Vite Cambiate di Matthias Graziani

Pubblichiamo con gioia e soddisfazione il racconto vincitore del concorso letterario “SLIDING DOORS: LA FILOSOFIA DI LEIBNIZ SECONDO VOI” indetto dall’Accademia della scrittura in collaborazione con Pink Magazine Italia.

 MATTHIAS GRAZIANI
“VITE CAMBIATE”
scritto con il supporto della 5°D e della maestra Eufemia Femia della scuola Primaria Alessandro Manzoni di Bolzano

Micheal temeva per la sua vita. Quella sensazione durò solo un istante, ma fu lunga come un viaggio verso l’inferno. Sentiva un piede che lo bloccava, la sua guancia era premuta a terra e avvertiva il freddo del pavimento. Qualcuno lo aveva appena preso a calci e quel qualcuno aveva un nome: Steve.

Provava dolore e gli sembrava di non sentire più nulla. Era indolenzito ma peggio ancora si sentiva umiliato.

Steve trattava in quel modo qualsiasi ragazzino che fosse indifeso e più piccolo di lui. E i suoi due amici, Derek e Ryan, facevano tutto quello che lui ordinava.

“Prendigli la merenda, Ryan.” ordinò Steve aggiustandosi il berretto da baseball sulla fronte.

Il ragazzo, seppur controvoglia, s’inchinò e, titubante, rovistò nello zainetto del ragazzino. Afferrò il panino, poi, alzando lo sguardo verso Steve disse: “Non pensi che possa bastare?”

“Prendi la merenda e stai zitto.”

Ryan annuì a malincuore e senza dire più nulla ubbidì.

“Ne hai avuto abbastanza, piccolo moccioso?” chiese Steve con arroganza.

Micheal, dolorante, tentò di dire qualcosa ma il bullo non gli diede il tempo di rispondere. Lo afferrò per la camicia sollevandolo di peso.

“Lo prendo come un no…” se lo caricò sulla spalla e lo lanciò nel primo armadietto disponibile.

Si udì il rumore di uno schianto, subito seguito da un forte lamento. Steve sghignazzava divertito, mentre Derek e Ryan lo imitavano forzatamente.

Micheal si ritrovò ingabbiato al buio. Temette di restare a lungo in quel piccolo e soffocante posto. Non appena i suoi occhi si furono abituati al buio, vide una flebile luce filtrare dalle fessure. Si sentì il cuore in gola ma non osò muoversi. All’esterno sentiva le voci divertite dei bulli: ora se la stavano prendendo con Paul, il suo migliore amico.

Avrebbe dovuto intervenire, lo sapeva bene, ma la paura lo trattenne e vigliaccamente restò immobile come uno spettatore.

Fu in quell’istante che dal ripiano superiore rotolò giù una penna.

 

La penna rotolò ai piedi di Micheal. In quel buio, cercò di capire cosa fosse caduto. Cercò a tastoni e non fu un’impresa facile, perché l’armadietto era stretto e angusto. Toccandone la forma si rese conto che aveva azionato il cilindro che metteva in funzione il meccanismo tipico delle penne biro.

Clic! Clic!

Nel mentre, in corridoio, i bulli continuavano a prendersela con Paul. Finalmente sentì la voce di un professore che acquietò la situazione. Gli alunni tornarono lentamente nelle classi e alla voce del primo insegnante si sovrappose quella della professoressa di matematica. Micheal sbirciando da una fessura notò che i due insegnanti erano rimasti fermi in corridoio.

“Questi bulli,” si lamentò la professoressa, “non la smetteranno mai.”

“Non è facile per Steve,” commentò il professore, “oggi è un giorno particolare per lui.”

“Un giorno particolare?”

“Sì, oggi è l’anniversario di morte del fratello maggiore. E’ morto sette anni fa, la sua bicicletta era tutta accartocciata e lui era in mezzo… è stato proprio un brutto incidente e ancora oggi se ne parla. Quell’evento ha stravolto la vita di Steve.”

“Lo capisco,” rispose la professoressa, “tuttavia questo non gli dà il diritto di agire in questo modo!”

Micheal era incredulo e allo stesso tempo sbalordito. Che qualcosa fosse riuscito a ferire Steve gli sembrava quasi impossibile. Non aveva mai pensato a lui come a un essere umano, piuttosto come a una spietata macchina. Fece un rapido calcolo, sette anni fa da quel giorno era… il 25.09.2012.

