E ora venitemi a dire che I Monologhi della Vagina non è un testo attuale…

Ho letto I Monologhi della Vagina di Eve Ensler un po’ di tempo fa, fino ad oggi, non ne ho mai scritto nello specifico e non ne ho parlato molto sui social, mi sono limitata a consigliare questo libro a chiunque incontrassi, proprio chiunque… Donne, ma anche uomini.
Secondo me infatti ogni essere umano, appartenente a qualunque genere o orientamento sessuale dovrebbe leggere attentamente I Monologhi, e riuscirci senza saltare le pagine dolorose, le pagine crude e le descrizioni delle disumane atrocità inflitte alle Donne in tutto il mondo, mentre gran parte del “resto del mondo” resta in silenzio o gira lo sguardo da qualche altra parte.

Nel 2018 I Monologhi della Vagina hanno compiuto vent’anni. La coraggiosa autrice di questa piece teatrale, Eve Ensler, inizia con queste parole la prefazione all’ultima edizione del suo libro:
” La prima volta che ho messo in scena I Monologhi della Vagina, ero certa che qualcuno mi avrebbe sparato. Può sembrare difficile da credere, ma al tempo, vent’anni fa, nessuno diceva la parola vagina.”

La “crociata” di Eve Ensler, contro la violenza sulle Donne e contro ogni tipo di discriminazione di genere, inizia vent’anni fa in un piccolo teatro di Manhattan, per declamare i monologhi che aveva scritto dopo aver intervistato più di duecento donne, di ogni etnia e provenienza. Ad ogni rappresentazione, sempre più donne cercavano Eve, l’aspettavano per raccontarle la propria esperienza, per confidarle le loro memorie ed affidarle il proprio dolore e la rabbia che provavano, cosicché lei potesse trasformare tutto ciò in denuncia e solidarietà.
Eve Ensler aveva rotto ogni tabù!
Nei mesi e negli anni successivi, lo spettacolo fu ripreso in tutto il mondo, altre donne volevano denunciare, altre donne volevano finalmente interrompere il silenzio che le aveva costrette a sottomettersi a realtà dure e crudeli, fatte di violenza sui loro corpi e sulle loro menti, di dolore e spesso anche di morte.
I Monologhi arrivarono fino in Medio Oriente, dove ovviamente la riproduzione ne era stata vietata,  Eve fu invitata in Pakistan ad assistere alla piece in un posto nascosto “sottoterra” , dove coraggiose attrici pakistane mettevano in scena i Monologhi con grande approvazione del pubblico femminile.
Poco dopo la diffusione mondiale dello spettacolo, Eve Ensler, insieme ad altre donne attiviste femministe, ha contribuito  a fondare il V-Day, un movimento mirato a sostenere tutte le Donne di ogni razza, colore o orientamento sessuale. Attraverso la riproduzione dei Monologhi, le attiviste del V-Day hanno raccolto milioni di dollari per finanziare centri di accoglienza per le donne vittime di stupro e violenza di ogni genere e per spezzare finalmente il silenzio.

Oggi a vent’anni dalla prima volta che I Monologhi della Vagina hanno visto la luce, Eve Ensler scrive queste parole: “E ora, vent’anni dopo, non desidero altro che poter dire che le femministe radicali antirazziste hanno vinto. Ma il patriarcato, insieme alla supremazia bianca, è un virus recidivo. […] Il nostro compito, finché non verrà trovata una cura, è di creare condizioni ultra-resistenti per rafforzare il sistema immunitario e il nostro coraggio, rendendo così impossibili ulteriori focolai epidemici. […] Quando rompi il silenzio ti accorgi di quante altre persone stessero attendendo il permesso di fare lo stesso. Noi – donne di ogni genere e tipo, ciascuna di noi e le nostre vagine – non verremo mai più messe a tacere.”

Purtroppo a sostegno della tesi di Eve Ensler, proprio ieri, ho letto sul quotidiano La Repubblica la drammatica storia di Francesca, una ragazza di 23 anni, che solo oggi ha trovato il coraggio di denunciare la sua famiglia.
Secondo la sua testimonianza, Francesca era ancora un’adolescente di 15 anni e abitava nel suo paese di origine in provincia di Palermo, quando i suoi genitori, complice la sorella, hanno scoperto il suo orientamento sessuale e la madre ha pronunciato queste parole: “Meglio una figlia morta che lesbica”. La ragazza è stata malmenata da tutta la famiglia e stuprata dal padre che ha deciso così di punirla perché Francesca “guardava le donne”. Sempre secondo la testimonianza della ragazza, il paese a conoscenza delle violenze di cui era vittima, si è chiuso nell’omertà e Francesca è rimasta vittima della sua stessa famiglia fino a quando finalmente maggiorenne è riuscita a scappare, tentando nel frattempo il suicidio ben tre volte.

