Me and the Devil, il romanzo di Maria Elena Cristiano

Siamo cresciuti imparando da Doctor Faustus che si può vendere l’anima al diavolo in cambio della più alta conoscenza del mondo e della natura stessa; ma il racconto insegna che Satana in persona, alla fine, richiede sempre un pagamento per i suoi servigi e l’anima di un essere umano è il prezzo di scambio più richiesto. Ma le regole possono cambiare se non è l’essere umano a richiedere un servigio? Può cambiare il pagamento se è il diavolo stesso ad offrirti la chiave per il tuo più profondo desiderio?

A questa domanda può rispondere Frank, il moderno Faustus di Maria Elena Cristiano, protagonista del romanzo Me and the Devil edito da Delos Digital. Frank è il chitarrista e leader del gruppo rock X-Mas con un’unica ossessione: riscrivere la storia del rock e diventare famoso. Un sogno che hanno, chi più chi meno, tutti i musicisti. E chi direbbe di no ad una piccola scorciatoia, anche se è Satana ad offrirtela? È lui a donare i suoi servigi, non tu a richiederli: non è proprio l’offrire l’anima al Diavolo, il pagamento dovrebbe essere differente. Lui accetta, come farebbe qualsiasi persona pronta a tutto pur di realizzare i propri sogni. Ed è per questo che Frank si ritroverà catapultato in una spirale di violenza, morti misteriose e allucinazioni, intervallate dal classico stereotipo anni ’80, dove è ambientata la storia, sesso, droga e rock ‘n’ roll.

È una piacevole scoperta, quasi un romanzo psicologico che narra, con realtà e fantasia, del rapporto degli esseri umani con il trascendentale e il paranormale, con una forza ultra terrena diabolica, potente e distruttiva da cui, di norma, le persone mirano a tenersi lontane, impaurite da un qualcosa al di là della propria comprensione e controllo; un discorso assecondato da scene d’azione, dialoghi veloci, serrati e al limite del blasfemo, con attimi di pura tensione che si alternano a quelli di disincarnato divertimento al fine di spezzare, con mezzi sorrisi, la tensione insita nella narrazione stessa.

Maria Elena Cristiano arriva a scrivere un romanzo nuovo, a metà tra un horror/splatter e casalingo, un connubio che rende piacevole la lettura e con uno stile mai banale che attira il lettore e lo invoglia a continuare la lettura, magari di sera, sotto le coperte, con la pioggia che picchetta sui vetri, accompagnati dal fantasma della musica che aleggia a ogni pagina.

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A tu per tu con Roberto Addeo

Roberto Addeo, trentacinquenne originario del napoletano e ora residente a Porto Torres, in Sardegna, dove ha trovato il suo “buen retiro”, da sempre affascinato dal mondo dell’arte in qualsiasi sua forma, dalla musica alla letteratura, dopo il suo esordio letterario nel 2015 con Perdute Sinfonie, torna in libreria con il suo nuovo libro La luna allo zoo. Edito da Il Seme Bianco, Addeo dona al mondo un’opera reale e cruda, priva di illusioni e di abbellimenti letterari, che prende spunto dalla vita stessa dell’autore, da dieci anni vissuti nella città emiliana.

Ma prima di parlare del nuovo romanzo, parliamo di te: chi è Roberto Addeo e come sei arrivato alla scrittura?

Sono un trentacinquenne campano nato a Nola, nella provincia di Napoli, infelicemente soprannominata “Terra dei fuochi”, che ha vissuto, svolgendo per lo più lavori umili, tra Napoli, Brescia, Bologna e Sassari. Sin da ragazzino ero magneticamente attratto dall’ arte, nelle sue svariate espressioni: infatti amavo disegnare, leggere, e suonare la batteria, strumento al quale mi sono avvicinato all’età di 12 anni. Il mio amore per la scrittura è figlio di quello per la lettura; ricordo, non senza un pizzico di commozione, un’estate del 1996, quando, insieme alla mia famiglia, villeggiai in una località montana alquanto isolata, dove,  impossibilitato a frequentare  ragazzi della mia età, trovai il mio antidoto alla noia, leggendo un romanzo horror di King. Da lì iniziò il mio percorso di accanito lettore, che mi ha spinto in seguito ad esplorare diversi generi letterari, insinuando, dentro di me, il desiderio di scrivere; tale aspirazione, verso i venti anni, è sfociata in esigenza.

Questo è il secondo romanzo che scrivi: quanto sei cambiato da Perdute Sinfonie?

Sono ovviamente cresciuto, soprattutto in consapevolezza; “Perdute sinfonie”, il mio esordio letterario, mi è servito per acquisire esperienza e per carpire alcuni strumenti del mestiere, in primis l’importanza della chiarezza d’intenti, determinante per il raggiungimento di un’identità stilistica che sia coerente coi miei contesti di appartenenza.

La luna allo zoo: quanto c’è dell’autore all’interno dell’opera?

Trattasi di un romanzo semi-autobiografico; quando scrivo, non amo pormi limiti contenutistici che possano intralciare il libero sviluppo della narrazione. Se dovessi fare una stima delle percentuali, oserei dire che il 70% dello scritto corrisponde alla realtà, mentre il rimanente 30% corrisponde a ciò che volgarmente chiamiamo fantasia.

