I Tuttologi

Quando sento dire la ormai celebre frase “A ognuno il suo mestiere”, penso che venga sottolineata una grande verità; ognuno di noi ha delle qualità e dei talenti che lo distinguono dagli altri. Eppure è universalmente riconosciuta la capacità di qualunque essere di nazionalità tricolore di saper fare un po’ di tutto; una specie di tuttofare nostrano che l’intero pianeta ci invidia.

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5 ottimi motivi per visitare la Biennale di Venezia 2019.

L’11 maggio è stata inaugurata la 58^ Biennale di Venezia, uno degli eventi più importanti nel mondo dell’arte. Un’organizzazione colossale che coinvolge l’intera città lagunare e attira centinaia di migliaia di turisti. Se per molti è un immancabile appuntamento con l’arte, per alcuni non rientra fra le cose da vedere durante il periodo nel quale sarà aperta, dall’11 maggio al 24 novembre 2019. Continua a leggere

Gli Uragano

Se il negozio splende per l’ordine – tutte le maglie al loro posto, le scarpe esposte in modo corretto, tutto è piegato in modo preciso, funzionale e a prova di cliente, ecco che la dura legge di Murphy si presenta a servire il conto. Più vorrai tenere ordinato e sistemato e più scenderà il caos. Oddio, a dirla tutta, più dell’inversamente proporzionalità della legge sopracitata forse dovremmo parlare della legge del contrappasso che il nostro amico Dante aveva usato come metodo per infliggere le punizioni nell’Inferno. Fatto sta che, se cinque minuti prima avevi tutto in ordine e tirato un sospiro di sollievo e, soddisfatta, pensavi di rilassarti un po’, la sfiga si riversa su di te più veloce della lava che seppellì Pompei quella lontana notte del 79 d.C dove, per ovvi motivi, nessuno di noi era presente. Continua a leggere

Goya Enigma di Alex Connor

(…) Sbatteva, cercando di uscire… Poi tracimando all’improvviso, l’acqua incandescente fece saltare il coperchio, che cadde sul pavimento, e il teschio venne a galla, sobbalzando sulla superficie del liquido rovente e maleodorante. Non era rimasto neanche un brandello di carne, solo qualche ciuffo di capelli. E le orbite nere – vuote e accusatorie- sembrarono fissarlo negli occhi.”  (Alex Connor, Goya Enigma) Continua a leggere

La figlia del mercante di fiori di Kayte Nunn

Una saga familiare che corre attraverso un secolo unendo tre parti del mondo diametralmente opposte: l’Inghilterra, il Cile e l’Australia. Una storia che inizia durante l’età vittoriana in una Cornovaglia dai mille colori, dove la natura e le lande inglesi creano un angolo di paradiso. Una famiglia da cui tutto nasce, gli Trebithick, la cui casa sorge in mezzo al verde grazie al capofamiglia John, esperto botanico e continua con la missione che, in punto di morte, affida a sua figlia Elisabeth. Una favola che viaggia tra passato e presente, fra generazioni di donne che, scriveranno le ultime pagine di questa famiglia che sembra destinata a scomparire con la sua ultima erede. A sua figlia Elisabeth, nel 1886, suo padre affiderà l’incarico di portare a termine la sua ultima missione. Di fondamentale importanza è riuscire a trovare prima del suo acerrimo rivale Damien Chegwidden uomo senza scrupoli – un fiore di una rarità unica che cresce solo nelle valli del Cile, vicino Valparaìso dalle eccezionali capacità curative ma che, se usato in modo inappropriato, diventa una vera e propria arma letale. Sicuro che Chegwidden non abbia buone intenzioni, attirato più dal denaro che dalle conseguenze, John chiede a Elisabeth di intraprendere questo viaggio verso il Cile e di trovare questo fiore : la trompeta del Diablo, dall’indiscutibile bellezza e dal profumo seducente. È un viaggio rischiosissimo, Elisabeth dovrà viaggiare in incognito per non farsi scoprire da Chegwidden e fingersi un’illustratrice di piante. Niente di più semplice visto che dal genitore ha imparato moltissimo diventando anche un’abile disegnatrice. Continua a leggere

Gli Indovini

Il cliente moderno, che potremmo definire millennial, pensa di essere davvero avanti e mette in fila una serie di domande che contengono nell’ovvietà della risposta l’altissimo livello del loro quoziente intellettivo. Sono quei clienti che all’improvviso, senza un perché preciso, pongono domande a cui neanche la mente più brillante e veloce riesce a formulare una risposta se non dopo i primi dieci secondi. A volte possono essere giustificati dal fatto che non sono del posto ma per i nostri affezionati clienti di una piccola cittadina certe domande non hanno davvero scusanti. Più che indovini loro, lo diventano le commesse a furia di rispondere a domande che perfino la loro madre ignorerebbe, ritrovandosi così in un vortice di assurdità degno della migliore sitcom americana.

