Uno strano legame fiorentino: Dante, De Chirico e il Calcio in costume

Nel mese giugno, da più di nove lustri, a Firenze, piazza Santa Croce viene invasa da enormi impalcature per ospitare qualche centinaio di persone che vi prenderanno posto per guardare il Calcio in costume.

Occupano l’intera piazza tanto da oscurare la visione della Basilica e del relativo sagrato sui gradini del quale, sull’angolo fra la piazza e via San Giuseppe, è posta un’enorme statua di Dante Alighieri.

Quella del Calcio in costume è una specie di tradizione che qualcuno vorrebbe far risalire all’epoca romana, ma della quale, in realtà, almeno fino ai tempi dell’Alighieri non si ha traccia, infatti, in tutta l’opera di Dante, che costituisce una vera enciclopedia degli usi e costumi del suo tempo, non se ne fa neppure una minima menzione.

Solo dal Rinascimento in poi si hanno notizie di questo gioco praticato nel periodo di Carnevale con i calcianti abbigliati con colorate e sfarzose livree come era moda vestirsi in quei tempi.

Le partite erano giocate un po’ in tutte le piazze cittadine anche se una delle partite più famose fu quella che i giovani fiorentini giocarono in piazza Santa Croce nel febbraio del 1530, mentre Firenze era sotto l’assedio delle truppe dell’imperatore Carlo V, le quali, nel seguente mese di agosto conquistarono la città… ma questa è un’altra storia.

Dal Rinascimento, fino al secolo XVII, questo particolare gioco del calcio ebbe alterne fortune, e nel XVIII secolo cadde nel dimenticatoio scomparendo del tutto dalle piazze fiorentine. In tempi più recenti, nel 1898 e nel 1902 ci furono due rievocazioni del gioco e forse, fu proprio grazie a queste che nel 1930, in piena era fascista, si riprese  a praticarlo.

Per la ricorrenza dei quattrocento anni dell’assedio di Firenze, infatti, il gerarca Alessandro Pavolini fu presidente del comitato di rinascita del Calcio in costume insieme al podestà e ad altri insigni personaggi del periodo. Organizzarono il primo torneo giocato da due squadre i bianchi e i verdi; nel giro di pochi anni le squadre divennero quattro, si aggiunsero i rossi e gli azzurri, rappresentando ognuna i quattro storici quartieri della città; solo da allora e con questa nuova organizzazione il Calcio in costume si è riaffermato fino a divenire una manifestazione fra le più sentite e amate, non più giocata per il Carnevale ma per la festa di San Giovanni, il Santo Patrono della Città.

Ma cosa c’entra dunque il Sommo se ai suoi tempi neanche si conosceva il calcio in costume?

Tutto si deve allo scultore ravennate Enrico Pazzi (Ravenna 1819 – Firenze 1899) attivo a Firenze attorno al 1860 collaboratore anche dello scultore Giovanni Duprè. Il Pazzi aveva realizzato un piccolo modello di una statua di Dante con l’idea di farne una in marmo di dimensioni colossali, per la città di Ravenna che però, rifiutò l’offerta a causa dell’ingente spesa che avrebbe dovuto sostenere. In seguito a  questo rifiuto il modello della scultura fu proposto a Firenze dove suscitò un grande interesse, forse anche per la possibilità di “far pace” con la figura di un figlio tanto importante quanto vituperato. Per poter realizzare la scultura fu quindi costituito un comitato per una pubblica raccolta di fondi (un crowndfunding si direbbe oggi) e la città si impegnò a collocarla in una pubblica piazza come “espiazione dell’esilio dato al grande poeta dai suoi cittadini!”.

Nell’estate del 1863 un immenso blocco di marmo bianco di Carrara giunse a Firenze e nell’aprile del 1865 vide la luce l’effige di Dante, alta quasi 10 metri con un piedistallo a base quadrata di 4 metri e mezzo di lato, con quattro marzocchi posti sugli angoli del basamento; un imponente scultura che fu collocata nel centro di piazza Santa Croce dinanzi a quel Tempio che è il Pantheon di tante glorie Italiane ma non del più illustre dei fiorentini. In quell’anno cadeva il sesto centenario della nascita del Poeta, e a Firenze si tennero delle “opulente” celebrazioni dantesche, talmente grandiose da mettere in evidenza la città tanto da farla diventare, negli anni successivi, capitale d’Italia. In seno a queste celebrazioni, il 14 maggio 1865, con grande pompa la statua di Dante fu inaugurata alla presenza di centinaia di persone.