Qual è stata l’ispirazione?

La luna allo zoo nasce dal bisogno personale di trasportare il linguaggio parlato su carta e, soprattutto, dalla necessità mia di fotografare senza filtri un periodo, una parentesi di vita, determinate emozioni. Mi ritengo uno scrittore di atmosfere, principalmente, e poi un narratore. Far rivivere fedelmente sul foglio certe atmosfere che appartengono all’archivio dei miei ricordi, è la mia massima aspirazione, quella più importante.

Buona parte del romanzo è ambientato a Bologna per poi tornare a Napoli: come mai queste due città?

Napoli rappresenta la mia infanzia, mentre Bologna rappresenta la mia giovinezza. Entrambe le città sono state fondamentali per la mia crescita individuale, artistica e sociale. Sono andato via da entrambe, pur conservando interiormente le loro differenti lezioni di vita.

Se dovessi scegliere un genere in cui collocare il tuo nuovo libro, quale sceglieresti e perché?

Ѐ un libro scritto a nervi scoperti. La paura è una delle componenti più pesanti della psicologia del protagonista, una maschera attraverso la quale poter osservare, con complicità indiretta, un mondo viziato. Se dovessi racchiuderlo in un genere letterario, sceglierei il “Realismo”, perché racconta la realtà quotidiana di un determinato periodo storico, in questo caso, l’anno dell’ufficializzazione della crisi economica.

Mettendo a paragone Perdute Sinfonie e La luna allo zoo quali sono le differenze e le similitudini tra di loro? E in quale ti riconosci di più?

In generale, mi riconosco di più nell’ ultima cosa che scrivo, essendo quella più vicina a me in termini di spazio-tempo. Le differenze tra i due libri sono nette: il primo è un piccolo universo letterario, un mix di prosa e poesia, mentre il secondo è un vero e proprio romanzo. Le similitudini tra i due lavori riguardano la ricerca di un ritmo che sia incalzante e le ambientazioni metropolitane.

Quali sono i progetti futuri?

A breve uscirà la mia prima silloge poetica, e attualmente sto buttando giù idee per un nuovo romanzo, il quale sarà un lavoro interamente diverso dalle mie produzioni precedenti, ma preferisco non aggiungere altro al riguardo.

 

A tu per tu con Fabio Iuliano

Fabio Iuliano, docente di lingue straniere, blogger e giornalista che nel 2007 ha vinto il premio Polidoro, dopo la pubblicazione, nel 2016, del suo saggio New York, Andalusia del cemento, torna in libreria con un nuovo romanzo, tutto da leggere e scoprire: Lithium 48.

Ma iniziamo da te: chi è Fabio Iuliano e come ti sei avvicinato alla letteratura a tal punto da diventare uno scrittore?

Sono abituato a dare il giusto valore alle etichette e prima di fregiarmi del titolo di scrittore ce ne vorrà. Scherzi a parte, il percorso verso la scrittura creativa passa per anni di praticantato come giornalista, fino al tesserino da professionista conseguito alla fine del 2010. Ho scritto per Ansa, Eurosport, Canal + e scrivo ancora per il Centro, il quotidiano della mia terra di origine l’Abruzzo, raccontando tutte le fasi del terremoto che la notte del 6 aprile 2009 ha colpito la mia città. Ho fatto dei reportage sull’immigrazione in Italia, in Romania e in Marocco e ho girato un po’ al seguito di eventi sportivi. Mi piace raccontare storie: ecco, uno dei modi in cui mi piace definirmi è aspirante storyteller. Questo sì.

Parliamo del tuo romanzo: perché il titolo Lithium 48?

Il titolo contiene un triplice significato. Vuole essere un riferimento più o meno diretto all’elemento chimico che viene utilizzato in farmacia come stabilizzatore umorale. Quello che racconto è un viaggio tra paura e desiderio che produce sbalzi di umori. Ma il litio è anche uno degli elementi chiave della tecnologia digitale. Parlo di tutti quei dispositivi che sono entrati a far parte della nostra vita e si propongono quasi come estensione delle nostre facoltà. Infine, Lithium è un omaggio a uno dei pezzi più celebri dei Nirvana, una delle cult band degli anni Novanta. Il numero 48, invece, è legato alle ore che scandiscono la storia, in una ricostruzione in countdown.

Qual è stata l’ispirazione per questo romanzo?

Racconto una storia vera relativa a un periodo in cui lavoravo a Parigi. Il protagonista è un mio coetaneo, originario, tra l’altro dalle mie parti. Era ossessionato dall’essere seguito dalle telecamere, al punto di combinare un macello dietro l’altro. Però, al di là delle annotazioni da cronista, la vicenda di questo giovane mi ha coinvolto parecchio, in quanto mi sono reso conto che le sue nevrosi individuali erano solo un’esasperazione delle nevrosi che ciascuno di noi vive, più o meno in maniera manifesta.

Quanto c’è di Fabio Iuliano nel protagonista?

Tanto. Anche perché, per proteggere la vera identità di Simone – il nome usato nel romanzo è di fantasia -, l’ho rivestito di tanti piccoli e grandi aspetti che mi appartengono, dai ricordi di infanzia ai miei gusti musicali. Ho regalato a Simone anche i miei cartoni animati preferiti.