Clic! Si appuntò quella data sul dorso della mano, come se potesse servirgli a qualcosa. Clic! Nell’istante in cui la punta tornò nel cilindro, fu colto da nausea, brividi improvvisi e forti giramenti di testa. Gli parve di cadere per alcuni metri, ma si rese subito conto che probabilmente era solo frutto della sua immaginazione. Con un calcio tentò di spalancare l’armadietto, piegandone l’anta, ma la porta rimase chiusa. All’esterno udiva un forte vociare. “Ma non erano appena entrati in classe?” pensò fra sé e sé.

Finalmente qualcuno aprì la porta dell’armadietto. Si ritrovò davanti un bambino piccolo, forse di prima elementare.

“Ma chi…” il bambino sembrava avere le idee confuse, “cosa ci fai nel mio armadietto?”

Micheal notò che il volto del bambino gli pareva famigliare e quando vide come sbatteva gli occhi, un tic che il suo amico Paul aveva fin dall’asilo, si rese conto che era identico al suo amico, soltanto molto più giovane.

“Stavo…” Micheal tentò di dare una risposta sensata, poi però chiese: “Ma sei Paul?”

“Sì, ma come fai a sapere il mio nome?”

Micheal si guardò in giro e notò che il corridoio era sempre quello, tuttavia i bambini giravano tutti con lo stesso grembiule e nel presente, nel suo presente, la divisa era stata abolita anche nella scuola elementare.

Colto da un conato di vomito si fece largo tra la folla per raggiungere il bagno. Passando notò la sua classe: erano tutti piccoli. Spalancò la porta del bagno e precipitandosi al lavandino rigettò la colazione. Poi si guardò allo specchio temendo di essere tornato piccolo anche lui, ma notò che era tale e quale a come si ricordava. Si lavò la faccia con acqua fredda, poi, sentendo un vociare, barcollando si voltò guardando fuori dalla finestra che dava sul cortile. La aprì per prendere una boccata d’aria, sentiva ancora un sapore acido in bocca ma il vento attenuò la sensazione di nausea.

C’erano i bambini che giocavano, alcuni si rincorrevano, altri giocavano a pallone. Notò un bambino che se ne stava solo, seduto sulla panchina, con le ginocchia strette al petto. Si guardava in giro con aria timorosa e gli sembrava di vedere se stesso qualche anno fa. Il bambino non mangiava e teneva sempre lo sguardo basso. Si aggiustò il berretto, tirandoselo sulla fronte. In quell’istante Micheal si accorse che quel bambino era Steve! Indossava lo stesso capellino, soltanto che era meno logoro e poco consumato. Ma era proprio lui e aveva all’incirca sette anni. Scioccato, comprese appieno ciò che fino a quel momento aveva soltanto intuito: era tornato indietro nel tempo. Steve in quel periodo era più piccolo di lui. Il  bullo che lo aveva maltrattato per tutti quegli anni sembrava indifeso ed era tutto il contrario di come sarebbe diventato. In Micheal crebbe la rabbia e nacque il desiderio di vendicarsi.

Micheal si stava avvicinando furtivamente a Steve. Come prima cosa gli avrebbe rubato quel maledetto berrettino, poi gli avrebbe fatto capire che era il più forte. Mentre si avvicinava abbreviando le distanze, dei ragazzini più grandi si avvicinarono a Steve importunandolo: c’era chi lo spingeva, chi gli afferrava la merenda e chi lo derideva.

Micheal, guardando Steve, s’intristì all’improvviso e decise d’intervenire. Sapeva bene cosa si provava a essere bullizzati. Andò verso i ragazzini, che avevano qualche anno più di Steve, e disse: “Smettetela! Lasciatelo stare!”

I piccoli bulli lo guardarono stupiti: “E tu chi sei?”

“Sono un amico di Steve.” rispose prontamente Micheal, “Non è carino prendere in giro un vostro compagno, soprattutto quando è più piccolo di voi!”

Micheal si avvicinò ai bambini e questi si dileguarono gridando: “E tu fatti gli affari tuoi!”

Steve aveva iniziato a piangere in silenzio e Micheal si sedette accanto a lui.

“Fanno così tutti i giorni, non è vero?”

Il bambino annuì.

“Lo capisco, accade anche a me nel futuro…”

Il bambino voltò lo sguardo e chiese: “N-nel fu-futuro?”

“Ehm, lascia stare, è una lunga storia…” Micheal gli poggiò un braccio attorno alle spalle, “Sappi che non devi diventare come loro soltanto perché ti fanno stare male. Tu cosa faresti con un bambino più piccolo di te?”

“Ci gio-giocherei opp-oppure gli da-darei un po’ della mia me-merenda. Lo aiuterei anche a f-fare i com-compiti.”

