L’errore della lingua italiana

Viviamo nell’epoca di internet, delle notizie che viaggiano al secondo, della parola scritta che, dalle pagine stampate, è giunta su uno schermo a cristalli liquidi. Mai come nell’ultimo decennio, la parola scritta sta andando a sostituire l’oralità della lingua – e vedere una parola è ben diverso dal sentirla pronunciare. Quando si parla, gli errori – almeno in extremis – vengono perdonati, ci si passa sopra perché, si sa, si può parlare velocemente, in preda alle emozioni – e gli errori vengono accettati. Ma con la parola scritta, con le lettere digitate su una tastiera, la situazione è ben diversa. La parola scritta, a differenza di quella parlata, resta, continua a volare nell’etere digitale per mesi ed anni – e con sé anche ogni possibile errore che gli si voglia imputare.

Viviamo nell’epoca della parola scritta e del politicamente corretto – e solo ora la società sembra rendersi conto della profonda discriminazione sessista presente all’interno della lingua italiana.

Siamo italiani, viviamo in Italia, in un paese in cui solo nel dopoguerra le donne hanno avuto diritto di voto, dove solo nel ’48 le donne sono state dichiarate pari agli uomini, dove solo nel ’68 l’adulterio femminile non è più considerato reato. Siamo cittadini del mondo e ancora siamo costrette a parlare di disparità salariale, di molestie sul posto di lavoro o su un autobus, di licenziamenti per maternità.

Siamo donne – e la lingua italiana non ci aiuta a conquistare la parità.

Un cortigiano: un uomo che vive a corte.

Una cortigiana… una mignotta.

Un massaggiatore: un chinesiterapista.

Una massaggiatrice… una mignotta.

Un uomo di strada: un uomo del popolo.

Una donna di strada… una mignotta.

Un uomo disponibile: un uomo gentile e premuroso.

Una donna disponibile… una mignotta.

Un passeggiatore: un uomo che cammina.

Una passeggiatrice… una mignotta.

Uno squillo: il suono di un telefono.

Una squillo… dai, non la dico nemmeno. […]”

 

È stata Paola Cortellesi a esibirsi in questo monologo durante la premiazione dei David di Donatello del 2018… e sembra assurdo che – nel 2018! – si debba ancora sentire il sessismo all’interno di una lingua. Di una lingua antica, le cui radici affondano nel latino, la lingua dei sommi poeti fiorentini, delle grandi menti del Rinascimento. Di una lingua che, nel gergo comune, discrimina il sesso femminile.

Siamo nel 2018 e ancora non è uso comune usare le parole al femminile senza sentirsi insultati – e come dar torto? Viviamo in un mondo che, istituzionalmente, a livello profondamente formale, vedrà anche la parità tra uomini e donne; ma non a livello pratico. Viviamo in un’epoca in cui una donna deve battersi per diventare una professionista rispettata, che sia un avvocatessa, una dottoressa o una professoressa. Viviamo in un’epoca in cui una carica importante deve essere solo al maschile perché Ministro, Sindaco o Presidente sono sempre stati lavori da uomini – e che le donne facessero la casalinghe o le insegnanti elementari, con tutto il rispetto per le categorie!

Sinceramente, da profonda femminista quale sono, non riesco a dar torto ad una donna che diventa avvocato, medico o giudice, nonostante, essendo giornalista, la questione potrebbe riguardarmi ben poco. Se il mondo e la lingua italiana discriminano la donna non ponendole il giusto rispetto per la sua professionalità, come possiamo aspettarci di raggiungere – nel XXI secolo – la parità di diritti sotto ogni singolo aspetto della vita quotidiana?

Le donne, quelle che si battono, che affrontano il mondo a testa alta – tutte le donne! – lottano per essere riconosciute per quello che sono, per i sacrifici che hanno compiuto, per mostrare il proprio cervello prima del proprio corpo. E sì, si lotta per quel maschile, per quell’etichetta che, una volta, descriveva professioni a solo appannaggio degli uomini e di cui ora le donne si stanno appropriando. E non si deve discriminare una donna che ha detto a voce alta che ha lottato per diventare avvocat-O, che ha lottato per diventare Ministr-O… perché è qui che la lingua italiana sbaglia, è qui l’errore di Dante, Petrarca e Boccaccio: il femminile di alcune professioni, nonostante sia una battaglia della quale ogni donna dovrebbe farsi carico, porta ad una, seppur sottile, discriminazione, come a mettere un’ennesima etichetta su un qualcosa che dovrebbe essere normale – ma che, nel 2018, provoca ancora scalpore. E ben venga il maschile, allora, se questo vuol dire azzerare qualsiasi forma di sessismo… almeno nell’ambiente professionale (se ci si riesce).