Tutto il libro è pervaso dalle ansie e le paure di Simone, dal suo continuo fuggire. Da cosa derivano?

L’ossessione, come dicevo, è quella di essere inseguito dalle telecamere. Notte e giorno. Sette giorni su sette. Come un reality portato avanti senza soluzione di continuità. Ma dietro questa parodia del Truman show c’è un viaggio spazio temporale attraverso suggestioni e immagini talvolta fugaci ma incredibilmente nitide, reali. Ossessioni individuali e collettive. La vicenda è ambientata a Parigi nell’aprile del 2002, in un momento in cui l’occidente si è lasciato alle spalle la paura del Millennium bug. In un momento in cui l’attentato alle Twin Towers aveva iniziato a produrre una scia senza precedenti, condizionando reazioni, pensieri e comportamenti di milioni di persone. Simone compie anche un viaggio all’interno della geografia del desiderio: viviamo in una società complessa e il nostro sentirci inadeguati ci porta a desiderare, a volere. E questo ci crea uno scompenso tale da renderci volubili e vulnerabili in un momento in cui tutto, o quasi, diviene un prodotto, una merce, anche noi stessi. Dal desiderio si passa alla paura, perché sono due facce della stessa medaglia, sono due fuochi: vanno domati altrimenti si corre il rischio di rimanere in balia dell’uno o dell’altro.

Nirvana, Doors e Pearl Jam sono la colonna sonora del libro: da cosa nasce questa fusione tra musica e letteratura?

Sono legato visceralmente a questa musica. Sono arrivato al sound dei Pearl Jam, che tornerò a seguire dal vivo in estate a Roma e Barcellona, passando per i versi di Jim Morrison e i power chords di Kurt Cobain. Simone è un blogger esperto di musica ed è musicista a sua volta. Anche io mi diletto a scrivere e suonare dal vivo le mie canzoni e suono in una band alternative rock. I testi delle canzoni a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila hanno raccontato con efficacia le contraddizioni del tempo. Così come le liriche di Bob Dylan hanno influenzato l’arte contemporanea molto meglio di tanti scrittori di rilievo. Il ritmo del racconto è influenzato dalla musica.

Hai due pubblicazioni, un saggio e un romanzo: cos’è cambiato tra New York, Andalusia del cemento e Lithium 48?

Il primo è un saggio. Scritto con tutta la libertà di questo mondo, ma pur sempre un saggio che ripercorre quelli che è stato il mio percorso di studi all’università, sulle orme di Federico Garcia Lorca. Anche in questo caso, parliamo di un viaggio in musica, dalla terra del flamenco alle strade del jazz. Anche in questo caso è pubblicato da Aurora edizioni (www.aurora.com)

Quali sono i prossimi progetti?

Nessun altro libro all’orizzonte. Sto continuando a scrivere articoli, dare lezioni di lingua e letteratura. Non manca qualche concertino e, perché no, qualche gara di triathlon. Un po’ di sport fa bene all’anima.

Gli abbracci oscuri di Julia Montejo

Come può cambiare una vita in una sola sera? Quanto può essere rivoluzionata l’esistenza tranquilla che Virginia aveva scelto per sé? Non una vita noiosa, ma tranquilla, stabile, fatta del marito fantastico, di due figlie che l’adorano e di un nuovo entusiasmante progetto lavorativo che le tiene occupata la testa e che le riempie le giornate. Cosa può desiderare di più una donna dopo aver passato la sua giovinezza all’insegna dell’avventura? Ma la vita ha un sadico senso dell’umorismo da parte del destino che, beffardo, una sera le presenta Daniel. Daniel, enigmatico e affascinante. Daniel, l’uomo impossibile da dimenticare. Daniel come il passato che ritorno, che le ricorda la sua infanzia e la sua giovinezza. E Virginia che, da quella sera, non riesce più a sentirsi soddisfatta come prima della sua vita, a nascondere la polvere sotto il tappeto e a mostrare il meglio di sé anche davanti alla sua famiglia. Il passato che ritorna, prepotente e che trascina la protagonista davanti a quel bivio, a quel punto di non ritorno che cambia la sua vita nella più profonda interezza.

Con Gli abbracci oscuri, Julia Montejo torna in libreria con un nuovo, appassionante romanzo, degno di essere letto tutto d’un fiato. Grazie allo stile scorrevole, alla bellezza della trama e al fascino dei personaggi, veniamo catapultati tra quelle pagine, tra quelle parole che narrano una vita perfetta, desiderata da tutti, senza problemi, senza preoccupazioni; una vita così perfetta che chiunque, cogliendo l’occasione, cambierebbe.

Perché la perfezione, ad un certo punto, stanca e quel piccolo brivido è sempre preferibile alla costante, piccola ombra di desiderio, di altro che si nasconde nel profondo degli occhi, nel profondo dell’anima.

L’evoluzione parte dalla rivoluzione

Dall’infanzia ai romanzi passando per le grafic novels e la saggistica, l’evoluzione dell’editoria passa attraverso la rivoluzione della scrittura e dei canali di diffusione.

