Lalibela, terra sacra d’Etiopia

Lalibela, nel pronunciare questo nome si emette un suono melodioso, quasi fiabesco. In realtà è una città sacra d’Etiopia, famosa perché custodisce uno dei patrimoni Unesco più belli dell’Africa: le undici chiese copte scavate nella terra.

Il sito religioso è poco distante dal centro abitato e raggiungendolo si nota subito la sua unicità: gli edifici sacri sono scavati nella terra – si differenziano in blocchi monolitici o semimonolitici – ricavati in un blocco roccioso.

Undici Chiese, undici luoghi di culto collegati tra loro da stretti cunicoli totalmente immersi nell’oscurità, capaci di portare i visitatori e i monaci che ci vivono, da una costruzione all’altra. Molti che hanno visitato il sito, non tentennano nel dichiarare che questo luogo sia intriso di misticismo ed energia.

La storia che le circonda è una sintesi perfetta di unicità e folklore religioso. La costruzione delle Chiese in questo terreno e con una tecnica unica al mondo, fu voluta da Gebre Mesqel Lalibela, noto anche come Lalibela, Imperatore d’Etiopa dal 1181 al 1221. Il suo nome in lingua agau (sottogruppo linguistico proveniente dal ceppo: Afro-Asiatico) significa “le api riconoscono la sua sovranità”, infatti la leggenda narra che alla sua nascita fu circondato da uno sciame d’api e la madre che assistette all’accaduto, lo vide come un segno premonitore, decidendo così di dargli questo nome. È una figura storica fondamentale per la Chiesa Ortodossa Etiopica, tanto da essere diventato un Santo.

Per suo stesso volere, la città sacra porta il suo nome e la costruzione degli edifici monolitici iniziò dopo il suo rientro da un viaggio a Gerusalemme. Il suo unico scopo era costruire una “nuova Gerusalemme” in terra d’africa e leggenda vuole che l’Imperatore Lalibela fu aiutato solo dagli angeli nella costruzione del sito religioso. Lui, la sua fede e gli Angeli inviati da Dio furono i fautori della nascita della città sacra che vide la sua fondazione durante un’unica notte, tanto da valerle il nome di “città degli Angeli”.

Ognuna delle undici Chiese rupestri e monolitiche è unica e si differenzia dalle sue “sorelle” per dimensioni e forma: la più famosa in assoluto è la Bet Giyorgis – Chiesa cruciforme che s’insinua sotto terra per ben dodici metri. È imponente e maestosa, forte della sua unicità che si staglia verso il cielo restando impressa in modo indelebile nella mente e negli occhi di chi la visita per culto o per curiosità. È la costruzione più “giovane” di tutte e dalla quale è possibile ammirare un paesaggio mozzafiato.

In lingua etiope queste Chiese si chiamano “Bet” che significa “casa”, termine seguito dal nome del Santo o della Vergine a cui sono dedicate; sembrano stagliarsi dal basso verso l’alto a cercare il cielo, a sfiorarne le nubi emanando un’aurea suggestiva e mistica. Per accedervi e visitarle si ha come la sensazione di scendere verso gli inferi gradino dopo gradino, sempre più giù sentendosi come “abbracciati” dall’odore forte della terra che accoglie questi esempi unici di un sogno divenuto realtà, le monolitiche costruzioni sono parte di un paesaggio che si staglia agli occhi del visitatore in un vortice di inesauribile perfezione: rosa le pietre, bianche le vesti dei pellegrini che in un torrente umano, scorrono all’interno ed esterno delle Chiese in perfetta sintonia col luogo. Impossibile rimanere indifferenti dinnanzi a cotanta bellezza, nella quale è facile intuire che questo sito (patrimonio Unesco dal 1968) sembra a tutti gli effetti come colpito da schegge di paradiso lasciato in terra, dove si respira pace, camminando a piedi nudi su tappeti morbidi e cullando il cuore in preghiere e liturgie antiche che ti sfiorano l’anima e alleggeriscono lo spirito. Non c’è bisogno di essere credenti per rimanere impressionati, basta solo lasciare il cuore adattarsi ai ritmi di questo luogo unico, quanto ascetico che vi donerà forza ed energia senza chiedere nulla in cambio.

Mirtilla Amelia Malcontenta

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