Hai voluto il ciclo? E ora paga!

Sembra un po’ questo il sottotesto che passa quando, all’ennesima occasione di migliorare la qualità della vita delle donne italiane, i politici fanno marcia indietro e trovano un po’ tutte le scuse per giustificare l’IVA al 22% sugli assorbenti e dispositivi igienico-sanitari femminili. Stessa fascia dei beni di lusso, per capirci.

Lasciamo perdere quegli stati europei che la tampon tax l’hanno abbassata: la Spagna dal 10% al 4%, la Francia dal 20% al 5,5%, il Belgio dal 21% al 6%, l’Irlanda l’ha addirittura abolita, noi invece ce la terremo stretta al 22% (sempre che l’IVA non passi, in futuro, al 23%).

Questo non è un articolo politico, sia chiaro, le mestruazioni non sono né di destra né di sinistra, alle mestruazioni non importa chi c’è al governo oggi o domani. Le mestruazioni ci verranno puntuali ogni mese, tutti i mesi, fino alla menopausa.

Per fortuna che, non solo gli assorbenti non sono considerati un genere di prima necessità bensì voluttuari come la crema al tartufo bianco, ma ci tocca anche stare zitte e ascoltare le lezioncine non richieste di chi un utero non ce l’ha.

Anni di lotte per affermare i diritti della donna e poi devo sentirmi dire “Usa gli assorbenti lavabili, o le coppette”.

Dietro il paravento ambientalista usato dal deputato Francesco D’Uva, si cela addirittura un rigurgito di quella cultura patriarcale dalla quale tanto abbiamo faticato a liberarci: tu, donna schiava, zitta e lava.

Sì, perché mi ci vedo, dopo una giornata in ufficio, rincasare, prendere i pannolini sanguinolenti che ho tenuto in borsa (ma ha idea, Mr D’Uva, dell’odore che fa il sangue mestruale ossidato?) e mettermi lì a fare la bella lavanderina. Senza contare che ogni donna sa che le macchie di sangue sono dure a lavarsi quindi, onde tenermi le pezzette chiazzate, dovrò rimuoverle con la candeggina (che io sappia, non è proprio un prodotto ecologico).  

Veniamo alla coppetta mestruale.

È una soluzione alternativa, vero, ma non tutte le donne possono utilizzarla (me inclusa).

E come mai? Se il signor D’Uva avesse un utero lo saprebbe, ma non ce l’ha, quindi parla a vanvera: in caso di patologie uterine-vaginali i dispositivi interni sono sconsigliati.

Una tra tutte l’endometriosi, che affligge circa 3 milioni di donne italiane. Poche?

Seguono i quadri clinici post-chirurgici. Chi subisce interventi ginecologici non può utilizzare dispositivi igienico-sanitari interni (tamponi o coppette) per determinati periodi, al fine di evitare infezioni.

Idem come sopra, vale lo stesso principio nei mesi successivi a un parto o a un aborto.

Alla luce di tutto ciò, è davvero necessario che una persona che non ha la benché minima cognizione della condizione femminile dispensi perle di saggezza (o d’ignoranza)?

Io non credo.

E credo che uno stato davvero avanguardista, davvero progressista, non debba imporre una scelta del tipo “O mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”, ma darmi la possibilità, tra varie opzioni, di decidere in libertà, quella che si adatta di più alle mie esigenze.

E mentre faccio finta di non vedere che stiamo inclinandoci pericolosamente verso l’inquietante realtà di The Handmaid’s Tale, vi lascio questo link dove potete trovare assorbenti e tamponi in cotone, ecosostenibili e biodegradabili. La consapevolezza ambientale, caro D’Uva, si fa informandosi e cercando alternative, non ripetendo a pappagallo parole recepite per sentito dire.

Ecco il link: https://www.minimoimpatto.com/igiene-intima/assorbenti-usa-e-getta/

Cari politici, se volete davvero riempirvi la bocca di ambientalismo, abbassate l’IVA su questi!

Certo, signor D’Uva, se lei non è del mio stesso parere, visto che è diventato da poco papà, credo vorrà dare il buon esempio lavando personalmente a mano la cacchina santa di suo figlio dai pannolini lavabili e il sangue mestruale rappreso da quelli di sua moglie.

Se le avanza tempo le porto anche i miei, perché io sarò impegnata a godermi il lusso del mio ciclo.

Perché è un lusso, abbiamo detto.

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