Scrivere, al giorno d’oggi, è una rivoluzione e gli scrittori stessi devono essere dei veri e propri rivoluzionari, abbandonando il nichilismo moderno e trovando nuove forme per raccontare la vera e propria rivoluzione che sta attraversando la società moderna e, in particolar modo, l’editoria. La narrazione passa attraverso la realtà, al fine di descriverla nel miglior modo possibile, attraverso gli occhi dello scrittore che deve narrare il reale attraverso fatti, luoghi e vicende più o meno frutto della propria fantasia.

È sulla rivoluzione che si è concentrata la seconda giornata della Fiera Internazionale di Milano, rivoluzione nel campo dell’editoria, della scrittura e della tecnologia, con un occhio al passato e pronti a fare un salto nel futuro, nell’evoluzione dei nuovi mezzi di diffusione a cui i libri devono fare ricorso.

La rivoluzione a Tempo di Libri passa per l’infanzia e l’adolescenza, avvicinandosi ai giovani, toccando temi semplici e complessi e arrivando a tutti con la forma più immediata di comunicazione: le immagini. Immagini che diventano veri e propri romanzi, che abbandonano la semplicistica definizione di fumetto e approdano in quella più realistica e complessa delle grafic novels, in un mercato in forte e costante espansione, sia per la qualità artistica che per l’offerta editoriale di questi veri e propri romanzi. Con le grafic novels si arriva a comunicare con i ragazzi, con quella grande fetta di mercato che si tiene a distanza dalle pagine piene di caratteri stampati ma che resta affascinata da quei disegni, magistralmente eseguiti, che narrano una storia tanto quanto le parole.

Ma a Milano la rivoluzione non si limita al modo di narrare qualcosa ma passa anche attraverso il cosa narrare. È su questo che le bambine ribelli, ormai cresciute, Francesca Cavallo e Elena Favilli si sono concentrate, basando il loro pensiero sull’evoluzione non del come comunicare ma sul cosa voler davvero insegnare e trasmettere alle future generazioni, su come crescere le bambine di oggi, le donne del domani. È di questo che parla il loro libro, Storie della buonanotte per bambine ribelli vol. II.

Una raccolta, un viaggio, una scoperta di cento nuove storie e illustrazioni di donne coraggiose, per sognare più in grande, per mirare più in alto. Cento storie di donne, di grandi donne che, fin da bambine, avevano dei sogni, dei desideri, che non volevano essere le classiche principesse ma le eroine, quelle che scalavano la torre e uccidevano il drago – e di draghi ne hanno uccisi. Tante storie di tante donne, di ogni estrazione sociale, nazionalità e professione, da Nefertiti a Beyoncé, da J.K. Rowling a Sophia Loren, passando per Samantha Cristoforetti e Bebe Vio. Una rivoluzione da e per le giovani donne, tante piccole biografie divenute favole che insegnano alle bambine ad abbattere i pregiudizi, a capire che nulla è impossibile, che i sogni si realizzano. Cento nuove favole della buonanotte per essere loro la nuova generazione di ribelli, di ragazze e donne che non abbasseranno la testa davanti ad un uomo o un ostacolo, per comprendere che, nella nostra società, essere delle donne ribelli è una questione di felicità e sopravvivenza. Cento nuove favole della buonanotte per non mettere limiti alla nuova generazione di donne che combatteranno per i loro diritti, per i loro sogni e per la loro vita. Donne che combatteranno per la loro rivoluzione.

Siamo degli esseri straordinari

Non c’è rosa senza spine, non c’è donna senza ostacoli da superare, senza pregiudizi da abbattere, senza battaglie da vincere.

Nella prima giornata di Tempo di libri, tutto è incentrato sulla figura della donna in occasione della giornata dedicata al gentil sesso. Dalla letteratura alla politica, dall’aspetto sociale allo sport, le donne si fanno spazio in ogni ambito, abbattendo gli stereotipi di genere e la violenza. E proprio su questi temi si concentrano le conferenze tenutesi oggi: il mondo intero si evolve e la donna con esso, una mano stretta alla tradizione e al passato e l’altra protesa al futuro, all’evoluzione della società e del pensiero. Donne e parità di genere: nella società moderna, l’una non può vivere senza l’altra tanto quanto il mondo non può esistere senza le donne.

Ampio spazio riservato alla letteratura di genere, in un percorso letterario tra opere composte in epoche diverse che hanno in comune il fatto di essere state scritte da donne che, con la magia della narrazione, hanno creato le diverse chiavi di lettura per dare vita ai sogni, alle aspirazioni e alle delusioni che accompagnano l’esistenza di tutte noi. Dalla riscoperta di Virginia Wolf e delle sue opere, tratteggiandone la sua figura in un ritratto intimo ed emozionante, alla scrittrice iraniana Simin Daneshvar che, con profonda maestria, ci consegna il suo romanzo Suvashun, intriso dei simboli e dei valori più alti dell’identità della donna iraniana; da Katherine Mansfield, dalla sua intelligenza e sensibilità fuori dal comune, alle autrici moderne di Emma Books, casa editrice prettamente femminile, che si dedicano al romance, ad un genere considerato immutabile eppure sempre in prima fila nel rispondere con naturalezza ed entusiasmo alle continue sfide tecnologiche e di costume di cui sono la vivente testimonianza.