P.S. Alla fine stiamo ancora attendendo un Presidente degli Stati Uniti donna.

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Leggere è vita

Nella splendida cornice beneventana, nello storico cineteatro San Marco a due passi dall’Arco di Traiano, va in scena il premio dell’anno, la presentazione dei dodici finalisti dell’ambitissimo Premio Strega. Ad aprire le danze, il Sindaco di Benevento, Clemente Mastella a dare il benvenuto a tutti i partecipanti, dai vip della serata ai comuni cittadini alla ricerca di una piacevole attività culturale, il tutto accompagnato dalla splendida musica di sottofondo del Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento. E dopo l’omaggio alla città e alla storia del Premio, con i volti dei grandi vincitori che sfilano sullo schermo come un cortometraggio d’altri tempi, d’altra levatura, Gigi Marzullo, presentatore della serata, fa la sua comparsa sul palco. Il noto conduttore televisivo e il sindaco intrattengono gli astanti parlando della letteratura, dei libri di oggi, di ieri e di domani affermando che “leggere non è un gioco ma un benessere, una panacea per l’animo umano che allunga la vita”.

E, finalmente, inizia lo spettacolo, la sfilata dei dodici finalisti, esordienti e non, del Premio che, uno dopo l’altro, vengono chiamati sul palco a raccontare il proprio lavoro, il loro sudore, il messaggio che vogliono trasmettere attraverso quelle pagine di carta stampata. Dai giovani che fuggono dalle terre di origine di Marco Balzano con il suo romanzo Io resto qui, dall’autobiografia di Carlo Carabba in Come un giovane uomo, Il gioco di Carlo d’Amicis al racconto di Silvia Ferreri che, tra gioia e dolore, parla del suo romanzo La madre di Eva, alla biografia La ragazza con la leica di Helena Janeczek e a Questa sera è già domani di Lia Levi. Dall’autore albanese Elvis Malaj con Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Sangue giusto di Francesca Melandri e Il figlio prediletto di Angela Nanetti al romanzo biografico La corsara di Sandra Petrignani, Anni luce di Andrea Pomella e all’ultimo, ma non ultimo, Yari Selvetella con Le stanze dell’addio. Una carrellata di autori che hanno appassionato gli spettatori del teatro con posti esauriti, rispondendo a domande e curiosità su se stessi e i loro personaggi, in attesa che venga pubblicata la lista dei cinque finalisti da cui uscirà l’unico vincitore.

L’eroina moderna perfetta

Un’ombra, quell’ombra che si cela agli occhi degli uomini, alla luce del sole, che colpisce, che uccide senza alcuna pietà e, forse, per il solo gusto di farlo. Come si può entrare nella mente di un serial killer spietato, freddo e calcolatore senza uscirne devastati dalla sua follia? Come si fa a fermare un uomo che non lascia quella piccola scia di briciole che, con pazienza, ti permette di giungere alla fine della tua ricerca? E le vittime: tutti uomini, single, custodi di segreti, casseforti di emozioni e bugie, tutti diversi tra loro ma con quel piccolo particolare che li accomuna, che li rende le vittime perfette di una mente contorta.

Erika Foster è la nuova eroina dei romanzi polizieschi. Dopo averla conosciuta ne La donna di ghiaccio, il primo libro di Robert Bryndza, la ritroviamo in quest’estate afosa e torrida, in una notte che vorresti soltanto passare al mare con l’unico pensiero del bagno al sorgere del sole, del rumore delle onde che si infrangono sulla terra e il profumo del caffè che ti solletica il naso; e, di certo, non guardando il cadavere di un uomo. In un mondo costellato di figure maschili, ecco che Erika si ritaglia, quasi a forza, a spintoni e spallate, il suo posto nella letteratura contemporanea, facendosi dichiarare l’eroina moderna per eccellenza: intelligente, tenace e appassionata, la donna moderna in un modo profondamente maschilista come quello della giustizia, non dei tribunali ma quella crudele, della strada, in cui si è obbligati a sporcarsi le mani per raggiungere il proprio obiettivo, per consegnare alla giustizia un uomo che ha ucciso e che non ha alcuna intenzione di fermarsi al primo, né, tantomeno, al secondo.

