Gli Uragano

Se il negozio splende per l’ordine – tutte le maglie al loro posto, le scarpe esposte in modo corretto, tutto è piegato in modo preciso, funzionale e a prova di cliente, ecco che la dura legge di Murphy si presenta a servire il conto. Più vorrai tenere ordinato e sistemato e più scenderà il caos. Oddio, a dirla tutta, più dell’inversamente proporzionalità della legge sopracitata forse dovremmo parlare della legge del contrappasso che il nostro amico Dante aveva usato come metodo per infliggere le punizioni nell’Inferno. Fatto sta che, se cinque minuti prima avevi tutto in ordine e tirato un sospiro di sollievo e, soddisfatta, pensavi di rilassarti un po’, la sfiga si riversa su di te più veloce della lava che seppellì Pompei quella lontana notte del 79 d.C dove, per ovvi motivi, nessuno di noi era presente.

Ed è così, che in un batter d’occhio, il negozio diventa la brutta copia di un museo del kitsch nel quale i panni gettati e stravolti formano quella che sembra una specie di installazione artistica – se vogliamo definirla così – che perfino il celebre Gillo Dorfles non sarebbe riuscito ad interpretare.

Gli uragano, perché solo così posso definirli, sono quei clienti che, contro ogni forma di educazione e di ordine entrano nel negozio come un vortice mettendo a soqquadro tutto quello che incontrano nel loro cammino sfidando la forza distruttrice dell’uragano Katrina.

Nel giro di un attimo la commessa si trova catapultata in una realtà parallela dove nulla è come prima e l’unica cosa che vorrebbe è far scomparire dalla faccia del pianeta colui, o colei, che hanno creato quel caos cosmico che neanche Attila quando passava con gli Unni.

Desolata, la commessa, sente i suoi occhi riempirsi di lacrime si chiede cosa ha fatto per meritare questo destino infausto; si domanda se queste persone vivano così, provando ad immaginare i loro armadi che, più che contenitori di vestiti, diventano dei veri e propri risucchi spazio – temporali che fanno a gara con i mega armadi Ikea, ispirati sicuramente alla celebre borsa di Mary Poppins. Sembrano piccoli, ma in realtà ci potrebbe vivere una famiglia intera dentro oppure potrebbero catapultarti nel magico mondo di Narnia.

Maglie che volano, pantaloni che, come rami secchi, escono fuori dalla pila precedentemente ordinata, pigiami lasciati stravolti dentro le confezioni, montagne di vestiti abbandonati dentro i camerini. E’ una dura vita quella della commessa, soprattutto quando vede vestiti arrotolati su se stessi e conficcati negli spazi vuoti come se fossero stucco per coprire eventuali buchi. Ovviamente tutto ciò avviene nella totale indifferenza del cliente che, come sempre, è convinto che tutto quello che fa sia lecito e concesso.

Detto questo passerei ad esempi esplicativi che delineano la specie sopracitata.

1) Entro nel reparto sportivo e vedo una signora con il figlio intenta a vedere le tute che abbiamo in offerta. Tempo prima le avevo divise per taglie apponendo vicino un bel cartello con la misura corrispondente. Questo, per facilitare sia me che il cliente fai da te. Quando arrivo in prossimità della signora, noto con orrore che nella zona delle tute sembra sia esplosa una bomba. Tute sparpagliate a destra e sinistra, altre appallottolate come polpettoni e altre i cui pezzi sono stati smembrati confondendo le taglie. Prima di finire in galera, faccio un profondo respiro e con sorriso falsissimo faccio la mia comparsa a fianco dell’allegra coppia.

Io: «Salve signora, le serve aiuto?»

Cliente: «Oh! In effetti sì. Cercavo una tuta per mio figlio, una taglia media, ma non le vedo.»

Io: «Guardi signora, qui ci sono segnate le taglie. Le taglie medie sono qui!»

Mentre dico questa cosa, il mio cuore perde un battito alla vista di quella desolazione, di quelle povere tute che sono sparse dappertutto. Le indico il punto e lei attende che io prenda una tuta e gliela faccia vedere. La osserva e, stranamente, la prende al primo colpo visto che anche al figlio sembra piacere. Quando penso di essermi liberata di lei e di aver visto tutto, la gentile signora inizia a prendere le tute e arrotolarle per ficcarle con forza nel primo buco che trova. Io la guardo, o meglio la trafiggo con lo sguardo mentre lei, candidamente, mi sorride.

Cliente: «Ti aiuto a rimetterle a posto.»

Ed è qui che prego Dio di infondermi una calma ghandiana per non finire i miei giorni in gattabuia. Perché la voglia di eliminarla è a un download del 99%. Conto mentalmente i 101 dalmata della Carica dei 101, i Sette Nani, le squadre di calcio della Serie A, B, C ed Eccellenza, i sette Re di Roma, i Dieci Comandamenti, le tre caravelle e tutte le virtù teologali e cardinali prima di rispondere in modo garbato.

Io: «Non si preoccupi signora, ci penso io, è il mio lavoro.»

Cliente: «Benissimo, allora grazie. Buona giornata!»

Io: (nella mia mente) «Evapora!»

2)E’ il giorno dello scarico e il fattorino travasa nel negozio una quantità infinita di colli con bolla d’accompagno e, in un battito di ciglia, il locale si riempie fino all’inverosimile.

Io e la collega iniziamo a togliere gli imballaggi con l’idea di aprirli uno alla volta e poco a poco sistemare. Nel bel mezzo di questo casino due signore che gironzolano nel negozio iniziano ad aprire uno scatolone e a prendere la roba che è dentro. Cose dell’altro mondo.

Cliente: «Signorina, quanto costa questo?»

Io: «Signora, sono appena arrivati e non so ancora dirle il prezzo. In realtà non sappiamo ancora cosa c’è negli scatoloni.»

Cliente: «Ah! Ma può aprirli così vediamo?»

Ditemi che non l’ha detto sul serio. Darci il tempo di capire no?Dovrei passare sopra tutti questi scatoloni, neanche stessi attraversando una palude per farle vedere qualcosa.

Io: «Signora, ma le serve qualcosa nello specifico?»

Cliente: «No, in realtà no. Volevo solo curiosare. Se vuole posso farlo da sola.»

Non ce la faccio neanche a risponderle. Davvero. Questo deve essere un incubo perché non è vero che adesso sta aprendo gli altri scatoloni e sta afferrando le cose che ci sono dentro. Tutto questo non esiste, me lo sto solo immaginando, vero? Ma poi, vedendo il viso sconvolto della mia collega capisco che è la triste realtà. Cosa mi è venuto in mente quando desideravo lavorare a contatto con il pubblico? Qualcuno non poteva colpirmi con una spranga e farmi rinsavire?

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