A Tempo di Libri, però, viene sollevato anche un piccolo, grande aspetto su cui poco ci si sofferma, raramente lo si nota. Con dati e grafici alla mano, Elena Salvi fa notare che le donne, le ragazze e le bambine leggono di più rispetto ai loro corrispettivi del sesso opposto – è più facile trovare una ragazza che si aggira tra gli scaffali di una libreria che un ragazzo, una donna con gli occhi incollati alle pagine di un libro mentre sta in metro che un uomo. Eppure non è così nella filiera produttiva editoriale dove sono più gli uomini a pubblicare romanzi e a ricoprire cariche di responsabilità all’interno delle grandi e piccole case editrici, nonostante, a livello amatoriale, non vi sia una grande disparità tra i due sessi. Il fatturato dell’editoria, dagli anni Ottanta ad oggi, si basa sulla letteratura femminile più che su quella maschile, in un rapporto, tra i due lettori, inversamente proporzionale con il passare degli anni, un dato al contrario per quanto riguarda, invece, la scrittura. Leggere è donna mentre scrivere è uomo.

Ma la donna è vita, ambizione, forza e bellezza e alla Fiera Internazionale dell’Editoria di Milano è stato sottolineato: le donne sono le vere protagoniste della nostra società.

Che cos’è un Chick lit?

Sono anni, ormai, che sentiamo parlare del genere chick lit e tutti, sentendo questo termine la prima volta, restano perplessi, insicuri su cosa sia, con idee che spaziano da una App per lo smartphone a un nuovo metodo per cucinare il pesce.

Ma se dico Anna Premoli e Felicia Kingsley? E se nominassi Sophie Kinsella? Ecco che la lampadina si accende subito e il nome chick lit non sembra più così strano.

Il chick lit è un genere letterario che ha iniziato a farsi spazio, all’interno della letteratura contemporanea, negli anni Novanta, in quegli anni in cui le donne hanno iniziato a prendere coscienza del proprio valore e potenziale all’interno della società contemporanea. È a loro che si rivolge questo genere – non che sia vietato agli uomini, ci mancherebbe -, a quelle giovani, brillanti donne che iniziano a farsi spazio all’interno della società moderna, che vogliono tutto senza rinunciare a nulla, dal lavoro dei sogni all’amore del per sempre.

Nonostante sia impossibile non notare alcuni elementi in comune con il tradizionale romanzo rosa, i romanzi chick lit sono un di più rispetto alla dolce e tenera ragazza in attesa che il principe azzurro accorra a salvarla – dicendo addio al femminismo!

Sono romanzi umoristici e post-femministi nella loro rappresentazione della vita e dei rapporti sentimentali, dove non è più necessario sottolineare che sì, una donna non ha più bisogno di un uomo per sentirsi appagata nella vita, che un uomo non è altro che un ‘più’ a contorno di se stesse. Le protagoniste, come le loro lettrici, sono, di norma, donne di età compresa tra i venti e quarant’anni, profondamente dinamiche e alla moda, immerse in grandi città come Londra o New York e che lavorano in settori importanti come l’editoria, la finanza e la moda. Ma la particolarità del nuovo genere contemporaneo femminile è lo stile della narrazione, perfetto per l’argomento: profondamente irriverente e incalzante, come la vita delle stesse protagonista, sugli argomenti sentimentali e, soprattutto, sessuali, quasi come a sottolineare, alla massima potenza, la libertà della donna. Le ragazze vengono spogliate prima dagli stereotipi delle casalinghe dedite solo alla famiglia, il cui unico intento è la felicità del proprio partner e dei figli, e poi dall’ultimo, imperioso tabù, ancora troppo radicato nel buon costume: alle donne piace il sesso, fosse anche per una notte soltanto.

E così sono le protagoniste di Anna Premoli e di Felicia Kingsley, forti e indipendenti, donne che all’amore credono poco, che si dedicano alla loro vita, al loro successo professionale. Donne alle quali, per puro caso, un giorno l’amore bussa alla porta, cogliendole del tutto impreparate e diffidenti, incerte se rinunciare a quella sudata indipendenza, e comprendendo che l’amore e la realizzazione personale, nella nostra epoca, non devono essere per forza in contrapposizione, che l’avere l’uno non neghi, di conseguenza, l’altro.

In fondo, le protagoniste dei romanzi non sono così distanti da noi donne reali. Da noi, cresciute con la copia, ormai sgualcita e rovinata, di Orgoglio e Pregiudizio sempre in borsa. Da noi, cresciute seguendo Carrie in giro per New York insieme a Samantha, Miranda e Charlotte, tra le avventura di una notte, i successi professionali e i grandi amori di Sex and the City. Da noi, cresciute guardando Bridget Jones, l’eterna pasticciona in cui tutte, almeno una volta nella vita, ci siamo identificate.

