Il codice dei cavalieri di Cristo di Carmelo Nicolosi De Luca

Il Codice del Cavalieri di Cristo di Carmelo Nicolosi De Luca, edito dalla Newton Compton Editori, ci dimostra come un thriller pungente, ben studiato e ricco di colpi di scena non è solo appannaggio della scuola americana.

Lo scrittore italiano costruisce un thriller dal retrogusto noir, dove tutto può davvero succedere. Continua a leggere

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La figlia del mercante di fiori di Kayte Nunn

Una saga familiare che corre attraverso un secolo unendo tre parti del mondo diametralmente opposte: l’Inghilterra, il Cile e l’Australia. Una storia che inizia durante l’età vittoriana in una Cornovaglia dai mille colori, dove la natura e le lande inglesi creano un angolo di paradiso. Una famiglia da cui tutto nasce, gli Trebithick, la cui casa sorge in mezzo al verde grazie al capofamiglia John, esperto botanico e continua con la missione che, in punto di morte, affida a sua figlia Elisabeth. Una favola che viaggia tra passato e presente, fra generazioni di donne che, scriveranno le ultime pagine di questa famiglia che sembra destinata a scomparire con la sua ultima erede. A sua figlia Elisabeth, nel 1886, suo padre affiderà l’incarico di portare a termine la sua ultima missione. Di fondamentale importanza è riuscire a trovare prima del suo acerrimo rivale Damien Chegwidden uomo senza scrupoli – un fiore di una rarità unica che cresce solo nelle valli del Cile, vicino Valparaìso dalle eccezionali capacità curative ma che, se usato in modo inappropriato, diventa una vera e propria arma letale. Sicuro che Chegwidden non abbia buone intenzioni, attirato più dal denaro che dalle conseguenze, John chiede a Elisabeth di intraprendere questo viaggio verso il Cile e di trovare questo fiore : la trompeta del Diablo, dall’indiscutibile bellezza e dal profumo seducente. È un viaggio rischiosissimo, Elisabeth dovrà viaggiare in incognito per non farsi scoprire da Chegwidden e fingersi un’illustratrice di piante. Niente di più semplice visto che dal genitore ha imparato moltissimo diventando anche un’abile disegnatrice. Continua a leggere

Gli Indovini

Il cliente moderno, che potremmo definire millennial, pensa di essere davvero avanti e mette in fila una serie di domande che contengono nell’ovvietà della risposta l’altissimo livello del loro quoziente intellettivo. Sono quei clienti che all’improvviso, senza un perché preciso, pongono domande a cui neanche la mente più brillante e veloce riesce a formulare una risposta se non dopo i primi dieci secondi. A volte possono essere giustificati dal fatto che non sono del posto ma per i nostri affezionati clienti di una piccola cittadina certe domande non hanno davvero scusanti. Più che indovini loro, lo diventano le commesse a furia di rispondere a domande che perfino la loro madre ignorerebbe, ritrovandosi così in un vortice di assurdità degno della migliore sitcom americana.

Avete presente quella fiction televisiva andata in onda anni fa su Rai Uno “Tutti pazzi per amore”, dove i protagonisti agivano al limite dell’ordinario dicendo quello che davvero pensavano per poi scoprire che era solo frutto della loro mente? Ebbene, questo è quello che accade quotidianamente tra le quattro mura di un negozio, dove la commessa non si sente completamente libera di essere sé stessa per assestare un paio di risposte degne delle domande. Più fai questo mestiere e più senti l’esigenza di contattare la Rowling per dirle che non c’era bisogno di sforzarsi per partorire il prequel di Harry Potter, perché il protagonista, il timido ed incompreso Newt Scamander – impersonato da quel gnocco di Eddie Redmaine – doveva solo entrare in un negozio per ritrovare i suoi famosi animali fantastici. Ecco, “Animali fantastici e dove trovarli”, a questo punto, avrebbe avuto la stessa lunghezza della celebre poesia di Ungaretti che recita “Mi illumino di immenso.” Fine. Figo eh?Invece quell’ingenua della Rowling ha scritto tre libri, perché la saga di Harry Potter da sette volumi pareva corta, per spedire il povero Scamander di qua e di là ad acciuffare questi animali inesistenti. Non sarebbe stato più affascinante se nella rete del protagonista ci fossero finiti un po’ dei nostri clienti più particolari? Ahi ahi cara Rowling, avresti fatto più soldi con i “Clienti fantastici e dove trovarli” perché, come dice sempre mia madre, non sempre le cose migliori sono quelle più complicate.

E così, visto che nessuno reclama questi curiosi esseri umani, siamo costretti a vederli nel negozio, spaesati, a volte impauriti al solo dire “buongiorno”, terrorizzati da un po’ di folla durante i periodi festivi, che sbraitano al telefono mentre ti chiedono di fargli vedere quel maglione o quel pantalone, quelli che sembrano che parlano da soli perché la tecnologia ha creato le cuffiette invisibili, quelli che se non vengono accolti già da fuori la porta si indignano, quelli che protestano con te perché non è stato tolto il ghiaccio lungo tutta la strada, – ma non è competenza del comune?- quelli che ti chiedono se lavori anche nel giorno del capodanno cinese perché restare aperti sei giorni su sette sembra poco o quelli che ti domandano che promozioni ha la Wind per il mese corrente perché nello store Wind dall’altra parte della strada c’è fila.

Lo so che vi starete chiedendo se assumo sostanze stupefacenti vista l’assurdità delle situazioni, e forse anni fa qualche domandina me la sarei fatta anche io, ma vi assicuro che è tutto vero, la normalità come la intendiamo noi non esiste, ci hanno mentito a scuola, a casa. I nostri genitori ci hanno raccontato un mare di frottole sulle persone perché quando diventi una commessa inizia il peggiore degli incubi e il video di “Thriller” al confronto è una puntata degli “Orsetti del Cuore”. Gente che dà per scontato che tu conosca il figlio, il genero, il cognato, il trisavolo, il suo lontano discendente apache, le taglie più disparate dette più a caso che per diretta conoscenza. Ma anche il fatto che tu lavori nel negozio diventa l’arcano mistero del cliente che non ti riconoscerebbe neanche se tu avessi una maglietta con sopra scritto “staff” e una serie di lucette natalizie che ti avvicinano al peggior albero di Natale mai addobbato. Ed inizia così un circolo vizioso di domande e risposte senza alcun senso, con l’unico desiderio di tirare una mattonata a tutti quelli che pongono domande così stupide da indurre il mitico Darwin a rivedere la sua teoria sull’evoluzione e facendoti così sembrare una mente eletta.

