Jane The Virgin: quando la tv è ancora creativa

I corsi e ricorsi storici in televisione ci sono sempre stati, così come gli spunti, le emulazioni, e perché no, le vere e proprie imitazioni.

Oggi, al tempo di Netflix, che ha sbaragliato la concorrenza con serie originali, inaspettate, e di solito di un numero limitato di episodi, ai network americani restano poche carte sul tavolo.

Alcuni decidono di procedere con infinite stagioni di telefilm ormai in discesa, e come dicono gli americani di ‘mungere la mucca morta’, altri di riesumare vecchie serie chiuse da anni con reboot e remake, altri ancora tentano invano di seguire filoni che ormai stanno giungendo al termine.

La CW di certo non è mai stata molto affidabile sul fronte rinnovi/cancellazioni, e negli ultimissimi anni non è riuscita a mantenere il fascino delle serie veterane (come Supernatural, The Vampire Diaries e One Tree Hill) con i nuovi prodotti, ma tre anni fa, improvvisamente una idea apparentemente debole sul mercato americano, ha cambiato le sorti della rete, diventando una delle comedy/drama più seguite della tv a stelle e strisce, con successo di pubblico, critiche e portando a casa diversi premi.

Jane The Virgin racconta le vicende di una ragazza cattolica latina che vive a Miami con sua madre e la sua abuela (nonna) che viene per sbaglio inseminata artificialmente, e aspetta il figlio del suo capo (per il quale una volta aveva una cotta), pur restando una vergine. Apparentemente una trama debole, da soap opera, scusate da ‘telenovela’, ma il tutto sta proprio qui. La serie unisce elementi tipici della telenovela sud americana, a elementi delle commedie brillanti americane, a elementi di crime e di giallo, con l’elemento musicale che non guasta mai (vi dico solo che tra le guest ci sono anche Gloria Estefan, Charo, Paulina Rubio, Juanes e Britney Spears!), a input da romanzo. Sì, perché c’è una voce narrante onnisciente (o quasi!), che ci narra le disavventure della protagonista.

Lo so, lo so, vi siete un po’ persi, ma semplicemente si parte da questo incidente medico per narrare la vita di una ragazza che sogna di diventare una scrittrice e che vive una serie di inaspettati avvenimenti che cambieranno totalmente la sua vita. Una trama all’inizio solo divertente, che diventa commuovente e appassionante, perché riderete come Jane, vi emozionerete come Michael, rifletterete come abuela, canterete come Xiomara, vi sentirete una star come Rogelio, tramerete come Petra, cambierete come Rafael, e con la semplice trama da telenovela dovrete restare al passo per non sottovalutare il giallo da risolvere, degno di un qualunque altro crime.

Una serie creativa, mi piace definirla così, perché unisce elementi di vari ambiti televisivi e non riuscendo a farli convivere tutti insieme. Un riflesso sulla cultura mista americana, dove si fondono culture, religioni, stili di vita differenti.

A questo si aggiunge un cast eccezionale, all’altezza della difficile impresa del passare dal comico al drammatico, perché l’elemento pathos è sempre dietro l’angolo, e ogni volta che penserete che i sogni di Jane si stiano per avverare, qualcosa stravolgerà la trama… di nuovo.

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Doris, quando l’amore ti fa vivere di nuovo

Molto spesso sottovalutiamo la commedia americana moderna, considerandola superficiale, banale, a tratti triviale. Questo stranamente accade oggi più spesso con grandi produzioni con grandissimi nomi del momento, mentre una larga fetta di commedia meno nota al grande pubblico porta spesso con simpatia tematiche e riflessioni che non ci aspetteremmo.

Questo è il caso di Hello, my name is Doris, una commedia stralunata come l’hanno definita in molti, che riporta sul grande schermo una scatenata e disarmante Sally Field, nota negli ultimi anni soprattutto per i suoi ruoli televisivi (Nora Walker di Brothers & Sisters per dirne uno degli ultimi).

Senza fare spoiler su questa pellicola del 2015 che dovete assolutamente recuperare (per gli appassionati di Netflix lo trovate sulla piattaforma), Doris, interpretata dalla Field, è una stramba signora single sulla sessantina, che dopo la morte della madre, che ha accudito per tutta la vita, si accorge delle occasioni perse, e decide di recuperarle nel minor tempo possibile, innamorandosi di un suo collega molto più giovane di lei. Ve lo assicuro, non vi ho fatto spoiler di nulla, perché tutto questo accade nei primissimi minuti del film, quindi quello che dovete davvero vedere è come Doris riuscirà o fallirà in questa impresa.

Una commedia brillante, positiva, che fa riflettere, sulle occasioni perse, sul coraggio che dobbiamo tirar fuori per non perderle, sul ricominciare e sul rimettersi in gioco, a qualunque età, specie se non ci siamo mai messi davvero in gioco.