Il genere letterario chick lit non si limita ad essere una raccolta di libri che, chi più chi meno, centrano l’argomento: il chick lit siamo noi, ragazze che ancora non sanno cosa vogliono dalla vita, donne che non vogliono più accettare compromessi maschili. Siamo noi, a volte troppo disilluse per sperare ancora, che ci lanciamo nella carriera e nel bello perché sì, la vita non si limita ad un uomo. Siamo noi, donne d’ogni età, che ancora non smettiamo di credere nell’amore, che un giorno arriverà l’uomo giusto, magari con qualche macchia e un paio di cicatrici, e che del Principe Azzurro non sappiamo più cosa farcene.

13 & Thirteen reasons why

Dal libro alla serie di Netflix, scandalo del 2017, in molti hanno sentito parlare di Hannah Baker. Dalle pagine allo schermo risuona la sua voce, cupa, triste, ormai disillusa dalla vita, rassegnata a quell’effetto valanga che trascina chiunque, lettore o spettatore, insieme a lei in un vortice da brividi e, al contempo, così crudelmente reale.

Ciao. Sono Hannah Baker, in diretta e stereo”.

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Ambientato negli Stati Uniti del 2000, la storia inizia quando un ragazzo, Clay Jensen, inizia ad ascoltare dei nastri che qualcuno ha impacchettato e lasciato fuori dalla porta di casa. “Ciao a tutti. Spero per voi che siate pronti, perché sto per raccontarvi la storia della mia vita. O meglio, come mai è finita. E se state ascoltando queste cassette è perché voi siete una delle ragioni. Non vi dirò quale nastro vi chiamerà in causa. Ma non preoccupatevi, se avete ricevuto questo bel pacco regalo, prima o poi il vostro nome salterà fuori… Ve lo prometto.” Hannah è morta, a scuola non si è parlato d’altro per le ultime settimane; ma nelle orecchie di Clay c’è la sua voce, quella della ragazza di cui era innamorato fin dal primo anno di liceo. Hannah è morta, Hannah si è suicidata ingoiando delle pasticche mentre era sola in casa. A cosa serve conoscere il perché di quel gesto? Hannah è morta e i suoi segreti dovrebbero essere seppelliti con lei. Ma lui non ha voce in capitolo: lei ha deciso di uccidersi e di rivelare tredici segreti, tredici vicende che riguardano tredici persone.

Le Tredici ragioni del perché si è tolta la vita.

Pubblicato nel 2007, ma arrivato solo quest’anno in vetta alle classifiche mondiali grazie all’omonima serie prodotta da Netflix, con 13, Jay Asher ha aperto il proverbiale Vaso di Pandora. Da anni, ormai, l’argomento bullismo tra gli adolescenti è tra i più attuali in circolazione e chiunque di noi ne può dare conferma: che fossimo vittime, carnefici o semplici spettatori, sembra che in tutte le scuole ci siano i più forti che se la prendono con i più deboli. E se i più deboli sono delle ragazze e i carnefici i ragazzi – beh, ecco che arriviamo a 13.

Sia ben chiaro, non sono solo i ragazzi a ricoprire il ruolo dei cattivi. Tra i tredici vi sono anche tre ragazze che, per motivi diversi, svolgono il ruolo dei carnefici; ma qui la vittima è una ragazza e per quanto vogliamo parlare di potere rosa e di sorellanza, raramente il gentil sesso si schiera contro i ragazzi fighi della scuola, contro il proprio fidanzato o, semplicemente, quello che ti piace.

Il libro copre due anni della vita di Hannah, due anni in tredici avvenimenti con tredici persone che le hanno cambiato la vita. O, per meglio dire, distrutta.

Da un bacio in un parco giochi per bambini nascono pettegolezzi sul fatto che sia una ragazza facile, da una lista arrivano le molestie verbali e fisiche, con stalker che si appostano sotto le finestre per scattare fotografie e pseudo editori che pubblicano materiale rubato, il tutto condito da amiche non proprio amiche e altre che, semplicemente, se ne approfittano. E il ragazzo perfetto che guarda, troppo timido per parlare, a tratti troppo influenzato da quei pettegolezzi per guardare oltre le apparenze – fino a giungere alla violenza finale, l’incubo di tutte le donne, adolescenti o adulte, quella più sporca, più disgustosa, da parte di uomini con manie di potenza. Infine, per non far mancare nulla, gli adulti: i genitori che non capiscono, i professori che non vogliono vedere quello che succede ai ragazzi a cui dovrebbero insegnare non solo formule e nozioni ma a vivere, con gli altri e con se stessi, ad affrontare la vita. Gli adulti che, a volte, fingono di non accorgersi delle cose perché è più facile – anche quando queste vengono a bussare alla tua porta invocando disperatamente, con i gesti e le parole non dette, il tuo aiuto.

Ecco cos’è 13: un urlo di aiuto, uno straziante grido silenzioso in una sala affollata e rumorosa.

E quel che salta più di tutto all’occhio del lettore è lo stile della narrazione, quell’alternanza tra caratteri normali e corsivo, la storia di una ragazza e i pensieri di un ragazzo. È quel prendere e interrompere, il premere pause e play che dura una sera, il racconto di una macabra favola della buonanotte, con il C’era una volta ma senza il lieto fine alla sua conclusione. Nessun Principe Azzurro che uccide il drago e che salva la Principessa – il drago ha vinto, ha bruciato tutto e il mondo non ha fatto altro che riprendere in diretta l’avvenimento.

