Il culto magdalenico dei d’Angiò nell’arte religiosa di Puglia

Maria Maddalena, figura controversa e discussa, forse una delle più misteriose della storia della Cristianità. Per scriverne in questo articolo mi ci accosto in punta di piedi, riportando qui una presentazione del culto magdalenico dalla Provenza al Sud Italia come introduzione per raccontare le committenze di opere religiose intitolate a Maria Maddalena, o meglio nello specifico in Puglia. Questo articolo pertanto non ha la presunzione di dare risposte sui tanti interrogativi intorno alla figura di colei che è rimasta per secoli in bilico tra l’immagine emblematica della prostituta penitente e redenta e l’Apostola Apostolorum.

Fatta questa premessa, è necessario spostarci dalla penisola italica in una piccola città medievale della Provenza, adagiata tra colline boscose, sono conservati i presunti resti di Maria Maddalena, riconosciute come autentiche reliquie da una bolla pontificia già sul fine del XIII secolo da papa Bonifacio VIII. Siamo nel santuario di Saint-Maximin-la-Sainte-Baume. Secondo alcune fonti, tra le quali la “Legenda Aurea” scritta dal domenicano Jacopo da Varagine, la donna ebbe un ruolo rilevante nell’evangelizzazione della Francia, o meglio della Provenza, dove approdò insieme agli “amici di Betania”, Lazzaro, Marta e altre due donne: erano arrivati a Saintes Maries de la Mer, incolumi dopo un “miracoloso” viaggio su una barca senza vela e remi, Maddalena diffuse il vangelo finché non si ritirò a vivere in una grotta (La Sainte Baume: la Santa Grotta) in Provenza, nella località dove sorge il santuario dal quale si è diffuso il suo culto, anche in Italia, legandosi al casato dei d’Angiò.

Di fatto, il corpo di Maria Maddalena fu sepolto da un suo buon amico, il primo vescovo di Aix, San Massimino, ma i suoi resti furono scoperti nel 1279, durante degli scavi effettuati nella cripta di una piccola chiesa di Saint-Maxim e fu Carlo II d’Angiò, conte di Provenza e futuro re di Napoli (e nipote di San Luigi), che dopo un sogno nel quale gli era apparsa Maria Maddalena, ordinò di scavare sotto quella piccola chiesa, che fino al VII secolo era stata custodita dai monaci cassianisti, prima che la minaccia saracena aveva indotto i monaci a nascondere le reliquie della Santa. E fu sempre Carlo d’Angiò a far costruire una grande basilica in onore di Maria Maddalena, proprio sopra la cripta dove per secoli avevano riposato le sue spoglie. Con una seconda bolla del 1295 di Bonifacio VIII concesse il Santuario ai Domenicani e da quel momento questi si proclamano patroni assoluti del culto. Inoltre il sovrano angioino si preoccupò di introdurre la devozione alla Santa nel regno di Napoli, così nella città partenopea tale venerazione fu accolta dalla nobiltà per opportunità politica, ovviamente da clero e principalmente dagli Ordini Mendicanti. La famiglia reale in comunioni con questi ordini religiosi si dedica alla fondazione di istituti intitolati a Maria Maddalena quali chiese, cappelle e conventi con la mirata funzione di accogliere prostitute convertite e donne malmaritate. Non è un caso dunque che il culto magdalenico mostra una straordinaria crescita durante i decenni segnati dalla dinastia angioina, da Carlo I a Roberto il Saggio.

Analizzato attraverso questo filtro storico riesce a trovare giustificazione di luoghi dedicati alla Santa anche in Puglia, in alcune aree in maniera più significativa rispetto ad altre. Non è possibile chiaramente prendere in esame ogni edificio e opera intitolati a Maria Maddalena sull’intero territorio regionale, quindi riporterò alcuni casi dal Gargano al Salento. Diamo il via a questo viaggio immaginario dal borgo costiero di Manfredonia, dove l’attuale sede del Municipio è Palazzo San Domenico, un tempo convento dei Padri Predicatori dal cui chiostro si può accedere a una cappella (di fatto un abside) – un tempo integrata all’adiacente Chiesa gotica di San Domenico – dedicata a Santa Maria Maddalena. La storia della costruzione si lega alla vittoria degli Angioini sugli Svevi che portò a una massiccia presenza di Ordini Mendicanti in loco e i primi documenti dell’insediamento domenicano risalgono a quando Carlo II d’Angiò donò un sito sul tratto costiero delle mura su cui erigere la chiesa dedicata appunto Alla Maddalena e il convento reale. L’attuale cappella in origine era divisa dal presbiterio da un muro all’altezza del trionfale arco a sesto acuto, per essere, nel tempo, ignobilmente colmata e interrata, per essere successivamente usata come torre di avvistamento e poi ancora pertinenza del carcere. Oggi, della cappella riportata alla luce, si possono ammirare alcuni elementi decorativi e tracce di affreschi, tra i quali un edicola con l’affresco della deposizione  di Cristo e la Maddalena.

