I Ponzio Pilato

I clienti a cui ho dato questo dolcissimo soprannome sono coloro che, armati di un animo indomito pari a quello di Re Giovanni nel cartone animato della Diseny “Robin Hood”, – il coraggioso leone che si mette il pollice in bocca a mò di ciuccio e si lascia consigliare da un serpente col mantellino, per intenderci – fanno sembrare il Mel Gibson di Braveheart un vero e proprio kamikaze.

Ebbene, questi clienti così affezionati sarebbero da scaraventare direttamente nell’Antinferno di Dante come premio alla loro codardia. Il buon vecchio Dante ci aveva visto lungo già secoli fa ed io un viaggetto nel tepore del cuore della terra glielo farei fare con un biglietto di sola andata. Questi uomini coraggiosi, senza macchia e senza paura, capaci di immolarsi per salvaguardare la loro pellaccia – tanto tu, puoi anche morire e pagare al posto loro – sono quelli che tu potresti amare all’inizio, e lo diceva sempre quella buon’anima di mia nonna che le cose si conoscono con il tempo. Sono quei deliziosi esseri che sembrano autonomi, un po’ come i mammoni, quelli del “non si preoccupi, posso fare da sola” ma che, con un battito di ciglia, ti catapultano in un’atmosfera di un film di Tim Burton.

Con uno sguardo finto buonista ma che nasconde una natura da Dennis la peste, questi deliziosi clienti arriveranno a farti pregare tutti i santi, ribattezzando l’intero calendario ed imprecando come un canto gregoriano che nessuno può comprendere. Sguardi furtivi, atteggiamenti da rapinatore e “cerchiamo di coprire il danno” sono solo alcune delle loro caratteristiche a cui si unisce, anche colui, o colei, che fa dell’indifferenza il proprio mantra.

Il gioco della patata bollente, che sembra uno sfocato ricordo dell’infanzia, improvvisamente diventa l’attività preferita di un cliente su tre se siamo fortunati. Sono proprio una rarità, quasi un patrimonio Unesco. Definirli dei “Ponzio Pilato” è un chiaro richiamo alle notissime responsabilità che il buon Pilato, oltre duemila anni fa, si assunse quando, in preda al panico ed al timore di un linciaggio, che al confronto la rivolta dei gilet gialli francesi pare una manifestazione scolastica, fece decidere al popolo se liberare il pluripregiudicato Barabba o quel Gesù che, grave onta, predicava l’amore per il prossimo.

Ecco, proprio in virtù di questo audace coraggio, quando mi trovo davanti a certi clienti pronti a negare fino alla morte le loro responsabilità, mi commuovo. Ma per disperazione! Calde lacrime solcano le mie guance mentre la violenza che è dentro di me cerca di prendere il sopravvento, senza successo. Altrimenti il giorno dopo mi ritroverei davanti lo sportello del lavoro con un bel foglio di licenziamento in mano. Vorrei tanto sapere chi è stato quella mente così brillante che sentenziò che il cliente ha sempre ragione. Per caso stava male? Aveva assunto sostanze proibite e la mente allucinata ha partorito questo profondo pensiero? Non lo saprò mai, quello che so è che una buona parte della clientela pensa di potersi comportare come crede, manco stesse a casa propria mentre tu arrivi ad invidiare addirittura Cenerentola, costretta a sopportare quelle delicate ed amabili delle sue sorellastre.

L’arcano mistero, però, che sta lì a ronzarmi nel cervello, è come mai le persone, una volta dentro un negozio, oltre un’apparente intelligenza, perdano anche la loro delicatezza e diventino materiali e con il tocco di un carpentiere, facendo saltare zip, bottoni, cuciture e tanto altro. Cercando, poi, di farti credere che non sia colpa loro volendo far passare la commessa di turno come la sciocca della situazione. Ma davvero pensano che ci beviamo le loro fantasiose scuse? Ecco alcuni esempi.

1)Cliente: «Posso provare questo maglioncino bianco?»

Io: «Certo signora!»

E mentre la signora entra in camerino prego che stia attenta a non macchiare quel candido maglioncino con la maschera di trucco che indossa tanto da farla sembrare la cugina di Moira Orfei. Poi, però, più per disperazione che convinzione, mi aggrappo alla speranza che l’intelligenza faccia il suo lavoro e che la signora faccia con cautela. Finchè non la vedo uscire e capisco che l’intelligenza è definitivamente andata in ferie.