Negli USA hanno bloccato la visione di questa serie ai minori di quattordici anni perché affronta argomenti forti in maniera troppo cruda, quasi sperando che gli studenti più giovani non abbiano ancora provato sulla loro pelle il bullismo. Come ho detto, l’adulto si gira dall’altra parte, non volendo comprendere che gli adolescenti di oggi affrontano situazioni per loro sconosciute, che vivono esperienze che loro non hanno mai provato a quell’età o nella loro intera vita. E forse 13 avrà anche ampliato al massimo l’argomento, che tutto questo può succedere ad un’unica ragazza solo in un romanzo o in una serie tv – ma che si parli di uno, di dieci o di cento adolescenti, il risultato non cambia: il Vaso di Pandora è stato sollevato, il mondo ha aperto gli occhi sul mondo degli adolescenti… e, speriamo, che richiuderli non sia così facile.

 

Guarda qui la videorecensione di Riccardo Iannaccone:  Le videorecensioni di Pink

 

Origin – Dan Brown

Con Il Codice da Vinci aveva stregato, con Angeli e Demoni ammaliato, con il Simbolo Perduto conquistato, con Inferno – sì, beh, amaramente deluso; ma con Origin, Dan Brown ha superato tutte le aspettative, riconquistando i lettori che, dopo l’ultima avventura di Robert Langdon, avevano sancito che la stella della narrativa americana era definitivamente caduta, che non si trattasse altro che di una meteora. Ma adesso, invece, quella stella ha ripreso a brillare alta nel firmamento della narrativa contemporanea.

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Con Origin sembra di fare un passo nel passato, di non aver mai abbandonato lo studioso di simbolismo di Harvard. E dopo aver scoperto il Santo Graal e gli eredi di Gesù Cristo, dopo aver corso insieme a lui per tutta Roma alla ricerca dei cardinali rapiti, lo seguiamo al Guggenheim di Bilbao, in Spagna.

Perché “chiunque tu sia, in qualunque cosa tu creda, tutto sta per cambiare”, il mondo, ai tuoi occhi, non sarà più lo stesso: perché la scoperta del secolo verrà rivelata e cambierà per sempre la storia dell’umanità, rimettendo in discussione, in pieno stile Brown, dogmi e principi dati ormai come assodati, come pura e semplice verità, aprendo la strada a un futuro tanto imminente quanto inimmaginabile.

Ritroviamo lo stile di Dan Brown, il suo ritmo incalzante, la sua accuratezza nei dettagli, nelle descrizioni. Ci fa scoprire luoghi famosi e importanti, facendoceli visitare con la fantasia: nel chiuso delle nostre case, veniamo catapultati a Bilbao, Barcellona e Madrid come neanche Google Maps riesce a fare; scopriamo Gaudì e le sue opere, il suo stile contemporaneo e d’avanguardia come nessuna guida in loco riuscirebbe a descrivere. Ed è proprio questo il grande pregio dell’autore: il libro non si limita a essere un thriller, a descrivere un’avventura, ma, con saggia maestria, ci parla di amore, di arte e di storia, di religione e tecnologia come altri scrittori non riescono a fare. Ci fa appassionare a ogni pagina, spingendoci a leggere quella successiva con più voglia della precedente, senza mai essere banale e scontato, provocandoti, in mezzo al petto, quel brivido di aspettativa che solo i grandi riescono a darti.

E alla fine, quando leggi l’ultimo punto, quando chiudi il libro, un senso di abbandono pervade il petto, lasciandoti quel senso di nostalgia per la sua fine che lo cataloga, a pieno diritto, tra la grande narrativa.

A tu per tu con Licia Troisi

Dal suo meraviglioso esordio con Nihal nel 2004, finalista del Premio Italia, Felicia Troisi, in arte Licia, non si è più fermata. Dalla sua prima pubblicazione sono passati tredici anni e una delle più grandi autrici fantasy europee non ha mai smesso di creare capolavori e di far vivere i suoi fan in mondi fantastici.
Ma iniziamo con ordine.

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Nata a Ostia nel 1980, laureata in Fisica con indirizzo Astrofisica nel 2004, a 21 anni inizia la sua avventura nel mondo fantasy, scrivendo il ciclo delle Cronache del Mondo Emerso, una saga che, negli anni, la farà diventare famosa.

Ma che persona è Licia Troisi?
Una persona complicata, risponde. Appassionata, con moltissimi interessi, forse distanti tra loro ma legati insieme dal filo rosso della creatività.

E da bambina?
Non ero poi molto diversa da oggi, dalla donna che sono diventata: molto irruenta, sempre interessata a mille cose diverse ed entusiasta verso tutto quello che mi circondava.

Fin dal tuo primissimo esordio, arrivando all’ultima saga, ancora in corso d’opera, tutte le tue storie hanno una cosa in comune: le protagoniste, vere e proprie eroine, forti e coraggiose. Ti sei ispirata a delle donne in particolare?
Mi sono ispirata a tutte le donne che hanno avuto una parte parte importante nella mia vita, a quelle che mi hanno cresciuta ed educata: mia madre e le professoresse che ho incontrato nel mio cammino. Ho avuto la fortuna d’incontrare molte donne forti e questo non solo ha influenzato i miei personaggi, ma anche me stessa, facendomi diventare la persona che sono.

