Nikolaj Leskov, viaggiatore incantato

Oltre agli arcinoti Tolstoj e Dostoevskij, la letteratura russa dell’Ottocento offre altri ottimi narratori. Tra i migliori autori di racconti si distingue Nikolaj Leskov (1831-1895), capace di narrare con la stessa piacevolezza vicende amene e drammi terribili. Vissuto prevalentemente nelle città di Kiev e Orjòl, Leskov è autore di un buon numero di racconti lunghi, fra cui spiccano due testi fra loro molto diversi: Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk e Il viaggiatore incantato, quest’ultimo considerato il suo capolavoro da buona parte della critica.

Il primo dei due racconti è, fin dal titolo, esplicitamente ispirato a Shakespeare. La diabolica protagonista è Katerina Lvovna, annoiata moglie di un mercante di campagna, che approfitta dell’assenza del marito per avviare una tresca con uno dei suoi garzoni. Sorpresa sul fatto dall’arcigno suocero, Katerina non esita a servirgli per cena una zuppa con funghi avvelenati; né si farà tanti scrupoli nell’eliminare in seguito tutti quelli che in un modo o nell’altro intralciano i suoi piani. Simile per certi aspetti alla Teresa Raquin di Zola, Katerina è in definitiva un’anomala serial killer ottocentesca immersa nel torpore della campagna russa.

leskovCompletamente diverso è invece il percorso attraversato dal protagonista del racconto Il viaggiatore incantato. In gioventù un prete gli era apparso in una visione profetizzando che la sua vita sarebbe stata difficile, ma si sarebbe conclusa nella pace. E in effetti il protagonista ne passa di tutti i colori: doma cavalli selvaggi, salva un equipaggio, prende a scudisciate un principe tataro, si fa beffe degli zingari, apprende la potenza del magnetismo e recita in un teatro popolare, per giungere infine alla pace di un convento dove trascorre serenamente gli ultimi anni di vita. Il tutto narrato con brio e umorismo da un autore, Nikolaj Leskov, che vale la pena riscoprire.

Arthur Lombardozzi

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Renè, Hulk e la lealtà

Drinking with L. A.

Un drink con Alessandra Lumachelli

di Alessandra Lumachelli

 

Mi capita (spesso!) di fare interviste “al volo”, come le chiamo io, cioè non programmate, interviste spontanee sull’onda del momento. Che risultano ancora più spontanee. Ve ne propongo una, col mitico dj Renè del Circoloco di Ibiza, simpaticissimo.

Se tu fossi un supereroe, che supereroe saresti e che superpoteri avresti?

Adesso come adesso? Hulk, anche se vorrei essere Superman, ti dico la verità! Ma adesso, con tutte le cose che mi sono successe, sono un po’ in(furiato)! Scusa il francesismo! Con un lutto, e i problemi che ho dovuto affrontare, dico Hulk. Ma mi piacerebbe in generale essere Superman, perché in lui vedo il simbolo del ‘salvatore’: colui che può aiutare il mondo, che può salvare la Terra dal male, dalla droga, da tutto ciò che ci circonda, come la guerra, gli attacchi terroristici. Mi sento a metà Superman e a metà Hulk: purtroppo sono bipolare! (Ridiamo).

Se tu avessi la macchina del tempo, dove andresti? Passato? Presente? Futuro?

Se io avessi la macchina del tempo, andrei poco prima dell’inizio della prima guerra mondiale, per cercare di far sì che la guerra non scoppi. Cercherei di convincere la gente ad organizzare un grande festival di musica elettronica, con i vinili. Invece di bombardarsi e ammazzarsi! Fare musica, divertirsi, ballare … divertirsi, senza eccessi.

La scelta del tuo nome?

All’inizio ero Renatino. Poi un personaggio particolare, a Riccione, mi ha soprannominato Renè. Quindi, è rimasto questo nome. Io: Il tuo drink preferito? Renè: Non bevo alcolici, normalmente, perché non mi piace l’alcol. Però, mi piacciono gli analcolici alla frutta, con lo zenzero, o i centrifugati, questi drink. E poi un mojito l’anno, proprio per far festa.

Cosa puoi fare tu per salvare, o per migliorare il mondo?

Io? Nonostante sia un periodo duro, difficile, su di me ci potete sempre contare! Quindi, con la lealtà e l’amicizia, si può sicuramente migliorare questo mondo complicato!

In alto i Collins, quindi, e balliamo! Alla prossima, Amici!

Who’s Who Per chi non lo sapesse. Nato a Roma, fin da piccolo Renè è appassionato di musica, anche grazie al padre, che lavorava in una radio. Inizia subito a collezionare vinili di Stevie Wonder e Whitney Houston. Diciassettenne, si trasferisce a Riccione, dove inizia a suonare in vari club, per poi approdare a club famosi, quali il “Peter Pan” e il “Cocoricó”. Nel 2000 parte per Ibiza, dove conosce Antonio ed Andrea del DC10, che lo coinvolgono nel tour del party “Circoloco”, arrivando così a suonare nei migliori club europei.

