Storia di una famiglia perbene

 

“Tu si ‘na mala carna, essa si’, ‘na mala carna.”  Con queste parole della nonna materna, sibilate in barese stretto sulla soglia di casa e sull’orlo di un guaio sfiorato, inizia la storia di Maria De Santis.

Maria è una ragazza di carta e sogni, protagonista e voce narrante di Storia di una famiglia perbene, edito da Newton Compton e appena uscito in libreria, fresco fresco di stampa.

Il romanzo è il terzo parto letterario di Rosa Ventrella, autrice presso lo stesso editore di Innamorarsi a Parigi, e Il giardino degli oleandri. A quanto pare la Ventrella ha un debole per le storie familiari, ma questa volta ha ambientato il suo racconto nella natia Bari, o meglio, in un quartiere preciso della città: peraltro, sembra che siano già stati venduti i diritti per farne una serie tv.

Si potrebbe dire che il fulcro del romanzo sia una storia d’amore, ma sarebbe piuttosto riduttivo.

Tutta la storia è soprattutto un grande, imponente, dettagliato affresco del quartiere più disgraziato di Bari, il cuore della città vecchia, San Nicola. La storia incomincia a metà degli anni Ottanta, ma il tempo è una dimensione aliena a questo luogo. Potrebbe essere il Medioevo, il pieno Risorgimento, o i primi del novecento: tutto appare immobile ed eterno come il movimento di una macina. Al di fuori dei cinquanta passi del rione, nulla ha importanza. Varcarne la soglia significa entrare in un mondo crudo, scarno, dove il tempo è sospeso e anche la distanza tra vivi e morti, fede e superstizione si fa labile. La pietra bianca, ogni viottolo e panno steso, le voci diverse delle comari, tutto rivive con prepotenza, ruba la scena e anche la fastidiosa presunzione della voce narrante si stempera in un ritratto a tinte forti di un mondo contrastato i cui colori sbociano sulla pagina più vivi che mai.

Il quartiere è una creatura viva, e malvolentieri cede ciò che gli appartiene. Lo sa benissimo Maria, o Malacarne come la chiamano tutti, perché in quel luogo il soprannome è ciò che da l’identità. Cresciuta con un padre difficile, una madre silenziosamente amorevole e due fratelli che sono il giorno e la notte, Maria subisce e attacca quel grembo di pietra scomodo che l’ha vista crescere. San Nicola sembra aver fatto della disgrazia e della povertà la sua bandiera, e a reggerla c’è Senzasagne, il padre di Michele, unico amico di Maria: la loro vita sarà un continuo intrecciarsi e sfuggire, osteggiato tenacemente dal padre di lei. La piccola Malacarne farà dello studio la sua arma di difesa e offesa. Una ragazza che pur essendo fragile si ostina a sbandierare la sua immagine di donna forte, e che come tutte le donne smarrite che si credono indistruttibili finirà per trovare un’identità negli occhi di un ragazzo. Un ragazzo che non può avere.

La storia della famiglia di Maria si snoda pigramente sul flusso di un tempo immaginario, fin quando una tragedia inaspettata non accelera i tempi verso un finale a sorpresa. Si può davvero sfuggire alle proprie radici? O il quartiere bianco e grigio getterà sempre la sua ombra sulla vita di Malacarne e Michele Senzasagne?

Diletta Adalgisa Parisella

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Questione di pelle… e di allergeni!

Aprile dolce dormire, ma non solo. Questo periodaccio è anche universalmente noto come il regno delle allergie. La proliferazione di pollini rende la vita difficile ad un bel mucchio di noi (come se il caldo improvviso non fosse già sufficiente). Il gruppo di abbonati stagionali al mai ’na gioia però sarà felice di sapere di avere una nuova indiscussa regina. Costei fa di nome Jubelee Jenkins, vive poco distante dalla Grande Mela, ed è nata dalla penna della scrittrice statunitense Colleen Oakley, ora tradotta in italiano da Newton Compton.

Gli editori italiani hanno pubblicato il romanzo col titolo Confusa e innamorata, ma l’originale, Too close to touch, rende meglio l’idea. Già, perché la protagonista Jubilee non è allergica ai fiori, al pelo del gatto o alle fragole, no. Lei è allergica agli esseri umani. Che sarebbe anche un punto di vista condivisibile se fosse, appunto, solo un punto di vista. Purtroppo Jubilee è affetta da una rarissima patologia che la espone ad un rischio costante di shock anafilattico se per sbaglio entra in contatto, anche solo per pochi istanti, con la pelle di un altro essere umano. Comprensibilmente, la ragazza finisce per chiudersi in casa per nove lunghi anni, all’inizio più come un gioco (“vediamo quante cose riesco a fare dal computer di camera mia”), andando avanti sempre più come una necessità. Copertine calde, un wifi potente e tanti libri. Quasi la vita perfetta, se non fosse spezzata dalla morte improvvisa della madre di Jubelee, il suo unico sostegno economico.

Ora l’unico modo per la ragazza, sola al mondo, di sopravvivere, è trovarsi un lavoro. Dopo moltissimi tentativi e una enorme dose di ansia da combattere, Jubelee si ritroverà dietro al banco dei prestiti di una biblioteca, pronta per fare la conoscenza dell’altra voce narrante del romanzo, Eric Keegan. Eric di allergie non ne ha, ma il mai’nagioia scorre potente in lui. Divorziato, trasferito, una figlia adolescente che non gli parla da mesi, un figlio adottivo traumatizzato dalla morte dei genitori, brillante ma decisamente problematico e fissato con la telecinesi. Dal loro incontro potrebbe, forse, nascere qualcosa di finalmente positivo per entrambi?