Cicli pittorici più di particolari e riferimenti per ricalcano gli episodi che ha visto protagonista la Maddalena, sia nella Legenda Aurea che nei Vangeli, si trovano scendendo verso il Sud del Tacco d’Italia.
Un esempio,seppure purtroppo molto danneggiato e visibile per frammenti, è la cappella privata al piano superiore del castello di Copertino, nel leccese. Nella cappelletta, un tempo interamente affrescata, dell’impianto decorativo originario resta a vista, quasi integrale, una Santa Maria Maddalena fra due dame offerenti e, del ciclo cristologico la scena della deposizione oltre una serie di sinopie. Il restauro dei frammenti di affresco ritrovati ha reso possibile una parziale ricostruzione delle incorniciature delle scene e degli stemmi riferibili alle caste dei d’Enghien e degli Orsini del Balzo, ma anche dei Chiaramonte (o Clermont). Un riferimento quest’ultimo non casuale per l’origine della committenza, essendo entrambe le famiglie legate ai d’Angiò e quindi ritroviamo quel legame tra l’aristocrazia del Regno e la casata reale con la sua particolare devozione. Le pareti della cappella, per quel che si può intuire dai frammenti pittorici superstiti (spesso si tratta di semplice sinopie), accoglievano un ciclo di altissima qualità con le Storie di Cristo e della Maddalena, poi irrimediabilmente danneggiato quando, abbattuta la volta, si procedette a inglobare l’oratorio nell’attuale struttura cinquecentesca.

Alla Provenza, dicevamo, rimandano le note “Storie della Maddalena” contenute nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, nella quale si racconta che Maria Maddalena, insieme a Massimino, Lazzaro, Marta, Marcella (serva di Marta) e il beato Celidonio, furono scacciati dalla Galilea e abbandonati in mare su una piccola imbarcazione senza vele; guidati da un angelo, giunsero sani e salvi a Marsiglia e qui Maria si diede a predicare la dottrina cristiana agli abitanti pagani, impartendo a molti di loro il battesimo. E su quest’avvincente leggenda provenzale si innestava la narrazione del ciclo pittorico della cappella del castello di Copertino, però questo non è da considerarsi un unicum nel territorio salentino, una testimonianza meglio conservata è quella che si rileva nel programma decorativo della Torre di Belloluogo a Lecce, dietro il quale troviamo la committenza di Maria d’Enghien Brienne, contessa di Lecce, principessa di Taranto e regina di Napoli. Nel menzionare ancora la città partenopea, ricordo i cicli sulle “Storie della Maddalena” affrescati nelle chiese di San Lorenzo Maggiore, San Domenico Maggiore (cappella Brancaccio) e San Pietro a Maiella (Cappella Pipino) a Napoli appunto.

E spostandoci a Lecce l’attenzione è da condursi alle pareti della piccola cappella privata della contessa Maria all’interno dell’angioina Torre di Belloluogo. I brani pittorici del ciclo leccese fanno capo sia alla Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze, sia ai Vangeli: a conti fatti, tutti gli episodi evangelici della vita di Cristo in cui è presente la Maddalena sono finalizzati a raccontare la figura di quest’ultima e, in particolare, la lunetta a sud ospita la Cena in casa del fariseo e la Resurrezioni di Lazzaro (in alto) e quella di Cristo e il Noli me tangere (in basso); mentre l’abside accoglie la Crocifissione con la Maddalena inginocchiata ai piedi del Cristo crocifisso.  Le scene sono inserite in riquadri ornati da racemi e da cosmatesche. In quei pochissimi metri quadri si ritirava Maria d’Enghien in preghiera davanti alle rappresentazioni incentrate su Maria Maddalena alla quale era particolarmente devota.

Nel Salento è possibile riscontrare testimonianze della stessa devozione un po’ su tutta l’area, dalla Cappella di Santa Maria Maddalena a Melpignano e la parrocchiale della Santa “Apostola degli Apostoli” a Uggiano la Chiesa, ma anche pitture dell’approdo a Marsiglia della Maddalena in due edifici di culto del borgo di Castiglione, e poi ancora un bassorilievo in pietra leccese a Muro Leccese, fino all’affresco nell’ipogeo della Chiesa di San Pietro Mandurino nel parco archeologico del centro tarantino di Manduria. Solo per nominarne alcuni, e senza tenere conto di cui abbiamo testimonianze documentarie ma non più esistenti, come la chiesa della Maddalena adiacente al convento dei Domenicani di Brindisi o ancora l’altare della Santa presso il Conservatorio delle Pentite di Lecce, in riferimento al quale si può leggere sui documenti che uno dei benefattori dell’istituto aveva previsto un legato a favore di una fanciulla da assegnare proprio in occasione della festa di Santa Maria Maddalena.

Sara Foti Sciavaliere

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