Bologna: donne all’ombra delle Due Torri

Sarà per formazione, o deformazione, di una parte dei miei studi, ma trovo sempre molto interessante la valorizzazione di quei frammenti di storia e vissuto che si centrano sulle donne, e a volte cerco deliberatamente le “quote rose” che hanno lasciato il segno nella storia di un luogo. E devo dire che sono rimasta piacevolmente colpita quando in uno degli info point di Bologna, tra le brochure in bella vista in vetrina che suggerivano il variegato ventaglio di proposte di itinerari per conoscere la città, ne ho visto uno dal titolo: “Donne all’ombra delle Due Torri”. La curiosità ha preso a braccetto la fascinazione della “studiosa” dell’ambito e ho preso la brochure dalla quale mi guardava una dama dal viso di porcellana ritto sulla gorgiera di raffinato pizzo, il dettaglio di un ritratto della famiglia Gozzadini, eseguito dalla pittrice seicentesca bolognese Lavinia Fontana.

Ho deciso così di seguire il percorso suggerito, toccandone alcune tappe, e ricalcare i passi di quelle donne hanno intrecciato la loro vita alla storia della città, spinte dalla passione per l’arte, per il sapere, per la libertà e la giustizia. Incomincio muovendo i primi passi in piazza Maggiore, il cuore del centro storico di Bologna, circondata nell’abbraccio di alcuni degli edifici più significativi. Di fronte si erge la Chiesa di San Petronio, tra le più care chiese ai bolognesi, è la sesta in Europa per grandezza, e domina la piazza principale con la sua singolare facciata incompiuta nei rivestimenti che mostrano così il livello in basso ricoperto dalle specchiature marmoree mentre la parte superiore metet in vista il laterizio dal profilo sfaccettato. Qui, su piazza Maggiore, in pieno Medioevo, – leggo sulla mia brochure – camminarono Bettisia Gozzadini, Novella d’Andrea e Margherita Legnani, donne di cultura, esponenti di illustri casati; celebri furono le loro lezioni impartite agli studenti universitari, con tutte le difficoltà del caso, dovendosi destreggiare in un ambiente prettamente maschile: la giovane Bettisia, laureata in giurisprudenza nel 1236, si vestì per molti anni da uomo; Novella teneva le sue lezioni coperta da un velo; Margherita insegnava affacciandosi da una finestra.

Usciamo dalla piazza, costeggiando il palazzo di Re Enzo e passando sotto le Due Torri, simbolo della città sulla quale svettano signore incontrastate, prendiamo via Zimbalo. Una sosta prima nella Chiesa di San Giacomo Maggiore, dove in un affresco della Cappella Bentivoglio che ritrae tutti gli esponenti della nobile famiglia che ha governato la città, all’inizio del Cinquecento prima che papa Giulio li cacciasse da Bologna. La pittura mostra oltre Giovanni II Bentivoglio, sua moglie Ginevra Sforza e i loro sedici figli: quello di Ginevra con Giovanni (seconde nozze per lei) non fu uno dei tanti matrimoni di convenienza, ma un vero e proprio sodalizio, lavorando fianco a fianco per consolidare e far crescere il potere della casata. Una determinazione caparbia che le procurò fama di cospiratrice e mandante di orribili delitti, come raccontano di lei i cronisti dell’epoca.

Se proseguiamo su via Zamboni raggiungiamo il Museo di Palazzo Poggi, custode ancora oggi della maestria di Anna Morandi Manzolini. Nativa della Bologna del XVIII secolo, studiò scultura e disegno e in questi ambienti incontrò il marito Giovanni Manzolini, anatomista e ceroplasta. Quando si ammalò di depressione fu la moglie a prenderne il posto aiutandolo nella dissezione dei cadaveri e nella riproduzione in c’era delle parto anatomiche; e quando al marito di diagnosticata la tubercolosi, ottenne il permesso di insegnare in sua vece. Nel 1755 fu nominata dal Senato di Bologna modellatrice di cera presso la Cattedra di Anatomia dell’Università e le casse delle sue cere anatomiche arrivarono ovunque negli ambienti accademici europei. Nel busto in cui si rappresentò tiene un cervello in mano: Anna ne intuì la centralità per il funzionamento del corpo umano e l’importanza del sistema nervoso per la trasmissione degli impulsi ai muscoli.