Sempre in questi giorni una ragazza è stata vittima di stupro, da parte di tre diciottenni, fatto provato dalle telecamere di sorveglianza, nella stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli. Stupro a cui la stessa ragazza era riuscita a sfuggire circa un mese fa, ma evidentemente questi esseri immondi non hanno gradito il “primo fallimento” e sono riusciti al secondo tentativo nel loro intento.

Adesso venitemi ancora a dire che il problema della violenza sulle Donne, non è più un “problema principale” nella nostra società occidentale e civilizzata, venitemi a dire che sono cose che accadono solo in “alcune parti del mondo” e che I Monologhi della Vagina è un testo che richiama l’attenzione su situazioni lontane da noi e ormai vetuste e non un testo attuale, ed io mi opporrò alla vostre tesi mostrandovi  l’orrore del mondo in cui viviamo e quanto ancora dobbiamo combattere “tutti” insieme perché queste mostruosità non debbano più avvenire.

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Ancora una volta: “Ciao Luke!”

In questa rubrica scrivo di Donne, ma soprattutto mi rivolgo alle Donne, ed oggi vorrei condividere un’emozione molto triste con tutte le ragazze che, in questo momento, stanno piangendo uno dei miti della mia generazione: Luke Perry alias Dylan McKay.
Luke Perry, pochi giorni fa, è stato colpito da un ictus, a soli 52 anni, ha lottato tre giorni in condizioni gravissime per terminare poche ore fa il suo viaggio.
Proprio lui che di viaggi sulle ali della fantasia e sulla sua Porche nera, ce ne ha regalati tanti.
Ricordo esattamente la prima puntata di Beverly Hills 90210, avevo 12 anni e rimasi folgorata dal ragazzo bello e dannato, era lì sul piccolo schermo un mercoledì sera, sosia vivente di James Dean.
Per anni e anni Beverly Hills 90210 è stato il rifugio di milioni di adolescenti, che chiudevano la porta della cameretta e si catapultavano in una realtà parallela, andavano al ballo di fine anno con Dylan e Brenda sognando come sarebbe stata la loro “prima volta”, parteggiavano per Kelly o per Brenda per il posto d’onore nel cuore di Dylan e si perdevano nel suo sorriso sempre schivo, ma da brividi lungo la schiena.
Correvano gli anni ’90, non esistevano i social e non avevamo neppure internet in realtà…
Il mercoledì sera si terminavano i compiti prima e si cenava davanti alla tv, quando c’era Beverly Hills non ce n’era più per nessuno!
Come spiegare ai millennials che le nostre camere erano tappezzate di poster di Dylan Mckay, ma anche gli armadi, i diari e gli album di figurine (“Cosa saranno costoro?”… Si chiederanno i giovani ventenni).
Come spiegare ai millennials tutto questo? Come spiegare l’emozione dei mercoledì sera e l’attesa dei sette giorni successivi… a loro che ” si sparano” una serie tv intera a sera?
Come spiegare i miliardi di post e di WhatsApp che stanno invadendo il web in questo momento e i vocali con le voci rotte dall’emozione che dicono “Luke Perry è morto.”
Oggi ci sono tante serie tv. Oggi c’è tanto di tutto! Per noi c’era Beverly Hills!
Eppure qualche mese fa guardare Luke Perry protagonista di Riverdale su Netflix mi ha fatto tornare indietro di qualche decennio per qualche ora… tanto da emozionarmi ancora.
Addio Luke. Buon viaggio. Grazie per averci regalato ciò che i giovani d’oggi non sanno nemmeno che esiste!

YOU: Se non appari non esisti. Ma quali rischi può comportare questo narcisismo mediatico?