1) Giorno di scarico in negozio e in un batter d’occhio mi ritrovo incastrata fra scatoloni, maglie, maglioncini, pantaloni, scarpe, borse e tutta una serie di articoli a me sconosciuti. Mi ritrovo con una pila di maglioncini mentre la mia collega finisce dentro uno degli scatoloni, perché quelli che arrivano in negozio non sono scatoloni semplici, ma buchi neri, quando come dal nulla compare una elegante signora e si rivolge all’anziana tutta ricurva vicino a noi che sta osservando alcune giacche.

Cliente 1: «Scusi lei lavora qui?»

Cliente 2:

Io e la collega ci guardiamo e se non scoppiamo a ridere in faccia alla signora, elegante quanto intelligente secondo il principio matematico dell’inversamente proporzionale, è un miracolo. Ma dico io,  può mai quella vecchina tutta ricurva che trema – non credo per il freddo – e vicina, con molta probabilità, all’incontro con la luce eterna, lavorare? È mai possibile che l’ossigeno bisogna darlo davvero a tutti? Perché a me, in alcuni casi, sembra davvero sprecato. Davanti alla negazione della nonnina, si rivolge a noi che stiamo cercando di vincere la battaglia con i maglioncini che sembrano riprodursi come funghi.

Cliente 1: «Scusa tu lavori qui?»

Io: (nella mente) «No, faccio volontariato gratis qui.»

(nella realtà) «Sì, ha bisogno di qualcosa?»

2)Cliente: «Buongiorno, mi può dare un jeans per mio figlio?»

Io: «Sì, mi segua. Ha in mente il modello?»

Cliente: «Eh?»

Io: «Sì, il modello. Lo vuole a vita bassa, normale, aderente o taglio classico?»

Cliente: «Boh?»

Cominciamo bene. Non mi pare che la signora abbia le idee chiare sul taglio di jeans che usa il figlio. Nel frattempo attendo che, per grazia concessa, mi dica almeno la taglia di riferimento e la osservo. Dopo svariati secondi, avendo casualmente intuito che non ha nessuna intenzione di darmi tale informazione, lo faccio io.

Io: «Ma di che taglia avrebbe bisogno?»

Cliente: «Per mio figlio, no?»

Già, suo figlio. A meno che non sia Johnny Depp o un calciatore famoso non capisco perché sarei obbligata a conoscere il figlio. Non ho la più pallida idea di chi sia ma, per qualche arcano motivo, non so perché la cliente dà per scontato che io conosca non solo il figlio, ma anche la sua taglia di pantaloni.

Io: «Signora, non so che taglia porta e non penso neanche di conoscerlo suo figlio.»

Cliente: «Ah non lo conosci? Peccato, è un gran bel ragazzo. Però non mi ricordo che taglia porta. Aspetta che lo chiamo.»

Di bene in meglio, è passata in un attimo da Alberto Castagna ai tempi di Stranamore alla Fata Smemorina che non ricorda niente. Sospiro mentalmente e mi rassegno al peggio, perché la signora apostrofando il figlio con termini mielosi che neanche mia madre quando ero in fasce, gli dice che gli sta prendendo il pantalone che le aveva chiesto di acquistare per mancanza di tempo. E questo tempo deve essere davvero nullo perché, la povera donna, non termina neanche l’ultima frase che il figlio attacca il telefono non prima di essersi fatto sentire da tutto il negozio e dintorni.

Cliente: «Signorina, mio figlio era molto occupato a lavoro, troppe responsabilità e l’ho chiamato in un momento sbagliato. Ripasso più tardi o domani appena mi dice la taglia. La ringrazio.»

Io: «Ma si figuri. Arrivederci»

La saluto con un’espressione che la dice lunga sul fatto che il figlio sia un pezzo grosso. Magari lo è ma la sua risposta che era occupato con la sua ragazza l’ha sentita, ripeto, tutto il negozio e dintorni.

3)Una ragazza entra nel negozio e mi spiega che deve andare ad un matrimonio e ha bisogno di un abito carino e non troppo vistoso. Le faccio vedere qualcosa visto che l’evento sarà a metà settembre. Siamo ancora a giugno e quindi al momento disponiamo di abiti molto scollati o comunque adatti per l’estate. Lei ne prova alcuni e si innamora di uno di questi, a maniche corte ma di un tessuto molto leggero. Nonostante le piaccia moltissimo non riesce a decidersi, finché non fa la seguente domanda:

Cliente: «Ma secondo te, il 17 settembre pioverà? Oppure dici che il clima sarà troppo freddo per questo abito?»

Ed io, in un batter baleno, mi vedo trasformata nel colonnello Giuliacci, con una bacchettina in mano a spiegare il moto dei venti e la quantità di precipitazioni previste per tale giorno. Ma come faccio a saperlo se persino il Meteo.it arriva ad un massimo di 15 giorni per le previsioni? Io non so neanche cosa farò domani.

Io:«Ma non credo. A settembre il clima è ancora gradevole. Al massimo puoi mettere sopra una stola abbinata oppure un giacchino corto, giusto per l’evenienza. Che ne pensi?»

Cliente: « Mmm…non è un’idea malvagia. Però questo fatto di non sapere che tempo farà mi destabilizza. Ti dispiace se ci penso un po’ mentre osservo meglio i vestiti?

Io: (nella realtà)«No, figurati, fai con calma e se hai bisogno mi chiami.»

    (nella mente) «Puoi continuare a guardare quanto vuoi, ma i vestiti non parleranno per svelarti che           tempo farà il 17 settembre!»

Eredità Caravaggio di Alex Connor

Scrivi che Artemisia Gentileschi continuò a lavorare per i suoi mecenati dal 1650 fino alla sua morte, e che i suoi quadri erano conosciuti in tutta Europa, custoditi nei grandi palazzi e sotto gli occhi dei re.” (…) “Scrivi che ho ricevuto il testimone da Michelangelo Merisi da Caravaggio, un’eredità alla quale mi sono sforzata di rendere onore. Scrivi che la mia vita è stata violenta, appassionata, fatta di piaceri e dolori estremi, di successi e vergogne…Ho assistito a battesimi e funerali, ad anziani e neonati. A volte ho assecondato i miei desideri, a volte li ho seppelliti. Ho vissuto in un mondo in cui sono gli uomini a dettare le regole e mi sono opposta a ciascuno di loro, e ciò mi è costato caro. Ma ho dato prova del mio valore…e ho dimostrato di cosa è capace una donna.” ( cit. Alex Connor, Eredità Caravaggio”)

