“Il Fantasma dell’Opera”: storia di un Capolavoro, tra Letteratura, Cinema e Teatro

Chissà se Gaston Leroux avrebbe mai potuto immaginare che il suo romanzo, Il Fantasma dell’Opera, avrebbe avuto un successo tale da essere rappresentato e celebrato con ogni possibile forma d’arte, dal cinema al teatro, diventando il paradigma ideale per tanti autori esordienti, ma anche l’ispirazione per altrettanti capolavori moderni. È difficile credere che lo scrittore francese, pioniere del giornalismo, potesse prevedere questo trionfo a tutto tondo, fino agli anni duemila, per un romanzo per il quale si era a lungo documentato, cercando di rifarsi ai capolavori del genere horror, pur alleggerendo il carico di una tormentata storia d’amore con un mosaico di personaggi secondari quasi ispirati alla commedia dell’arte.

Miscela perfetta tra terrore e passione, la struttura interessante e la storia versatile del Fantasma dell’Opera hanno permesso a registi, sceneggiatori e autori di declinare questo romanzo in modi davvero sorprendenti, anche a seconda delle mode del tempo, esaltandone ora l’ossessiva storia d’amore che ne è il cuore, ora la tensione e la paura che ne costituiscono il corpo.

Ma come si può manipolare a tal punto una storia, da trasformarla ora in un film, ora in un musical, arrivando, perfino, a immaginarne un seguito? E cosa rende una trama idonea a essere cesellata a seconda del mezzo con cui si decide di tesserla?

Oltre alle sfumature tra il rosso e il nero, che uniscono sapientemente amore e morte, la vera forza di questa storia è nei personaggi principali. Erik, lo sfigurato e tormentato Fantasma che vive solo per la musica e la sua Christine, la cantante talentuosa e ingenua, a sua volta innamorata del bello e nobile d’animo e di stirpe Raoul, ma anche attratta dal misterioso fantasma. Si tratta di protagonisti profondamente legati ai canoni, ma anche versatili e a tutto tondo, che si prestano a riscritture sempre nuove e, allo stesso tempo, immortali e le cui vicende si snodano su uno dei luoghi più ricchi di fascino di sempre: il palcoscenico di un teatro.

A partire dalle vivide, seppur mute, trasposizioni cinematografiche dei primi del Novecento, “Il Fantasma dell’Opera” è arrivato fino a noi nel 2004 con la nota versione del regista Joel Schumacher, che ha portato sul grande schermo il musical scritto da Andrew Lloyd Webber, molto amato dal pubblico di appassionati, come dimostrano oltre trent’anni di repliche in tutto il mondo. A vestire i panni di Erik al cinema c’è un indimenticabile Gerard Butler, così bello e appassionato, che risulta difficile crederlo sfigurato, come il personaggio richiederebbe.

Alla fine degli anni Novanta, persino il re del cinema horror made in Italy, Dario Argento, ha voluto dire la sua con una pellicola sorprendente, seppur sottotono, in cui il Fantasma è un bel serial killer e la svampita Christine è interpretata da una giovanissima Asia Argento.

Di grande interesse è anche il seguito letterario immaginato dallo scrittore Frederick Forsyth, Il Fantasma di Manhattan, che ha ispirato, a sua volta, il seguito del musical, Love never dies, nato nuovamente dell’estro creativo di Webber. La storia riprende dalle vicende conclusive del romanzo di Leroux: Erik è riuscito a fuggire dai sotterranei dell’Opéra di Parigi e si è rifugiato a New York dove cova il suo odio, ma è ancora combattuto a causa della passione per Christine, dalla quale scopre di aver avuto perfino un figlio.