La Oakley, in patria, non è al suo primo romanzo, e si vede. Sa mantenere un registro narrativo fluido e pulito, e l’idea dell’allergia agli umani è sicuramente insolita e molto accattivante. Però. C’è un però. Anzi, due. Il primo riguarda il ritmo del libro: è lento, un po’ troppo forse, e soprattutto nelle prime 100 pagine, si rischia spesso di sfiorare la noia. Il secondo è il protagonista maschile, Eric. La narrazione si svolge a capitoli alternati, in prima persona, dal punto di vista di Jubelee e di Eric. E non è che l’autrice non sia brava a calarsi nei panni e nella testa di un personaggio maschile, è che proprio lui non va. È irrimediabilmente inetto, verrebbe voglia ogni pagina su due di saltare nel libro e prenderlo a schiaffoni, possibilmente strillandogli “Svegliati, bello di mamma!!”. Un vero peccato. Per fortuna Jubelee è un personaggio interessante, ben descritto e con cui è facile entrare in sintonia. La sua metà del racconto scorre che è un piacere ed è impossibile far finta di non capire, almeno un po’, le sue ansie. In un certo senso è terapeutico…

Da leggere accanto a un flaconcino di Rinazina, che di questi giorni non si sa mai.

Diletta A. Parisella

Io sono Mia

A dirla tutta, quando ho iniziato la lettura di questo romanzo, non ero del tutto convinta. Un po’ perché cercavo una storia semplice, poco impegnativa, di quelle che a leggerle danno l’impressione di scivolarti come acqua sul viso. Un po’ perché dopo venti pagine stavo già iniziando a chiedermi: che diavolo hanno in comune una diciottenne sfregiata dei bassifondi di Roma, una super produttrice cinematografica fighissima e simpaticissima (aggiungere ironia a secchiate), mezza morta in un incidente di moto, e due islandesi felicemente dediti al bracconaggio di balene nel Mar dei Ghiaccioli? Che poi, io ero rimasta alle baleniere del capitano Acab, e invece a quanto pare la pratica è ancora in corso… shame on me.

Insomma, volevo una lettura semplice e mi sono ritrovata con tutt’altro. Peccato?

Assolutamente no.

Io sono Mia, si apre nella pancia del Teatro dell’Opera di Roma, dove la protagonista Mia, diciotto anni, uno sfregio in viso e uno ancora più grosso nel cuore, impreca tra carrucole e ingranaggi scenici. Mia, detta Non per il modo aggressivo con cui affronta la vita e i suoi snodi, vive in una casa famiglia simile ad un grosso acquario, nell’angolo dimenticato della Roma bene dell’Eur, ma una madre in effetti ce l’ha. Più o meno. Intanto perché Andrea Gigante è tutto fuorché una madre degna di questo nome, in secundis perché la sua prima apparizione nelle pagine del romanzo la fa schiacciata a terra dalla sua moto in fiamme. Praticamente se sopravvive c’è da gridare al miracolo. Le due donne non si vedono se non dietro ordinanza del giudici, non si parlano se non costrette, sarebbero molto felici se una delle due sparisse per sempre. Eppure …

A causa dell’incidente, Andrea, ex produttrice cinematografica caduta in disgrazia è costretta a sottoporsi ad un’operazione, ma i soldi per affrontarla scarseggiano. L’unico modo per racimolarli è riuscire a vendere una fattoria sperduta nei ghiacci dell’Islanda, acquistata anni prima senza scopo preciso e che ora si rivela di vitale importanza. Il compratore c’è, ma pretende un incontro vis-à-vis. Contro il parere di tutti i medici Andrea fa le valigie, salta sul primo volo e atterra in Islanda, la terra del ghiaccio e del fuoco.

Braccata da guai più grossi di lei, Mia nel frattempo, decide di chiedere aiuto a quella madre snaturata che potrebbe essere la sua ultima carta da giocare in una partita pericolosa giocata a suon di debiti e spaccio di droga. Parte così all’inseguimento accompagnata da uno sconosciuto ragazzo islandese, con lo zaino troppo carico di segreti.

La corsa in Islanda le catapulta in un mondo sospeso tra meraviglia e crudeltà, dritte in braccio a due bracconieri dal cuore gentile, indurito dal fuoco dei vulcani e con un grosso, sanguinoso credito nei confronti di Andrea.

Incalzante. Vivido. Non ci sono aggettivi migliori di questi per un dramma familiare dai confini strani, una storia in cui lotta e redenzione che si tengono per mano. L’autore, Max Giovagnoli, saggista e direttore dello IED di Roma al suo quarto romanzo, firma questa brillante prova per la Newton Compton.

Lo sfondo di una Roma fangosa e carica di veleno di Mia, una Lisbeth Salander con meno piercing, i quartieri bene del centro dove tutte le luci si spengono o sono solo miraggi di Andrea, e la magica Islanda, terra vichinga di meraviglie e paura circondata dal canto delle balene, si fondono in una sinfonia ben orchestrata che cattura in pochi istanti. È difficile non restare coinvolti da questi personaggi un po’ pazzi e sfigurati, non essere presi per mano dalla loro voglia di vita, di avventura e tranquillità, dalla loro urlata, disperata umanità.

Diletta Adalgisa Parisella