Le sorelle Marinetti

Le sorelle Marinetti:

un viaggio musicale in un’epoca che fa ancora sognare

Mai avrei immaginato di poter intervistare le sorelle Marinetti – ammetto che le amo da sempre – , quando mi si è presentata l’occasione l’ho presa al volo. Come poter dire di no a un tuffo nel passato, ormai poco recente, ma affascinante e ricco di cambiamenti sociali, politici, culturali come è stata la prima metà del Novecento? Già il palazzo da cui vengo accolta mi catapulta in quegl’anni: stile sobrio, elegante; linee pulite che trovano però il loro momento di follia nella maestosa scala centrale che è un vorticare verso l’alto, un movimento concentrico veloce, repentino, chiaro segnale dell’aria futurista che troverò appena inizierò l’intervista.

Ad accogliermi ci sono Giorgio Bozzo, produttore, creatore e primo pensatore delle sorelle, e Nicola Olivieri, in arte Turbina Marinetti, la più grande delle tre sorelle. Siamo tutti pronti: accendiamo il registratore – sì, io lo chiamo ancora così – perché loro riporteranno una ragazza degli anni novanta nei fulgenti anni trenta.

 Iniziamo con te Giorgio. Come nasce l’idea di questo trio di uomini che si calano nei panni di tre donne degli anni trenta e portano sul palcoscenico il canto armonizzato e tutto il loro repertorio canoro?

Tutto parte dall’acquisto di un cd delle sorelle Lescano, Alessandra Giuditta e Caterinetta, a un autogrill durante un viaggio di lavoro con il maestro Christian Schmitz. Abbiamo iniziato ad ascoltarlo e tra “un senti che sonorità; ascolta che armoniosità tra le tre” è partito tutto. Da quel viaggio ne è scaturito un altro, meno fisico, più di ascolto e di ricerca sulle sorelle Leschan e sulla loro musica e poi, perché non poteva essere altrimenti, il nostro sguardo si è posato anche sulla società che le circondava.

Questo nuovo percorso dove vi ha portato? Che cosa ne è scaturito?

È stato un viaggio affascinante, a volte anche faticoso, una ricerca quasi maniacale tra archivi di stato, biblioteche. Sono stato anche a Torino, nella sede Rai di quegli anni; a spulciare nei mercatini, dove siamo riusciti a trovare i primi contratti delle sorelle, le prime locandine delle loro esibizioni. Fortuna che il lavoro di ricerca non l’ho fatto tutto da solo: il maestro Schmitz si è concentrato sullo studio delle musica dell’epoca tanto che la sua casa è diventata un piccolo museo del repertorio di quegli anni. Siamo poi entrati in contatto con diversi collezionisti, con il professor Angelo Zaniol, esperto di musica a trecentosessanta gradi che ha creato e cura tuttora l’unico sito italiano ufficiale sul trio – http://www.trio-lescano.it/. La musica e il canto sono stati i primi motori della ricerca, ma come ho già detto è stato un attimo iniziare a focalizzarci anche su aspetti più ampi riguardanti la società in generale. Viaggio lungo, arricchente sotto ogni punto di vista e molto stimolante non c’è che dire.

Quindi il progetto sorelle Marinetti non è stato il motore della ricerca, ma esattamente il contrario.

Proprio così, solo a mano a mano che andavamo avanti nell’acquisire informazioni, notizie, documenti ha iniziato a formarsi un qualcosa nelle nostre menti, che all’inizio pensavamo di concretizzare attraverso la stesura di un classico testo divulgativo, ma poi diversi fattori contingenti – uscita in libreria di un libro sulle sorelle Lescano e la fine purtroppo di un nostro progetto precedente – ci hanno portato in un’altra direzione. Non so come sia accaduto, è stata una vera intuizione, ho pensato “perché non riaccendere l’attenzione sulle tre sorelle riportandole realmente sul palcoscenico?”. Ma le attrici sarebbero stati tre attori. Non nascondo che all’inizio sia il maestro Schmitz sia i tre professionisti che ho coinvolto, Nicola Olivieri, Marco Lugli e Andrea Allione (dal 2015 il suo posto è stato preso da Matteo Minerva – in arte Elica – n.d.r.) sono rimasti un attimo interdetti.

Finalmente ci siamo, il progetto parte. Tutto rose e fiori?

Tutto rose e fiori? Direi proprio di no. I momenti in cui abbiamo pensato di mollare e fare altro ci sono stati. Il nostro obiettivo era molto alto e pretenzioso: l’intento non era quello di costruire un progetto basato sull’apparenza estetica, noi volevamo la sostanza di ciò che avrebbero rappresentato e portato sul parco gli artisti. Volevamo il tuffo nel passato: la musica, le tonalità di voce, il canto armonizzato, che porta le vocalità a intrecciarsi e sovrapporsi in un’armonia unica e accattivante. Quando nel 2008 il teatro Ciak ci chiama avevamo paura di non essere ancora pronti, questo ha dato un’accelerata a l’intera l’organizzazione. Ma poi tutto è andato per il meglio e la nostra prima esibizione è stata un successo. Pensa che in tre giorni sono stati venduti 1700 biglietti.