Il nuovo stile del thriller arriva in Italia tra le pagine di La vittima perfetta di Robert Bryndza, edito da Newton Compton. Un giallo come pochi, che riesce a tenere con il fiato sospeso il lettore fino alle ultime pagine, alternando uno stile veloce e incalzante, degno dei migliori thriller al mondo, a pagine lente che aiutano a fermare e rallentare il battito del cuore e che rendono la lettura del libro così piacevole e coinvolgente, perfetta per l’estate che sta arrivando, stesi sotto l’ombrellone a sorseggiare il drink di turno.

 

Napoli Città Libro: il successo del libro al Sud

Un successo, forse, inaspettato ma che ha rinnovato l’entusiasmo degli organizzatori di Napoli Città Libro, il primo Salone del Libro e dell’Editoria ospitato nel capoluogo campano. E la location non poteva essere da mano per questo grande evento: il Complesso Monumentale di San Domenico, nel pieno centro storico della città. Un complesso che, con i suoi affreschi, il chiostro e le monumentali sale ha reso magica un’iniziativa che, da anni, era stata abbandonata a Napoli. E la città stessa non ha fatto mancare il proprio appoggio ma, al contrario, hanno accolto con interesse l’iniziativa, causando una lunga, ma quanto mai orgogliosa, fila davanti alla biglietteria.

Studenti di scuole di ogni ordine e grado hanno invaso gli alti, bianchi corridoi del palazzo, hanno guardato, incuriositi, gli espositori, sfogliato libri e ascoltato le parole dei diversi relatori, più o meno conosciuti dai ragazzi, che, tra le cinque sale messe a disposizione del complesso, hanno raccontato i libri e la loro storia, parlando di tempi attuali e di altri, sepolti dalla patina del passato ma non del vecchio. E non solo studenti, ma anche adulti, uomini e donne che, durante la pausa pranzo del giovedì e del venerdì, non hanno perso l’occasione per curiosare, uomini e donne che, nella giornata del sabato e della domenica, hanno continuato ad invadere via dei Tribunali per riuscire ad entrare all’interno della Fiera, garantendo un tutto esaurito ben oltre le aspettative.

Come per tutti gli eventi di un certo spessore, le critiche, più o meno fondate, non sono mancate. Dopo un inizio settimana con il meteo che faceva esplodere bombe d’acqua e clima fresco – per non dire freddo – per tutta la Campania e che aveva fatto impensierire gli organizzatori a causa dello spazio all’aperto di San Domenico, all’inaugurazione della Fiera scoppia un caldo dal sapore estivo al quale nessuno, dentro e fuori l’organizzazione, avevano pensato e che ha colto gli espositori e visitatori del tutto impreparati. Per quanto non si possa dare agli organizzatori la colpa del caldo improvviso e dell’aria, quasi, irrespirabile all’interno delle sale, gli espositori, invece, hanno espresso chiaramente le loro critiche – giuste e che non potranno far altro che migliorare l’evento per il 2019: disposizione infelice degli stand dei vari editori, sistemati al centro di stretti corridoi e la mancanza, da parte dei piccoli editori, di poter presentare i propri prodotti, a causa dello scarso numero di sale adibite alle presentazioni. A rispondere a queste critiche si sono alzati gli stessi organizzatori, Diego Guida, Rosario Bianco e Alessandro Polidoro che hanno difeso il loro operato e la scelta della location, sottolineando l’intenzione di tutti di non lasciare, come avviene a Roma e Milano, i libri e la cultura ad essi legata fuori dalla città, in grandi spazi industriali, ma di portarli portare il tutto nel cuore pulsante della città, nella zona storica di Napoli, al fine di creare un’attrattiva sia commerciale che turistica, offrire, in altre parole, un’occasione per vedere non solo una fiera del libro ma un vero e proprio salone del libro.

Un successo, forse, inaspettato, al di là di ogni aspettativa, con complimenti e critiche giuste e che verranno tenute in considerazione in attesa del 2019 in cui Napoli Città Libro riaprirà le sue porte.

