edenico fuori dal mondo perché mentre Danielle sperimenta miscele, centellina essenze, per tenersi occupata e non impazzire nell’attesa impotente, le ricette di profumi costituiscono la base di un linguaggio cifrato utilizzato dallo spionaggio francese e inglese per carpire informazioni preziose sulle mosse tedesche.

L’orrore che questa storia, come ogni altra che racconti dell’infernale periodo nazista, è mitigato dalla parallela ricerca di Danielle della combinazione giusta tra le essenze di fiori e di spezie per realizzare il profumo della vita Chimère. Questo sarà il suo trampolino di lancio verso il Nuovo Mondo dove cercherà di ricucire i brandelli di vita e di famiglia che le sono rimasti. L’approdo a New York senza niente, ripartendo da zero e contando solo sulle sue forze si rivela tutt’altro che facile e la personale battaglia per sopravvivere, per farsi spazio, per conquistare la sua felicità, pur in mezzo a tante brutture, riempie pagine e pagine di colpi di scena e lieti fine sempre rimandati. Unica compagna inseparabile di Danielle è la speranza mai abbandonata di riabbracciare suo figlio Nicky.

Il potere evocativo di questa scrittura è innegabile: un potere che oltrepassa la barriera sensoriale della parola scritta. È assolutamente percepibile e inebriante la fragranza sprigionata dalla miscela di rosa, tuberosa, gelsomino, sandalo e ambra che Danielle assorbe nel giardino, dosa e distilla per le sue creazioni.

Esattamente come per un artista, il vero banco di prova di un profumiere non era l’abilità con cui si miscelavano i materiali, ma l’immaginazione. Creare un parfum originale era un talento naturale, come per altri poteva essere un talento naturale la musica o l’arte. Danielle capiva che era stata benedetta da un raro dono, e ne era riconoscente. Ma un dono deve essere usato, costantemente rifinito alla perfezione.

La storia dell’artista però, con tutto il fascino conturbante connesso alla capacità quasi magica di creare profumi, si intreccia con quella della donna, della madre, della moglie, ancora tutta in divenire e a cui deve lasciare il passo sotto l’urgenza di eventi stringenti e l’urto di cambiamenti epocali.

Entrambe dischiudono scenari ugualmente emozionanti.

Il finale placa quel desiderio di pacificazione destato in noi sin dall’inizio dall’odissea di questa donna forte e sola, esempio della tenacia femminile.