L’affascinante percorso di quest’opera dotata di un fascino così magnetico, da farla apparire sempre moderna, nonostante il romanzo risalga a più di un secolo fa, è senz’altro destinato a proseguire nel tempo, approdando magari anche a nuove forme di espressione come, ad esempio, una Serie Tv in piena regola (in Italia un tentativo di fiction è già stato fatto all’inizio degli anni Novanta), che riporterebbe nell’immaginario dei nativi digitali di oggi una storia magica e senza tempo. Chissà che qualche geniale produttore non ci stia già pensando, proprio in questo momento: Netflix Addicted incrociate le dita…

Alessandra Rinaldi

La storia d’amore della principessa Mako

Rinuncereste ai privilegi del vostro status regale per amore? Abbandonereste oneri e onori della corte per diventare comuni cittadine e vivere, per sempre, una vita “normale” accanto all’uomo che amate?

La principessa giapponese Mako, nipote dell’imperatore Akihito, ha avuto il coraggio di farlo.

L’anno prossimo, infatti, Mako sposerà Kei Komuro, suo compagno di studi. Il giovane, ora, lavora in uno studio legale a Tokyo, mentre la principessa  si è laureata in Giappone e ha conseguito un Master in Art Museum and Galleries Study.


Mako e Kei hanno venticinque anni, si amano oltre le apparenze e l’etichetta e hanno diversi interessi comuni, come la passione per la cucina e il violino.

La principessa è diventata una sorta di simbolo in Giappone, l’emblema del cambiamento, del superamento delle tradizioni.

Il passo decisivo, che la condurrà fuori dal Palazzo del Crisantemo, deve ancora essere compiuto ma, a quanto pare, l’imperatore non si opporrà. A dire il vero, Mako non è nuova a scelte audaci, in grado di sbalordire l’opinione pubblica

Ha studiato alla International Christian University di Tokyo, lei che proviene da una dinastia considerata per lungo tempo di natura divina (anche se, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il sovrano dovette rinunciare ufficialmente a tale pretesa) e ha incontrato il suo futuro sposo in un semplicissimo ristorante dell’ateneo.

Per noi, donne occidentali, tutto ciò rappresenta la normalità, ma non è così per questa principessa che, a detta di molti, sembra una sorta di Kate Middleton “al contrario”, poiché da nobile diventerà presto una borghese.

La famiglia reale giapponese vive in una corte considerata soffocante, a causa di un’etichetta che non lascia spazio a emozioni personali ed è rigidamente codificata.

I suoi membri non hanno diritto di voto, non possiedono documenti, né un cognome, né conti o possedimenti. Il potere viene tramandato di padre in figlio, escludendo le donne. Fino a poco tempo fa non era neppure possibile, per l’imperatore, abdicare; per questo motivo il Parlamento ha modificato la Costituzione e alla fine del 2018, se non vi saranno ulteriori ostacoli, sul trono siederà il principe Naruhito.

L’eccesso di formalità è costato una lunga depressione alla principessa Masako, una borghese che ha rinunciato alla libertà per amore. L’esatto opposto di Mako.

L’imperatore, vecchio e stanco, vuole abdicare, sua nipote fuggirà dal palazzo, Masako affronta ogni giorno l’inflessibilità del dovere.

Per quanto tempo ancora il Crisantemo potrà serrare i petali intorno alle vite dei suoi sovrani?

Asia Francesca Rossi

Il MIF, l’acqua e i taxi

Drinking with L. A.

Un drink con Alessandra Lumachelli

di Alessandra Lumachelli

Una serata di un po’ di tempo fa, a Rimini. Ma mi fa piacere, tanto più che è ufficialmente iniziata la stagione dei festival musicali all’aperto, condividere con voi questo racconto.