Ripiegando nuovamente verso il cuore del centro storico, passiamo nella suggestiva piazza dove l’incanto delle Sette Chiese non può fare a meno di richiamare l’attenzione dei passanti, e su questa piazza affaccia palazzo Bolognini, al civico 11, i cui magnifici capitelli sono attribuiti a Properzia de’ Rossi, la prima “sculpitrice” della storia. Lei, nativa della Bologna di inizio Cinquecento, dove visse e lavorò, fu un personaggio estroso e indomabile, passando con disinvoltura dallo scolpire blocchi di marmo al decorare i noccioli di pesca; perfino Vasari, spesso avaro di considerazione verso gli artisti bolognesi, rimase affascinato dalla personalità della “femmina scultora” e ne descrisse la vita, pieno di lodi e ammirazione, anche perché se pochissime erano le donne pittrici, in un mondo declinato al maschile, nessuna prima di lei si era dedicata alla scultura.

Da Santo Stefano, il percorso ci spinge subito altrove, alla Basilica di San Domenico, dove alcune testimonianze rimandano alla memoria della perizia artistica di mani femminili: Lavinia Fontana ed Elisabetta Sirani. La prima, figlia del noto pittore Prospero Fontana, pare avesse posto come condizione prima del matrimonio di poter continuare a dipingere e il marito, il pittore Gian Paolo Zappi, le prestava addirittura il proprio aiuto nella realizzazione degli abiti dei personaggi da lei dipinti. Sue sono alcune opere in diverse chiese cittadine e nel Museo Davia Bargellini, ma a San Domenico lei realizza “Gesù tra i Dottori” e “L’incoronazione della Vergine”. Sempre nella stessa basilica, nel 1655, furono celebrati i funerali della giovane Elisabetta Sirani, morta due mesi e mezzo prima ma sepolta solo dopo lunghissime indagini, dato il presunto avvelenamento di cui fu probabilmente vittima e che vide indagati l’allieva Ginevra Cantofoli, il padre e una domenica, ma alla fine le accuse furono archiviate e il decesso attribuito a una peritonite. Elisabetta, anche lei figlia d’arte, fu un’artista di rara sensibilità e seppe circondarsi di molte allieve che proseguiranno la professione. La sua sepoltura è, assieme a quella di Guido Reni, nella Cappella del Rosario.

Sull’acciottolato della piazza antistante la basilica fu arsa Gentile Budriola. Nata in una rispettabile famiglia e sposata a un notaio, fu tra gli allievi più promettenti di Scipione Manfredi, noto Maestro di astrologia dell’Università di Bologna, e apprese i segreti delle erbe dal francescano Frate Silvestro: passò alla storia come Strega Enormissima. Fu stimata da tutti e a lei si rivolsero gli esponenti delle famiglie notabili della città per ottenere medicamenti e fu scelta come consigliera di Ginevra Sforza. La sua notorietà le causò però invidie e, dopo orrende torture, fu messa al rogo nel 1498. Lei visse nel Tesoretto, che fa ancora bella mostra di sé – e che nel nostro giro raggiungiamo – in via Portanova.

Da qui ritorniamo verso piazza Maggiore, nei pressi della quale – in piazza Luigi Galvani – non può mancare una capatina all’Archiginnasio, sede della più antica Università. Si vieni colti da stupore nel seguire il portico del piano terra, gli scaloni e i corridoi del piano superiore, rivestiti da stemmi e memorie scolpite e dipinti che ricordano gli studenti e docenti che hanno camminato in questi luoghi, trasmesso il sapere e prodotto nuovi ingegni. E anche questo è un luogo che vede, forse troppo fugace, il passaggio del gentil sesso. Al primo piano, accanto all’ingresso del Teatro Anatomico, troviamo l’unica opera dell’Archiginnasio realizzata da un’artista donna: si tratta della “memoria” Muratori, visibile purtroppo solo per alcuni frammenti poiché danneggiato dai bombardamenti e da un restauro successivo: l’opera fu dipinta nel 1707 da Teresa Muratori su incarico del padre per rinnovare un più antico monumento in onore degli antenati.

E concludiamo la nostra passeggiata per questa insolita Bologna al femminile entrando proprio nel Teatro Anatomico, la sala dell’ateneo destinata alle lezioni di anatomia. Aggiriamo il tavolo di marmo dove venivano praticare le prime dissezioni sui cadaveri, posto al centro del teatro in legno, e davanti alla cattedra, in una teca, troviamo esposti alcuni documenti che ci richiamano alla presenza di una donna tra gli uomini di scienza dell’Università di Bologna: Laura Caterina Bassi, la prima a laurearsi nel 1732 nell’antico Studio, e a soli ventuno anni tenne la sua prima lezione come docente universitaria.
Seduta su quei sedili lignei, ricostruiti fedeli all’originale dopo la distruzione seguita alla Seconda Guerra Mondiale, si può riprendere un po’ di fiato dopo la lunga camminata e lascirsi andare al pensiero di quelle donne che secoli addietro hanno calcato i luoghi visitati e che, con le loro difficoltà contro i pregiudizi della loro epoca e il coraggio e la caparbietà dimostrata nell’affrontarli hanno aperto la via d’accesso all’arte, allo studio e alle professioni per le donne di oggi.