Un’analisi sugli over moderni, che devono destreggiarsi tra i social, mondo sconosciuto a molti di loro (sempre meno negli ultimi mesi), le nuove tendenze, il nuovo modo di rapportarsi con l’altro sesso, tutto in bilico tra rispetto della propria età e del proprio bagaglio, e il rischio di cadere nel ridicolo.

Il personaggio di Doris è tutto questo, è quel pizzico di stravaganza necessario per sopravvivere, quel plus che si necessita oggi per non sparire nella folla.

L’interpretazione di Sally Field è superba, e rende una pellicola di nicchia, una piccola gemma nel panorama della commedia indipendente.

Pretty Little Liars: la nuova vita degli adolescenti

Per chi come il sottoscritto è cresciuto negli anni ‘90, il teen drama è un genere televisivo intoccabile, il genere che ci ha fatto appassionare alle serie tv, che ci ha fatto ridere, piangere, immedesimare, capire, e alle volte idealizzare, il mondo adolescenziale.

Crescendo abbiamo capito ben presto che non avremmo avuto come migliori amiche Kelly e Donna (Beverly Hills 90210), non avremmo vissuto per sempre di sogni come Dawson (Dawson’s Creek), non avremmo mai amato un vampiro (Buffy The Vampire Slayer) e non tutti saremmo diventati campioni di basket (One Tree Hill), e soprattutto, difficilmente avremmo avuto l’armadio di Serena o il fascino di Nate (Gossip Girl).

I teen drama ci creavano delle aspettative enormi, che però ci permettevano di sognare, e forse ci hanno reso quello che siamo oggi, una generazione che crede sempre più in se stessa (troppo alle volte?), e che fa di tutto per raggiungere i propri obiettivi.

Un giorno, però, tutto è cambiato. I teen drama sono passati di moda, i vampiri hanno avuto strada libera (Twilight, The Vampire Diaries, Moonlight, True Blood), e i personaggi adolescenziali, con i loro problemi, i loro sogni, e le loro insicurezze hanno lasciato spazio alla lotta tra il bene e il male, o semplicemente alle sgomitate per salire sul palco e splendere più degli altri (Glee).

Nessun produttore televisivo era in grado di portare più sul piccolo schermo la realtà degli adolescenti, oggi molto diversi da quelli degli anni ‘90, i cui unici problemi erano avere l’ultimo giacchetto di pelle o andare a una festa nella villa con piscina del compagno di classe. Nessuno voleva tentare di raccontare cosa stava cambiando, nessuno voleva parlare dell’accettazione del proprio corpo, della ghettizzazione di nerd e geek, dell’omosessualità tra gli adolescenti, del bullismo.

E qui, da questi punti, nasce una nuova idea, tratta dai romanzi di Sara Shepard. Qui nasce Pretty Little Liars.

Nonostante la presenza dei classici ingredienti del teen drama, ovvero le storie d’amore, i conflitti con i genitori, le amicizie, e le disavventure tra i corridoi del liceo, Pretty Little Liars riesce a distaccarsi da tutti i suoi predecessori grazie a nuovi ingredienti: il giallo e la rivincita dei reietti. L’ideatrice, Marlene King, riesce a dare nuova vita a un genere ormai scomparso dai nostri teleschermi, rendendolo attuale e fonte di ispirazione per tante nuove serie tv degli ultimi anni.

La storia.

Alison, l’ape regina di un gruppo di amiche, scompare in una notte d’estate, e da allora l’ombra dei suoi errori, e le colpe delle azioni commesse dalla ragazza, ricade sulle sue inseparabili amiche, viste come la sua corte, le sue aiutanti, le uniche che dovranno pagare per tutto ciò che è successo prima di quell’ultima estate. Questo però è solo l’inizio, il primo giallo da svelare, la scomparsa della bionda più famosa, e più odiata di Rosewood. Perché qualcuno inizia a perseguitare Aria, Emily, Hanna e Spencer, e il loro nemico avrà molte facce, tante quante le persone che Alison, e infondo anche loro, hanno ferito. Non mi soffermo a svelarvi il resto, forse già lo conoscete, o lo scoprirete quando inizierete a vedere la serie, perché credetemi, prima o poi la vedrete, tutta d’un fiato, e salterete sulla sedia, a ogni colpo di scena.


I personaggi
e le dinamiche.

Uno dei punti forti della serie sono i personaggi, ovvero le Liars (bugiarde), termine utilizzato per denominare le protagoniste, i loro fidanzati, spesso messi in discussione dalle dinamiche della narrazione, e dagli imprevisti posti sul cammino delle ragazze, le loro famiglie, la fonte principale dei loro segreti e delle loro bugie, i personaggi secondari, senza i quali buona parte della storia non avrebbe spiegazione, e poi, ovviamente loro, gli antagonisti, i nemici, i cattivi, che poi forse così cattivi non sono, o almeno alcuni di loro.