 

Napoli folla al salone del Libro nel pomeriggio (Newfotosud Renato Esposito)

Me and the Devil, il romanzo di Maria Elena Cristiano

Siamo cresciuti imparando da Doctor Faustus che si può vendere l’anima al diavolo in cambio della più alta conoscenza del mondo e della natura stessa; ma il racconto insegna che Satana in persona, alla fine, richiede sempre un pagamento per i suoi servigi e l’anima di un essere umano è il prezzo di scambio più richiesto. Ma le regole possono cambiare se non è l’essere umano a richiedere un servigio? Può cambiare il pagamento se è il diavolo stesso ad offrirti la chiave per il tuo più profondo desiderio?

A questa domanda può rispondere Frank, il moderno Faustus di Maria Elena Cristiano, protagonista del romanzo Me and the Devil edito da Delos Digital. Frank è il chitarrista e leader del gruppo rock X-Mas con un’unica ossessione: riscrivere la storia del rock e diventare famoso. Un sogno che hanno, chi più chi meno, tutti i musicisti. E chi direbbe di no ad una piccola scorciatoia, anche se è Satana ad offrirtela? È lui a donare i suoi servigi, non tu a richiederli: non è proprio l’offrire l’anima al Diavolo, il pagamento dovrebbe essere differente. Lui accetta, come farebbe qualsiasi persona pronta a tutto pur di realizzare i propri sogni. Ed è per questo che Frank si ritroverà catapultato in una spirale di violenza, morti misteriose e allucinazioni, intervallate dal classico stereotipo anni ’80, dove è ambientata la storia, sesso, droga e rock ‘n’ roll.

È una piacevole scoperta, quasi un romanzo psicologico che narra, con realtà e fantasia, del rapporto degli esseri umani con il trascendentale e il paranormale, con una forza ultra terrena diabolica, potente e distruttiva da cui, di norma, le persone mirano a tenersi lontane, impaurite da un qualcosa al di là della propria comprensione e controllo; un discorso assecondato da scene d’azione, dialoghi veloci, serrati e al limite del blasfemo, con attimi di pura tensione che si alternano a quelli di disincarnato divertimento al fine di spezzare, con mezzi sorrisi, la tensione insita nella narrazione stessa.

Maria Elena Cristiano arriva a scrivere un romanzo nuovo, a metà tra un horror/splatter e casalingo, un connubio che rende piacevole la lettura e con uno stile mai banale che attira il lettore e lo invoglia a continuare la lettura, magari di sera, sotto le coperte, con la pioggia che picchetta sui vetri, accompagnati dal fantasma della musica che aleggia a ogni pagina.

A tu per tu con Roberto Addeo

Roberto Addeo, trentacinquenne originario del napoletano e ora residente a Porto Torres, in Sardegna, dove ha trovato il suo “buen retiro”, da sempre affascinato dal mondo dell’arte in qualsiasi sua forma, dalla musica alla letteratura, dopo il suo esordio letterario nel 2015 con Perdute Sinfonie, torna in libreria con il suo nuovo libro La luna allo zoo. Edito da Il Seme Bianco, Addeo dona al mondo un’opera reale e cruda, priva di illusioni e di abbellimenti letterari, che prende spunto dalla vita stessa dell’autore, da dieci anni vissuti nella città emiliana.

Ma prima di parlare del nuovo romanzo, parliamo di te: chi è Roberto Addeo e come sei arrivato alla scrittura?

Sono un trentacinquenne campano nato a Nola, nella provincia di Napoli, infelicemente soprannominata “Terra dei fuochi”, che ha vissuto, svolgendo per lo più lavori umili, tra Napoli, Brescia, Bologna e Sassari. Sin da ragazzino ero magneticamente attratto dall’ arte, nelle sue svariate espressioni: infatti amavo disegnare, leggere, e suonare la batteria, strumento al quale mi sono avvicinato all’età di 12 anni. Il mio amore per la scrittura è figlio di quello per la lettura; ricordo, non senza un pizzico di commozione, un’estate del 1996, quando, insieme alla mia famiglia, villeggiai in una località montana alquanto isolata, dove,  impossibilitato a frequentare  ragazzi della mia età, trovai il mio antidoto alla noia, leggendo un romanzo horror di King. Da lì iniziò il mio percorso di accanito lettore, che mi ha spinto in seguito ad esplorare diversi generi letterari, insinuando, dentro di me, il desiderio di scrivere; tale aspirazione, verso i venti anni, è sfociata in esigenza.

Questo è il secondo romanzo che scrivi: quanto sei cambiato da Perdute Sinfonie?