Sara Foti Sciavaliere

Instapoets – La poesia al tempo di Internet

Nella frenesia moderna la poesia non attira moltissime persone soprattutto su carta stampata.

Così, con lo slogan:

Se il lettore non va dalla Poesia, la Poesia andrà dal lettore!

ecco che questa si reinventa invadendo quelli che oggi sono i maggiori social network, miriferisco agli ormai apprezzatissimi Instapoets.

I loro versi sono brevi, leggeri ed essenziali che colpiscono anche il lettore distratto o più svogliato, permettendo anche a lui di assaporare il gusto della poesia.

Accumulando followers e like hanno attirato l’attenzione di grandi editori che fanno a gara per una loro pubblicazione.

Fra le più famose, apprezzate e assolutamente PINK Instapoets c’è RUPI KAUR.

Giovane Poetessa 2.0 ed illustratrice di origini indiane, sposa e porta avanti senza indugi la sua battaglia femminista a colpi di versi.

Famosissima è la sua “foto scandalo” del 2015 che la ritrae di spalle con il pigiama sporco di sangue mestruale e che Instagram ha più volte censurato e lei caparbiamente tutte le volte ripubblicato.

Questo avvenimento è stato una cassa di risonanza enorme, tanto da far schizzare le vendite della sua prima raccolta autopubblicata “Milk and Honey” alle stelle divenendo un best seller 2016.

Quindi, anche se tante volte criticati, stavolta i social hanno dato un nuovo slancio alla poesia che come sempre è il manifesto migliore e relistico dei nostri tempi.

Francesca Ferrari

 

 

 

 

Svetlana Schmidt. Le forme d’Arte

Svetlana Schmidt, architetto e artista, decide di fare indossare l’arte prendendo ispirazione dal Gattopardo cinematografico di Luchino Visconti al Don Giovanni di Mozart, passando per Balzac e i decadenti russi, i pittori francesi Édouard Vuillard e Pierre Bonnard, fino alle ambientazioni alla Barry Lindon. Svetlana, creatura incantevole, in punta di piedi da viaggiatrice instancabile, coglie riferimenti culturali da cui prende ispirazione, vive stanze cariche di un vissuto impercettibile, di tracce e passaggi, che intervengono con la forza della decorazione, segnando, da artista e architetto, squisite temporary location.

Sotto la guida competente di Cristina Vittoria Egger, talent scout di innato talento, passa dai giardini verticali di Milano alla sfolgorante Montecarlo, con gli occhi pieni del mare mediterraneo, un eclettismo fatto di ricerca, curiosità, tecnica, l’Artista Svetlana Schmidt si muove leggera, sembra una danza la sua, mentre porta fra le bracciaun fascio di fiori per una botticelliana primavera, l’artista inaugura a Monaco, alla Galleria Le Carrè Dorè per un mese, una sua personale, un viaggio, arrivando dalla sua concept-gallery Orsorama, luogo di mostre ma anche di design, di oggetti e di abiti creati ad hoccon il Brand Nadir Maut,su progetti di artisti, il suo hub fantastico nel cuore di Milano, in via dell’Orso.

A Monaco Svetlana, nella Galleria che ospita da sempre grandi artisti contemporanei, adeguando le sue creazioni al progetto di Flavia Cannata, ideatrice di “Always Support Talent” , crea un collage, caratterizzando la sua opera d’arte in una tavolozza cromatica sapientemente usata e calibrata, fatta di pensieri, di studi, di ricordi, ma anche profumi di terre, di fiori, grandi prati, e rose….. perché le sue opere profumano, hanno il cuore e l’anima dei fiori che usa per le sue opera, che hanno il potere di sospendere il tempo, rendere immortale un momento, dipinti, fantastici caftani e foulard che sembrano aquiloni, mossi dal vento, pieni di fiori e colori, la costruzione di un mondo come realmente è visto dall’artista tra realtà, sogno e fantasia, mondi e modi del vivere quotidiano per abitare il mondo, codificando linguaggi e comportamenti, costruendo una identità, dunque producendo non solo immagini simboliche e desiderabili ma svelando principalmente la sua realtà di artista.

L’Artista imprime il suo talento su carta o su tessuto, partendo da motivi tradizionali, che però sovverte con geometrie inattese e ci dice «I mieisoggetti si ispirano sempre alla natura, dove il paesaggio è solo l’origine della creazione, un punto di partenza, in una sorta di figurativismo astratto», le sue sono autentiche opere d’arte suggerite da ispirazioni oniriche, un mondo meraviglioso, quello di Svetlana Schmidta Le Carrè Dorè, per raccontano storie, le sue non sono illusioni ma fantastiche suggestioni.