Con queste parole si chiude il racconto della vita di Artemisia Gentileschi, una tra le più grandi pittrici della storia, considerata da Caravaggio sua degna erede e da cui prende spunto il thriller di Alex Connor, Eredità Caravaggio pubblicato dalla Newton Compton editore. L’autrice britannica chiude con questo thriller, dedicato ad Artemisia Gentileschi, la trilogia che vede il grande Caravaggio protagonista. Con il successo nel 2016 di Cospirazione Caravaggio, Alex Connor ha scritto altri tre libri, cercando di raccontare i segreti del grande artista italiano: Caravaggio Enigma e Maledizione Caravaggio insieme a Eredità Caravaggio rappresentano un grandissimo successo editoriale per la scrittrice, anche lei artista la quale nella figura di Michelangelo Merisi ha trovato una immensa ispirazione. La scelta ricade su Caravaggio perché da sempre la sua figura ha affascinato la scrittrice. Come lei stessa racconta è da piccola che viene colpita da una sorta di Sindrome di Stendhal davanti alla “Cena di Emmaus” di Caravaggio, conservata alla National Gallery di Londra. La sua attenzione fu attirata da queste figure, dai giochi di luce ed ombra, innescando una curiosità divorante nella sua mente. E più conosceva la storia di Caravaggio, misteriosa, ambigua e tumultuosa, più ne percepiva la potenza espressiva, l’attenzione dell’artista verso ciò che lo circondava. Amava i suoi personaggi, quelli veri, quelli che puoi incontrare per strada e tutto questo era al di sopra del suo carattere scontroso. Aveva fede, ma non la rappresentava coma da tradizione: aveva trovato un suo modo di esprimere la religiosità e il passaggio tra vita e morte. La luce è la vita, le ombre sono la morte. Riusciva a racchiudere la vita umana, nel suo inizio e nella sua fine, in un dipinto. Dipingeva l’umanità. E Artemisia Gentileschi rappresenta la sua degna erede, una rivincita per quel mondo femminile sottomesso a secoli di dominio maschile. La stessa Connor vuole veicolare su Artemisia la rivincita di un mondo artistico ricco di donne: Sofonisba Anguissola, Rosalba Carriera, Marie Bracquemont, Camille Claudel. La Gentileschi ne diventa la rappresentante per eccellenza, una donna che al di là della tormentata vita ha dimostrato come la perseveranza possa regalare risultati e soddisfazioni. Il libro non vuole affondare le radici nella violenza subita da Gentileschi, ma vuole raccontare la sua rivincita, la sua battaglia giornaliera, il tentativo di riappropriarsi della sua dignità e del suo talento per mostrarlo, per viverlo. Una storia di donna che alla fine vince, e che oggi il mondo sta riscoprendo in tutto il suo fulgore. Forse è una moda, e le mode passano, ma ciò che resta è per sempre. E Artemisia si è conquistata il diritto nell’Olimpo degli artisti.

pic by Mario LLORCA

Il libro si apre subito dopo la morte di Massimo Luca, un collezionista che, non avendo più eredi diretti, lascia il suo patrimonio alla nuora, Cornelia Stein. La donna, alle prese con innumerevoli oggetti e decisa a metterli all’asta, si imbatte in una serie di taccuini a cui, inizialmente non dà molta importanza. Più per scrupolo che per curiosità, iniziando a sfogliare le pagine ingiallite e consunte dal tempo si rende conto che ciò che vi è scritto è un racconto della vita di Artemisia Gentileschi. Un racconto che, sembra, lei ha fatto ad un certo Edward Petersham, nell’anno 1650, scritto sulla busta che contiene i taccuini. Incuriosita Cornelia inizia a leggere e il lettore viene catapultato, così come la donna, nella Napoli del 1650, dove Artemisia Gentileschi era approdata per dipingere nei suoi ultimi anni. Attraverso le pagine che Cornelia legge, si riesce a ricostruire il passato di Artemisia dalle sue stesse parole. Il suo fidato amico inglese, conosciuto quando lei approdò sulle coste dell’Inghilterra per correre in aiuto di suo padre Orazio Gentileschi, ormai al tramonto dei suoi giorni, l’ha cercata perché desidera che i posteri conoscano la storia della sua amata – i due, infatti, ebbero una fugace storia quando Artemisia sostò in Inghilterra, alla fine della quale rimasero in contatto promettendosi affetto e stima reciproca- . Attraverso le pagine si ha quasi la sensazione di vedere Artemisia raccontare nel suo studio napoletano ad un vecchio amico malato la sua storia, non in ordine cronologico, ma in modo naturale, seguendo il riaffiorare dei ricordi. Ed è così che la donna racconta dello stupro subito da Agostino Tassi, amico di suo padre e suo insegnante; una figura poco raccomandabile che non aveva mai ispirato la diciassettenne Artemisia. Uno stupro che le cambierà la vita. Racconterà l’orrore del processo, dell’umiliazione pubblica e del disgusto di suo padre e dei fratelli che la tratteranno come merce avariata. La sua storia sarà come un marchio che l’accompagnerà tutta la vita. Una figura emblematica quella di Artemisia, la più conosciuta fra le pittrici donne dell’epoca, escludendo forse Sofonisba Anguissola. Una paladina per le donne, trattate come merci e non come persone, un esempio della realizzazione femminile nonostante terribili avversità. Il racconto della pittrice crea un crocevia di personaggio storici che lei ha conosciuto: Cosimo II de’ Medici, Galileo Galilei, la regina Enrichetta Maria che, in un modo o nell’altro hanno segnato la sua vita. Racconta dell’infelice matrimonio riparatore con Pierantonio Stiattesi, pittore mediocre, il quale vivrà sempre all’ombra del grande talento della moglie, la perdita dei sue due figli maschi, dell’aborto dopo la violenza di Tassi e del disprezzo di suo padre. Orazio Gentileschi non riuscì mai ad accettare che sua figlia fosse superiore a lui, che le venisse riconosciuto quel tributo da lui agognato per una vita; un uomo violento, iracondo e corroso dall’invidia. E poi c’è Caravaggio, l’unico che sin dall’inizio ha eletto Artemisia come sua erede, colei che sapeva meglio interpretare la sua arte portandola avanti con opere meravigliose come Giuditta che decapita Oloferne o Susanna e i Vecchioni, spesso citati nel libro. Artemisia ha dipinto le donne violente della storia, forse una forma sottile di vendetta per lo stupro subito. Le sue sono eroine immortalate nell’atto di aggredire o uccidere degli uomini. Sono trionfanti, in grado di sopraffarli.

Cornelia Stein si rende conto che ha tra le mani probabilmente qualcosa di inestimabile valore, ma non è sopraffatta dalla venialità, dalla lussuria per il denaro. Costretta dalla situazione si confida con il suo caro amico Michael Jennings, un avvocato che si dimostra ingenuo nell’informare uno storico dell’arte del tesoro nelle mani dell’amica. E qui, parallelamente al racconto di Artemisia, si snoda una caccia ai taccuini da parte un gruppo di persone legate al mondo dell’arte. Tutti immaginano il valore di questi scritti che, per la prima volta, farebbero luce sulla vita personale della pittrice fino ad oggi piuttosto frammentaria. Inizia così una caccia al tesoro con Cornelia Stein che, scaltra com’è, intuisce subito le intenzioni e cerca di depistare i malintenzionati, grazie a delle conoscenze. Una volta autenticata la storicità dei taccuini grazie ad una sua amica esperta, con l’aiuto di Michael proverà a metterli in salvo, con lo scopo di donarli all’Italia affinché tutti possano conoscere la storia della sfortunata Gentileschi.