Otto di sera, crepuscolo. Strade vuote, tutti a cena, tranne una signorina, di spalle, alla fermata degli autobus. Mi avvicino dicendo “mi scusi”, lei si gira imbarazzata, e siamo imbarazzate in due: io non immaginavo chi fosse,  lei presume che io non le stia chiedendo un’indicazione stradale, e non sa come fare a spiegarmi che le sue preferenze sessuali non includono me. L’imbarazzo (suo) si scioglie quando il mio “Mi scusi” prosegue con “Saprebbe indicarmi la stazione?”. La ragazza lascia andare il respiro trattenuto fino ad allora, sorride e addirittura mi accompagna fino ad un cartello stradale. Anch’io sorrido e la ringrazio. Senza sottolineare che no, tranquilla, neanche io avrei mai incluso lei nelle mie preferenze. E magari avremmo potuto scoppiare a ridere insieme. Ma ora le mie priorità sono altre. Trovare queste benedette navette taxi per il Music Inside Festival e ripararmi dalla pioggia, che ha iniziato, leggera ma insistente, a cadere fitta nella sera fresca. I taxi ci sono, certo, presi d’assalto da fan della musica techno, che non vedono l’ora di partecipare alla seconda edizione della rassegna musicale. Io sono sola e il tassista, dopo aver riempito la navetta con 6 ragazzi allegrissimi, mi fa accomodare al posto di fianco al suo, e subito si capisce che la tariffa concordata sul sito web è opinabile…

Arrivata, pago, scendo e ottengo sia il braccialetto omaggio che il pass per la stampa (due is meglio che one, lo dicono anche in una pubblicità!), e mi avventuro nel grande stabile della Fiera di Rimini, pieno zeppo di appassionati di musica provenienti, anche, da oltre confine. Nella hall, mi sento chiamare, mi volto: Lorenzo e Alessandro, proprio loro mi avevano indicato il nome di Mattia Duranti, colui che gestisce i contatti con la stampa (e che mi ha fornito di conseguenza il pass d’ingresso). È davvero tutto ben organizzato, nonostante la vastità della struttura edilizia e la complessità degli eventi in contemporanea.

Ci sono tre padiglioni, chiamati col nome di un colore, blu verde o rosso, quel colore che prevale negli effetti di luce al di sopra del palcoscenico, perché è di un palco (non di una semplice consolle) che si tratta, a sottolineare l’importanza dei dj che si avvicendano, a partire dalle 19:30 fino alle 04:00 del mattino. Vere e proprie star della nostra epoca, dato che siamo tutti in cerca di nuovi miti che ci facciano emozionare e sognare, oltre che ballare, ovvio. Da Sven Vath ad Alicante (che è già stato “ospite” di Drinking!!), a Ralf a Sam Paganini, a Sasha Carassai e molti molti altri, sino ad arrivare a Paul Kalkbrenner, che infiamma non solo la platea ma anche letteralmente la consolle. Quasi alla fine della sua performance, infatti, l’audio manca e lui ironicamente si siede sopra ai macchinari che fanno i capricci, restando con lo sguardo nel vuoto e attendendo. Nessun problema, ci sta: è il bello dei live, sapere che tutto è vero e vissuto nell’istante. Bevo un po’ d’acqua, gentilmente fornita dall’organizzazione. Per rientrare in hotel (stanchissima) cerco un taxi, ma mi fermo alla pensilina sbagliata, dove passano gli autobus!

Me ne renderò conto solo dopo aver chiacchierato con alcune persone, tra cui un giovane marocchino che ha ritenuto inutile pagare il biglietto del festival in quanto (così dice) ha già sentito tutti quei dj a Ibiza, quando faceva il cameriere in un locale. Incalzato dalla mia domanda sul nome del locale in questione, si impappina. Io intanto abbandono la pensilina, perché come un miraggio è apparso un taxi, fermato da me e da due ragazzi, di cui segno i nomi, Francesco e Lorenzo, perché si rivelano gentilissimi: loro che sarebbero scesi dall’auto molto prima di me, si incaricano di pagare l’intera corsa al tassista, Fabio, che lasciandomi davanti all’hotel, mi elogia con un complimento che si sente autenticamente vero (“è stato un piacere parlare con te”). Più che altro, abbiamo riso tanto: sono ironica, sempre, conversazione tranquilla e buffa talvolta. Che dire? Sicuramente, buona estate, buona musica e… stay tuned, alla prossima!

Tag: drinkingwithla, festival, Mif, musica, dj, acqua, taxi

Back to the 80’s!