Le Carrè Dorè

5, rue Princesse Caroline 98000Monaco

www.carredor-monaco.com

Svetlana Schmidt – Galleria Orsorama

Via Dell’Orso –Milano

Gabriella Chiarappa

La cantata dei pastori: il presepe in movimento cerca casa!

 

 “La Cantata dei Pastori di Peppe Barra”

Teatro Politeama di Napoli

Grande emozione e grandi applausi per la conclusione dello spettacolo classico di Natale “La Cantata dei Pastori” al Teatro Politeama di Napoli, andato in scena dal 14 dicembre 2017 al 6 gennaio 2018. Uno degli spettacoli più caratteristici della tradizione popolare napoletana. Scritta nel 1698 da Andrea Perrucci, “La Cantata” è stata sempre rappresentata e rielaborata nel tempo, descrive senza dubbio il testo teatrale più longevo della tradizione del teatro barocco napoletano.

Da quarant’anni il grande maestro Peppe Barra porta in scena quest’opera da lui definita “Il Presepe in movimento” rendendola ogni anno più emozionante e coinvolgente. La storia racconta delle avversità di Giuseppe e Maria per giungere a Betlemme e gli ostacoli che incontrano per arrivare alla grotta della Natività, accompagnati in questo lungo viaggio da due ladroni che ritroviamo nella figure di Razzullo, scrivano reclutato per il censimento e Sarchiapone, barbiere pazzo.

Un successo che conferma la capacità di entrare in grande sinergia con la tradizione e l’attualità, un’ ironia e una semplicità nel linguaggio che appartiene al popolo che in primis si sente parte integrante di uno spettacolo che anima e scalda i cuori di tutti.

Un’interpretazione unica con artisti di calibro che ha visto lo stesso regista Peppe Barra, protagonista nel ruolo di Razzullo, la stupefacente Rosalia Porcaro nel ruolo di Sarchiapone, la talentuosa Maria Letizia Gorga nel ruolo (Zingara/Gabriello), Patrizio Trampetti (Diavolo Oste/Cidono), Marco Bonadei (Demonio), Enrico Vicinanza (Ruscellio), Francesco Viglietti (Armenzio), Andrea Carotenuto (Giuseppe), Chiara Di Girolamo (Maria Vergine) e il piccolo Giuseppe De Rosa (Benino).

Le Musiche sono di Lino Cannavacciulo e Roberto De Simone. Le scene sono di Tonino Di Ronza, i costumi di Annalisa Giacci, le coreografie di Erminia Sticchi, Assistenti della Regia Francesco Esposito e Gennaro Monti assistenti alla Scenografia Emanuela Ferrara e Lucio Valerio, assistente ai Costumi Antonietta Rendina.

Un’opera che ogni anno rischia di non avere una casa a Napoli e che in realtà merita di essere protetta, perché La Cantata è un monumento e rappresenta un pezzo di grande storia napoletana, che merita di avere una dimora fissa e non occasionale, considerando che rappresenta un opera d’importanza mondiale e che ogni anno è vista da più di diecimila persone.

Invito rivolto a tutti #DateUnaCasaAllaCantata

Gabriella Chiarappa

 

Lady Oscar – Il Musical trionfa al Teatro Orione


Il personaggio che ha fatto sognare grandi e piccini, riscuote un grande successo per la prima del musical “Lady OscarFrançois Versailles Rock Drama debuttando al teatro Orione venerdì 29 dicembre, aprendo anche la rassegna Mindie ideata e pensata con l’obiettivo di presentare al pubblico i migliori spettacoli indipendenti di teatro musicale sul territorio nazionale.

La rassegna teatrale nasce da un’idea di Marco Spatuzzi e Andrea Palotto, autori di alcuni tra i più apprezzati e applauditi spettacoli teatrali delle ultime stagioni. Un pubblico commosso ed attento si entusiasmato con la versione musical di uno dei cartoni animati più amati degli ultimi quarant’anni.

Lady Oscar è un Rock Drama interamente italiano, intrepido e coinvolgente, narra la storia di una giovane nobile allevata come un uomo da un rigido e inflessibile generale francese che riuscirà a farla nominare, ancora giovanissima, capo delle guardie reali. Una ricostruzione attenta quella di Andrea Palotto che abilmente reinterpreta la storia dell’eroina francese, riuscendo a cogliere abilmente i punti essenziali dei fatti storici e dei caratteri peculiari dei protagonisti. Un percorso che ritrae i momenti e i temi sociali del periodo in modo sottile e talvolta ironico, come i giochi di potere, la disuguaglianza, la povertà e la voglia di riscatto di un popolo oppresso, assolutamente veri protagonisti della vicenda.