Il repertorio è quello del trio Lescano. Per noi profani di che cosa parliamo?

Le loro canzoni avevano dei testi abbastanza disimpegnati, e forse non sarebbe potuto essere diversamente data la pesante censura che gravava su tutto in quell’epoca. Le musiche di accompagnamento, invece, ricordavano il jazz, lo swing, generi definiti quasi una sottomusica per i canoni di quegli anni. Ma nonostante ciò le sorelle, sin dal loro esordio riuscirono a diventare delle vere e proprie star, portarono quella ventata di freschezza e spensieratezza che all’Italia mancava e che probabilmente non conosceva. I repertori musicali italiani vertevano o sulla musica lirica, o sulle canzoni melodiche napoletane, con le sorelle gli italiani conobbero la cosiddetta musica leggera.

Nicola, un po’ lo abbiamo ascoltato da Giorgio, ma qual è stata la reazione tua, di Andrea e di Marco alla proposta di calarvi nei panni delle tre sorelle Lescano? Non vi siete chiesti perché noi e non tre donne?

Noi venivamo da un altro progetto come coristi, forse abbiamo accettato senza riserve perché Giorgio non si è limitato a chiederci di indossate abiti lunghi e una parrucca e di andare in scena. La sua proposta grondava passione, ammirazione, profonda conoscenza del mondo Lescano. Abbiamo intuito subito che la richiesta non era nata sull’onda del momento per colmare un buco che si era andato a formare dopo la chiusura di un progetto, ma era una proposta che aveva radici lontane e ben radicate. Dunque ci siamo anche noi appassionati alla storia e alla musicalità del trio e abbiamo accettato di fare parte della squadra, consci che avremmo dovuto superare i nostri limiti.

Questo che cosa ha comportato per voi? Immagino che non sia stato facile, soprattutto all’inizio, trovare tra voi un’intesa a livello di vocalità e sonorità e riuscire a calibrare il timbro verso canoni più femminili.

Sì, non è stato così semplice, abbiamo capito subito che lo stile vocale che avremmo dovuto fare nostro era complesso, con l’aggravante di dover addomesticare delle voci maschili al canto femminile. All’inizio del progetto ci vedevamo tutti i giorni con il maestro Schmitz per provare le sonorità, la pasta, trovare affiatamento tra noi, modellare le nostre voci a quel tipo di repertorio. Io, per esempio, ho una voce grave, ho dovuto alleggerirla per non avere quel timbro troppo maschile; Marco che ha una voce più acuta ha dovuto lavorare molto sul falsetto così da non risultare caricaturale. Abbiamo avuto momenti di scoramento così come di scontro e frustrazione, ma nonostante ciò nessuno di noi ha mai pensato di gettare la spugna. Tanto che il giorno in cui ci siamo ascoltati e abbiamo sentito le nostre voci armoniche e ben calibrate le une con le altre, tutti i mesi di fatica passati sono stati spazzati via in un lampo.

Anche il trucco, “parrucco” e i costumi sono stati studiati nei minimi particolari?

Certo, costumisti, parrucchieri, truccatori tutti si sono spesi affinché tutto fosse il più aderente alla realtà storica possibile. Nulla è mai stato lasciato al caso: il progetto era troppo ben scandagliato e preciso per poter anche solo immaginare di tralasciare anche il più piccolo dettaglio. Come ha detto Giorgio il nostro vuole essere un tributo sincero e affettuoso al trio, non abbiamo mai pensato di creare un soggetto caricaturale. Certo gli spettacoli che portiamo in scena devono sempre avere un alone di allegria e spensieratezza, ma non devono mai superare un certo limite.

Se il progetto generale ha avuto una gestazione piuttosto lunga, Nicola, lo studio sulla vostra gestualità, sul trucco, gli abiti quanto è durato?

Relativamente poco, sei sette mesi, perché ancora in fase di sperimentazione siamo stati chiamati per il nostro primo spettacolo al Ciak. A questo punto non avevamo più tempo, dovevamo essere pronti e impeccabili. Qui le nostre tre estrazioni artistiche differenti ci hanno aiutato: io arrivando dalla lirica ho aiutato il maestro Schmitz nella vocalità; Andrea ha un passato nella danza, quindi ha curato le coreografie; Marco è diplomato ai filodrammatici, per la dizione e la gestualità ci siamo affidati a lui. Tutto questo ha fatto di noi tre donne sobrie, eleganti e timidamente sensuali, cosa mai facile per un uomo.

Immagino che anche la scelta del cognome, Marinetti, non sia stata frutto del caso.