La signora, come se nulla fosse mi restituisce il maglioncino sostenendo che non va bene. Beh, così a colori non è più quello che cercava.

Io: «Signora, mi scusi, ma lei ha macchiato il maglioncino. Così è invendibile e dovrà acquistarlo per forza.»

Nel dire questa frase già so che inizierà una discussione senza alcun risultato perché la gentile cliente pretenderà di avere ragione. Ma non sono ancora preparata al peggio.

Cliente: «Ma cosa dice, il maglioncino non l’ho macchiato io. Era già così quando l’ho preso.»

No dico, starà scherzando? Per caso ho scritto in fronte “Gioconda”?. No perché se quello sul maglioncino non è il suo trucco, inizio a chiedermi perché, allora, vada in giro come se fosse la versione femminile del Joker. Per alcuni secondi cerco di assimilare la risposta assurda tentando di formularne una che sia efficace. Poi tento il tutto per tutto.

Io: «Signora, mi spiace ma il maglioncino non era sporco quando lei è entrata nel camerino.»

Cliente: «Mi sta dando della bugiarda?»

Io: (nella mente) «Sì, brutta stronza! Sei bugiarda peggio di un pinocchio.»                                                     (nella realtà) «Non sto dicendo questo, ma magari non ha prestato molta attenzione mentre si sfilava  il maglioncino. Quindi devo chiederle di acquistare il capo.»

E qui la cliente dà il meglio di sé, iniziando ad alzare il tono della voce, fingendosi offesa per essere stata accusata. Io alzo gli occhi al cielo conscia di come andrà a finire quindi, cercando di mantenere un contegno e sembrare comprensiva, le dico che vedremo noi di risolvere il problema con il maglione. La cliente, con atteggiamento superiore, senza minimamente nascondere la sua soddisfazione, gira i tacchi ed esce dal negozio mentre io penso ad un “mai più rivederci.”

2) Da lontano intravedo un signore, con uno sguardo della serie “simpatia portami via” che armeggia tra la miriade di giubbotti da uomo che abbiamo in esposizione. Ne prende uno, lo guarda meglio e decide di provarlo. Mentre lo indossa noto che ha difficoltà a chiuderlo con la zip. Si sa che le zip nuove sono sempre un po’ dure all’inizio ma, con pazienza e delicatezza, poi funzionano alla grande, nel 98% dei casi. Ecco, con delicatezza e non con l’aggressività di uno che sembra stia scuoiando un animale. Ed accade l’inevitabile, e l’uomo si ritrova in mano il gancio della zip. Con nonchalance ripone il giubbiotto sulla gruccia e si preoccupa di imboscarlo bene in mezzo agli altri, quando si accorge che lo sto osservando.

Cliente: «Ehm…il giubbotto ha la zip rotta. Ne sto cercando un altro.»

Io: «Sì, certo.»

Il mio sguardo è eloquente e credo che se ne sia accorto. Comunque vado vicino e constato che quella è l’unica taglia rimasta.

Cliente: «Beh, allora prendo questo però mi dovete fare lo sconto perché è difettato.»

Sono allibita. Lui lo sa che l’ho visto e con una faccia di bronzo meritevole del tapiro d’oro mi chiede lo sconto.

Io: «Difettata, eh?»

Cliente: «Lo vede anche lei. Come ho toccato la zip si è rotta. Dovrò farlo riparare e mettere una zip costa.»

Lui non ha toccato la zip ma con la delicatezza di un minatore ha forzato la cerniera fino a far rompere il gancetto. Sarebbe bastato chiedere ad una di noi. La tentazione di affogarlo con il giubbotto è tanta, lo giuro, ma sono costretta ad essere diplomatica e decido di rivolgermi al mio responsabile a cui spiego l’accaduto. Dopo una serie di improperi di quest’ultimo che, insieme a me, sta sviluppando una nuova forma di allergia, quella agli esseri umani, mi dice che gli farà un piccolissimo sconto poiché non c’è modo di provare che il danno l’abbia fatto lui. È la mia parola contro la sua e, come ho già detto più volte, il cliente ha sempre ragione. Delusa e arrabbiata torno dal vile e gli comunico che avrà un piccolo sconto.

Cliente: «Benissimo, allora lo prendo e vado alla cassa. Buona giornata!»

Io: (nella realtà): «Anche a lei.»                                                                                                                      (nella mente):«Spero che la nuova zip si incastri nel maglioncino che indossi di lana riducendolo a brandelli.»