Il detto “Non ripetere gli errori o, meglio, gli orrori del passato” sembra che non valga per la moda, che si ripete e ci ripropone ogni anno qualche must del passato che spesso invece di farci sentire belle, ci rende solo un po’ ridicole! A mio modesto parere ci sono diversi elementi del passato, soprattutto degli anni ottanta che non vorrei mai tornassero di moda:

  • I ciucciotti di plastica. Chi non si ricorda la moda odiosa degli anni ottanta di farsi enormi collane con appesi orribili ciuccetti di plastica? In colori sgargianti flou, che penzolavano dalle magliette senza alcuna dignità, decisamente anacronistici a prescindere dall’età di chi li porta.
  • Le treccine in testa. Un’altra moda caustica degli anni Ottanta era quella di farsi migliaia di treccine in testa, sui capelli lunghi, chiuse con altrettanti elastici minuscoli tutti colorati, che ci rendevano simili al mitico Ruud Gullit, femminili come una abat-jour, scomode, soprattutto nel momento di lavare e pettinare i capelli.
  • L’ombretto celeste. Era terribile colorare con l’ombretto celeste l’intera palpebra dell’occhio, che spesso non faceva cielo, ma occhio livido da incontro di box andato male, pesante anche per i lineamenti più delicati, che io mi sento di sconsigliare a tutti, anche a quelli con gli occhi chiari.
  • I pantaloni a zampa. Negli anni Settanta compaiono i terribili pantaloni a zampa ed è subito Cugini di Campagna: sono dei pantaloni che a meno che tu non sia una modella magra e alta due metri, ti fanno sentire un salsicciotto insaccato perché spesso erano da portare attaccati alla pelle, soprattutto i jeans. Qualche stilista li ha riproposti, consigliati solo alle più temerarie e nostalgiche del passato.
  • Il marsupio. Tremendo, sia per l’uomo che per le donne, era il marsupio, soprattutto quello colorato e di plastica, per l’uomo l’evoluzione del non più bello “borsello”, che ogni tanto vediamo ancora in giro a qualche turista tedesco in pendant coi calzini bianchi e il sandalo aperto, che ti strizzava il giro vita e aumentava la pancia, terribile portato con la camicia o sopra un paio di pantaloni eleganti .
  • Le tute di ciniglia. Tanto amate da diverse star televisive del panorama nostrano, le tute di ciniglia, per lo più Made in China, avevano la caratteristica di farti sudare a prescindere, perché completamente sintetiche, la ciniglia inoltre era di un colore lucido e cangiante che mentre correvi, o semplicemente camminavi, ti rendeva simile a un pagello impanato.

Con coraggio, faccio outing e dichiaro di aver messo ognuno di questi indumenti almeno una volta nella vita, volevo essere alla moda, non ho avuto un’infanzia travagliata, ma tutt’ora quando guardo le foto mi trovo terribile, per cui auspico ad un rinnovamento e innovazione della moda non a nostalgici tuffi nel passato che non rendono giustizia alla bellezza delle donne!

Vanessa Aresu 

Roberto Saviano al #SalTo 2017

Il Salone del Libro di Torino 2017 si intitolava Oltre i confini e ben ha coniugato questo spirito uno dei suoi protagonisti: Roberto Saviano. Lo scrittore ha fatto due interventi di massimo interesse, uno a Radio Radicale, e uno presso la sala gialla oltre a un lunghissimo firma copie; e non parlo per sentito dire ma per esperienza sul campo: allo stand Feltrinelli, la fila era più lunga di quella al museo egizio. Roberto arriva puntualissimo, preceduto dalla scorta che controlla lo spazio messo a disposizione da Radio Radicale, e appare sorridente e sereno, forse un po’ in imbarazzo per la stretta vicinanza con il pubblico, lo spazio era molto piccolo.