Sono ovviamente cresciuto, soprattutto in consapevolezza; “Perdute sinfonie”, il mio esordio letterario, mi è servito per acquisire esperienza e per carpire alcuni strumenti del mestiere, in primis l’importanza della chiarezza d’intenti, determinante per il raggiungimento di un’identità stilistica che sia coerente coi miei contesti di appartenenza.

La luna allo zoo: quanto c’è dell’autore all’interno dell’opera?

Trattasi di un romanzo semi-autobiografico; quando scrivo, non amo pormi limiti contenutistici che possano intralciare il libero sviluppo della narrazione. Se dovessi fare una stima delle percentuali, oserei dire che il 70% dello scritto corrisponde alla realtà, mentre il rimanente 30% corrisponde a ciò che volgarmente chiamiamo fantasia.

Qual è stata l’ispirazione?

La luna allo zoo nasce dal bisogno personale di trasportare il linguaggio parlato su carta e, soprattutto, dalla necessità mia di fotografare senza filtri un periodo, una parentesi di vita, determinate emozioni. Mi ritengo uno scrittore di atmosfere, principalmente, e poi un narratore. Far rivivere fedelmente sul foglio certe atmosfere che appartengono all’archivio dei miei ricordi, è la mia massima aspirazione, quella più importante.

Buona parte del romanzo è ambientato a Bologna per poi tornare a Napoli: come mai queste due città?

Napoli rappresenta la mia infanzia, mentre Bologna rappresenta la mia giovinezza. Entrambe le città sono state fondamentali per la mia crescita individuale, artistica e sociale. Sono andato via da entrambe, pur conservando interiormente le loro differenti lezioni di vita.

Se dovessi scegliere un genere in cui collocare il tuo nuovo libro, quale sceglieresti e perché?

Ѐ un libro scritto a nervi scoperti. La paura è una delle componenti più pesanti della psicologia del protagonista, una maschera attraverso la quale poter osservare, con complicità indiretta, un mondo viziato. Se dovessi racchiuderlo in un genere letterario, sceglierei il “Realismo”, perché racconta la realtà quotidiana di un determinato periodo storico, in questo caso, l’anno dell’ufficializzazione della crisi economica.

Mettendo a paragone Perdute Sinfonie e La luna allo zoo quali sono le differenze e le similitudini tra di loro? E in quale ti riconosci di più?

In generale, mi riconosco di più nell’ ultima cosa che scrivo, essendo quella più vicina a me in termini di spazio-tempo. Le differenze tra i due libri sono nette: il primo è un piccolo universo letterario, un mix di prosa e poesia, mentre il secondo è un vero e proprio romanzo. Le similitudini tra i due lavori riguardano la ricerca di un ritmo che sia incalzante e le ambientazioni metropolitane.

Quali sono i progetti futuri?

A breve uscirà la mia prima silloge poetica, e attualmente sto buttando giù idee per un nuovo romanzo, il quale sarà un lavoro interamente diverso dalle mie produzioni precedenti, ma preferisco non aggiungere altro al riguardo.

 

A tu per tu con Fabio Iuliano

Fabio Iuliano, docente di lingue straniere, blogger e giornalista che nel 2007 ha vinto il premio Polidoro, dopo la pubblicazione, nel 2016, del suo saggio New York, Andalusia del cemento, torna in libreria con un nuovo romanzo, tutto da leggere e scoprire: Lithium 48.

Ma iniziamo da te: chi è Fabio Iuliano e come ti sei avvicinato alla letteratura a tal punto da diventare uno scrittore?

Sono abituato a dare il giusto valore alle etichette e prima di fregiarmi del titolo di scrittore ce ne vorrà. Scherzi a parte, il percorso verso la scrittura creativa passa per anni di praticantato come giornalista, fino al tesserino da professionista conseguito alla fine del 2010. Ho scritto per Ansa, Eurosport, Canal + e scrivo ancora per il Centro, il quotidiano della mia terra di origine l’Abruzzo, raccontando tutte le fasi del terremoto che la notte del 6 aprile 2009 ha colpito la mia città. Ho fatto dei reportage sull’immigrazione in Italia, in Romania e in Marocco e ho girato un po’ al seguito di eventi sportivi. Mi piace raccontare storie: ecco, uno dei modi in cui mi piace definirmi è aspirante storyteller. Questo sì.

Parliamo del tuo romanzo: perché il titolo Lithium 48?