Scorre l’Arno sotto i ponti e giungiamo al 1910 in un soleggiato pomeriggio autunnale quando uno dei più grandi artisti italiani del secolo scorso, Giorgio De Chirico, convalescente da un noioso malore intestinale, si reca in piazza Santa Croce siede su una delle panchine guardandosi intorno e qualche tempo dopo, ci racconta di questo pomeriggio:

“…non era certo la prima volta che vedevo quella piazza. Ero appena uscito da una lunga e dolorosa malattia intestinale e mi trovavo in uno stato di sensibilità quasi morbosa. La natura intera, fino ai marmi degli edifici e delle fontane mi sembrava in convalescenza. In mezzo alla piazza si eleva una statua di Dante avvolto in un lungo mantello, che stringe la sua opera lungo il suo corpo e inclina verso terra la sua testa pensosa coronata d’alloro. La statua è in marmo bianco ma il tempo le ha dato una tinta grigia, piacevole a vedersi. Il sole autunnale, tiepido e senza amore illuminava la statua e la facciata del Tempio. Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito; e ogni volta che guardo questo quadro rivivo quel momento. Momento che tuttavia è un’enigma per me, perché è inesplicabile. Perciò mi piace chiamare enigma anche l’opera che ne deriva”.

 

In quel lontano pomeriggio autunnale Giorgio De Chirico ebbe la sua prima visione “metafisica” una rivelazione archetipa di una modernità trascendente, scaturita dall’attesa, dalla dilatazione del pensiero e della realtà, forse è il potere della guarigione che ha dato vita a – L’enigma di un pomeriggio d’autunno – dipinto, a olio su tela nel lontano 1910 a Firenze, genesi della corrente pittorica della Metafisica.

Un incredibile fil rouge lega i secoli e i luoghi: la città dell’arte che crea l’arte oltre ogni immaginabile confine della mente, almeno, finché moderni barbari non  giungono a cancellarne la memoria.

Eh sì, proprio così, ahimè!

L’Arno non sempre scorre sotto i ponti, qualche volta li scavalca e inonda la città così come fece nell’ormai lontano 1966 un anno devastante per Firenze e le sue opere d’arte, un anno che aprì a un periodo di ricostruzione e rifacimenti non sempre ponderati o accettabili. La città era ancora gravata dalla disgraziata esperienza dell’alluvione, le casse del Comune erano in crisi nonostante gli aiuti e lo spiegamento di migliaia di persone giunte da tutto il mondo in soccorso della città devastata dal fiume e fu così che per far posto al Calcio in costume, nel mese di giugno del 1967 con una delibera del consiglio comunale si decise di spostare la statua di Dante dal centro della piazza in un apposito spazio creato sulla gradinata della Basilica, ciò sarebbe tornato utile per attirare la curiosità di un maggior numero di turisti e di denaro, come se le opere d’arte non fossero già abbastanza!

A nulla valsero le proteste dei frati Francescani della Basilica contro questa decisione, e così  dopo l’approvazione al progetto per lo spostamento della scultura, rilasciato nel 1969 dalla Soprintendenza alle Belle Arti, si dovette comunque aspettare il 1971 perché la scultura fosse spostata sul sagrato della Basilica; il 7 ottobre di quello stesso anno si tenne l’inaugurazione della nuova collocazione, con buona pace della Metafisica e del Sommo che tanto lustro ha donato alla sua città ricevendone in cambio strali, l’esilio e il trasloco della sua effige per far posto ai lanci di un pallone, gioco, oggi considerato da molti fiorentini come una tradizione a se stante neanche al pari di tutte le altre e chiamato non più calcio in costume ma “calcio storico”… Insomma, “Panem et circenses”.

Angela Arcuri

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