Inizia a parlare, è ipnotico, con un eloquio forbito ma chiaro, e racconta di come non esista più il racconto della verità ma come questa sia piegata dalle fake news che diventano in internet subito virali e quindi più difficili da smentire o confutare, parla dell’odio e delle valanghe di bugie a cui è spesso sottoposto soprattutto sui social, grazie ad una fake news è stato dato anche per morto con conseguente disperazione e sconforto della madre, che chiamava tutti i suoi assistenti a ripetizione ma incredula non si è data pace finché non ha parlato con lui in persona. Parla del violento attacco a cui è stato sottoposto per aver difeso le ONG e di come lo stesso Pasolini fosse vittima dei media e, non essendoci ancora internet o i social, avesse la fobia degli attacchi vergognosi subiti dai giornali e dai giornalisti di destra e sinistra indistintamente. Parla di Trump e di come sia stato eletto dal popolo americano non perché preparato o meritevole ma perché percepito, come vero in quanto, apertamente e vergognosamente maleducato, arrogante e presuntuoso ma proprio per questo giusto per vendicare gli americani dalle delusione delle precedenti politiche democratiche. L’incontro molto gradevole e intimo è durato un’ora piacevolissima che è volata via, lasciando tanti spunti interessanti. Dopo l’incontro con i Radicali, corro al firma copie già gremito di gente! Il pubblico di Roberto è eterogeneo e variegato: ci sono in fila adolescenti, ma anche signori e signore, perfino delle ragazze vestite da sposa che rappresentavano a loro modo la lotta contro la mafia con indosso dei vestiti sequestrati al ratchet mafioso, insomma sembra che lo scrittore piaccia un po’ a tutti, in maniera trasversale e tutti lo abbracciano, gli stringono la mano, lo ringraziano.

Il giorno successivo, dopo tre ore di fila, guadagno i primi posti per ascoltare il suo monologo. Parla di Falcone e di come in vita stesse poco simpatico ai suoi colleghi magistrati, per il solo fatto di essere forse più bravo. Roberto Saviano, con una certa rabbia, racconta di come per essere credibili agli occhi degli italiani bisogna morire, preferibilmente ammazzati; quando la prima bomba che serviva per uccidere Falcone non è scoppiata,  fu accusato di aver organizzato lui stesso l’attentato, come se la mafia non potesse sbagliare. L’intervento dura un’ora, la gente applaude stregata; lui saluta, ringrazia e va via.

Vanessa Aresu

Io viaggio da sola

In una società aperta e libera come la nostra, sicuramente la donna trova mille opportunità e mille stimoli, ma siamo sicuro che siano egualitari a quelli degli uomini? Io direi proprio di no! Ci sono ancora molti tabù e limiti per noi donne, uno di questo è per esempio, viaggiare da sole. Se un uomo viaggia da solo per lavoro o per piacere nessuno si preoccupa, né corre grossi rischi, una donna che viaggia da sola, soprattutto per piacere è ancora vista con sospetto, corre molti più rischi di un uomo e deve limitarsi molto di più, si ha la stupida credenza che se sei in viaggio da sola sei in cerca di qualcosa, di avventure o esperienze estreme che possono in qualche modo metterti in pericolo, ecco perché vi do qualche regola per tutelare i vostri viaggi e viaggiare da sole in tranquillità, non rinunciando al vostro divertimento:

1 – innanzitutto cercare di arrivare nella città che si visita, con un volo aereo del mattino o al massimo del pomeriggio, in modo da avere tutto il tempo con la luce del sole e in orari molto frequentati, di trovare con comodo il vostro albergo.

2- prenotare sempre prima l’albergo, il bad and breakfast o l’airbn, in modo da essere tranquille ed avere dei punti di riferimento quando arrivate nella città sconosciuta.

3- la notte preferibilmente muoversi con il taxi, per chi ama guidare e ha un buon rapporto con il navigatore, si può facilmente affittare una macchina a noleggio, sarà sempre più sicuro di passaggi con sconosciuti o mezzi pubblici .