Una buona interpretazione dei personaggi principali: Chiara Famiglietti è Lady Oscar, Cristian Ruiz veste i panni dell’austero papà il Generale De Jarjayes, Giorgio Adamo è Andrè, amico fidato e sul finale suo amato compagno, Massimiliano Micheli interpreta un Robespierre originale e travolgente, Cristina Noci è Marie, forte e ironica nonna di Andrè, Igino Massei è il Duca d’Orleans che nel musical, il portatore dei pettegolezzi di corte. reinterpreta la storia dell’eroina francese, riuscendo a cogliere abilmente i punti essenziali dei fatti storici e dei caratteri peculiari dei protagonisti.

Un’ammaliante interpretazione che sceglie di raccontare e far emergere il malessere del popolo attraverso le parole de “L’Ami du Peuple” il giornale satirico di Marat, che con le sue critiche ironizzava una nobiltà decisamente disinteressata (qui immaginato come un teatro di burattini), non sono mancate le scene d’armi curate con grande maestria dal pluri campione del mondo a squadre di spada Stefano Pantano, uno spettacolo da non perdere per far rivivere le emozioni di un personaggio immaginario intramontabile. Musiche dal vivo, direzione e programmazione tastiere Federico Zylka, chitarra Stefano Candidda, basso Andrea Scordia, batteria Tiziano Cofanelli. Ufficio stampa Madia Mauro, fotografia Chiara Calabrò.

Gabriella Chiarappa

Fenomeno #IoCiSto

Oggi siamo a Napoli. Una città incantevole e terribile, capace da sempre di mettere nella stessa inquadratura splendore e degrado, luce e ombra. È in questa città che nel luglio del 2014 molti di noi assistevano, nella distrazione e indifferenza generale, al declino di un mondo storico e culturale, quello del libro e delle librerie.  Assaltati dal mordi e fuggi dei turisti, dalle patatinerie e bar aperti selvaggiamente, chiudevano uno dopo l’altro presidi come Guida a Port’Alba e, con l’eccezione di un paio di grandi megastore di catena, numerose librerie in tutti i quartieri della città. Luoghi che per più di mezzo secolo non solo avevano venduto libri, ma avevano favorito incontri, dibattiti,  avevano accompagnato la vita sociale e culturale partenopea. Per molti cittadini il silenzio assordante in cui tutto questo avveniva si è fatto ad un certo punto insopportabile, e si è fatta strada un’idea che sembrava folle. “E se una libreria ce la facessimo da soli?”. È stata questa domanda spinta dal mezzo tecnologico dei social network a generare una risposta collettiva: iocisto!

Come una tossina fatta però di impegno comune e responsabilità sociale, persone che non si conoscevano si sono incontrate e hanno deciso di creare una libreria. Un luogo dove fosse possibile entrare ed uscire, dove poter appartenere ma anche differenziarsi. Una libreria di tutti. Appunto. A Napoli. E dove sennò? Una risposta nata dal fallimento e dalla voglia di riscatto, inizialmente costituita da centocinquanta persone che avevano risposto al primo appello, poi diventate settecento.  Persone che su un sogno hanno deciso di investire una quota, 50 euro annuali, ma soprattutto hanno donato il loro tempo, le loro energie, le loro capacità per un progetto che dal basso creasse valore intorno ai libri.

Oggi, dopo tre anni dall’inaugurazione che portò tremila persone in una piazza, dopo aver risvegliato coscienze e visto nascere e rinascere le librerie a Napoli, la libreria di tutti iocisto continua una strada nuova, e per questo non semplice. Perché oltre ad essere una libreria, iocisto è anche un’associazione a promozione sociale con caratteristiche peculiari: un luogo gestito quasi interamente da volontari che ospita e realizza progetti con altre associazioni, una libreria diffusa che porta i libri in luoghi insoliti, dai parchi ai negozi,  che ospita ogni anno centinaia di bambini e ragazzi delle scuole, un incubatore di idee. Un sistema nuovo: un’associazione e una libreria che producono valore sociale ma anche economico attraverso la vendita dei libri e la valorizzazione delle professionalità coinvolte. Ma tutto questo è possibile solo grazie  a chi decide di far parte e di allargare questa comunità di leggenti.

E dal fare comunità dipenderà anche il futuro di iocisto il cui ruolo è quello di essere lì, dove ognuno la potrà cercare e trovare, sempre, indipendentemente dal mercato, dagli interessi privati, dalle trasformazioni della città, un luogo dei libri, per i lettori, che non spaventi o allontani come in passato la cultura ha fatto ma sia fruibile a tutti. Se il sogno di aprire una libreria è stato raggiunto da iocisto, la sfida di essere di tutti, continua. Noi ci stiamo, e voi?