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You la serie tv Netflix tratta dall’omonimo romanzo di Caroline Kepnes ha scatenato in me e nelle persone con cui mi sono confrontata, una serie di timori e paturnie, che in genere cerchiamo di tenere sopite.
Il personaggio di Joe, il protagonista di You, è uno stalker che mostra immediatamente la natura patologica dei propri pensieri.
Le vicende di You iniziano con l’entrata di Bek , un’aspirante scrittrice, nella libreria diretta da Joe.
Bek, provocante quanto basta, attira l’ossessiva attenzione di Joe, che quando inserisce il nome della ragazza su Google, gli sia apre un mondo, il mondo di Bek.
La ragazza ha infatti un disturbo narcisistico di personalità e mostra sui social compulsivamente e ossessivamente tutto ciò che fa, pensa o desidera.
Prendete una persona con tendenze da stalker e un’altra con un disturbo narcisistico e la bomba è pronta per esplodere.
Lui segue lei che si mostra al mondo; lui è ossessionato dall’immagine di lei.
Joe inizia a cercare sempre più informazioni su Bek e sulle persone che la circondano. Dai particolari presenti nelle foto su Instagram e sui post di Facebook, Joe riesce a ricostruire molti aspetti della vita di Bek, perfino il suo indirizzo.
Chi meglio di Joe, che ha ben intuito la personalità della ragazza, riesce a plasmarsi e interpretare i desideri di Bek da cui è ossessionato e che gli regala particolari intimi della sua vita su un piatto d’argento grazie ai post social?
Joe si cala perfettamente nel ruolo del bravo ragazzo pronto a salvare Bek da questa sua voglia di mostrarsi e apparire dettata dalla paura di non essere accettata, e dalle sue insicurezze.
Joe sulla strada per la conquista incontrerà degli ostacoli che eliminerà prontamente

You non solo mostra quanto l’apparenza inganna, ma anche quanto la fiducia può essere mal riposta.
You fa leva su tutte le paure che nascono al giorno d’oggi quando ci si sofferma a pensare quanto mostriamo di noi sui social e quanto qualcuno, di cui noi nemmeno immaginiamo l’esistenza, potrebbe convincersi di conoscerci. Per non parlare del timore di essere “guardati” in maniera ossessiva tramite i social, perché nella fase iniziale, è proprio il bisogno spasmodico di Bek di apparire che permette alla follia di Joe di fare il suo corso.

You ci mostra che potenzialmente tutti noi possiamo essere oggetto di ossessione e che questo strumento a volte pericoloso che sono i social, usato in maniera sbagliata rischia di alimentare determinate ossessioni, in un senso e nell’altro.
Un tempo molti di noi avevano un diario segreto e tutti i nostri pensieri intimi rimanevano tali… segreti.

Tutto è andato così fino all’ avvento di facebook.

Da quel giorno i concetti di privacy e intimità si sono capovolti.
Pensieri e parole più o meno felici iniziano a piovere sul web. Opinioni, giudizi, speranze, aspettative e qualche volta addirittura preghiere di ognuno, tutt’ ad un tratto, sono lì in bella mostra alla mercé di chiunque, e l’intimità e la privacy volano via per sempre insieme al caro vecchio diario segreto.
Tutt’ a un tratto si diffonde l’idea che ciò che non viene mostrato non esiste.
Mi chiedo quale sia stato il momento esatto in cui abbiamo rinunciato a mettere un lucchetto ai nostri pensieri più intimi e abbiamo deciso che dovevamo a tutti i costi apparire… rinunciando ad essere.
Qual è stato esattamente il momento in cui l’emozione ci è sfuggita dalle mani e si è trasformata nella quinta essenza del narcisismo?
I social sono spesso lo specchio d’acqua di Narciso. Ma fate attenzione… ricordate che Narciso nel suo specchio ci è annegato.
A volte mantenere del riserbo sulla nostra vita personale può salvarci da situazioni pericolose.

Non ignorate gli indizi degli inizi!

Non sono una love coach (lascio questo lavoro a chi è “del mestiere”), né mi ritengo una super esperta in tattiche di conquista, ma ho studiato psicologia e a volte cerco di trarne qualche frutto.
Quando un rapporto dura alcuni anni, e poi inizia prima a vacillare e successivamente a lesionarsi, per poi rompersi definitivamente, succede che la realtà potrebbe essere edulcorata, che i primi giorni li ricordiamo alla luce degli ultimi  e tutto sommato sembrano belli, ma non siamo obiettivi nel giudicare.
Cosa potrebbe avvenire se, dopo un po’ di tempo, vi trovate a confrontarvi con una persona nuova e all’ improvviso avvertite un brivido che corre lungo la schiena e termina in un dolore che arriva fino allo stomaco? Fino a provocare nausea.
Il passato ritorna come un déjà vu, e le immagini prendono corpo nella vostra mente, immagini accompagnate da sensazioni fisiche, le stesse che le hanno accompagnate anni addietro.
È allora che potreste intuire cosa sta accadendo.
La persona che avete davanti, la stessa che sta cercando di mostrarvi solo il meglio di sé, forse non è altro che la copia fatta male del vostro precedente uomo durante gli inizi del rapporto, proprio agli esordi, quegli esordi che avete analizzato e rianalizzato per anni, domandando a voi stesse perché non siete riuscite a capire il grande bluff.
Ma ora siete più forti, siete più preparate e avete due possibilità: una è chiudere immediatamente qualcosa che sta gridando a gran voce : “È tutto sbagliato“. Senza il timore di perdere l’ultimo treno disponibile (sappiate che di treni sbagliati ne potrete avere ancora tanti a disposizione), oppure restare e rimpiangere ancora anni persi a combattere per far funzionare qualcosa che era difettoso sin dall’ inizio, per la semplice paura di restare SOLE!
Non ignorate gli indizi degli inizi! Non temete di restare sole! Siate donne che scelgono e non donne che si fanno scegliere dalla paura.
Siate Donne forti.
Spesso capita di ricadere negli stessi “errori” semplicemente perché il vostro inconscio li riconosce come “qualcosa di già conosciuto”, qualcosa di familiare. E sempre in maniera inconscia potreste finire per cadere di nuovo nelle stesse situazioni. Non è vero che non esiste nessuno di adatto a voi, non è vero che incontrate solamente persone “difettose” solo perché siete sfortunate.
Create voi la vostra fortuna! Scegliete di farvi meritare.
Non ritenetevi in “ritardo sulla tabella di marcia”.
Perché poi chi l’avrebbe decisa questa tabella? Le donne sposate con figli che vi gravitano intorno?
Siete voi che dovete stabilire la tabella di marcia della vostra vita.
A volte rimanere SOLE per un po’, o anche a tempo indeterminato, ritenetelo un premio per voi stesse.