Avete presente quella fiction televisiva andata in onda anni fa su Rai Uno “Tutti pazzi per amore”, dove i protagonisti agivano al limite dell’ordinario dicendo quello che davvero pensavano per poi scoprire che era solo frutto della loro mente? Ebbene, questo è quello che accade quotidianamente tra le quattro mura di un negozio, dove la commessa non si sente completamente libera di essere sé stessa per assestare un paio di risposte degne delle domande. Più fai questo mestiere e più senti l’esigenza di contattare la Rowling per dirle che non c’era bisogno di sforzarsi per partorire il prequel di Harry Potter, perché il protagonista, il timido ed incompreso Newt Scamander – impersonato da quel gnocco di Eddie Redmaine – doveva solo entrare in un negozio per ritrovare i suoi famosi animali fantastici. Ecco, “Animali fantastici e dove trovarli”, a questo punto, avrebbe avuto la stessa lunghezza della celebre poesia di Ungaretti che recita “Mi illumino di immenso.” Fine. Figo eh?Invece quell’ingenua della Rowling ha scritto tre libri, perché la saga di Harry Potter da sette volumi pareva corta, per spedire il povero Scamander di qua e di là ad acciuffare questi animali inesistenti. Non sarebbe stato più affascinante se nella rete del protagonista ci fossero finiti un po’ dei nostri clienti più particolari? Ahi ahi cara Rowling, avresti fatto più soldi con i “Clienti fantastici e dove trovarli” perché, come dice sempre mia madre, non sempre le cose migliori sono quelle più complicate.

E così, visto che nessuno reclama questi curiosi esseri umani, siamo costretti a vederli nel negozio, spaesati, a volte impauriti al solo dire “buongiorno”, terrorizzati da un po’ di folla durante i periodi festivi, che sbraitano al telefono mentre ti chiedono di fargli vedere quel maglione o quel pantalone, quelli che sembrano che parlano da soli perché la tecnologia ha creato le cuffiette invisibili, quelli che se non vengono accolti già da fuori la porta si indignano, quelli che protestano con te perché non è stato tolto il ghiaccio lungo tutta la strada, – ma non è competenza del comune?- quelli che ti chiedono se lavori anche nel giorno del capodanno cinese perché restare aperti sei giorni su sette sembra poco o quelli che ti domandano che promozioni ha la Wind per il mese corrente perché nello store Wind dall’altra parte della strada c’è fila.

Lo so che vi starete chiedendo se assumo sostanze stupefacenti vista l’assurdità delle situazioni, e forse anni fa qualche domandina me la sarei fatta anche io, ma vi assicuro che è tutto vero, la normalità come la intendiamo noi non esiste, ci hanno mentito a scuola, a casa. I nostri genitori ci hanno raccontato un mare di frottole sulle persone perché quando diventi una commessa inizia il peggiore degli incubi e il video di “Thriller” al confronto è una puntata degli “Orsetti del Cuore”. Gente che dà per scontato che tu conosca il figlio, il genero, il cognato, il trisavolo, il suo lontano discendente apache, le taglie più disparate dette più a caso che per diretta conoscenza. Ma anche il fatto che tu lavori nel negozio diventa l’arcano mistero del cliente che non ti riconoscerebbe neanche se tu avessi una maglietta con sopra scritto “staff” e una serie di lucette natalizie che ti avvicinano al peggior albero di Natale mai addobbato. Ed inizia così un circolo vizioso di domande e risposte senza alcun senso, con l’unico desiderio di tirare una mattonata a tutti quelli che pongono domande così stupide da indurre il mitico Darwin a rivedere la sua teoria sull’evoluzione e facendoti così sembrare una mente eletta.

1) Giorno di scarico in negozio e in un batter d’occhio mi ritrovo incastrata fra scatoloni, maglie, maglioncini, pantaloni, scarpe, borse e tutta una serie di articoli a me sconosciuti. Mi ritrovo con una pila di maglioncini mentre la mia collega finisce dentro uno degli scatoloni, perché quelli che arrivano in negozio non sono scatoloni semplici, ma buchi neri, quando come dal nulla compare una elegante signora e si rivolge all’anziana tutta ricurva vicino a noi che sta osservando alcune giacche.