 Grazia Della Cioppa

Le meravigliose Pica Bags

Per un Nuovo Anno con i fiocchi regala una Pica Bag

Il Natale è arrivato con un atmosfera magica che incanta chiunque e sotto l’immancabile albero con appesi una miriade di cimeli colorati, è bello poter pensare di regalare o ricevere una stupenda Pica bag della designer Piera Catena, la quale presenta le sue nuove creazioni proiettate ad un concetto apparentemente minimal, ma che si pronunciano con tagli decisamente geometrici e linee pulite, di conseguenza fanno pensare a strutture architettoniche molto raffinate.

Una visione assolutamente contemporanea quella della giovane designer, che esprime eleganza e vera artigianalità italiana, decisamente made in italy, adora trasformare ogni sua idea in una nuova collezione di borse e accessori, che rispecchiano la tradizione ed in questo caso direi che sarebbe un regalo decisamente perfetto.

Pica esprime il vero artigianato italiano, la storia, l’esperienza e la bellezza la vera forza del nostro paese, il materiale che ama in assoluto è la pelle, da sempre affascinata da questo mondo, dal suo odore, dalla consistenza e soprattutto dalla lavorazione. In primis si occupa personalmente  della scelta dei pellami e delle metallerie rivolgendosi a fornitori presenti esclusivamente sul territorio italiano.

Piera da sempre alla ricerca di nuove idee e nuovi stimoli per garantire sempre l’originalità e l’eleganza che continuamente caratterizzano il suo marchio, un brand che si distingue come in questa sua ultima collezione ispirata alle armature indossate dai guerrieri delle antiche civiltà Maya.

Le forme geometriche sono ispirate alle collane indossate dai guerrieri, si trasformano in un susseguirsi di frange sovrapposte l’una all’ altra, tutte completamente intagliate a mano. In questo caso il sogno di Piera è quello di poter entrare nelle vostre idee regalo, quanti di voi desiderano la borsa giusta per un occasione speciale o semplicemente per essere al passo con le tendenze, bene il momento giusto per entrare nel magico mondo dei sogni che si trasformano in realtà è arrivato, allora che aspettate… Buon Anno con Pica Bags!

Gabriella Chiarappa

@Lesalonedelamode

 

 

 

 

 

Un viaggio lungo la Riviera del Brenta

Se andate in Veneto, un’esperienza che sicuramente consiglierei è la navigazione del Brenta al bordo del Burchiello. Un viaggio che con il lento scorrere dell’antico fiume accompagna alla scoperta della natura lussureggiante che dalle acque fluviali risale lunghe le rive, abbracciando i piccoli borghi e le ville che sfilano lungo il Brenta.

Il Brenta che collegava, insieme ad altri corsi, Venezia con Padova era il canale alla moda, luogo di delizia e prolungamento ideale del Canale di Venezia, dove fiorirono più di una quarantina di lussuose ville. Qui, non lontani dalla città, i nobili più facoltosi trascorrevano le loro vacanze, partendo da Venezia con una comoda imbarcazione chiamata Burchiello che risaliva il canale navigabile del Brenta. Questa imbarcazione era spinta a forza di remi da piazza San Marco, attraverso la laguna veneta sino a Lizza Fusina, da dove veniva trainata da cavalli, risalendo il “Naviglio Brenta” fino a Stra, e da lì, percorrendo il canale Piovego, si raggiungeva Padova. Il viaggio sul Burchiello era affascinante e divertente: nel lento procedere tra le ville e i salici piangenti, dame e cicisbei, nobili e avventurieri, commedianti e artisti animavano la vita di bordo rendendo piacevole e pittoresco il tragitto fluviale. Anche Goldoni fece uso di questo servizio che descrive in suo poemetto intitolato “Il burchiello”, ma numerosi personaggi impiegarono questo mezzo di trasporto: Michel de Montaigne, Giacomo Casanova, il poeta Giorgio Baffo, Lord Byron, Wolfgang Goethe e Gabriele D’Annunzio, solo per citarne alcuni nomi.

Sul finire del Settecento, con la caduta della Repubblica di Venezia per mano di Napoleone, il servizio fu interrotto, per poi riprendere solo negli anni Sessanta del XX secolo. Così ancora oggi il Burchiello, moderna e confortevole imbarcazione con un ampio spazio cabinato e uno superiore aperto e panoramico, solca le acque della Riviera del Brenta da Padova a Venezia, e viceversa, portando migliaia di turista in visita alle ville venete, sostando per visitare gli interni delle più belle e famose legate a nomi illustri quali il Palladio e il Tiepolo. Un viaggio suggestivo che, attraversando nove ponti girevoli – alcune dei quali ancora azionati manualmente – e cinque Chiuse – veri e propri ascensori d’acqua –, permette al turista di risalire (o scendere) un dislivello altitudinale di ben dieci metri esistente tra Venezia e Padova.

