Il museo delle promesse infrante

Per il progetto #ragazzitralepagine, a gennaio si è letto il libro di Elizabeth Buchan, Il museo delle promesse infrante, edito Nord. Ho riflettuto a lungo sul valore da dare a questa lettura, sulla contraddittorietà che questa è capace di stimolare nel lettore e sulla capacità dell’autrice di concatenare azione e responsabilità.
Ma andiamo con ordine.

Ci troviamo a Parigi, in un museo decisamente atipico: non ospita grandi opere o quadri dalla bellezza accecante, non racconta la storia dei grandi nomi o dell’arte del raffigurare. In questo museo sono raccolte le promesse non mantenute, siano queste rimorsi o rimostranze.
La curatrice della struttura, Laure, è una figura femminile empatica e silenziosa, schiva finché l’incontro con l’americana May e il salvataggio di una gatta non riaprono un cassetto ben chiuso, quello che contiene il proprio passato, la promessa primigenia all’origine di tutto il suo lavoro.

Per comprendere il valore di questa promessa è necessario andare non lontanissimo, nella nostra storia recente e fin troppo poco raccontata: Praga, 1969, l’estate che segue la famosa Primavera. La Cecoslovacchia vive in un mondo di blocchi contrapposti, dove anche indossare dei jeans ha un connotato politico, al pari di un innocente spettacolo di marionette. È qui che ha inizio la storia di Laure, tata in una famiglia ai vertici del potere, ed è qui che la ragazza inizia a comprendere che l’amore, quello per il musicista sovversivo Tomas, ha un proprio schieramento.

Leggere Il museo delle promesse infrante nell’oggi che si prende pian piano ogni pezzetto della nostra privacy e dei nostri dati, fa riflettere su quanto la vita sia davvero nostra e su quanto l’uomo abbia lottato per sottrarsi al controllo di un potente – si chiami questo Unione Sovietica o Stati Uniti – per riappropriarsi della propria capacità di decisione.

Rivivere così vividamente i giorni in cui una parola può salvarti o condannarti lascia pensare a quanto, spesso, si parli con leggerezza o, per tornare al museo, si prometta con facilità, e quindi la domanda è lecita: qual è il valore di una promessa?
D’istinto è facile rispondere: promettere vuol dire farsi carico, onorare un patto. Il valore di questo patto è dato dalla responsabilità che avvertiamo nei suoi confronti. E quando non mantenuta, veniamo meno a quanto fa di noi delle persone cresciute, ci rendiamo conto dei nostri limiti o delle nostre falle.

Quanto più è grande una promessa, quando questa viene a rompersi tanto più deve essere grande l’espiazione, e allora mi chiedo, di nuovo: che cosa sta espiando, Laure? Cos’è successo, da Praga alla caduta del Muro, di così importante da dover erigere un santuario della colpa?
Se siete appassionati della storia ‘recente’, Il museo delle promesse infrante è un libro che mette in luce dettagli della Guerra Fredda che tendiamo a dimenticare, primo tra tutti il significato dei nostri gesti, ogni giorno. È sicuramente un libro che fa riflettere per difetto poiché il motore di ogni cosa è l’assenza. Ho sempre pensato che la parola perfetta per descrivere l’assenza sia ‘mancanza’, che in questo caso, viene attribuita alla parola data.

Quando manchiamo alla parola data i primi a essere traditi siamo noi stessi, perché le persone tradite perdonano o dimenticano, imparano a fare a meno della nostra presenza. Visitando il museo di Laure capiamo che la mancanza è solo nostra, verso chi eravamo o avremmo potuto essere.

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