Cliente 1: «Scusi lei lavora qui?»

Cliente 2:

Io e la collega ci guardiamo e se non scoppiamo a ridere in faccia alla signora, elegante quanto intelligente secondo il principio matematico dell’inversamente proporzionale, è un miracolo. Ma dico io,  può mai quella vecchina tutta ricurva che trema – non credo per il freddo – e vicina, con molta probabilità, all’incontro con la luce eterna, lavorare? È mai possibile che l’ossigeno bisogna darlo davvero a tutti? Perché a me, in alcuni casi, sembra davvero sprecato. Davanti alla negazione della nonnina, si rivolge a noi che stiamo cercando di vincere la battaglia con i maglioncini che sembrano riprodursi come funghi.

Cliente 1: «Scusa tu lavori qui?»

Io: (nella mente) «No, faccio volontariato gratis qui.»

(nella realtà) «Sì, ha bisogno di qualcosa?»

2)Cliente: «Buongiorno, mi può dare un jeans per mio figlio?»

Io: «Sì, mi segua. Ha in mente il modello?»

Cliente: «Eh?»

Io: «Sì, il modello. Lo vuole a vita bassa, normale, aderente o taglio classico?»

Cliente: «Boh?»

Cominciamo bene. Non mi pare che la signora abbia le idee chiare sul taglio di jeans che usa il figlio. Nel frattempo attendo che, per grazia concessa, mi dica almeno la taglia di riferimento e la osservo. Dopo svariati secondi, avendo casualmente intuito che non ha nessuna intenzione di darmi tale informazione, lo faccio io.

Io: «Ma di che taglia avrebbe bisogno?»

Cliente: «Per mio figlio, no?»

Già, suo figlio. A meno che non sia Johnny Depp o un calciatore famoso non capisco perché sarei obbligata a conoscere il figlio. Non ho la più pallida idea di chi sia ma, per qualche arcano motivo, non so perché la cliente dà per scontato che io conosca non solo il figlio, ma anche la sua taglia di pantaloni.

Io: «Signora, non so che taglia porta e non penso neanche di conoscerlo suo figlio.»

Cliente: «Ah non lo conosci? Peccato, è un gran bel ragazzo. Però non mi ricordo che taglia porta. Aspetta che lo chiamo.»

Di bene in meglio, è passata in un attimo da Alberto Castagna ai tempi di Stranamore alla Fata Smemorina che non ricorda niente. Sospiro mentalmente e mi rassegno al peggio, perché la signora apostrofando il figlio con termini mielosi che neanche mia madre quando ero in fasce, gli dice che gli sta prendendo il pantalone che le aveva chiesto di acquistare per mancanza di tempo. E questo tempo deve essere davvero nullo perché, la povera donna, non termina neanche l’ultima frase che il figlio attacca il telefono non prima di essersi fatto sentire da tutto il negozio e dintorni.

Cliente: «Signorina, mio figlio era molto occupato a lavoro, troppe responsabilità e l’ho chiamato in un momento sbagliato. Ripasso più tardi o domani appena mi dice la taglia. La ringrazio.»

Io: «Ma si figuri. Arrivederci»

La saluto con un’espressione che la dice lunga sul fatto che il figlio sia un pezzo grosso. Magari lo è ma la sua risposta che era occupato con la sua ragazza l’ha sentita, ripeto, tutto il negozio e dintorni.

3)Una ragazza entra nel negozio e mi spiega che deve andare ad un matrimonio e ha bisogno di un abito carino e non troppo vistoso. Le faccio vedere qualcosa visto che l’evento sarà a metà settembre. Siamo ancora a giugno e quindi al momento disponiamo di abiti molto scollati o comunque adatti per l’estate. Lei ne prova alcuni e si innamora di uno di questi, a maniche corte ma di un tessuto molto leggero. Nonostante le piaccia moltissimo non riesce a decidersi, finché non fa la seguente domanda:

Cliente: «Ma secondo te, il 17 settembre pioverà? Oppure dici che il clima sarà troppo freddo per questo abito?»

Ed io, in un batter baleno, mi vedo trasformata nel colonnello Giuliacci, con una bacchettina in mano a spiegare il moto dei venti e la quantità di precipitazioni previste per tale giorno. Ma come faccio a saperlo se persino il Meteo.it arriva ad un massimo di 15 giorni per le previsioni? Io non so neanche cosa farò domani.