8 curiosità sulle sorelle Brontë

Oggi vi svelo otto curiosità sulle mie scrittrici vittoriane predilette: le sorelle Brontë.
Ma iniziamo subito…

  L’origine del cognome Brontë deriva dalla cittadina siciliana di 

Bronte.
Il padre delle sorelle Brontë, l’irlandese Patrick Prunty (o forse Brunty oppure O’ Prantee), era un grande ammiratore dell’ammiraglio Horatio Nelson, insignito del titolo di Duca di Bronte da re Ferdinando IV delle Due Sicilie. Per questo motivo Patrick modificò il suo cognome in Brontë, specificando la dieresi sopra la ‘ë’ affinché gli inglesi non ne sbagliassero la pronuncia eliminando la “e” finale.
Secondo Patrick, il nome Brontë appariva più aristocratico, e risentiva meno dell’origine irlandese della famiglia, oltre a ricordare l’ammiraglio Nelson.

 Jane Eyre, capolavoro principale della produzione letteraria di Charlotte, uscì nel 1847 sotto lo pseudonimo di Currer Bell.
Tutte e tre le sorelle Brontë, infatti, pubblicarono i loro romanzi d’esordio sotto lo pseudonimo dei fratelli Bell.
Charlotte scelse Currer Bell, Emily firmava Ellis Bell ed Anne optò per Acton Bell, ognuna rispettando le iniziali del proprio nome.
Il motivo di questa scelta, fu che ai tempi le opere letterarie di scrittrici donne venivano nettamente  discriminate rispetto a quelle dei colleghi uomini.
A causa degli pseudonimi, però, nacquero dei problemi nell’ attribuzione successiva dei romanzi alle rispettive autrici. Alcuni studiosi, infatti, attribuirono erroneamente a Charlotte Brontë  anche Cime tempestose, romanzo scritto da Emily negli anni immediatamente precedenti alla sua morte.

 Charlotte Brontë scrisse un romanzo che mai terminò, dal titolo originario “Emma”. Il romanzo, di cui Charlotte scrisse solo i primi due capitoli, fu completato in seguito da un’ altra scrittrice e pubblicato successivamente con il titolo “Emma Brown”.

 Charlotte Brontë dedicò la prima edizione di Jane Eyre al suo scrittore preferito, William Makepeace Thackeray, autore del romanzo “La fiera delle vanità”.
L’autrice ignorava però che la moglie di Thackeray, fosse pazza e che, proprio come Rochester, il marito la tenesse confinata in una stanza della loro casa. Questo inconveniente, fece diffondere a Londra la voce che lo scrittore Currer Bell (Charlotte), si fosse ispirato a Thackeray  per raccontare la storia di uno dei protagonisti del suo romanzo.

– Molte vicende narrate in Jane Eyre, sono autobiografiche.
Il racconto del soggiorno di Jane Eyre alla Lowood è basato sull’ esperienza di Charlotte Brontë, che, a soli  cinque anni, dopo la morte della mamma, fu mandata dal padre, il reverendo Brontë, insieme alle sorelle, alla Clergy Daughter’s School di Cowan Bridge nel Lancashire, collegio per figlie di ecclesiastici. Per le sorelle Brontë fu un esperienza terribile. L’istituto scolastico riservava alle studentesse un trattamento durissimo: la scuola non era ben riscaldata, le condizioni igieniche erano pessime, ed il cibo sempre molto poco. Il personaggio del preside della Lowood, è ispirato al Reverendo William Carus-Wilson, preside del collegio.