Il titolo contiene un triplice significato. Vuole essere un riferimento più o meno diretto all’elemento chimico che viene utilizzato in farmacia come stabilizzatore umorale. Quello che racconto è un viaggio tra paura e desiderio che produce sbalzi di umori. Ma il litio è anche uno degli elementi chiave della tecnologia digitale. Parlo di tutti quei dispositivi che sono entrati a far parte della nostra vita e si propongono quasi come estensione delle nostre facoltà. Infine, Lithium è un omaggio a uno dei pezzi più celebri dei Nirvana, una delle cult band degli anni Novanta. Il numero 48, invece, è legato alle ore che scandiscono la storia, in una ricostruzione in countdown.

Qual è stata l’ispirazione per questo romanzo?

Racconto una storia vera relativa a un periodo in cui lavoravo a Parigi. Il protagonista è un mio coetaneo, originario, tra l’altro dalle mie parti. Era ossessionato dall’essere seguito dalle telecamere, al punto di combinare un macello dietro l’altro. Però, al di là delle annotazioni da cronista, la vicenda di questo giovane mi ha coinvolto parecchio, in quanto mi sono reso conto che le sue nevrosi individuali erano solo un’esasperazione delle nevrosi che ciascuno di noi vive, più o meno in maniera manifesta.

Quanto c’è di Fabio Iuliano nel protagonista?

Tanto. Anche perché, per proteggere la vera identità di Simone – il nome usato nel romanzo è di fantasia -, l’ho rivestito di tanti piccoli e grandi aspetti che mi appartengono, dai ricordi di infanzia ai miei gusti musicali. Ho regalato a Simone anche i miei cartoni animati preferiti.

Tutto il libro è pervaso dalle ansie e le paure di Simone, dal suo continuo fuggire. Da cosa derivano?

L’ossessione, come dicevo, è quella di essere inseguito dalle telecamere. Notte e giorno. Sette giorni su sette. Come un reality portato avanti senza soluzione di continuità. Ma dietro questa parodia del Truman show c’è un viaggio spazio temporale attraverso suggestioni e immagini talvolta fugaci ma incredibilmente nitide, reali. Ossessioni individuali e collettive. La vicenda è ambientata a Parigi nell’aprile del 2002, in un momento in cui l’occidente si è lasciato alle spalle la paura del Millennium bug. In un momento in cui l’attentato alle Twin Towers aveva iniziato a produrre una scia senza precedenti, condizionando reazioni, pensieri e comportamenti di milioni di persone. Simone compie anche un viaggio all’interno della geografia del desiderio: viviamo in una società complessa e il nostro sentirci inadeguati ci porta a desiderare, a volere. E questo ci crea uno scompenso tale da renderci volubili e vulnerabili in un momento in cui tutto, o quasi, diviene un prodotto, una merce, anche noi stessi. Dal desiderio si passa alla paura, perché sono due facce della stessa medaglia, sono due fuochi: vanno domati altrimenti si corre il rischio di rimanere in balia dell’uno o dell’altro.

Nirvana, Doors e Pearl Jam sono la colonna sonora del libro: da cosa nasce questa fusione tra musica e letteratura?

Sono legato visceralmente a questa musica. Sono arrivato al sound dei Pearl Jam, che tornerò a seguire dal vivo in estate a Roma e Barcellona, passando per i versi di Jim Morrison e i power chords di Kurt Cobain. Simone è un blogger esperto di musica ed è musicista a sua volta. Anche io mi diletto a scrivere e suonare dal vivo le mie canzoni e suono in una band alternative rock. I testi delle canzoni a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila hanno raccontato con efficacia le contraddizioni del tempo. Così come le liriche di Bob Dylan hanno influenzato l’arte contemporanea molto meglio di tanti scrittori di rilievo. Il ritmo del racconto è influenzato dalla musica.

Hai due pubblicazioni, un saggio e un romanzo: cos’è cambiato tra New York, Andalusia del cemento e Lithium 48?

Il primo è un saggio. Scritto con tutta la libertà di questo mondo, ma pur sempre un saggio che ripercorre quelli che è stato il mio percorso di studi all’università, sulle orme di Federico Garcia Lorca. Anche in questo caso, parliamo di un viaggio in musica, dalla terra del flamenco alle strade del jazz. Anche in questo caso è pubblicato da Aurora edizioni (www.aurora.com)

Quali sono i prossimi progetti?

Nessun altro libro all’orizzonte. Sto continuando a scrivere articoli, dare lezioni di lingua e letteratura. Non manca qualche concertino e, perché no, qualche gara di triathlon. Un po’ di sport fa bene all’anima.