Io:«Ma non credo. A settembre il clima è ancora gradevole. Al massimo puoi mettere sopra una stola abbinata oppure un giacchino corto, giusto per l’evenienza. Che ne pensi?»

Cliente: « Mmm…non è un’idea malvagia. Però questo fatto di non sapere che tempo farà mi destabilizza. Ti dispiace se ci penso un po’ mentre osservo meglio i vestiti?

Io: (nella realtà)«No, figurati, fai con calma e se hai bisogno mi chiami.»

    (nella mente) «Puoi continuare a guardare quanto vuoi, ma i vestiti non parleranno per svelarti che           tempo farà il 17 settembre!»

Eredità Caravaggio di Alex Connor

Scrivi che Artemisia Gentileschi continuò a lavorare per i suoi mecenati dal 1650 fino alla sua morte, e che i suoi quadri erano conosciuti in tutta Europa, custoditi nei grandi palazzi e sotto gli occhi dei re.” (…) “Scrivi che ho ricevuto il testimone da Michelangelo Merisi da Caravaggio, un’eredità alla quale mi sono sforzata di rendere onore. Scrivi che la mia vita è stata violenta, appassionata, fatta di piaceri e dolori estremi, di successi e vergogne…Ho assistito a battesimi e funerali, ad anziani e neonati. A volte ho assecondato i miei desideri, a volte li ho seppelliti. Ho vissuto in un mondo in cui sono gli uomini a dettare le regole e mi sono opposta a ciascuno di loro, e ciò mi è costato caro. Ma ho dato prova del mio valore…e ho dimostrato di cosa è capace una donna.” ( cit. Alex Connor, Eredità Caravaggio”)

Con queste parole si chiude il racconto della vita di Artemisia Gentileschi, una tra le più grandi pittrici della storia, considerata da Caravaggio sua degna erede e da cui prende spunto il thriller di Alex Connor, Eredità Caravaggio pubblicato dalla Newton Compton editore. L’autrice britannica chiude con questo thriller, dedicato ad Artemisia Gentileschi, la trilogia che vede il grande Caravaggio protagonista. Con il successo nel 2016 di Cospirazione Caravaggio, Alex Connor ha scritto altri tre libri, cercando di raccontare i segreti del grande artista italiano: Caravaggio Enigma e Maledizione Caravaggio insieme a Eredità Caravaggio rappresentano un grandissimo successo editoriale per la scrittrice, anche lei artista la quale nella figura di Michelangelo Merisi ha trovato una immensa ispirazione. La scelta ricade su Caravaggio perché da sempre la sua figura ha affascinato la scrittrice. Come lei stessa racconta è da piccola che viene colpita da una sorta di Sindrome di Stendhal davanti alla “Cena di Emmaus” di Caravaggio, conservata alla National Gallery di Londra. La sua attenzione fu attirata da queste figure, dai giochi di luce ed ombra, innescando una curiosità divorante nella sua mente. E più conosceva la storia di Caravaggio, misteriosa, ambigua e tumultuosa, più ne percepiva la potenza espressiva, l’attenzione dell’artista verso ciò che lo circondava. Amava i suoi personaggi, quelli veri, quelli che puoi incontrare per strada e tutto questo era al di sopra del suo carattere scontroso. Aveva fede, ma non la rappresentava coma da tradizione: aveva trovato un suo modo di esprimere la religiosità e il passaggio tra vita e morte. La luce è la vita, le ombre sono la morte. Riusciva a racchiudere la vita umana, nel suo inizio e nella sua fine, in un dipinto. Dipingeva l’umanità. E Artemisia Gentileschi rappresenta la sua degna erede, una rivincita per quel mondo femminile sottomesso a secoli di dominio maschile. La stessa Connor vuole veicolare su Artemisia la rivincita di un mondo artistico ricco di donne: Sofonisba Anguissola, Rosalba Carriera, Marie Bracquemont, Camille Claudel. La Gentileschi ne diventa la rappresentante per eccellenza, una donna che al di là della tormentata vita ha dimostrato come la perseveranza possa regalare risultati e soddisfazioni. Il libro non vuole affondare le radici nella violenza subita da Gentileschi, ma vuole raccontare la sua rivincita, la sua battaglia giornaliera, il tentativo di riappropriarsi della sua dignità e del suo talento per mostrarlo, per viverlo. Una storia di donna che alla fine vince, e che oggi il mondo sta riscoprendo in tutto il suo fulgore. Forse è una moda, e le mode passano, ma ciò che resta è per sempre. E Artemisia si è conquistata il diritto nell’Olimpo degli artisti.