Micheal s’intenerì, soprattutto perché aveva appena scoperto che Steve soffriva di balbuzie. In quell’istante si ricordò della sua missione: doveva impedire la morte del fratello di Steve! Era quello il fattore scatenante della sua aggressività. Il problema era che non sapeva nemmeno come si chiamava e dove potesse essere. L’unica cosa di cui era a conoscenza era che sarebbe morto in quella giornata. E se fosse già accaduto? In quel caso avrebbe fatto il viaggio nel tempo per niente. Ma era mattina, erano appena le dieci e quarantacinque e c’era ancora tempo. Ma avrebbe dovuto scoprire di più.

“Dove si trova tuo fratello?”

La domanda era insolita e Steve corrugò la fronte.

“Jonas? Do-dovrebbe essere alla car-cartoleria. La-lavora tutto il giorno.”

Micheal sapeva che Steve era cresciuto senza genitori e in quell’istante, guardando quel bambino, provò un’infinita tristezza. Crebbe in lui la voglia di cambiare il suo destino. Se avesse salvato il fratello non sarebbe più cresciuto da solo e forse sarebbe cambiato. In lui vedeva un animo nobile e puro, che però nel tempo si sarebbe logorato per colpa del tragico incidente che sarebbe accaduto in quella giornata.

“E dove si trova la cartoleria? Te lo ricordi?”

“Ce-certo, ci vado se-sempre dopo scuola. In via Sorrento, su-subito all’inizio sulla sinistra vicino al negozio di gio-giocattoli. Ci va se-sempre in bici.”

A quel punto Micheal scattò in piedi.

“Grazie! E ricordati sempre di non diventare come loro!”

Steve annuì timidamente e restò ancora un po’ a osservare quello strano ragazzo del futuro che correva via come un fulmine.

 

Gli occhi di Micheal erano incollati all’orologio. La sua fronte era imperlata di sudore e il suo respiro, man mano che accelerava la corsa, si faceva pesante. Il timore di arrivare tardi era sempre più insistente e a forza di correre, con i muscoli delle gambe in fiamme, gli pareva che delle mani invisibili lo trattenessero. Forse era proprio così, forse il passato non voleva liberarsi del futuro. Stava correndo per salvare il mondo dalla propria fine o almeno sarebbe stato il suo mondo. Si fermò per un istante a una fontanella, bevve alcuni sorsi e l’acqua gli parve avere un retrogusto amaro, ma forse era dovuto all’agitazione. Si pulì la bocca, prese un profondo respiro e ripartì.

Svoltato in via Sorrento vide apparire in lontananza il negozio di giocattoli e lì accanto ecco la cartoleria!

Il suo cuore nell’arrivare perse un battito, poi riprese il suo ritmo con maggior vigore. Jonas era ancora lì?

“La bici!” disse fra sé ripensando a quello che aveva sentito nell’armadietto , “E’ con quella che avrà l’incidente!”

Si guardò in giro e vide una bicicletta rossa parcheggiata contro  il muretto accanto all’entrata della cartoleria.

Entrò nel negozio e vide una signora che stava armeggiando con la cassa e un ragazzo alto e slanciato, biondo e simile a Steve che stava mostrando a un signore degli astucci.

Quando si voltò, dicendogli che sarebbe venuto subito da lui, Micheal lesse il suo nome sulla targhetta che portava al petto: Jonas. Leggendo quel nome sospirò e il signore accanto a lui voltò lo sguardo per osservarlo. Quell’uomo aveva un’aria famigliare… ma certo! Pensò Micheal, era il papà di Paul! Era un po’ più giovane, con più capelli ma il volto era sempre lo stesso.

“Forse il ragazzo ha fretta.” disse l’uomo sorridendo, “Fai pure con lui, io intanto ci penso…”

A quel punto Jonas sorrise verso Micheal. Quest’ultimo si accorse solo in quel momento che non aveva la minima idea di come fare per impedire ciò che sarebbe accaduto. L’unica soluzione, per ora, era quella di fargli perdere del tempo e in ogni caso non doveva avvicinarsi alla bici.

“Dimmi pure…” lo invitò Jonas.

“Ehm…” Micheal si guardò attorno e nervoso afferrò la penna che aveva in tasca. Quella penna lo aveva portato indietro nel tempo e la coincidenza che si trovasse proprio in una cartoleria lo fece sorridere. C’erano, tra l’altro, delle penne identiche a quella nella vetrina.

“Mi servirebbe un quaderno…” indicò dietro le spalle del ragazzo, “anzi no, cinque quaderni e quattro pennarelli. Magari anche un righello, facciamo due!”