– Nel 1839, mentre prestava servizio come istitutrice, presso una ricca famiglia, Charlotte visitò la villa Norton Conyers nel North Yorkshire. Scoprì in quel frangente la storia di Mary, donna che, ritenuta pazza, fu rinchiusa in una soffitta per anni.
La stanza segreta fu scoperta nel 2004 dai proprietari della casa, tenuta fino a quel momento ben nascosta da pannelli, e chiamata quindi “Mad Mary’s Room”, la soffitta successivamente fu resa visitabile.

– La storia di Mary, ha ispirato Charlotte per il personaggio di Bertha Mason in Jane Eyre.

– La pazza Bertha Mason è in Jane Eyre una sorta di doppelgänger della protagonista, ne rappresenta infatti le passioni e il lato istintivo, che nella società vittoriana dovevano essere sempre controllate e celate per bene, soprattutto per quello che riguardava le donne.

COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti

Titolo: COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti

Autrice: Carla Sanguineti

Casa editrice: Kappa Vu

Genere: Biografico

Formato: Rilegato

Pagine: 240

Mary Shelley è un personaggio di cui  ho voluto approfondire la storia personale, prima di leggere le sue opere.

Il libro COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti, della scrittrice Carla Sanguineti, edito Kappa Vu, non si può propriamente definire un romanzo, o una biografia nel senso classico del termine. L’autrice alterna , durante la narrazione, brani tratti dalle opere di Mary e Percy Shelley, a brani in cui racconta, in forma romanzata, la vita dei due ragazzi fuggiti da una Londra troppo conformista per loro idee liberali.
Mary, figlia di due illustri nomi della letteratura, Mary Wallstonecraft William Godwin, cresce in una famiglia anticonformista e dalle idee rivoluzionarie, soprattutto riguardo la figura della donna e il matrimonio. I genitori di Mary si sono sposati, infatti, unicamente per legittimare la sua nascita in una società conservatrice che lo pretendeva.
Quando però William Godwin si trova a dover gestire la situazione di una figlia sedicenne che si innamora del suo protetto Percy Shelley, un uomo sposato, non riesce a mettere in pratica le sue idee liberali e allontana i due ragazzi.
E’ così che Mary  e Percy iniziano a girare l’Europa, in parte per sfuggire ai creditori che perseguitano Shelley ed in parte per assecondare l’ispirazione artistica e creativa del poeta, stabilendosi per molti anni in Italia. Anni segnati da dolorosi lutti. Mary deve affrontare la morte dei suoi primi tre figli, ancora molto piccoli e il suicidio di sua sorella Fanny, rimasta a Londra e caduta in depressione proprio come sua madre.
Insieme a Mary e Percy parte anche Claire, la sorella acquisita di Mary, figlia della seconda moglie di Godwin, che fin dall’inizio pare sia stata una delle amanti di Shelley.
Intorno alla coppia gravitano figure di intellettuali, poeti e scrittori tra cui Lord Byron e John Polidori.
Proprio durante una notte a villa Diodati, una delle residenze di Lord Byron, che Mary concepisce e scrive Frankestein, la sua prima e più grande opera.
Uno degli aspetti che ho apprezzato molto in questo libro è che la Sanguineti oltre alle vicende della coppia, racconta anche alcuni episodi della vita di Mary Wallstonecraft, scrittrice rivoluzionaria, che difende i diritti e l’uguaglianza delle donne. Mary Shelley per tutta la vita subisce l’influenza della madre, e delle sue opere.

COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti è un libro allucinante e allucinato, nel senso che racconta tramite i diari e le lettere di Mary una realtà quasi surreale vissuta dai due giovani e le allucinazioni di Percy quasi sempre sotto effetto di laudano.
Mary nonostante sia una donna dalle idee molto liberali, non riesce mai ad ottenere l’indipendenza emotiva e psicologica da Percy, nemmeno dopo la morte di lui, ancora giovanissimo nei mari italiani durante una traversata. Lei sopravvive al suo amore, ma vive solo in funzione di suo figlio, unico filo che la lega alla vita, e del ricordo del marito, sempre in bilico sul baratro della depressione.
Consiglio sicuramente la lettura di COME UN INCANTESIMO – Mary e Percy Shelley nel Golfo dei Poeti a chi ha il desiderio di approfondire la conoscenza di un personaggio complesso come Mary Shelley e soprattutto di conoscere le sue paturnie.
E’ un libro molto particolare, non posso affermare che sia di facile e scorrevole lettura, ma questo lo rende ancora più interessante.

