Ricordando Sylvia Plath

Sono abitata da un grido.
Di notte esce svolazzando
in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.
Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato,
la malignità.

Quando questa mattina avete aperto la pagina di Google avrete senz’altro notato il Doodle del 27 ottobre 2019: una figura femminile armata di penna e quaderno che guarda verso un cielo trapunto di stelle circondata da arbusti e alberi spogli. Questa donna è Sylvia Plath, poetessa e scrittrice statunitense, della quale si celebra l’87° anniversario della nascita.

Considerata una delle voci più potenti ed emblematiche del panorama letterario americano (e non) del secolo scorso, Sylvia nacque a Boston (Massachusetts) il 27 ottobre del 1932 da genitori tedeschi immigrati negli Stati Uniti. La giovane Plath dimostra un talento precoce per la poesia e la scrittura tant’è che pubblica il suo primo componimento all’età di otto anni, nel 1940. Sylvia è una studentessa molto brillante e, grazie al suo talento, riceve numerosi premi: uno di questi la porta fino a New York in qualità di ospite di una importante rivista del tempo. Tuttavia la vita frenetica della metropoli e l’ipocrisia che vi riscontra hanno effetti devastanti sul suo già fragile equilibrio psichico, il quale la porterà nella sua vita adulta a soffrire di violenti attacchi di depressione intervallati da periodi di forte vitalità.

Siamo nel 1950 e Sylvia entra allo Smith College grazie a una borsa di studio ma durante il penultimo anno la depressione tocca il suo culmine e ciò la porterà al primo tentativo di suicidio. Inizia un percorso di cure psichiatriche alle quali seguono i primi ricoveri in manicomio con tanto di pratiche abominevoli come l’elettroshock. Alla fine le viene diagnosticato un disturbo bipolare che, tuttavia, non le impedisce di riprendere gli studi e di laurearsi con lode con una tesi su Dostoevskij nel 1955. In seguito, racconta questa sua esperienza nel romanzo semi-autobiografico “La Campana di Vetro”, pubblicato nel 1963 sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas.

La felicità per Sylvia sembra arrivare nel 1956, anno in cui sposa il poeta inglese Ted Hughes con il quale ebbe due figli. Ciononostante la “campana di vetro” sotto la quale Sylvia vive (oppure è imprigionata?) comincia ad incrinarsi quando Ted la tradisce con Assia Wevill, moglie di un amico poeta. Il tradimento di Hughes fu la goccia che fece traboccare il vaso e, di lì a poco, il matrimonio con Sylvia finì.

Liberatasi così dalla sua condizione di moglie, mansione che Sylvia considerava un vero e proprio ricatto alla sua attività di scrittrice, ottiene la custodia dei figli e li porta a vivere con se a Londra affittando un appartamento appartenuto in precedenza al poeta irlandese William Butler Yeats. Tuttavia, Sylvia deve fare i conti con problemi economici ed è in questo periodo che la sua produzione poetica e letteraria trova il suo apogeo andando, però, di pari passo con il suo crollo psichico. Appartiene a questo periodo il romanzo sopracitato “La Campana di Vetro” che diventa una potente testimonianza del disperato bisogno di affermazione di una donna lacerata dal conflitto irrisolto tra le aspirazioni personali ed il ruolo impostole dalla società.

L’11 febbraio 1963 Sylvia prepara fette di pane imburrato per i figli, sigilla porte e finestre, scrive l’ultima poesia “Orlo”, apre il gas, infila la testa nel forno e si toglie la vita.

Questa donna di neanche trentun’anni con un sorriso smagliante, una rosa in mano e un filo di perle avvolto al polso, torturata dalla sua ansia di vivere e di esprimersi, lacerata dal conflitto dall’essere per sé e l’essere per gli altri, ci lascia un’infinità di poesie violente e disperate, ed un unico elemento di disordine nella cucina del suo appartamento: il suo corpo senza vita. La campana di vetro è ormai in mille pezzi.

Sylvia Plath è tuttora la prima poetessa, insieme ad Amy Lowell, ad aver vinto un Premio Pulitzer per la poesia postumo nel 1982. Con gli anni la sua figura fu riportata alla luce e divenne un caso letterario, emblema delle rivendicazioni femministe del Novecento. Il suo mito è stato portato sul grande schermo nel 2003 con un film intitolato “Sylvia” in cui una bravissima Gwyneth Paltrow dà il volto a questa grande donna il cui grido di aiuto è rimasto inascoltato per troppo tempo.

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