Gli abbracci oscuri di Julia Montejo

Come può cambiare una vita in una sola sera? Quanto può essere rivoluzionata l’esistenza tranquilla che Virginia aveva scelto per sé? Non una vita noiosa, ma tranquilla, stabile, fatta del marito fantastico, di due figlie che l’adorano e di un nuovo entusiasmante progetto lavorativo che le tiene occupata la testa e che le riempie le giornate. Cosa può desiderare di più una donna dopo aver passato la sua giovinezza all’insegna dell’avventura? Ma la vita ha un sadico senso dell’umorismo da parte del destino che, beffardo, una sera le presenta Daniel. Daniel, enigmatico e affascinante. Daniel, l’uomo impossibile da dimenticare. Daniel come il passato che ritorno, che le ricorda la sua infanzia e la sua giovinezza. E Virginia che, da quella sera, non riesce più a sentirsi soddisfatta come prima della sua vita, a nascondere la polvere sotto il tappeto e a mostrare il meglio di sé anche davanti alla sua famiglia. Il passato che ritorna, prepotente e che trascina la protagonista davanti a quel bivio, a quel punto di non ritorno che cambia la sua vita nella più profonda interezza.

Con Gli abbracci oscuri, Julia Montejo torna in libreria con un nuovo, appassionante romanzo, degno di essere letto tutto d’un fiato. Grazie allo stile scorrevole, alla bellezza della trama e al fascino dei personaggi, veniamo catapultati tra quelle pagine, tra quelle parole che narrano una vita perfetta, desiderata da tutti, senza problemi, senza preoccupazioni; una vita così perfetta che chiunque, cogliendo l’occasione, cambierebbe.

Perché la perfezione, ad un certo punto, stanca e quel piccolo brivido è sempre preferibile alla costante, piccola ombra di desiderio, di altro che si nasconde nel profondo degli occhi, nel profondo dell’anima.

L’evoluzione parte dalla rivoluzione

Dall’infanzia ai romanzi passando per le grafic novels e la saggistica, l’evoluzione dell’editoria passa attraverso la rivoluzione della scrittura e dei canali di diffusione.

Scrivere, al giorno d’oggi, è una rivoluzione e gli scrittori stessi devono essere dei veri e propri rivoluzionari, abbandonando il nichilismo moderno e trovando nuove forme per raccontare la vera e propria rivoluzione che sta attraversando la società moderna e, in particolar modo, l’editoria. La narrazione passa attraverso la realtà, al fine di descriverla nel miglior modo possibile, attraverso gli occhi dello scrittore che deve narrare il reale attraverso fatti, luoghi e vicende più o meno frutto della propria fantasia.

È sulla rivoluzione che si è concentrata la seconda giornata della Fiera Internazionale di Milano, rivoluzione nel campo dell’editoria, della scrittura e della tecnologia, con un occhio al passato e pronti a fare un salto nel futuro, nell’evoluzione dei nuovi mezzi di diffusione a cui i libri devono fare ricorso.

La rivoluzione a Tempo di Libri passa per l’infanzia e l’adolescenza, avvicinandosi ai giovani, toccando temi semplici e complessi e arrivando a tutti con la forma più immediata di comunicazione: le immagini. Immagini che diventano veri e propri romanzi, che abbandonano la semplicistica definizione di fumetto e approdano in quella più realistica e complessa delle grafic novels, in un mercato in forte e costante espansione, sia per la qualità artistica che per l’offerta editoriale di questi veri e propri romanzi. Con le grafic novels si arriva a comunicare con i ragazzi, con quella grande fetta di mercato che si tiene a distanza dalle pagine piene di caratteri stampati ma che resta affascinata da quei disegni, magistralmente eseguiti, che narrano una storia tanto quanto le parole.

Ma a Milano la rivoluzione non si limita al modo di narrare qualcosa ma passa anche attraverso il cosa narrare. È su questo che le bambine ribelli, ormai cresciute, Francesca Cavallo e Elena Favilli si sono concentrate, basando il loro pensiero sull’evoluzione non del come comunicare ma sul cosa voler davvero insegnare e trasmettere alle future generazioni, su come crescere le bambine di oggi, le donne del domani. È di questo che parla il loro libro, Storie della buonanotte per bambine ribelli vol. II.