Un thriller che non gioca sul dinamismo o sulla corsa contro il tempo, ma che si sviluppa in chiave psicologica, sulla sottile linea emotiva che coinvolge tutti i protagonisti. Anche qui Alex Connor mostra tutto il suo talento, intrecciando narrazione e thriller, lasciando il lettore in tensione ed in ascolto delle parole di Artemisia, in attesa che qualcosa debba succedere.

La chiave Gaudì di Esteban Martin e Andreu Carranza

Una Barcellona magica, una giovane storica dell’arte, un matematico scettico, una setta segreta ed un ordine di cavalieri che risale ai tempi delle Crociate uniti alle architetture visionarie di Gaudì diventano la ricetta perfetta di un thriller: La Chiave Gaudì, scritto a quattro mani da Esteban Martin e Andreu Carranza. Diventato un caso editoriale in Spagna, il quotidiano spagnolo El Paìs ha parlato di “una trama in cui si gioca con gli spunti dell’architettura di Gaudì. Un thriller che ha il respiro del Codice Da Vinci.”

Il libro inizia insinuando nella mente del lettore il dubbio che la morte di Gaudì non sia stata naturale, ma che il grande architetto sia stato ucciso per mano di qualcuno che ha assolutamente la necessità di impedire un qualcosa che, per tutta la prima parte del libro, rimane oscura, ignota anche a Maria Givell e al suo fidanzato Miguel, coinvolti in una corsa contro il tempo. Cosa cercano gli uomini di questa setta? Disposti a qualsiasi atrocità per impedire che il destino si compia. Ma quale destino? Con lo scorrere delle pagine, il lettore comprende che sia la figura di Maria che quella di Miguel sono predestinate a compiere una profezia lunga più di duemila anni e, in loro soccorso, arrivano i Cavalieri Moria, la cui storia affonda le radici sin dai tempi dei Templari. Piano piano Maria, sconvolta per la morte del nonno, cresciuto sin da piccolo con Gaudì, inizia a mettere insieme i pezzi di un puzzle che all’inizio non sa assolutamente come cominciare. Un serie di indovinelli porteranno i protagonisti nella fervente religiosità di Gaudì, celata dietro le sue architetture: un mondo di simboli che affondano le radici nella tradizione e nell’esoterismo. Un racconto incalzante che tiene alta la tensione dall’inizio alla fine.

Personalmente credo che, La chiave Gaudì, sia un thriller appassionato, che svela al lettore come ai protagonisti cosa cercare con lo scorrere inesorabile del tempo; all’inizio tutto sembra avvolto nella nebbia, la confusione imperversa negli animi dei protagonisti e di coloro che li aiuteranno sacrificando le loro vite. È un thriller che, a differenza di molti altri, quasi fino alla fine non svela qual è l’oggetto che bisogna assolutamente trovare e lascia il lettore con l’ansia della scoperta, quando all’improvviso, come un bagliore, tutto diventa chiaro, accelerando ancora di più i tempi.

Gli autori creano un vero e proprio rompicapo, oggetti, parole, frasi ed indovinelli smuovono un nutrito gruppo di persone disposte a tutto pur di rintracciare l’oggetto nascosto e protetto per oltre duemila anni, un simbolo della cristianità che il maestro Gaudì ha custodito fino alla morte lasciandolo in eredità al nonno di Maria, Juan. Una Barcellona ricca di misteri fa da sfondo a questo thriller dinamico, una Barcellona esoterica che va al di là della nostra immaginazione. Un racconto che si muove attraverso varie epoche intrecciando personaggi e storie sempre diverse, un percorso che incontra molti ostacoli ma che resiste fino ai giorni nostri, quando la grande verità dovrà essere svelata attraverso i grandi dubbi della scienza e di un fervente spiritualismo unito ad un’incrollabile fede.

Nulla ha da invidiare ai thriller di Dan Brown o Glenn Cooper, bestsellers internazionali. La Chiave Gaudì, possiede tutto quello che un buon thriller deve avere: velocità, azione, conoscenza e mistero.

GIOIA CATIVA

Steve McCurry: ICONS

Il fotoreporter americano Steve McCurry ha legato la fotografia al viaggio (“Se dovessi smettere di fotografare, penso che continuerei a viaggiare. Viaggio e fotografia sono come intrecciati. E sono affascinato da entrambe le cose. Così, se non mi dedicassi alla fotografia, farei il nomade di professione.”)

Queste sono le parole che McCurry pronuncia per descrivere il suo lavoro e la sua vita. E’ per questo che consiglio a tutti coloro che ne hanno la possibilità di visitare “ICONS”, una mostra che raccoglie circa 130 fotografie esposte presso il Gil di Campobasso dal 26 gennaio al 28 aprile 2019. L’evento è stato organizzato dalla Fondazione Molise Cultura e curato da Biba Giacchetti che, in un susseguirsi di immagini, racconta lo straordinario viaggio trentennale di questo fotografo lungo le strade del mondo.

Pochi come lui hanno saputo fare della voglia di muoversi, di conoscere il mondo e di osservarlo con occhi sempre nuovi, una professione riuscendo a cogliere le bellezze, la magia del mondo ma anche i suoi drammi, come le guerre o i disastri naturali.

Le fotografie esposte lungo le sale del Gil di Campobasso, rappresentano il suo operato, la sua incessante ricerca dei segreti della terra e degli uomini che la abitano. Osservando le immagini si ha la sensazione di fare un viaggio intorno al mondo, di salire sopra la vetta più alta per guardare la vastità della terra e del cielo, un viaggio attraverso le razze, il folklore, la cultura e quella spiritualità che divide l’Oriente dall’Occidente. Un cammino nelle emozioni nascoste nei dettagli, perché sono quelli che ama catturare McCurry nel suo lungo peregrinare da una parte all’altra, dall’America all’Asia, dall’Europa all’Africa con la speranza, nel cuore, di raccontare l’essere umano ed il contesto nel quale vive. Uzbekistan, Kashmir, Yemen, Mozambico, Birmania, India, Nepal, Tibet, Ecuador, Gambia, Cina ma anche un po’ d’Italia sono una parte della realtà fotografica che si svela ai nostri occhi una volta all’interno dell’ambiente espositivo.