Premete il pulsante rosso del NO!

You’re no bad boy, you’re just a bad person.

Oggi ho letto questa frase e ho pensato a tutti i padri padroni, fratelli prepotenti, compagni dittatori e uomini persi nella propria cattiveria.

Quando un uomo, che sia vostro padre , il vostro compagno, o vostro fratello, vi dirà di comprargli il latte perché lui non può farlo da solo, ricordatevi che ha delle gambe come voi, il dono della parola come voi, e un cervello come voi  (forse su quest’ultimo punto sono troppo ottimista…) e che può farlo autonomamente!
Non dovete sentirvi in dovere di “servire” un uomo in qualsivoglia maniera , perché vi hanno cresciuto dicendovi che le donne devono saper fare la spesa, cucinare e tenere in ordine la casa. Io so cucinare, so fare la spesa e so pulire casa mia, ma lo faccio per il puro e semplice piacere di fare qualcosa per me stessa.

Non abbandonatevi a idee di gloria della mogliettina o della madre perfetta! Loro non esistono. Sono figure immaginarie. Inventate per il puro tornaconto maschile.

Non siate madri “servitrici” che crescono invertebrati maschilisti.
Siate donne che crescono uomini autosufficienti che conoscono il rispetto!
Insegnate ai vostri figli il rispetto per se stessi e per gli altri. Se le vostre figlie e i vostri figli non vedranno una madre che si rispetta, le prime rischieranno di non rispettare se stesse e i secondi non rispetteranno mai alcuna donna!

E allora la storia si ripeterà all’infinito. E saranno state inutili le lotte rivoluzionarie di Mary Wallstonecraft, le lezioni di Simone de Beauvoir, le azioni di Oriana Fallaci e con loro di ogni donna che ci ha creduto, che ha sperato e che ha lottato per se stessa e per voi… le generazioni a venire!
Se tutte queste donne, si fossero preoccupate di servire un uomo, oggi forse vivremmo tutte ancora in un uno stato di patriarcato, dove alle donne veniva praticata l’isterectomia per renderle più “docili”.

Premete il pulsante rosso del NO! Siate libere e rendete liberi i vostri figli!

E vissero per sempre INFELICI E CONTENTE… Grazie Cinderella!

Cara Cinderella,

alla mia epoca ti chiamavamo Cenerentola… che fa rima con “pentola”, situazione già molto indicativa, ti scrivo questa lettera perché, a nome di tutte le donne, sento il bisogno di “ringraziarti”.
Grazie perché hai fatto sì che delle bambine “predestinate”, in tutto il mondo,  che un tempo costringevano mamme, nonne e zie a leggere e rileggere innumerevoli volte la storia della tua vita, oggi sono donne che cercano compulsivamente “il grande amore”, che spesso alla soglia dei quaranta, aspettano ancora che  il principe azzurro e il suo cavallo bianco bussino alla loro porta, solo che oggi si chiama Mr. Big grazie al significativo apporto di Carrie Bradshaw, e vola a salvare la sua bella a Parigi su un aereo privato. Senza comprendere che il famigerato principe NON ESISTE!!
Grazie per aver reso la professione di psicologo una delle più remunerative e delle più appetibili dei nostri tempi!
Grazie perché hai generato complessi in intere generazioni, perché i capelli della maggior parte delle bambine non erano biondo miele e soffici alla spazzola come i tuoi, ma castani e spesso anche un po’ crespi… e perché difficilmente il numero di scarpe in adolescenza corrispondeva a un 36, ma piuttosto a un 39 e si è diffusa quindi così la frase “piedino di Cenerentola”.
E rimanendo in tema di scarpe… Grazie perché hai generato una sorta di patologia: “compratrice compulsiva di scarpe” di cui sono affette il 90% delle donne. Si perché la colpa di tutto ciò nasce lì nella tua favola, e non come tutti credono dalla povera Carrie, che anche lei vittima di Cinderella Story, investe tutto il suo patrimonio in scarpe, 40.000 dollari per l’esattezza, e accetta la proposta di matrimonio “più romantica del mondo”, proprio perché anche lei Cinderella Addict, in un armadio,  con Mr. Big ,Il principe, inginocchiato e con in mano invece di un anello una Manolo Blahnik! Per poi ritrovarsi dopo due anni su un divano ad affrontare la semplice monotonia della routine del “VISSERO PER SEMPRE FELICI E CONTENTI!”
Grazie perché hai diffuso la balzana idea che la mattina ci si debba svegliare canticchiando, quando l’unica cosa che la maggioranza delle donne hanno voglia di ascoltare fino al secondo caffè della giornata è solo un profondo ed inestimabile SILENZIO!!