Una raccolta, un viaggio, una scoperta di cento nuove storie e illustrazioni di donne coraggiose, per sognare più in grande, per mirare più in alto. Cento storie di donne, di grandi donne che, fin da bambine, avevano dei sogni, dei desideri, che non volevano essere le classiche principesse ma le eroine, quelle che scalavano la torre e uccidevano il drago – e di draghi ne hanno uccisi. Tante storie di tante donne, di ogni estrazione sociale, nazionalità e professione, da Nefertiti a Beyoncé, da J.K. Rowling a Sophia Loren, passando per Samantha Cristoforetti e Bebe Vio. Una rivoluzione da e per le giovani donne, tante piccole biografie divenute favole che insegnano alle bambine ad abbattere i pregiudizi, a capire che nulla è impossibile, che i sogni si realizzano. Cento nuove favole della buonanotte per essere loro la nuova generazione di ribelli, di ragazze e donne che non abbasseranno la testa davanti ad un uomo o un ostacolo, per comprendere che, nella nostra società, essere delle donne ribelli è una questione di felicità e sopravvivenza. Cento nuove favole della buonanotte per non mettere limiti alla nuova generazione di donne che combatteranno per i loro diritti, per i loro sogni e per la loro vita. Donne che combatteranno per la loro rivoluzione.

Siamo degli esseri straordinari

Non c’è rosa senza spine, non c’è donna senza ostacoli da superare, senza pregiudizi da abbattere, senza battaglie da vincere.

Nella prima giornata di Tempo di libri, tutto è incentrato sulla figura della donna in occasione della giornata dedicata al gentil sesso. Dalla letteratura alla politica, dall’aspetto sociale allo sport, le donne si fanno spazio in ogni ambito, abbattendo gli stereotipi di genere e la violenza. E proprio su questi temi si concentrano le conferenze tenutesi oggi: il mondo intero si evolve e la donna con esso, una mano stretta alla tradizione e al passato e l’altra protesa al futuro, all’evoluzione della società e del pensiero. Donne e parità di genere: nella società moderna, l’una non può vivere senza l’altra tanto quanto il mondo non può esistere senza le donne.

Ampio spazio riservato alla letteratura di genere, in un percorso letterario tra opere composte in epoche diverse che hanno in comune il fatto di essere state scritte da donne che, con la magia della narrazione, hanno creato le diverse chiavi di lettura per dare vita ai sogni, alle aspirazioni e alle delusioni che accompagnano l’esistenza di tutte noi. Dalla riscoperta di Virginia Wolf e delle sue opere, tratteggiandone la sua figura in un ritratto intimo ed emozionante, alla scrittrice iraniana Simin Daneshvar che, con profonda maestria, ci consegna il suo romanzo Suvashun, intriso dei simboli e dei valori più alti dell’identità della donna iraniana; da Katherine Mansfield, dalla sua intelligenza e sensibilità fuori dal comune, alle autrici moderne di Emma Books, casa editrice prettamente femminile, che si dedicano al romance, ad un genere considerato immutabile eppure sempre in prima fila nel rispondere con naturalezza ed entusiasmo alle continue sfide tecnologiche e di costume di cui sono la vivente testimonianza.

A Tempo di Libri, però, viene sollevato anche un piccolo, grande aspetto su cui poco ci si sofferma, raramente lo si nota. Con dati e grafici alla mano, Elena Salvi fa notare che le donne, le ragazze e le bambine leggono di più rispetto ai loro corrispettivi del sesso opposto – è più facile trovare una ragazza che si aggira tra gli scaffali di una libreria che un ragazzo, una donna con gli occhi incollati alle pagine di un libro mentre sta in metro che un uomo. Eppure non è così nella filiera produttiva editoriale dove sono più gli uomini a pubblicare romanzi e a ricoprire cariche di responsabilità all’interno delle grandi e piccole case editrici, nonostante, a livello amatoriale, non vi sia una grande disparità tra i due sessi. Il fatturato dell’editoria, dagli anni Ottanta ad oggi, si basa sulla letteratura femminile più che su quella maschile, in un rapporto, tra i due lettori, inversamente proporzionale con il passare degli anni, un dato al contrario per quanto riguarda, invece, la scrittura. Leggere è donna mentre scrivere è uomo.

Ma la donna è vita, ambizione, forza e bellezza e alla Fiera Internazionale dell’Editoria di Milano è stato sottolineato: le donne sono le vere protagoniste della nostra società.