Il lavoro di McCurry unisce varie ricerche, a partire da quella antropologica che rappresenta il primo nucleo fotografico, fatto di volti dove il fotografo coglie la grande capacità comunicativa di quei visi che sembrano parlare nel loro silenzio. Sguardi che ci trapassano, ci trafiggono nella loro spontaneità, occhi curiosi, spaventati, fieri o interrogativi che entrano in comunicazione con McCurry e con noi spettatori. Ecuador, Mongolia, Gambia, India, una sequenza di volti che spiegano la diversità della razza. È lo stesso McCurry a portare avanti quella che lui chiama una vera e propria ricerca antropologica (Sono sempre stato interessato a ritrarre le persone, mi affascinano le differenze somatiche della grande famiglia dell’uomo. I volti hanno proporzioni diverse, colori, misure diverse. Ma soprattutto hanno la capacità di raccontare un’esistenza, una condizione, una vita.). Non a caso la sua fama si deve allo scatto che, nel 1984, ha segnato la sua carriera di fotoreporter: La Ragazza afgana, con quegli occhi color smeraldo che lo osservano, rappresenta lo sguardo più famoso del XX secolo. Se gli antropologi hanno scritto dell’evoluzione umana e tutt’oggi continuano a studiare le culture e le tradizioni, McCurry ha trasformato questo viaggio in immagini dalla bellezza sfrontata e decisa.

Un trionfo di colori, dall’oro al rosso, dal verde al blu, tonalità cangianti e colori vivi che imprimono nella nostra mente immagini da tutto il mondo. La natura umana e le sue declinazioni sono fondamentali nella ricerca del fotografo, il quale rimane affascinato dalla capacità di reazione della natura umana davanti determinati contesti e situazioni e lo fa attraverso una ricerca paziente del momento esatto. Momento che, per l’occhio di chi osserva, diviene un andare oltre, come se si volesse dilatare lo spazio ed il tempo. I suoi meravigliosi scatti paesaggistici sono il frutto di una paziente attesa, lunghi appostamenti per lo scatto perfetto. Ma la fotografia è fatta anche di attimi fuggenti da cogliere istantaneamente. Se si ha la pazienza di osservare a lungo, prima o poi qualcosa di inaspettato accadrà davanti a noi.

Quello che però, mi ha maggiormente colpito e portato a riflettere, oltre la bellezza degli scatti e una carrellata di posti meravigliosi nel mondo, è la spiritualità che emerge dagli scatti asiatici. Un senso di pace, di meditazione e di serenità che pervade la mia persona. E ci accorgiamo di come noi occidentali stiamo perdendo quel tocco semplice, la frugale semplicità e un modo riflessivo di osservare la realtà circostante. Camminare tra questi scatti è un cammino attraverso il folklore, stili di vita e realtà che spesso abbiamo ignorato. La normalità di un gruppo di bambini, in uno scatto fatto in Libano nel 1982, che giocano con una macchina da guerra abbandonata, è una faccia del mondo che spesso ignoriamo. I bambini che giocano con la spontaneità che li contraddistingue e vivono quella che per loro è normalità. Perché se per noi convivere con una guerra o con i suoi effetti è impensabile, per loro è una cosa assolutamente naturale. Le grandi verità del mondo, dalle terre del Sol Levante fino ai ghiacciai dei Poli sono il meraviglioso scrigno che McCurry ha deciso di portare in Molise, preparando per l’occasione un paio di fotografie assolutamente inedite da mostrare per la prima volta a Campobasso.

La mostra sarà al Gil, sede della Fondazione Molise Cultura dal 26 gennaio al 28 aprile 2019, in via Gorizia, Campobasso

Telefono: 0874 437807

Orario di apertura: dal Martedì alla Domenica. Mattina ore 10/13; Pomeriggio ore 17/20

I Ponzio Pilato

I clienti a cui ho dato questo dolcissimo soprannome sono coloro che, armati di un animo indomito pari a quello di Re Giovanni nel cartone animato della Diseny “Robin Hood”, – il coraggioso leone che si mette il pollice in bocca a mò di ciuccio e si lascia consigliare da un serpente col mantellino, per intenderci – fanno sembrare il Mel Gibson di Braveheart un vero e proprio kamikaze.

Ebbene, questi clienti così affezionati sarebbero da scaraventare direttamente nell’Antinferno di Dante come premio alla loro codardia. Il buon vecchio Dante ci aveva visto lungo già secoli fa ed io un viaggetto nel tepore del cuore della terra glielo farei fare con un biglietto di sola andata. Questi uomini coraggiosi, senza macchia e senza paura, capaci di immolarsi per salvaguardare la loro pellaccia – tanto tu, puoi anche morire e pagare al posto loro – sono quelli che tu potresti amare all’inizio, e lo diceva sempre quella buon’anima di mia nonna che le cose si conoscono con il tempo. Sono quei deliziosi esseri che sembrano autonomi, un po’ come i mammoni, quelli del “non si preoccupi, posso fare da sola” ma che, con un battito di ciglia, ti catapultano in un’atmosfera di un film di Tim Burton.

Con uno sguardo finto buonista ma che nasconde una natura da Dennis la peste, questi deliziosi clienti arriveranno a farti pregare tutti i santi, ribattezzando l’intero calendario ed imprecando come un canto gregoriano che nessuno può comprendere. Sguardi furtivi, atteggiamenti da rapinatore e “cerchiamo di coprire il danno” sono solo alcune delle loro caratteristiche a cui si unisce, anche colui, o colei, che fa dell’indifferenza il proprio mantra.

Il gioco della patata bollente, che sembra uno sfocato ricordo dell’infanzia, improvvisamente diventa l’attività preferita di un cliente su tre se siamo fortunati. Sono proprio una rarità, quasi un patrimonio Unesco. Definirli dei “Ponzio Pilato” è un chiaro richiamo alle notissime responsabilità che il buon Pilato, oltre duemila anni fa, si assunse quando, in preda al panico ed al timore di un linciaggio, che al confronto la rivolta dei gilet gialli francesi pare una manifestazione scolastica, fece decidere al popolo se liberare il pluripregiudicato Barabba o quel Gesù che, grave onta, predicava l’amore per il prossimo.

Ecco, proprio in virtù di questo audace coraggio, quando mi trovo davanti a certi clienti pronti a negare fino alla morte le loro responsabilità, mi commuovo. Ma per disperazione! Calde lacrime solcano le mie guance mentre la violenza che è dentro di me cerca di prendere il sopravvento, senza successo. Altrimenti il giorno dopo mi ritroverei davanti lo sportello del lavoro con un bel foglio di licenziamento in mano. Vorrei tanto sapere chi è stato quella mente così brillante che sentenziò che il cliente ha sempre ragione. Per caso stava male? Aveva assunto sostanze proibite e la mente allucinata ha partorito questo profondo pensiero? Non lo saprò mai, quello che so è che una buona parte della clientela pensa di potersi comportare come crede, manco stesse a casa propria mentre tu arrivi ad invidiare addirittura Cenerentola, costretta a sopportare quelle delicate ed amabili delle sue sorellastre.