G: Fu una scelta comune e condivisa. Se pensi alle tre sorelle Lescano: giovani donne indipendenti, autonome che cantano in radio… Tre ragazze decisamente moderne. Marinetti ci è sembrata la scelta più giusta: figlie del più famoso Filippo Tommaso Marinetti, padre del manifesto futurista. Su questa cosa ti racconto un aneddoto: avevamo appena concluso uno spettacolo al teatro Nuovo di Milano, andiamo a cena in una pizzeria lì vicino e al nostro tavolo ci sono diverse persone; al mio fianco siede una bella signora che si presenta dicendomi di essere la nipote di Marinetti, quello autentico, e che quando aveva saputo che avevamo utilizzato il cognome di suo nonno era stata lì per denunciarci. Prima però sua mamma, una delle figlie del fondatore del futurismo, ha voluto vedere un nostro video e ne è rimasta entusiasta affermando che anche suo padre lo sarebbe stato e che non avrebbe avuto nulla in contrario a vedere il suo nome associato al nostro trio. Non sai che gioia e soddisfazione è stata per noi. La scelta dei nomi è venuta quasi di conseguenza, il manifesto futurista ci è venuto in aiuto: Turbina, la maggiore e motore del trio, Elica la mezzana, i suoi pensieri volano liberi senza gabbie di sorta, Scintilla la piccola di casa, sfacciata e sensuale.

Parliamo anche dei musicisti che accompagnano le sorelle. Giorgio all’inizio hai detto che il tuo lavoro di ricerca è stato coadiuvato dal maestro Schmitz per la parte musicale. Che tipo di scelte avete fatto a questo proposito.

Il maestro Schmitz ha studiato a fondo i ritmi, le musicalità degli anni trenta sino a diventarne un raffinato esperto. I ritmi sono quelli del jazz, dello swing, per questo abbiamo coinvolto nel progetto bravi jazzisti della piazza milanese. All’inizio le sorelle erano accompagnate solo dal pianoforte, poi siamo arrivati ad avere sul palco anche sette elementi. A questo punto urgeva dare loro un nome. Schmitz italianizzato significherebbe fabbro, dovevamo renderlo più storico, ecco nata l’orchestra Maniscalchi. A questo punto c’è stato un passaggio successivo: l’orchestra è diventata una realtà indipendente con dieci elementi e un cantante, e a oggi viene considerata una delle principali orchestre di recupero storico del panorama italiano di quell’epoca.

Giorgio quando ti sei reso conto che questo progetto avrebbe avuto una vita lunga?

All’inizio credevo che il tutto si sarebbe esaurito nel giro di un sei mesi. Tieni conto che all’epoca, 2007/2008, in Italia non aveva ancora preso piede una moda del vintage. Nessuno pensava al recupero di quegli anni. Forse il nostro progetto ha portato il pubblico a confrontarsi con un qualcosa del passato che molti non conoscevano e che hanno imparato ad apprezzare.

Che rapporto avete con il pubblico? Gli uomini e le donne hanno la stessa percezione nei vostri confronti?

N: Un rapporto molto affettuoso e sincero, quando incontriamo il nostro pubblico nel foyer è sempre una festa. Ma non è sempre stato così, all’inizio molti, soprattutto gli uomini, si aspettavano un altro tipo di spettacolo: il classico show di travestiti, delle specie di drag queen, dove la goliardia e il sopra le righe è il punto di forza. Scoperto invece che cosa avevamo messo in scena ne sono rimasti piacevolmente colpiti e molti di loro ancora ci seguono. Per la maggior parte il pubblico è donna, come in generale a teatro, quasi il sessanta per cento, il restante quaranta per cento maschile è un dato importante tenendo anche conto del fatto che mai nessun è uscito insoddisfatto da un nostro spettacolo. Loro sul palco vedono realmente tre donne e dunque non vi trovano nulla di finto o posticcio in ciò che facciamo.

Che età hanno i vostri fan?

Ci seguono un po’ tutti. Abbiamo avuto a teatro nonne con nipoti, giovani, anziani. Questo a riprova di quanto il nostro progetto sia forte e molto comunicativo a tutti i livelli.

Come vi hanno percepito inizialmente i vostri colleghi?

G: Che dire: pensavamo che saremmo stati accolti senza grosse riserve. Per me il teatro è una sfida, è il luogo dell’illusione, un luogo dove poter sperimentare. Un luogo del recupero della memoria, di educazione, di racconto, vetrina di talento. Evidentemente non tutti la pensano allo stesso modo, tanto che non siamo stati subito capiti, nonostante le spiegazioni del caso. Fortuna che qualcuno di un po’ più lungimirante lo abbiamo trovato e ci ha dato l’occasione di andare in scena.

Sono passati dieci anni dal vostro primo spettacolo, quando diciamo sorelle Marinetti, la gente per voi che cosa pensa?

Le sorelle ora comunicano eleganza, storia, esperienza e penso che le persone che vengono a vederci percepiscono la stessa cosa. Noi non possiamo fare altro che proseguire su questa strada. Per questo non smettete di seguirci, abbiamo in serbo ancora un’infinità di sorprese.

Manola Mendolicchio

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