pic by Mario LLORCA

Il libro si apre subito dopo la morte di Massimo Luca, un collezionista che, non avendo più eredi diretti, lascia il suo patrimonio alla nuora, Cornelia Stein. La donna, alle prese con innumerevoli oggetti e decisa a metterli all’asta, si imbatte in una serie di taccuini a cui, inizialmente non dà molta importanza. Più per scrupolo che per curiosità, iniziando a sfogliare le pagine ingiallite e consunte dal tempo si rende conto che ciò che vi è scritto è un racconto della vita di Artemisia Gentileschi. Un racconto che, sembra, lei ha fatto ad un certo Edward Petersham, nell’anno 1650, scritto sulla busta che contiene i taccuini. Incuriosita Cornelia inizia a leggere e il lettore viene catapultato, così come la donna, nella Napoli del 1650, dove Artemisia Gentileschi era approdata per dipingere nei suoi ultimi anni. Attraverso le pagine che Cornelia legge, si riesce a ricostruire il passato di Artemisia dalle sue stesse parole. Il suo fidato amico inglese, conosciuto quando lei approdò sulle coste dell’Inghilterra per correre in aiuto di suo padre Orazio Gentileschi, ormai al tramonto dei suoi giorni, l’ha cercata perché desidera che i posteri conoscano la storia della sua amata – i due, infatti, ebbero una fugace storia quando Artemisia sostò in Inghilterra, alla fine della quale rimasero in contatto promettendosi affetto e stima reciproca- . Attraverso le pagine si ha quasi la sensazione di vedere Artemisia raccontare nel suo studio napoletano ad un vecchio amico malato la sua storia, non in ordine cronologico, ma in modo naturale, seguendo il riaffiorare dei ricordi. Ed è così che la donna racconta dello stupro subito da Agostino Tassi, amico di suo padre e suo insegnante; una figura poco raccomandabile che non aveva mai ispirato la diciassettenne Artemisia. Uno stupro che le cambierà la vita. Racconterà l’orrore del processo, dell’umiliazione pubblica e del disgusto di suo padre e dei fratelli che la tratteranno come merce avariata. La sua storia sarà come un marchio che l’accompagnerà tutta la vita. Una figura emblematica quella di Artemisia, la più conosciuta fra le pittrici donne dell’epoca, escludendo forse Sofonisba Anguissola. Una paladina per le donne, trattate come merci e non come persone, un esempio della realizzazione femminile nonostante terribili avversità. Il racconto della pittrice crea un crocevia di personaggio storici che lei ha conosciuto: Cosimo II de’ Medici, Galileo Galilei, la regina Enrichetta Maria che, in un modo o nell’altro hanno segnato la sua vita. Racconta dell’infelice matrimonio riparatore con Pierantonio Stiattesi, pittore mediocre, il quale vivrà sempre all’ombra del grande talento della moglie, la perdita dei sue due figli maschi, dell’aborto dopo la violenza di Tassi e del disprezzo di suo padre. Orazio Gentileschi non riuscì mai ad accettare che sua figlia fosse superiore a lui, che le venisse riconosciuto quel tributo da lui agognato per una vita; un uomo violento, iracondo e corroso dall’invidia. E poi c’è Caravaggio, l’unico che sin dall’inizio ha eletto Artemisia come sua erede, colei che sapeva meglio interpretare la sua arte portandola avanti con opere meravigliose come Giuditta che decapita Oloferne o Susanna e i Vecchioni, spesso citati nel libro. Artemisia ha dipinto le donne violente della storia, forse una forma sottile di vendetta per lo stupro subito. Le sue sono eroine immortalate nell’atto di aggredire o uccidere degli uomini. Sono trionfanti, in grado di sopraffarli.

Cornelia Stein si rende conto che ha tra le mani probabilmente qualcosa di inestimabile valore, ma non è sopraffatta dalla venialità, dalla lussuria per il denaro. Costretta dalla situazione si confida con il suo caro amico Michael Jennings, un avvocato che si dimostra ingenuo nell’informare uno storico dell’arte del tesoro nelle mani dell’amica. E qui, parallelamente al racconto di Artemisia, si snoda una caccia ai taccuini da parte un gruppo di persone legate al mondo dell’arte. Tutti immaginano il valore di questi scritti che, per la prima volta, farebbero luce sulla vita personale della pittrice fino ad oggi piuttosto frammentaria. Inizia così una caccia al tesoro con Cornelia Stein che, scaltra com’è, intuisce subito le intenzioni e cerca di depistare i malintenzionati, grazie a delle conoscenze. Una volta autenticata la storicità dei taccuini grazie ad una sua amica esperta, con l’aiuto di Michael proverà a metterli in salvo, con lo scopo di donarli all’Italia affinché tutti possano conoscere la storia della sfortunata Gentileschi.