L’arcano mistero, però, che sta lì a ronzarmi nel cervello, è come mai le persone, una volta dentro un negozio, oltre un’apparente intelligenza, perdano anche la loro delicatezza e diventino materiali e con il tocco di un carpentiere, facendo saltare zip, bottoni, cuciture e tanto altro. Cercando, poi, di farti credere che non sia colpa loro volendo far passare la commessa di turno come la sciocca della situazione. Ma davvero pensano che ci beviamo le loro fantasiose scuse? Ecco alcuni esempi.

1)Cliente: «Posso provare questo maglioncino bianco?»

Io: «Certo signora!»

E mentre la signora entra in camerino prego che stia attenta a non macchiare quel candido maglioncino con la maschera di trucco che indossa tanto da farla sembrare la cugina di Moira Orfei. Poi, però, più per disperazione che convinzione, mi aggrappo alla speranza che l’intelligenza faccia il suo lavoro e che la signora faccia con cautela. Finchè non la vedo uscire e capisco che l’intelligenza è definitivamente andata in ferie.

La signora, come se nulla fosse mi restituisce il maglioncino sostenendo che non va bene. Beh, così a colori non è più quello che cercava.

Io: «Signora, mi scusi, ma lei ha macchiato il maglioncino. Così è invendibile e dovrà acquistarlo per forza.»

Nel dire questa frase già so che inizierà una discussione senza alcun risultato perché la gentile cliente pretenderà di avere ragione. Ma non sono ancora preparata al peggio.

Cliente: «Ma cosa dice, il maglioncino non l’ho macchiato io. Era già così quando l’ho preso.»

No dico, starà scherzando? Per caso ho scritto in fronte “Gioconda”?. No perché se quello sul maglioncino non è il suo trucco, inizio a chiedermi perché, allora, vada in giro come se fosse la versione femminile del Joker. Per alcuni secondi cerco di assimilare la risposta assurda tentando di formularne una che sia efficace. Poi tento il tutto per tutto.

Io: «Signora, mi spiace ma il maglioncino non era sporco quando lei è entrata nel camerino.»

Cliente: «Mi sta dando della bugiarda?»

Io: (nella mente) «Sì, brutta stronza! Sei bugiarda peggio di un pinocchio.»                                                     (nella realtà) «Non sto dicendo questo, ma magari non ha prestato molta attenzione mentre si sfilava  il maglioncino. Quindi devo chiederle di acquistare il capo.»

E qui la cliente dà il meglio di sé, iniziando ad alzare il tono della voce, fingendosi offesa per essere stata accusata. Io alzo gli occhi al cielo conscia di come andrà a finire quindi, cercando di mantenere un contegno e sembrare comprensiva, le dico che vedremo noi di risolvere il problema con il maglione. La cliente, con atteggiamento superiore, senza minimamente nascondere la sua soddisfazione, gira i tacchi ed esce dal negozio mentre io penso ad un “mai più rivederci.”

2) Da lontano intravedo un signore, con uno sguardo della serie “simpatia portami via” che armeggia tra la miriade di giubbotti da uomo che abbiamo in esposizione. Ne prende uno, lo guarda meglio e decide di provarlo. Mentre lo indossa noto che ha difficoltà a chiuderlo con la zip. Si sa che le zip nuove sono sempre un po’ dure all’inizio ma, con pazienza e delicatezza, poi funzionano alla grande, nel 98% dei casi. Ecco, con delicatezza e non con l’aggressività di uno che sembra stia scuoiando un animale. Ed accade l’inevitabile, e l’uomo si ritrova in mano il gancio della zip. Con nonchalance ripone il giubbiotto sulla gruccia e si preoccupa di imboscarlo bene in mezzo agli altri, quando si accorge che lo sto osservando.

Cliente: «Ehm…il giubbotto ha la zip rotta. Ne sto cercando un altro.»

Io: «Sì, certo.»

Il mio sguardo è eloquente e credo che se ne sia accorto. Comunque vado vicino e constato che quella è l’unica taglia rimasta.

Cliente: «Beh, allora prendo questo però mi dovete fare lo sconto perché è difettato.»

Sono allibita. Lui lo sa che l’ho visto e con una faccia di bronzo meritevole del tapiro d’oro mi chiede lo sconto.

Io: «Difettata, eh?»

Cliente: «Lo vede anche lei. Come ho toccato la zip si è rotta. Dovrò farlo riparare e mettere una zip costa.»

Lui non ha toccato la zip ma con la delicatezza di un minatore ha forzato la cerniera fino a far rompere il gancetto. Sarebbe bastato chiedere ad una di noi. La tentazione di affogarlo con il giubbotto è tanta, lo giuro, ma sono costretta ad essere diplomatica e decido di rivolgermi al mio responsabile a cui spiego l’accaduto. Dopo una serie di improperi di quest’ultimo che, insieme a me, sta sviluppando una nuova forma di allergia, quella agli esseri umani, mi dice che gli farà un piccolissimo sconto poiché non c’è modo di provare che il danno l’abbia fatto lui. È la mia parola contro la sua e, come ho già detto più volte, il cliente ha sempre ragione. Delusa e arrabbiata torno dal vile e gli comunico che avrà un piccolo sconto.

Cliente: «Benissimo, allora lo prendo e vado alla cassa. Buona giornata!»

Io: (nella realtà): «Anche a lei.»                                                                                                                      (nella mente):«Spero che la nuova zip si incastri nel maglioncino che indossi di lana riducendolo a brandelli.»

I Mammoni

Per sei anni ho fatto la commessa in un negozio che vendeva svariati articoli, dall’abbigliamento alla cartoleria, persino giocattoli, passando per la biancheria intima. Questo mi ha sicuramente dato la possibilità di muovermi e di saper gestire tutte quelle richieste che ogni giorno mi si presentavano, anche quelle al limite del surreale. Quello che però ancora non mi spiego, o meglio quello che ancora mi sto domandando da sei lunghi anni senza trovare alcuna risposta ,– e questo mi fa pensare che oltre al dogma della Santissima Trinità si possa includere anche questo quesito – è cosa porti un comune essere umano dal quoziente intellettivo medio, a regredire allo stato neonatale una volta varcato l’ingresso di un negozio. Fatto sta che, all’improvviso, la povera commessa si ritrova in un surreale girone dantesco pieno di creature che scodinzolano nel locale alla ricerca di qualcosa e, non contenti, richiedono l’assistenza della poverina di turno che, ad un certo punto, preferirebbe soffrire le peggiori torture all’interno della Torre di Londra piuttosto che affrontare certi personaggi.