Queste sono le regole principali che io seguo quando viaggio da sola, e capita spesso, per tutto il resto, è divertente e appagante trovarsi sola in una grande città e godersela a pieno, sia per lavoro che per piacere, è bello perché ti misuri solo con te stessa e con i tuoi limiti per affrontare sorprese o imprevisti che sono sempre il sale della vita, per cui mi sento di dirvi, non rinunciate a viaggiare da sole, perché si possono vivere e incontrare emozioni e persone magiche che ti aiutano a diventare una donna migliore, si possono conoscere tante persone e vedere ed incontrare luoghi magici in cui perdersi per poi ritrovarsi. Per cui divertitevi e andate in giro per il mondo senza paura di sentirvi sole o indifese, perché ogni donna ha una forza e delle risorse molto più grandi di quelle di un uomo, basta solo ricordare la maternità, credo che dio quando abbia fatto l’esempio del cammello che passava nella cruna di un ago pensasse al parto, se sei riuscita nello stesso anno a partorire, accudire il bimbo, la casa, fare sport e tornare in forma, supportando e sopportando tuo marito, credo che non ti possa fermare niente e che ti sia giustamente meritata una vacanza solo per te!

 

 

Ricky L., la verità e il vermentino sardo

Drinking with L. A.

Un drink con Alessandra Lumachelli

Da brava clubber, e da curiosa, se esiste la possibilità di intervistare un dj (o come lo chiamo io, un creatore di musica), ne approfitto e ne sono entusiasta. Nei club sembrano distanti, concentratissimi con le loro cuffie, e ci si domanda a cosa pensino, nel frattempo. Così, provo a chiedere alcune cose anche a Ricky L, che a prima vista sembra serissimo, ma in realtà è spiritoso e divertente. Si capirà in particolare nell’ultima “risposta-non risposta”! Partiamo, Amici? Intraprendiamo un altro viaggio insieme.

Se tu fossi un supereroe, che supereroe saresti e che superpoteri avresti? Può essere anche un personaggio dei fumetti.

Ricky: Non ho mai amato molto i fumetti. Potrei inventarmelo? [io: anche!] Ti potrei dire “Ermeto Pasqual”! Ha dei grandissimi poteri musicali: definirlo percussionista sarebbe riduttivo. Sinceramente non credo di avere mai avuto un supereroe preferito; Superman, Batman non mi hanno mai incuriosito più di tanto.

Se avessi la macchina del tempo, dove andresti? Passato, presente o futuro?

Ricky: Alessandra, me la metti su un piatto d’argento!! Io ovviamente cerco solo il presente, quindi, se avessi la macchina del tempo, cercherei esattamente il presente. Penetrandolo in ogni suo istante. Né prima né dopo.

Che cos’è per te la relazione? Che cosa è fondamentale per te in una relazione (amicizia, amore, lavoro…)?

Ricky: non ci ho mai pensato. Potrei dirti una serie di banalità … [io: no! Una cosa in cui tu credi veramente] Nella verità, direi, dove ci rientrano parecchie cose dentro: lealtà, rispetto, la verità! Come dice Brunori Sas. Molto bello, tra l’altro, quel pezzo.

Il tuo drink preferito?

Ricky: mi piaceva molto la grappa, ma ho smesso di berla. Mi piacciono i vini bianchi importanti, come il vermentino sardo. Non amo il vino rosso. [nel frattempo gli arriva un drink]. Cosa puoi fare tu per salvare o per migliorare il mondo? Ricky: [beve] [io rido: bere?!].

Allora, Amici, in alto i calici ricolmi di vermentino… perché a volte è necessario berci su! (Sempre con moderazione, mi raccomando) Alla prossima!

Alessandra

Who’s Who Per chi non lo sapesse…

Ricky L, alias Baffopizza, (nome d’arte di Ricky Luchini), è un dj indissolubilmente legato al club “Red Zone” di Perugia. A 11 anni ha il suo primo mixer, e a 15 fa il suo primo tour a Riccione come dj prodigio, suonando al “Vae Victis”. A 16 anni inizia col “Red Zone”, creato nel 1989 da Sauro Cosimetti. Famosissima la sua traccia House “Born again” del 2005, riproposta nel 2009 col titolo di “Born again 2010”, dato l’enorme successo riscontrato.

I clic della felicità!