Per concludere ti vorrei ringraziare per aver reso i nostri sogni desideri di felicità che altro non è che felicità irrealizzabile o fittizia!

Ed è così che le Cinderella Addict vissero per sempre INFELICI E CONTENTE!

Personaggi femminili forti: Ritratto di donna in cremisi di Simona Ahrnstedt

Titolo: Ritratto di donna in cremisi

Autrice: Simona Ahrnstedt

Casa editrice: Sperling&Kupfer

Genere: Narrativa

Pagine: 430

Formato: Rilegato/eBook

Ritratto di donna in cremisi, romanzo di Simona Ahrnstedt, edito Sperling & Kupfer, ci porta nelle atmosfere della Svezia di fine Ottocento più precisamente a Stoccolma nel 1880 e ci racconta una storia d’amore, la storia di una donna molto forte.
Questo libro è un romanzo di formazione e resilienza, racconta infatti di una giovane donna, Beatrice, che, rimasta orfana  cresce a casa dello  zio paterno, ma purtroppo Beatrice riesce a stabilire un legame affettivo unicamente con la cugina Sofia, unico suo punto di riferimento in famiglia.
Bea a diciotto anni non sa ancora di non essere padrona della sua vita e del suo destino, infatti lo zio e il cugino decidono di vendere la ragazza al migliore offerente  e di imporle  così, sotto minaccia, il matrimonio con il viscido e anziano Conte Rosenschiold, un uomo senza scrupoli, misogino e violento. Beatrice cerca di opporsi  a questo matrimonio, ma per salvare la cugina Sofia, unico affetto che le è rimasto, che rischierebbe altrimenti di prendere il suo posto, decide di cedere al ricatto del crudele zio.
La ragazza però nel frattempo si innamora di Seth, un giovane imprenditore norvegese dal carattere cupo ma dall’animo generoso. Seth, un’uomo che, al contrario del misogino conte, rispetta le donne, tenterà di sottrarre Beatrice al suo destino e si batterà per lei per tutta la durata della storia.
Bea passerà in pochi anni dall’essere una giovane adolescente a diventare una donna forte e risoluta.
Ciò che mi ha colpito negativamente è stata la mentalità ristretta e gretta della Svezia di fine Ottocento nei confronti delle donne, totalmente sottomesse al volere dei padri e dei mariti, in contrasto, con quella più aperta di altri paesi europei, come Francia o Inghilterra, dove la situazione si stava un po’ evolvendo.
La donna era considerata un oggetto dell’uomo, una bambola senza personalità gestita prima dal padre e poi dal marito, costretta a dedicarsi ad attività domestiche Il mondo della donna si limitava a al salotto e alla camera da letto.
È sconvolgente leggere di donne ritenute “affette da isteria”, a cui veniva praticata l’isterectomia per renderle più “docili”.

“Per quanto mi riguarda sono molto esigente quando si tratta della mente che deve decidere per me”. Poi sollevò il bicchiere.”Non credete che dovrei meritare una mente tutta mia, anche se sono soltanto una donna?”

A Beatrice viene infatti negata la possibilità di leggere libri e quotidiani, ma la ragazza ribelle per natura, decide di non sottostare a tutto questo. Inizia a leggere di nascosto ed esprime le proprie idee in pubblico a dispetto delle regole imposte dalla società in cui vive, provocando le ire degli uomini della sua famiglia e di suo marito. Questo atteggiamento le costa spesso punizioni corporali e psicologiche, prima da parte di suo zio che la lascia chiusa nella sua stanza senza acqua né cibo, per giorni a deperire e disidratarsi, per farle “abbassare la testa” e decidere di sottomettersi al suo volere, poi da suo marito che la violenta nel modo peggiore, creandole ferite fisiche e psicologiche difficili da rimarginare.
Nella prima parte del romanzo sono descritte alcune scene piuttosto cruente, necessarie alla veridicità della storia, che successivamente nella seconda parte , lasceranno spazio a più leggerezza spensieratezza.
Il carattere ribelle di Beatrice e il suo grande amore per Seth, le costeranno quasi la vita.

Lo stile di scrittura di Simona Ahrnstedt è scorrevole e chiaro e le descrizioni degli ambienti e dei personaggi, estremamente minuziose, permettono al lettore di figurarsi visivamente ogni scena del romanzo come una sequenza cinematografica.
Consiglio il romanzo Ritratto di donna in cremisi a chi ha voglia di leggere uno spaccato della Svezia di fine Ottocento, di conoscere la posizione della donna nella società dell’epoca e leggere una bellissima e travolgente storia d’amore, passionale e travagliata.