I mammoni sono la categoria più tenera di questa lunga carrellata di gruppi che ogni giorno testano la pazienza dei poveri commessi i quali, al limite della disperazione, invocano la mitologica pazienza di Giobbe. Il mammone o la mammona di turno è un soggetto subdolo, all’apparenza normalissimo- il classico cliente medio che entra, osserva, forse compra ed esce- ma che in realtà nasconde una natura nefasta che viene identificata quando ormai è troppo tardi e la commessa non sa più a quale santo rivolgersi ed inizia a pensare seriamente alla possibilità di chiedere un appuntamento all’amico psicologo, perché le farà uno sconto sulla costosissima seduta che altrimenti avrebbe quasi lo stesso valore di un paio di scarpe di Manolo Blahnik. Eppure dopo anni a contatto con la clientela dovremmo riconoscerlo lui, il mammone, colui che va in giro con il colletto della camicia che sembra essere stato ritagliato da una forma di cemento, tanto è l’appretto che la sua vetusta madre è ancora solita usare. O il gilet anni Settanta, realizzato in lana e con colori che non s’abbinano nemmeno con l’asfalto. E invece niente, questa è quella categoria che per chiunque rimane un mistero, non riesci a riconoscerla e nemmeno a contrastarla. Non esistono vie di fuga tanto che Daniele Bossari potrebbe girarci sopra una puntata di “Mistero”.

Ed è così che la commessa è costretta a tirare fuori tutto quello che ha elencando le caratteristiche, cercando le taglie anche nel magazzino stracolmo di roba, pieno zeppo come l’armadio di Rebecca Blomwood, l’eccentrica protagonista manibuche di “I love shopping” di Sophia Kinsella. La commessa ce la mette proprio tutta ma nulla può quando quell’essere curioso davanti a lei chiude la partita con la seguente frase «Guardi, la ringrazio, ma voglio prima chiedere un consiglio a mia madre. Posso fare delle foto ai capi?»

Ecco, questi sono i momenti in cui tu vorresti che un asteroide centrasse l’esatto punto dove il cliente è posizionato, che un ladro entrasse e prendesse lui come ostaggio, che sua madre lo chiamasse in quel preciso istante e lo diseredasse. Sarebbe fantastico ma si sa che la fortuna non ride ai poveracci. Il colpo di grazia ti arriva, però, quando ormai convinta che quella sia una razza esclusivamente maschile che avvalori l’universale teoria dell’italiano maschio attaccato alla gonnella della genitrice, ecco arrivare l’esemplare femminile.

Chiedere consiglio è importante, lo riconosco, a volte ci evita di fare scelte decisamente infelici ma non si può vedere uno o una che ha bisogno dell’ausilio della mamma per la taglia del boxer o del perizoma. Ogni volta che mi trovavo davanti ad una scena del genere il mio occhio iniziava un leggero tremolio, tipo un tic che, magicamente, è svanito quando ho smesso di essere una commessa. Quelli sono i momenti in cui ringrazio mentalmente mia madre per avermi lasciata libera ad una certa età di fare i miei acquisti in solitaria, senza intromettersi troppo, anche a costo di farmi arrestare per abbigliamento ed accostamento illegali. Chi di voi, essendo stato un infante tra gli anni ‘80 e ‘90, non ha qualche fotografia dove il gusto per la moda sembrava essersi suicidato? Bene. E’ per questo motivo che io sono sempre stata favorevole all’autogestione. In tutti i sensi.

Ma per far meglio comprendere questo tipo di cliente farò un paio di esempi. Realmente accaduti e così sarà per tutte le altre tipologie. Ripeto, tutti gli esempi che narrerò sono fatti realmente accaduti anche se vi sembreranno degli incontri ravvicinati del terzo tipo.

 

1)Cliente: «Buongiorno signorina, potrebbe aiutarmi? Dovrei acquistare una cintura da mettere sui jeans tutti i giorni. Qualcosa di informale ma non troppo sportivo.»

Io: «Certo! Qui abbiamo un vasto assortimento di modelli economici. Se cerca altro, anche a livello qualitativo, di là ho delle cinture di marca della Charro, Emporio Armani, Gianmarco Venturi.

E così, dopo una buona mezz’ora e dopo aver fatto vedere qualcosa come tipo 500 modelli di cinture dai mille colori e essermi avvolta come un salame stagionato intravedo, forse, un bagliore negli occhi del ragazzo. Forse ce l’abbiamo fatta. E invece no.

Cliente: «Guardi, sono indeciso e non vorrei sbagliare. Stasera chiedo a mia madre ed eventualmente ritorno domani. Arrivederci e grazie!»

Io: (nella mia mente) «Spero ti cadano i calzoni!»                                                                                               (nella realtà) «Ma si figuri. Alla prossima!»

 

2) Io: «Signorina posso aiutarla?»

Cliente: «Sì, sto cercando un paio di pantofole per l’inverno. Qualcosa di economico però.»             Ecco, speriamo di uscirne viva visto che la signora accanto a lei, sua madre, ha già iniziato a scartare non so quanti modelli appesi su 4 metri di parete. Pensate che siano tanti modelli? Certamente sì, ma non per il cliente. Per lui non è mai abbastanza. I modelli si susseguono uno ad uno, come soldatini cadono giù e restano a terra mentre il piedino fatato della fanciulla li calza mentre io mi ritrovo immersa tra una serie di animali fantastici e pelosi che rallegrano il design delle pantofole nelle più svariate rappresentazioni. Si passa dal gufo strabico alla giraffa con le guance rosse in stile Heidi fino ad arrivare ad un essere che sembra uno strano incrocio fra un tacchino ed un lama tibetano. Almeno credo.

Cliente: «Mamma, che ne pensi? Questa potrebbe andare bene?»

Potrebbe? È tipo un’ora che sono qui e anche se in realtà sono solo venti minuti a me sembrano un’eternità. La parete delle pantofole sembra sia stata sventrata da una granata con i pezzi che ora giacciono al suolo così come la mia speranza di riuscire a concludere la vendita nel giro di poco.

Cliente: «Allora mamma? Dai su dammi un aiuto. È una scelta difficile!»

Eh già, proprio una scelta difficile capire quale pantofola ti verrà voglia di lanciare la mattina al dolce suonar della sveglia mentre con un’espressione che sembra sapientemente rubata al conte Dracula, la suddetta pantofola diventata un oggetto radiocomandato, per sua sfortuna, si scontrerà contro la parete. Oppure verrà usata, perché noi italiani siamo creativi, come la versione moderna dell’ammazzamosche.

Madre: «Tesoro, dici questa qui rosa con inserti celesti? Non credo vada bene, aspetta che ripenso un attimo ai pigiami che hai.»

Cliente: «Dici che non si abbinano?»

Madre: «mmm…no! Hai un pigiama di un verde, né chiaro e né scuro. Poi ne hai uno rosso ma che è un po’ sbiadito ed un altro grigio con inserti rosa.»

Cliente: «Allora ci vanno bene queste pantofole qui.»

Madre: «Eh no…perchè gli inserti sono celesti, poi fai troppi colori e con gli altri pigiami lasciamo stare. Vero signorina? Glielo dica anche lei.»