Cosa si può fare online? Si può ordinare cibo di qualsiasi tipo, comprare vestiti, scarpe, profumi, trucchi, si può incontrare l’anima gemella, ma anche fare sesso, ci si può informare, leggere i giornali e una miriade di fake news, o pettegolezzi spazzatura, si può fare tutto, a volte si ha la sensazione di esistere sole se si è connessi, quindi attivi, pronti a reagire agli stimoli del mondo, che però partono tutti filtrati dietro la tastiera e lo schermo di un pc, e forse per questo fanno meno paura, e ci rendono un po’ tutti dei leoni da tastiera e a volte delle pecore nella vita reale! Ma per me e per la maggior parte delle donne, la cosa più entusiasmante è fare shopping online! Per me è un rito, ci sono dei siti specifici con cui ho un rapporto quasi maniacale: li visito spessissimo, scorro le offerte, i saldi, i nuovi arrivi, insomma ci navigo per ore e per giunta in pigiama seduta sul mio divano, nella libertà più assoluta di comprare qualsiasi cosa, di cui non ho bisogno e verrà sotterrata nell’armadio, ma che diventa essenziale nel momento che la clicco nel sito! Insomma c’è tutto un rito nello shopping online, la ricerca, la misurazione del tuo corpo, infatti devi assolutamente stare attenta, prenderti le misure per capire se corrispondono alle taglie indicate nel sito, e infine la scelta, quel clic magico che rende finalmente tuo quel vestito o quelle scarpe o quella crema che avevi inseguito come un cucciolo fedele e finalmente diventa tuo! Ma nello shopping online subentra ancora l’attesa, il controllo spasmodico del postino che viene quasi stolkerizzato, neanche se fosse un amante focoso, fino a quando non lo vedi arrivare con il tuo pacco, ed è subito Natale a ferragosto! Con lo shopping online riesci con coraggio e ostinazione a baipassare la commessa, che pur di vendere, ti affibbierebbe anche un vestito due taglie più piccole, in cui sembri incastrata come un cotechino a capodanno, insomma diventi protagonista senza rivali dei tuoi acquisti che comodamente riceverai a casa tua con la formula soddisfatti o rimborsati. Infatti la grande libidine, che personalmente mi invoglia sempre di più a cliccare e quindi a comprare, è la possibilità del reso, della restituzione del capo con il recupero dei soldi, per cui ogni remore o senso del dovere nell’utilizzo della carta di credito, sparisce miseramente! Insomma lo shopping online è la panacea per tutte le donne, niente infatti è più eccitante di trovare il capo firmato scontato la metà rispetto a quello visto nel negozio sotto casa, credo che dopo la maternità e la bilancia che ti segna meno tre chili, sia una delle gioie più grandi!

Vanessa Aresu

Società oversize

Come antidoto alle perenne crisi economica, alla tanta proclamata austerity europea che impone un rigore economico che non lascia tanto spazio alla fantasia e alla leggerezza, finalmente impazzano nei giornali e nei social, le morbide e abbondanti modelle curvy! Sarà per la recessione, per le terribili guerre a pochi km di distanza dall’Italia e dall’Europa, ma tutti noi, uomini e donne, abbiamo bisogno di essere rassicurati, con figure accoglienti e floride che ci riportino al benessere, all’abbondanza, alla maternità, ai tempi e alle forme curvilinee dei tempi del dopoguerra, della ricostruzione, ad una figura di donna abbondante e tonda, in cui si ha un riconoscimento immediato, che non fa paura, ma aiuta ogni donna a guardarsi allo specchio con clemenza!

NEW YORK, NY – DECEMBER 12: 2016 Sports Illustrated Swimsuit Cover Model Ashley Graham attends the Sports Illustrated Sportsperson of the Year Ceremony 2016 at Barclays Center of Brooklyn on December 12, 2016 in New York City. (Photo by Slaven Vlasic/Getty Images for Sports Illustrated)