Quanto ti ritrovi nelle tue eroine? Hanno sempre qualcosa di te?
Sì, c’è sempre un po’ di Licia in tutte loro. Ognuna ha qualche caratteristica che mi appartiene. Nihal (Le Cronache del Mondo Emerso), ad esempio, vive, sotto metafora, una serie di esperienze che appartengono alla mia adolescenza, mentre Pam (Pandora) rappresenta il mio lato alternativo ed estroso.

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Iniziamo dall’universo che ti ha reso famosa: il Mondo Emerso con le Cronache, le Guerre e le Leggende. Sono passati sette anni dalla pubblicazione dell’ultimo libro, Gli Ultimi Eroi: cosa ti è rimasto di quel mondo?
Il Mondo Emerso è stato quello che mi ha dato il successo, che mi ha permesso di fare questo lavoro straordinario. E quell’ambientazione, tutt’oggi, rimane una tra le preferite dalla maggior parte dei fan. Ovviamente ci sono affezionata per tutte queste ragioni e tante altre, ma sono andata avanti. Quando scrivo un nuova saga, tendo a vivere molto nel mondo che sto raccontando per riuscire a descriverlo al meglio per i lettori; infatti adesso sono preda del Dominio.

Dopo il Mondo Emerso hai scritto altre fantastiche saghe. È stato difficile separartene e cambiare totalmente ambientazione?
Non particolarmente. Anzi, è stato molto divertente. Quando ho creato il Mondo Emerso ero ancora agli inizi e quindi non sono riuscita a godermi granché tutta la parte del dietro le quinte“, tutta la costruzione di quell’universo. Ho cercato di rimediare con Nashira e, soprattutto, lo sto facendo col Dominio. Mi ci sono voluti tre mesi e quasi cento pagine di appunti per riuscire a creare quest’ultimo in maniera soddisfacente.

Dal Mondo Emerso a La Ragazza Drago. Com’è stato passare da un mondo immaginario a delle città realmente esistenti?
Anche questo passaggio è stato molto divertente. Avevo voglia di raccontare di luoghi che mi fossero chiari, riempiendone le ombre con contenuti fantastici. E mi sono molto divertita a farlo. L’unica complicazione che ho riscontrato rispetto alla creazione di mondi immaginari è che stavolta avevo a che fare con posti reali, e dunque ero vincolata alla loro geografia.

Sono molte le città in cui si ambienta La Ragazza Drago: con quale criterio le hai scelte e a quale sei più affezionata?
Sono tutti luoghi che, in un modo o nell’altro, hanno fatto parte della mia vita. A parte Roma e i Castelli Romani, luogo in cui vivo, a Benevento si trova quasi tutta la mia famiglia e a Monaco ho trascorso tre mesi della mia vita per lavoro. Edimburgo, Palermo, Napoli e Matera sono tutte città che, in qualche modo, amo, in cui sono stata e che mi hanno profondamente colpita.

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Passando a I Regni di Nashira. Come nel Mondo Emerso, hai creato un mondo dal nulla, un sistema gerarchico a livello sociale e delle leggende tutte sue. Quanto ha dato il tuo indirizzo di studi alla leggenda di Cetus?
È stato molto importante perché si tratta della mia saga che più contiene elementi fantascientifici. Al centro dell’intreccio c’è un sistema di nova, un oggetto astronomico realmente esistente, quindi, da questo punto di vista, l’astrofisica è stata molto importante.

Parlando de La Saga del Dominio, in molti vi ritrovano un po’ del tanto amato Mondo Emerso, un nuovo universo sconvolto da guerre e da uomini assetati di potere. Cosa puoi dirci della sua eroina, Myra?
Come molti dei miei personaggi, è una persona spezzata, una ragazza costretta a fare i conti con un passato complesso. A differenza delle protagoniste precedenti, all’inizio della saga è un personaggio estremamente risoluto e sicuro di sé e di quello che la circonda; ma la scoperta di nuove informazioni circa la misteriosa morte di suo padre la indurranno a modificare completamente ciò che pensa di se stessa e del mondo in cui vive, facendole mettere in gioco tutto quello di cui era convinta.

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Tra pochi giorni uscirà il nuovo libro de La saga del Dominio, tanto atteso da tutti i tuoi fan, Il fuoco di Acrab: possiamo avere qualche anticipazione?In generale non sono molto brava a dare anticipazioni. Come dice anche il titolo, Acrab sarà molto importante nell’intreccio, nell’evolversi della storia. Per certi versi, potremmo dire che è lui il vero coprotagonista. Inoltre, arriveremo a capire meglio Myra e il suo posto all’interno del Dominio. E, ovviamente, scopriremo anche nuove ambientazioni e nuovi personaggi.

Quindi non ci resta che attendere l’uscita del nuovo capitolo della saga, edito da Mondadori, fissato per il 24 ottobre, per conoscere il continuo della storia; e l’autrice sarà al Lucca Comics & Games per firmare le copie di tutti i lettori.
E tutti non vediamo l’ora di mettere le mani su un nuovo capolavoro del fantasy italiano.

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