La moda è una cosa seria

“Oh, ma certo, ho capito: tu pensi che questo non abbia nulla a che vedere con te. Tu apri il tuo armadio e scegli, non lo so, quel maglioncino azzurro infeltrito per esempio, perché vuoi gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti addosso, ma quello che non sai è che quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo, e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che nel 2002 Oscar de la Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee e poi è stato Yves Saint Laurent se non sbaglio a proporre delle giacche militari color ceruleo. E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e alla fine si è infiltrato in qualche tragico angolo casual, dove tu evidentemente l’hai pescato nel cesto delle occasioni, tuttavia quell’azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori delle proposte della moda quindi, in effetti, indossi un golfino che è stato selezionato per te dalle persone qui presenti… in mezzo a una pila di roba”.

Ve lo ricordate? È il famoso discorso di Meryl Streep, ovvero Miranda Priestly, sul maglione infeltrito che indossava Anne Hathaway (nei panni di Andrea Sachs) nell’iconico film Il diavolo veste Prada diretto da David Frankel. Quanto c’è di vero nel discorso della terribile ma sagace direttrice di Runway? Molto. Analizziamo la moda italiana, non per campanilismo ma perché l’Italia è uno dei paesi al mondo più importanti nel panorama internazionale della moda (che in Italia vale circa 22 miliardi di euro).

Il marchio che ha il fatturato più alto in assoluto raggruppa in realtà diversi brand: si tratta di LVMH con un fatturato di 42,6 miliardi che lo pone al primo posto al mondo; LVMH Moët Hennessy Louis Vuitton SE (ovvero LVMH)  è una multinazionale francese proprietaria di oltre settanta marchi divisi in aziende di alta moda come Christian Dior, Bulgari, DKNY, Fendi, Céline, Guerlain, Givenchy, Kenzo, Loro Piana e Louis Vuitton, di orologi, di gioielli come Tiffany & Co., di vini e liquori, di editoria, di grande distribuzione e di alberghi di lusso.

Ma torniamo all’Italia: l’occupazione nel settore della moda, comprende circa 60mila posti di lavoro in più rispetto ai dati del 2013. Nel 2017 ogni azienda ha prodotto utili medi giornalieri di circa 63mila euro contro i 38mila del 2013, e dai dati 2018 si riconosce un rallentamento, poiché i ricavi sono incrementati solo dell’1%, in diminuzione rispetto alla media degli anni precedenti. Inoltre, gli ultimi due mesi, a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid 19, sono stati difficilissimi per il settore della Moda, l’auspicio è che si possa riprendere rapidamente nel futuro prossimo venturo.

Sul Corriere della Sera, nella pagina dedicata all’Economia, si legge: “La moda in Italia viaggia a una velocità doppia rispetto al Pil, cresce ed esporta più della manifattura in generale, ha le eccellenze per redditività nelle società quotate in Borsa a controllo familiare.”

Al di là di tutto, il mondo apparentemente frivolo della moda, offre in realtà eccellenze creative, artigianali e posti di lavoro. Quando si dice che la moda è “fuffa” non si tiene minimamente conto del fatto non solo che vestirsi è tra le necessità primarie, ma che i posti di lavoro che genera il settore sostengono di fatto parte dell’economia nazionale e mondiale. Come l’arte, il cinema, l’industria e l’agroalimentare, anche la moda è una cosa seria.

(Fonti: Area Studi di Mediobanca, La Stampa, ilSole24ore, Il Corriere della Sera, Il Messaggero)

 

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