Ed ecco sui social e sulle copertine impazzare finalmente modelle bellissime come Ashley Graham, modella curvy che ha fatto impazzire l’America, che non fa mistero della sua cellulite ma la esibisce fiera in molte foto, diventando un’icona di bellezza super size per ogni donna ed un modello rassicurante che ci fa sentire un po’ più a nostro agio dentro una taglia 44/46, che è la più venduta, ed ha aperto un nuovo mercato per tutti gli stilisti, di vestiti plus size alla moda che aiutino a sentirsi belle tutte le donne un po’ in carne ! Per fortuna sta cambiando proprio il mercato, e finalmente nei negozi si trovano le taglie che ci aiutano a sentirci belle in vestiti alla moda e comodi. Si è aperto anche alle donne normali, un po’ in carne, la possibilità di avere un guardaroba moderno e alla moda e a sorridere di fronte allo specchio. Sono tantissime le donne con problemi alimentari e credo che modelli più sani possano essere utili a volersi più bene e ad accettarsi, credo che finalmente sia arrivato il momento di piegare il mercato della moda alle esigenze delle donne e non il contrario, finalmente le donne non dovranno più mortificare il loro corpo e il loro animo per assomigliare a modelli di donne perfette che nella realtà non esistono perché spesso sono solo il frutto di foto super photoshoppate che creano una perfezione che nella realtà sarebbe impossibile da ottenere. Il merito delle modelle curvy è quello di aver reso legale il gelato e la pizza, di aver tolto a molte donne la paura di mangiare, per cui adesso se andate a cena con il vostro uomo, non abbiate più paura di prendere il dolce, né la necessità di dividerlo con lui, mangiate con un sorriso il vostro dessert, senza l’ossessione o la paura di ingrassare, non mortificatevi in diete avvilenti perché anche se avete gli addominali da lasagna o il culo trapuntato farà sempre meno paura di chi mangia una quinoa scondita o un grano saraceno, perché se il signore avesse voluto che fossimo uccelli ci avrebbe dato a tutti le ali!

Vanessa Aresu

La figlia femmina di Anna Giurikovic Dato

Maria, Giorgio e Silvia.

La figlia, il papà e la mamma.

Una famiglia.

Una storia che si snoda su due piani temporali e due luoghi differenti: il prima, con Maria bambina, a Rabat. Il dopo, con Maria adolescente, a Roma.

È la storia di una tra le violenze più terribili e angoscianti che si possa pensare, l’incesto.

La voce narrante è quella di Silvia, la madre. Una madre che, nel corso delle pagine, stimola sentimenti di rabbia e disprezzo nel lettore. Una madre cieca e sorda, che non vede oppure fa finta di non vedere. Che non coglie né i cambiamenti di umore del marito, sempre più chiuso in se stesso, sempre più ossessionato dalla sua oscena e indecente passione, né i disagi della piccola Maria, ormai insonne, indolente e con tendenze autopunitive.

Silvia “spegne” tutte queste spie d’allarme, le getta in un angolo della sua coscienza, adducendo tutto alla stanchezza del marito per il lavoro, lui, diplomatico inviato a Rabat; alle stranezze di una bambina che sta crescendo, che sta cambiando.

Poi lo scenario muta davanti ai nostri occhi, Giorgio ormai è morto, e madre e figlia si sono trasferite a Roma. Silvia decide di presentare a Maria il suo nuovo amore, Antonio. Una cena che diventa la scena di un grottesco dramma teatrale messo in atto dalla stessa Maria, al quale Silvia, quasi in stato di trance, assiste come spettatrice, incredula e sconvolta. Maria provoca, seduce, manipola e illude Antonio, che a un certo punto assume le fattezze di un burattino senza volontà. Silvia è catapultata dentro a un incubo durante il quale i ricordi, sepolti dal tempo e dalla superficialità, riemergono e cercano di farla ragionare su quanto sia davvero accaduto alla sua bambina.

Sullo sfondo i suoni, i colori e i profumi di due città diametralmente opposte, la fiabesca Rabat e la caotica Roma.

Un romanzo d’esordio che, nonostante la pesantezza del tema trattato, riesce a superare ostacoli tematici quali l’eccessiva morbosità e un voyerismo dissacratorio con eleganza narrativa e fluidità stilistica.

Eleonora Della Gatta