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8 curiosità sulle sorelle Brontë

Oggi vi svelo otto curiosità sulle mie scrittrici vittoriane predilette: le sorelle Brontë.
Ma iniziamo subito…

  L’origine del cognome Brontë deriva dalla cittadina siciliana di 

Bronte.
Il padre delle sorelle Brontë, l’irlandese Patrick Prunty (o forse Brunty oppure O’ Prantee), era un grande ammiratore dell’ammiraglio Horatio Nelson, insignito del titolo di Duca di Bronte da re Ferdinando IV delle Due Sicilie. Per questo motivo Patrick modificò il suo cognome in Brontë, specificando la dieresi sopra la ‘ë’ affinché gli inglesi non ne sbagliassero la pronuncia eliminando la “e” finale.
Secondo Patrick, il nome Brontë appariva più aristocratico, e risentiva meno dell’origine irlandese della famiglia, oltre a ricordare l’ammiraglio Nelson.

 Jane Eyre, capolavoro principale della produzione letteraria di Charlotte, uscì nel 1847 sotto lo pseudonimo di Currer Bell.
Tutte e tre le sorelle Brontë, infatti, pubblicarono i loro romanzi d’esordio sotto lo pseudonimo dei fratelli Bell.
Charlotte scelse Currer Bell, Emily firmava Ellis Bell ed Anne optò per Acton Bell, ognuna rispettando le iniziali del proprio nome.
Il motivo di questa scelta, fu che ai tempi le opere letterarie di scrittrici donne venivano nettamente  discriminate rispetto a quelle dei colleghi uomini.
A causa degli pseudonimi, però, nacquero dei problemi nell’ attribuzione successiva dei romanzi alle rispettive autrici. Alcuni studiosi, infatti, attribuirono erroneamente a Charlotte Brontë  anche Cime tempestose, romanzo scritto da Emily negli anni immediatamente precedenti alla sua morte.

 Charlotte Brontë scrisse un romanzo che mai terminò, dal titolo originario “Emma”. Il romanzo, di cui Charlotte scrisse solo i primi due capitoli, fu completato in seguito da un’ altra scrittrice e pubblicato successivamente con il titolo “Emma Brown”.

 Charlotte Brontë dedicò la prima edizione di Jane Eyre al suo scrittore preferito, William Makepeace Thackeray, autore del romanzo “La fiera delle vanità”.
L’autrice ignorava però che la moglie di Thackeray, fosse pazza e che, proprio come Rochester, il marito la tenesse confinata in una stanza della loro casa. Questo inconveniente, fece diffondere a Londra la voce che lo scrittore Currer Bell (Charlotte), si fosse ispirato a Thackeray  per raccontare la storia di uno dei protagonisti del suo romanzo.

– Molte vicende narrate in Jane Eyre, sono autobiografiche.
Il racconto del soggiorno di Jane Eyre alla Lowood è basato sull’ esperienza di Charlotte Brontë, che, a soli  cinque anni, dopo la morte della mamma, fu mandata dal padre, il reverendo Brontë, insieme alle sorelle, alla Clergy Daughter’s School di Cowan Bridge nel Lancashire, collegio per figlie di ecclesiastici. Per le sorelle Brontë fu un esperienza terribile. L’istituto scolastico riservava alle studentesse un trattamento durissimo: la scuola non era ben riscaldata, le condizioni igieniche erano pessime, ed il cibo sempre molto poco. Il personaggio del preside della Lowood, è ispirato al Reverendo William Carus-Wilson, preside del collegio.

– Nel 1839, mentre prestava servizio come istitutrice, presso una ricca famiglia, Charlotte visitò la villa Norton Conyers nel North Yorkshire. Scoprì in quel frangente la storia di Mary, donna che, ritenuta pazza, fu rinchiusa in una soffitta per anni.
La stanza segreta fu scoperta nel 2004 dai proprietari della casa, tenuta fino a quel momento ben nascosta da pannelli, e chiamata quindi “Mad Mary’s Room”, la soffitta successivamente fu resa visitabile.

– La storia di Mary, ha ispirato Charlotte per il personaggio di Bertha Mason in Jane Eyre.

– La pazza Bertha Mason è in Jane Eyre una sorta di doppelgänger della protagonista, ne rappresenta infatti le passioni e il lato istintivo, che nella società vittoriana dovevano essere sempre controllate e celate per bene, soprattutto per quello che riguardava le donne.