25 novembre – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne approvata dall’ONU nel 1993 all’art.1, descrive la VIOLENZA CONTRO LE DONNE come:
«Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata.»

La violenza contro le donne è ormai strutturale. Fa parte cioè della struttura della nostra società.
Una violenza endemica, che deve essere guarita dall’interno.
La soluzione non è guardare le vittime al telegiornale e parlarne a tavola all’ora di cena, sconvolgendosi per le atrocità che qualche uomo crudele è stato capace di infliggere alla moglie, alla fidanzata, o a sua figlia, perché è proprio tra le mura domestiche che spesso si consuma la peggiore violenza fisica e psicologica nei confronti delle donne.
La prima e indispensabile soluzione deve essere la denuncia. Non si deve aver paura di parlare, sia nel ruolo di vittima che in quello di spettatore.
Il ruolo dei centri antiviolenza in questi casi è fondamentale, perché prende in carico il caso della donna sia sotto l’aspetto psicologico, sia sotto l’aspetto giuridico, sostenendo la vittima a 360 gradi.

In molti paesi il 25 novembre si commemora la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
La commemorazione di questa data ha origine dal primo Incontro Internazionale Femminista, avvenuto in Colombia nel 1980, in cui la Repubblica Dominicana propose questa data in onore alle tre sorelle Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, uccise il 25 novembre 1960 dalla dittatura trujillista.
Progressivamente, molti paesi si unirono nella commemorazione di questo giorno, come simbolo di denuncia, contro il maltrattamento fisico e psicologico di donne e bambine.
Nel 1998 l’assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò all’unanimità la internazionalizzazione della commemorazione di questa data.
Il 17 dicembre 1999 l’assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 54/134, con cui scelse la data del 25 novembre per la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, in omaggio alle sorelle Mirabal.

Le sorelle Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal nacquero e vissero nella Repubblica Dominicana dominata dalla dittatura trujillista, una delle più dure dell’America Latina. Quando Trujillo salì al potere, la loro famiglia, come tutte le altre, furono private  quasi totalmente i propri beni, prima nazionalizzati, poi assorbiti dal dittatore nei suoi beni privati. Le sorelle Mirabal decisero negli anni cinquanta di opporsi e combattere la dittatura trujillista.
Patria Mirabal, era sposata con Pedro Gonzalez Cruz; Minerva Mirabal, forte combattente di grande cultura, militò nella resistenza antitrujillista sin dal ’49 e sposò con Manuel Aurelio Tavares Justo; Maria Teresa Mirabal, agronoma, condivise con le sorelle la lotta contro la dittatura trujillista e sposò l’ingegnere Leandro Guzman.
Nel 1960, le tre donne costituirono il “Movimento 14 di giugno”, sotto la direzione di Manolo Travares Justo, dove Minerva e María Teresa usarono come nome in codice Mariposas (Farfalle), contro le atrocità inflitte al popolo domenicano dalla dittatura trujillista.
Il Movimento politico clandestino si espanse in tutto il paese, strutturato in gruppi che combattevano la dittatura. Nel gennaio del 1960 il movimento venne scoperto dal SIM, la polizia segreta di Trujillo, i suoi membri vennero perseguiti e incarcerati al carcere di “La 40”, luogo di tortura e di morte.
Le sorelle Mirabal vennero liberate alcuni mesi dopo, ma i loro mariti restarono in carcere.
Il 25 novembre 1960 , accompagnate dall’autista Rufino de la Cruz, le tre sorelle  andarono a fare visita Manolo e Leandro, trasferiti nel carcere della città di Puerto Plata. L’auto sulla quale viaggiavano fu intercettata e i passeggeri vennero catturati e portati in un luogo nascosto, una piantagione di canna da zucchero, dove vennero crudelmente uccisi a bastonate.
I corpi furono rimessi nell’auto dove stavano viaggiando, che fu fatta precipitare da un dirupo per simulare un incidente.
Uccidendo le sorelle Mirabal, Trujillo credeva di eliminare un problema, ma invece quest’atrocità causò grandi ripercussioni nel popolo domenicano: molte coscienze si svegliarono e si ribellarono.
Il movimento culminò con l’assassinio di Trujillo nel 1961.

Dobbiamo ricordare le vittime della violenza sulle donne ogni giorno e dobbiamo ogni giorno e ogni giorno impegnarci perché questo strazio crudele sia finalmente fermato.
Facciamo sì che questo 25 novembre sia un nuovo inizio!
Stop all’indifferenza!