Partiti dal pontile del Portello, l’antico porto fluviale di Padova, il Borchiello scivola nel silenzio del mattino lungo il Piovego, increspando le acque tranquille tra le due verdi sponde. La navigazione procede nella meraviglia del paesaggio nella luce dorata del sole che si alza quieto dopo un inizio incerto, sbiadito da una leggera mattutina. Attraversate le chiuse di Noventa Padovana e Stra, qui si sosta per una visita guidata all’interno di Villa Pisani, il famoso Palazzo Ducale di terraferma: una sontuosa villa ornata in facciata da poderose sculture e decorate all’interno dai più celebri artisti del Settecento veneto. È definita la “Regina delle ville del Brenta”, la più spettacolare e imponente, con un corpo di fabbrica che si sviluppa intorno a un doppio cortile e su tre piani d’altezza, nella parte centrale, e due sulle ali laterali, per un’estensione pari a 114 locali. La facciata posteriore richiama quella principale con il coronamento di statue che segue la cornice superiore: quella centrale rappresenta Almorò Pisani ritratto come Capitano generale da Mar, uomo ambizioso e influentissimo che insieme al fratello Alvise, Procuratore della Repubblica di Venezia nel 1720, fece demolire la più modesta villa qui esistente già nel XVII secolo, per far costruire una dimora più consona alla loro potenza.

Analoga magnificenza rispecchia il parco, il più vasto e celebre della Riviera: un’evoluzione del giardino all’italiana seicentesco che si sviluppa con lunghe prospettive, boschetti dai sentieri intricati e irregolari, la coniugazione della spettacolarità con la praticità dell’uso, come testimonia il grande complesso delle scuderie che, a prima vista, pare un vero e proprio palazzo posto a rivaleggiare in splendore con la villa stessa. Non appena si varca la soglia dell’ingresso posteriore, subito si ha infatti un’impressione di grandezza, con lunghissima prospettiva della vasca che conduce verso le scuderie: il paragone con i giardini di Versailles viene spontaneo ma, in questo caso, tale impressione è solo in parte vera, poiché se in effetti il giardino è parzialmente ispirato al noto parco della reggia del Re Sole – essendo stato frequentato a suo tempo proprio da Alvise Pisani in veste di ambasciatore della Repubblica –, il parallelismo attribuibile alla lunga vasca che ricorda quella del Gran Canal è fuorviante, in quanto fu realizzata solo ai primi del Novecento quando la Villa era sede dell’Istituto per le ricerche idrotecniche dell’Università di Padova.

Procedendo si arriva a Mira, dove si trova la maggiore concentrazione di ville. Qui si possono ammirare i celebri prospetti che si affacciano sul Canale, le anse verdeggianti, gli angoli incontaminati dove i salici piangenti accarezzano con le loro fronde sinuose le acque del canale. Alla Riscossa di Mira un’altra sosta permette di visitare gli interni di Villa Widmann Rezzonico Foscari, tipica residenza estiva del XVIII secolo, è uno dei gioielli del tardo Barocco veneziano con importanti affreschi nelle sale e il suo delizioso parco. Costruita agli inizi del Settecento per volontà dei Serimann, nobili veneziani di origine persiana, la villa ottenne l’attuale aspetto solo nella metà dello stesso secolo, quando i Widmann, dopo aver acquistato l’immobile, lo rimodernarono adeguandolo al gusto rococò francese. Il corpo centrale divenne così un’accogliente dimora per feste e ricevimenti. Impreziosirono il salone principale, che si eleva su due piani inframmezzati da un suggestivo ballatoio, gli affreschi dai colori tenui di Giuseppe Angeli e di Gerolamo Mengozzi Colonna, collaboratore prediletto del Tiepolo. A nord della villa si estende un rigoglioso parco: tigli, cipressi e ippocastani fanno da sfondo a numerose statue in pietra tenera di divinità, ninfe e amorini, muti protagonisti di un mondo arcaico. Sul lato destro, dietro la barchessa, si apre un ampio spazio affiancato dalle serre e un romantico laghetto di creazione tardo-ottocentesca con numerosi cipressi di palude. Nelle vicinanze un gazebo in pietra e ferro battuto, circondato da ippocastani, per secoli probabile complice di incontri galanti.

La via d’acqua che collega Venezia a Padova si è trasformata nel corso dei secoli in una suggestiva passerella di ville, in principio poco più che case coloniche, poi vere e proprie dimore signorili di villeggiatura. E ancora oggi navigando sul Burchiello per quelle pigre correnti, fiancheggiando la riviera rigogliosa per natura e arte, si può immaginare di percorrere lo stesso piacevole viaggio degli abitanti della Repubblica nel XVIII secolo svelando scorci pittoreschi a ogni curva con le sue antiche dimore cariche di fascino antico, dalle quale la fantasia riesce a suggerire le balze variopinte degli abiti delle dame, le parrucche incipriate e i tricorni degli uomini. Luoghi dove il tempo sembra essersi davvero cristallizzato nel lento scorrere delle acque del Brenta.

Sara Foti Sciavaliere