Le liars fronteggiano nemici sconosciuti, che le ricattano continuamente, per le loro bugie, i loro segreti, i loro scheletri negli armadi. Ma quale adolescente non ha dei segreti? Quale adolescente non nasconde qualcosa ai suoi genitori? Qui nasce l’innovazione della serie. Tralasciando le esagerazioni televisive (anche quelle necessarie alla riuscita del telefilm) l’argomento su cui si punta è il bullismo, quello reale e quello virtuale. Le offese, le ghettizzazioni, i ricatti, le foto rubate, le aggressioni, stralci di vita usati come armi, come qualcosa che ci rende potenti/prepotenti, come se la vita degli altri ci appartenesse.

-A, l’eterno antagonista, usa ogni angolo buio delle protagoniste a suo vantaggio, ogni loro debolezza diventa un coltello pronto a ferirle, ogni bugia diventa una trappola. Con le dovute proporzioni questo accade nelle scuole odierne, dove bullismo e cyber bullismo sono usati contro chiunque per raggiungere il proprio scopo. E non solo. Lo stalking, le violazioni della privacy, le ossessioni, sono veri protagonisti della serie quanto della nostra vita quotidiana, e nessuno aveva avuto il coraggio di narrare tutto questo in tv fino a questo momento.

Arriva un punto in cui, pur condannando le azioni degli antagonisti, ci viene il dubbio su cosa sia giusto e cosa sbagliato. I cattivi sono davvero così cattivi? Il loro comportamento è solo una reazione a quello che hanno vissuto? Sì e no. La vendetta non è certo la reazione giusta, non lo è mai, ma non è difficile immedesimarsi nei reietti, in quei personaggi che dopo essere stati scherniti per anni, decidono di prendere il sopravvento, distruggendo la vita di chi ha a sua volta distrutto la loro. Una rivincita che forse molti di noi avrebbero voluto prendersi durante i temibili anni delle superiori, ma che ovviamente abbiamo scacciato via per l’insensatezza dell’azione.

Eppure alcuni di loro ci riescono, ci riescono talmente bene da diventare personaggi prima odiati e poi amati dal pubblico, come Mona, che da looser diventa burattinaio della vita di tutti, fino a diventare fonte indispensabile per risolvere qualunque mistero (ammettiamolo, nonostante tutto, senza Mona, le Liars non sarebbero mai arrivate a capo di nulla).

Siamo arrivati davvero a questo? Chi si sente perdente, per colpa degli altri, si crede autorizzato a distruggere gli altri? Forse, purtroppo, sì.

Il pubblico.

L’ultimo fondamentale tassello, che rende questa serie quella di maggiore tendenza degli ultimi anni, è la partecipazione attiva del pubblico alla storia. Come? Staremo pur parlando di un teen drama, ma non dimentichiamoci che Pretty Little Liars è un giallo, forse il più intricato mai apparso sugli schermi televisivi. La genialità degli autori è stata quella di rendere il pubblico partecipe, di rendere ogni telespettatore un piccolo investigatore.

Tracce, indizi, indovinelli, un sottotesto nascosto, cura nei dettagli, nei riferimenti letterari e artistici, indizi pop su film e canzoni, tutto serve a risolvere i gialli che le Liars devono risolvere. Nascono così pagine e blog di teorie scritte dai fan, spesso vincenti, perché in tanti siamo riusciti a scoprire il finale di stagione prima degli stessi protagonisti. Storie intricate, ma con grande intelligenza e attenzioni risolvibili dai telespettatori, una serie televisiva ‘interattiva’, dove il pubblico si sente partecipe delle vicende narrate. La dimostrazione sono i record social della serie, i cui finali di stagioni sono persino tra i momenti televisivi più twittati di sempre.

Tanti i temi trattati con naturalezza, come l’omosessualità di alcuni protagonisti adolescenti, narrata con spontaneità e trattata al pari dell’amore degli altri, come è giusto che sia, o le difficoltà reali per entrare nei college, oppure il contrasto con i genitori, oggi all’oscuro delle vere vite dei propri figli. La depressione, e i disturbi mentali, tema caldo della serie, un lungo viaggio in ciò che turba i ragazzi di oggi, problemi molto seri, spesso ignorati dagli adulti che li circondano. Non per ultimo il tema della transessualità e del cambiamento di sesso in età adolescenziale, argomento molto discusso negli Stati Uniti, anch’esso trattato con l’adeguato rispetto.

Pretty Little Liars unisce un genere televisivo con un glorioso passato, all’oscuro mondo adolescenziale dei nostri giorni, spesso una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

Tutto questo, unito al thriller e alla partecipazione attiva dei telespettatori, hanno reso Pretty Little Liars una delle serie che hanno cambiato la scena televisiva moderna, dimostrando che il pubblico oggi non è più spettatore, ma sempre più protagonista.