Un thriller che non gioca sul dinamismo o sulla corsa contro il tempo, ma che si sviluppa in chiave psicologica, sulla sottile linea emotiva che coinvolge tutti i protagonisti. Anche qui Alex Connor mostra tutto il suo talento, intrecciando narrazione e thriller, lasciando il lettore in tensione ed in ascolto delle parole di Artemisia, in attesa che qualcosa debba succedere.

La chiave Gaudì di Esteban Martin e Andreu Carranza

Una Barcellona magica, una giovane storica dell’arte, un matematico scettico, una setta segreta ed un ordine di cavalieri che risale ai tempi delle Crociate uniti alle architetture visionarie di Gaudì diventano la ricetta perfetta di un thriller: La Chiave Gaudì, scritto a quattro mani da Esteban Martin e Andreu Carranza. Diventato un caso editoriale in Spagna, il quotidiano spagnolo El Paìs ha parlato di “una trama in cui si gioca con gli spunti dell’architettura di Gaudì. Un thriller che ha il respiro del Codice Da Vinci.”

Il libro inizia insinuando nella mente del lettore il dubbio che la morte di Gaudì non sia stata naturale, ma che il grande architetto sia stato ucciso per mano di qualcuno che ha assolutamente la necessità di impedire un qualcosa che, per tutta la prima parte del libro, rimane oscura, ignota anche a Maria Givell e al suo fidanzato Miguel, coinvolti in una corsa contro il tempo. Cosa cercano gli uomini di questa setta? Disposti a qualsiasi atrocità per impedire che il destino si compia. Ma quale destino? Con lo scorrere delle pagine, il lettore comprende che sia la figura di Maria che quella di Miguel sono predestinate a compiere una profezia lunga più di duemila anni e, in loro soccorso, arrivano i Cavalieri Moria, la cui storia affonda le radici sin dai tempi dei Templari. Piano piano Maria, sconvolta per la morte del nonno, cresciuto sin da piccolo con Gaudì, inizia a mettere insieme i pezzi di un puzzle che all’inizio non sa assolutamente come cominciare. Un serie di indovinelli porteranno i protagonisti nella fervente religiosità di Gaudì, celata dietro le sue architetture: un mondo di simboli che affondano le radici nella tradizione e nell’esoterismo. Un racconto incalzante che tiene alta la tensione dall’inizio alla fine.

Personalmente credo che, La chiave Gaudì, sia un thriller appassionato, che svela al lettore come ai protagonisti cosa cercare con lo scorrere inesorabile del tempo; all’inizio tutto sembra avvolto nella nebbia, la confusione imperversa negli animi dei protagonisti e di coloro che li aiuteranno sacrificando le loro vite. È un thriller che, a differenza di molti altri, quasi fino alla fine non svela qual è l’oggetto che bisogna assolutamente trovare e lascia il lettore con l’ansia della scoperta, quando all’improvviso, come un bagliore, tutto diventa chiaro, accelerando ancora di più i tempi.

Gli autori creano un vero e proprio rompicapo, oggetti, parole, frasi ed indovinelli smuovono un nutrito gruppo di persone disposte a tutto pur di rintracciare l’oggetto nascosto e protetto per oltre duemila anni, un simbolo della cristianità che il maestro Gaudì ha custodito fino alla morte lasciandolo in eredità al nonno di Maria, Juan. Una Barcellona ricca di misteri fa da sfondo a questo thriller dinamico, una Barcellona esoterica che va al di là della nostra immaginazione. Un racconto che si muove attraverso varie epoche intrecciando personaggi e storie sempre diverse, un percorso che incontra molti ostacoli ma che resiste fino ai giorni nostri, quando la grande verità dovrà essere svelata attraverso i grandi dubbi della scienza e di un fervente spiritualismo unito ad un’incrollabile fede.

Nulla ha da invidiare ai thriller di Dan Brown o Glenn Cooper, bestsellers internazionali. La Chiave Gaudì, possiede tutto quello che un buon thriller deve avere: velocità, azione, conoscenza e mistero.

GIOIA CATIVA