La mia faccia è tutto un programma, un misto fra disperazione e rassegnazione. La signora cerca combinazioni cromatiche ottimali perché lei sì che sa vestire. Collant blu, gonna fucsia e cappotto nero con sciarpa color senape fanno di lei la cugina insperata di Donatella Versace, ardita nell’abbinare colori che, normalmente, fra loro si respingono per legge naturale.

Io: «Certo signora, anche se visto e considerato che il pigiama lo si mette solo la notte, azzarderei con queste pantofole.»

Cliente: «Mamma quindi dici di no?»

Madre: «No tesoro. Andiamo a casa e vediamo bene che pigiami hai e poi torniamo e facciamo l’abbinamento. Ok?»

Cliente: «Ok! Allora signorina magari ripassiamo. Grazie.»

E sono questi i momenti in cui nasce  un istinto omicida pari a quello di Jack Lo Squartatore, ma il fatto di non sapere dove poter nascondere i cadaveri diventa motivo di rassegnazione per me che ancora sto cercando di capire se la tizia usa le pantofole anche per uscire.

Premessa (al bestiario di una commessa)

Sin dalla sua creazione l’essere umano ha mostrato aspetti poco stabili dal punto di vista mentale. La tanto decantata “perfezione” umana è, per quanto mi riguarda, una lunga utopia pari solo al libro omonimo scritto dal buon Tommaso Moro o alle fantasiose “città ideali” che “brillanti uomini medievali” avevano immaginato, probabilmente di notte. Alla luce dei secoli, appare ben chiaro quanto l’uomo sia lontano da questa perfezione. Lui, un essere camaleontico dalla seducente bellezza che può, però, diventare un incubo senza pari per i suoi simili, facendo addirittura rimpiangere i canti mortali di Scilla e Cariddi.

La specie umana nel corso della sua storia ha dimostrato ingegno, creatività e brillante intuizione, è stata capace di gesta epiche come lo sbarco sulla luna, tanto per dirne una ma, si è resa anche protagonista di episodi di inaudita violenza dove le tanto celebrate qualità sopraelencate erano con molta probabilità “in ferie con data da destinarsi”. Il genio umano, ahimè, al giorno d’oggi sembra essersi dissolto insieme a tutta una serie di qualità per lasciare il passo alla pazzia in effetto domino. L’esaurimento e lo stress odierno mietono più vittime dell’Ebola e della febbre spagnola messe insieme dove l’unica cura potrebbe essere l’estinzione di tali soggetti. Sono anche certa che se oggi Erasmo da Rotterdam fosse ancora vivo, riscriverebbe una nuova edizione del suo “Elogio della Follia” mentre lacrime copiose bagnano le sue vesti demodé.

Ah, la mente umana, un mondo a colori da far invidia ai pittoreschi quadri di Bosch e capace, però, di trasformarsi nei peggiori incubi di Füssli nell’arco di un nanosecondo. Cervelli a cui andrebbe fatta la manutenzione annuale come si fa con le caldaie per evitare improvvisi cortocircuiti che trasformano l’essere umano in una sorta di pokemon il cui linguaggio necessita l’ausilio di un vocabolario multilingua. Eppure, secondo studi scientifici, il cervello umano è il fulcro di tutto il nostro corpo, abitato dalla materia grigia e dai neuroni che “passeggiano” al suo interno determinando le nostre funzioni. E’ per questo che mi piace pensare al nostro cervello “gestito” dal professore barbuto della celebre serie animata “Siamo fatti così”, il quale impartisce ordini ai neuroni – non so ancora però perché immaginati e disegnati come un curioso incrocio fra puffi e spermatozoi – i quali con uno scatto atletico che farebbe impallidire persino Usain Bolt percorrono in lungo ed in largo il corpo umano. Immaginiamolo il cervello come un vero e proprio laboratorio simile a quello disegnato dalla Disney Pixar nel film “Inside out”, pieno zeppo di lucine colorate e pulsanti. Ecco, credo che il funzionamento sia più o meno così, ma accompagnato da un libretto d’istruzione poiché non sempre sappiamo farlo funzionare. Ed è per questo che molti cervelli diventano “out of order”, cioè fuori uso, porte sbarrate o chiusure anticipate, dei veri e propri collassi. Neuroni che, in gallerie buie ed isolate gridano laconicamente “C’è nessuno?”, sfidando la simpatia della bollicina di sodio dell’acqua Lete non ricevendo, però, risposta alcuna, se non il proprio eco, forte e vibrante come quello che risuona dal cucuzzolo di una montagna.

Davanti a questi comportamenti assolutamente insensati, dove la logica e la ragione diventano mitologiche chimere, uomini dall’animo coraggioso decidono di sacrificare la loro vita a curare la follia degli altri e fanno la loro apparizione in candidi camici bianchi ed un aplomb che sfida quello di una farmacista con l’intramontabile dolcevita anche a ferragosto ed il capello cotonato che fa molto “Marilyn”. Diamo il benvenuto agli psichiatri. Chi non conosce Sigmund Freud, colui che ha avuto l’ardire di provare a sondare l’animo umano e la sua mente in modo strabiliante, contribuendo in modo fondamentale allo studio della materia. Ma, per chi crede che Freud abbia fatto l’impossibile, mi dispiace dover informare che all’impossibile non c’è mai fine e che se ancora oggi fosse fra noi, credo che prenderebbe i suoi scritti e, usandoli come diavolina, ci farebbe un bel falò romantico.

L’articolo 1 della nostra Costituzione recita che “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Ok, mi sembra un’ottima cosa però bisognerebbe aggiungere che alcuni tipi di lavoro creano potenziali elementi depressi e ricchi di acidità tanto da far sembrare la signorina Rottermeier una fatina.

Questo è un tipo di lavoro che, oltre a non avere adeguata retribuzione, e nessuno credo dichiarerà il contrario, ti fa vedere quanto sia sconfinata la stupidità umana. Il commesso, o commessa – dipende chi è lo sfigato di turno- è colui che per buona parte della giornata deve avere a che fare con questo circo umano, sfoggiando 24 ore su 24 un sorriso plastico che neanche Ken quando vede la sua Barbie e automunirsi – perché nessuno ti aiuta – di una massiccia dose di pazienza, altrimenti il rischio è un probabile omicidio preterintenzionale. Un lavoro che sembra paradisiaco, socialmente utile dicono in molti, psicologicamente probante affermo io. Lavorare a contatto con il genere umano non è cosa da poco, ma qualcosa di fantascientifico che può sfociare in momenti tragicomici. L’uomo che varca la soglia di un negozio viene visto come un potenziale nemico pronto a rincitrullirti anche solo per comprare un paio di infradito.

Fatta questa lunga premessa, iniziamo a conoscere uno ad uno questi “simpatici” clienti, chi sono, come sono, perché esistono e cosa provocano in noi poveri commessi!