Jonas corrugò la fronte e sorrise.

“Jonas!” chiamò la signora avvicinandosi, “Stacca pure adesso, finisco io con loro.”

“Grazie Grace.” Jonas fece per lasciare il posto alla sua collega quando Micheal si rese conto che il ragazzo stava uscendo e avrebbe preso la bicicletta. Quindi l’incidente stava per accadere!

“No!” gridò Micheal improvvisamente.

Tutti lo guardarono stupiti.

“Ehm, diciamo che…” il ragazzo si grattò la nuca nervoso, “Visto che dovrei fare un regalo a un amico, un maschio, magari sarebbe meglio se mi servisse lui…”  disse indicando Jonas.

Per un istante, che a Micheal parve eterno, tutti restarono muti.

Finalmente Jonas ruppe quel silenzio: “Va bene Grace, non preoccuparti, qualche minuto in più non cambierà di certo la mia vita.”

Grace annuì e tornò alla cassa. Il signore intanto aveva fatto la sua scelta e decise di pagare. Poco dopo l’uomo uscì salutando.

“Grazie e buona giornata!”

Micheal non badò a lui e tornò a concentrarsi sugli oggetti che avrebbe dovuto comprare quando sentì un frastuono assordante proveniente dalla strada. Si udirono stridere i freni, poi un grido, subito seguito da uno schianto.

Grace saltò letteralmente dallo sgabello, Jonas si accucciò dietro al bancone e Micheal saltando indietro guardò fuori dalla vetrina. Una macchina si era schiantata contro il muretto accanto alla cartoleria. Poi vide la macchina fare retromarcia e dopo una breve manovra la vide ripartire accelerando.

Jonas fu il primo a uscire dal negozio, subito seguito da Micheal. Una volta fuori si erano raccolte molte persone in un punto ben preciso. C’era gente che gridava e altri che chiamavano i soccorsi.

Ma per quale motivo? Micheal non riusciva a comprendere. Jonas era salvo, era accanto a lui ed era riuscito nel suo intento!

Il ragazzino si fece largo tra la folla. Era accaduto qualcosa di grave, lo sentiva. Vide la bicicletta di Jonas accartocciata contro il muretto, e a terra l’astuccio che era destinato a Paul, che il signore aveva appena acquistato.

Micheal si portò le mani al volto: “Mio Dio! Sono riuscito a salvare Jonas ma ho rovinata un’altra vita!”

Si allontanò muovendo dei passi indietro, sentendosi svuotato dentro. Aveva fatto perdere del tempo prezioso al papà di Paul, che senza il suo intervento sarebbe uscito dal negozio prima di Jonas! Accelerò per allontanarsi il più possibile dal luogo dell’incidente. Afferrò la penna che aveva in tasca Clic! Clic! e scrisse sulla sua mano: 25.09.2019

Sentì nuovamente quel vuoto nello stomaco, gli parve di cadere e a un tratto si ritrovò in uno spazio stretto e angusto. Era tornato indietro.

Spalancò la porta e saltando fuori dall’armadietto si ritrovò di fronte Steve. Era vestito molto più elegante del solito e il suo volto aveva un’espressione nuova: era sereno, più amichevole. In testa aveva sempre il suo berretto da baseball.

“Ehi, fra’! Cosa ci fai lì? Dovevamo finire la ricerca di scienze!” Micheal sorrise e si rese conto che il ragazzo che aveva di fronte era totalmente diverso. Inoltre in quel nuovo presente erano amici.

“Forza vieni, prometto che questa volta ti aiuteremo a prendere un bel voto…” Steve glielo disse mentre lo attorniò con un braccio.

“Mi aiuterete?” Micheal era sorpreso.

“Sì, io e Paul! Alle ultime verifiche siamo andati entrambi meglio di te amico mio…”

Si allontanarono lungo il corridoio, Micheal si girò un’ultima volta per osservare l’armadietto mentre nella tasca non trovò più la penna. Si guardò in giro, forse gli era caduta saltando fuori dall’armadietto. Tornò a guardare avanti e in fondo al corridoio vide Paul che veniva loro incontro. Aveva un’aria differente: non era il solito ragazzino sempre sorridente e nel suo sguardo c’era una nota di amarezza.

Il viaggio nel tempo aveva cambiato profondamente le vite di due persone, anzi, di tre. Era riuscito a cambiare il destino di Steve, ma a quale prezzo? Lanciò un’ultima occhiata verso l’armadietto alla ricerca della penna: non la vide.

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